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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


16 marzo 2009

OCCUPAZIONE, TERRITORI OCCUPATI E BLABLABLA

March 16 1954: Palestinian Terrorists from Egyptian-held Gaza strip stop an Israeli bus travelling from Tel Aviv to Eilat at Scorpions Pass in the Negev desert and murder eleven passengers


Quella che segue è una lettera inviata – e mai pubblicata – a un quotidiano progressista italiano.


Egr direttore
Non pensavo mai di tirare fuori la mia storia personale, ma dopo aver letto l'articolo - demonizzazione- di Sandro Viola del 20/1/2002 ho deciso di rinunciare alla mia privacy per sbugiardare quel moderno antisemita.
Sono nato nel settembre 1953 in Israele.
I miei genitori, scampati dai lager nazisti, si sono stabiliti in Israele in un villaggio chiamato Even Yehudah, vicino alla città di Netanyah dove facevano i contadini.
(È il punto dove la larghezza massima di Israele era 12KM fino al 67- quindi, tutta frontiera)
Due mesi prima della mia nascita, parlo del Luglio 1953, i miei hanno sentito uno strano rumore e mio padre è uscito per controllare e non è mai più rientrato.
Non c'erano allora telefoni. Mia mamma, con una bimba di 4 anni, e incinta al settimo mese, si è barricata in casa- pregando.
Al mattino lo ha trovato.
Lo avevano torturato prima di decapitarlo.
Gli avevano cavato gli occhi e poi hanno impilato la sua testa su un palo di fronte a casa.
Non c'erano "territori occupati" nel 1953.
Allora si chiamavano Fedayn, mentre oggi la sinistra antisemita li chiama "combattenti della resistenza".
Fa poca differenza, quello che li distingueva, allora come oggi è la "cultura" assassina, il fanatismo che non ha bisogno delle scuse dell' "umiliazione" e/o della "occupazione" che i buonisti antisemiti di sinistra come Viola gli forniscono come alibi per perpetuare l'opera che in Europa vi è quasi riuscita il secolo scorso.
Scommetto che non troverà spazio per pubblicare la mia lettera- nel suo giornale "politicamente corretto", al servizio di quelli che si adoperano per completare l'opera che i vostri - compagni- camerati non sono riusciti a completare.
Nahman Finaro Singer

Già. Non c’erano “territori occupati” nel luglio del ’53. E non c’erano il 16 marzo del ’54. Così come non c’erano il 2 giugno 1964 quando Ahmed Shukeiry - che otto anni prima aveva dichiarato
al Consiglio per la Sicurezza delle Nazioni Unite: "È comunemente noto che la Palestina non sia altro che il Sud della Siria" – fondò l’Olp, Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma non ci avevano raccontato che il problema era l’okkupazione? Sì, ce l’avevano raccontato. E continuano a raccontarcelo. Insieme a tante tante altre storie che a qualcuno fa tanto tanto piacere credere. Una volta c’erano quelle sull’avvelenamento dei pozzi, poi sono arrivate quelle sulla Germania messa in ginocchio dalla famelica finanza ebraica, adesso ci sono queste: quando si tratta di far fuori gli ebrei, di storie da raccontare se ne trovano sempre.

barbara


31 maggio 2008

IL DOPPIO GIOCO DELLE FORZE DI SICUREZZA PALESTINESI

Da quando esistono una Autorità Nazionale Palestinese e delle forze di sicurezza palestinesi è sempre stato così. E dunque, anche se l’articolo è di un po’ più di un anno fa, rimane sempre interamente valido e attuale.

A colloquio con il portavoce della "resistenza" palestinese

«Fra poco faremo vedere agli israeliani come useremo contro Israele i fucili mitragliatori che abbiamo ricevuto dall'Egitto, con il permesso di Israele, per la guardia palestinese del Presidente e per le forze di sicurezza», ha detto il portavoce del Comitato palestinese di
resistenza, Mohammed Abed el A'al, in un colloquio telefonico con "israel heute". Si riferiva alle 2000 armi che l'Egitto ha fornito ai palestinesi della Striscia di Gaza pochi giorni dopo l'incontro al vertice avvenuto in Gerusalemme tra Olmert e Abbas.

