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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


5 luglio 2011

IL MATRIMONIO DI DANIEL IL MATTO

Roma 1778.

Combinare un matrimonio non è poi difficile, diceva spesso Shoshanna, nel presentarsi a qualche genitore in pena. Se la ragazza è giovane e bella, se la dote è consistente e se il pretendente è un lavoratore, timorato di Dio, possono riuscirci perfino quattro comari. I miei servizi sono preziosi invece quando le cose si fanno complicate. Quando perfino la merce più pregiata diventa difficile da collocare sul mercato.
Volete qualche esempio, chiedeva? Ce n’è una gamma infinita! L’età di uno dei due. La mancanza di una congrua dote. Qualche difetto, da una parte o dall’altra. O magari, has ve shalom, qualche diceria più o meno motivata sulle virtù della sposa. Allora si che serve una vera sensale per combinare uno shidduch. Una che sappia mettere in evidenza i pregi del prodotto e trovare un compratore capace di apprezzarli. Una come me per intenderci. Una che ha portato sotto la kuppah gente come Moshè Testavota. O Giuditta la Shofetessa. O Giacobbe Flatulenza.
Ah…! Ce ne sono in giro di sensali, esclamava sprezzante, ma nessuno è come Shoshanna! Io posso trovare un principe per la vostra bambina. Un uomo che la riverisca come una regina e vi riempia la casa di marmocchi. E mentre le mamme si scioglievano nel sogno, aggiungeva quieta: e voi non mi dovrete nulla per tutto questo. Nulla fino al momento in cui non risuonerà il meccudeshet sotto i lembi della kuppah.
Amen, amen amen, esclamavano invariabilmente le madri, ed il prezzo del suo ingaggio diveniva una formalità.
Le cose non erano andate diversamente con i Sermoneta.
Quei due erano preoccupati per la figlia grande, e ne avevano tutte le ragioni. Se a ventiquattro anni l’avevano ancora in casa, qualche problema doveva pur esserci.
Debora era una bella ragazza, ma questo non voleva dire nulla. Quante ne aveva viste di belle creature ammuffire in casa senza trovar marito? E in questo caso la dote non c’entrava, si diceva Shoshanna, dal momento che i Sermoneta erano disposti a svenarsi pur di sistemare la figlia.
Eppure…
Decise di prendere qualche informazione.
La mattina dopo di buonora si presentò al forno in via della Rua e nell’acquistare il pane buttò li qualche parola, qualche nome, qualche congettura. Poi si limitò ad ascoltare, giusto rinfocolando le chiacchiere, quando l’interesse delle altre donne sembrava venir meno.
Quando uscì dalla bottega sapeva tutto ciò che le occorreva.
Il carattere.
Debora aveva respinto quattro pretendenti, quando ormai lo shidduch sembrava fatto. Inspiegabilmente. Senza una plausibile ragione. Ma lei era così. Bizzarra e intemperante. Come tutti i Sermoneta, a quanto si diceva.
Da ragazzina si era messa in testa di studiare il Talmud. Se lo studiava suo fratello, perché a lei doveva essere negato? I rabbini interpellati avevano sentenziato che studiarlo non è proibito alle ragazze. Non insieme ai maschi, però, che non si metta la paglia accanto al fuoco!
E con chi allora…?
Per protesta aveva smesso di farsi vedere al beit ha keneset perfino nei moadim, perfino di Rosh ha Shana e Kippur.
Con la gente poi era scontrosa e irascibile, tanto che di amiche, a quel che si diceva, non ne aveva quasi.
Voglia di lavorare poca. Preferiva passare il tempo a leggere tutto ciò che le capitava fra le mani, piuttosto che dare una mano in bottega o consumarsi gli occhi su ricami e rammendi. Pretese molte. E quei quattro shidduchim andati per aria stavano lì a dimostrarlo.
Mentre tornava a casa Shoshanna ragionava fra sé e sé. Per sistemare una ragazza come questa, ci vuole qualcuno che trovi graziose le sue intemperanze. Che non badi alle sue scarse virtù domestiche. Che non pretenda di mantenere delle relazioni sociali cordiali con la gente che gli vive intorno. Che le dia tanta libertà quanta lei ne chiede, facendosi beffe delle chiacchiere della gente…
Ma dove lo trovo uno così?
Eppure…
Oh Kadosh Baruchu, non è possibile!
Ma più ci pensava, più si persuadeva che quella era l’unica possibile soluzione. Di certo per lei, ma forse anche per lui. In fondo non era più un ragazzino. E poi anche lui era scorbutico e arrogante. Era stato capace di inimicarsi tutto il ghetto e di litigare con tutti i rabbini. Era incurante delle convenzioni, e guardava alla vita da un’angolatura tutta sua.
Sì, si disse, è il sofer l’uomo giusto per lei! E dal momento che non era tipo da starci a pensare sopra, si avviò col suo passo battagliero verso via della Fiumara.
Daniel il Matto era al suo solito posto, seduto al suo scranno di fronte alla bottega, intento a vergare le sue pergamene.
“Che ci fai qui Shoshanna?” le chiese, alzando appena gli occhi dal suo banco.
“Cosa vuoi che ci faccia? Lavoro. Come sempre. Tu prepari le chetubot, io faccio in modo che qualcuno te le venga a chiedere. Dovresti essermi riconoscente.”
Daniel si mise a ridere, mentre lei cercava uno sgabello su cui sedere.
Le gambe le facevano male. Troppo grassa, troppo vecchia si disse, come sempre quando si sentiva stanca. Se non rallento un po’ ci penserà Kadosh Baruchu a fermarmi, una volta per tutte. Che aspetti però. Abbia pazienza almeno fino a quando avrò sistemato la giovane Debora, che se non la sistemo io… Si portò le dita alle labbra e agli occhi, suggellando con quel rituale il suo piccolo negoziato di proroga col Padreterno.
“Non ti sedere Shoshanna. Qui non hai niente da fare. Io non ci penso nemmeno a prendere moglie.”
“Nessuno ci pensa, ma tutti si sposano, prima o poi. Tu non sei diverso. Deve solo capitarti l’occasione giusta…”
Daniel posò lo stilo sul banco.
“E tu sei qui per offrirmela quell’occasione. Beh, sappilo subito, la risposta è no. Non sono arrivato a quarant’anni per…”
“Non sei arrivato a quarant’anni per comportarti come uno stupido testardo. Ti costa qualcosa starmi ad ascoltare…? Non sai nemmeno chi sia la creatura di cui ti voglio parlare e già dici no, io non la sposo! Aspetta! Nessuno ti obbligherà a fare nulla se non lo vorrai fare. Però credimi: quando l’avrai vista, quando l’avrai conosciuta, sarai tu ad implorarmi di combinare lo shidduch.”
Daniel il Matto scosse la testa divertito.
“Sei un’artista Shoshanna. Se tu fossi più giovane, sposerei te, non qualcuna delle tue stupide ragazzine.”
“Ah, non mettere il dito nella piaga. Quello è stato il mio unico fallimento. Ho trovato marito a non so più quante ragazze, ma non l’ho trovato per me. E’ stata la mia dannazione. Non voglio che capiti anche a te di ritrovarti vecchio senza nessuno al fianco.”
Daniel si asciugò le mani in uno straccio e abbandonata la pergamena si volse verso di lei.
“Avanti, parlami di lei.”
Shoshanna socchiuse gli occhi ed agitò una mano, come persa in una visione.
“Ah, la dovresti vedere… Un angelo del paradiso. Bella da perdere la testa.”
“Però…?”
“Niente però! E’ una vera bellezza. Un incanto di ragazza.”
“Se la proponi a me piuttosto che a uno di quei buoni partiti che fanno sognare tutte le mamme del ghetto, qualche però ci sarà pure…! Avanti: quanti anni ha?”
“Ventiquattro e allora? Tu ne hai quaranta. Cosa dovrei fare…? Metterti nel letto una ragazzina?”
“E cosa ha fatto fino ad oggi questa meravigliosa creatura?”
“Che ti importa cosa ha fatto? Tu devi pensare solo a quello che farà da oggi in avanti, e questo dipenderà dal marito che sarai. Come dice il Talmud, trattala come una regina e sarai un re dentro la tua casa.”
Daniel il matto sospirò poco convinto.
“Immagino che sappia cucinare… e ricamare… Come tutte le ragazze del ghetto.”
“Ah! E’ questo che tu cerchi in una moglie…? Che sappia cucinare, come tutte le donnette del ghetto? Lei legge. Lei parla. Lei discute. Ha studiato il Talmud, sai? Lei sa fare tutto ciò che deve fare una moglie, ma ha qualcosa che le altre non hanno: lei ha la testa e la sa usare. Credimi Daniel, lei è la scarpa per il tuo piede.”
Daniel si alzò e fece qualche passo, avanti e indietro, grattandosi la testa.
L’idea di prender moglie se l’era sempre buttata alle spalle, per non dover rendere conto a nessuno della sua vita trasandata. Ma gli anni passano e le prospettive cambiano. Sempre più spesso si sorprendeva a desiderare un figlio e per averlo doveva pur rassegnarsi a un matrimonio.
“Va bene” disse alla fine “portamela qui.”
Shoshanna balzò in piedi, sgranando gli occhi.
“Sei pazzo?”
“Se non vedo, io non compro” disse lui deciso “portala qui, le farò un ritratto e alla fine ti dirò se la cosa si può fare.”
Shoshanna tornò dai Sermoneta e finalmente conobbe davvero la giovane Debora.
“Io non vado a farmi esaminare da questo bifolco maleducato. Mi ha preso forse per una puledra? Ha quarant’anni e fa ancora lo schizzinoso, questo stupido vecchio! E poi guarda, se si comincia così, figuriamoci dopo… No! Assolutamente no! Digli che sono io che non ne voglio sapere di lui.”
Ci vollero la pazienza della madre e l’arte di Shoshanna per raddrizzare una situazione che sembrava già compromessa.
Un paio di giorni più tardi, comunque, le tre donne si presentarono alla bottega di Daniel il Matto.
Il sofer non disse una parola. Dette un occhiata alla posizione del sole e sistemò uno sgabello in piena luce.
“Siediti,” disse a Debora, “e guarda in quella direzione.”
Quando la ragazza si fu accomodata, lui le girò intorno, scrutandola da ogni angolatura. Poi tornò al suo banco, stese un foglio di carta e cominciò a disegnare, dapprima lentamente, poi con sempre maggiore trasporto, fino a perdersi nel suo impeto creativo.
Dopo mezzora all’improvviso si quietò, posò il carboncino e si allontanò dal disegno.
“Bello,” disse, sollevandolo verso la luce del sole.
Debora sorrise. Non si erano scambiati una parola e questo le era piaciuto. Quanto meno non era un tipo invadente. E poi era un bell’uomo, non lo si poteva negare.
“Posso vederlo?”
“La prossima volta.” disse lui, coprendo il disegno. “Questo è solo uno schizzo, voglio prima farne un dipinto.”
Shoshanna tornò alla bottega più tardi.
“Allora?”
“E’ molto bella. Avevi ragione.”
“Che ti avevo detto? E’ una creatura speciale… E tu ancora non la conosci!”
“Ti sbagli. La conosco. Quando ritraggo qualcuno, io penetro nella sua essenza più intima… Beh, quello che ho visto… Non lo so, non credo che sia lei la donna che mi è destinata.”
“Non dire sciocchezze! Non hai visto come ti guardava? Lei è già innamorata, Daniel! Shemagn Israel, cosa potresti desiderare di più? Bella, intelligente, innamorata… E la dote poi! Non ti ho ancora parlato della dote…”
Shoshanna tornò a casa fiduciosa.
Daniel aveva preso tempo ma era evidentemente intrigato da Debora. Solo quella malaugurata sensazione… Una sensazione che non era nemmeno capace di spiegare.
A motzè shabat aveva detto. Vieni a motzé shabat e ti darò una risposta.
Che rifletta, aveva pensato Shoshanna. Ha quarant’anni. Non gli capiterà ancora un’occasione come questa.
All’uscita delle tre stelle comunque non si dette tempo e si presentò puntuale alla porta del sofer.
“Voglio vederla ancora” disse lui.
“Sei pazzo? Ho già fatto un miracolo a portartela qui! E poi non puoi offenderla con i tuoi dubbi. Lei ti si è offerta con l’entusiasmo della giovinezza: ora ha diritto ad una risposta ponderata.”
Discussero a lungo e alla fine Shoshanna trovò la soluzione.
“Verrai a casa loro. Diranno di volerti commissionare la stesura di una beracha o qualcosa del genere. Tutta la famiglia ti accoglierà in casa e tu avrai modo di osservare ancora una volta Debora. A quel punto però, dovrai prendere una decisione. Subito. E dovrai comportarti con discrezione. Non voglio che la ragazza si senta umiliata, qualunque sia la conclusione.”
La cosa fu organizzata in fretta e due giorni più tardi Daniel il Matto si presentò con Shoshanna in casa dei Sermoneta.
“Non dimenticare” gli ripeté lei prima di entrare, “Debora a un certo punto lascerà cadere un fazzoletto. Tu lo raccoglierai e glie lo restituirai. Questo vorrà dire che la vuoi, e lo shidduch sarà compiuto. Se invece sarai così pazzo da rifiutarla, beh allora il fazzoletto lo lascerai in terra e te ne andrai alla svelta.”
Tutta la famiglia li accolse sulla porta, colmandoli di attenzioni.
Daniel srotolò sul tavolo le sue pergamene decorate e prese a mostrarle ad una ad una.
Il momento della decisione si avvicinava ma lui non si era fatto ancora una convinzione.
Osservava Debora, ma per quanto intrigato dalla sua bellezza non riusciva a vincere quella sensazione di estraneità che lo aveva colto nel ritrarla.
Lei dal canto suo stringeva in mano il fazzoletto e rimaneva discosta senza unirsi alle esclamazioni di stupefatta ammirazione che accompagnavano ognuno dei suoi lavori.
Il tempo stringeva, doveva decidere.
Ed ecco il fazzoletto che cade.
Lui rimase a lungo immobile, incapace di prendere partito.
Perché no si disse alla fine, chinandosi a raccoglierlo. Cos’altro potrei desiderare? Non posso lasciarmi guidare da una sensazione. Perché dovrei rinunciare a lei?
Non aveva finito di chiederselo e già gli giungeva la risposta.
“Ce l’hai fatta alla fine! Mi hai rivoltata come un guanto e ancora non ti sapevi decidere! Cosa volevi fare? Scappare? Umiliarmi? Lasciarmi qui con quel maledetto fazzoletto in terra? Buon per te che non l’hai fatto, perché ti avrei cavato gli occhi con le mie stesse mani.”
Nella stanza cadde il silenzio.
Daniel il Matto, con il fazzoletto in mano, la fissava incredulo.
Ora sapeva cosa lo aveva turbato. Ora sapeva cosa aveva colto nel ritrarla.
Finalmente deciso, si volse verso la madre per prendere congedo con un minimo di buone maniere.
La donna era impietrita, paralizzata sulla sedia. Con lo sguardo implorava Shoshanna, sperando con tutto il cuore che un qualche miracolo intervenisse ad evitare la catastrofe.
Non poteva immaginare che ciò che l’attendeva sarebbe stato peggiore dei suoi peggiori timori.
Daniel si stava voltando per andarsene, quando il suo sguardo incrociò quello della sorella minore.
Un attimo e i loro destini furono segnati. Un sorriso e il fazzoletto fu nelle mani della figlia sbagliata.
Lo sguardo che ne seguì suggellò fra i due un patto che nessuno avrebbe più potuto infrangere.
Ora Debora gli inveiva contro. Tutti gridavano e Daniel si affrettò ad uscire, avviandosi rapidamente giù per le scale.
Dietro di lui sentì passi leggeri e svelti.
“Io mi chiamo Rachele!”
Lui si arrestò girandosi a guardarla.
Lei si teneva al mancorrente della scala e gli sorrideva.
“Rachele” ripeté lui.
Era felice come non ricordava di essere mai stato.
Sollevò la mano in un gesto di saluto e riprese a scendere le scale.
Non era stato capace di dirle nulla ma gli parve che fra loro si fosse detto tutto quello che c’era da dire.
Shoshanna si presentò da lui il giorno dopo.
Era furiosa.
“Sono vecchia, Daniel, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista! Hai superato te stesso. Hai offeso Debora e questo te lo potrei forse perdonare. Quello che non potrò mai perdonarti è di esserti fatto beffe di me. Della mia buonafede. Io ti offro una straordinaria opportunità e tu cosa fai? Infanghi la casa di cui io ti ho aperto le porte.”
“Avevi detto che era la scarpa per il mio piede! Beh, non lo era. Lo hai visto anche tu.”
“E allora? Potevi uscire di scena con discrezione! Ma tu no! Tu non hai ancora finito di rifiutare quella povera figlia e già ti metti ad insidiare sua sorella!”
“Io non la insidio! Io la voglio. E la voglio sotto la kuppah.”
“La vuoi sposare! E tu pensi che i Sermoneta prenderebbero di nuovo in considerazione uno come te? Tu sei pazzo e io sono più pazza di te! Illudermi di poterti mettere la testa a posto! Pazza, pazza, pazza!”
“Io la voglio!”
“Beh, dimenticatela! Sarebbe una specie di incesto. Rifiutare una donna e prenderne la sorella. Non troveresti un rabbino disposto a sposarti!”
“A quelli ci penso io. E comunque Iaakov avinu, ha preso anche Rachele sebbene gli fosse stata destinata Leha. Perché non io? Voglio anch’io la mia Rachele.”
Shoshanna lo avrebbe volentieri strozzato ma quarant’anni di shidduchim le avevano insegnato ad usare la testa.
Invece di lasciarsi prendere dalla furia ragionò e lo fece in fretta.
Una cosa era certa. Dopo una scena come quella occorsa in casa dei Sermoneta nessuna famiglia del ghetto avrebbe più messo nelle sue mani il destino di una figlia. Le sembrava di sentirle le maldicenze. Poveretta è invecchiata anche lei. Cosa si può pretendere da una che regge l’anima con i denti? Sputò in terra, facendo gli scongiuri. C’era un solo modo di uscire da quella situazione. Combinare uno shidduch da far parlare tutto il ghetto. E quale migliore occasione di questa? Se alla fine avesse portato Daniel il Matto sotto la kuppah, chi si sarebbe curato di quale fosse la sorella prescelta?
“Dunque la vuoi! Beh, sai cosa ti dico? E’ affare tuo! Grazie a te, io non ho più un ingaggio.”
“Certo che lo hai un ingaggio. Da oggi lavori per me.”
Non ci furono discussioni sul prezzo e Shoshanna strappò il doppio di quanto avrebbero pagato i Sermoneta.
C’era un solo problema adesso. Rimettere insieme i cocci della situazione.
Ci volle tutta la sua abilità ma una settimana dopo poté finalmente tornare da Daniel il Matto con una proposta.
“L’hai avuta vinta, amico mio. I Sermoneta sono disposti a parlarti di nuovo ma…”
“Ma…?”
“Ma non ho potuto negoziare. Dopo quello che è successo avevano loro il coltello dalla parte del manico.”
“E allora…?”
“E allora vogliono che sia chiaro che si piegano alla tua proposta solo per amore della piccola Rachele. Lei ha fatto la pazza per convincerli.”
Daniel sorrise.
“Me ne farò una ragione.”
“Inoltre sulla dote non transigono. Metteranno sul tavolo solo una cifra simbolica.”
“Voglio Rachele, non i loro soldi. C’è altro?”
“Oh si. Ancora una sciocchezza. Debora vuole indietro il suo ritratto.”
Daniel si irrigidì.
“Questo no! Non lo accetto. E’ del tutto escluso.”
Shoshanna cercò uno sgabello e ci si lasciò cadere sopra massaggiandosi le caviglie.
“Non ti rispondo nemmeno. Fino a ieri mi imploravi di aiutarti e oggi fai il presuntuoso per uno stupido quadro. Che te ne devi fare di quella tela? Ne farai altri cento di ritratti, ogni volta che vorrai. E dipingerai Rachele non Debora.”
“Tu non capisci. Quando io ritraggo una persona, non mi limito a disegnare. Io entro nella sua anima. Beh, quel quadro ha in sé un’intimità che io non voglio svelare.”
“Sai che ti dico Daniel? Tieniti il quadro e dimentica Rachele. Ho fatto il diavolo a quattro per convincere la famiglia e alla fine Debora ha giurato che se non le avessi restituito il suo ritratto avrebbe mandato a monte le nozze. A costo di buttarsi dal ponte, ha detto. Ti garantisco che è capace di farlo!”
Daniel si passò le mani fra i capelli.
“Va bene” disse alla fine “ma solo dopo le nozze.”
Shoshanna si fece garante dell’accordo e le nozze ebbero luogo fra le chiacchiere pettegole di tutto il ghetto.
Rachele non era meno bisbetica della sorella ma il suo carattere si compenetrava inspiegabilmente con quello non facile di Daniel il Matto, dando vita ad un affiatamento che nessuno avrebbe creduto possibile.
Alla prima delle sheva berahot, organizzata in casa della sposa, furono invitati tutti i parenti. Dopo l’esposizione del corredo i Sermoneta si accingevano ora ad esibire come un trofeo la pittura di Daniel il Matto.
Shoshanna arrivò con studiato ritardo trascinando su per le scale il dipinto, ancora avvolta nell’involucro con cui era uscito dalla bottega del sofer. E ad aprirlo fu chiamata Debora che, pur non nascondendo la sua accidia nei confronti del cognato e della sorella, considerava quel dono preteso ed estorto, alla stregua di un personale trionfo.
Fra i gridolini di attesa di tutti i presenti, lei tagliò i legacci ed estrasse il dipinto dai teli che l’avvolgevano.
In un attimo ci fu solo silenzio.
Lei fissava il ritratto con una espressione stupefatta, incapace di profferire parola. Daniel l’aveva ritratta con il volto stravolto dall’ira, nell’atto di lanciare un grido rabbioso. Le ciocche dei capelli erano vipere e si agitavano in un parossismo di minacciosa violenza. Debora era nel dipinto la mitica Medusa e nel suo sguardo aleggiava la maledizione di Minerva: chi l’avesse fissato si sarebbe trasformato in una statua di pietra.
Mai prima di allora quel tragico sortilegio aveva sortito un simile effetto.
Davanti al quadro di Daniel il Matto erano rimasti davvero tutti impietriti.

