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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 novembre 2011

IL TIZIO DELLA SERA SI DOMANDA

La gente si domanda come ad Ahmadinejad possa essere venuto in mente di cancellare Israele. Quale mente?

Il Tizio della Sera

Io invece vi ricordo che l’importante è la pace. Pace sempre. Pace comunque. Pace a qualunque costo.

 

barbara


14 ottobre 2011

QUANDO L’ACQUA TOCCA IL CULO SI IMPARA A NUOTARE

Così si dice dalle mie parti. Ora, succede che da quasi tre anni il signor Barack Hussein Obama è impegnato a tempo pieno a fare il giochino della mano tesa con l’Iran. O meglio - perché l’Iran, non dimentichiamolo, è un meraviglioso Paese dall’antica e raffinatissima cultura e con un meraviglioso popolo che soffre e lotta - con Ahmadinejad. Ignorandone deliberatamente il negazionismo. Ignorando ostentatamente il suo proposito di arrivare all’atomica per annientare Israele, come del resto da oltre vent’anni va predicando il suo sponsor, l’ajatollah Ali Kamenei. Ignorando pervicacemente il terrore dei Paesi arabi circostanti che lo considerano un pericolo da fermare ad ogni costo. Ignorando diligentemente tutte le atrocità perpetrate contro i suoi inermi e pacifici cittadini.
Adesso succede che l’Iran è andato a fare la cacca in casa del signor Barack Hussein Obama e il signor Barack Hussein Obama ha improvvisamente scoperto che la cacca puzza. E inquina. E può provocare pericolose malattie. Così, altrettanto improvvisamente, ha appreso l’arte di nuotare: “l’Iran dovrà renderne conto”, “va isolato”, “risposta forte”, “le più dure sanzioni”, “nessuna opzione viene esclusa”.
Pare che, in realtà, il complottatore capo si sia rivelato talmente scalcinato – un ladro di polli più che un agente dei servizi segreti – da suscitare non pochi interrogativi e perplessità: che siano stati, mi chiedo io, i suoi uomini a organizzarsi per spingergli un po’ di acqua sotto il culo per costringerlo a nuotare? A me starebbe anche bene, spero solo che non siano arrivati troppo tardi.



barbara


27 maggio 2011

LEGITTIMITÀ

Dice il signor Sarkozy, nella conferenza stampa congiunta col signor Obama, che il colonnello Muammar Gheddafi “ha perduto ogni legittimità”. Ora, la notizia, lo ammetterete, è terrificante, di quelle da perderci o suonno e a fantasia, e non so se riuscirò mai a capacitarmene e a farmene una ragione. Quello che però mi chiedo, e chiedo ai miei fedeli lettori, è: prima in che cosa esattamente consisteva la sua legittimazione? Era stato votato dal popolo libico in elezioni dirette? Aveva ricevuto l’incarico da un parlamento composto da membri votati in regolari elezioni? Era stato insediato per acclamazione popolare come si faceva per gli imperatori-generali romani? Ha ricevuto l’investitura per grazia divina? Ammetto che è colpa mia: quando ha assunto la guida del Paese libico ero molto giovane, ma non una bambina, e dunque è solo colpa mia se non mi interessavo di politica. Resta il fatto che oggi sono divenuta cosciente di tale biasimevole lacuna, e chiedo dunque l’aiuto di tutti per riempirla.

barbara


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23 maggio 2011

DOPO IL DISCORSO DI OBAMA

Giustizia e arrendevolezza

Mi sembra il momento giusto, dopo l’ennesimo tradimento di B. Hussein Obama, dopo l’ennesimo colpo basso, dopo l’ennesimo tentativo di mettere Israele nell’angolo, per rileggere questo articolo scritto da Ugo Volli qualche settimana fa.

Vi è un'antica illusione ebraica, secondo cui il modo per salvarci dall'odio e dalle persecuzioni sta nel "comportarsi bene" e nello stare alle regole dettate dagli altri. E' stata la convinzione di molti ebrei assimilati durante la Shoah: non è possibile che colpiscano chi ha minuziosamente aderito a valori, stili di vita, comportamenti uguali agli altri. Ma è stata forse anche la convinzione dei chassidim russi che ai tempi di Napoleone rifiutarono di accettare la libertà che veniva loro offerta per mantenere il proprio ruolo, inferiore sì, ma garantito nella società dell'Ancién Régime. Molto più indietro, è l'illusione di Ester, che esita a rompere le regole del serraglio reale e Mordechai deve ammonire a non pensare di salvarsi da sola. Oggi è l'illusione di chi pensa che se Israele finalmente si comporterà bene, se accetterà una "legge internazionale" che sul piano giuridico non ha basi, ma politicamente favorisce i palestinesi, poi sarà lasciato stare in pace dentro la "linea verde", per indifendibile che essa sia. Per le ragioni che verranno chiare nel seguito del discorso, si può chiamare quest'illusione "egocentrismo etico".

Quest'illusione ha molti difetti. In primo luogo non è mai realistica, è per l'appunto un'illusione, come hanno mostrato tutte le persecuzioni in cui i "bravi" ebrei conformisti sono stati ammazzati non meno degli straccioni e dei rivoltosi; e di recente i ritiri israeliani dal Libano e da Gaza, che non hanno affatto smorzato, ma hanno al contrario aumentato l'aggressività contro Israele sul terreno e nel resto del mondo.
Il secondo difetto si può chiamare la "tentazione etica". Chi è convinto che "comportandosi bene", rispettando le leggi" ecc. gli ebrei possano evitare o almeno moderare le persecuzioni, crede facilmente anche che il primo segno di questo "buon comportamento" sia l'universalismo, il trascurare gli interessi anche vitali del proprio popolo per assumere per sé il punto di vista dell'assoluto (o del Divino, che a me sembra una forma di idolatria), decidendo in perfetta solitudine, senza sentirsi responsabili per gli altri quel che è giusto e quel che è sbagliato. Gli universalisti usciti dall'ebraismo hanno sempre lasciato una grande scia di guai, che si chiamassero Gesù di Nazareth o Karl Marx.
Gli ebrei antisrealiani e filopalestinesi, che non mancano certo oggi, non sono mossi di solito da un semplice "odio di sé", ma dall'illusione di salvarsi da soli dai pericoli essendo "giusti", aderendo cioè al punto di vista e alle categorie di giudizio dei propri nemici. Un'ulteriore conseguenza di questa sindrome è la pretesa di insegnare a tutti (i propri fratelli ma anche gli altri) la loro giustizia, di porsi come maestri di etica universale, al di là della politica e della religione. Al massimo, come ha fatto il giudice Goldstone l'altro ieri, il solipsista etico, se vede che l'attacco alla vita del proprio popolo non serve, si scusa facilmente: si è sbagliato, dice, non aveva tutte le informazioni, è stato ingannato - ma resta sempre un difensore della giustizia universale e pertanto superiore a tutti gli altri. A questo modo di fare si congiunge una definizione dell'ebraismo in termini di etica, non di popolo o di religione: l'ebraismo non sarebbe una cultura, un'eredità, una popolazione, la continuità storica di una fede e neppure un certo rapporto con il divino, ma "l'etica". Che questo atteggiamento porti simpatia e comprensione, è tutto da dimostrare.
Il terzo difetto è quello capitale. Chi pensa di salvarsi comportandosi bene, naturalmente deve fare i conti con il fatto che non tutti nel popolo ebraico hanno la stessa idea del bene, gli stessi obiettivi e magari osano difendere i suoi diritti al di là dei limiti molto angusti di coloro che non appartengono al gruppo degli illuminati etici. Di conseguenza, il solipsista pensa e afferma che costoro non sono abbastanza etici, che non sono abbastanza buoni, che non si confanno alle leggi come dovrebbero, eccetera. Non sono persone che seguono un progetto politico diverso, o hanno altri ideali: sono peccatori, ingiusti, nemici dell'etica. Magari gli trova un nome spregiativo, o lo accetta dagli altri, per esempio li chiama "coloni".
La divisione del popolo ebraico fra buoni e cattivi è il risultato pressoché inevitabile del solipsismo etico. Per i chassidim erano perduti gli ebrei che cercavano un po' di libertà dalla Rivoluzione Francese; per i bravi borghesi assimilati che si consideravano tedeschi integrali "di religione mosaica", i guastafeste impresentabili erano gli eredi di quelli stessi chassidim. I sionisti sono stati demonizzati dagli uni e dagli altri, e così i combattenti clandestini contro l'occupazione inglese e la violenza araba in Eretz Israel. Oggi per buona parte della sinistra ebraica, a essere colpevoli sono i "coloni", che per loro certamente "rubano la terra ai palestinesi", dunque sono ladri, ribelli e quant'altro. E invece siamo tutti coloni, siamo tutti da sempre legati a una terra in cui continuiamo a immigrare, come ho provato ad argomentare la settimana scorsa. E siamo tutti responsabili gli uni per gli altri (“kol Israel arevim ze-là-zè”)
Io non credo affatto che Sergio Dalla Pergola sia uguale a quegli illusi che vanno a Bilin a tirare pietre contro il "muro", o cercano di espellere i proprietari ebrei dalle case di Sheik Jarrah, per il fatto che sotto il regime giordano erano state occupate da immigrati arabi – e poi si sentano giusti e moralmente superiori; non lo assimilo neppure a quegli scrittori e professori che hanno scoperto quanto sia comodo e redditizio fare la coscienza critica di Israele con i media internazionali, distribuendo condanne e invocando boicottaggi. So che il suo è un pensiero assai più lucido e razionale. E' ovvio che ci sono delle considerazioni strategiche dei rapporti di forza che potranno costringere Israele a evacuare parte degli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria – anche se il risultato di simili operazioni in Cisgiordania, nel Libano meridionale e a Gaza non è stato proprio vantaggioso come ci si aspettava. (Prima o poi riusciremo a leggere un'analisi davvero critica degli accordi di Oslo da cui potremo ragionare sui pregi e sui difetti dell'intera strategia della cessione di territori in cambio di una pace che non vuol proprio arrivare.)
Ma il rifiuto del prof. Dalla Pergola di identificarsi con i "coloni", nel suo pezzo di giovedì scorso, è motivato proprio secondo gli stereotipi di cui ho parlato: in sostanza i "coloni" (tutti?) sarebbero disobbedienti alle leggi, avrebbero comportamenti disordinati di fronte alla polizia. Siamo sicuri che il problema sia questo? Non mi sembra che Israele sia un posto molto politicamente disciplinato, non credo che la propensione al reato di un abitante di Ariel sia maggiore di un cittadino di Tel Aviv o Petah Tiqva. Mi piacerebbe leggere delle statistiche.
Il punto è ovviamente politico e non moralistico o criminologico. I "coloni" rappresentano la spinta al ritorno all'"eredità" di Eretz Yisrael che è stata la missione del sionismo: alcuni sono più religiosi della media degli israeliani; ma non tutti. Essi comunque indicano con la loro presenza il precario e appassionato rapporto che tutto il popolo ebraico ha con la sua terra. Fa molto comodo illudersi che la ragione dell'odio arabo sia la loro "occupazione", quella del '67. In realtà "l'occupazione" che gli arabi voglio eliminare è quella del '48, la creazione di Israele, e magari anche più indietro, fino all'Yishuv, alla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda Aliah.
L'abitante di Tel Aviv o Haifa che pensa di stare dalla parte del giusto e di scampare il conflitto dicendo di non essere un "colono" si illude, con tutte le conseguenze che ho elencato. Si può dire certamente che non si condivide il progetto degli insediamenti oltre la linea verde, che è meglio cedere quei territori. Ma senza disprezzare chi invece in quel progetto crede, senza trasformarlo in una questione di polizia. Avendo la giusta solidarietà per i "coloni" che sono oggi non le uniche ma le "privilegiate" vittime del terrorismo. E soprattutto assumendosi l'onere della prova di un altro progetto strategico quello del ritiro nelle linee del '49 con qualche scambio che difende Dalla Pergola. Un progetto che ha la sua razionalità, ma dipende pesantemente dall'idea di una volontà araba di trovare un compromesso con Israele e di una capacità del mondo occidentale di garantirlo. Entrambe premesse che oggi appaiono molto dubbie. Anche perché, che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o no, agli occhi degli uomini di Hamas come di quelli di Fatah, dei fratelli musulmani che in Egitto hanno vinto e degli uomini di Al Qaida in Libia che stanno perdendo, come di centinaia di milioni di arabi buoni e cattivi, noi effettivamente siamo tutti coloni. Anzi Jahud, ebrei - e già solo per questo esseri inferiori che non possono essere giusti ma solo arrendevoli.