«Almeno un terzo dell'apparato delle forze di sicurezza palestinesi appartiene ai diversi gruppi di resistenza palestinesi», ha ammesso Abed el A'Al, che appartiene al governo di Hamas. «Israele rimarrà sorpreso: i nuovi fucili mitragliatori naturalmente non li useremo contro i nostri uomini. Le armi prenderanno invece la strada dei vari gruppi di resistenza e saranno dirette contro i nemici sionisti.» Il portavoce della resistenza dunque non ha fatto mistero su come verranno usate le armi nelle mani dei suoi uomini.

israel heute: In quali organizzazioni di sicurezza militano i cosiddetti combattenti della resistenza?
Abed el A'Alab: Abbiamo nostri membri in tutte le forze di sicurezza palestinesi, incluse quelle dalla guarda del presidente Mahmud Abbas. Tutti sono fedelmente sottoposti a Hamas o ad altri gruppi di resistenza. Noi veniamo continuamente informati su questioni di sicurezza segrete. Le armi ci vengono rilasciate gratuitamente o ci vengono vendute da ufficiali della sicurezza. Inoltre, i nostri membri sono tutto il giorno al servizio delle truppe di sicurezza palestinesi, e quindi tutte le volte che ne abbiamo bisogno, loro sono lì.

israel heute: Quanto è grande, secondo lei, il numero dei membri della resistenza nelle truppe palestinesi dell'Autonomia, a cui appartiene anche la polizia?
Abed el A'Alab: Almeno un terzo degli appartenenti agli organi di sicurezza palestinesi è membro della resistenza palestinese. In una di queste truppe si arriva perfino a più della metà. In quale truppa, non glielo dirò!

israel heute: Mantiene contatti personali con ufficiali di alto rango negli apparati di sicurezza che dovrebbero operare per mantenere ordine e sicurezza?
Abed el A'Alab: Un ufficiale delle guardia palestinese del Presidente è venuto da me e mi ha detto chiaramente che lui e i suoi uomini non vogliono avere niente a che fare con scontri sanguinosi con membri di Hamas. Al contrario, anche lui è contrario a una guerra civile, nonostante che sia membro di Fatah. Recentemente ci è arrivata l'informazione che Abbas avrebbe intenzione di eliminare dalla sua guardia presidenziale tutti i membri di Hamas. Noi siamo in grado di vanificare per tempo questa intenzione. Abbiamo convinto i nostri uomini nella guardia a mentire su questa faccenda, nel caso Mahmud Abbas dovesse richiedere un giuramento di fedeltà. L'importante è che restino nelle file.

israel heute: Il fine dunque giustifica i mezzi? Se si inganna Israele, si possono ingannare anche i membri del proprio popolo.
Abed el A'Alab: Sì! I nemici dei palestinesi non riusciranno a spingerci in una guerra civile, anche se potrebbe sembrare così. Siamo nella stessa barca e abbiamo un comune nemico: i sionisti! E qui vorrei ringraziare Israele che continua a concederci delle armi che alla fine noi useremo contro Israele. Come si può pensare che i fucili mitragliatori vengano usati per mantenere ordine e sicurezza a beneficio di Israele! Che sciocchezza! Noi combatteremo fino a che tutta la Palestina sarà liberata dai sionisti e Gerusalemme diventerà la capitale della
Palestina. (israel heute, febbraio 2007 - trad. www.ilvangelo.org)

Domanda: quelli che ci vengono a dire che con questa gente bisogna dialogare, le sanno queste cose? Risposta: sì, le sanno. Domanda: e gli è chiaro che dialogare con loro significa approvare e sostenere la distruzione di Israele? Risposta: sì, certo che gli è chiaro. Domanda: ma allora perché lo fanno? Risposta: mah, tu cosa dici? (E a proposito di dialogare, da’ un po’ un’occhiata qui)


barbara


29 maggio 2008

MENTRE IN ISRAELE SI CELEBRAVANO I 60 ANNI DELLO STATO....

Il sessantesimo anniversario dell’indipendenza di Israele è stato “celebrato” anche in questo modo:

9.04 - TV Al-Aqsa (Hamas), ministro della cultura di Hamas 'Atallah Abu Al-Subh: "I Protocolli dei Savi di Sion costituiscono la fede che alberga nel cuore di ogni ebreo. Tutto ciò che vediamo nel mondo arabo e nel resto del mondo - la malvagità degli ebrei, i loro inganni, le loro furbizie, il loro bellicismo, il loro controllo del mondo, il loro disprezzo per tutti i popoli del mondo che loro considerano animali, scarafaggi, lucertole, serpenti, vermi schifosi da calpestare - tutte queste cose gli ebrei le dicono nei Protocolli".