Mario Pacifici,
mario.pacifici@gmail.com

E con questo vi saluto, ci rivediamo a fine mese (chi si fosse perso i racconti precedenti di Mario Pacifici, li può trovare nella sezione chicche).


barbara


5 dicembre 2010

PARADOSSO PER UNA JEWISH MAMY

Era un vecchio appartamento, grande ma decadente, disposto come si usava ai primi del novecento, con le stanze in sequenza una dietro l’altra.
Un tempo era un'abitazione animata. La famiglia era numerosa allora. Oggi erano rimasti in due, lui e sua madre, a dividersi quegli ambienti ormai troppo grandi, pieni di ricordi e di oggetti polverosi.
Lui a dire il vero, si era appropriato di un’intera ala della casa e l’aveva trasformata in un laboratorio. O meglio in una tana, come diceva sua madre, quando tentava di accedervi per fare ordine e pulizia.
Dentro quelle stanze, David Sermoneta trascorreva la sua esistenza in completa solitudine. Non ne usciva che di rado e quando lo faceva era solo per acquistare i materiali necessari agli esperimenti che conduceva.
Lui non frequentava gente. Non aveva amici. Non amava nulla di quelle cose che generalmente riempiono la vita e il tempo libero delle persone. Mai un cinema, un teatro, un ricevimento, un concerto.
Amava solo il suo lavoro solitario. E quel lavoro, fatto di esperimenti, di studi, di ricerche, oggi era finalmente giunto a conclusione.
Si guardò intorno. Da qualche parte doveva esserci una bottiglia di grappa. La trovò dentro un cassetto, sepolta sotto vecchi giornali e riviste. Se ne versò un goccio e brindò silenziosamente al successo della sua impresa.
Il rumore della porta a vetri alle sue spalle lo fece sussultare.
Sua madre era lì, ferma sulla soglia, coperta dal suo immancabile scialle di maglia, le ciabatte ai piedi.
Reggeva un vassoio con la caffettiera ed una sola tazzina, ma tutto in lei diceva che quello era uno sforzo quasi sovrumano. E che era lieta di compierlo per lui, per quel figlio adorato che forse non lo meritava.
Ma c’era qualcos’altro.
Una smorfia di disapprovazione le attraversava il volto corrucciato, e lo sguardo era fisso sulla bottiglia.
“Non ci manca che questa. Bere. Pensi che questo risolva qualcosa?”
David la fissò incredulo.
“Mamma, io non bevo. E soprattutto, non ho proprio niente da risolvere.”
“Certo, certo. Dite tutti così e poi vi trovate alcolizzati. E invece di risolvere i problemi ne aggiungete solo di più grossi.”
“Che dici, mamma? A chi ti riferisci? Lo sai benissimo che io non bevo!”
“Certo! E quella sarebbe una bottiglia di gazosa, non è vero...? Tu mi farai morire, David.”
Posò il vassoio del caffè in un angolo del tavolo, facendosi spazio fra le carte e gli oggetti che lo ricoprivano in un disordine senza speranza.
“Guarda qui. La stanza di un barbone. Come puoi vivere così...? I topi, gli scarafaggi... Ecco quello che ci ritroveremo dentro casa. Ma a te cosa ti importa? E poi cosa contano le parole di questa povera vecchia?”
Scrollò le spalle scuotendo mestamente il capo.
“Quando non ci sarò più... Allora forse capirete e magari la rimpiangerete, questa povera vecchia.”
“Mamma ti prego…”
“Del resto non manca molto. Lo sai come mi sento. La testa, la schiena, le gambe. Dite che non è niente. Ma che ve ne importa a voi, come mi sento io...”
“Basta, mamma...”
“E fatti la barba! Non ti posso guardare in quelle condizioni. Tuo padre morirebbe dalla vergogna se ti vedesse conciato in quel modo.”
David strinse i pugni nelle tasche.
“Mamma...! Mio padre ha sperperato una fortuna al gioco... E ti ha offeso con qualunque donna gli sia capitata a tiro. Se pure fosse vivo, penso che avrebbe qualche pudore a dire a me cosa posso o non posso fare.”
La spinse fuori della stanza, fingendo di non udire i suoi singhiozzi. Sommessi, ma non tanto che lui potesse non udirli.
Bevve il caffè, cercando di calmarsi.
Una vera jewish mamy. A cinquant’anni lo trattava come un bambino. E poi quei continui ricatti morali... Quei patetici rimbrotti...
Tornò a fissare l’intrico di apparecchiature elettroniche che invadeva la stanza e tornò a riflettere su ciò che aveva realizzato.
Chiunque altro nei suoi panni, chiunque altro avesse inventato in gran segreto la macchina del tempo, avrebbe cercato di trarne vantaggio per diventare ricco. Bastava, in fondo, tornare indietro di due giorni con la colonna vincente di un concorso milionario. Oppure tornare indietro di qualche anno e dare istruzioni appropriate al borsino della propria banca. Disponendo della macchina del tempo chiunque poteva diventare un mago della finanza.
David non ci pensava neppure.
Lui voleva solo un’altra occasione.
La vita a volte ci impone dei bivi. Destra o sinistra. Il risultato della scelta ci sarà chiaro solo a distanza di anni.
David aveva perso la sua occasione. Aveva perso la sua Sara.
Era giovane e non aveva saputo decidere con la propria testa. Aveva ceduto alle pressioni di sua madre. Non era la donna per lui continuava a ripetere. La famiglia, il carattere, l’indole. Non c’era nulla che andasse bene, non era la scarpa per il suo piede.
David aveva cercato di ribattere, di spiegare, di resistere.
Ma a volte le parole di una madre, i suoi silenzi, i suoi bronci sono più devastanti di una goccia cinese.
Lui aveva ceduto. Aveva scritto una lettera accorata alla sua bellissima Sara e l’aveva lasciata.
Un attimo dopo aver imbucato la lettera era già pentito, ma Sara non aveva voluto sentire ragioni. Non avrebbe sposato un uomo che si fa comandare a bacchetta da sua madre. E non credeva ad un amore incapace di resistere alle parole acide di una suocera gelosa. Di una jewish mamy isterica.
Quel giorno David aveva imboccato il bivio sbagliato. Oggi lo sapeva bene. E la sorte gli dava l’opportunità di riparare all’errore.
Sarebbe tornato indietro ed avrebbe sottratto dalla buca delle lettere di Sara la devastante missiva, prima che lei potesse leggerla.
Regolò con attenzione i comandi della macchina e quando tutto fu pronto tornò indietro nel tempo e compì la sua missione.
Al ritorno rimase per qualche momento in uno stato di torpida confusione.
Il rumore della porta a vetri alle sue spalle lo colse alla sprovvista.
Sara entrò nella stanza come una furia.
Era trasandata come sempre. Il trucco troppo pesante le era colato intorno agli occhi ma lei, come sempre, non se ne dava pena.
Sembrava furibonda.
“E’ un’ora che ti chiamo. Vuoi degnarti di muovere il culo e di venire a tavola? Sono stufa di essere trattata come una sguattera! Stufa di stare ai tuoi comodi!”
Ansimava per la rabbia. Era grassa e pesante e i lineamenti rugosi erano trasfigurati dall'ira.
“E poi guarda in che condizioni riduci la casa. Polvere... polvere e casino dappertutto.”
Dette una manata ad un fascio di fogli ammucchiati sul tavolo e li mandò a spargersi sul pavimento.
“Vivi come un barbone. Gli scarafaggi... i topi... Ecco quello che ci ritroveremo dentro casa. Ma tanto a te che te ne frega? Tu stai bene solo... E io solo ti avrei dovuto lasciare... Avrei dovuto dare retta a quella vipera di tua madre!”
David scosse il capo rassegnato e si alzò docilmente per seguirla a tavola.
La vita a volte ci impone dei bivi, pensava. Destra o sinistra. Il risultato della scelta ci sarà chiaro solo a distanza di anni.
Ma lui avrebbe avuto una nuova occasione.
Sarebbe tornato indietro e…

