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Diario


4 settembre 2011

PER LA GIORNATA DELLA CULTURA EBRAICA

La Giornata, Moni Ovadia e il tutto esaurito

Ho letto con meraviglia mista a delusione l'annuncio della presenza di Moni Ovadia alla manifestazione capofila della Giornata della cultura ebraica di quest'anno, giustificato anche su Pagine ebraiche nella forma inconsueta di una risposta dell'organizzatore David Parenzo alla lettera di protesta di un lettore. Parenzo auspica "ut scandalia eveniant" su questa presenza ed è il caso di accontentarlo. E' vero innanzitutto quel che scrive il lettore: La Giornata si suppone fatta per "comunicare all'opinione pubblica la realtà dell'ebraismo italiano". Benché organizzato a livello europeo, la Giornata da noi è un biglietto da visita, una presentazione pubblica della cultura, dunque anche dei valori dell'ebraismo, come lo si intende in Italia. Capita dunque che alla sua manifestazione principale della Giornata, quella che si svolge a Siena, la comunità organizzatrice di Firenze inviti una persona la quale usa scrivere sui giornali che "in Israele c'è al governo una coalizione sostenuta da razzisti e da fanatici religiosi colonialisti" ("L'unità" 14.10.10) tanto che "ha condannato i palestinesi a diventare cittadini di seconda classe espropriandoli giorno dopo giorno delle loro terre e della loro vita con la violenza dell'occupazione e del colonialismo" (11.12.10) e "uno dei suoi più recenti provvedimenti di legge, approvati per ossequio alle componenti più reazionarie, razziste e fanatiche della sua compagine di governo, è riuscito ad esprimere una sintesi di sprezzo per la democrazia e di stupidità che merita il podio olimpionico". (16.7.11) Certamente la colpa è "del rambo Ehud Barak che nel cervello al posto dei neuroni ha proiettili." (20.8.11). Eccetera eccetera. Tutti ricordano del resto la firma di Ovadia fra quelle che patrocinavano la flottiglia di appoggio a Hamas che si è ridicolmente impantanata in Grecia un paio di mesi fa e molti l'hanno sentito dire cose ancora più esplicite contro lo Stato di Israele, il governo attuale e praticamente tutti quelli precedenti. Dunque, il cittadino che legge e ragiona, con le cui tasse (l'8 per mille) è pagata tale presenza, può essere autorizzato a pensare che questa possa essere la posizione della Comunità ebraica di Firenze che organizza la manifestazione, dell'Ucei che la promuove, in breve degli ebrei italiani; o almeno che questa sia considerata nell'ebraismo italiano una posizione accettabile, una delle tante nella dialettica comunitaria. Io spero e confido che non sia così, so che per molti non lo è; ma mi piacerebbe che ci fossero delle prese di posizioni precise per rassicurare me (e soprattutto il resto degli italiani interessati). L'organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri "razzisti", "colonialisti", "stupidi", "fanatici" e quant'altro? Pensa che bisogna portare soccorso ad Hamas con flottiglie e altri mezzi rompendo il blocco israeliano o no? Il dubbio è lecito. Lo chiedo ai consiglieri dell'Ucei, ai presidenti delle comunità, in particolare a quella di Firenze. Lo chiedo anche a Haim Baharier, invitato anche lui a Siena, perché è il mio maestro ed è considerato tale anche da Ovadia. Ricordo con sollievo e gratitudine sue espressioni ben diverse su Israele. L'ho sentito dire una volta che tutti gli ebrei sono israeliani in esilio, e da allora ho capito meglio la mia posizione. In realtà questa faccenda è ancora un po' peggiore di così. Perché un dissenso politico, perfino il tradimento del proprio popolo, sono problemi seri, che hanno una dignità storica se non morale. Si può discuterne. Del buon uso del tradimento, ricordo, è un bel libro dello storico Pierre Vidal-Naquet, che cercava di rivalutare la scelta di Giuseppe Flavio di disertare il fronte della guerra contro i Romani. Ma qui, come spiega David Parenzo, che ha curato il programma per la comunità di Firenze, "il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito" o, per uscire dalla logica pura e semplice del botteghino, "diffonde­re la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese." Se è questo l'obiettivo, certamente ci si può legittimamente chiedere come fa Parenzo "che c'entra Israele e la sua po­litica?". Già che c'entra Israele con la cultura ebraica? O meglio, che c'entra la cultura ebraica, "questa" cultura ebraica con Israele? Ecco il problema vero che pone la presenza di Ovadia a Siena, al di là del suo livore antisionista. C'entra o non c'entra la cultura ebraica, la sua cultura ebraica con Israele e con la sua identità? A me sembra proprio di no; ma proprio per questo ritengo opportuna una riflessione pacata ma un po' più profonda, che cerchi di comprendere che cosa si intenda per "cultura ebraica" oggi, a parte " i nostri monumenti e tesori ... l'immenso patrimo­nio artistico culturale [ebraico, immagino] presente in Italia." Bisogna partire proprio dal caso personale di Moni Ovadia. "apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica...in grado di raccontare l'ebraismo all'esterno in modo effica­ce e utile per tutti noi," come scrive ancora Parenzo. Non c'è dubbio che Ovadia sia un ottimo uomo di spettacolo ed è chiaro a tutti che egli si è ritagliato una maschera da ebreo che utilizza senza troppe differenze dentro e fuori i suoi spettacoli. Per mestiere Moni Ovadia infatti "fa l'ebreo": quando racconta barzellette e quando interpreta a modo suo la storia di Babel e di Kafka, quando parla del conflitto in Medio Oriente o quando si occupa di Berlusconi. Essendo anche ebreo di nascita, essendosi trovato i giusti maestri e modelli da imitare, risulta molto "efficace"; ma si tratta comunque di una maschera teatrale – tant'è vero che il personaggio che interpreta – a teatro e nella vita  – parla con pesante accento askenazita, mentre chi lo conosce sa che la sua origine è sefardita e il suo modo di parlare normalmente italiano: altri suoni, altri