Ugo Volli


Inutile dire che ne condivido anche le virgole, e che ho trovato a dir poco penosa la reazione isterica di chi, in quasi settant’anni di vita, non ha mai imparato ad accettare una critica, o a tollerare che si mettano in discussione le sue Grandi Verità Assolute.

barbara


5 aprile 2011

CHE DIFFERENZA C'È FRA SARKOZY, NETANYAHU E OBAMA?







(Certo che in quelle mani, povero Netanyahu... sinceramente non so quanti di voi riuscirebbero a presentarsi in condizioni migliori...)

barbara


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19 marzo 2011

SEMPRE LORO

Chiaramente la sommossa nei paesi arabi è stata concertata dai cospiratori di Tel Aviv. Israele, lo stato fantoccio di Obama, ne trae il massimo vantaggio. Anzi, Israele e Obama escono massimamente svantaggiati dalla sommossa. Israele è il paese che maggiormente si oppone ai cambiamenti nei regimi arabi. Forse per via della nonna ebrea di Gheddafi. Perché l'insurrezione è stata causata da Facebook che è un'invenzione dell'ebreo americano Mark Zuckerberg. Ma la vera causa è stato Wikileaks di Julian Assange, istigato dai cospiratori di Tel Aviv con l'appoggio del Guardian. Anzi, sono gli ebrei che stanno dando la caccia a Assange con l'appoggio del Guardian. Ecco la prova: questa settimana l'ebreo Rahm Emanuel, ex-scudiero di Obama e figlio di israeliani, è stato eletto sindaco di Chicago; l'ebrea Natalie Portman, figlia di israeliani, ha vinto il premio Oscar come migliore attrice; l'ebrea Yael Naim, figlia di israeliani, è stata eletta migliore cantante in Francia. Sono sempre loro.

Sergio Della Pergola

(Sì, sorridiamo, nonostante tutto e contro tutto e tutti, perché noi scegliamo la vita. E non smetteremo di danzare. Nonostante tutto. Contro tutto. E contro tutti)

                                                   

(barbara)


3 marzo 2011

C'È CHI HA L'INNO NAZIONALE NEL CUORE



e chi


barbara


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5 febbraio 2011

SE QUESTO È UN PRESIDENTE

“Il processo di transizione verso la democrazia deve iniziare adesso” dice il signor Obama. “E deve essere basato sul pieno rispetto dei diritti umani” aggiunge il signor Obama. Ora, io vorrei chiedere al signor Obama: e dieci giorni fa, quando il suo sostegno a Mubarak era totale, dieci giorni fa gli egiziani non avevano diritto al rispetto dei diritti umani? Un mese fa, un anno fa, due anni fa mentre garantiva la sua completa solidarietà al “dittatore”, al “faraone”, al “corrotto” e gli forniva due miliardi di dollari all’anno, in tutto questo tempo cosa se ne faceva il signor Obama dei diritti umani degli egiziani? Dove le la infilava, il signor Obama, la democrazia? E quanto alle pressanti, categoriche richieste rivolte a colui che ha trattato da amico finché è stato saldo in sella per poi, veloce come un siluro, voltargli le spalle non appena il trono ha cominciato a vacillare, se il signor Obama fosse un politico – non dico uno statista ma semplicemente un politico, anche solo di medio calibro – invece che un pericoloso cialtrone, saprebbe che le concessioni si fanno da posizioni di forza, non da posizioni di debolezza. E come grazie al pericoloso cialtrone Carter abbiamo avuto l’Iran di Khomeini, aspettiamoci ora, grazie al pericoloso cialtrone Obama, di avere presto l’Egitto dei Fratelli Musulmani. Con tutto ciò che ne conseguirà per l’equilibrio e la pace nell’intero pianeta.

barbara


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella


29 gennaio 2011

QUANDO I BUONI COLPISCONO

Quando sono i cattivi a colpire, qualche speranza di salvezza rimane, ma quando a colpire sono i buoni di professione, la catastrofe è davvero ineluttabile.

barbara


27 novembre 2010

IL SUO NOME È KHAN E ALTRI ANIMALI

1. È un film appena uscito, pare, di cui sto continuando a vedere e sentire recensioni da tutte le parti. Il protagonista si chiama appunto Khan, ed è un indiano musulmano – perché, per inciso, nell’India induista di musulmani ce ne possono stare quanti se ne vuole, mentre nel Pakistan musulmano, separatosi dalla patria comune all’incirca al momento dell’indipendenza, di induisti non ce ne possono stare (ricorda qualcosa?) – che va in America. La cosa che ritorna come un mantra in tutte le recensioni è “l’intolleranza antiislamica post-11 settembre”, “il razzismo antiislamico post-11 settembre” di cui il pover Khan è vittima. Ora, il suddetto Khan sarà sicuramente una brava persona, per carità, ma a questi signori recensori nessuno ha mai parlato del razzismo islamico – pre, durante e post 11 settembre - contro tutto ciò che non è islamico, dell’intolleranza islamica - pre, durante e post 11 settembre - contro tutto ciò che non è islamico, che hanno portato, per l’appunto, all’11 settembre e a tutte le altre migliaia di atti di terrorismo islamico con decine di migliaia di morti, dopodiché qualcuno – e sempre troppo pochi, ahimè – ha cominciato ad aprire gli occhi e tentare di mettere in atto qualche misura di difesa?
2. Gianna Nannini ha partorito. Una robettina di un chilo e settanta grammi di peso e dodici centimetri di lunghezza meno di me quando sono nata, proprio una robettina da niente. Partorita dopo una gravidanza resa possibile da un bombardamento di ormoni, dato che la signora, vista l’età, era ovviamente impossibilitata a concepire da sola, anche se adesso raccontano che ha partorito con parto naturale, forse perché almeno una cosa naturale, in tutta questa baraccata, ci fosse. Ma non è per questo che sono qui a scrivere di questo evento che sicuramente non cambierà la vita a nessuno di noi, bensì per una frase che ho trovato nell’articolo del Corriere che dava la notizia: “La primogenita della rocker...” No, cioè, voglio dire, che intenzioni avrebbe la signora?
3. Oggi entrando in sala insegnanti ho trovato il collega di tecnica – quello con la signorina discinta nell’armadietto – che imprecava sgangheratamente: sfogliando il giornale locale aveva trovato la notizia della nomina di un santo protettore del calcio. In realtà adesso andando in google per cercare conferma ho trovato che c’era già, tale san Mauronto, morto una dozzina di secoli fa, ma quello del collega era uno nuovo, con un cognome che suonava come lettone o lituano o qualcosa del genere. Ma la cosa sconvolgente era la foto della statua, il santo in atteggiamento tipo Madonna col Bambino, solo che invece del bambino stringeva amorosamente al petto un pallone.
4. Obama si prende una gomitata giocando a basket e si guadagna un’intera pagina di giornale: Napolitano per ottenere altrettando dovrebbe come minimo farsi tirare sotto da un tir, mi sa.
5. Buon compleanno a chi compie gli anni.

barbara


30 agosto 2010

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…

La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.
Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più?
Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.
Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.
Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.
In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell.
E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.
Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.
Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace.
Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


22 agosto 2010

FARE I CONTI CON LA REALTÀ

La pace e la realtà

Fra molti segnali di giubilo da parte americana e uno scetticismo più o meno mascherato da parte di tutti gli altri, l'amministrazione Obama ha annunciato l'inizio delle trattative di pace fra Israele e palestinesi (solo quelli di Ramallah, non Hamas che non è gradito e non gradisce) fra una decina di giorni con un vertice a Washington. La pace è naturalmente una cosa buona, ma è una prospettiva lontana. Bisogna chiedersi: al di là dell'effetto positivo sulla traballante campagna elettorale democratica per il voto di midterm di novembre, che cosa verrà davvero da questi incontri?
La speranza naturalmente è un diritto e magari un dovere di chiunque. Ma esiste un punto di equilibrio fra Israele e le istituzioni palestinesi, che continuano a educare i propri figli all'inesistenza di Israele, alla Palestina "dal fiume al mare" e all'"eroismo" dei
"martiri" terroristi suicidi? È ragionevole pensare che questo punto di equilibrio siano quei confini del '49 contro cui il mondo arabo ha fatto quattro volte guerra e i palestinesi hanno organizzato infiniti attentati e che sul piano militare mettono tutta Israele (fra l'altro Tel Aviv, Gerusalemme, l'aeroporto) a portata di razzi tipo quelli che partono ogni giorno da Gaza? È possibile distruggere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria facendo Judenrein il nuovo stato, lasciando però in Israele le popolazioni arabe che gli sono nemiche, magari in attesa che diventino maggioranza ed elimino così lo stato ebraico? E questa "pace", non sarebbe piuttosto secondo la morale islamica una "tregua" da rompere al momento opportuno per cacciare in mare in nemici, come spiegava Arafat ai suoi sostenitori? Quanto varranno eventuali garanzie internazionali? Si è vista l'efficacia dei caschi blu in Libano... È chiaro che la trattativa sarà l'occasione di fortissime pressioni su Israele in queste direzioni. Una soluzione formale, non importa quanto realizzabile e mantenibile, è quello che tutti i "mediatori" vogliono, per poter dire che hanno avuto successo dove prima nessuno era riuscito. Ma se l'America può ritirarsi anzitempo dall'Iraq e magari domani dall'Afghanistan, lasciando ad altri il compito di raccogliere i cocci e illudendosi di non pagare il prezzo di questa ritirata, certo gli israeliani dopo una resa non potrebbero rifugiarsi al di là di un oceano.
Per chi non sia accecato dall'ideologia e veda la dimensione reale del conflitto, si tratta di problemi difficilissimi, di cui non si intravvede una soluzione equilibrata. Sullo sfondo, nel frattempo, continuano ad addensarsi il rischio nucleare iraniano, la crescita dell'islamismo, la rinascente condizione di capro espiatorio assegnata a Israele e agli ebrei in tutto il mondo, la ritirata sempre più precipitosa dell'Occidente nel teatro dello scontro di civiltà. Chi come Netanyahu ha il compito di guidare per Israele questa fase di trattative, si trova di fronte uno dei compiti politici più difficili della storia ebraica, avendo anche alle spalle un paese e un mondo ebraico profondamente diviso su temi decisivi. Come ebrei della Diaspora non possiamo che cercare instancabilmente di ristabilire la verità dei fatti contro la martellante campagna anti-israeliana. E pregare per lui.

Ugo Volli

Proprio questa mattina, riordinando l’archivio, ho ritrovato questo post di due anni e mezzo fa di Sharon Nizza, che mi sembra il miglior commento possibile ai timori di Ugo Volli, e per questo ve lo voglio proporre.


La potenza alienante del fon

Mi sono appena tagliata i capelli. Cortissimi. Non mi piacciono e non so come sistemarli. Proprio stasera che dobbiamo uscire per il compleanno di Janet a Tel Aviv, la città trendy, cool... Sono due settimane che prepariamo questa nottata pazza, all'insegna del cuccaggio e io mi trovo con sto capello... Smanetto il fon, provo con le forcine... Anna ci deve passare a prendere da Mevasseret, sono in ritardo... e ci si mette pure sto capello. Telefono squilla e squilla, non rispondo perché devo sistemare il capello. Squilla. Rispondo. Alessandra "Che vuoi???". "C'è stato un attentato, non le senti le ambulanze?". È vero, ambulanze, elicotteri. Il fon mi aveva isolata dal mondo, sovrastando radio e rumori esterni. Non si sa ancora cosa sia successo esattamente. Accendo tv e computer. 6, 7, 8 morti, minimo, non si sa ancora. Anzi, come dicono sempre gli israeliani: 10 morti. Poi si scopre che 2 sono i terroristi. Sono entrati in fretta e soprattutto furia e hanno sparato ovunque. Almeno 10 feriti in condizioni tragiche. I terroristi erano 2 o forse 3, avevano anche delle cinture esplosive. Due sono stati uccisi, uno sembra sia scappato, non si sa dove. La Yeshivat Harav, la scuola di studi ebraici fondata da Rav Cook, il cuore dell'ebraismo sionista gerosolomitano, si trova vicino all'entrata della città. Vietato avvicinarsi. Come ci andiamo ora a Tel Aviv? Ma la voglia di festa sta passando. La televisione trasmette immagini da Gaza: sparano al cielo, suonano il clacson all'impazzata e gridano urla di gioia sul sangue israeliano.
"Benediciamo l'azione di Gerusalemme e ce ne saranno altre di questo genere" dichiara il braccio armato di Hamas. I gruppi terroristici, che generalmente fanno a gara ad addossarsi la responsabilità di attentati, non rivendicano ancora niente. Strano. Ecco, dicono ora che il terrorista a quanto pare era uno solo ed è stato ucciso.
A Gaza festeggiano, anche noi dovevamo festeggiare. Ma la voglia è passata del tutto. Il capello alla fine, dopo tutti gli smaneggiamenti, stava pure messo bene. Mi sento decisamente stupida e futile. Ultimo aggiornamento: l'attentatore proveniva da Gerusalemme Est.

