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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


11 gennaio 2012

ARTEMISIA

Artemisia Gentileschi, cioè, la pittrice. Questa



Forse la più grande di tutti i tempi, e tanto possente che molti, al vedere le sue opere, si rifiutavano di credere che fossero opera di una donna. In realtà non è poi così difficile immaginare che una donna vittima di stupro a diciassette anni si possa vendicare così:



Il libro comunque è da leggere: perché è bello e appassionante come un romanzo, perché è documentatissimo, perché oltre alla storia dell’artista e dei personaggi che le ruotano intorno ci dà anche un affresco di un’intera epoca. Insomma, se ve lo perdete avrete da pentirvene.

Alexandra Lapierre, Artemisia, Mondadori



barbara


31 dicembre 2011

SEFARAD

È un libro che racconta di viaggi, Sefarad. E di persone incontrate durante i viaggi. E di racconti ascoltati durante i viaggi dalle persone incontrate durante i viaggi. E di libri letti durante i viaggi e dei racconti che vi si sono letti e dei ricordi di altri viaggi che tali racconti hanno evocato, e questi racconti di racconti sono talmente forti che te li senti scivolare sotto la pelle, penetrare nella carne, scorrere nelle vene, pizzicare i nervi uno per uno. E poi ancora altri viaggi, quei treni che attraversavano la notte dell’Europa, e anche quelle auto, corvi le chiamavano, che attraversavano le notti di Mosca. E nomi noti: Kafka, Milena... E nomi sconosciuti, perché sono milioni, quei nomi, e chi mai li potrebbe conoscere tutti. E poi ancora volti e occhi e tragedie e lettere e storie e incontri e una malattia che non si può pronunciare e una conchiglia bianca e la vita e la morte e l’orrore e le attese, di un bussare alla porta o di stivali chiodati o di una diagnosi o di un’alba che non arriva mai; e un libro pubblicato a Londra, rivenduto a Oslo, comprato in Virginia e letto a Madrid per conoscere la storia di un tedesco condannato a morte in Russia e assassinato in Francia. E la vertigine che ti coglie a tratti, e la tua mano si allunga ad afferrare la sponda del letto, o la gamba della sedia, o, se altro non c’è, la stoffa del vestito, e serrarla forte per non precipitare.
E man mano che leggevo mi segnavo pagine, questa la metto, e anche questa... e questa... Alla fine mi sono accorta che per mettere qui tutte le pagine degne di nota, tutte quelle che tolgono il respiro, tutte quelle che rileggi quattro volte di fila per assaporarne ogni sillaba, avrei dovuto tirare giù almeno tre quarti di libro. E allora le ho tolte tutte e ne ho lasciata una sola. Questa.

La città più bella del mondo, mi creda, il fiume più maestoso, né il Tamigi né il Tevere né la Senna gli si possono paragonare, il Duna, non ho mai imparato a chiamarlo Danubio. Un esempio di civiltà, così credevamo, finché non si scatenarono quelle belve, no, non solo i tedeschi, mi riferisco agli ungheresi, che non avevano bisogno di essere aizzati per agire con una ferocia inaudita, le Croci Frecciate, i segugi di Eichmann e Himmler, persone che abitavano vicino a noi, gente che parlava la nostra lingua, quella che io ho quasi dimenticato, soprattutto perché mio padre non voleva che la usassimo nemmeno fra noi, gli unici sopravvissuti della nostra famiglia, soli qui a Tangeri, con il nostro passaporto spagnolo, la nuova identità che ci aveva permesso di uscire dall'Europa dove mio padre non volle più tornare, l'Europa che amava e di cui andava fiero, Brahms, Schubert, Rilke e tutto quel ciarpame da snob che poi ripudiò per diventare ciò che comunque non era, un ebreo custode della Legge, scostante con i gentili, proprio lui, che non ci portava mai alla sinagoga e non osservava le festività, lui che parlava francese, inglese, italiano e tedesco ma di ebraico conosceva appena qualche parola e un paio di ninnenanne in ebraico spagnolo - e in effetti gli piaceva sottolineare questa nostra origine quando vivevamo a Budapest. Sefarad era il nome della nostra patria, benché ne fossimo stati scacciati da più di quattro secoli. Mi raccontava che la famiglia aveva custodito per generazioni la chiave della dimora dei nostri avi di Toledo, e mi parlava dei loro spostamenti come se si trattasse di una sola vita durata quasi cinquecento anni. Eravamo emigrati nel nord dell'Africa, poi alcuni di noi si erano stabiliti a Salonicco, altri a Istanbul, dove avevamo portato le prime tipografie, e nell'Ottocento eravamo arrivati in Bulgaria, finché, all’inizio del Novecento, mio nonno paterno, che si dedicava al commercio del grano nei porti sul Danubio, si stabilì a Budapest e sposò una ragazza di buona famiglia, perché all'epoca i sefarditi si consideravano superiori agli ebrei orientali, askenaziti poveri dei villaggi polacchi e ucraini, le vittime dei pogrom russi. Noi eravamo spagnoli, diceva mio padre nel suo plurale orgoglioso. Lei sapeva che un decreto del 1924 ha restituito la nazionalità spagnola ai sefarditi?