Mario Pacifici mario.pacifici@gmail.com


16 novembre 2010

IL CROCIFISSO

Roma, Aprile del 1777

Umberto Zarfati spingeva il carretto lungo gli stretti vicoli del rione, dirigendosi verso il Palazzo della Cancelleria. Era stata una buona giornata, pensava. Aveva svuotato la soffitta di un palazzo signorile e riempito il carretto di pregevoli cianfrusaglie. Qualche rattoppo, qualche riparazione e quel mucchio di roba vecchia sarebbe divenuto merce vendibile a buon prezzo. Era perfino riuscito a farsi lasciare alcune vecchie tende di broccato. Sua moglie ci si sarebbe consumata gli occhi ma le avrebbe rappezzate e fatte come nuove. Con l’aiuto di Dio, pensava, ci sarebbe scappato un bel guadagno.
Svoltò verso la chiesa di S. Andrea della Valle e si trovò incanalato in un traffico convulso di carrozze, barrocci e carrettini. C’era mercato e la gente si accalcava intorno ai banchi intralciando la strada. Le grida dei verdurai si mescolavano a quelle dei vetturini e dei cocchieri che scesi da cassetta guidavano i cavalli per il morso.
Zarfati si guardò intorno cercando il modo di tirarsi fuori dalla bolgia.
Si stava poco a poco districando dalla calca quando all’improvviso avvertì un tumulto alle sue spalle.
Grida, urla e la folla che ondeggiava.
“Al ladro! Fermatelo!”
Un uomo scappava, altri lo inseguivano. E i più lesti fra questi erano un paio di frati che, ciabattando sui sandali, urlavano al sacrilegio.
Zarfati, impietrito dalla sorpresa, scorse il fuggitivo dirigersi verso di lui e d’istinto si parò di fronte al carretto, frapponendosi fra il tumulto e il suo carico prezioso.
Fu un attimo. L’uomo travolse lui, urtò il carretto, e gettò per aria tutta la mercanzia.
Gli inseguitori gli erano quasi addosso ma quello con un balzo fu di nuovo in piedi. Si liberò con una manata di uno dei frati, saltò sopra il carretto rovesciato e si dileguò veloce, proseguendo la sua corsa col codazzo degli inseguitori alle calcagna.
Per un solo istante Zarfati ne incrociò lo sguardo e un brivido gli corse per la schiena.
Era comunque ancora intento a raccattare le sue cose quando un paio di sbirri gli passarono accanto, trascinando il fuggitivo che urlava e si dimenava, protestandosi innocente. La sua fuga era durata poco ed ora la folla dava sfogo alla rabbia con sputi ed invettive.
Zarfati si massaggiava il ginocchio dolorante. Grazie a Dio se l’era cavata solo con una contusione, pensava, e soprattutto aveva recuperato tutta la sua merce.
“Una buona giornata” ripeté fra sé, cacciando dalla mente lo sguardo brutale di quell’uomo braccato.
Si avviò zoppicando verso il ghetto, curvo sulle stanghe del carretto. E mentre avanzava lentamente verso casa, si rallegrava del pericolo scampato e di quel po’ di soddisfazione che il carico insperato avrebbe portato in famiglia.
Il mattino dopo scese di buonora in bottega con sua moglie, per mostrarle compiaciuto la mercanzia.
Rebecca non era tipo da perdersi in smancerie ed aveva poca dimestichezza con le cianfrusaglie dei rigattieri. Di fronte alle tende però sgranò gli occhi. Tessuti come quelli non si vedevano di frequente. Ne prese un lembo e ne carezzò la superficie.
“Belle” disse, e questa per lei era una manifestazione d’entusiasmo.
Zarfati annuì orgoglioso.
“Non voleva darmele, quella strega… C’è voluta tutta la mia faccia tosta…”
“Sono sporche e consunte” replicò la donna, incurante dell’amor proprio di suo marito, “ma con un po’ di pazienza si possono sistemare. Aiutami ad aprirle…”
Afferrò la prima e con un gesto rapido la svolse sul mucchio delle altre.
Qualcosa volò in alto e cadde in mezzo alla mercanzia con un tintinnio di metallo.
Rebecca aggrottò la fronte e si piegò a cercare l’oggetto.
Quando si rialzò, aveva in mano un crocifisso d’argento, di quelli che i dignitari della Chiesa indossano per le più solenni liturgie.
“E questo che cos’è?” chiese, fissando stupefatta Umberto che per parte sua era rimasto inebetito, la bocca aperta come un pesce lesso.
“Non lo so…” farfuglio il rigattiere, mentre una certezza gli si faceva strada nella mente. Quella era la refurtiva che aveva dato luogo al parapiglia del giorno prima. Il ladro, ormai scoperto e inseguito, aveva approfittato della confusione per liberarsi del bottino, nascondendolo con destrezza in mezzo alle tende.
“Il ladro…” mormorò Rebecca che era già arrivata alla stessa conclusione.
“Oh, Shemagn Israel…” biascicò Zarfati, lasciandosi cadere su uno sgabello.
“E’ d’argento…” osservo la donna, soppesando il crocifisso con un’espressione smarrita.
Rimasero in silenzio, ciascuno pensando alle conseguenze di quella scoperta.
“E adesso cosa facciamo?” mormorò Umberto cercando il conforto della moglie.
Rebecca era confusa quanto lui ma non era tipo da abbattersi tanto facilmente. E d’altro canto le faceva rabbia vedere lui rannicchiato e tremebondo, pronto a nascondersi come al solito dietro alle sue gonne.
“Ma non ti vedi…?” lo apostrofò, “Sembri un morto! Cerca di fare l’uomo per una volta…”
Cercò uno straccio e lo avvolse intorno al crocifisso.
“Non abbiamo fatto niente di male… Non sei tu che l’hai rubato.”
Umberto scrollò il capo perplesso.
“Lo verranno a cercare, Rebecca. E se lo trovano qui non andranno tanto per il sottile. Non gli parrà vero di accusare un ebreo…”
“E perché mai dovrebbero venire proprio qui? Chi vuoi che lo sappia che l’abbiamo noi questo crocifisso. Se non te ne sei accorto tu, che il ladro lo nascondeva fra le tende, chi vuoi che l’abbia notato? E poi, ragiona. Se qualcuno avesse visto qualcosa, pensi che se ne sarebbe stato zitto? Avrebbe gridato come un ossesso e magari ti avrebbe accusato di essere il complice di quel furfante.”
Zarfati la tacitò con un gesto isterico.
“Il ladro… Quello mi ha visto in faccia!”
Mancava poco che piagnucolasse.
“Ti ha visto in faccia…” gli fece il verso Rebecca. “E allora? Per accusare te dovrebbe prima di tutto accusare sé stesso. E poi non gli hai mica dato l’indirizzo. Come vuoi che ci arrivi alla bottega?”
Zarfati non si sentiva affatto rassicurato dall’ottimismo della donna.
“L’hanno preso Rebecca. Quel mascalzone non ha scampo. E’ già condannato ma potrebbe svuotare il sacco per mitigare la pena. E se gli sbirri ci trovano quella roba fra le mani siamo fregati. Ci accuseranno di ricettazione e di complicità.”
“E come fanno a trovarci?” sbottò la donna, indispettita dall’irresolutezza del marito. Ma già mentre lo diceva, la risposta le era chiara. Dove può andarsi a cacciare un ebreo se non nel ghetto? E quanto potevano impiegare gli sbirri ad identificare il carretto che il giorno prima si era trovato sul luogo del furto e dell’arresto?
“Beh,” si corresse, “di certo non ci troveranno con questo affare per le mani. Nascondila, buttala a fiume, fanne quello che ti pare… Ma per l’amor di Dio, portala fuori di qui! Sbarazzatene!”
Umberto si dimenò sullo sgabello, battendosi le mani sulla testa.
“Tu non capisci, donna! Se lo trovano siamo i complici del ladro, ma se non lo trovano siamo in guai perfino peggiori. Penseranno che lo abbiamo già rivenduto. Oddio! Un ebreo che ricetta un oggetto sacro… Mi tortureranno per sapere a chi l’ho venduto.”
Ora anche Rebecca aveva perso la sua sicurezza.
Rimasero a lungo in silenzio ciascuno sperando che l’altro trovasse una soluzione.
Alla fine l’uomo si scosse.
“So io cosa fare” disse, e prese a raccontarlo per filo e per segno alla moglie che scuoteva il capo perplessa.
Il giorno dopo Umberto si mise in tasca il crocifisso e si diresse verso la Chiesa di Sant’Andrea della Valle.
“Se male non fai” cercava di rincuorarsi lungo la via “nulla devi temere.”
Ma quanto più si avvicinava alla Chiesa, tanto più quella convinzione si dileguava, gettandolo in uno stato di confusa prostrazione.
Una volta arrivato di fronte alla facciata, rimase a lungo incerto se entrare od aspettare fuori che passasse un qualsiasi sacerdote. Alla fine però si fece coraggio e recitato uno shemagn si scoprì il capo ed entrò.
Non era mai entrato in una Chiesa come quella. La luce, le volte, i dipinti lo lasciarono a bocca aperta.
Voleva parlare con un prete ma non sapeva dove cercarlo e dunque rimase lì confuso e intimidito accanto all’ingresso.
“Che ci fai tu qui, giudio?”
Un vecchio sacerdote stava arrancando verso di lui, trascinando penosamente una gamba offesa.
Aveva un aspetto minaccioso o almeno tale parve a Zarfati che per parte sua aveva perso quel po’ di sicurezza che lo aveva animato.
Si era preparato a parlare, a spiegarsi ma ora non era più capace di articolare una parola. Cacciò di tasca il crocifisso e lo tese verso il sacerdote.
“Sono qui per questo…” disse.
Il sacerdote glie lo strappò dalle mani e lo portò alle labbra con un gesto di devota riparazione.
“Sei tu che lo hai rubato…”
Non era una domanda, era una constatazione.
“No, non è vero” insorse Umberto e prese a raccontare i fatti con una forza e una convinzione che lasciarono il prete interdetto.
“Va bene,” disse alla fine “tutto questo lo vedremo… Tu intanto vieni con me.”
Lo condusse in sagrestia, lo fece sedere in una grande sala e lo lasciò solo chiudendosi la porta alle spalle.
Qualche ora più tardi il prete si ripresentò, accompagnato da un altro sacerdote.
Zarfati non capiva di preti e sacerdoti ma gli abiti e i paramenti del nuovo arrivato gli parvero quelli di un personaggio importante.
“Eccellentissima eminenza,” provò a dire ma quello, senza curarsi di lui, posò il cappello sul tavolo e sedette sulla sedia che l’altro sacerdote gli porgeva.
“Ora mi racconterai la tua storia fantasiosa, giudio. Ma stai attento: se solo sospetto che vuoi prenderti gioco di me…”
Non disse altro ma l’indice che agitava in alto valeva più di ogni parola.
Zarfati, in piedi e intimorito cominciò a raccontare. E mentre il racconto fluiva, scrutava l’espressione del sacerdote sperando di scorgervi un barlume di comprensione. Quello però ascoltava impassibile, senza lasciar trapelare una qualunque reazione.
Quando finalmente l’ebreo tacque, il prelato rimase qualche istante meditabondo, passandosi le dita sulla pelle glabra del viso.
“L’esperienza mi dice che non c’e più gran bugiardo di un furfante, e che non c’è peggior furfante di un ebreo…”
“Oh, no eminenza! Lo giuro, io…”
“Ciò detto,” lo zittì il sacerdote, “i casi, a mio vedere possono essere due, ma non più di due. Il primo: tu eri in combutta con il ladro e quando lo hai visto acciuffare dagli sbirri, hai compreso di non avere più alcuna speranza di farla franca. Ti sei dunque ingegnato di mettere in piedi questa patetica storiella, sperando nella dabbenaggine delle tue vittime. Questa è francamente l’ipotesi che mi sembra più probabile…”
“No, eminenza, io…”
“Taci giudio, che hai parlato anche troppo!”
Prese un gran respiro, cercando di ritrovare la sua flemma.
“Come dicevo, tuttavia, c’è anche un’altra ipotesi e Dio sa quanto vorrei che fosse quella vera.”
Si volse verso l’anziano sacerdote che era rimasto in piedi alle sue spalle e gli fece cenno di sedere.
“A volte, don Carmelo, le vie della salvazione sono imperscrutabili. Può essere dunque che l’ebreo dica il vero. Ma in tal caso perché è venuto fino a noi, piuttosto che disfarsi del nostro prezioso e venerato crocifisso? Io voglio credere che quell’immagine sacra gli abbia toccato il cuore. Voglio credere che gli abbia dischiuso gli occhi sulla beatitudine della salvazione e lo abbia condotto fino a noi per cercarne la via.”
Umberto non capiva più nulla di quel gran parlare. Si pencolava da un piede all’altro, tormentando fra le mani il copricapo, rassegnato ormai alla più infausta delle sentenze.
“Sei tu, giudio, che devi dirmi quale sia delle due l’ipotesi vera. Se è la prima, non meriti altro che la galera. Se è la seconda, la Chiesa è pronta ad offrirti il suo abbraccio misericordioso ed a condurti sulla via della redenzione.”
Umberto taceva, incapace di prendere partito. Entrambe le ipotesi erano false e in entrambi i casi aveva orrore delle conseguenze.
“Vedete don Carmelo… L’ebreo è ancora incapace di esprimere apertamente il suo desiderio di salvezza. La Casa dei Catecumeni lo aiuterà a trovare le riposte alle sue inquietudini e la via della Verità. D’altro canto, se dopo i canonici quaranta giorni di esercizi spirituali rifiuterà ancora la luce del Cristo, sapremo con certezza che disgraziatamente è vera la prima delle ipotesi. Che vada in carcere dunque e sconti la pena dei suoi misfatti.”
Quando giunse in ghetto la notizia che Umberto Zarfati era stato condotto alla Casa dei Catecumeni, Rebecca comprese meglio di chiunque altro cosa fosse successo.
Suo marito aveva evitato il carcere, accettando di sottoporsi all’indottrinamento dei preti. Se avesse resistito ai loro tentativi di convertirlo tuttavia, sarebbe di certo finito in galera.
Non c’era tempo da perdere.
Si recò dai fattori implorando aiuto ma raccolse solo una tiepida simpatia. Per nulla al mondo quelli si sarebbero esposti, prendendo le difese di un presunto ricettatore. Di più. Del presunto complice di un sacrilegio.
D’altro canto avevano già il loro da fare, dopo l’accoltellamento di Giacobbe Pijatutto.
Quel mascalzone, si faceva passare per un rigattiere ma tutto il ghetto sapeva che i suoi maneggi erano più quelli del ricettatore che quelli del bottegaio. Dopo aver trascorso la vita ad imbrogliare il prossimo, ora se ne stava andando nel peggiore dei modi, attirando sul ghetto le malevole attenzioni della curia. E non c’era bisogno di indagare per comprendere cosa fosse successo: alla fine aveva trovato qualcuno che gli aveva presentato, sulla punta di un pugnale, il conto dei suoi raggiri e delle sue truffe.
Mentre quello agonizzava in casa, comunque, i fattori cercavano di isolare il risentimento dei goym, tenendolo lontano dalla generalità degli ebrei.
Rebecca non perse tempo con loro.
C’era solo un uomo cui potesse rivolgersi e poco le importava se era in permanente conflitto con tutti i fattori e i rabbini del ghetto.
Daniel il Matto era scorbutico e indisponente, ma non aveva paura di nessuno. Viveva nel suo mondo, padrone della sua arte di sofer, vergando pergamene e miniando manoscritti, ma solo a suo comodo e secondo le sue regole. Lavorava se ne aveva voglia, per chi gli andava a genio. E tutti i soldi del mondo non sarebbero bastati a comprare una delle sue meghillot se il committente non fosse rientrato nelle sue grazie.
Rebecca lo trovò come al solito davanti alla sua bottega, seduto al banco di lavoro.
Lui la lasciò parlare, senza sollevare lo sguardo dalla pergamena su cui continuava a tracciare le sue lettere eleganti.
Quando finalmente la donna tacque lui non disse nulla. Posò lo stilo, si massaggiò la barba ispida e con una smorfia disgustata eruttò un “Bastardi!” che lei non comprese se fosse diretto ai preti, ai fattori o a qualcun altro.
“Lascia fare a me” la congedò sbrigativo e senza spiegarle nulla di ciò che aveva in mente tornò al suo lavoro.
Quando i quaranta giorni furono trascorsi, senza che gli interminabili sermoni avessero fatto breccia nel suo coriaceo cuore di ebreo, Umberto Zarfati fu buttato fuori di malagrazia dalla Casa dei Catecumeni.
Libero, in strada, si chiedeva chi mai lo avesse salvato dalla galera e non sapendo darsi una risposta si convinse di aver avuto un segno da Kadosh Baruchù.
“Un miracolo,” si ripeteva avviandosi verso il ghetto, e più ci pensava più se ne convinceva.
Non sapeva ovviamente che qualche giorno prima gli sbirri pontifici si erano presentati in ghetto per arrestare Giacobbe Pijatutto il quale però, dal canto suo, aveva opportunamente già stirato le gambe e trovato all’Aventino la sua ultima dimora.
Le guardie avevano esibito una lettera scritta di pugno dal defunto e avevano chiesto ai fattori di riconoscerne la scrittura.
Trovandomi ad un passo dalla morte” c’era scritto “voglio sgravarmi la coscienza da un peso insopportabile. Non è Zarfati il ricettatore del crocifisso di Sant’Andrea della Valle. Sono io che l’ho ricevuto dalle mani di un goy. Quando ho compreso quanto quell’oggetto fosse divenuto pericoloso, ho profittato di una fortunata circostanza per liberarmene. Zarfati mi aveva raccontato di essere stato urtato dal ladro in fuga ed io ho pensato di allontanare il pericolo, nascondendo la refurtiva sul suo carretto. Non potevo immaginare che quello sprovveduto, preso dal panico, si sarebbe denunciato. Lui è innocente, il colpevole sono io. In fede Giacobbe Anticoli Pijatutto.”
I fattori si erano affrettati a riconoscere la scrittura del defunto, ben lieti che la questione si concludesse davanti alla tomba di un uomo senza famiglia e senza onore. E naturalmente si erano ben guardati dall’informare gli sbirri che Giacobbe Pijatutto dopo l’accoltellamento non aveva più ripreso i sensi.
Tutto il ghetto comprese che dietro quella lettera c’era lo zampino di Daniel il Matto ma nessuno osò profferire parola né fare domande.
Rebecca, dal canto suo, sapeva tutto ma lo teneva per sé: Daniel il Matto aveva scovato una vecchia lettera di Giacobbe Pijatutto e ne aveva prodigiosamente imitato la calligrafia. Poi, quando la morte del rigattiere era sembrata ormai questione di ore, aveva fatto recapitare la confessione al parroco di Sant’Andrea della Valle, scagionando il povero Umberto.
Che la fine di un lestofante donasse la vita ad un uomo onesto sembrava a Daniel l’apoteosi della giustizia. Ed essere lui stesso l’artefice di quell’atto di riparazione lo riempiva di un quieto orgoglio, quasi fosse stato il consapevole strumento di Kadosh Baruchù.
Ignaro di tutto, Umberto Zarfati tornava dunque verso casa, assaporando il piacere di una libertà che pensava perduta.
Gli tornavano in mente le parole dell’ Haggadah: in ogni generazione ricordiamo quello che il Signore fece a noi, quando ci liberò dall’Egitto. Che differenza c’era in fondo fra le porte della Casa dei Catecumeni, e le acque del Mar Rosso? Entrambe ai suoi occhi erano state aperte dal prodigioso intervento di Dio.
“Questa si che è una buona giornata” si disse grato, affrettandosi per via della Fiumara.
Era eccitato all’idea di riabbracciare la famiglia, ma quell’euforia non doveva durare a lungo.
Sul portone, un uomo lo attendeva, le braccia conserte, appoggiato allo stipite.
“Tu hai qualcosa che appartiene a un mio amico” lo apostrofò da lontano, sollevando appena la marsina per mostrare il bagliore sinistro di un coltello.
Umberto ne incrociò lo sguardo e sentì un brivido corrergli per la schiena.
“Oh, Shemagn Israel…” mormorò “e adesso…?”
Fece appello a quel po’ di coraggio che gli restava e si avvicinò all’uomo che lo scrutava con un ghigno minaccioso.
“Ci deve essere un errore” disse e prese a raccontare della restituzione ai preti della refurtiva.
Il malvivente non lo lasciò terminare.
“Se ti sei sbarazzato del crocifisso, poco importa. Me ne risarcirai il valore o faremo i conti in altro modo.”
Zarfati tornò a casa pallido come un morto.
Quell’uomo sarebbe tornato entro una settimana a reclamare un prezzo che in nessun modo lui sarebbe stato in grado di pagare.
Si abbandonò tremebondo fra le braccia di Rebecca e riversò su di lei l’ansia e l’angoscia di cui era preda.
La donna non ci stette a pensar su troppo.
“Smettila di frignare e vieni con me” disse trascinandolo da Daniel il Matto.
Quello ascoltò il loro racconto ed alla fine disse solo: “Portatemi qui quel farabutto, che a sistemarlo ci penso io.”
Quando il malvivente tornò a reclamare il suo prezzo, si trovò davanti Rebecca che con un cipiglio battagliero, recitò la parte concordata con il sofer.
“I soldi non li abbiamo” disse “ma possiamo trovare un accomodamento. C’è una persona che desidera farvi una proposta onesta.”
L’uomo rimase qualche istante perplesso ma si lasciò vincere dall’avidità ed accettò l’incontro con l’insperato garante di quei due morti di fame.
Daniel il Matto li attendeva seduto al suo banchetto, intento a disegnare a china su dei fogli di carta..
Sollevò solo per un attimo lo sguardo sull’uomo che lo fissava minaccioso.
“I miei amici” disse senza smettere di disegnare “mi dicono che pretendete un prezzo esagerato per un crocifisso di cui loro non sono più in possesso. La cosa mi sorprende perché quella era una refurtiva e loro hanno fatto ciò che la legge gli intimava. L’hanno restituita al proprietario.”
L’uomo sghignazzò minaccioso.
“L’unica legge di cui dovete preoccuparvi è questa” disse, carezzando il pugnale che gli sporgeva dalla marsina.
Daniel il Matto storse il naso e sollevò lo sguardo sul lestofante che lo fronteggiava insolente.
“Con quella lama non andrete da nessuna parte. E se sperate di intimorirmi sappiate che sprecate il vostro tempo.”
Ciò detto arrotolò uno dei fogli su cui stava lavorando e lo porse al ragazzino che sedeva accanto a lui..
“Vai” disse, facendogli scivolare in mano una monetina, e quello partì di gran carriera avviandosi per via della Fiumara, mentre lui riprendeva tranquillo a disegnare.
L’uomo era rimasto frastornato dalla calma del sofer e non sapeva prender partito su come fronteggiare quella inaspettata fermezza. Non poteva certo usare la violenza davanti a tanti testimoni ed in mezzo ad una strada affollata. E d’altro canto cosa poteva ancora minacciare dopo che quello si era fatto beffe del suo pugnale? Incapace d’altro, optò per un’uscita di scena minacciosa. L’avrebbe piegato lui quel maledetto ebreo ed in una maniera o nell’altra ne avrebbe ottenuto soddisfazione.
“Sentirete parlare ancora di me” disse, prendendo rabbiosamente congedo “e allora, statene certo, rimpiangerete la vostra impudenza.”
“Non credo” disse Daniel il Matto, senza smettere di disegnare “perché se dovesse accadere qualcosa a me o ad uno qualunque dei miei amici, quello sarebbe l’ultimo dei vostri misfatti. Il patibolo libererebbe finalmente il mondo della vostra nauseabonda presenza.”
L’uomo si lasciò andare ad una risata sguaiata.
“Voi dovete essere pazzo! L’ultimo che ha osato minacciarmi non ha vissuto abbastanza per raccontarlo.”
Per tutta risposta il sofer gli allungò uno dei fogli su cui aveva fatto correre il suo stilo.
L’uomo fissò sorpreso la propria inconfondibile fisionomia fissata sulla carta.
“Il ragazzino ne ha già consegnata una copia ad un amico fidato” stava dicendo Daniel il Matto ”ed io ne farò delle altre. Molte altre. Non sarete mai in grado di rintracciarle tutte ma, soprattutto, non ne avreste il tempo perché se doveste solo immaginare di rimettere piede in ghetto per disturbare qualcuno dei nostri, gli sbirri saprebbero chi andare a cercare. Ci penserebbero i miei disegni a metterli sulla buona strada.”
Il furfante lo fissò furibondo, consapevole di essere stato giocato.
“Non finisce qui” sibilò, pur sapendo di non avere più frecce al proprio arco.
Si girò per andarsene ma il sofer lo trattenne.
“Prendete almeno questo” disse “e consideratelo un regalo di addio.”
L’uomo afferrò con un grugnito il foglio arrotolato che Daniel gli porgeva e si dileguò a grandi passi.
Quando più tardi lasciò cadere lo sguardo sul disegno del sofer rimase a fissarlo a bocca aperta.
Anche questo era un suo ritratto. La stessa fisionomia affilata, gli stessi denti sporgenti, gli stessi capelli unti e radi che gli cadevano sulle spalle. La posa però era raccapricciante. La lingua tumefatta, gli occhi fuori delle orbite, quello era lui, disegnato come un pendaglio da forca.