6/3/2008



Ecco, il terrore, la morte, nella quotidianità degli israeliani irrompono così. E dall’altra parte del confine ogni mattanza di ebrei viene festeggiata. L’incoscienza con cui Obama e i suoi accoliti affrontano queste situazioni – sempre che di incoscienza si tratti, e non di peggio – potrebbe far sorridere, se non fosse che le conseguenze di tale incoscienza la pagheranno, sulla propria pelle – anzi, con la proprio pelle, un infinito numero di israeliani innocenti.

                                                    

barbara


24 giugno 2010

DA UOMO DA MARCIAPIEDE A UOMO DI PENSIERO E DI PAROLA

Capace di dire il fatto suo a un presidente infido e gridare forte che il re è nudo.
Lo avevamo conosciuto come belloccio aspirante stallone, un po’ spaccone, un po’ rozzo, un po’ disonesto, un po’ tanto sfigato. Lo ritroviamo meno giovane, meno scultoreo, ma con le idee ben chiare in testa, e le parole giuste per dirle. Ascoltiamole, dunque.


Presidente Obama:

Lei è stato il primo Presidente americano che ha mentito al popolo ebraico, e anche al popolo americano, quando affermò che avrebbe difeso Israele, l’unico Stato democratico nel Medio Oriente, contro i suoi nemici. Lei ha fatto esattamente l’opposto. Lei ha creato una nomea a Israele al punto da farla apparire il nemico di tutti, e questo ha avuto eco in tutto il mondo. Lei sta mettendo Israele in grave pericolo, promuovendo l’antisemitismo in tutto il mondo.

Lei ha causato questo (danno) al popolo che ha dato al mondo i Dieci Comandamenti e la maggior parte delle leggi che ci governano ancora oggi. Il popolo ebraico ha dato al mondo i più grandi scienziati e filosofi, le cure per tante malattie, e adesso lei fa un gioco assai pericoloso pur di apparire un vero (eroe) martire agli occhi di coloro che lei definisce e riconosce per derelitti. Ma i derelitti che lei difende sono assassini e criminali che vogliono annientare Israele.

In Arizona ci ha messi dentro a una vera e propria guerra civile, difendendo una volta i criminali e una volta i clandestini, creando così sfiducia fra i buoni cittadini, leali e rispettosi delle leggi. La distruzione che Lei sta causando nel nostro Paese potrebbe non essere più rimediabile, e noi non poterci più risanare. Io prego Dio a che Lei si fermi, e spero che la gente in questo grande Paese si renda conto che i suoi programmi non servono al miglioramento delle condizioni dell’umanità, ma unicamente al suo personale vantaggio politico.

Con sincera, accorata e profonda preoccupazione per l’America e Israele,

Jon Voight

aaaaaaaaaa

President Obama:

You will be the first American president that lied to the Jewish people, and the American people as well, when you said that you would defend Israel, the only Democratic state in the Middle East, against all their enemies. You have done just the opposite. You have propagandized Israel, until they look like they are everyone's enemy — and it has resonated throughout the world. You are putting Israel in harm's way, and you have promoted anti-Semitism throughout the world.

You have brought this to a people who have given the world the Ten Commandments and most laws we live by today. The Jewish people have given the world our greatest scientists and philosophers, and the cures for many diseases, and now you play a very dangerous game so you can look like a true martyr to what you see and say are the underdogs. But the underdogs you defend are murderers and criminals who want Israel eradicated.

You have brought to Arizona a civil war, once again defending the criminals and illegals, creating a meltdown for good, loyal, law-abiding citizens. Your destruction of this country may never be remedied, and we may never recover. I pray to God you stop, and I hope the people in this great country realize your agenda is not for the betterment of mankind, but for the betterment of your politics.

With heartfelt and deep concern for America and Israel,

Jon Voight

The Washington Times, June 22, 2010

© Copyright 2010 The Washington Times, LLC

Sono momenti difficili, questi che stiamo vivendo: difficili per Israele, difficili per l’ebraismo, difficili per l’umanità tutta.
E rare sono le voci oneste che hanno il coraggio di levarsi, in questi momenti duri. Particolare gratitudine dobbiamo perciò a quei pochi che possono e vogliono e osano farlo. Grazie Jon.



barbara


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23 giugno 2010

RISPOSTA A UN AMICO

Avevo momentaneamente messo da parte questa lettera, scritta come si vede cinque mesi fa, nella ricorrenza della giornata della memoria. L’avevo messa da parte come si mette da parte il capo di vestiario buono in attesa dell’occasione adatta. Adesso l’occasione è arrivata, e la pubblico.

28/01/2010
Caro Alessandro,
leggo con piacere le tue parole, da cui traspare un sincero amore per il popolo ebraico.
In questo tuo augurio colgo un invito a una discussione sul Giorno della Memoria sull’attualità del conflitto arabo-israeliano.
In particolare parli di “rassegnazione da parte israeliana sia di destra sia di sinistra a gestire da soli la situazione”; questa percezione del conflitto “solo a breve termine” ti sembra “poco saggia, soprattutto in relazione all’Iran e al suo programma nucleare; infine affermi che la diffidenza israeliana verso Obama non ti pare saggia, in quanto è secondo te l’unica figura credibile intorno alla quale possa aggregarsi un consenso.
Vorrei cercare di risponderti e, per farlo proficuamente, devo essere sincero, per cui ti prego di voler considerare (non necessariamente condividere) i miei ragionamenti e miei sentimenti anche se potranno non piacerti.
1. Giorno della Memoria. Purtroppo da quasi 10 anni non mi interessa più. Mi limito solo a una veloce recensione dei fatti di cronaca che ritengo più significativi. Da Durban I, 2001, spaventosa macroscopica dimostrazione di antisemitismo neanche troppo cammuffato da antisionismo, nella praticamente totale indifferenza planetaria, poco dopo subissata dalla retorica della memoria della Shoàh, NON MI INTERESSA PIU'! Da allora ho la pretesa che, prima di commemorare, parlare, ricordare, ecc. la Shoàh, se si è in buona fede, il mio interlocutore mi dimostri che è d'accordo su alcuni principi basilari universali, quali l'eguaglianza degli esseri umani, la parità di diritti/doveri, il riconoscimento alla libertà, autonomia, indipendenza di tutti i popoli, e simili. Nella fattispecie: il diritto del Popolo di Israele al suo Stato libero, democratico e nazionale NELLA TERRA D'ISRAELE (sui cui confini si può discutere).
Rilevo che in piena commemorazione pressocché mondiale delle vittime dell'Olocausto il mondo ha accolto senza praticamente commentare (cioè, per me, in colpevole silenzio) le allucinanti dichiarazioni di Khamenei, a rincaro della dose quotidiana delle minacce di distruzione nucleare di Israele da parte di quel farneticante Ahmadinejad, presidente di uno stato riconosciuto, che siede indisturbato alle Nazioni (dis)Unite, anzi ha presieduto e siede (assieme a altri regimi sanguinari) nella (cosiddetta) Commissione ONU dei diritti umani (clic e clic).



Roba che dovrebbe far voltare lo stomaco al genere umano. Ma così non è. Questo film l'abbiamo già visto nel 38. E s'è visto come è andata a finire, no?
Penso capirai che per me, come per una grandissima parte di ebrei, non c’è bisogno di Giornata di Memoria: noi ricordiamo tutti i giorni i fratelli caduti, massacrati, torturati, annientati, dai tempi del Faraone e in particolare vediamo un collegamento tra la rivolta del ghetto di Varsavia e i caduti in difesa dello Stato di Israele.
2. Conflitto. Il cosiddetto conflitto arabo-israeliano, come tu sai bene, non comincia nel '67, secondo la vulgata oggi detta palestinese, largamente diffusa acriticamente dai buonisti di gran parte del mondo, soprattutto occidentale. Solo persone ignoranti (nel senso "buono", che non sanno) o in malafede possono continuare a credere che questo sia un conflitto territoriale. Se fosse un conflitto territoriale, non credi che dopo quasi un secolo e infinite guerre (peraltro tutte di invasione e/o minaccia di distruzione totale da parte araba, di difesa da parte ebraica prima, israeliana poi; senza parlare di pogrom e terrorismi vari) a quest'ora avrebbe potuto trovare infinite soluzioni, come si è verificato in mezzo secolo per decine di altri casi analoghi al mondo con decine di milioni di profughi, trasferimenti di popolazioni e ridefinizioni di confini?
A proposito di profughi: perché noi contribuenti dobbiamo pagare DUE AGENZIE PROFUGHI dell’ONU, una (assai più modesta), che si occupa di tutti i profughi del mondo; l’altra (assai meglio dotata) ESCLUSIVAMENTE dei palestinesi? E non per qualche anno, ma da 62 anni sine die in saecula saeculorum. Forse che il loro sangue è più rosso di quello degli altri? Non sarà un modo per protrarre all’infinito questa specie di bomba umana, che così pende come minaccia perenne su tutti i tentativi del cosiddetto dialogo? N.B. Nel frattempo i palestinesi sono aumentati da circa 650.000 profughi a circa 4 milioni e mezzo (fonte loro); di vivi, non di morti... Mica male, per chi parla di genocidio palestinese!
Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, soprattutto dopo IL PRIMO attentato alle Torri Gemelle, Al Qaeda, l'11 settembre e ancor più alla luce del fondamentalismo islamico crescente, soprattutto in Europa, ha radici che risalgono ormai a quasi un secolo fa e è un conflitto IDEOLOGICO. Quindi non disposto a compromessi. Col quale dunque non esiste possibilità di trattare. Peggio che trattare con Hitler, come fecero non solo a Monaco, ma anche Stalin-Molotov ecc. ecc. ecc. Personalmente sono arrivato alla conclusione lockiana per cui si deve essere tolleranti con tutti, tranne che con gli intolleranti. Le democrazie che oggi pensano di potersela cavare a buon mercato (ivi inclusa buona parte della Chiesa Cattolica) "trattando" con i fondamentalisti (vedi UCOII) neanche tanto mascherati da moderati verranno travolte e fagocitate, come già fece storicamente l'Islam durante quasi tutta la sua storia. Non è necessaro leggere e studiare (sebbene sia importantissimo) la storia, le religioni ecc., per capire ciò: basta sentire i loro discorsi; loro lo dicono chiaro e tondo.
3. Obama. Secondo il mio modesto, ininfluente parere, Obama: 1. da come parla e da come agisce, dimostra di non sapere (o, peggio fa finta di non sapere, vedi sopra) niente della storia del conflitto; 2. è chiaramente mal consigliato da uno staff di liberal buonisti political correct (a cominciare da Rahm Immanuel, israeliano o ex israeliano di sinistra), i quali (poveretti!) sono rimasti alle categorie precedenti la trasformazione del conflitto (che ormai non è più da tempo locale, ma mondiale) da politico a ideologico, nella fattispecie di una ideologia di cui dimostrano di conoscere nulla; infatti mostrano di credere che basti cambiare approccio, linguaggio (la mano tesa), per indurre il fanatico al dialogo. Ma così non è. Dopo un anno di bei discorsi al mondo, in particolare arabo-islamico, non ha ottenuto altro che sberleffi (politici-diplomatici), come è sotto gli occhi di tutti. Tralascio la buffonata del premio (ig)Nobel per la Pace (sic!) a uno che non ha ancora cominciato a fare niente, tranne appunto solenni dichiarazioni senza effetto; anzi, vorrei ricordare, a uno che continua a mandare truppe dove aveva promesso di ritirarle; anzi, dirò di più, a uno che in quella sede pronuncia il principio che ci sono guerre giuste (a mio parere, una delle poche dichiarazioni giuste che ho sentito). Tralascio che la sua popolarità a un anno dal suo incarico ha raggiunto i livelli minimi della storia americana (vabbe’, c’è la crisi; ma forse anche la politica estera non è stata un granché).
No, caro Alessandro, Obama ha perso la sua credibilità nel momento in cui:
1. in tutti i suoi grandi discorsi all’umanità si è dimenticato di parlare degli ebrei (loro non hanno contribuito alla civiltà?);
2. ha preteso e cercato perfino di imporre le concessioni preliminari solo a una parte, gli israeliani, perdendo quindi la dimensione di arbitro super partes; non solo, così facendo ha indotto l’altra parte a rendere più cara la sua posizione; infatti, come si vede, ha allontanato ancor più il ritorno alla trattativa; a me sembra un fallimento; a te no? Potrei aggiungere la grave gaffe di quel poveraccio di Mitchell (in quanto, poveretto! crede che si possa trattare questo conflitto come quello anglo-irlandese), che è arrivato a ventilare l’ipotesi di sospendere i cosiddetti aiuti americani a Israele: bel modo di presentarsi come negoziatore, non c’è che dire!
Non mi sembra accettabile, almeno in linea di principio, il tuo invito a cogliere l’occasione Obama da parte degli israeliani; gli israeliani sono profondamente delusi, sentono l’allontanamento di questa Amminstrazione e io penso che non siano imbecilli. Obama è stato eletto dal suo popolo, non dagli israeliani; quindi, se gli americani sono contenti, lo rieleggeranno. Gli israeliani eleggono i loro governi e questo governo Netaniahu, che mostra coraggio e impegno, sa (quasi) tener testa a Obama, affronta la crisi con successo ecc., gode di ampio consenso. Questi sono i fatti.
Ma, al limite: se domani Obama o chi per lui vorrà ribaltare l’alleanza con Israele, ebbene, cosa dovrebbero fare gli israeliani? Prostituirsi? Anche questo film (più in piccolo) l’abbiamo già visto, basti pensare a De Gaulle. Gli israeliani hanno sostanzialmente coscienza che alla fine della fiera devono essere sempre attrezzati a cavarsela da soli. Hai presente quando Israele era sotto il boicottaggio da parte del mondo arabo e fin dai primi anni ’50 nessuna multinazionale vendeva agli israeliani, niente farmaceutici, niente cocacola e blablabla. Oggi Israele ha una della più grandi multinazionali al mondo nei farmaci e altri fior d’aziende, tutte nate e sviluppate con iniziativa privata. Voglio dire: questo popolo ha deciso da tempo: non ci fidiamo di voi, perché in tutte le epoche ci avete mandato al macello. Macello per macello, abbiamo deciso di morire da uomini liberi per la nostra indipendenza. Non vediamo molte alternative.
Quando Begin fece bombardare O’Chiraq (!) in Iraq, rendendo un grande servizio non solo alla sua sicurezza, ma al mondo (giusto l’altro ieri gli iracheni hanno impiccato Alì il chimico), il mondo ebbe l’impudenza di coprire Israele di ogni genere di condanna: peggio, è di questi giorni la notizia che il governo (!?) iracheno sta intentando causa per danni a Israele, in quanto qualcuno, quasi 30 anni dopo, si è ricordato che nella condanna delle NU è menzionato il dovere di risarcimento da parte di Israele. Mi fa ricordare il lupo e l’agnello; siamo nelle mani di una giustizia da Alice nel Paese delle Meraviglie.
Avrei molte altre cose da dire, ma già mi sembra di avere forse un po’ esagerato.
Sento tuttavia di non poter finire senza aver chiarito (altro invito che colgo implicito nelle tue parole) che non dialogo con chi denigra, calunnia, demonizza: mi riferisco ai toni e ai falsi argomenti che inondano la polemica sul conflitto e oscurano l'essenza e i veri problemi da affrontare, tipo: "gli israeliani fanno ai palestinesi quello che fecero i nazisti agli ebrei"; "il Davide palestinese che tira le pietre contro il Golia israeliano"; "il genocidio dei palestinesi a Gaza", ecc. Siamo arrivati al punto che l'ONU affida a quel povero mentecatto o peggio in malafede di Goldstone (un giudice sulla cui serenità di giudizio ci sarebbe da avere paura per chi avesse la disavventura di essere giudicato da uno che valuta dichiaratamente in maniera parziale i documenti e le testimonianze, un giudice che accetta di presiedere una commissione in cui siede un'altra "giudice" spontaneamente dichiaratasi di parte) un'indagine sui presunti crimini di guerra commessi da Israele durante l'operazione "Piombo fuso", quasi sottacendo gli accertati crimini di guerra di Hamas e altri (che si nascondono in abiti civili, si fanno scudo di civili e hanno sparato circa 8.000 razzi in Israele per circa 8 anni, senza parlare del traffico di armi, droga e altro). Per non parlare del solito mantra dell'uso non proporzionale ecc. ecc. ecc. Invece noi italiani, europei, NATO, americani ecc. in Kossovo siamo stati bravi e buoni, no? o non abbiamo bombardato indiscrinatamente, causando stragi di civili? E anche adesso in Afganistan e dintorni, coi droni e mica droni, noi siamo civili e proporzionati, vero? noi abbiamo cura di non ammazzare mai i civili, vero? Epperò, se càpita (e capita di regola), pazienza, è il prezzo che si paga nella guerra asimmetrica contro il terrorismo. Quindi per tutti gli altri niente commissioni, niente criminalizzazioni. Solo per gli israeliani. Tutti i leaders, i politici e i militari dei Paesi summenzionati possono naturalmente girare liberamente per il mondo. Solo i leadrs, i politici, i vertici militari e persino i subordinati non sono liberi di girare per il mondo (inteso come mondo "illuminato", democratico, "civile"), perché, come è già successo in Spagna, oggi in Inghilterra e altri paesi, lì sì che c'è giustizia e quindi giustamente basta che qualunque cittadino o organizzazione di (sedicenti) diritti umani (meglio se ONG, che risponde solo a se stessa) faccia denuncia per crimini contro l'umanità, che subito giudici solerti spiccano ordini di cattura. Infatti, come tutti sanno, in Israele, che è uno sporco regime razzista, non c'è giustizia, né tribunali indipendenti, né libere elezioni, né separazione dei poteri. VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA!
Per essere ancora più chiaro: ritengo antisemita e/o antigiudeo chi nega il diritto all'esistenza non solo degli ebrei, ma anche del loro stato. L'antisionismo non è che un'altra forma di antisemitismo, soprattutto oggi, che dichiararsi antisemiti non sembra più tanto decente, in quanto l’antisionista nega agli ebrei il diritto alla loro libertà, autonomia, indipendenza nello Stato democratico d'Israele in Terra d'Israele.
Spero che tu non me ne voglia, se il mio tono è stato un po' appassionato, ma ho cercato di essere sincero.
Un cordiale saluto
Matteo di Giovanni