9.04 - TV libanese NBN, ambasciatore dell'Autorità Palestinese in Libano Abbas Zaki: "L'Olp non ha mai cambiato di una virgola il suo programma politico. Alla luce della debolezza della nazione araba e del controllo americano sul mondo, l'Olp ha deciso di procedere per fasi, senza cambiare i propri obiettivi strategici. Quando l'ideologia d'Israele inizierà a crollare e noi prenderemo Gerusalemme, l'ideologia d'Israele crollerà del tutto e noi, col volere di Allah, inizieremo a realizzare il nostro programma ideologico e li cacceremo fuori da tutta la Palestina".

16.04 - La Medaglia d'Onore Al-Quds, massima onorificenza conferita dall'Olp, è stata attribuita a Ahlam Tamimi, detenuta in Israele per aver aiutato il terrorista che si fece esplodere nel ristornate Sbarro di Gerusalemme il 9 agosto 2001 (15 morti, fra cui sei bambini), e a Amra Muna, detenuta per aver adescato via internet l'adolescente israeliano Ophir Rahum e averlo attirato il 17 gennaio 2001 a Ramallah dove l'ha consegnato a un gruppo di terroristi Tanzim (Fatah) che lo hanno assassinato. Solo dopo la denuncia della stampa israeliana, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) blocca la consegna delle medaglie.

18.04 - Documentario della TV Al Aqsa (Hamas): "I satanici ebrei escogitarono un malvagio complotto per sbarazzarsi di disabili ed handicappati con modalità cervellotiche e criminali". Amin Dabur, capo del Centro Palestinese di Ricerche Strategiche: "L'Olocausto è tutta una frottola e fa parte di un perfetto show messo in piedi da Ben Gurion. La cifra di sei milioni di vittime ebree è pura propaganda". Ben Gurion voleva "la gioventù forte ed energica e tutti gli altri - i disabili, gli handicappati - vennero mandati a morire, ammesso che ciò possa essere storicamente dimostrato. Furono mandati a morire dagli ebrei, affinché ci fosse un Olocausto e Israele potesse approfittarne per avere la simpatia del mondo".

19.04 - TV Al-Hiwar (emittente araba da Londra), ministro della cultura siriano Riyad Na'san Al-Agha: "Sono d'accordo che si metta sotto processo chiunque condanna la resistenza [Hezbollah], chiunque prende parte al grande piano sul Medio Oriente con cui gli Stati Uniti controllano la nostra nazione [araba], chiunque mette in dubbio l'identità di questa nostra nazione. Quelli che vogliono [relazioni con Israele], Allah non voglia, dovranno sbarazzarsi di me e di molti altri come me. È il nostro destino, stiamo parlando di un conflitto eterno, [ma] sono ottimista che entro dieci anni Israele sarà giunto alla fine".

26.04 - TV Al-Jazeera, capo del politburo di Hamas Khaled Mashaal: "La tregua è una tattica nella conduzione della lotta: è normale, per un movimento di lotta armata, in certi momenti intensificare [gli attacchi], in altri tirarsi indietro. È così che deve essere condotta la battaglia, e Hamas sa come farlo. Nel 2003 ci fu un cessate-il fuoco e poi le operazioni sono riprese".

30.04 - Leader di Hamas Mahmoud A-Zahar: "Il popolo palestinese dispone di duecentomila persone pronte a suicidarsi, a morire come martiri facendosi esplodere insieme ai sionisti".

2.05 - TV Al-Aqsa (Hamas), programma per bambini "Al-Mutamyazoon": "Persevereremo e torneremo alla nostra terra, col volere di Allah. Torneremo a Giaffa, ad Acri, a Lidda, a Ramle e ad Ashdod. Torneremo in tutte queste città, a Haifa, a Tiberiade e a Tel Rabi'a, che i sionisti hanno rinominato Tel Aviv. Torneremo alla nostra terra quando saremo uniti, quando aderiremo alla nostra fede e al Corano. Uniamoci e torniamo domani al nostro paese da vittoriosi".