(Sì, io lo sapevo. È stato giocando su quel decreto che Sanz Briz prima e Perlasca poi hanno emesso migliaia di documenti che hanno salvato la vita ad altrettanti ebrei ungheresi).

Antonio Muñoz Molina, Sefarad, Mondadori

 

barbara


10 ottobre 2011

LUIGI E GLI ALTRI

Luigi Calabresi, fatto oggetto di un’ossessiva, martellante campagna di odio, continuata anche dopo che tutte le prove scientifiche hanno dimostrato che Pinelli non era stato ucciso e che, soprattutto, in quel momento Calabresi si trovava da tutt’altra parte. Campagna di odio sfociata infine nell’assassinio del commissario da parte degli adepti di una religione che è tornata alla pratica dei sacrifici umani. E insieme ai familiari di Luigi calabresi trovano voce i familiari di altre vittime sacrificali: Guido Rossa, Antonio Custra, Ezio Tarantelli, Marco Biagi...
E trova spazio, soprattutto, l’unica possibile risposta ai cultori della morte: “Bisogna scommettere tutto sull’amore per la vita”.

Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, Mondadori



barbara


31 agosto 2010

QUALCUNO CON CUI CORRERE

Quando ho cominciato a leggerlo, dico la verità, non avevo mica intenzione di scriverne la recensione. Anzi, non avevo neanche intenzione di finirlo, perché la storia, diciamolo, è di una cretinitudine unica (il cane che sa che è domenica e che bisogna andare a prendere la pizza, ma per piacere!). Finisco il capitolo, giusto per sentire cosa dice la monaca folle, e poi lo mollo. Ancora due pagine, per vedere se il poliziotto sadico arriva ad accorgersi che non è lui, e poi lo mollo. Ancora dieci pagine, vediamo se riesco a capire perché quella pazza deve per forza andare a cantare in Ben Yehuda... E poi ho letto tutta la notte fino alle nove e mezza di mattina, quando sono arrivata alla pagina 362 e ho potuto finalmente chiudere il libro. E lo so, sì, che oltretutto è anche spaventosamente banale una storia in cui quando tutto sembra perduto arrivano i nostri – e tu che leggi, naturalmente, lo sai benissimo che adesso qualcosa deve per forza succedere, perché un romanzo che si rispetti non può mica finire con una carneficina, una strage di innocenti e il male che trionfa e il bene che soccombe, e che diamine! – ma poi devi anche fare i conti con la commozione che ti prende con la scazzottata della piscina, un mezzo massacro, se vogliamo proprio essere onesti, e quando lui ricorda i segni, e l’innamorato della sorella, e allora perdoni tutto e quasi quasi, se solo ne avessi il tempo, lo riapriresti alla prima pagina e ricominceresti da capo.