Cinque mesi sono passati dalla stesura di questa lettera, e sono serviti a dimostrare quanto fosse esatto tutto ciò che vi è scritto, in particolare quanto sia giusta e fondata la diffidenza nei confronti di Obama, quanto devastante la sua politica, quanto palese la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti di Israele. A noi, uomini e donne di buona volontà, non resta che rimbocarci le maniche e raddoppiare il nostro impegno.

barbara


6 maggio 2010

VUOI UN'AUTO A RISPARMIO ENERGETICO?

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Se invece vuoi leggere qualcosa di bellissimo, intelligentissimo, interessantissimo, vai qui, qui e qui.

barbara


8 aprile 2010

E ADESSO PARLIAMO UN PO’ DI EBREI E DINTORNI

Con amici così, chi ha bisogno di nemici?

Siamo "permalosi", ci manda a dire il vescovo di Cerreto Sannita Michele De Rosa il quale, partendo dallo scivolone di padre Cantalamessa che citando un "amico ebreo" aveva azzardato un paragone tra antisemitismo ed i presunti attacchi in corso nei confronti del Papa, si produce poi in un vero e proprio sfogo nel quale sembra confessare di non poterne più delle pretese di questi ebrei : ''Preghiamo perché si convertano e non va bene, abbiamo tolto l'espressione 'perfidi giudei', e non va bene, papa Benedetto XVI ha cambiato la preghiera del Venerdì Santo nella messa tridentina, e non va bene. Bisogna sempre chiedere scusa ogni volta, mi sembra ci sia una reazione esagerata''.
"...Capisco che abbiano sofferto con l'Olocausto, ma non possono farne una bandiera...", è un'altra "perla" del De Rosa pensiero.
Il Vescovo De Rosa è membro della Commissione CEI per l'ecumenismo e il dialogo e, a parte lo stress che pare aver accumulato, mi conferma ancora una volta la saggezza di un detto americano che spesso mi viene ricordato : "con amici così, chi ha bisogno di nemici?!".
Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Eh già, Israele ha per amico Obama, che non vede l’ora di svenderlo al miglior offerente, anzi, a un offerente qualsiasi, senza neanche provare a impuntarsi sul prezzo. E gli ebrei tutti hanno per amico Sue Eminenza Reverendissima Monsignor Michele De Rosa, vescovo di Cerreto Sannita, talmente buono che arriva perfino a capire – aprite bene le orecchie perché questa è forte davvero – che abbiano “sofferto con l’Olocausto”, e non è certo colpa sua se quelli se ne approfittano e con questo olocausto stanno spaccando i marroni al mondo intero. E ci sta molto bene, per restare in tema, la perla odierna, l’ennesima, dello strepitoso Tizio della Sera.

Meglio mai che tardi

Sessantamila anziani che hanno sofferto le persecuzioni dei ghetti riceveranno un vitalizio dal governo tedesco. Considerata l'attesa di vita di questi sessantamila ebrei, la notizia ridefinisce in modo drastico il significato della parola vitalizio.

Il Tizio della Sera

E poi, certo, visto che oltretutto si è nominato Obama, non può mancare lui.

barbara


6 aprile 2010

UNA STORIA ALTERNATIVA - MA NON TROPPO

Cari amici,

la storia è questione di combinazioni, a volte di alchimie personali. Chi avrebbe immaginato negli anni scorsi un presidente personalmente ostile ad Israele, serenamente convinto che il suo compito principale in politica estera fosse rappacificarsi il mondo islamico, e ben deciso a regolarsi di conseguenza, a usare cioè Israele come moneta di scambio con gli arabi, sia pure fra oscillazioni, incertezze e confusioni - e soprattutto di ipocrisie e falsità? Nessuno forse. Eppure la situazione è questa.
Il 3 giugno 2008, in piena campagna elettorale davanti all´assemblea dell´Aipac, l´associazione ombrello filo-ebraica americana, aveva dichiarato: "any agreement with the Palestinian people must preserve Israel's identity as a Jewish state, with secure, recognized and defensible borders.
Jerusalem will remain the capital of Israel, and it must remain undivided." [ogni accordo con il popolo palestinese deve preservare l´identità di Israele come Stato ebraico, con confini sicuri, riconosciuti e difendibili. Gerusalemme resterà la capitale di Israele e non deve essere divisa] (trovate qui il testo del discorso: http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=91150432). Del resto da quindici anni c´è in America una legge che stabilisce esattamente questo (per un riassunto vedi qui: http://www.justice.gov/olc/s770.16.htm) Quella di Obama era però n realtà pura ipocrisia, menzogna consapevole o adulazione per ottenere qualche voto ebraico, come in effetti accadde. Poi, una volta eletto, Obama ha cambiato idea come sappiamo, o meglio ha tirato fuori le sue vere idee e ha detto e fatto ben altre cose. Vi prego davvero di perdere cinque minuti su questo link per vedere il comportamento di Obama, al di là delle esaltazioni giornalistiche: http://www.youtube.com/watch_popup?v=tCAffMSWSzY#t=28 .

Certo, non è la prima volta che un presidente americano è ostile agli ebrei e a Israele. Lo era Jimmy Carter, a modo suo lo era anche Eisenhower. Ma che sarebbe successo se al posto di Roosvelt a fronteggiare Hitler ci fosse stato un Obama, con la capacità di muovere la stampa e la società americana che ogni amministrazione americana ha? Molti di voi si ricorderanno di un romanzo di Philip Roth , intitolato "Il complotto contro l´America", uscito in italiano da Einaudi qualche anno fa, in cui presidente degli Stati Uniti diventa Charles Lindbergh, fanatico antisemita e ammiratore di Hitler, come in effetti l´aviatore era. Le conseguenze sono quelle che potete immaginare: la fine della democrazia e una persecuzione antiebraica estesa anche sull´America. Obama non è questo, naturalmente, non è un razzista antisemita dello stile hitleriano; ma chiaramente pensa che l´interesse americano sia di non farsi coinvolgere nelle storie di Israele e degli ebrei e che sia meglio allearsi con gli arabi che sono molto di più, hanno il petrolio e si presentano anche come vittime del colonialismo.
Ma, ripeto la domanda, che sarebbe accaduto se ci fosse stato un Obama a guidare l´America durante la seconda guerra mondiale, con tutta l´approvazione dei media autorevoli e degli opinion leader di cui gode ancora oggi, dopo un anno e passa di fallimenti internazionali? Grazie a un miracolo di internet, ho ricevuto una copia del New York Times proveniente da questo corso storico alternativo (sapete che c´è una seria teoria fisica per cui tutti i mondi possibili coesistono come universi paralleli...), e ve lo faccio leggere qui a fianco. Con molta angoscia, perché mostra com´è sottile il filo che ci porta a essere dove siamo. Ma anche con fiducia. Perché nella storia vi sono delle forze capaci di controbilanciare anche un presidente come Obama.