4.05 - Durante un convegno in Danimarca, il leader del movimento islamico israeliano Raed Salah ha sollecita i palestinesi residenti in Europa ad esercitare il "diritto al ritorno" (all'interno di Israele): "Siamo venuti a portarvi questo messaggio di aspirazione per ogni granello di sabbia della Galilea, del Negev, della piana costiera, di Gerusalemme".

8.05 - Ministro della cultura egiziano Farouk Hosni (candidato alla segreteria generale dell'Unesco) durante un convegno al parlamento del Cairo: "Brucerei io stesso i libri israeliani, se li trovassi nelle biblioteche egiziane".

9.05 - TV Al-Aqsa (Hamas), programma per bambini "I pionieri di domani": "Vivevamo nel posto più bello della Palestina, a Tel Al-Rabi' ["collina della primavera", traduzione dell'ebraico Tel Aviv]. Che posto stupendo! I sionisti e gli ebrei hanno ebraicizzato il nome in Tel Aviv, ma era Tel Al-Rabi' da generazioni, sulla terra di Palestina, vicino a Giaffa. Io lo so, ho i documenti, ho anche la chiave. È terra nostra: i campi, gli alberi, le case". [Tel Aviv venne fondata nell'aprile 1909da una sessantina di famiglie ebree su dune sabbiose totalmente disabitate, acquistate a nord di Giaffa, come mostrano anche le immagini dell'epoca].

9.05 - Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad: "Il regime sionista è un cadavere in putrefazione" destinato a scomparire. "L'esistenza dell'entità sionista è messa in discussione ed è sulla via della distruzione".

11.05 - Nel "racconto della chiave", film d'animazione realizzato dalla JohaToon (casa di produzione gestita da un gruppo di donne di Gaza legate a Hamas), gli ebrei vengono definiti "nemici della religione e nemici della patria", e "sacro" viene definito il "diritto al ritorno" dei palestinesi all'interno di Israele. Le autrici sostengono di non essere "politicamente schierate".

13.05 - TV Al-Jazeera, professore dell'Università di Giordania Ibrahim 'Alloush: "Coloro che sono riusciti a mandare un martire a Dimona con esplosivo convenzionale dovrebbe considerare come mandare martiri a Dimona e altrove con armi non convenzionali, magari piccole bombe atomiche. Sono favorevole alle operazioni di martirio in Iraq, in Palestina e dovunque vi sia un'occupazione. Esistono prove scientifiche che dimostrano che l'Olocausto è una menzogna".

15.05 - Leader di Hamas Mahmoud Zahar: "Il diritto al ritorno [all'interno di Israele] è più vicino che mai. Palestinesi e arabi hanno infranto il complesso di superiorità degli ebrei. Lo dico e lo ripeto ora più che mai: non riconosceremo mai Israele. Costruiremo uno stato palestinese su tutte le terre di Palestina. E il sole della libertà incenerirà i sionisti. Io dico loro: sarete sconfitti. Scapperete e noi vi daremo la caccia".

15.05 - Presidente iraniano Mahmoud Ahmedinejad: Israele è "agonizzante". "Quei criminali, con i loro festeggiamenti, si illudono di salvare il regime sionista dalla morte. Ma dovrebbero sapere che le nazioni del Medio Oriente odiano quel regime falso e criminale e che, appena si presenterà anche solo la minima occasione, lo distruggeranno".

16.05 - Messaggio audio di Osama bin Laden: "Continueremo la lotta contro Israele. Finché ci sarà anche un solo vero musulmano sulla terra, non rinunceremo neanche a un centimetro di Palestina".

22.05 - Il generale Michel Sleiman, capo di stato maggiore e presidente in pectore del Libano, ha dichiarato che il suo paese ha un solo nemico: Israele. "Nella sua totalità - ha detto - il popolo libanese sostiene il conflitto armato contro l'entità sionista". [Israele si è completamente e unilateralmente ritirato dal Libano meridionale sin dal maggio 2000]
(FONTE:
NES n. 5, anno 20 - maggio 2008)

Tanto perché si sappia, visto che sui nostri giornali non è che queste notizie abbondino.