Mario Pacifici, mario.pacifici@gmail.com

Contenti che vi ho regalato un’altra perla del grande Mario Pacifici?
Adesso però, anche se non c’entra niente, correte a leggere anche lui.


barbara


2 novembre 2010

Don Gaetano

 Ovvero
dall’altra parte di via Arenula

Roma, Agosto del 1939

LO STUDIO del Cardinale era lussuoso, nella sua semplicità.
Marmi intarsiati, una scrivania di mogano, due grandi poltrone davanti ad un camino e un pregevole crocifisso alla parete.
Null’altro poi, se non la luce di una finestra affacciata su Roma, in una visuale a perdita d’occhio.
Don Gaetano non era a proprio agio e non faceva nulla per dissimularlo.
Non era abituato a quegli ambienti.
Era solo un parroco che conosceva le miserie del mondo, il dolore della gente, la fede, la speranza e la disperazione dei suoi fedeli. Era un soldato di Cristo che aveva passato la vita in prima linea, confortando i suoi parrocchiani col cuore e col Vangelo.
Sua Eminenza lo squadrava con simpatia.
Lo conosceva da così lungo tempo che sapeva guardare oltre i capelli canuti ed arruffati, la tonaca sciatta e stazzonata, il cappello liso e le scarpe infangate.
Sedete amico mio. Mettetevi comodo.”
Presero posto sulle due poltrone, ma il parroco rimase seduto compunto, sul bordo.
“Perdonatemi, Eminenza, se torno a disturbarvi, ma ci sono cose di fronte alle quali un povero parroco deve fare un passo indietro e chiedere l’aiuto dei suoi superiori.”
Il Cardinale gli sorrise.
“Lo sapete che per me è sempre un piacere incontrarvi don Gaetano ma, a dire il vero, non mi aspettavo di rivedervi così presto. Né, per essere franco, che faceste così poco tesoro dei miei consigli.”
Il parroco arrossì, abbassando lo sguardo.
“Mi dicono che continuate a mettere al centro delle vostre prediche l’amore cristiano e questo è lodevole. Ma non potete continuare ad enfatizzare l’amore che si deve ai nostri fratelli ebrei, colpiti dalle leggi razziali. Nessuno discute quanto tutto questo sia giusto ed encomiabile. Io stesso sottoscrivo, col cuore, tutto ciò che dite in loro favore. Ma gridarlo ai quattro venti, oggi, non è opportuno. Mi capite, don Gaetano? Può addirittura risultare pericoloso.”
Il parroco annuì lentamente.
“Io vi capisco Eminenza, ma la mia parrocchia è a pochi passi da piazza Giudia. La sofferenza di quella gente è davanti ai miei occhi, ogni giorno. Io non posso fingere di non vederla. Non posso dire ai miei parrocchiani che è cosa buona e giusta rinchiudere di nuovo gli ebrei in un ghetto senza mura. Il dovere di un sacerdote è quello di indicare la strada a chi l’ha smarrita ed io non posso sottrarmi a questo dovere, proprio quando il mondo intero sembra brancolare nel buio.”
Il Cardinale scosse la testa con un sospiro.
“Ci sono momenti, Don Gaetano, in cui bisogna avere l’umiltà e l’intelligenza di misurare le nostre scelte. Credete che io non condivida i vostri sentimenti? Credete che non comprenda il dramma di quella gente? Il fatto è che l’esperienza ed il buon senso mi dicono che a volte è necessario accettare un compromesso. Rinunciare a qualcosa di prezioso, pur di non mettere a rischio il tutto. Sono tempi difficili don Gaetano. Con l’avanzare continuo dei bolscevichi e il mondo sull’orlo della guerra, la Chiesa stessa è in pericolo.”
Il parroco scosse il capo mestamente.
“Io non so niente di politica, Eminenza. So solo che i bolscevichi sono lontani, mentre Mariuccia viene da me ogni giorno e piange perché dopo quarant’anni di servizio i suoi padroni ebrei l’hanno licenziata e non la possono più tenere in casa loro. Quella era la sua famiglia. Le volevano bene e lei li adorava. Aveva cresciuto tre generazioni di Sonnino e per loro era una nonna, non una serva. Voi mi dite che è tempo di compromessi, Eminenza, ma chi glie lo dice a Mariuccia che deve rassegnarsi? Chi glie lo dice che, per colpa dei bolscevichi, noi rinunciamo perfino a dire, forte e chiaro, che le leggi che le hanno rovinato la vita sono un’infamia. Io sono un povero vecchio, che ha sempre detto pane al pane e vino al vino. Non sono capace di misurare le parole. Quando salgo sul pulpito, spesso non so nemmeno di cosa parlerò. Mi faccio strumento di Dio e lascio che sia Lui a parlare per mio tramite.”
Il Cardinale si alzò e batté affettuosamente la mano sulle spalle del vecchio sacerdote.
Si avviò lentamente alla scrivania e ne prese un pacchetto di Turmac, prima di tornare alla poltrona.
“Se non ricordo male, voi non fumate.”
Il parroco sollevò la mano in un gesto di diniego mentre il Cardinale si accendeva una sigaretta.
“Vi chiedo prudenza, don Gaetano. Solo un po’ di prudenza. Ci sono arrivate diverse proteste dalla Questura. Per ora si tratta di richiami garbati, amichevoli, ma se divenissero passi ufficiali saremmo tutti in grande imbarazzo. Spero che lo capiate.”
Il parroco annuì con un espressione contrita.
“Veniamo al vostro problema, allora, don Gaetano. Siete voi che avete chiesto di incontrarmi.”
Il parroco si agitò a disagio sulla poltrona, gli occhi bassi, le mani intrecciate sul grembo.
“Si tratta di Ninetta, Eminenza. Si è innamorata di Daniele e lo vuole sposare.”
Il Cardinale lo fissò interdetto. Naturalmente non conosceva quei ragazzi, ma don Gaetano era fatto così. Metteva la sua parrocchia al centro dell’universo e si aspettava che tutti facessero altrettanto.
“E questo Daniele è innamorato di lei?”, azzardò dunque, dal momento che il parroco non gli veniva in soccorso.
“Naturalmente, Eminenza. Ed intende sposarla.”
Il Cardinale annuì a lungo, senza capire.
“Sembra una bella storia d’amore, don Gaetano. Ma se siete venuto da me vuol dire che c’è qualche problema.” Scrutò il sacerdote con uno sguardo interrogativo. “Me ne volete parlare?”
Don Gaetano piegò la testa. Sembrava volesse sparire.

“Occorre una dispensa per celebrare il matrimonio,” disse con un filo di voce, “perché Daniele è ebreo.”
Il Cardinale scoppiò in una franca risata.
“Ditemi che non è vero, don Gaetano, ditemi che è tutto uno scherzo.”
No, non era uno scherzo.
Il Cardinale si ricompose rapidamente.
Ora fissava il parroco con un’espressione tutt’altro che divertita.
“Pare che abbiate deciso di rovinarmi la giornata. Ma pare soprattutto che non abbiate un’idea chiara dei tempi che stiamo vivendo.”
Si alzò, e con le mani intrecciate dietro la schiena si diresse verso la finestra.
Per qualche istante rimase in silenzio a fissare le evoluzioni degli storni, che salutavano il tramonto del sole.
Quando si volse verso il sacerdote, sul suo volto non c’era più traccia dell’amabile disponibilità di cui aveva fatto mostra fino a pochi attimi prima.
“Voi sapete perfettamente che non ho mai amato i matrimoni misti, don Gaetano, e ne conoscete la ragione. L’esperienza mi dice che sono spesso fonte di infelicità sia per la coppia che per i suoi figli. Certo, all’inizio l’amore rende tutto possibile. Nessun problema, nessuna incomprensione, nessun attrito. Ma poi, un bel giorno, la passione si spegne e la coppia si trova a fare improvvisamente i conti con tutti i problemi che aveva accantonato o sottovalutato. L’educazione dei figli, le tradizioni cui non si è capaci di rinunciare, la diffidenza delle famiglie per un genero o una nuora che avvertono estranei.”
Ora era in piedi, di fronte al vecchio parroco che lo ascoltava a testa bassa.
“No, don Gaetano non me la chiedete questa dispensa, perché, con la morte nel cuore, sarei costretto a negarvela. In primo luogo per non contraddire tutto il mio magistero pastorale ed in secondo luogo perché i matrimoni misti, oggi, sono proibiti per legge.”
Annuì a lungo.
“Per legge, amico mio, non lo dimenticate.”
Quando rientrò in parrocchia, don Gaetano trovò Ninetta che l’attendeva in chiesa, seduta in penombra sull’ultimo scranno.
Le andò vicino.
Non dovette parlare.
Scosse la testa e la ragazza comprese, scoppiando a piangere.
“Lo sapevi che era impossibile. Non c’era nessuna speranza.”
Ninetta scuoteva il capo, nascondendo il viso tra le mani.
“Ma noi ci amiamo, Padre. Ed io non posso rassegnarmi a perdere Daniele solo perché lui è ebreo.”
Don Gaetano annuì con comprensione.

“Sei giovane, figlia mia. Hai tutta la vita davanti a te. Oggi Dio ti mette alla prova con un dolore che sembra troppo grande per essere sopportato, ma sono certo che ha già in serbo per te un avvenire radioso e felice. La vita non è facile per nessuno, Ninetta, ma bisogna affrontarla con coraggio.” La ragazza sollevò lo sguardo su di lui, asciugandosi le lacrime con le mani.
“Io la voglio affrontare con Daniele.”
Il parroco sospirò.
“Non sei più una bambina, Ninetta. Daniele è ebreo, lo sapevi fin dall’inizio. Abbiamo provato a forzare la situazione chiedendo un’improbabile dispensa a Sua Eminenza, ma la cosa non ha funzionato. Ora siamo arrivati al capolinea e ne devi prendere atto, Ninetta. Te lo devi togliere dalla testa, punto e basta.”
La ragazza scosse il capo con decisione.
“Piuttosto mi faccio suora.”
Don Gaetano le sorrise comprensivo, scrollando le spalle.
“Se è questa la tua nuova vocazione, il convento delle carmelitane è qui dietro. Adesso comunque vattene a casa e prega la Madonna. Chiedile aiuto e consolazione. Ma soprattutto chiedile di aprirti il cuore alla comprensione ed alla rassegnazione.”
Ninetta si alzò ma, fatti due passi, si girò ancora verso don Gaetano.
“Daniele è un ragazzo d’oro.”
Il parroco sospirò, facendo mostra di un’esasperazione che in realtà non provava.
E daje! È ebreo, Ninetta, e questo taglia la testa al toro.”
La ragazza si morse un labbro con un’espressione smarrita.
“Ma non è mica un delitto nascere dall’altra parte di via Arenula.”
Don Gaetano si alzò dallo scranno e si arrestò di fronte a lei.
“No. Non è un delitto, Ninetta. Ma è inutile fingere di ignorare che questo ci rende diversi.
Abbiamo usi, tradizioni e dottrine che ci dividono. L’amore rende ciechi, questo è vero. Ma tu te lo sei chiesto come ti avrebbero accolto i tuoi suoceri? L’avrebbero accettata una goyà dentro casa loro? E i tuoi l’avrebbero accettato un genero giudio? Dai retta a questo povero vecchio, Ninetta, sarebbe stata una strada in salita, anche a non voler considerare le leggi razziali, che invece sono lì e vanno considerate.”

Il vecchio sacerdote sospirò.
“Ora vattene a casa. E prega la Madonna.”
Invece di allontanarsi, la ragazza tornò a sedersi, fissando don Gaetano con aria di sfida.
“Lo sapete cosa dice Daniele di quelle leggi? Dice che sono un’infamia e che non capisce come possa il Papa, rimanersene in silenzio senza condannarle. Dice che tutti gli ebrei si sentono traditi da quel silenzio. Dice che è come se li avessero messi di nuovo nel ghetto, ma che Mussolini non avrebbe mai osato tanto, se il Papa avesse detto con chiarezza che il razzismo offende la Legge di Dio.”
Don Gaetano levò in alto un dito con un’espressione corrucciata, come volesse replicare aspramente, ma invece esitò e rimase in silenzio.
Sedette di nuovo accanto a Ninetta.
“Ci manca solo che adesso anche un ebreo pretenda di insegnare qualcosa al Santo Padre. Di dirgli quello che deve o che non deve fare.”
La ragazza scrollò le spalle.
“Daniele ha ragione, Padre. La Chiesa dovrebbe gridare di fronte a questa ingiustizia. Se non lo fa, è come se se ne rendesse complice.”
Don Gaetano batté la mano sullo scranno di fronte.
“Ora basta, Ninetta. Non ti permetto di essere insolente con il Santo Padre. E poi che ne possiamo capire noi di quello che succede? Siamo solo povera gente, non possiamo giudicare. Ci sarà una guerra, lo dicono tutti, e la Chiesa stessa è in pericolo... E poi ci sono i bolscevichi, non te lo dimenticare... Il Papa fa quello che può, ma deve essere prudente.”
Ninetta rimase in silenzio.
Non c’era convinzione nelle parole di don Gaetano.
La guerra, i bolscevichi, la Chiesa in pericolo.
Che c’entrava tutto questo con le leggi razziali.
Il Bene è Bene, pensava. Il Male è Male. Questo si aspettava che dicesse il Papa.
“Bastava una parola, Padre. Bastava che il Papa dicesse quello che voi avete detto in chiesa, domenica scorsa. Forse non avrebbe costretto Mussolini a cambiare le sue leggi, ma di certo avrebbe aiutato gli italiani a capire. E gli ebrei si sentirebbero meno soli.”
Il sacerdote annuì senza convinzione.
“E chi ti dice che il Papa non lo abbia fatto? Nelle opportune sedi il Papa fa sentire la sua voce, stai tranquilla, e la sua condanna è di certo arrivata a chi doveva arrivare. Il Papa non ha bisogno dei nostri consigli. Quando deve parlare in difesa della giustizia lo fa con forza e con chiarezza.”
Ninetta scrollò le spalle.
“Se lo dite voi, Padre, sarà così.”
Raccolse le sue cose e si avviò, in silenzio, lungo la navata, ma quando fu alla porta, si volse di nuovo verso don Gaetano che non si era mosso dal suo scranno.
“Comunque, deve aver parlato molto piano, perché io non l’ho sentito. E nemmeno Daniele.”
Scosse il capo con un’espressione di dolorosa rassegnazione.

“No, Padre, a pensarci bene, non l’ha sentito proprio nessuno.”

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

nota dell’autore

Il recente sceneggiato della Rai pone nuovamente sotto i riflettori la figura di Pio XII.
I suoi silenzi nei confronti della Shoa hanno suscitato e continuano a suscitare un aspro dibattito fra la Chiesa e il mondo ebraico.
Poteva l’autorità della Chiesa fare di più per fermare il genocidio o per prevenirlo?
La parte preponderante del mondo ebraico propende per il sì.
Nel sostenere tale tesi tuttavia gli ebrei si sono infilati in una strada senza uscita.
Si sono comportati come quei Procuratori che, consapevoli al di là di ogni ragionevole dubbio della colpevolezza dell'imputato, non si curano di valutare il valore processuale delle prove raccolte.
Le prove dei silenzi e dei comportamenti di Pio XII rispetto alla Shoà sono tutte nelle mani dei suoi difensori. E se questi, per gentile concessione, le mettessero a disposizione degli studiosi, nessuna di esse sarebbe mai ultimativa. Il “capo di accusa” si presta infatti ad una interpretazione soggettiva e la difesa avrà sempre buon gioco a sostenere che "l'accusato" scelse il male minore.
Diversa sarebbe la questione se il comportamento di Pio XII ed i suoi silenzi fossero giudicati rispetto alle Leggi Razziali Fasciste anziché rispetto alla Shoà.
In questo caso la Chiesa non potrebbe chiamare a difesa del Pontefice la scelta di un presunto male minore.
Mussolini non era Hitler, l'Italia non era la Germania.
Il silenzio della Chiesa sulla discriminazione razziale Italiana fu frutto di una libera scelta. Esso è indifendibile e non necessita degli Archivi Vaticani per essere provato.
Quell'esecrabile indifferenza è innegabilmente ascrivibile alla responsabilità di Pio XII.

Nota di barbara

Quella che segue è una mia breve recensione pubblicata quasi nove anni fa su Ebraismo e dintorni.

Il Vaticano e l'Olocausto in Italia
di Susan Zuccotti
Ed. Bruno Mondadori

Primo pregio del libro: non è un attacco al Vaticano, ma un sereno esame dei documenti - di tutti i documenti disponibili - e senza recriminazioni per i documenti mancanti a causa della mancata apertura degli archivi vaticani.
Secondo pregio: la ricchezza della documentazione e delle fonti. Nel libro vengono riportati encicliche, documenti ufficiali, lettere, dichiarazioni pubbliche e private, testimonianze orali.
Terzo pregio: una scrittura piana e scorrevole, sostenuta dalla pregevolissima traduzione di Vittoria Lo Faro.
Un libro che non lascia domande inevase né angoli bui e scioglie ogni possibile dubbio, davvero fondamentale per la conoscenza e la comprensione di quell'oscuro periodo della nostra storia.

Credo che questo sia lo spazio giusto per riproporre questa splendida vignetta disegnata due anni fa dal mitico Ciro Monacella.