Ugo Volli



Ecco, questa è l’impareggiabile cartolina di ieri del come sempre impareggiabile Ugo Volli. E per pareggiare i conti con ciò che ho lasciato in sospeso, vi mando a leggere anche la cartolina dell’altro ieri e quella di oggi, che parla di miracoli in Terra Santa, che si chiama Santa appunto perché là ne succedono uno sfracello, di miracoli, come quello del salesiano ucciso dai perfidi giudei il 2 aprile 2002, notizia rimbalzata da tutte le agenzie di stampa, ripresa da tutti i giornali, talvolta anche con dovizia di particolari, cosa aveva fatto prima di morire eccetera eccetera e poi niente, è resuscitato, più bello e più vispo che pria. Per non parlare del miracoloso miracolo di Cana, molto più miracolosissimo di tutti gli altri miracoli in quanto avvenuto proprio sotto la lente del fotografo, no, non sto parlando dell’acqua mutata in vino, no, sto parlando del morto-alzati-e-cammina della guerra in Libano di tre anni e mezzo fa, resuscitato proprio proprio nel momento preciso in cui lo stavano fotografando, quindi un miracolo vero, un miracolo documentato, alla faccia degli scettici che dicono se non lo vedo non ci credo, ecco, guardate un po’ qua e portate a casa, tiè!

barbara


27 marzo 2010

OCCIDENTALI SCOSTUMATE?

Ci pensiamo noi!

E poi uno e due.

barbara


15 gennaio 2010

UGO VOLLI DÀ I NUMERI

E siccome mi sembrano numeri decisamente interessanti, li faccio leggere anche a voi.

Quanti ex terroristi una volta usciti dalla prigione ricascano nel vizietto di ammazzare quelli che capitano a tiro ?

Cari amici, cosa pensate delle statistiche? Appartenete anche voi alla scuola di pensiero del Papa che di recente ha condannato insieme, senza darci troppo peso, come se fosse un'ovvietà, astrologi ed economisti come venditori di fumo? Sono perfettamente d'accordo sull'infondatezza dell'astrologia, parecchi anni fa ho anche scritto un libro per argomentarla, ma perché prendersela con gli economisti? La loro è una scienza basata sulla matematica, le cui fonti empiriche sono statistiche e quindi per definizione soggette a incertezza.
Dico questo non perché ambisca a consigliarvi su cosa fare coi vostri soldi: se ne avessi sarei praticamente sicuro di perderli, qualunque investimento facessi. Ma perché vorrei sottoporvi una strana statistica. La questione non è economica ma politica, o anzi giuridico-militare: quanti ex terroristi una volta usciti dalla prigione ricascano nel vizietto di ammazzare quelli che capitano loro a tiro, così, per esprimere la loro fede? Non fate scommesse, la risposta è complicata e incerta, ma importante. L'Associated Press ha diffuso dati per quelli che sono usciti da Guantanamo. E la risposta non è univoca. Anzi, di risposte ne abbiamo non una ma tre. Verso gennaio dell'anno scorso, prima che il buon Obama iniziasse la sua premiatissima e confusissima presidenza, gli ex detenuti del campo cubano che fossero stati individuati di nuovo dai servizi segreti americani come terroristi attivi erano valutati intorno all'11 per cento sul totale. Badate, non è poco, considerate le difficoltà logistiche per raggiungere il fronte, quelli che sono passati ad altre forme di confino o di prigione, i feriti e malati; considerate infine che Guantanamo non dev'essere stata un'esperienza proprio piacevole, che una persona non motivata potrebbe voler rischiare di ripetere. Il 10 per cento che ha ricominciato è proprio ostinato.
Be' ad aprile, secondo quel che racconta l'Associated Press, gli irriducibili erano già saliti al 14 per cento. E a dicembre questo che mi permetto di chiamare Effetto Obama era già decollato fino al doppio, il 20 per cento di ricadute complessive. Aspettiamo altri dati per vedere se cresce ancora, ma la tendenza è chiara. Essa può significare due cose: o che le ricadute accadono dopo un periodo diciamo così, di riposo o di latenza o ancora che la capacità dei servizi di individuare i terroristi bis cresce col tempo; oppure che gli ultimi terroristi sono più irriducibili dei primi (le ricadute devono essere più del doppio, valutiamo a spanne intorno al 30% almeno, per pareggiare i conti al 20% compensando i tassi più bassi dei primi); il che non sorprende, considerato che i primi rilasciati sono stati quelli meno pericolosi e poi, evidentemente a malincuore, chi ha amministrato questo aspetto della politica di sicurezza americana ha ceduto alle pressioni ideologiche dell'amministrazione e ha dovuto rilasciare anche i tipi più tosti. Col risultato di avere rimesso in circolazione alcune centinaia di sperimentati quadri terroristi, con il prestigio di chi ha resistito alla prigione e la capacità di diffondere il contagio.
Certamente questo fatto va accostato alla considerazione che anche gli assassini palestinesi che hanno ammazzato un rabbino un paio di settimane fa erano ex internati in una carcere israeliana, rilasciati in uno dei periodici "atti di buona volontà" verso l'Autorità Palestinese, che in realtà non servono affatto a migliorare la situazione sul terreno in Eretz Israel, ma solo a dare un piacevole, ma purtroppo transitorio senso di onnipotenza a politici e burocrati di Washington. Fatto sta che se il governo israeliano rilasciasse il migliaio di terroristi richiesto da Hamas, si troverebbe probabilmente di fronte lo stesso effetto: chissà quante decine e centinaia di assassini provetti in attività dal giorno dopo. Il che spiega la prudenza israeliana su questo scambio e soprattutto la resistenza a lasciarli tornare in Cisgiordania, dove potrebbero facilmente fare danni da subito. Sono statistiche, ma forse è meglio fidarsene ed essere prudenti che affidarsi ad astrologi e professionisti dei diritti umani (intesi come diritti degli assassini e non delle vittime). Voleva dire questo il papa? Probabilmente no. Ma oltre all'astrologia esiste anche un'economia del terrorismo. Che non è certo quella piuttosto complottista di Loretta Napoleoni - ma questo è un altro discorso.

Ugo Volli

Altri numeri interessanti li trovate qui e qui. Non che con questo ci si illuda che i duri e puri si decidano ad aprire gli occhi su Obama e sulla catastrofe planetaria che quest’uomo rappresenta, per carità, qui è da un pezzo che si è smesso di credere a Babbo Natale, ma insomma, ognuno fa la sua parte, ognuno porta il suo sassolino, si fa quello che si può. Con la certezza che, se non altro, nessuno può invocare l’attenuante dell’ignoranza in buona fede.

barbara


10 gennaio 2010

OGGI ANDIAMO PER CARTOLINE

La strage dei copti testimonia il modo con cui l'islam affronta la dhimmitudine

Cari amici, vorrei organizzare un viaggio a Nag Hamadi. Sapete che cos'è? No? Eppure è un posto a soli 450 kilometri dal Cairo, molto importante per la cristianità, per due ragioni molto diverse. Wikipedia spiega che è "è una cittadina situata nel Governatorato di Qina (Egitto centrorientale), con una popolazione di circa 30.000 abitanti. È importante centro agricolo per la produzione di zucchero, a cui si affianca l'industria dell'alluminio e del cemento", la quale "fu nota anticamente con il nome di Chenoboskion, "recinto per oche". Ma le ragioni importanti sono altre. Una risale a sessantacinque anni fa, quando in una giara di terracotta, accanto a un monastero copto, vi furono trovati tredici papiri risalenti al III o al IV secolo, i cosiddetti "vangeli gnostici": testi di straordinario interesse su cui archeologi e teologi non si sono stancati di discutere.
La seconda ragione risale a un paio di giorni fa, alla vigilia di quella che in Europa è l'Epifania e nel calendario giuliano che i copti adottano ancora (come gli Armeni ecc.) è Natale. Come certamente avete letto, all'uscita della messa di Natale di quel paesone, c'è stato un assalto a sangue freddo da parte di un terzetto di persone su una macchina che hanno sparato sulla folla dei fedeli con armi automatiche, facendo sette morti e almeno nove feriti (http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_07/egitto-massacro-copti_45292ad8-fb7b-11de-a955-00144f02aabe.shtml). È un evento importante, così importante che io vorrei aprire una sottoscrizione per mandare in gita a Nag Hamadi quei preti dei presepi con le moschee di cui vi ho scritto l'altro giorno, i loro vescovi, l'intera Caritas, i religiosi della Consolata, insomma tutta quella brava gente cattolica che pensa di avere la missione di convincerci ad accogliere con gioia l'invasione, pardon, l'immigrazione islamica (e anche la loro controparte laica, protestante, valdese ecc., naturalmente). Una gita di massa, per una volta utile, invece delle vacanze a Gaza e in Cisgiordania. Utile come potrebbe essere spedire i gruppettari in Iran, perché si rendano conto di cos'è la repressione.
Perché è importante l'"incidente" di Nag Hamadi (dove la polizia naturalmente si è messa subito a imbrogliare le carte, parlando di faida, della vendetta per uno stupro e altre bizzarre giustificazioni)? Forse perché è un caso unico, eccezionale, uno straordinario "martirio" da testimoniare coi propri occhi? No, tutto il contrario, utile perché è la regola, quel che accade sempre, il modo standard con cui l'Islam affronta la diversità religiosa. Per dirne una sola, pochi giorni fa, a un centinaio di chilometri da lì, hanno bruciato un edificio, perché volevano aprirci una chiesa. E per soprammercato se la sono presa con le case della comunità copta (che, vi ricordo, sono i Cristiani convertiti nei primi secoli, eredi dell'Egitto antico ed ellenistico, conquistati dall'Islam con la forza nell'ottavo secolo).
Il fatto è che le cose vanno avanti così da dodici secoli, dalla conquista islamica dell'Egitto: violenze, intimidazioni, minacce, omicidi, pogrom, dissacrazioni... e di conseguenza conversioni di quelli che non ne possono più. E non è che questo accada specialmente contro i copti: contro gli ebrei, i cristiani di altre confessioni, contro tutti i non musulmani. Il modo standard di trattare le religioni "protette" (per i politeisti il Corano prescrive la morte immediata). E non solo in Egitto: in Arabia, nei territori palestinesi, nella "democratica" Turchia, dappertutto, in tutto quel delizioso "territorio della pace" che gli islamisti considerano loro per sempre e di cui non sono disposti a cedere neanche un millimetro, come in Israele. Quelli che ci invitano ad accogliere con favore i fratelli musulmani, preparano esattamente questo avvenire per i nostri nipoti. Speriamo che ci ripensino, per questo vorrei offrire loro un bel viaggio a Nag Hammadi, perché capiscano e meditino.
Non siete convinti? Guardate, ci sono classifiche per tutto. E per caso proprio ieri è uscita in rete la classifica dei paesi che opprimono di più i cristiani, aggiornata a tutto il 2009. La compila un'organizzazione che si chiama "Open doors"; il suo sito è questo: http://members.opendoorsusa.org/site/DocServer/WWL2010_test.pdf?docID=5801. Ma per risparmiarvi la fatica vi ho ricopiato nell'ordine l'elenco, anzi la classifica dei peggiori, cioè dei primi 50. Eccola: Korea North; Iran; Saudi Arabia; Somalia; Maldives; Afghanistan; Yemen; Mauritania; Laos; Uzbekistan; Eritrea; Bhutan; China; Pakistan; Turkmenistan; Comoros; Iraq; Qatar; Chechnya; Egypt; Vietnam; Libya; Burma/Myanmar; Azerbaijan; Algeria; India; Nigeria; Oman; Brunei; Sudan; Kuwait; Tajkistan; United Arab Emirates; Zanzibar Islands; Turkey; Djibouti; Morocco; Cuba; Jordan; Sri Lanka; Syria; Belarus; Tunisia; Ethiopia; Bangladesh; Palestinian Territory; Bahrain; Indonesia; Kyrgyzstan; Kenya (North East). Dei primi cinquanta, 39 sono paesi islamici, membri dell'OCI (organizzazione della conferenza islamica, il nuovo califfato, come la chiama Bat Ye'or. Altri sette sono paesi comunisti o ex da poco, gli altri sono dittature militari o fanatici induisti. Paesi occidentali non ce n'è, Israele naturalmente non figura, anzi praticamente nessuno fra i paesi citati ne riconosce l'esistenza; fra tutti solo l'India si può ragionevolmente definire una democrazia.
Insomma, chi perseguita i cristiani sono essenzialmente dittatori, islamisti e comunisti. Soprattutto, di gran lunga soprattutto gli islamisti. Quand'è che i bravi cattolici democratici capiranno che il nemico mortale non è l'Occidente, il consumismo, il laicismo, l'indifferenza religiosa, ma la violenza organizzata del fanatismo politico e religioso anti-occidentale? Quando si renderanno conto che eventi come Nag hammadi non sono occasionali, ma conseguenze di un metodo millenario? Quando smetteranno di pensare che il dialogo e l'accoglienza risolvono ogni cosa? Chiedeteglielo. E aiutatemi, anzi aiutateli, mandate un po' di questi preti e cattolici "di base" a parlare con i copti (o con chi condivide lo stesso destino in Siria o in Turchia). Forse capiranno che non si può servire la Croce e la Mezzaluna (o la Falce e Martello) allo stesso tempo.