barbara


22 giugno 2007

ALTALENA, 22 GIUGNO 1948

A un mese dalla dichiarazione d’indipendenza e nel mezzo della prima fase della guerra del 1948 – un momento cruciale e disperato nella lotta per la sua sopravvivenza – il neonato Israele si trovò a fronteggiare una crisi drammatica, che portò lo Stato ebraico sull’orlo della guerra civile. L’episodio passò alla storia col nome di Altalena, il nom de guerre del fondatore del movimento sionista revisionista Vladimir Jabotinsky che fu dato a una nave dell’Irgun nel giugno 1948. L’arrivo della nave con un carico d’armi, d’immigrati e di combattenti dell’Irgun nel mezzo della prima tregua Onu imposta durante la guerra del ’48 rischiò di sfociare in guerra civile. Quell’evento offre oggi una lezione per i palestinesi. Anch’essi si trovano di fronte a un dilemma esistenziale nel mezzo della loro guerra d’indipendenza che può sfociare in un tragico ma forse inevitabile momento fratricida. I palestinesi possono ironicamente imparare da quella lontana esperienza israeliana non per evitarla, ma per ripeterla, e ripetendola trasformarsi, come fece Israele allora, da movimento rivoluzionario e di liberazione nazionale a Stato sovrano indipendente e responsabile, membro pieno della comunità delle nazioni.
Salpata da un porto francese l’11 giugno ’48, la nave Altalena – un vecchio mezzo da sbarco residuato della Seconda guerra mondiale – giunse a Nord di Tel Aviv il 20 giugno ’48 con un carico di armi francesi, acquistate in segreto dall’Irgun – l’organizzazione sionista revisionista di destra guidata da Menachem Begin – per sostenere lo sforzo bellico in corso in Israele contro l’invasione araba. L’episodio dell’Altalena avvenne durante la tregua Onu proclamata l’11 giugno, tregua che vietava l’introduzione di nuovi armamenti e combattenti da ambo le parti. Non che la tregua fungesse da ostacolo – entrambi i belligeranti cercarono di aggirarla – ma occorreva agire con discrezione. L’Irgun non voleva imbarazzare le autorità francesi che avevano fornito un carico del valore di 5 milioni di dollari di allora e il supporto logistico del porto da cui la nave poi salpò. Inoltre, l’Irgun aveva negoziato un accordo con l’Hagana – la forza di difesa ebraica prima dell’indipendenza che era ai diretti ordini del governo a maggioranza laburista – per l’integrazione delle sue forze paramilitari all’interno dell’esercito nascente. L’accordo prevedeva che qualsiasi invio di armi fosse effettuato sotto l’autorità del governo, le armi consegnate all’esercito e distribuite tra le forze regolari, non da organizzazioni politiche indipendenti dall’autorità politica dello Stato. L’accordo era però fragile, a causa della lunga storia di ostilità politica tra i due gruppi. Quell’ostilità era culminata alla fine del ’44 in un periodo di cinque mesi durante i quali l’Hagana aveva collaborato con gli inglesi contro l’Irgun, causando l’arresto di migliaia di attivisti e lo smantellamento pressoché totale dell’organizzazione di Begin. Con la guerra in Europa ormai vinta e la mancata abolizione del Libro Bianco del ’39 da parte del governo di Londra, l’Irgun aveva, a differenza dell’Hagana, deciso di riaprire le ostilità contro gli inglesi in Palestina. L’assassinio di un ministro inglese al Cairo il 6 novembre a opera di sicari ebrei del gruppo estremista Lehi – capeggiato tra gli altri da Shamir – era stata la proverbiale goccia. Per non alienare ulteriormente un governo inglese favorevole alla causa sionista l’Hagana non aveva esitato a cooperare col potere coloniale contro gli avversari dell’Irgun in nome del salvataggio di più alti scopi politici, cioè l’auspicata riaffermazione dell’impegno inglese nei confronti della Dichiarazione Balfour che il precedente governo Chamberlain aveva ripudiato nel ’39. Quei cinque mesi si conclusero quando divenne evidente che gli inglesi non avevano nessuna intenzione di fare quanto i sionisti speravano. Ma la “stagione”, così quel periodo passò alla storia, formò un precedente per lo Stato in fieri e per le due forze politiche che si confrontavano. Il capo dell’esecutivo sionista David Ben Gurion non lasciò spazio a dubbi di sorta sulla sua disponibilità a dare la caccia a coloro che avrebbero ostacolato gli scopi del movimento sionista, anche se ciò avrebbe forse comportato una guerra fratricida.