barbara


1 ottobre 2010

L’ISOLA DEGLI ANIMALI

C’era una volta, nel più lontano dei mari, un’isola bellissima.
Il Signore Iddio l’aveva creata nei primi cinque giorni ma poi, forse a causa di molti e più importanti impegni, l’aveva dimenticata.
Priva dell'uomo, l'isola era così rimasta in dono agli animali che si erano sparsi in ogni angolo del suo territorio, popolandone le colline e le praterie, i boschi e le montagne.
L’isola era florida e rigogliosa come un giardino dell’Eden e per lungo tempo gli animali vissero felici sulle sue terre, spartendosi di buon grado le delizie della natura.
Nessuno saprebbe dire quando e perché, ma un giorno le Scimmie si accorsero di essere le uniche ad avere le mani. Questo è un segno di particolare predilezione, disse il loro Re ed emise un decreto che faceva della Foresta degli Alberi Frondosi il loro territorio esclusivo. Va bene disse il Re degli Elefanti, ma noi siamo grandi, grossi e abbiamo la proboscide. Questo ci rende prediletti più di voi e da oggi i Grandi Prati della Savana apparterranno solo a noi. Nessuno ha il collo lungo come il nostro, obiettò la Regina delle Giraffe e per decreto rivendicò ai propri sudditi la Terra degli Alberi Alti. Forse che la nostra criniera non conta nulla? tuonò allora il Re dei Leoni, e si dichiarò padrone delle Grandi Terre della Caccia.
Presto non ci fu un solo Re che non rivendicasse per i suoi sudditi qualcuno dei territori dell'isola.
Ci furono zuffe, scontri e violente inimicizie ma alla fine ciascuno ebbe il suo territorio.
Tutti pensarono di essere più ricchi ma invece tutti furono più poveri. Le delizie dell'isola, che prima bastavano a tutti, ora non bastavano a nessuno, mentre i giovani animali, che un tempo correvano spensierati, furono costretti a difendere i loro territori.
Non si può andare avanti così disse allora il Re delle Scimmie. Occorre un luogo in cui discutere e prendere le decisioni che governino tutti gli animali. Così salveremo la pace.
Poiché nessuno doveva rinunciare a nulla, tutti trovarono geniale l'idea delle Scimmie.
Si costruì una grande casa di vetro e con strepito e schiamazzi fu convocata la prima grande assemblea.
Tutti i Re di tutti gli animali arrivarono da ogni angolo dell'isola, e fecero a gara nell'ostentare la grandezza e la tronfia prosopopea del proprio seguito.
Quando l'ultimo dei sovrani si fu accomodato, il Re delle Puzzole si alzò e chiese di cosa si dovesse discutere. Nessuno lo sapeva o forse nessuno più lo ricordava.
Il Sovrano dei Serpenti propose allora di condannare le Manguste per il loro atteggiamento aggressivo, ma fu subito rintuzzato dal Re dei Criceti che chiese la condanna dei Serpenti per l'uso sproporzionato dei loro poteri ipnotici.
Quando fu chiaro che la discussione non avrebbe portato ad altro che a rutilanti proclami, il Gran Duca degli Usignoli si fece coraggio e denunciò il genocidio commesso da chi si nutriva delle uova nei nidi.
Il Principe dei Cobra si mostrò sensibile al problema. Obiettò tuttavia che la denuncia non poteva essere presa in considerazione se prima non si fosse definito il concetto di genocidio.
Fu a questo punto che il Marchese delle Pecore decise di contestare ai Lupi i crimini di guerra perpetrati con la loro tecnica di caccia collettiva, di cui con forza chiese la messa al bando.
Il Re delle Puzzole si rese conto che quel solenne raduno stava sfociando in un clamoroso fallimento ed avvertì come propria responsabilità ricompattare gli animi, per salvare il consesso e con esso la pace dell'isola.
“Silenzio!” gridò allora, sollevando la coda. E bastò il gesto, per ottenere obbedienza.
“Per i problemi sollevati, creeremo delle commissioni e se necessario delle sotto commissioni. Ma non sprecheremo il nostro tempo per simili quisquilie, mentre resta insoluta la questione dei Panda dal Mantello Turchino.”
Molti dei Sovrani non avevano mai sentito nominare quella specie e nessuno era a conoscenza di contenziosi aperti a suo carico.
“Quella razza subdola” stava però dicendo il Re delle Puzzole “si è mischiata a noi e si è distribuita nei nostri territori. Quegli animali immondi consumano le nostre risorse mentre rifiutano di giurare lealtà ai nostri Monarchi.”
Il Presidente dei Panda dal Mantello Turchino si guardò intorno incredulo. Smise di sgranocchiare il suo germoglio di bambù e chiese la parola.
“Potrai parlare a tempo debito” gli disse il Re delle Puzzole, mentre stabiliva l'ordine degli interventi.
Parlarono i Cobra, parlarono i Lupi, parlarono le Iene e i Coccodrilli e tutti si scagliarono contro i Panda dal Mantello Turchino, felici che le proprie questioncelle rimanessero lontane dall'attenzione dell'assemblea.
L'insana predilezione di quei panda per i germogli del bambù, dissero, nel giro di alcuni secoli metterà a repentaglio la sopravvivenza sull'isola di quell'arbusto. E comunque è inconcepibile la loro arbitraria intrusione in territori che le razze autoctone hanno conquistato al prezzo di sangue e sacrifici.
Quando finalmente prese la parola il Presidente dei Panda dal Mantello Turchino, l'atmosfera del consesso era ormai livorosa.
“Noi amiamo i germogli” disse l'anziano animale “e li coltiveremo con cura perpetuandone l'esistenza fino alla fine delle generazioni. E poi, se ci confondiamo alle altre specie è solo perché i Rettili ci hanno cacciato dalle Terre dei Germogli. Siamo costretti a vivere nella diaspora, ma rispettiamo le usanze di ognuno così come chiediamo che siano rispettate le nostre.”
“Fuori da qui” gridarono i Rettili, sibilando che non avrebbero accettato quel travisamento storico. I Panda non avevano mai abitato le Terre dei Germogli, dissero. E perfino il toponimo era illegittimo dacché il nome eterno di quei territori era Distesa dei Grandi Rettili.
Le proteste del Presidente si persero nel frastuono dei fischi.
L'indomani tutti gli animali furono informati dei risultati del Consesso della Casa di Vetro.
I Panda dal Mantello Turchino, gracchiarono per tutta l'isola le Cornacchie, erano stati smascherati prima che potessero mettere in atto il loro piano di sterminio di tutti i rettili.
Fu l'inizio di una campagna mediatica tanto falsa quanto assillante, coordinata con astuzia dai Grandi Condor e dai Piccoli Avvoltoi. Un giorno dopo l'altro le accuse dei Rettili si fecero più fantasiose e inverosimili, ma nessuno aveva voglia di inimicarsi animali così pericolosi solo per il gusto di contraddirli.
A dire il vero i Cardellini tentarono di opporsi a quella che denunciavano come una mistificazione mediatica ed una propaganda d'odio. Ma la loro voce era flebile. E poi, per qualche ragione che nessuno ricordava più, vivevano in piccole gabbie da cui non si allontanavano mai. Le cornacchie ebbero dunque buon gioco nel sovrastarne la voce e nel promuovere l'odio di tutti contro la popolazione dei Panda dal Mantello Turchino.
In breve tempo l'esistenza di quella specie pacifica e mansueta fu messa a dura prova. Alcuni Monarchi emisero decreti di espulsione mentre altri preferirono fomentare e tollerare le crescenti aggressioni perpetrate da Iene, Lupi e Cani Selvatici.
Quello, comunque, fu solo l'inizio. Presto l'impunità delle prime violenze incoraggiò gli eccidi e poi le stragi e poi il sistematico sterminio dei Panda dal Mantello Turchino.
In fuga da ogni luogo essi giurarono di non lasciarsi annientare e non avendo dove altro andare fecero ritorno alle Terre dei Germogli.
Lì avevano vissuto felici, disse il loro Presidente e lì avrebbero stabilito la loro dimora, rivendicando finalmente un territorio, come avevano fatto tutte le altre specie.
Bastò questo proclama per scatenare un pandemonio.
I Rettili si riunirono e mossero guerra ai Panda. Inutilmente questi si dichiaravano pronti ad una spartizione delle terre e ad accogliere di buon grado chi volesse vivere in mezzo a loro.
“Mai!” tuonò il Principe dei Cobra. “Mai un singolo palmo della sacra Distesa dei Grandi Rettili sarà ceduto a dei miserabili mammiferi.”
In men che non si dica mise insieme una grande coalizione e mosse guerra all'Entità dei Nemici degli Esseri Striscianti.
Cobra, Aspidi, Vipere, Boa, Bisce, Lucertole, Colubri e Ramarri si avventarono all'unisono contro il territorio conteso, ma i Panda non si lasciarono sopraffare. Sfibrarono gli aggressori con interminabili ritirate, per poi aggredirli separatamente e metterli in fuga.
Il Principe dei Cobra, rimasto solo e scornato dalla sconfitta, vibrò il sonaglio e proclamò la propria trionfale vittoria, spalleggiato nella mistificazione mediatica da Corvi, Cornacchie ed Avvoltoi.
A dispetto della guerra vinta, i Panda non ebbero pace. Non c'era giorno che non fossero attaccati e la difesa della propria sicurezza divenne la loro prioritaria occupazione.
Fu così che sull'isola avvenne un fatto inconsueto.
Sebbene nessuno degli animali avesse mai sentito parlare di Charles Darwin, i cuccioli dei Panda dal Mantello Turchino cominciarono a nascere con artigli acuminati e denti aguzzi.
“Perché preoccuparsi?” diceva il Presidente alle mamme spaventate, “forse che i vostri cuccioli ringhiano a quanti li amano? No, lasciate che crescano e che mostrino gli artigli a chi li odia e li perseguita.”
La cosa non passò a lungo inosservata.
Nella casa di vetro quegli artigli, di cui ora i Panda andavano fieri, divennero il più grande dei problemi. Anzi, l'unico.
“Questa sordida evoluzione altera l'equilibrio strategico della regione” gridavano i Rettili inviperiti, giurando di annientare l'Entità dei Nemici degli Esseri Striscianti.
Non trascorse molto tempo che nei Campi dei Serpenti a Sonagli si cominciarono a notare strane attività. I Cobra, che per natura amavano crogiolarsi al sole, lavoravano invece fino allo sfinimento per sviluppare un allevamento intensivo di Bruchi dalla Testa Rossa.
“Anche noi abbiamo diritto a coltivare la terra” proclamava il Principe dei Cobra, sebbene il suo popolo vivesse solo nelle pietraie “e i Bruchi dissoderanno per noi il terreno.”
I Panda dal Mantello Turchino sapevano che la verità era tutt'altra. Sapevano che i Bruchi dalla Testa Rossa si nutrivano solo di germogli di bambù. La loro crescita indiscriminata avrebbe offerto ai Rettili l'arma finale del conflitto, privando gli abitanti delle Terre dei Germogli del loro unico nutrimento.
Consapevoli del rischio mortale, si recarono alla casa di vetro e denunciarono con forza la dissennata politica dei Rettili. Tutto ciò che ottennero furono risibili raccomandazioni alla moderazione.
“Il nostro è solo un programma pacifico” giurò d'altro canto il principe dei Cobra. E le sue parole riportate da Corvi e Cornacchie risuonarono per tutta l'isola, senza che si levasse alcuno a metterle in dubbio ed a chiedere garanzie.
D'altro canto, secondo i calcoli dei Panda, presto l'allevamento intensivo dei Bruchi dalla Testa Rossa avrebbe raggiunto un punto di non ritorno decretando la fine dei germogli e di chi se ne nutriva.
Io francamente non so come sia finita la vicenda, perché da tempo non incontro un Cardellino e di tutti gli altri uccelli non mi fido.
Quel che so è che se il Signore Iddio si ricordasse di quest'isola e tornasse a dare un'occhiata non sarebbe contento di quel che troverebbe.

Mario Pacifici (mario.pacifici@gmail.com)





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barbara


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24 settembre 2010

UNA COSA DA NIENTE

Il nostro strepitoso Mario Pacifici ritorna a noi con questa nuova perla, il racconto “Una cosa da niente”, parte della raccolta “Una cosa da niente e altri racconti” sulle leggi razziali fasciste, con il quale ha vinto il primo premio del concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica del 2008.

COME avrebbe più tardi puntigliosamente annotato nel suo verbale di notifica ed accertamento, il maresciallo Moretti si presentò alla porta degli Efrati alle 13,15 del giorno 14 Marzo 1941.
A quell’ora la famiglia era in tavola, gli spaghetti fumavano nei piatti e mentre la mamma ancora sfaccendava tra tinello e cucina, David, il figlio tredicenne, si esibiva, fra un boccone e l’altro, nell’imitazione del professore di matematica.
Per quanto inusuale, considerato l’orario, il suono del campanello non turbò l’atmosfera della tavola.
Quando la porta si aprì, il maresciallo si trovò di fronte una donna giovane e ben vestita, con indosso un ruvido grembiale da cucina. Aveva le mani bagnate, notò, e se le asciugava, senza darlo a vedere, strofinandole sui fianchi. Sembrava allarmata dalla vista della divisa.
“Polizia,” biascicò Moretti, portando la mano alla visiera del cappello, “cerchiamo Efrati Isacco, fu Giuseppe. È in casa?”
La donna annuì intimidita. Squadrava l’intruso senza simpatia e manteneva la porta socchiusa.
“Nino, vieni, è per te,” chiamò ad alta voce.
Il marito la raggiunse dal tinello, interrogandola con gli occhi.
“La polizia,” sussurrò lei.
Efrati spalancò la porta e fece entrare in casa il poliziotto, mentre un piantone rimaneva in attesa sul pianerottolo.
“Cercate me, maresciallo?”
“Sissignore,” rispose Moretti con un’espressione bonaria, “ma vi prego, dite a vostra moglie di non agitarsi, che è una cosa da niente. Una notifica, un breve accertamento. Nulla di serio.”
Parlava con un forte accento napoletano, e sembrava davvero imbarazzato dall’apprensione della donna.
Efrati annuì, prendendo per mano sua moglie.
“Lo senti, Esterina? Non ti preoccupare, dai, che ci penso io qui. Tu, piuttosto, vedi che David finisca di mangiare.”
Attese che la moglie si chiudesse la porta alle spalle prima di fare accomodare il poliziotto su una delle due poltrone che costituivano lo scarno arredamento dell’ingresso.
“Allora, maresciallo. Qual è il problema?”
“Nessun problema, per l’amor di Dio. Ve l’ho detto, è un accertamento, una cosa da niente. Dunque vediamo, voi siete…” consultò l’incartamento che aveva in mano, “…Efrati Isacco, fu Giuseppe, cittadino italiano di razza ebraica.”
Efrati allargò le braccia con un cenno di assenso.
“Per servirvi, maresciallo.”
“Bene, signor Efrati. Devo notificarvi che, come cittadino di razza ebraica, siete inibito alla detenzione di apparecchiature radio riceventi. È vostro dovere denunciare l’eventuale possesso di tali apparecchiature e mettere le stesse a disposizione dell’autorità preposta all’espletamento dell’atto di sequestro, previsto dal regio decreto del...”
“So già tutto maresciallo. I giornali li leggo. Forse, però, vi sfugge che io ho già denunciato il possesso della mia radio, e che per facilitarvi il lavoro ve l’ho addirittura portata in questura. Se mi attendete un attimo, vi prendo il verbale di sequestro.”
“Non c’è bisogno, signor Efrati, per carità, vi credo. E poi sta tutto segnato qui, nel vostro incartamento.”
Fece scorrere rapidamente i fogli finché trovò quel che cercava.
“Ecco vedete, è qui. Verbale di sequestro, eccetera, eccetera… ecco: apparecchio radio ricevente, di medie dimensioni, in bachelite rosso granata, marca Marelli. In data, vediamo… sì, in data 7 marzo 1941.”
“Come vi dicevo, maresciallo, la settimana scorsa.”
“Sissignore, non c’è niente da dire. Effettivamente, riguardo all’apparecchio Marelli è tutto a posto. Il problema, semmai, è che a quanto risulta dal vostro incartamento, avete dimenticato di denunciare…” Scorse di nuovo l’incartamento. “Madonna mia, con tutte queste carte… Eppure l’ho visto poco fa… Eccolo, eccolo... Apparecchio marca Siemens, modello RG 40. Acquistato in data 31 ottobre 1940 presso la ditta Alati, in via 4 Novembre, per l’importo… Beh, l’importo non ci interessa…”
Squadrò l’ebreo con aria indulgente.
“Questo ce lo siamo dimenticati, non è vero?”
Efrati era interdetto.
“Ma voi come fate a saperlo?”
“Madonna mia, signor Efrati. Siamo la Polizia. Se non le sappiamo noi le cose, chi deve saperle?”
“Eh già! In effetti, se non le sapete voi… In ogni modo le cose non stanno proprio in quel modo. C’è un errore… o meglio un equivoco…”
Il maresciallo Moretti annuì comprensivo.
“Un equivoco, dite. E va bene. Sono qui per questo. Voi me lo chiarite e tutto è risolto.”
Efrati sospirò a disagio.
“La questione, maresciallo è che non so nemmeno io se lo si possa definire un apparecchio. È piuttosto un pezzo di arredamento. Un mobile, diciamo così, che arreda la parete del tinello. Nello stipo in basso ci teniamo i liquori, come fosse… un mobile bar, diciamo…”
Il poliziotto lo fissò con una smorfia sarcastica.
“Io sono comprensivo, Efrati. Ma voi non mi dovete coglionare, perché altrimenti mi costringete, mio malgrado, a diventare rigido. E allora tutto si complica e nascono i problemi. Sono certo che mi capite.”
Sotto il tono bonario della voce, ora Efrati avvertiva una vena di minaccia.
“Avete ragione,” si affrettò a correggersi, “mi sono espresso male, ma non volevo farmi gioco di voi. Il fatto è che effettivamente ha l’aria di un mobile. E d’altro canto più che una radio è soprattutto un grammofono. Noi in effetti ci ascoltiamo solo i dischi.”
Il maresciallo tornò a sfogliare le carte e quando trovò ciò che cercava puntò il dito su una parola.
“Qui c’è scritto: radiogrammofono. Radio…” ripeté spiccando le sillabe e mimando con le mani la separazione, “…grammofono.”
Fissò l’ebreo, quasi si aspettasse di dover rintuzzare qualche altra risibile eccezione, ma Efrati ormai taceva, incapace di trovare un qualunque appiglio per sostenere una causa che sapeva, comunque, persa in partenza.
Il maresciallo trasse dalle sue carte un modulo ciclostilato e cominciò a stilarlo in silenzio.
“È il verbale di sequestro?” chiese Efrati rassegnato.
Moretti annuì, senza interrompersi.
“Sentite maresciallo, vi parlo come un padre. Voi lo sapete qual è la nostra condizione. Mio figlio è stato cacciato dalla scuola pubblica ed ha perso tutti i suoi amici, tutti i suoi compagni. Poi ha visto sua madre cacciata dal ministero dov’era impiegata. Sa perfettamente che io mi arrangio come posso. Che insegno cultura ebraica alla nostra scuola, tanto per sbarcare il lunario, perché ho dovuto cedere, per motivi razziali, la mia agenzia di viaggi. Avete un idea di come possa vivere un ragazzino una situazione del genere? Quell’apparecchio per lui è importante. Rappresenta un ultimo ancoraggio ad una realtà e ad un mondo che sente estranei e da cui si sente respinto. Ve lo chiedo come un padre, maresciallo, e Dio sa se mi pesa umiliarmi in questo modo. Aiutatemi. Fatelo per mio figlio.”
Moretti lasciò cadere le carte sulle ginocchia e si passò una mano fra i capelli. Guardava l’ebreo con un’espressione del tutto solidale.
“Come faccio, Efrati, ditemelo voi? Non sono io che faccio le leggi. Io le devo solo fare applicare.”
Sospirò, scuotendo il capo.
“Vorrei potervi aiutare, credetemi. Ma sono comandato. Devo rendere conto di ogni cosa ai miei superiori.”
Efrati non si dette per vinto. Anzi gli sembrava di cogliere nelle parole del poliziotto un principio di cedimento.
“Santo cielo, maresciallo, si tratta solo di chiudere un occhio. Dite che non l’avete trovato l’apparecchio. Che l’avevo venduto nel frattempo. Non mettete mica in pericolo la Nazione lasciando che un ragazzino ascolti un po’ di musica.”
Moretti sorrise.
“Voi la fate facile Efrati, solo perché non sapete come funziona la burocrazia. Quando una pratica è istruita non c’è più niente che la possa arrestare. È come se avesse una sua vita autonoma che la costringe a correre lungo un binario obbligato. Adempimenti. Verifiche. Sopralluoghi. La volete insabbiare? Dovete mettere d’accordo un mucchio di gente, chiedere favori, dare spiegazioni. E poi, statene sicuro, quella salta di nuovo fuori nel momento meno opportuno, magari come arma di una faida interna. Date retta ad uno che ne ha viste di tutti i colori. Quando una pratica ha preso il via…”
Lasciò la frase in sospeso, ma intanto, agitando una mano sottolineava quanto ineluttabile fosse il corso degli eventi burocratici.
Efrati annuì rassegnato, e si accasciò senza argomenti sulla poltrona.
Il maresciallo aveva ripreso in mano le sue carte, ma teneva la stilografica lontana dai fogli. Continuava a tergiversare come se stesse riflettendo ad una qualche possibile soluzione.
“Statemi a sentire,” disse alla fine, “io adesso compilo il verbale di sequestro e nel verbale stesso vi nomino custode dell’apparecchio fino all’effettiva presa di possesso da parte degli organi preposti. Questo lo posso fare e lo faccio volentieri. Ad occhio e croce passeranno dieci, quindici, forse perfino venti giorni prima che vengano a ritirarlo. Così voi avrete tutto il tempo di spiegare la situazione al ragazzo e di fargliela accettare poco per volta. Di farlo abituare all’idea…”
Efrati non seguì il consiglio.
Appena uscito il maresciallo, chiamò suo figlio e gli raccontò per filo e per segno che cosa fosse successo.
“Non è giusto,” protestò David cercando di non cedere al pianto.
“Lo so che non è giusto. Ma ci sono le leggi razziali, te l’ho spiegato…”
“Non mi importa delle leggi. Quel grammofono è mio. Non hanno il diritto di rubarmelo.”
Il padre assentì, arruffandogli i capelli.
“Hai ragione, amore mio. Ma siamo ebrei, non te lo dimenticare. Tutta la nostra storia è costellata di ingiustizie. La schiavitù in Egitto, la cacciata dalla Spagna, i ghetti, i pogrom. Abbiamo subito ogni genere di persecuzione, ma non ci siamo mai arresi.”
Ora fissava il figlio negli occhi, stringendolo per le spalle. “Non lo faremo nemmeno oggi, non è vero David?”
Il ragazzino scosse la testa.
“Dobbiamo essere forti David. Io lo so che è un brutto momento, per te come per tutti noi. Ma passerà, non temere. Kadosh Baruchù ci ha sempre protetti e continuerà a farlo, perché noi siamo il Suo popolo.”
David assentiva, ma senza molta convinzione.
Continuava a pensare al suo apparecchio e a quella gente che sarebbe venuta a portarselo via.
Ora le lacrime gli annebbiavano la vista.
“Va bene David, hai ragione. È una grande ingiustizia e se vuoi piangere, lo puoi fare. C’è una cosa però che ti dovrebbe consolare. Kadosh Baruchù sa riconoscere i malvagi e non lascia impunite le loro azioni.”
David adesso singhiozzava silenziosamente.
“Te lo ricordi quante piaghe ha mandato Dio al Faraone?”
“Dieci,” sussurrò il ragazzino, asciugandosi le lacrime col dorso della mano.
“E chi è finito sulle forche erette da Aman per impiccare gli ebrei di Babilonia?”
“Aman e tutti i suoi complici.”
“E allora David, vanne sicuro. Se Kadosh Baruchù ha avuto ragione della crudeltà del Faraone e ha fatto giustizia di Aman, di certo saprà come punire anche il Gran Buffone ed il Re Nanerottolo.”
David sorrise suo malgrado, sentendo il padre usare a voce alta quegli epiteti che generalmente sussurrava, raccomandando a lui di non usarli mai, per nessun motivo al mondo.
“È così, David. Verrà il giorno che quei due pagheranno per tutte le loro malefatte. E quel giorno, stanne certo, Kadosh Baruchù gli presenterà anche il conto del tuo radiogrammofono.”
David annuì, ma certo la prospettiva di una lontana giustizia non cancellava l’infelicità di quella perdita imminente.
Il padre lo abbracciò stretto e d’improvviso un’idea gli baluginò per la mente.
“Stammi a sentire…,” gli sussurrò nell’orecchio.
David annuiva mentre il padre parlava e, a poco a poco, la sua espressione si aprì in un sorriso malizioso.
Il maresciallo Moretti tornò quindici giorni più tardi, accompagnato da una squadra di facchini ed Efrati lo accolse sulla porta con suo figlio che lo stringeva per mano.
“È tutto pronto maresciallo, accomodatevi, vi faccio strada.”
Lo guidò per il corridoio, fino alla porta del salotto.
Quando si accese la luce, il poliziotto rimase impietrito, senza parole.
I mobili e i tappeti erano stati rimossi e tutto il pavimento era occupato da viti, bulloni, manopole, lampade, tiranti, valvole, ingranaggi, supporti, fili elettrici, interruttori.
Il radiogrammofono era stato smontato fin nelle sue parti più esigue e giaceva lì in terra, spezzato, sezionato, segato, ridotto in frantumi mentre ognuno dei suoi minuti frammenti era stato disposto sul pavimento in un ordine maniacale e incomprensibile, fatto di linee contorte ed interrotte.
“Volevamo vedere come era fatto dentro,” spiegò Efrati, stringendo forte la mano di David, “ma poi non siamo più stati capaci di rimontarlo. I pezzi, comunque, ci sono tutti, potete controllare.”
“Capisco,” mormorò Moretti che in realtà non capiva affatto.
Certo, se avesse conosciuto l’ebraico, quel garbuglio di linee e quegli astrusi ghirigori sul pavimento non avrebbero avuto misteri.
Beyad chazakah,” c’era scritto in caratteri ebraici, “con mano potente.
Così Dio aveva colpito il Faraone in Egitto.