sapori, altri mondi, quelli della persone e quelli della maschera. Il caso della lingua è solo un indizio, ma ce n'è altri: la vistosa kippà vagamente arabeggiante che porta quasi sempre in testa, o le frequenti citazioni e reinvenzioni di pensieri religiosi – veri o falsi che siano, essi sono resi inautentici o piuttosto finzionali dal fatto elementare che egli è per sua stessa pubblica dichiarazione "non credente". Un ebreo non credente (o piuttosto credente solo nella rivoluzione, non nel divino) che porta la kippà e cita il Talmud – un ossimoro, una caricatura, qualcosa che comunque toglie il loro senso sia alla kippà che al Talmud. E' un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell'askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza "razzista", "fanatico", "colonialista" ecc. Un ebreo, che per l'appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di favola che non c'è e non c'è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia). E' dunque sì un "apprezzabilissimo divulgatore", ma quel che passa per la sua macchina divulgativa ne esce trasformato, teatralizzato, svuotato, trasformato in fantasma o favola. L' ebraismo che comunica non è il banale (o serio) succedersi di funzioni e ricorrenze, preghiere e studio, testi e precetti che da millenni segna la vita degli ebrei normali, anche dei grandi geni. No, il suo ebraismo è qualcosa di assai più romantico, "un capolavoro ineguagliato: una nazione e un popolo dell'esilio, fra i confini, oltre i confini, a cavallo dei confini, una nazione non vincolata a uno specifico territorio, né a vocazioni nazionaliste" ("Il Riformista", 11.12.10) "pura poesia e spiritualità" "cancellata dalla follia umana dalla sera alla mattina", "alcune tra le più alte vette del '900: da Freud a Kafka, da Einstein a Marx, da Mahler a Proust". ("Libero", 25.3.11). Che poi i villaggi ebraici in Ucraina e Bielorussia fossero miserabili, che vi regnasse la fame, che da un secolo prima del nazismo ci fosse una massiccia emigrazione a Ovadia, non interessa. Ripeto, il problema non sono queste idee di Ovadia e la loro approssimazione storica (in particolare la grande rimozione della cancellazione comunista dell'ebraismo orientale, che precedette e poi completò quella nazista). Come uomo di spettacolo, Ovadia ha un diritto istituzionale alla cartapesta che rispettiamo. La barzelletta deve far ridere, la tirata deve far piangere – la verità non c'entra, conta il "tutto esaurito". Il problema è che anche la "cultura ebraica", intesa come "monumenti e tesori" ecc. soffre dello stesso male, diciamo una visione ossificata, stereotipata, nel migliore dei casi museale, nei peggiore consumista e caricaturale dell'ebraismo. L'ebraismo come un oggetto da divulgare, una merce culturale da promuovere, un panda cui procurare simpatia. Una visione un po' distorta, romanticizzata, aiuta – per il "tutto esaurito" e par la simpatia. E anche un certo distacco da Israele, un posto così reale da non poter essere perfetto, dove bisogna anche difendersi dagli attentati e usare le armi, una distinzione che politicamente premia nell'Italia catto-comunista. Che c'entra la leggiadra cultura ebraica "piena di tesori" con un posto dove gli ebrei lottano per non farsi travolgere? Benissimo, il "tutto esaurito" è assicurato. Ma si tratta di una deformazione profonda della cultura ebraica vera, che è stata innanzitutto comunità e fede e pensiero e elaborazione degli ambiti della tradizione (halakhà, kabbalah ecc.). La cultura ebraica non è quella dei singoli ebrei importanti e "creativi" che per lo più hanno rifiutato l'appartenenza dei padri – come tutti quelli citati nell'elenco di Ovadia. Se è viva, è pratica dell'ebraismo e riflessione su di essa – cose che difficilmente si possono mettere in mostra. Salvo casi di sconcertante automuseificazione come quel "vero matrimonio" cui l'anno scorso "si pot[è] assistere nell'ambito delle manifestazioni organizzate per l'Undicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica" – almeno a credere alla cronaca del "Messaggero", 5.9.10. Tutto esaurito anche lì, immagino. Insomma, l'invito di Ovadia annuncia per l'ebraismo italiano qualcosa di anche peggio della rinuncia a prendere le distanze dall'ostilità a Israele: una sorta di auto-spettacolarizzazione dell'agonia che a me ricorda quel racconto di Kafka intitolato Il digiunatore: "Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l'interesse del pubblico, tutti volevano vedere il digiunatore almeno una volta al giorno [...] quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all'aperto e allora erano specialmente i bambini a cui era mostrato il digiunatore." E però, la gloria passa: "Mentre prima meritava mettere su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi, quelli." Questo è il problema della "cultura ebraica", di essersi volontariamente trasformata in uno spettacolo per il momento popolare e dunque probabilmente domani non più. Come scrisse l'anno scorso il rav Riccardo Di Segni, della stessa manifestazione: "Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre." L'ebraismo italiano rischia oggi di virtualizzarsi, di trasformarsi in simulazione di se stesso, di non avere più una cultura, sia in senso antropologico (le pratiche ebraiche che riguardano una percentuale sempre molto bassa delle nostre comunità) sia nel senso "alto", di produzione culturale vera e di ebraismo vero. In cambio si rappresenta sempre più come folkloristico, come produttore di barzellette, come innocuamente pittoresco e simpatico, ben lontano dagli israeliani che hanno "proiettili al posto di neuroni" nel cervello. Così ovadizzato, trasformato in cartapesta e barbe finte e vecchie barzellette sempre uguali, otterrà certamente il "tutto esaurito", ma non ci sarà più. Come il digiunatore di Kafka infine abbandonato dalla folla e scoperto dai guardiani "sotto la paglia sporca" "in una gabbia vuota", a "digiunare ancora" scusandosi per farlo, fino alla morte.