Dopo la fine della “stagione”

Nonostante quindi la fine della “stagione” e il raggiunto accordo d’integrazione dell’Irgun nell’esercito regolare alla vigilia dell’indipendenza, le tensioni tra i due gruppi erano forti. Esistevano sfiducia e ostilità ideologica, mancava un patto sul cruciale teatro di operazioni di Gerusalemme, allora sotto assedio, in certi casi l’integrazione aveva significato semplicemente l’assorbimento d’interi battaglioni dell’Irgun, comandanti compresi, nell’esercito, e i combattenti dell’Irgun si trovavano in molti casi privi dell’equipaggiamento e degli armamenti necessari per partecipare attivamente e con efficacia ai combattimenti. La catena di comando era tenue, non solo per mancanze organizzative, ma anche per divisioni politiche. Tuttavia, la differenza tra la “stagione” e l’Altalena è sostanziale: nel ’44, privo di sovranità, l’esecutivo sionista aveva dovuto accettare i propri limiti e negoziare sia col potere coloniale sia con l’Irgun. Ma nel giugno ’48 la situazione era diversa. Il governo era ora sovrano, e la situazione offriva un’opportunità di sancire quella sovranità mandando un messaggio al paese anche per il futuro. Nessuno avrebbe potuto sfidare quella sovranità impunemente. Uscita dal porto all’insaputa di tutti – Begin compreso – l’Altalena impose al leader dell’Irgun e al governo un fatto compiuto. La notizia era trapelata ed era stata diffusa dalla Bbc fin dalla mattina del 12 giugno. Begin, per evitare lo violazione degli accordi d’integrazione e la tregua dell’Onu, negoziò un accordo con il governo: la nave doveva approdare su una spiaggia isolata a Nord di Tel Aviv per essere scaricata lontana da sguardi indiscreti. Tuttavia non esisteva consenso sulla destinazione degli armamenti. Ben Gurion insistette che fosse l’esercito a coordinare l’operazione e che le armi andassero ai depositi centrali dell’esercito. Begin invece voleva che l’Irgun avesse un ruolo attivo, ancorché simbolico, nel trasferimento del carico a terra, e che il 20 per cento delle armi fosse destinato ai campi dell’Irgun nella zona di Gerusalemme. Il 19 giugno i negoziati s’interruppero con un nulla di fatto.
La nave arrivò presso Kfar Vitkin il giorno successivo, il 20 giugno, cinquantacinque anni fa ieri. Lo sbarco degli immigranti avvenne senza problemi, quello delle armi invece scatenò quel che tutti ormai temevano: uno scontro armato tra Irgun ed esercito regolare, cui era stato ordinato dal governo di circondare la spiaggia per assumere il controllo delle operazioni di sbarco. La scaramuccia localizzata sulla spiaggia dilagò rapidamente. Interi battaglioni lasciarono le loro consegne per unirsi all’Irgun. Soldati dell’Irgun, ora integrati in reparti dell’esercito, disertarono. Conscio dei rischi della situazione, Begin decise d’imbarcarsi e dirigere la nave verso Tel Aviv. Una volta arrivata a Tel Aviv, la nave non avrebbe offerto un facile bersaglio. Di fronte a migliaia di testimoni, alla luce del giorno, il governo non avrebbe cercato lo scontro frontale ma avrebbe forse negoziato, questa la logica della decisione. Invece fu la tragedia: l’odissea dell’Altalena si concluse alle cinque di pomeriggio del 22 giugno, affondata da un colpo di cannone sparato dall’unica unità di artiglieria pesante del giovane esercito, e