Mario Pacifici


Da parte mia, solo due parole: grazie Mario.

barbara


19 agosto 2010

PARADOSSO

Il professor Klein, indicò la massa di strumenti elettronici che riempiva gran parte del sotterraneo ed il groviglio inestricabile di cavi che ne faceva un tutto unico, dotato di una sua indecifrabile essenza.
“Questa, signori, è la macchina del tempo. La prima che l’uomo abbia mai realizzato.”
I suoi assistenti si limitarono ad annuire, spiando silenziosamente lo stupore che si dipingeva sul volto del giovane studente.
Gavriel O. Lee tossicchiò imbarazzato.
“Non sono sicuro di avere capito, professore. Che cosa intendete per macchina del tempo?”
Klein inarcò le spalle con una smorfia divertita.
“Abbiamo creato uno strumento capace di distorcere la continuità temporale della nostra dimensione. In pratica con questa macchina possiamo trasferire indietro nel tempo un oggetto, un animale o anche …”
“Un uomo?”
“Sì, anche un uomo. E poi possiamo riportarlo indietro, al momento della partenza.”
Il ragazzo si guardò intorno confuso.
“E funziona veramente?”
“Certo che funziona,” rispose piccato il professor Klein “almeno da un punto di vista teorico, funziona perfettamente.”
“Volete dire che non ne avete un riscontro sperimentale?”
Gli assistenti finsero di non cogliere la vena di sarcasmo.
“Il professore,” rispose il più anziano dei due, “vuole solo dire che non è facile ottenere una prova sperimentale. Abbiamo inviato nel passato oggetti inanimati e piccoli animali. Ma né gli uni né gli altri hanno potuto ovviamente confermarci, al loro ritorno, l’avvenuto spostamento temporale.”
Il ragazzo rifletté per qualche istante.
“Se inviate un oggetto nel passato, esso dovrebbe sparire dal presente. La sparizione e poi la successiva riapparizione potrebbero costituire una prova quantomeno indotta del funzionamento della macchina. ”
Il professor Klein scosse il capo con un sorriso benevolo.
“Il problema ragazzo mio è che gli oggetti, dopo il loro viaggio nel tempo, ricompaiono nel medesimo luogo e nel medesimo istante in cui il viaggio aveva avuto inizio…”
Non dovette fornire ulteriori spiegazioni. Il ragazzo era già arrivato alla conclusione.
“Dunque sparizione e riapparizione combaciano in modo talmente perfetto da non essere avvertiti? È così, non è vero?”
Lo scienziato annuì.
“C’è anche un altro problema, Gavriel. Nessuno di noi sa quanto indietro nel tempo siano stati inviati gli oggetti e gli animali. La macchina non è tarata. E non potremo tararla fin quando non sarà un uomo a compiere il viaggio. Solo le sue informazioni potranno consentirci di regolare la macchina per i viaggi successivi.”
Gavriel O. Lee si guardò intorno guardingo. Temeva di capire, alla fin fine, perché quei tre lo avessero messo al corrente di esperimenti che avrebbero dovuto essere coperti dal più assoluto segreto.
“Non avrete intenzione di…”
Il professor Klein sollevò una mano con un espressione rassicurante.
“Nessuno ti imporrà nulla. Però hai ragione, abbiamo pensato a te quale primo viaggiatore nel tempo.”
Gavriel O. Lee si dimenò a disagio sulla sedia.
“Sono davvero lusingato,” disse senza convinzione, “ma non credo di essere il soggetto più adatto per una simile impresa.”
Lo scienziato scosse il capo
“Non sottovalutarti, Gavriel. Sei il capitano della squadra di basket universitaria e sei un ufficiale delle truppe scelte israeliane. Fisicamente non potremmo trovare di meglio, ma c’è dell’altro: tu hai una passione per la storia e quindi potrai cogliere e riportarci la realtà del tempo in cui sarai catapultato, meglio di chiunque altro. Inoltre studi filosofia e sociologia. Questo ti consentirà di valutare il pericolo implicito di un viaggio nel tempo. Un paradosso temporale può costituire una minaccia per l’umanità come noi la conosciamo.”
Gavriel O. Lee annuì lentamente.
“Non parlate però dei pericoli che io stesso potrei correre.”
Lo scienziato sembrava aspettarsi quella eccezione. La sua risposta fu pronta e convincente.
“Rifletti, Gavriel. Tu non correrai in realtà nessun pericolo. Se anche non dovessi tornare indietro, se anche tu venissi ucciso nel corso del viaggio, sarà come se tu fossi morto solo nella finzione. Non sarà una cosa definitiva. Non appena la macchina sarà tarata, e ti assicuro che non ci vorrà ancora molto, torneremo al momento della tua partenza e la impediremo. Così in realtà tu non sarai mai partito e non sarai mai rimasto ucciso.”
Un mese dopo, tutto era pronto per l’esperimento.
Seduto in una microscopica carlinga, Gavriel O. Lee avvertì solo un tremito leggero ed una breve ondata di calore.
Quando aprì lo sportello, non era più nella cantina. E non c’erano più accanto a lui Klein ed i suoi assistenti.
Si guardò intorno. Si trovava al chiuso. All’interno di una tenda molto spaziosa. Pellicce in terra. Una tavola imbandita e stoviglie d’argento. Armi un po’ ovunque. Archi, pugnali, spade.
Nel corso dell’ultimo mese lo avevano addestrato ad analizzare rapidamente qualunque eventuale scenario. La sua mente lavorava quasi per riflesso condizionato. Si trovava nella dimora da campo di un uomo potente. Forse un generale. O forse il capo di una tribù nomade. Distanza stimabile dal tempo base 2.000 anni. Forse 2.500. Un’analisi delle armi avrebbe reso possibile una verifica e una precisazione della stima.
Uscì dalla carlinga.
Solo allora si avvide dei tre uomini prosternati di fronte a lui.
Gavriel O. Lee ne esaminò in un attimo abiti, paramenti, monili.
Due di loro dovevano essere subordinati al terzo, molto più giovane. Probabilmente erano i suoi consiglieri.
I tre erano genuflessi di fronte a lui. Lo stavano adorando.
Ovvio.
L’apparizione improvvisa faceva di lui una creatura sovrannaturale. Un dio se erano pagani. O un inviato di Dio, se erano monoteisti.
Il più giovane dei tre, il Capo, sollevò appena la fronte dal terreno e cominciò a parlare. Un profluvio di parole. Una lingua indecifrabile. Si rivolgeva a lui. Lo implorava. O forse inveiva contro qualcosa o qualcuno. Poi si interruppe ed impartì dei secchi ordini a qualcuno fuori della tenda.
Dopo pochi istanti comparvero nella tenda quattro giovani donne riccamente abbigliate, mentre i tre uscivano dal suo cospetto, arretrando lentamente.
Un turbine di domande si affollava nella mente di Gavriel O. Lee. Ma le donne erano splendide e sembravano dolci, disponibili, impazienti di donarglisi. Diavolo, la sua indagine poteva ben attendere. In fondo secondo i calcoli di Klein aveva almeno ventiquattro ore di tempo prima di dover rientrare nella carlinga.
Quando si svegliò le donne erano scomparse. Aveva un cerchio alla testa, effetto dei bagordi notturni e delle generose libagioni. Il Capo era di fronte a lui. Parlava con tono solenne e mostrava dei doni. Una lunga spada metallica, un elmo, un armatura. Insisteva chiaramente perché li accettasse.
Gavriel O. Lee si sforzò di esprimere il suo gradimento. Sebbene fosse ridicolmente piccolo per il suo fisico imponente, riuscì ad indossare il pettorale dell’armatura, ma non poté in alcun modo cingere il piccolo elmo. Se lo pose comunque sotto il braccio ed impugnò la spada sforzandosi di assumere un atteggiamento fiero e battagliero.
Il Capo era in visibilio. Squittiva, rideva, dava di gomito ai suoi subalterni.
Ora lo invitava a seguirlo fuori della tenda.
Seguendo le gesticolanti istruzioni del Capo, Gavriel O. Lee avanzò da solo al centro di un grande spiazzo, alle cui estremità erano schierati migliaia di armigeri. Erano tutti di piccola corporatura, vestiti di stracci. Solo pochi avevano scudi ed armi metalliche.
Gavriel brandì la spada e salutò lo schieramento alla sua destra. Gli rispose un unico, assordante, urlo guerresco.
Si volse baldanzoso verso lo schieramento di sinistra, ma stavolta lo accolse solo un gelido silenzio.
Perché, si chiese? Perché? E chi è quel ragazzino vestito di stracci che avanza verso il centro dello spiazzo?
C’era qualcosa di allarmante in quella situazione. Una sorta di indecifrabile déjà vu.
Fu folgorato da una raccapricciante comprensione quando vide il ragazzino ruotare la sua fionda.
Troppo tardi.
Maledizione, troppo tardi.
Era stordito, e il sangue gli colava sul viso.
Vide come in un sogno il giovane avvicinarsi. Cercò di alzarsi ma le membra non gli rispondevano.
Il ragazzino lo fissava con un’espressione di trionfante disprezzo, mentre si chinava su di lui e gli strappava dalla manica la stella a sei punte.
La esaminò a lungo e poi decifrò il nome ricamato in ebraico sulla tuta: G.O.LEE.
“Ho ucciso il gigante Golia!” gridò ai suoi dimenando la spada e mostrando la stella a sei punte.
“Da oggi questo segno fregerà il mio scudo! Da oggi questo è il Maghen David.”
Gavriel rideva, mentre la lama del giovane gli recideva la giugulare.

Mario Pacifici
mario.pacifici@gmail.com

È tornato il geniale Mario Pacifici, con un’altra delle sue strepitose storie. Godetevela tutta.