David Grossman, Qualcuno con cui correre, Mondadori



barbara


13 agosto 2009

BERIA

Nel destino toccato a Beria e ai suoi colleghi della GPU c’è, naturalmente, una forma di elementare giustizia, ma sarebbe stato più equo se fossero state le sue vittime, e non i suoi complici, a comminare la meritata punizione. (Charles Bohlen, ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, al segretario di stato, dicembre 1953)

Può sembrare strano che uno dei peggiori macellai del secolo, cinico, sadico, persecutore implacabile dei propri nemici e anche di chi, semplicemente, poteva fargli ombra e rallentare la sua carriera, freddo torturatore, rotto a ogni infamia, possa essere associato a qualcosa di positivo. Eppure è così: fra i nomi che contano nell’Unione Sovietica del Grande Terrore, in quell’immenso baratro di infamia, Beria è uno dei pochissimi cui si possa attribuire qualcosa di buono. E non è certo di grande conforto sapere che coloro che hanno posto fine al suo potere e ne hanno preso il posto erano, se possibile, ancora peggio di lui.
Scritto dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la conseguente, sia pure parziale, apertura degli archivi, Beria rappresenta, anche per chi già a lungo si è occupato di queste tematiche, una lettura veramente interessante, con notevoli squarci di luce su un mondo tuttora troppo in ombra.

Amy Knight, Beria, Mondadori



barbara


20 ottobre 2008

L’OMBRA DEL VENTO

C’è una sola espressione per definire uno così: scrittore di razza. Uno che ti tiene incollato alla poltrona dalla sera alla mattina e poi dalla mattina alla sera fino a quando non arrivi all’ultima pagina di questa storia in cui la vita sconfina con la morte e la morte ritorna alla vita e la vita sopravvive alla morte, in cui una banale ricerca di notizie su uno scrittore poco noto finisce per diventare una lotta implacabile per la sopravvivenza, per sé e per molti altri, e quando, dopo avere rischiato la vita tua e altrui, riesci finalmente ad avere in mano tutte le carte e credi di avere capito tutto, ecco che una folata di vento te le scombina tutte e ti accorgi che non avevi capito niente. E tutto intorno, una Barcellona devastata dalla guerra civile capace di tirare fuori il meglio e il peggio di ognuno – ma soprattutto il peggio, come il gusto di torturare con la fiamma ossidrica, per esempio, e se vuoi trovare qualche residua briciola di umana pietà non ti resta che andarla a cercare tra puttane finocchi e accattoni. E qualche libraio. E tu procedi, di pagina in pagina, tra infamia e coraggio, verità e menzogna, amore e odio, ricchezza e miseria, e un inconfondibile odore di carta bruciata.
Da leggere rigorosamente in un fine settimana privo di impegni, con sufficienti scorte di viveri e bevande accanto e, se possibile, un capiente pitale vicino alla poltrona.
Ah, dimenticavo: “L’ombra del vento” non è la storia narrata qui, bensì il titolo del libro di cui si narra la storia – perché anche lui ha una storia, e neanche ve lo potete immaginare, che razza di storia sia.