Ugo Volli

In effetti lo ha detto anche Gesù che non si può servire Dio e Mammona, e bene fa Ugo Volli a condividere, parafrasandolo, il pensiero del suo antico correligionario. E dopo questa cartolina dell’altro ieri che non potevo, per il suo contenuto e per la carica di indignazione che contiene, relegare a un link, vi invito a leggere anche quella di ieri. Riporto invece interamente – e poi capirete perché – quella di oggi.

Voglio i danni per l'incendio di Gerusalemme nel '70 e.v.

La sapete l'ultima? Eccola, l'Iraq chiede a Israele i danni per aver distrutto nel 1981 il reattore nucleare di Osirak dove Saddam cercava di produrre le armi atomiche. Sembra una barzelletta, no? Ma è vero, lo ha detto un parlamentare iracheno, Muhammad Naji Muhammad, al giornale altrettanto iracheno al-Sabah. E sapete da chi sta cercano aiuto il governo iracheno per ricevere la giusta compensazione per non essere lasciato in pace a completare il compito lasciato interrotto dalla buonanima dello zio Adolf? Ma dall'Onu, naturalmente. Sembra una barzelletta, lo stato che ha gasato i curdi, che ha invaso il Kuwait, che ha attaccato l'Iran eccetera eccetera, che durante la prima guerra del golfo ha spedito i suoi missili con gas velenosi sulle città di Israele che in quella guerra non combatteva, be' quel paese vuole i danni per non aver potuto fare la Bomba.
Ma è qualcosa di più di una barzelletta, è una moda. La guerra legale contro Israele ("lawfare") si è estesa dai tribunali penali a quelli civili. Senza parlarne coi giornali, ma evidentemente con metodi efficaci, l'Onu ha raggiunto un accordo con Israele per farsi compensare con qualche milione di dollari i danni subiti dalle sue istallazioni durante l'Operazione piombo fuso. Di lì sparavano i cecchini di hamas, ma evidentemente questo non conta.
Il ministro degli esteri israeliano ha inoltre avvertito che oltre ai soliti mandati di arresto inglesi contro ufficiali e governanti israeliani, sono da mettere in conto cause civili nei tribunali americani contro i comandanti militari israeliani per i danni prodotti alle proprietà private nella stessa guerra.
Ultimo, come sempre, ma più fracassone di tutti è venuto fuori Ahamadinedjad, che ha dichiarato alla televisione di volere dall'America e dalla Russia i danni per l'invasione subita dalla Persia durante la seconda guerra mondiale. "Altro che sanzioni, ha detto in sostanza il presidentucolo, quelli ci devono dei soldi."
Insomma, la politica internazionale si fa sempre di più con l'arma della legge. Che questa mescolanza rovini la politica e anche la legge (e pure la storia, dati i tempi di cui si parla) non importa niente a nessuno (in particolare non agli avvocati, figuratevi le parcelle). Del resto gli stati del Terzo mondo non vogliono compensazioni per i crimini dell'imperialismo e dello schiavismo, avvenuti per lo più un paio di secoli fa? Io spero solo che il sindaco di Roma Alemanno faccia una bella causa alla Spagna per il sacco di Roma, deciso da Carlo V. Col ricavato, potrebbe forse pagare i danni dell'incendio di Gerusalemme del 70 dC, ad opera dell’imperatore Tito. Sperando che l'Egitto non cerchi di rivalersi per le 10 piaghe (ma forse per loro il Destinatario è sconosciuto...)

Ugo Volli



Carina la battuta sull’Egitto, vero? Solo che, ecco, Ugo Volli non lo sapeva, ma non è affatto una battuta … Leggete un po’ qua:

Un processo contro il popolo ebraico 25-08-03

Non sappiamo come dare ai nostri lettori questa notizia. È talmente assurda da sembrare falsa, ma una volta accertata la sua autenticità rimane da chiedersi come reagire, se scuotendo con disappunto la testa, se prendendosela con la eterna e sempre sorprendente stupidità umana, o se semplicemente sorridendo amaramente.
Nel numero del 9 agosto scorso il settimanale egiziano Al-Ahram Al-Arabi ha dato spazio ad una intervista con il dott. Nabil Hilmi, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Al-Zaqaziq.
L'illustre ed illuminato docente, coadiuvato da altri suoi colleghi, sta preparando una causa civile contro il popolo ebraico nella sua totalità. Ecco quanto egli afferma:
"Poiché gli ebrei fanno svariate richieste agli arabi ed al mondo, e pretendono il riconoscimento di diritti basati su fonti storiche e religiose, un gruppo di egiziani che vivono in Svizzera ha aperto il caso del cosiddetto "grande esodo degli ebrei dall'Egitto dei Faraoni". A quel tempo, essi rubarono all'Egitto dei Faraoni oro, gioielli, utensili di cucina, ornamenti d'argento, abiti ed altro, lasciando il paese a notte fonda con questo oggi inestimabile patrimonio".
Il capo degli egiziani emigrati in Svizzera, Gamil Yaken, ha fatto ricerche storiche ed ha nominato una squadra di giuristi per ottenere dal tribunale la restituzione di quanto gli ebrei rubarono allora. Questo furto non può essere vanificato appellandosi al tempo trascorso, ed è comprovato dai testi sacri degli ebrei.
Il Faraone era rimasto esterrefatto, continua Hilmi, al vedere le donne egiziane che piangevano per quanto era stato loro rubato nel corso della più colossale rapina che la storia ricordi.
Questo furto, secondo Hilmi, è in perfetta armonia con "la moralità ed il carattere degli ebrei", ed egli cita alla lettera dialoghi fra il Faraone e le donne del tempo, che descrivevano nei dettagli al loro sovrano gli oggetti rubati.
Una indagine di polizia ordinata dal Faraone svelò che Mosè ed Aronne, a causa "della natura perversa degli ebrei", avevano ordito questo crimine con la complicità dei rabbini, e malgrado il desiderio del popolo egiziano di essere loro amico.
Secondo il calcolo molto minuzioso di Hilmi e dei suoi esperti, considerando anche gli interessi maturati e la svalutazione, sulla base del peso dei preziosi rubati, egli valuta che si debbano moltiplicare 300 tonnellate d'oro per 5.758 anni, con il risultato di 1.125 trilioni di tonnellate d'oro al valore attuale. Per non parlare del valore degli altri beni.
Ma, bontà sua, egli proporrà al tribunale un compromesso onorevole: che agli ebrei, cioè, sia concesso di restituire questi beni frazionandoli in mille anni.

Federico Steinhaus



Sì, lo so che è banale dire che la realtà supera la fantasia, ma che altro dire di fronte a questa cosa? Caro Ugo Volli, rassegnati: gli arabi, in fatto di fantasia – soprattutto quando si tratta di estorcere e rapinare prendendo per i fondelli l’intero pianeta - ti mangiano la pappa in testa!

barbara


10 dicembre 2009

CHILOMETRI ZERO

È il must del momento, l’imperativo categorico che si porta nelle ultime stagioni, la raccomandazione in cui ci imbattiamo a ogni angolo di strada: chilometri zero! Che cosa significa? Che dobbiamo comperare non solo frutta e verdura rigorosamente di stagione, ma di ogni sorta di cibi dobbiamo scegliere di acquistare quelli prodotti più vicino a casa nostra, in modo da ridurre il più possibile l’impatto ambientale, riducendo se non addirittura eliminando il trasporto e quindi l’inquinamento eccetera eccetera. Bello. Però il fatto è che il latte prodotto nella centrale che sta a due chilometri da casa mia, con il latte che gli portano i contadini della zona, costa un euro e venticinque al litro. Quello che arriva dall’Austria costa settantaquattro centesimi. Quello che arriva dalla Germania ne costa 65. E la mia domanda è: ma a me chi li rimborsa quei sessanta centesimi di differenza? Perché diavolo dovrei spendere il doppio invece che la metà? Perché dovrei fare gli interessi di tutti meno che i miei? Poi oltretutto uno va a leggere questo, dove ritrova tutto quello che da una vita ha sempre pensato … (E poi, visto che c’è almeno un elemento in comune può sempre andarsi a leggere anche questo)

barbara


22 novembre 2009

LA PACE IN MEDIO ORIENTE PARTE DAL RISPETTO

di Ronald S. Lauder, presidente del Congresso mondiale ebraico
Pubblicato il 26.08.09, Opinioni su Israele


Nota per Obama: I palestinesi non hanno ancora riconosciuto lo stato ebraico

Più di un presidente americano ha cercato di portare la pace in Medio Oriente, e più di uno ha fallito. Così, nell’illustrare il suo prospetto per una soluzione globale al conflitto di Israele con i palestinesi e con il mondo arabo in generale, l'amministrazione Obama farebbe bene a prendere nota di alcuni potenziali insidie.
Regola n. 1: rispettare la sovranità degli alleati democratici. Quando persone libere in una democrazia esprimono le proprie preferenze, gli Stati Uniti dovrebbero rispettare le loro opinioni. L'attuale amministrazione non deve cercare di imporre idee ad alleati come Israele.

Riconoscimento e rispetto reciproci - L'amministrazione farebbe bene a tener conto del continuo rifiuto palestinese di riconoscere Israele come Stato-nazione del popolo ebraico. Questa non è una questione banale. Una soluzione a lungo termine può essere forgiata solo sulla base del reciproco riconoscimento e rispetto. Negare l'essenza stessa del progetto sionista – ricostruire l’antica patria del popolo ebraico - significa rimettere in discussione la serietà del proprio impegno per la pace. È una triste realtà dell’approccio palestinese al processo di pace che il rifiuto della patria degli ebrei non è semplicemente contenuta nell’apertamente anti-semita leadership di Hamas. Si tratta di una convinzione diffusa in tutto lo spettro delle opinioni palestinese. Questa è una realtà con cui si devono fare i conti.

Rifiuto arabo - La leadership di oggi non deve mai dimenticare che il cuore delle cause storiche del conflitto è il costante rifiuto dell’esistenza di Israele da parte del mondo arabo.
La soluzione dei due Stati è stata accettata dalla leadership israeliana dell’epoca pre-naionale, guidata da David Ben-Gurion nel 1947, quando approvò il piano di spartizione delle Nazioni Unite contenute nella Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale. Gli arabi la respinsero categoricamente.
Come Segretario di Stato Hillary Clinton lo sa fin troppo bene, il piano di pace del presidente Bill Clinton nel 2000 naufragò a causa del rifiuto palestinese dello stato ebraico, anche quando Israele, ancora una volta, accettò il loro diritto ad avere uno Stato.
È pericoloso negoziare con i terroristi - anche recenti esperienze in Europa offrono lezioni sui pericoli di negoziare con i terroristi. Per tutto lo scorso anno funzionari di Gran Bretagna, Francia e l'Unione europea ha avuto colloqui con funzionari dell’"ala politica" di Hezbollah nel tentativo di ottenere che il gruppo terroristico moderasse il suo comportamento.
Hezbollah è senza dubbio grato per la legittimità che questi incontri gli hanno conferito, ma non sta deponendo le armi. Infatti, secondo un recente rapporto dal Times di Londra, il gruppo ha accumulato 40.000 razzi nei pressi della frontiera israeliana.

Non sopravvalutare gli insediamenti - Per essere sicuri, dobbiamo avere la speranza. Gli accordi di pace con Egitto e Giordania sono modelli utili. Tuttavia i recenti rifiuti opposti da Giordania, Kuwait e Arabia Saudita agli sforzi da parte dell'amministrazione Obama per promuovere un atteggiamento più conciliante nei confronti di Israele offrono un forte invito a tenere presente che coloro che hanno iniziato questo conflitto possono non essere ancora disposti a concluderlo, qualunque sia la loro retorica tesa a far credere il contrario.
E poi ci sono gli insediamenti. Indubbiamente, questa è una questione complessa. Tuttavia, l’amministrazione deve guardarsi dall’enfatizzarli. Tra persone di buona volontà si possono fare compromessi sugli insediamenti, come Israele ha dimostrato nel recente passato. Ma nessun compromesso può essere fatto sul diritto di Israele ad esistere entro confini sicuri, indisturbati da parte di gruppi terroristici o minacciati da parte di Stati belligeranti.