barbara


13 marzo 2010

ASSEMBLEA DI FACOLTÀ

Ovvero

come shekerare quattro stronzate

Simona Cantoni impiegò mezzora a vestirsi, dopo aver speso più di un’ora al bagno, fra doccia, capelli e trucco. Per quanto le costasse ammetterlo, questo era un segnale inquietante. Un campanello d’allarme. Un avviso subliminale. Il suo inconscio stava prendendo decisioni che lei era ben lungi dal condividere. Meglio, che lei respingeva con fermezza.
Chi era mai questo Alessandro per meritare una simile liturgia propiziatoria?
Nessuno. Meno di nessuno.
E allora perché si comportava come un’adolescente al primo appuntamento?
Tranquilla, è per sentirmi in controllo. Che non creda di avere a che fare con una che gli pende dalle labbra solo perché è carino e all’università gli sbavano tutte dietro. O magari perché va come un treno a medicina, ha mille interessi, gira su una BMW decappottabile e ha un tono di voce… Dio, che tono di voce!
Smettila, sei una stronza! Non te ne frega niente di lui!
Si dette un ultimo ritocco al lucido delle labbra, un ultimo colpo di spazzola e si fissò allo specchio con aria convinta.
Non fare la stronza Simona. O quanto meno…
Come, quanto meno…?
Ho detto non fare la stronza, punto e basta!
Al suono del citofono però, il cuore le batté forte.
“Io esco,” gridò quando era già sul pianerottolo, “torno tardi!”
Alessandro l’aspettava in macchina.
“Ti va di mangiare qualcosa?” le chiese, sporgendosi per darle un bacio sulla guancia.
“Conosci un posto carino?”
“A Castel Porziano. Pesce e musica dal vivo. Praticamente sulla spiaggia.”
Parlarono di tutto, lungo la strada, come parlano due ragazzi che si studiano. Senza lasciarsi andare più di tanto. Attenti alle domande, attenti alle risposte.
Di vista si conoscevano da una vita ma era la prima volta che uscivano insieme.
Un paio di giorni prima lui aveva preso l’iniziativa in un modo che a lei era parso intrigante.
“Cerco qualcuno che non mi conosca” le aveva detto, “perché ho voglia di raccontarmi.”
Lei aveva sorriso.
“E chi ti fa pensare che a qualcuno interessi il racconto?”
“Beh, in realtà non è che lo penso. E’ solo la prima cosa che mi è venuta in mente. Quando scriverò un libro sull’arte del rimorchio, comunque, ce la metterò dentro perché pare funzioni. Il primo passo l'ho già fatto.”
Questa volta lei aveva riso e lui aveva assaporato con discrezione un senso di trionfo.
La trattoria era semplice. Una veranda sul mare. Pochi tavoli. Poca gente. Poca luce.
Un cantante da piano bar creava un sottofondo musicale.
“Ci metterai anche questa trattoria nel tuo libro?”
“Dipende. Te lo dico domani… Quel libro conterrà solo strategie vincenti.”
Due spaghi, un bicchiere di vino e già l'atmosfera si era fatta confidenziale.
Ora parlavano di tutto, a ruota libera.
Studio, viaggi, libri, cinema, pittura. Si confrontavano, scoprendo passioni e avversioni in comune.
“Devi assaggiare gamberi e calamari. Qui sono spaziali!”
“Quelli no, non li mangio. Né crostacei né frutti di mare.”
“E invece li devi assaggiare. Non te li puoi perdere...”
“Non posso. Sono ebrea. Sai cacheruth, norme alimentari...”
“Fantastico! Spiegami meglio.”
Parlarono di religione e di tradizioni. Di senso di appartenenza e di retaggi identitari. E poi ancora di minoranze e di società multietniche.
In macchina si baciarono e rimasero a lungo a chiacchierare, sulla banchina deserta.
“Ho una villa, qui vicino... Potremmo andarci.”
Lei gli pose un dito sulle labbra.
“Non avere fretta...” disse e lui sembrò cogliere in quelle parole più una promessa che un rifiuto.
Sotto casa si baciarono ancora.
“Domani abbiamo assemblea di facoltà. Ti passo a prendere alle otto.”
Lei sorrise di tanta sicurezza, ma lo baciò sulle labbra e scese dall'auto.
Quando arrivarono in facoltà, la mattina dopo, l'aula magna era in fermento.
Mancava un'ora all'assemblea e fervevano i preparativi. Piccoli gruppi discutevano dell'impostazione dei lavori, alternando alterchi e risate. Altri si dedicavano agli impianti tecnici.
“Uno, due, tre, prova. Uno, due, tre, prova.”
Alessandro si trovava come a casa sua. Passava da un gruppo all'altro, scambiando battute e discutendo documenti.
Simona invece si era seduta ad uno degli ultimi banchi in cima all'anfiteatro ed osservava con distacco quell'animazione.
Odiava le assemblee. Passavano per uno strumento di democrazia diretta e ne erano invece l'antitesi spaccata.
Una minoranza di attivisti che si arrogava il diritto di rappresentare una maggioranza distratta. Tutta gente che si beava delle proprie parole.
Falla finita, non sei qui per fare politica! Se questi si divertono cosi, a te che te ne frega?
Tirò fuori il testo di diritto penale e si mise a ripassare.
Alessandro ogni tanto le si avvicinava.
“Tutto bene?”
Bene un cazzo! Non so che ci sto a fare in mezzo a questi coatti!
“Certo, tutto bene. Stai tranquillo, sto ripassando. Ho l'esame fra quindici giorni...”
Si concentrava sul testo, sollevando di tanto in tanto lo sguardo sull'aula che si andava riempiendo.
Gli oratori avevano preso posto sul palco. Alessandro era fra loro, con il microfono in mano.
Questo ci crede proprio! Scommetto che ci mette pure questa cazzo di assemblea nel suo libro.
Si concentrò ostinatamente sul testo di penale, per non sentirsi parte della sua esibizione.
“La nostra facoltà è chiamata ad essere l'anello di una lunga catena” stava dicendo lui, “una catena che unisce le forze progressiste in tutto il mondo, dentro e fuori le università. Una catena che col suo peso morale e l'incisività dei suoi richiami può riuscire lì dove hanno fallito le politiche degli stati e delle organizzazioni internazionali...”
Ma chi si crede d’essere, Bruce Willis pronto al salvataggio del pianeta...?
Sorrise immaginandoselo dentro una tuta spaziale, il casco sotto il braccio, ma chiuse il libro e si mise ad ascoltare.
“... la libera scelta di ognuno di noi è poca cosa. Ma se queste scelte divengono univoche, si trasformano in un'arma potente. Compagni, appropriarci di quest'arma non è più un'utopia, è qualcosa che dipende da noi, da ognuno di noi... E sono proprio loro con i loro crimini, con la loro superbia, con la loro apartheid che ci hanno dato la necessaria compattezza. Il sangue di Gaza è la ragione della nostra coesione internazionale. E' la ragione della nostra determinazione...”
Applausi.
Pugno allo stomaco.
Di che diavolo stai parlando...?
“Noi siamo chiamati a boicottare Israele per ristabilire la giustizia negata. Per dare una voce a chi non ha voce. Per dare una terra a chi ne è stato spoliato ed una patria a chi ne è stato cacciato. Compagni, dobbiamo fare terra bruciata intorno al sionismo razzista. Chiudere le porte della collaborazione internazionale ad uno stato che fa dell’apartheid la propria strategia. Tenere fuori da ogni scambio culturale chi con le proprie lobbies inquina la politica mondiale...”
Brutto bastardo, pezzo di merda.
Simona raccolse le sue cose, decisa ad andarsene.
Sei una stronza. Ci voleva tanto a capire di che pasta era fatto?
Stronza un cazzo. E' lui che è un verme. Che mi ci ha messo a fare in questa situazione di merda?
“... è per questo” stava dicendo lui “che cedo ora la parola a Mahmet Huseyin del Comitato Palestinese per il Boicottaggio di Israele.”
Simona aveva già raggiunto la base dell'emiciclo, ma qualcosa la trattenne.
Io non scappo. Non te la dò questa soddisfazione.
Sei pazza? Vattene che e meglio...
No, non me ne vado! Voglio vedere dove sono capaci di arrivare.
Sedette di nuovo.
“... ogni rifiuto di un prodotto israeliano” stava dicendo il palestinese “sarà la pietra di una nuova intifada che ci condurrà alla vittoria sul nemico sionista...”
Il delegato non fece sconti e riversò sull’assemblea le sue feroci invettive contro Israele, il sionismo e gli ebrei.
Simona sopportò tutto stoicamente, fino a quando Mahmet non superò il segno.
“... è un nemico subdolo e feroce. Ci ruba la terra, ci ruba le case, ci ruba il futuro. E adesso ci ruba anche gli organi dei nostri bambini e dei nostri prigionieri. Li uccide per appropriarsene e per farne commercio...”
Applausi.
Simona alzò la mano.
“Voglio intervenire” gridò.
Che fai? Sei pazza? Vuoi farti sbranare da questi scalmanati?
“Al tempo compagna. Il dibattito con la platea è previsto al termine degli interventi, se ce ne sarà il tempo.”
“Ah, si?” gridò Simona. “E questo chi lo dice? In un dibattito democratico chi partecipa ha lo stesso diritto di intervento di chi sta in cattedra!”
“In un dibattito democratico” cercò di zittirla il compagno sul palco, facendosi forte del microfono che impugnava, “ci sono tempi e regole da rispettare.”
“Tu stai solo rispettando la casta dei cattedratici e dei presunti leader. Fai parlare anche il popolo degli sfigati!”
L'emiciclo cominciò a vociare e qualcuno sul palco comprese da che parte stesse girando il vento.
“Fate parlare la compagna. Lasciatele fare il suo intervento.”
Simona salì sul palco mentre il cuore le pulsava in circolo adrenalina a gogò.
Voglio vedere adesso che gli dici. Tu devi essere completamente suonata.
Lo so io quello che gli dico. Brutti stronzi, bastardi di merda...
Afferrò il microfono e volse lo sguardo verso la platea. Un silenzio inconsueto. Un'attenzione inconsueta.
“Compagni, oggi abbiamo chiamato sul banco degli imputati Israele. Abbiamo istruito un processo, accusandolo dei crimini più efferati. Ma se questo è un processo, chi parlerà per l’accusato? Chi ne prospetterà le attenuanti? Chi chiamerà in giudizio i correi che si sono macchiati di colpe e di crimini altrettanto gravi?”
La platea cominciò a rumoreggiare confusa, mentre sul palco gli oratori si scambiavano occhiate perplesse.
“Se mettiamo Israele sotto accusa, perché facciamo salva la Russia per le stragi in Cecenia? E il Sudan per il genocidio in Darfour? E la Turchia per la repressione dei Curdi? E la Cina per il Tibet…? E dov’è Hamas che ha prima massacrato quelli del Fatah e poi ha provocato scientificamente la reazione degli israeliani, con la sua pioggia di razzi sui civili. E già che ci siamo, perché non parliamo anche di scudi umani, di bombe negli autobus, di oppressione sulle donne islamiche.”
“Questa è una provocazione…” cominciarono a gridare dall’emiciclo .
“No, non è una provocazione. E’ un invito a ragionare… Per quale motivo sempre e solo Israele è sul banco degli imputati?”
“Buttatela fuori!”
“Calma, compagni. Calma, non cadiamo nella sua provocazione!”
Simona col microfono in mano si sentiva ormai come John Wayne a Fort Apache.
“Io non provoco nessuno. Sono qua per parlare in difesa di uno stato che con l’haparteid non ha nulla a che fare.”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
L’aula magna era ormai una bolgia ma Simona non demordeva.
“Israele è l’ebreo della scena internazionale,” gridava, “per lui vale una legge che per gli altri non vale. E’ sempre e comunque colpevole, anche quando agisce per difendersi, anche quando sopporta l’insopportabile. I razzi di Hamas sono brutali quanto la reazione che provocano, ma qual è la causa e qual è l’effetto? Perché dobbiamo dare tutto per scontato e rinunciare a giudicare? Perché la logica quando si parla di Israele viene distorta e deformata?”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
Qualcuno si avvicinò alle spalle di Simona e tentò di trascinarla via ma lei si aggrappò al tavolo con tutte le forze.
“Questa è una violenza,” gridò nel microfono, “vergogna!”
Furono le sue ultime parole all’assemblea. La spina del microfono ora era staccata e il servizio d’ordine la spintonava senza complimenti fuori della facoltà.
L’ultima cosa che percepì fu un coro da stadio.
“Va in sinagoga, giudia va in sinagoga…”
Simona adesso era in mezzo alla strada, in uno stato di confusa prostrazione.
Si sentiva umiliata. Ferita.
Sarai contenta, ora! Cosa pensavi, di fare? Speravi di convincerli?
Vaffan’ culo! E’ lui che è uno stronzo! Un grandissimo stronzo!
Ancora!? La fai finita!? Quello è uno scarafaggio insignificante e tu ci piangi sopra come se meritasse la tua attenzione.
Tremava.
Sedette su una panchina e piegò la testa fra le mani.
No! Adesso ci manca solo che ti metti a piangere!
Ho detto non piangere!
Le lacrime le fluivano inarrestabili.
Trasse dalla borsa un kleenex e si soffiò il naso.
“Sei stata coraggiosa.”
Si girò. Lui era in piedi alle sue spalle.
“Vattene. Sei uno stronzo!”
Si asciugava gli occhi con le mani e si aggiustava il trucco per quel che poteva. Odiava che lui la vedesse in quelle condizioni.
“Ci volevano le palle per parlare in quel modo davanti ad una platea tanto ostile. Tu ce le hai avute…”
“Lasciami in pace. Voglio stare sola.”
Lui non si mosse.
“Doveva essere una manifestazione politica ma purtroppo è degenerata. Perfino quel coro antisemita… Mi dispiace, Simona, ti chiedo scusa.”
Questo è completamente fuori! Vattene, non gli dare spago! Vuole solo prenderti per il culo per salvare la faccia.
Me ne vado!? Ma nemmeno per idea! Questo lo sistemo io!
“Mi dispiace, ti chiedo scusa,” gli fece il verso lei, con tono irridente. “Tu non ti rendi nemmeno conto di quello che hai detto e di quello che hai lasciato dire in assemblea. E poi, scusa tanto… Dove cazzo stavi quando mi zittivano e mi spintonavano?”
Alessandro la fissava come un cane bastonato.
“Te lo dico io dove stavi. A fare lingua in bocca col tuo amico palestinese. Spero ti sia scusato con lui per le mie intemperanze verbali, ma del resto, sai come sono queste ragazze ebree. Pazze, esaltate. Incontrollabili. Sioniste e dunque razziste come tutti gli israeliani.”
“Ora sei ingiusta. Io non sono così…”
“Io non sono così…” gli fece di nuovo il verso lei. “E come sei? Dai raccontamela di nuovo la storiella degli anelli della catena. Può darsi che stavolta mi convinci. Può darsi che dopo possiamo andare insieme a salvare il mondo… Tanto basta poco… Basta spazzare via Israele dalle mappe e il pianeta avrà finalmente la sua età dell’oro. Basta convincere sei milioni di Israeliani a buttarsi a mare e Bin Laden potrà finalmente smettere il broncio e diventare un bravo bambino.”
Raccolse le sue cose e si alzò per andarsene.
Lui rimaneva in piedi, le mani in tasca, gli occhi bassi. Naturalmente aveva ragione lei a sentirsi offesa. Come aveva potuto essere così stronzo, così insensibile. In due ore aveva messo insieme una tale mole di cazzate da seppellire sul nascere una storia che già lo aveva preso.
Simona non gli era mai parsa così bella. Così intrigante… Figa e con le palle… Il massimo!
“Non ne so un cazzo di medio oriente. E’un tale bordello che non mi ci raccapezzo.”
“Me ne sono accorta. Ma questo non ti ha impedito di pontificare in assemblea…”
“Non ho mica detto niente di speciale. Ho shekerato quattro stronzate, tanto per fare la mia figura. Funziona così in assemblea, lo dovresti sapere.”
“No, non lo so come funziona in assemblea. So come funziona invece una testa in cui ci sia un minimo di cervello… Ma questo non ti riguarda, non è il tuo caso!”
Gli girò le spalle e si avviò per i viali dell’ateneo senza un saluto, resistendo alla tentazione di voltarsi indietro.
Mi sei piaciuta! Lo hai fatto a pezzi quel verme! Quel megalomane presuntuoso!
Chi, io…? Ma se è lui che ha fatto a pezzi me!
Ancora!? Non mi dirai che…
No che non te lo dico!
Ecco, brava! Mettici una croce sopra! Quello è solo uno stronzo, nient’altro… Ma adesso che fai…? No, ti prego, non ricominciare a piangere!
E perché mai dovrei piangere? Non ci penso nemmeno…
Le lacrime le solcavano il viso.
Io non piango, si disse, non piango, non piango…
E comunque non per te…. Vaffan’ culo!

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Peccato che questo Mario Pacifici abbia cominciato a scrivere – o a far conoscere i suoi scritti, non so – così tardi, perché sono davvero degli autentici gioielli. In questo, poi, mi sono molto ritrovata, essendomi trovata in una situazione piuttosto simile a Parigi, nell’ormai lontano 1991. Con la confortante differenza, rispetto alla Simona del racconto, di non essere innamorata di nessuno della controparte. Poi naturalmente, giusto per restare in tema di bello scrivere e sani sentimenti e coraggiosa militanza e robusta presa di posizione ed energica difesa della verità evvetera eccetera, è tassativamente obbligatorio leggere il solito imprescindibile Ugo volli, qui e qui.