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento, Mondadori



barbara


13 ottobre 2008

IL LADRO GENEROSO

È possibile scrivere cose comiche raccontando storie che si svolgono tra i sopravvissuti all’indicibile? Sì, è possibile se ci si chiama Yoram Kaniuk, lo scrittore che nel bellissimo Adamo risorto, ambientato fra gli “uomini col numero blu”, coloro che sono usciti dall’inferno ma l’inferno non è mai più uscito da loro, riesce a narrarci di visioni mistiche scaturite da una pisciata dietro un cammello e di una intensa fede in Dio generata dai famelici insetti africani. E infatti ci riesce anche qui, in questa storia che si snoda tra ricchi banchieri e delinquenti comuni e miserabili dei campi profughi appena arrivati nel neonato stato di Israele e musicisti e poliziotti e sopravvissuti dai segreti inenarrabili e donne dalle mille risorse e l’imprenditore che conosceva a memoria più versi di Bialik di quanti Bialik ne avesse scritti e l’uomo degli orologi e poi lui, Naftali, l’uomo che progetta il furto del secolo e per prima cosa ne informa il derubato e per seconda la polizia e che ha programmato e previsto tutto, ogni mossa e ogni reazione e ogni parola di tutti i personaggi coinvolti … tutto, tranne la conclusione. Perché la vita, si sa, non si lascia programmare, e finisce sempre per prendere le direzioni più inaspettate e imprevedibili. Insomma, un libro succoso, bello, da leggere tutto d’un fiato. (Qui dice che è un libro per ragazzi, ma non credeteci: lo fanno solo per depistarci, ma noi non ci facciamo mica fregare, no?)

Yoram Kaniuk, Il ladro generoso, Mondadori



barbara


29 agosto 2008

A VOCE PIENA

Hai presente quei libri che ti penetrano sotto la pelle e ti entrano nelle budella, nel sangue, nelle ossa fino a fondere ogni propria molecola con le molecole del tuo corpo e diventare un corpo solo con la tua anima? Ecco, questo è uno di quei libri. Di quelli che parlano alla tua pancia e alla tua testa. Di quelli che leggi altri dieci libri e sei ancora lì a pensare a quello. Un libro così. Di quelli in cui il passato irrompe – perché non sei tu che cerchi il passato, no: è il passato che ti cerca e ti stana e ti insegue e ti bracca e ti ghermisce e ti possiede senza pietà - e tu non hai scampo. Non ne hai se sei figlio di un uomo col numero sul braccio, che non parla, che non osa, che non riesce, che non può, e tuttavia non potrai impedirti di sapere e di avere per sempre quella verità sotto la pelle, e non potrai impedire che qualcuno ti spieghi che tiene sempre una valigia pronta in caso di emergenza perché nessun posto è sicuro al cento per cento e che si è soli quando si tratta di vita o di morte. Ma non è molto diverso per la donna dalla pelle ambrata e dalla lingua misteriosa, perché la bestialità umana non conosce geografia né lingua né colore della pelle, così come non li conosce la sofferenza, quella sofferenza assoluta che ti costringe ad accovacciarti e a urlare dentro la terra perché il fiume deve rompere la diga e che lascia segni sulle mani e sulle braccia (le lamette fanno tagli perfetti), quella sofferenza che non si può dire e che tuttavia bisogna dire, prima o poi, e che ti costringe a parlare al presente, sempre, anche quando parli di chi non c’è più, perché il passato vive sotto la tua pelle ed è sempre presente in ogni momento, come sono presenti nelle tue orecchie le loro urla che ti accompagneranno per sempre, e devi fare i conti con lo spazio fra le mie ossa e le ossa dei morti e alla fine impari che nonostante tutto devi andare avanti, anche se il dolore ti schianta, anche se la tua voce scompare e chissà se mai ritornerà,  anche se la notte, a volte, i tuoi singhiozzi sono talmente violenti da arrivare fino al piano di sopra, anche se non bastano undici televisori accesi contemporaneamente per coprire la voce dei fantasmi che invadono la tua vita: lo stesso devi andare avanti perché ti rendi conto che suicidarti non sarebbe educato nei confronti dei morti e anche per non permettere agli assassini di uccidere un’altra volta. E tu leggi e sai che adesso queste storie sono anche tue, perché chi ascolta diventa testimone, e non hai il diritto di sottrarti: non più, ora che sai. E come in un perverso e tuttavia benefico girotondo le storie di qua e di là dell’oceano si incontrano e si intrecciano e si sovrappongono e poi si guardano negli occhi e si riconoscono, e l’uomo riemerso dal passato diventa fratello dell’uomo posseduto dal passato, e la donna ghermita dalle tombe diventa sorella della donna senza tombe ma le urla delle donne stuprate, le urla di vecchi e bambini sgozzati passeranno mari e foreste e montagne e pianure e laghi e deserti e ti raggiungeranno ed entreranno nelle tue orecchie e non ne usciranno mai più, così come non uscirà mai più dal tuo naso l’odore della carne bruciata e chissà quanti oceani di tempo e di spazio dovranno superare due mani per potersi incontrare – e chissà se mai ci riusciranno. E tu che mi stai leggendo, sì, tu, tu che i figli di quella terra martoriata li hai accolti nella tua casa, tu che, in lunghe notti insonni, hai ascoltato sofferenze che noi neppure osiamo immaginare, tu che hai visto le cicatrici messe a nudo dalla mano di un parrucchiere maldestro, tu che hai pianto con chi piangeva e hai stretto a te chi tremava, tu lo sai quanto amore ci vuole per fare uscire l’inferno da chi è uscito dall’inferno. E chissà se a tutti sarà dato di uscirne, chissà se a tutti sarà dato di incontrare sulla propria strada una sufficiente dose di amore. Tu, comunque, intanto leggi, e poi mi ringrazierai.
Qualcuno si è chiesto se sia ancora possibile la poesia dopo Auschwitz: la risposta è sì, e questo libro ne è la prova.