Strategia senza ambiguità - Ecco perché una strategia chiara per spiegare con precisione come Hamas e Hezbollah possono essere disarmati e in che modo all'Iran può essere impedito di acquisire armi nucleari è di fondamentale importanza per qualsiasi piano di pace.
L'amministrazione deve anche fare attenzione a non lasciare che gli avversari di Israele usino la questione degli insediamenti come comoda scusa per non fare, da parte loro, alcuna mossa. Gli insediamenti contano, ma non vanno al cuore di questo conflitto pluridecennale.
Fare la pace in Medio Oriente è un compito non invidiabile. È anche una vocazione nobile. Per avere successo occorrerà pazienza e forza d'animo. Ci vorrà inoltre una capacità di stare al di sopra della mischia, di vedere i problemi per quello che sono, e il coraggio di confrontarsi con loro alla loro radice. (Traduzione mia)

E davvero non si potrebbe trovare accompagnamento migliore di questo articolo di tre mesi fa per la cartolina odierna – nella speranza che possa risvegliare qualche riflessione, se non nei poveretti vittime di quella terribile patologia psichiatrica che va sotto il nome di antisemitismo, almeno nei sani di mente.


barbara


18 novembre 2009

DURNWALDER BATTE OBAMA 1-0

Ieri il Dalai Lama è arrivato all’aeroporto San Giacomo di Bolzano. Il suo arrivo era previsto per il primo pomeriggio, ma invece è arrivato alle nove e mezza di mattina, e allora il presidente della giunta provinciale Luis Durnwalder ha lasciato la seduta in cui era impegnato per andarlo ad accogliere all’aeroporto e accompagnarlo personalmente all’albergo che gli era stato riservato.



(E anche lui ha approfittato dell’occasione per parlare di Obama)

barbara


2 novembre 2009

TUTTO CIÒ CHE NON SAPPIAMO SULLA BENEFICENZA MUSULMANA

Grazie alla traduzione del solito prezioso Paolo Mantellini

Il lato oscuro della Zakat
La “beneficenza” musulmana nel suo contesto


di Raymond Ibrahim
Sia riguardo a ciò che viene insegnato agli scolari Americani dai loro insegnanti, che riguardo a ciò che viene raccontato agli Americani dai loro Presidenti, oggi concetti specifici unicamente dell’islàm sono quasi sempre “occidentalizzati”. Che sia il risultato di ingenuità, arroganza o vera e propria ipocrisia, questo fenomeno ha provocato errori di comprensione (purtroppo estremamente diffusi), che hanno impedito agli Americani di capire obiettivamente alcune delle più preoccupanti dottrine dell’islàm.
Un tipico libro di testo per la scuola media, ad esempio, insegna che “la jihad rappresenta la lotta dell’essere umano per vincere le difficoltà e compiere azioni gradite a Dio. I musulmani si sforzano di affrontare in modo positivo le difficoltà personali così come le sfide del mondo. Per esempio, dovrebbero impegnarsi per diventare persone migliori, per riformare la società o per correggere le ingiustizie”.
A rigor di termini, in complesso, questo è vero. Tuttavia, non spiegando cosa significa “essere persone migliori, riformare la società o correggere le ingiustizie” – in un’ottica prettamente islamica, in confronto con l’ottica occidentale – il libro di testo consente che gli studenti ricorrano alle proprie (fuorvianti) interpretazioni.
Ma la realtà è questa: per l’islàm, uccidere alcuni “malviventi”, come gli apostati o gli omosessuali, è un modo di “correggere le ingiustizie”; rovesciare gli ordinamenti costituzionali stabiliti dagli uomini (come quello degli Stati Uniti) e sostituirli con le regole stabilite dalla sharia, e sottomettere le donne e i non musulmani, sono modi di “riformare la società”. Coloro che impongono tutto ciò, sono, in effetti, “le persone migliori” – infatti, secondo il Corano essi sono “la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini, raccomandando le buone consuetudini e vietando ciò che è riprovevole [3:110]”, cioè governando secondo la sharia.
Lo stesso succede per il concetto islamico di zakat, una parola spesso tradotta come “beneficenza, carità o elemosina”. Ma siamo sicuri che la zakat sia proprio questo – una semplice attività caritatevole musulmana per nutrire e vestire i bisognosi, come troppo spesso si intende con la parola “beneficenza”?
Sembra che Barak Hussein Obama, Presidente degli Stati Uniti, la pensi così – o, considerando le sue origini, ritenga che così la pensino gli altri – considerando la sua recente dichiarazione al mondo musulmano che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi. Ecco perché mi impegno a collaborare con i musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.
E così Obama considera un concetto prettamente islamico come una generica indicazione alla “beneficenza”. Questa considerazione è giustificata? Come per tutti i concetti islamici, per prima cosa bisogna esaminare gli aspetti legali della zakat per comprenderne esattamente il significato profondo. Etimologicamente collegata al concetto di “purezza”, la zakat – pagare una quota della propria ricchezza a beneficiari specificamente stabiliti – è un modo per purificarsi, così come lo è la preghiera (Corano 9:103).
Il problema, tuttavia, nasce con la definizione di chi ha titolo per ricevere questa “beneficenza” obbligatoria. La maggioranza delle scuole di giurisprudenza musulmana concorda nel definire otto possibili categorie di beneficiari – una delle quali è proprio la categoria di coloro che lottano “sulla via di Allah”, cioè coloro che si impegna nella jihad, i “jihadisti”, noti anche come “terroristi”.
In verità, sostenere finanziariamente i jihadisti è una forma riconosciuta di jihad – jihad al-mal; anche la quasi totalità dei numerosi Versetti bellicosi del Corano (come, ad esempio 9:20, 9:41, 49:15, 61:10-11) sottolineano l’importanza preminente della necessità di finanziare la jihad rispetto al mero combattere in essa, perché combattere con le proprie sostanze spesso precede il combattere con la propria persona. Ben noti islamisti – dal jihadista internazionale Osama bin Laden all’autorevole ecclesiastico Sheikh al-Qaradawi – sono ben consci di questo ed esortano regolarmente i musulmani a finanziare la jihad mediante la zakat.
Ancora più rivelatore della peculiare natura islamica della zakat è il fatto che ai musulmani è in realtà vietato donare questa “beneficenza” ai non musulmani (come, per esempio, la grande maggioranza degli “infedeli” Americani). Le Organizzazioni musulmane di “beneficenza” che operano sul suolo Americano, pertanto, non sono assolutamente comparabili, ad esempio, con “L’esercito della salvezza”, una organizzazione benefica cristiana, la cui opera si estende a tutti, senza discriminazioni di “età, sesso, colore o religione”. Nell’islàm, invece, la religione è uno dei principali criteri per ricevere la “beneficenza” – sorvolando sulla possibilità di ottenere uguaglianza sociale.
Da quanto precede, si può meglio comprendere la recriminazione di Obama che “negli Stati Uniti i regolamenti delle donazioni benefiche hanno reso più difficile ai musulmani adempiere ai loro obblighi religiosi”, una dichiarazione che, senza volerlo, implica che la zakat Americana sia stata usata in realtà per finanziare la jihad. Dopo tutto, questi fastidiosi “regolamenti” a cui Obama allude, sembra che siano in relazione all’attento esame, presumibilmente “eccessivo”, a cui le “organizzazioni benefiche” musulmane sono state sottoposte da parte delle forze di sicurezza. Ma questo esame è la diretta conseguenza del fatto che, in verità, le organizzazioni benefiche musulmane in America hanno finanziato la jihad sia all’interno che all’estero.
Alla luce di tutto questo, quello che in realtà rimane da capire è come, in pratica, Obama ritenga di “collaborare coi musulmani Americani per assicurare che possano adempiere all’obbligo della zakat”.

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Middle East Forum e autore di “The Al Qaeda Reader”, traduzioni di testi religiosi e propagandistici. (qui)

Perché le leggende buoniste sull’islam sono tante, e non sarà mai abbastanza l’opera di demistificazione di tali leggende. Anche perché a girare bendati si finisce, prima o poi, per finire a precipizio nel burrone.
E un altro discorso molto serio lo trovate qui.


barbara


15 ottobre 2009

INCUBO

Da sempre i miei scarsi e brevi sonni sono densamente popolati di incubi, alcuni ricorrenti, altri variabili. Recentemente avevo avuto un periodo di tregua ma adesso hanno ricominciato ad infestare le mie notti, più virulenti che mai.
Questa notte ho sognato che rimanevo vittima di un attentato terroristico: un improvviso e immenso lampo rosso e poi il nulla, non esistevo più, il mio corpo disintegrato, e contemporaneamente, con una sorta di surrogato di coscienza, mi vedevo, vedevo il mio corpo polverizzato e sapevo che ero morta, che il mio tempo era finito, che tutto ciò che ancora avevo da fare non sarebbe stato fatto mai più.

 
era una cosa più o meno a metà fra queste due

Poi mi sono svegliata. Tanti altri invece no, la possibilità di svegliarsi dopo il lampo rosso non ce l’hanno.
Abbastanza – oggi sono in vena di eufemismi – da incubo è lo scenario che aspetta tutti noi ora che i buoni non si accontentano più di non far niente per far trionfare il male, ma si danno attivamente da fare per spingerlo più in alto possibile, come ci mostra, con la consueta spumeggiante genialità, la cartolina odierna.
Infine ricordiamo la scomparsa di Maria Angiolillo, vedova dell’editore Renato Angiolillo: l’unico che 27 anni fa osò pubblicare l’accorato grido di dolore di Bruno Zevi (postato più sotto) dopo l’attentato alla sinagoga di Roma, cui la campagna di odio scatenata dalle sinistre e dai sindacati aveva creato un clima più che favorevole.

barbara


10 ottobre 2009

E ORA UN DUBBIO MALIGNO

tenace e impertinente attanaglia la mia mente: se Berlusconi dovesse fare un infarto e sopravvivere, convocherebbe una conferenza stampa per fare l’agghiacciante rivelazione che il padreterno è comunista?

Poi, sempre in tema di grand’uomini, vai a leggere lui, oggi più birbantello che mai, e naturalmente
MEMENTO: +40.

barbara


25 settembre 2009

MA I RAZZISTI, NATURALMENTE, SIAMO NOI ...



      





    





In compenso possiamo consolarci di tutte queste brutture andando a leggere quanto è buono Sant'Obama, e poi
MEMENTO: +25