operata da un immigrante sudafricano che non parlava quasi l’ebraico. Il governo non cedette su nulla e si disse pronto ad accettare soltanto la resa incondizionata della nave. Lo scontro lasciò sul terreno diciannove morti e dozzine di feriti. Centinaia di soldati collegati all’Irgun furono arrestati. Tutti i centri culturali, gli uffici, persino la sede operativa dell’Irgun – oggi sede del Likud a Tel Aviv – furono presi d’assalto e chiusi dalle truppe fedeli al governo. Begin, sfuggito all’arresto sulla spiaggia, trasmise da una stazione radio segreta a Tel Aviv un appello di due ore, intercalato da singhiozzi e momenti di grande emozione: oltre a dare la sua versione dei fatti, lanciava un appello ai sostenitori e agli attivisti revisionisti: non ci dovrà essere una guerra civile, i fratelli non si uccideranno tra loro, Caino non si ergerà a sgozzare Abele. Ben Gurion aveva imposto l’autorità del governo, Begin aveva richiamato i suoi all’ordine, la guerra civile fu scongiurata, ma lo scontro ci fu, ed era stato in larga parte inevitabile.
Il 20 giugno 1948 Israele si trovò, solo un mese dopo la dichiarazione d’indipendenza e nel corso di una guerra di sopravvivenza contro i vicini arabi, sull’orlo di una guerra civile. Lo spettro di uno scontro fratricida fu scongiurato non dalla ricerca di un compromesso negoziato; non dalla rinuncia del neonato governo degli attributi di sovranità, quali il monopolio della forza e l’applicazione uniforme delle leggi; non dalla ricerca di una tregua tra i gruppi paramilitari e il governo; ma dall’imposizione, a prezzo di sangue, dell’autorità unica e insindacabile di un unico potere, lo Stato. Ben Gurion rifiutò la richiesta di Begin di distribuire parte delle armi alle unità dell’Irgun dislocate intorno a Gerusalemme. Rifiutò di negoziare un compromesso con Begin e di cedere su qualsiché elemento, simbolico o sostanziale, della contesa. Per Ben Gurion, era preferibile la guerra civile. Cedere avrebbe significato riconoscere che lo Stato non aveva autorità d’imporre la sua volontà, con la forza se necessario. Il tributo di sangue pagato e la perdita di un carico d’armi indispensabile per il paese nel momento drammatico in cui si trovava nel giugno 1948 – con l’esercito egiziano alle porte di Gerusalemme e in controllo di tutte le arterie del deserto del Negev nel Sud, con Tel Aviv sotto tiro dell’artiglieria pesante egiziana, con già più di 1.200 caduti nelle file del giovane esercito (su una popolazione di 600 mila persone) e un bisogno disperato di rinforzi e rifornimenti – furono nonostante tutto preferibili all’alternativa. La consegna del 20 per cento del carico all’Irgun, come richiesto da Begin, avrebbe permesso la creazione di una milizia indipendente con obiettivi militari diversi perché in disaccordo politico con il governo e dotata di armi a sufficienza da sfidare, se necessario, l’esecutivo e l’esercito del paese. La scelta di affondare l’Altalena dunque non fu tra la guerra civile e un modus vivendi tra governo e revisionisti, tra esercito e paramilitari, ma tra uno scontro ora e un inevitabile scontro successivo dove il costo umano, i rischi politici, e le potenziali conseguenze interne e per il paese nel suo conflitto con gli Stati arabi sarebbero stati molto più devastanti.