Ugo Volli

Entrambi, Ugo Volli e io, abbiamo conosciuto Moni Ovadia molto da vicino, per questo sappiamo, con piena cognizione di causa, che per quanto se ne pensi e parli male si finisce sempre per restare al di sotto della realtà. Quanto al suo essere rappresentante e portavoce dell’ebraismo, posso testimoniare di avere sentito antisemiti a tutto tondo uscire dai suoi spettacoli dicendo con aria trionfante a chi li aveva sempre criticati accusandoli di nutrirsi di pregiudizi: “Visto? Dice le stesse identiche cose che dico io!”
A quanto scritto da Ugo Volli, di cui condivido anche le virgole, mi permetto di apporre solo una correzione: la cosa che Moni Ovadia porta in testa non è “una kippà vagamente arabeggiante”, bensì una berretta da integralista islamico. No, non è la mia ennesima malignità, la mia ennesima personale interpretazione: me lo ha detto lui, una dozzina d’anni fa quando ha preso il vezzo di portare quella cosa, probabilmente per attenuare la sua insopportabile ebraicità.
Poi, en passant, non sarebbe male ricordare che la gente con cui quell’individuo si identifica e solidarizza è questa.


barbara


12 giugno 2009

PARLIAMO DI EBREI E DI PALESTINESI

                             

e di Shoah e di attualità. Oggi Anna Frank avrebbe compiuto 80 anni. Mia madre ne ha cinque di più, ed è ancora qui. Anna no, perché lei era ebrea. E tante brave persone ne piangono il triste destino, la deportazione, le privazioni, le sofferenze, la fame, la malattia e infine la morte, a sedici anni ancora da compiere. Le stesse persone, almeno in parte, che stanno poi dalla parte di coloro di cui parla la tristissima cartolina di Ugo Volli di oggi. Leggiamola.