3 agosto 2009

L’OSSESSIONE DELLE CONCESSIONI

di Albert Soued, http://symbole.chez.com per www.nuitdorient.com

26/07/09

Dal suo arrivo alla presidenza degli Stati Uniti, Hussein Obama si è allineato all’Europa per ciò che riguarda il conflitto arabo-israeliano, ossia, al di fuori della soluzione di due stati proposta da G. W. Bush nel 2002, promuovere una pace a qualunque costo ed esercitare pressioni sull’unico stato valido, Israele, per rendere valido un progetto che non lo è e … fargli pagare il prezzo di questo progetto e di questa pace.
L’ossessione di ottenere concessioni da una sola parte, Israele, allo scopo di rendere possibile un progetto zoppo e poco realistico, rischia di sfociare su un conflitto maggiore in Medio Oriente.
Il progetto è zoppo e non valido perché i palestinesi non lo accettano e contano su Hussein Obama per condurre “una jihad politica” in favore degli arabi in Terra Santa. Incapaci di costituire uno stato per diverse ragioni, tra le quali le divisioni tribali e ideologiche, i palestinesi cercano di destabilizzare lo stato d’Israele con mezzi politici e, per il tempo della presidenza Obama, pacifici, con l’obiettivo di creare, alla fine, un’entità che si sostituisca a Israele e inglobi vari stati della regione.
Per convincersene basta leggere le diverse recenti dichiarazioni dei loro dirigenti e, meglio ancora, di dirigenti arabi a loro favorevoli.
- Azmi Bishara è un ex deputato arabo della Knesset che è fuggito da Israele per non essere perseguito per “intesa con il nemico”, avendo comunicato informazioni sensibili a Hezbollah. Questo è ciò che ha detto in un’intervista riportata dal giornalista Yaron London: “Io non penso che esista una nazione palestinese. Ma esiste una nazione araba. Non penso che esista una nazione palestinese perché questa è un’invenzione coloniale. Da quando in qua ci sono stati dei palestinesi qui? Io penso che non c’è che un’unica nazione araba. Fino alla fine del XIX secolo la Palestina era la parte meridionale della Grande Siria.
- Kifah Radaydeh, un attivista del Fatah, ha affermato alla televisione pubblica dell’Autorità Palestinese (AP) che “La pace è un mezzo e non un fine. Il nostro obiettivo è tutta la Palestina … La lotta armata è sempre un’opzione disponibile, dipende dalla nostra capacità e dalle circostanze”.
- Il deputato del parlamento del Fatah, Najat Abou Baqr, ha precisato alla stessa televisione che l’obiettivo del Fatah restava sempre la distruzione di Israele, ma che la tattica del momento era di focalizzarsi su Cisgiordania e Gaza, “… ma questo non significa che noi non vogliamo tornare ai confini del 1948 (inglobare tutto Israele), ma l’agenda del momento è di dire che vogliamo le frontiere del 1967”.
- Mohamed Dahlan, membro eminente dell'AP, ha precisato che il Fatah non riconoscerà mai lo stato di Israele e che se l’AP ha finto di riconoscerlo è unicamente per il suo prestigio internazionale e per ricevere aiuti esterni.
- In un’intervista al quotidiano giordano Al Doustour il 25/06/09, Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese, riferisce che Olmert aveva già offerto all’AP un territorio equivalente al 100% della superficie conquistata nel 1967, mediante uno scambio territoriale. Erekat spiega che l’AP non può accettare se prima non viene riconosciuta la sua sovranità su tutti i territori conquistati nel 1967! In più, data la costante erosione della posizione israeliana da Madrid in poi, qualsiasi proposta venisse formulata, era inutile precipitarsi ad accettarla. Ha inoltre precisato che il diritto al ritorno dei rifugiati in Israele era inalienabile, senza che siano escluse, in parallelo, delle compensazioni finanziarie: diritto al ritorno e compensazioni vanno di pari passo!
- Parimenti Saeb Erekat ha recentemente ricordato a Benyamin Netanyahu che i tempi sono cambiati e che ora deve tener conto del fatto che il nuovo ospite della Casa Bianca è Hussein Obama, e che l’epoca d’oro delle costruzioni in Giudea-Samaria è terminata, persino per la crescita naturale degli insediamenti.
In effetti tutti i fatti e le azioni degli israeliani a Gerusalemme e negli insediamenti vengono riportati direttamente al Dipartimento di Stato, persino quelli per i quali Israele aveva delle garanzie da un precedente governo americano. Che cosa valgono oggi, con Hussein Obama, le garanzie americane? (1)
Altra questione. Con quale diritto le nazioni occidentali si immischiano negli affari locali e privati di un altro stato? L’intervento di Washington e Parigi nell’affare privato dell’hotel Shepherd del quartiere Shimon Hatsadiq (Sheikh Jarrah), è una cosa scandalosa e idiota. Nel 1891 degli ebrei sionisti hanno creato un nuovo quartiere a Gerusalemme, acquistando dei terreni a 1400 m. a nord della Città Vecchia, terreni che hanno dovuto abbandonare all’epoca dei moti arabi degli anni Venti. Successivamente, negli anni Trenta, il mufti filonazista Haji Amin al Husseini, se ne impadronì per costruire un edificio che divenne l’hotel Shepherd. Dopo il 1967 i giordani, sconfitti, abbandonarono Gerusalemme est e la Giudea-Samaria che occupavano e questi terreni divennero, sul piano giuridico, “proprietà abbandonate”.
Un uomo d’affari americano, Irving Moskowitz, li ha riacquistati nel 1985 e ha affittato l’edificio alla polizia di frontiera fino al 2002. Due settimane fa ha ottenuto l’autorizzazione a ristrutturare l’albergo. Allora Mahmoud Abbas si è lamentato con gli americani che la creazione di 20 appartamenti e di un garage andava a modificare l’equilibrio demografico della città! Il seguito lo conosciamo: l’ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren è stato convocato al Dipartimento di Stato e ugualmente quello di Parigi è stato convocato al Quai d’Orsay da Bernard Kouchner, ed è stato intimato loro di porre termine al progetto di trasformazione. (2)
Da quando è al potere, Obama non ha smesso di corteggiare gli arabi al fine di modificare l’immagine degli Stati Uniti presso di loro. A questo scopo continua a indirizzare loro discorsi televisivi. Ma poiché non ha ottenuto i risultati che si aspettava, per convincerli non ha trovato altro mezzo che di prendere partito per “i poveri palestinesi” e di attaccare Israele perché qualche roulotte occupa qualche arpento di terra in Giudea-Samaria, o perché a Gerusalemme si sono fatte evacuare delle case arabe insalubri, o perché si è modificato un edificio privato legalmente acquistato due volte nello spazio di un secolo per alloggiarvi degli ebrei.
Ora, con questa politica, Obama non fa che incoraggiare l’atteggiamento intransigente degli arabi nei confronti di Israele, mettendo quest’ultimo in pericolo. Con l’appoggio della maggioranza dell’opinione mondiale e di una precaria maggioranza americana, rischia di cadere in un’impasse e di scatenare un conflitto maggiore nella regione (3). Perché l’opinione israeliana è esacerbata per la questione dell’hotel Shepherd, e una gran parte della sinistra israeliana ha reagito negativamente ai comportamenti umilianti e ingiusti di Obama.
Dal 1967 Israele non ha mai smesso di fare concessioni: concessioni che non hanno portato a una vera pace ma solo a delle semplici tregue, che hanno obbligato questo stato a dedicare una parte molto importante delle sue risorse ad armarsi, a scapito della qualità della vita.
Se oggi il paese vota a destra, è perché sa che cedere ancora e ancora non gli porterà una vera pace e, come ha mostrato la lezione di Gaza, ciò rischia addirittura di condurlo verso l’irreparabile e irreversibile. Israele non farà più concessioni, poiché ha già raggiunto limiti che non si possono e non si devono superare. Col rischio di ritrovarsi da solo a difendere la propria causa, ma questa non è una novità …

Note

(1) In una lettera ad Ariel Sharon datata 14/04/04, G. W. Bush gli conferma che per tutti gli accordi riguardanti il conflitto arabo-israeliano occorrerà tenere conto delle realtà sul terreno, in particolare i blocchi di popolazione ebraica in Giudea e Samaria, che non è realistico tornare ai confini dell’armistizio del 1949 e che i confini fra Israele e la futura Palestina dovranno essere ridefiniti mediante negoziati. Per 5 anni le costruzioni effettuate in considerazione della crescita naturale della popolazione non hanno posto alcun problema agli americani, né ai palestinesi. I problemi sono cominciati con Obama, che vuole cambiare le carte in tavola. Hillary Clinton non vuole tenere conto della lettera di Bush. È stata contestata dal generale Elliott Abrams, negoziatore in Medio Oriente sotto Bush, in un articolo del Wall Street Journal in cui precisa che si trattava di un accordo bilaterale fra il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro di Israele, l’evacuazione di Gaza contro l’invio di una lettera di impegno. A meno che gli Stati Uniti non siano diventati una repubblica delle banane.

(2) Questo atteggiamento ha sollevato indignazione in Israele e nel mondo ebraico e filosemita.

(3) Si è appena appreso che Hussein Obama avrebbe deciso di rinunciare alla sua politica di pressioni su Israele per ciò che riguarda gli insediamenti. Il “pappagallo del Quai d’Orsay” farebbe bene a imitarlo. (Traduzione mia)

È di qualche conforto constatare che c’è ancora qualcuno che ha conservato la capacità di vedere ciò che ha davanti agli occhi, e il coraggio di dirlo. Casualmente proprio oggi anche L’INEFFABILE SEMPRELUI ha scritto sullo stesso argomento, e naturalmente vi ordino tassativamente di andarlo a leggere.


barbara


29 giugno 2009

OBAMA DICE AGLI EBREI DOVE POSSONO VIVERE

Domenica, 28 giugno, 2009

di Joseph Farah

Barack Obama sta portando avanti ciò che la sua amministrazione chiama “un approccio più equilibrato alla politica mediorientale”.
Lascatemi spiegare che cosa questo, alla lettera, significhi in termini reali.
Significa che il governo USA sta usando il suo peso con Israele per insistere che agli ebrei, non agli israeliani, badate bene, ma agli ebrei sia negato il permesso di vivere a Gerusalemme est e nelle terre storicamente ebraiche di Giudea e Samaria, usualmente chiamate West Bank.
Provate a immaginare l’indignazione, l’orrore, le proteste, il clamore, lo stridore di denti che esploderebbero se agli arabi o ai musulmani venisse detto che non possono più vivere in certe parti di Israele – per non parlare del loro proprio paese.
Questo, naturalmente, non accadrebbe mai con “un approccio più equilibrato al Medio Oriente”.
Siamo tornati agli anni Trenta. Questa volta sono le illuminate voci liberali di Hillary Clinton e di Barack Obama a dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere e quanto si devono piegare se vogliono, semplicemente, continuare a vivere.
So che non l’avete mai sentita mettere in questi termini prima d’ora. E io veramente non so perché. Semplicemente non c’è un altro modo preciso per spiegare le macchinazioni che stanno dietro le ultime richieste dell’Occidente e del resto del mondo a Israele.
Si sta riducendo Israele ai “confini di Auschwitz”. Agli ebrei è già stato detto che non possono più vivere nella striscia di Gaza. Ora gli si dice che non possono più scegliere di vivere in nessuna delle zone che le elite internazionali hanno selezionato per un futuro stato di Palestina.
Di nuovo, domando: “Perché gli internazionalisti cercano di creare uno stato che sarà, per definizione, razzista, antiebraico, che non tollera neppure la mera presenza di ebrei?
Qualcuno mi sa rispondere?
Obama e Clinton – e dunque, per definizione, voi e io, contribuenti degli Stati Uniti – hanno deciso di cedere alla razzista, fanatica, antisemita pretesa dell’Autorità Palestinese che a nessun ebreo sia consentito di vivere nel loro nuovo stato.
Credo che in qualunque altra parte del mondo un simile tentativo di pulizia etnica di una regione sarebbe fermamente condannato da tutta la gente civile. E tuttavia, poiché la maggior parte della gente semplicemente non capisce il chiaro e ufficiale piano dei leader arabi di espellere tutti gli ebrei dal nuovo stato di Palestina, le politiche di capitolazione conservano un certo grado di simpatia, addirittura di sostegno politico, da buona parte del mondo.
Fate attenzione a ciò che sto dicendo: la politica ufficiale dell’Autorità Palestinese è che tutti gli ebrei siano espulsi dalla regione! Perché gli Stati Uniti sostengono la creazione di un nuovo stato razzista, antisemita, contrassegnato dall’odio? Perché il mondo civile considera ciò come una ricetta per la pace nella regione?
Perché questa è considerata un’idea accettabile?
Esiste un’altra parte del mondo in cui questo tipo di politica ufficiale di razzismo e pulizia etnica sia tollerato – o addirittura scusato?
Perché in Medio Oriente le regole sono diverse? Perché per gli arabi le regole sono diverse? Perché per i musulmani le regole sono diverse?
Perché i dollari delle tasse americane mantengono la razzista, antisemita entità conosciuta come Autorità Palestinese?
È questo che facciamo quando vietiamo “costruzione di insediamenti”, riparazioni, crescita naturale, aggiunte alle comunità esistenti.
È “equilibrio” questo? C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano più trasferirsi in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano comperare case in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano riparare le case che già hanno in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano costruire insediamenti dovunque vogliano? No.
Ora, tenete presente, ci sono già un bel po’ di stati arabi e musulmani in Medio Oriente. Molti di questi già vietano agli ebrei di vivere in essi. Alcuni lo vietano anche ai cristiani. Ma ora, all’unico stato ebraico al mondo, e i cui diritti su quella terra risalgono ai tempi di Abramo Isacco e Giacobbe, viene detto che gli ebrei devono restare fuori da territori che sono attualmente sotto il loro controllo ma che sono destinati ad essere trasferiti a gente che li odia, che li disprezza, che vuole vederli morti e non è neppure disposta ad accettare di vivere in pace con loro come vicini.
Nel frattempo Israele continua a tendere la sua ingenua mano di amicizia agli arabi e ai musulmani – accogliendoli nella propria minuscola nazione circondata da vicini pieni di odio. Ad arabi e musulmani sono offerti pieni diritti civili – e prestano anche servizio in cariche elettive. Pubblicano giornali e trasmettono liberamente alla radio e alla televisione.
Gli ebrei, per contro, sono a un passo dall’essere sfrattati da case che a volte hanno occupato per generazioni. Ciò che è accaduto a Gaza, sta per ripetersi ovunque.
Spero che i miei amici ebrei si ricordino di questo. Molti di loro hanno votato per Barack Obama. Molti di loro hanno votato per Hillary Clinton. Questi non sono vostri amici. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno respinto le navi di ebrei in fuga dalla Germania negli anni Quaranta. Questi sono della stessa specie di coloro che si sono accordati con Adolf Hitler a Monaco. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno reso così difficile la rinascita del moderno stato di Israele.
Io dico: “Basta con la pulizia etnica. Basta con l’antisemitismo ufficiale. Basta colpire gli ebrei. Si smetta di dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere – e se possono vivere”.
(traduzione mia, qui l’originale)

Ciò che dice Joseph Farah dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, e il riuscire a vederlo e a capirlo dovrebbe essere una questione di puro e semplice buonsenso. E invece, chissà perché, sono così pochi ad accorgersene, e il dirlo appare ai più come pura follia.


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barbara

AGGIORNAMENTO: e poi, come al solito, vai a leggere qui, che sui giornali hai voglia di trovarle, queste cose qua!

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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