Elizabeth Rosner, A voce piena, Mondadori



barbara


3 giugno 2008

VITA DI FAMIGLIA

Che non è una famiglia come tutte le altre, no. Perché qui c’è un papà che per amore – e per senso di giustizia – ha sfidato la propria famiglia e le leggi razziali, ha affrontato la Gestapo e la prigione e la tortura. E c’è una mamma che ha rabbiosamente abbandonato la propria comunità che si era rifiutata di accogliere nel proprio seno un uomo tanto giusto. E c’è una ragazzina capace di scrivere correttamente in inglese e in spagnolo e in ebraico ma non in tedesco, al punto da diventare lo zimbello della classe per la quantità e l’enormità dei suoi errori di ortografia. E c’è una nonna costretta ad assumersi il compito di trasmettere l’ebraismo alle proprie nipoti, visto che la mamma non ne vuole sapere. E c’è una zia che proprio non riesce a digerire che la Germania, con la scusa del risarcimento, debba dare un sacco dei propri soldi agli ebrei. E ci sono i ricordi e i rimpianti e i rancori, visti attraverso gli occhi della figlia minore, mescolati alle esperienze quotidiane e ai pensieri e ai sogni e alle elucubrazioni e alle fantasie. E c’è il microcosmo dei vicini, nei confronti dei quali sempre rimane sospesa la fatidica domanda: che cosa facevano allora? Da che parte stavano? Salvo per qualcuno di cui si sa fin troppo bene da che parte stava e che cosa faceva. E ci sono le vecchie signore di Theresienstadt, e i soldi che non bastano e il ripudio di Soraya e le pettinature cotonate e una signora che suona il piano e la drammatica foto di una bambina dai tratti orientali che corre nuda urlando di dolore e di terrore e di disperazione e la tragica constatazione che anche loro, i liberatori, i salvatori, possono fare cose brutte, e la guerra dei Sei giorni e questo piccolo, fragile Paese in pericolo e la disinformazione che da subito comincia a farsi strada fra le notizie e amicizie che si spezzano. In breve: un libro ricco e intenso, da leggere e da godere, dalla prima all’ultima pagina.

Viola Roggenkamp, Vita di famiglia, Mondadori



barbara


27 gennaio 2008

I SOLITI EBREI

Perché hanno ammazzato Gesù Cristo. Perché sono comunisti. Perché sono capitalisti. Perché stanno tra di loro. Perché si mescolano tra di noi. Perché sono apolidi. Perché pretendono di avere uno stato. Perché sono vigliacchi e non sanno neanche difendersi. Perché si difendono. In conclusione, perché sono ebrei: i soliti ebrei.

Daniele Scalise, I soliti ebrei, Mondadori



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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