Cari amici, questa è una cartolina triste e (realmente) filopalestinese. Voglio chiedervi di portare con me il lutto di un ragazzino palestinese di tredici anni, ucciso l'altro giorno a Kalkilya, sulle colline del West Bank di fronte a Tel Aviv. Il nome del ragazzino è Raed Wael Sawalha. E' stato ucciso e prima ferocemente torturato perché accusato di essere "collaboratore" di Israele. I palestinesi ammazzati per questa ragione sono stati centinaia negli scorsi anni; è dal 1936, ben prima della naqbah che gli islamisti hanno autorizzato chiunque ad ammazzare chi venda terra agli ebrei (e questa è ancora una legge dell'Autorità Palestinese) e questo è già un segno sufficiente della volontà palestinese di fare la pace con Israele. Ma Raed Wael Sawalha aveva tredici anni. Tredici anni. Che collaborazione, che tradimento può commettere un tredicenne che abita in un paesone qualunque? Raccontare ai "criminali sionisti occupanti" di come giocano a pallone i suoi amici? O magari flirtare con una "puttana ebrea"? C'è di peggio. Sapete chi ha ucciso e torturato Raed Wael Sawalha? E' stata la sua famiglia, incluso il padre e lo zio. Capite: il padre di un ragazzo tredicenne, con la complicità di tutta la famiglia, tortura a morte proprio figlio per aver "collaborato" con Israele! E' della volontà di pace di questa gente che Israele deve fidarsi, secondo le anime belle da Obama fino agli scout della parrocchia all'angolo....

Ugo Volli

PS: Su quanti giornali avete letto la storia di Raed Wael Sawalha? Ne hanno parlato i grandi amici della Palestina, Michele Giorgio, Umberto de Giovannangeli, Ugo Tramballi, e anche gli umanitari come Moni Ovadia? Ci ha indagato una commissione diritti umani dell'Onu? Andrà ai funerali la (per fortuna ex) vice-presidente del Parlamento Europeo, Luisa Morgantini? O credono anche loro che la vita di un ragazzo ucciso come "collaborazionista" è meno importante di quella di un "martire" che si fa esplodere in mezzo alla gente di una pizzeria?

PPS: C'è un altro ragazzo che non ha tredici anni, ma poco più di venti, prigioniero da tre anni dei palestinesi, si chiama Gilad Shalit. Catturato in territorio israeliano e tenuto prigioniero DA TRE ANNI senza il minimo diritto, senza aver mai ricevuto una visita della Croce Rossa, senza il trattamento garantito ai prigionieri di guerra, in condizioni terribili. Chiediamo tutti la liberazione di Shalit.

Ricordarsi di Gilad non è molto di moda, non è “in”, non fa acquisire benemerenze, né politiche, né sociali. Per fortuna ci ha pensato almeno un gruppetto di bambini, che gli ha dedicato questo lavoro (e grazie al preziosissimo amico che me lo ha fatto conoscere).

barbara


25 gennaio 2008

MONI OVADIA – FINALMENTE!

Riprendo dal blog di Deborah Fait, via Nichisus.

Con il permesso dell'autore riporto quanto segue:
Cara Deborah
il 24 gennaio (domani ) il presidente della Camera Bertinotti folgorato ( purtroppo solo virtualmente) sulla via di Gerusalemme ha invitato( bonta sua) alcuni sopravvissuti ai campi di sterminio di Auscwitz alla giornata della memoria, che si commemorera' nella Sala della Lupa a Montecitorio.

Con la partecipazione straordinaria (adesso ti verra' da vomitare) di Moni Ovadia.
Alcuni ex sopravvissuti tra cui mio padre hanno declinato l'invito piu' o meno educatamente adducendo alla loro assenza il vero ed unico motivo : Moni Ovadia !!
Ti spedisco la copia della sua lettera e ti abbraccio affettuosamente augurandoti di mantenere sempre la grinta e la forza che ti ha reso il punto di riferimento di chi ama Israele.
A.S.