Che cosa dice oggi l’artigliere sudafricano

Ben Gurion fece una scelta nel 1948 e la seguì fino in fondo, senza preoccuparsi del rischio d’immagine o dei possibili contraccolpi politici. Gli storici sono concordi nell’esprimere un giudizio duro su di lui per i dettagli della gestione dell’intera crisi, inclusa la presentazione della crisi stessa ai suoi ministri come un possibile colpo di Stato dell’Irgun, cosa che diede il via libera all’azione armata comandata dal governo. Ma il giudizio d’insieme rimane positivo. Ben Gurion diede un messaggio di forza nel momento di più grande debolezza e vulnerabilità del neonato Stato ebraico: Israele sarebbe stato guidato da un governo, difeso da un esercito, governato da una legge o non ci sarebbe stato Israele.
Fast Forward di cinquantacinque anni, e oggi tocca ai palestinesi. Da quando Yasser Arafat si è insediato a Gaza nel luglio del 1994, l’Autorità palestinese ha rimandato lo scontro con Hamas. Invece che smantellarne la rete di strutture sociali che ne garantiscono il sostegno politico, la raccolta di fondi e l’indottrinamento ideologico, Arafat ha sempre preferito trattare con Hamas. All’inizio dell’Intifada nell’ottobre 2000, invece che imporre con le cattive l’Autorità palestinese come unica autorità e unico governo dello Stato in fieri, Arafat ha fatto il contrario: ha permesso, per commissione od omissione non ha importanza, la formazione di gruppi paramilitari largamente indipendenti. Ha tollerato che essi si armassero, si organizzassero, e conducessero una politica indipendente e contraria agli impegni internazionali presi dall’Anp, oltre che agli scopi politici dichiarati del movimento di liberazione palestinese. Li ha incoraggiati a operare, ammiccando o semplicemente tacendo, e non intervenendo. La rinuncia del monopolio alla forza – attributo principe della sovranità statale e strumento chiave di ogni governo che desideri affermare la sua autorità – ha finora evitato ai palestinesi l’appuntamento con la loro Altalena. Ma la decisione di decentrare, invece che accentrare, la forza e l’autorità che ne legittima l’uso ha fatto scendere la Palestina nell’anarchia. Invece che scontrarsi tra loro, i gruppi palestinesi hanno per tre anni fatto a gara a chi massacra più israeliani per soppiantare i rivali nella corsa alla legittimità interna. Hamas sta vincendo questa macabra competizione. Ora dovrebbe essere giunto il momento della verità. Dovrebbe essere giunto il momento di scegliere tra gli obiettivi di Hamas – uno Stato islamico nella Grande Palestina che segua la distruzione politica e fisica di Israele – o la realtà: uno staterello palestinese demilitarizzato e laico, accanto a Israele. Questa scelta non può avvenire attraverso una tregua. Solo uno scontro risolverà le sorti del futuro movimento di liberazione nazionale palestinese e dello Stato che eventualmente andrà a creare.
Se i palestinesi avessero fatto come Israele e avessero subito avuto la loro Altalena, il tributo di sangue, sempre troppo alto in uno scontro tra fratelli, sarebbe stato simile a quello pagato da Israele. Oggi, dopo quasi dieci anni di ritardi e pericolosi ammiccamenti con il nemico, ai palestinesi tocca accettare la realtà e affrontarla prima che la lotta intestina distrugga anche l’ultima speranza per i palestinesi di avere un futuro indipendente. L’artigliere sudafricano che centrò l’Altalena, oggi professore a Gerusalemme, è stato recentemente intervistato per un documentario sugli avvenimenti di quei giorni. Con le lacrime agli occhi ha affermato che se gli venisse dato di cambiare qualcosa nella sua vita, cambierebbe quel giorno. Sparare sui propri fratelli fu un momento straziante per tutti, compreso lui. Eppure lo fece, e facendolo garantì il futuro del paese. (Emanuele Ottolenghi, Il foglio, 21 giugno 2003, qui)

Per rievocare la vicenda dell’Altalena ho scelto, tra tutti gli articoli presenti in rete, questo di Ottolenghi, per l’accuratezza della ricostruzione. Mi trovo tuttavia in parziale disaccordo sulla “morale della favola”, in quanto non ritengo del tutto sovrapponibili le due situazioni, quella israeliana nel ’48 e quella palestinese al momento dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il movimento sionista, infatti, aveva diverse componenti, fra le quali trovavano posto un gruppo combattente non troppo disposto alla disciplina e all’obbedienza, diciamo così, ossia l’Irgun, e un gruppuscolo apertamente terrorista, ossia la banda Stern. Al momento della nascita dello stato di Israele, l’autorità centrale, avendo un preciso progetto politico, ha deciso di fare piazza pulita di tutto questo, e così ha fatto. L’Autorità Nazionale Palestinese invece, come è chiaramente visibile nel suo sito ufficiale, come risulta dalla Costituzione di al-Fatah, come appare evidente dalle dichiarazioni di Arafat e di altri prima e dopo la firma degli accordi di Oslo, non ha mai avuto come obiettivo la costituzione di un proprio stato, ma unicamente la distruzione di Israele. Quindi, proprio per ragioni di principio, non aveva alcuna ragione per voler fermare Hamas. Resta invece tragicamente valida la (fin troppo facile) profezia di Ottolenghi sulla sanguinosa resa dei conti a cui Olp e Hamas dovevano inevitabilmente arrivare, e sono infatti arrivati. Ancora più luminosa appare dunque questa pur tragica pagina della storia di Israele con la coraggiosa scelta che, come scrive Ottolenghi, “garantì il futuro del paese”.

barbara

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