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Spettabile Presidente
On.le Fausto Bertinotti
Camera dei Deputati

Oggetto: invito del 24 gennaio 2008 per ricorrenza del Giorno della Memoria

Egregio Onorevole F. Bertinotti

Nel ringraziarLa per l’invito rivolto a noi, pochi ed ultimi sopravvissuti all’inferno dei campi di sterminio nazisti, colpevoli solo di appartenere alla fede ebraica, mi vedo mio malgrado costretto a declinare il suo invito. La mia decisione e’ motivata dalla presenza di Moni Ovadia, “il sedicente ebreo” che da anni al pari di tanti ottusi antisemiti, coi paraocchi,
critica unilateralmente qualsiasi iniziativa politica diplomatica o militare dello Stato di Israele, del suo Governo, del suo Primo Ministro, e del suo esercito, anche se viene presa per legittima difesa, e senza MAI condannare la controparte.
Ovadia, continua a sfruttare professionalmente le disgrazie e le sofferenze del popolo ebraico, rendendo i suoi atteggiamenti antisionisti ed antiisraeliani, disgustosi, rivoltanti e moralmente inaccettabili per ebrei e non ebrei.
Che il suo comportamento sia dettato da profonde convinzioni ideologiche, da un genuino e personale antisionismo o da personali interessi professionali, per chi ha vissuto l’orrore di Auschwitz per non rinnegare la propria appartenenza religiosa non fa alcuna differenza. Portare acqua al mulino di chi odia Israele; unico stato democratico del Medio Oriente e’
deprecabile sotto ogni profilo ,….. in special modo se lo fa un ebreo.
Al contrario di quanto da lui pubblicamente dichiarato noi grideremo sempre : W Israele !! e, la sosterremo e la difenderemo con tutte le nostre( poche) forze. Questo e’ cio’ che abbiamo insegnato ai nostri figli ed ai nostri nipoti. NOI SOPRAVVISSUTI, il nostro essere ebrei, lo
portiamo ancora marchiato sulla pelle del nostro braccio a testimonianza di quanto Moni Ovadia insulta e offende quotidianamente.

Roma 22 Gennaio 2008

La ringrazio per l’attenzione
Romeo Rubino Salmonì reduce da Auschwitz
Matricola A 15810
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NA: HO SAPUTO OR ORA CHE ALTRI DUE SOPRAVVISSUTI HANNO DECLINATO L'INVITO.

C’è stato un tempo in cui Moni Ovadia si vantava pubblicamente di godere del privilegio della mia amicizia. Poi è iniziata quest’ultima guerra terroristica nell’ennesimo tentativo di annientare Israele, e allora ha rivelato la sua vera natura. È seguita una lunga serie di violenti litigi, e che io non capisco, e che io non rifletto, e che io non so e che io non mi rendo conto e che io non ragiono, e che lui non si spiega come una donna della mia intelligenza non arrivi a capire che (il fatto è che Moni Ovadia ha sempre nutrito una sconfinata ammirazione per la mia intelligenza, la mia cultura, e le mie gambe, e non riusciva a darsi pace che io stessi dalla parte del nemico, ossia di Israele), e che i palestinesi hanno ragione perché sono esasperati, e che io non ho il diritto di dire che Arafat non è in buona fede se non ci ho mai parlato a quattr’occhi (sic!), e che a lui del Muro del Pianto non gliene frega un cazzo, e che il peccato originale è stata l’occupazione (quando ho replicato che il peccato originale che ha dato origine a tutto è stato il rifiuto di Israele da parte degli arabi ha risposto che quelle sono storie vecchie e che non ha senso andarle a rivangare) e che Israele la deve finire, e che gli arabi hanno un’altra cultura e quindi noi dobbiamo capire e che ... Poi è arrivato il momento in cui ha scritto che non solo Arafat non è un terrorista e che chi lo dice è pazzo, ma che è anche un democratico, ed è arrivato il momento in cui, per portare acqua al mulino della propaganda filopalestinese e antiisraeliana è arrivato a manipolare e falsificare le Sacre Scritture, ed è arrivato il momento in cui in teatro ha inneggiato al rabbino ultraortodosso Weiss che auspica la distruzione di Israele – e quando io ho divulgato la notizia ha minacciato di denunciarmi ... Ora, finalmente, un po’ di giustizia.

barbara


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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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