barbara


28 febbraio 2010

Gravina Avions spa


ovvero

la strana parabola di un’azienda familiare

Per Gianni Gravina il suono della sveglia era diventato un sollievo. La fine di un dormiveglia tormentoso, di un’ansia stordita che lo prendeva allo stomaco. Buttava giù i piedi dal letto e lasciava che i fantasmi della notte gli scivolassero di dosso a poco a poco.
Già mentre si trascinava verso il bagno però, la realtà riprendeva i suoi contorni, e tornava ad opprimerlo con quel senso di disastro incombente che lo accompagnava ormai da mesi.
Sapeva cosa gli riservava la giornata: grane, grane e poi ancora grane.
Una vita di lavoro e di sacrifici se ne stava andando a puttane insieme all’azienda e al patrimonio di famiglia. O meglio a quello che ne restava, dal momento che ormai tutto era nelle mani delle banche.
A volte si chiedeva quando fosse iniziata quella discesa nel baratro, ma non sapeva darsi una risposta. L’azienda aveva semplicemente concluso la sua parabola si diceva, ma forse era reticente perfino con se stesso. Non era capace di riconoscere di avere imboccato in un momento cruciale il bivio sbagliato. Di aver compiuto un balzo in avanti cui la fortuna non aveva arriso. Forse se la Gravina Avions fosse rimasta fedele alle sue vecchie produzioni, la crisi non l’avrebbe colpita in modo così devastante. Forse avrebbe conservato più facilmente i suoi equilibri finanziari.
Forse…
Di certo, dopo la guerra, la produzione degli strumenti per gli aerei aveva fatto la fortuna della famiglia e dell’azienda.
Grandi commesse, lauti margini, profitti da capogiro. E le più grandi aziende aeronautiche in fila per accaparrarsi la produzione.
Poi erano arrivati i cinesi con la loro concorrenza selvaggia e l’azienda aveva cominciato a soffrire.
Le commesse si erano rarefatte, i margini erano crollati ed i profitti avevano ceduto presto il passo alle perdite.
Vendere tutto, quella sarebbe stata la soluzione. Glie ne era capitata l’occasione ma aveva lasciato che il treno passasse e dopo, tutto si era fatto più complicato.
Gravina aveva esperienza, entusiasmo e un mucchio di idee. Il mercato è cambiato diceva ai collaboratori e noi dobbiamo adeguarci. Basta con le battaglie di retroguardia, il successo è legato all’innovazione. Aveva predisposto un piano industriale ambizioso ed audace ma al momento delle scelte decisive l’azienda era arrivata stremata, con le casse vuote e le banche ansiose solo di rientrare delle proprie esposizioni. Per dare ossigeno alla compagnia Gravina aveva dovuto firmare fideiussioni su tutto il patrimonio familiare. Tre generazioni di conquiste e sacrifici erano state rimesse in gioco per la più temeraria delle scommesse.
Avionica. Era questo il campo del futuro, diceva Gravina. Strumenti sofisticati, alta tecnologia, ricerca. L’azienda avrebbe cavalcato l’innovazione e gli utili sarebbero tornati a riempire le casse esauste dell’azienda, liberandola dall’attuale stretta finanziaria.
L’inizio era stato esaltante. Nel primo anno della nuova gestione, l’azienda aveva messo a segno quattro o cinque brevetti che le avevano aperto la strada di promettenti sviluppi commerciali. Aveva iniziato a produrre centraline per il controllo robotico dei droni e le commesse non avevano tardato ad arrivare.
I fatturati erano esplosi, così come i profitti, ma tutte le risorse prodotte continuavano ad essere assorbite dagli investimenti nella ricerca.
Poi era arrivata la crisi. Rapida, improvvisa, dirompente. Commesse annullate, clienti in bancarotta, mercato nel panico.
Gravina aveva sentito la terra mancargli sotto i piedi e l’azienda, in uno stato di asfissia finanziaria, aveva perso ogni capacità di manovra. Il colpo di grazia erano stati i ritardi accumulati nella messa a punto del progetto Falco cui l’azienda aveva destinato risorse esorbitanti. Un progetto d’avanguardia. Un sistema rivoluzionario per il puntamento dei missili balistici. Al solo annuncio, il sistema Falco aveva riscosso l’interesse delle più grandi compagnie americane ed europee, prefigurando commesse tali da proiettare l’azienda fra le grandi del settore. Tutto però si era arenato ai primi test. Quello che funzionava sulla carta non superava le prove di laboratorio e le simulazioni al computer.
Gravina sapeva che mancava un niente alla definitiva messa a punto del sistema ma le casse erano vuote e non c’erano più risorse cui attingere. L’azienda sarebbe andata a picco, pur avendo nel cassetto un progetto vincente, agli ultimi stadi della progettazione.
Entrando in azienda quel giorno, Gravina provò una stretta al cuore. Ormai il clima di smobilitazione era palese. Il personale era al si salvi chi può e la maggior parte delle scrivanie era vuota.
Raggiunse la sala delle riunioni, le mani in tasca, il capo chino.
Era in anticipo ma gli altri erano già arrivati e gli si fecero incontro.
David Gabbai era il responsabile della progettazione e Giorgio Galli, il direttore finanziario. Avevano vissuto a fianco di Gravina l’intera parabola dell’azienda e gli erano leali fino in fondo.
“Novità?” chiese.
Galli scosse il capo.
“Ha telefonato Samir. E’ in ritardo. Sarà qui fra mezzora.”
Gravina dette un’occhiata all’orologio.
“Meglio così. Abbiamo un po’ di tempo per chiarirci le idee. Fai portare del caffè e lascia detto che non ci disturbino. Non voglio telefonate!”
Sedette al tavolo e in attesa degli altri dette un occhiata al tabulato degli incassi. Con questi non si va lontano, pensò, ma cacciò indietro il pensiero per occuparsi della riunione: David gli aveva preannunciato alcune novità di cui non poteva parlare al telefono e poi c’era la visita di Samir.
“Qualche idea sul perché ci voglia incontrare?” chiese.
Galli scrollò le spalle.
“Lo sai come è fatto. Parla per ore senza dire un cazzo. Mi ha tenuto al telefono non so quanto ma l’unica cosa che ho capito è che ti vuole parlare. Dice che è importante…”
“Importante…” ripeté Gravina, scettico.
Conosceva Samir da vent’anni. Un tipo strano. Un libanese, emigrato in Francia negli anni sessanta. Agiva come mediatore ed aveva una solida entratura in tutto il Medio Oriente. Avevano fatto qualche affare insieme, di tanto in tanto, ma niente di straordinario. Possibile, si chiese, che non gli fosse arrivato all’orecchio in che situazione versava l’azienda?
“Tu mi volevi parlare” disse rivolgendosi a Gabbai.
“Ho notizie buone e cattive… Da dove vuoi che cominci?”
“Dalle cattive… Avanti, spara…”
“Siamo al collasso Gianni. Ieri sono venuti Armando, Stefano e Simona con le lacrime agli occhi. Dicono che non ce la fanno ad andare avanti. Non ricevono lo stipendio da sei mesi…”
Gravina si girò verso Galli.
“Ce la fai a pagargli un paio di mensilità?”
Galli scosse il capo con un sospiro.
“Lo sai…” disse senza aggiungere altro.
“Comunque, non è quella la questione…” intervenne Gabbai. “Hanno famiglia… Non vedono più prospettive… Insomma alla fine del mese lasciano.”
Gravina annuì chinando il capo.
“Puoi sostituirli in qualche modo?”
“Non dire stronzate Gianni! Per trovare progettisti di quel calibro, non basta mica schioccare le dita! E poi come li paghi ammesso che li trovi?”
Esitò qualche istante prima di continuare. Erano amici e non voleva infierire.
“E poi Gianni, abbiamo ancora bisogno di progettare qualcosa?”
Gravina socchiuse gli occhi sconfortato.
“Parlavi anche di buone notizie…”
“Ti ho già detto che dopo l’ultimo test negativo abbiamo ripassato il progetto da cima a fondo. Beh, abbiamo individuato il problema. Due mesi e il sistema Falco funziona. Garantito, senza ombra di dubbio. A condizione naturalmente, di poterci lavorare con tutto lo staff della progettazione…”
“Due mesi…” ripeté Gravina riprendendo tono.
“Non ho finito, Gianni. Ripassando il progetto mi è venuta un’idea, una sorta di intuizione… Beh, Stefano ci ha lavorato a testa bassa per una settimana e ieri sera ho avuto il suo report… Gianni, siamo a un passo da un qualcosa di straordinario!”
Gravina si protese verso di lui.
“Che vi siete inventati?”
“Te lo dico in parole povere. Una miglioria del sistema Falco, ma di tale portata da subissare tutti i sistemi di puntamento oggi in uso. Una rivoluzione copernicana. Consente al missile di seguire traiettorie modificate in modo random ad intervalli di pochi secondi, il tutto volando a velocità supersonica a non più di quindici metri dal suolo, schivando ostacoli e seguendo le asperità del terreno. Il Falco con queste modifiche renderà il missile virtualmente inattaccabile. Nessun sistema al mondo potrà intercettarlo prima che arrivi sull’obiettivo.”
“E per tutto questo ti bastano due mesi?”
“Mi ci gioco le palle!”
Gravina trattenne a stento il sorriso di sollievo che gli nasceva dalle viscere.
“Ce la fai a darci due mesi di autonomia?” chiese volgendosi verso il direttore amministrativo.
Giorgio Galli scosse il capo deciso.
“Mi dispiace, Gianni.”
Trasse dalla borsa una cartellina e la spinse verso l’amico.
“Te l’avrei data più tardi, ma a questo punto penso che siamo tutti sulla stessa barca…”
Gravina non si mosse.
“Un’istanza di fallimento?” chiese, senza toccare la cartellina.
“Undici. Una da ciascuna delle banche con cui lavoriamo. E’ una mossa concordata. I giochi sono finiti, Gianni, devi portare i libri in tribunale!”
Gravina si accasciò sul tavolo, le mani fra i capelli.
“Potrei andarci a parlare” disse in un bisbiglio, “forse con quello che abbiamo in mano…”
“Non ci pensare nemmeno, non c’è niente da fare. Glie ne hai raccontate troppe di storie, non ti crederebbero. Ora che ti tengono per il collo con quelle maledette fideiussioni, non molleranno la presa prima di averti spolpato. Mi dispiace Gianni, non vedo proprio vie di uscita.”
Gravina rimase qualche istante come stordito, cercando di riflettere.
“I brevetti… Lo sviluppo del Falco non è stato brevettato. Se lo depositiamo a nome di una nuova azienda, potremmo rimetterci in piedi… Ripartire sotto altro nome… ”
Galli lo squadrò comprensivo.
“Vuoi finire in galera, Gianni? Beh, quella è la strada maestra per finirci… Si chiama distrazione di attività e configura la bancarotta fraudolenta.”
Furono interrotti dallo squillo del telefono.
“E’ arrivato Samir” disse Gabbai abbassando la cornetta, “lo stanno accompagnando qui.”
Gravina si agito sulla sedia.
“Ci mancava solo questo rompicoglioni!” imprecò sottovoce.
Il libanese entrò nella stanza di lì a poco e finse di non cogliere l’atmosfera tesa che vi aleggiava.
Aveva un aspetto fragile e minuto, ma qualcosa in lui emanava un’incontenibile energia. Indossava abiti impeccabili e sembrava perfettamente a proprio agio.
“Vi sarete chiesti il motivo della mia visita” disse una volta conclusi gli inevitabili preamboli.
Il silenzio di Gravina lo indusse a proseguire.
“Rappresento un cliente che per il momento desidera mantenere riservata la propri identità. Spero che la mia parola valga a rassicurarvi del fatto che si tratta di un soggetto dotato di risorse finanziare molto rilevanti.”
Fece ruotare lo sguardo sui suoi interlocutori come a sincerarsi di avere la loro attenzione.
“Il mio cliente è venuto a conoscenza dei piccoli contrattempi finanziari, diciamo così, che la vostra azienda sta incontrando…”
Incrociò lo sguardo di Gravina, come se si aspettasse una sua reazione, ma quello si limitò a scrollare le spalle ostentando una totale indifferenza.
“D’altro canto il mio cliente apprezza le vostre tecnologie. E’ per questo che mi ha incaricato di recapitarvi una proposta. In altre circostanze avrei forse seguito un percorso più guardingo nell’adempiere al mio incarico, ma ho avuto la sensazione che il fattore tempo giocasse in questa circostanza un ruolo sensibile.”
Gravina batté il palmo della mano sul tavolo, indispettito da quegli arzigogoli verbali.
“Venite al punto Samir.”
“Il mio cliente desidera entrare nel capitale della Gravina Avions. E’ pronto a sottoscrivere il 30% delle quote. E una volta socio, metterebbe a disposizione dell’azienda le proprie linee di credito.”
Gravina sollevò appena un sopracciglio.
Troppo bello per essere vero, pensava. Da qualche parte deve esserci il trucco.
“Se questa è una proposta” disse impassibile “voi avrete un’idea della cifra che il cliente intendere investire.”
Samir estrasse di tasca un carnet e scrisse la cifra su un foglietto che ripiegò e fece scorrere sul tavolo.
Gravina ne separò i lembi con lo stesso gelido rituale di un giocatore di poker alle prese con un progetto di scala reale.
“Non basta” disse, sebbene la cifra fosse tale da azzerare di colpo tutte le esposizioni debitorie.
Posò il biglietto sul tavolo fissando Samir negli occhi.
“Per il 30% ci vuole almeno il doppio. E prima di accettare voglio esaminare le condizioni.”
Samir non batté ciglio.
“Va bene il doppio. E le condizioni sono molto semplici. Voi producete e progettate, il mio cliente si occupa del marketing. Vendita e distribuzione sono cosa sua.”
“Parlavate anche di linee di credito…”
“ Virtualmente illimitate.”
Due mesi più tardi il progetto Falco 2 era completato.
I test di laboratorio davano risposte pari alle attese mentre le simulazioni al computer confermavano l’affidabilità del sistema.
Ora in azienda era tornato il sereno. Negli uffici ferveva l’attività e le tensioni del passato sembravano rimosse e dimenticate.
Anche Gravina sembrava rinato. Si era scrollato di dosso la depressione che lo attanagliava da mesi ed affrontava con gioia le sue giornate di lavoro. Non ricordava di essere mai stato così sereno. E’ questa la felicità, si chiedeva di tanto in tanto, con una sorta di pudore?
Eppure in tutto questo c’era una nota stonata, una sorta di leggera dissonanza che lo faceva star male.
David Gabbai.
Era lui l’artefice del Falco 2.
Gravina glie ne era grato e non dimenticava l’amicizia e la lealtà con cui gli era stato vicino nei momenti peggiori. Voleva farlo proprio socio, cedendogli parte delle proprie quote. Quello però, invece di esultare, nicchiava.
“Non ci tengo” diceva, e non aggiungeva altro.
La cosa non era impellente, il lavoro procedeva, i soldi fluivano nelle casse e gli stipendi di tutti i dirigenti crescevano in modo più che soddisfacente.
Passarono dei mesi dunque, prima che Gravina tornasse sull’argomento.
“Mi chiedi perché, Gianni? Beh, te lo dico in due parole. Perché non mi piace la piega che ha preso questa azienda. Noi produciamo un sistema di puntamento che impedisce l’intercettamento dei missili che ne siano provvisti. E’ un business, lo capisco… Ci stiamo facendo i soldi a palate… Però dovremmo fermarci un attimo a riflettere. E’ morale fare soldi in questo modo…?”
Gravina scrollò le spalle infastidito.
“Dai, David. Ci manca solo che ti metta proprio tu a fare il moralista. Questa è un’industria di armamenti, non di confetti. Vendiamo i nostri sistemi seguendo le regole. L’utilizzo che ne faranno i compratori non è affar nostro.”
Gabbai sorrise condiscendente.
“Se questo ti basta per metterti in pace la coscienza, buon per te. A me non basta. Io per esempio mi chiedo dove vadano a finire i nostri sistemi.”
“Singapore. E’ lì che spediamo ed è tutto quello che dobbiamo sapere.”
“Singapore non produce missili, Gianni. Mi dici cosa dovrebbe farsene del Falco 2?”
“Quello che ci fa non lo so e non mi interessa. Noi seguiamo le regole, ci atteniamo alle leggi e portiamo a casa i nostri soldi in modo più che legittimo. Questo è tutto quello che ci deve interessare, il resto sono seghe mentali.”
“Seghe mentali....? Ma non lo capisci che ci siamo messi nelle mani di quello stronzo di Samir e dei suoi fantomatici soci?”
“Quello stronzo ci ha salvato il culo, David, non te lo dimenticare. E poi fino a prova contraria io ho ancora il 70% delle quote. Sono io che comando qui dentro, non loro.”
Gabbai allargò le braccia condiscendente.
“Va bene, sei tu che comandi… Ma loro tengono in mano i cordoni della borsa e la commercializzazione del prodotto. Noi non sappiamo nemmeno chi siano i clienti!”
“Le cose funzionano così e funzionano bene. Lo abbiamo accettato fin dall’inizio!”
“Certo, perché stavamo con l’acqua alla gola! Prova ad immaginare però se un bel giorno tu volessi mettere in discussione la destinazione dei nostri sistemi di puntamento. Vendiamo in Francia, in Germania, in America, non a Singapore. Quelli in cinque minuti ti mettono col culo per terra: ti tagliano i finanziamenti, ti sospendono i pagamenti, ti contestano le commesse. Pensi di poterti fidare? Io non mi fido ed ho la sensazione che se provassimo a fare di testa nostra ci troveremmo davanti qualcuno dei loro con in mano una mitraglietta.”
Rimasto solo, Gravina si accasciò su una sedia cercando di contenere il tremito che si stava impadronendo di lui.
David aveva solo espresso quei pensieri cui lui aveva impedito di emergere a livello cosciente.
Li aveva sotterrati sotto il peso delle necessità e delle convenienze ma erano rimasti lì, inespressi, a covare sotto la cenere. Una volta emersi doveva farci i conti e già si sentiva nuovamente ghermito dalla depressione che lo aveva afflitto per anni.
Guardò l’orologio. Sua moglie lo aspettava a teatro con gli amici ed aveva fatto tardi.
La chiamò sul portatile.
“Tu entra” le disse “io ti raggiungo appena posso.”
Mentre si recava al teatro con la sua nuova Maserati, continuava a rimuginare sulle parole di Gabbai.
“Non ha torto” si diceva con un’angoscia crescente e con la consapevolezza di avere superato un punto di non ritorno.
Il giornale radio ronzava nel sottofondo dei suoi pensieri ma una notizia fece breccia nella sua attenzione.
“Preoccupazione a Washinghton e nelle capitali europee per le manovre missilistiche dell’Iran. Il lancio simultaneo di sei razzi a lunga gittata, è considerato una atto di sfida nel momento in cui le trattative sul nucleare dovrebbero entrare nella loro fase finale. A Teheran frattanto, la Guida Suprema dichiara che Israele sarà cancellato dalle mappe e che le nuove tecnologie missilistiche avvicinano il giorno del trionfo dell’Islam sull’alleanza di crociati ed ebrei.”
“Le nuove tecnologie…” ripeté Gravina con un crampo allo stomaco.
Pochi minuti dopo era a teatro.
Ritirò il biglietto alla cassa mentre già gli operai stavano preparando le insegne e le locandine per lo spettacolo del giorno dopo.
Raggiunse la moglie nel buio della sala e sedette al suo fianco.
“Fammi un riassunto” le sussurrò sottovoce, dandole un bacio.
“Quale riassunto, tesoro…” bisbigliò lei. “E’ il Faust, conosci la storia. Questo è il monologo di lui che attende l’arrivo di Mefistofele. Il contratto è scaduto ma lui vuole sottrarsi al pagamento…”
Gravina si sentì mancare il respiro.
Il cuore gli batteva forte mentre Faust, nelle sue incorrotte sembianze giovanili, malediva il patto che aveva sottoscritto.
Sudava, di un sudore gelido e la disperazione di Faust era la sua disperazione.
E poi ecco, con un rombo di tuoni e un lampeggiare di fulmini appare in scena Mefistofele, avvolto in una sinistra nebbia giallastra.
Gravina ora è in preda all’orrore. Inchiodato alla poltrona, gli occhi sgranati, è rapito dal vortice di quella tragedia senza soluzioni. Una smorfia di terrore gli stravolge i lineamenti. Fissa il diavolo, ormai padrone del palcoscenico, ma non vede Mefistofele, non vede le sue corna, non vede il suo mantello.
Lui al centro della nube giallastra vede solo Samir.
Samir nel suo impeccabile completo di saglia, con il volto stirato in un ghigno diabolico.

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Ecco qua, è tornato Mario Pacifici con un altro dei suoi impareggiabili racconti, da leggere tutto d'un fiato. E dato che al momento sono occupata giorno e notte e di tempo per scrivere in proprio non riesco a trovarne, vi affido volentieri alle sue mani.

barbara


11 gennaio 2010

DANIEL IL MATTO OVVERO I PANNELLI DEL PAPA

No, non è mai successo. Ma se fosse successo possiamo essere certi che è esattamente così che sarebbero andate le cose ...

Roma, Marzo del 1776

di Mario Pacifici

Josef Sacerdoti camminava per via della Fiumara in preda ad una crescente apprensione. Avrebbe pagato di tasca propria pur di evitare l'incontro che lo attendeva, ma non c'era nulla da fare. Toccava a lui quel discutibile privilegio, in forza dell'esperienza e dei capelli bianchi che ne facevano il decano dei fattori.
Già dialogare con quell'individuo era sempre sgradevole, rimuginava fra sé Sacerdoti, figurarsi quando si era nella necessità di chiedergli qualcosa che solo lui era in grado di offrire. Qualcosa di indispensabile per il ghetto.
Camminando si prefigurava nella mente i diversi modi di affrontare l'argomento, ma sapeva bene che quello non gli avrebbe dato modo di svolgere compiutamente i propri pensieri: lo avrebbe interrotto, irriso, dileggiato. Era quello il suo modo di rapportarsi col mondo e di certo non avrebbe fatto eccezioni per lui, considerate le vecchie ruggini che li dividevano.
Fece ancora pochi passi e finalmente lo scorse, seduto al banchetto di fronte alla sua bottega, intento a lavorare ad una pergamena.
Daniel Fornari era senza dubbio il migliore scriba che si fosse mai visto a Roma. I suoi Sefarim, sapientemente vergati per conto degli Ascarelli, dei Piperno o degli Almagià erano decantati come straordinari esempi di eleganza e di perfezione. E le sue Ketuboth, i contratti matrimoniali dipinti e miniati, erano il vanto delle famiglie più agiate del ghetto.
Era un artista ed un erudito. Se solo lo avesse voluto avrebbe potuto fregiarsi del titolo di rabbino, ma per farlo avrebbe dovuto accettare una disciplina cui era per natura refrattario. Ed in effetti le sue dispute con i rabbini e con i fattori erano così frequenti e così accese, da lasciarsi dietro una scia di rancori e di insanabili inimicizie. Perfino i pochi discepoli che frequentavano la sua bottega non duravano a lungo: a volte perché cacciati in un accesso d'ira, più spesso perché incapaci di sopportare i suoi modi aspri e collerici.
La gente faceva la fila per una sua Ketubah, riconoscendo il suo innegabile talento. Ciò nonostante tutto il ghetto lo chiamava senza alcun imbarazzo Daniel il Matto, sintetizzando in quel graffiante soprannome le sue esuberanze caratteriali.
Josef Sacerdoti si avvicinò al banchetto, dandosi un piglio disinvolto e fingendo dimenticate le asprezze intercorse.
"Sempre al lavoro, Daniel! Cosa preparate di bello, oggi?"
Lo scriba sollevò appena lo sguardo. Non degnò il fattore di una risposta ma per lui parlò l'espressione di ostentata sufficienza con cui tornò ad occuparsi della sua pergamena.
Josef si pose alle spalle del banchetto e rimase per qualche istante ad ammirare le miniature che lo scriba stava tracciando con mano sicura.
Con quell'individuo non aveva senso menare il can per l'aia, pensò. Tanto valeva rompere gli indugi ed affrontare la questione.
"Avete sentito della Cerimonia per la Presa di Possesso di Pio VI?"
Il sofer posò lo stilo sul banchetto e strofinò le mani sullo straccio che gli pendeva dalla cintura.
"I preti fanno festa. C'è qualche motivo per cui me ne debba rallegrare? Ditemelo, perché francamente io non ne vedo alcuno. Ed anzi, a dire il vero, mi domando perché voi pezzi grossi siate così eccitati per questa festa di goym. Come se la storia non vi avesse insegnato nulla. Come se ci si potesse aspettare qualcosa di buono da un nuovo Papa."
Il fattore prese uno sgabello e lo trascinò vicino a quello dello scriba, prendendo posto accanto a lui.
"Non siamo eccitati, Daniel, siamo preoccupati. Il Papa attraverserà Roma per recarsi alla Basilica Lateranense e tutti i rioni sono chiamati ad addobbare il suo tragitto con allegorie, festoni e scenografie. La Curia considera l'evento un momento di grande importanza per avvicinare il popolo al nuovo Pontefice e..."
"Cosa c'entriamo noi con tutto questo? Siamo un rione noi? No, siamo solo un ghetto. Gente angariata e reclusa più avvezza al bastone che alla carota. Gente che non ha niente a che vedere con il popolo, perché non è suddita, è schiava!"
"Non venite a raccontarle a me queste cose! Cosa credete, che io non sappia con chi abbiamo a che fare? Ma è proprio perché lo so che sono preoccupato. Il Vicariato ci ha assegnato un tratto del percorso del corteo pontificio e la nostra Università deve curarne le scenografie. Lo capite che non possiamo esimercene? E lo capite soprattutto che saremo giudicati per quel che saremo in grado di fare? Non credo che sia nel nostro interesse inaugurare il pontificato di Pio VI con un gesto di offensiva noncuranza."
Lo scriba rimase in silenzio per qualche istante, assumendo una provocatoria espressione di incredulo stupore.
"Mi fate pena Sacerdoti. Voi scodinzolate dietro alle loro sottane sperando che questo vi metta al riparo dal loro bastone. Beh, non è così! Fate pure le vostre scenografie! Festeggiate questo Pio VI che di certo non sarà migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto! Questo non farà crollare le mura della Casa dei Catecumeni e non aprirà i cancelli del ghetto. I nostri figli continueranno ad essere rapiti dalle guardie pontificie e la nostra gente sarà obbligata di shabat a sorbirsi il veleno delle loro prediche. Continueremo a portare i nostri segni gialli sui cappelli ed a patire il freddo di shabat solo perché ai goym è proibito di accendere i nostri focolari. Fate, fate Sacerdoti, ma non tentate di coinvolgere me in queste umilianti genuflessioni. Io sono un sofer, non un fattore."
"Ed è proprio di un sofer che abbiamo bisogno. E del migliore, per giunta, se non vogliamo sfigurare. Ci serve qualcuno che sappia coordinare i nostri sforzi e realizzare le nostre scenografie."
"Beh, non pensate a me. Io non sono disponibile. Non lo sarei nemmeno per un compenso principesco, figuriamoci per i pochi soldi che l'Università vuole pagare!"
Sacerdoti sembrò cogliere in quell'accenno al compenso una breccia in cui insinuarsi.
"I soldi non sono un problema. Ne ho già parlato con gli altri fattori e..."
"Figuriamoci. Lo so come paga l'Università: poco, male e tardi. In ogni caso non è questo ciò che conta. La mia risposta è no, perché non ho alcuna intenzione di confondermi con voialtri! Genuflettersi di fronte al Papa è un atto di idolatria, una profanazione del Nome. Io faccio mia la lezione di Rabbì Akivah, voi fate quel che volete!"
Sacerdoti trasse un profondo sospiro e si impedì di replicare come avrebbe voluto. Le cose dopotutto stavano prendendo la piega che aveva previsto. Si agitò per qualche istante sul suo sgabello e finalmente decise di giocare l'ultima carta che gli restava. Una carta sottile, pericolosa e ultimativa, tutta basata sulla presuntuosa prosopopea dello scriba.
"Beh, sono contento che la cosa non vi interessi. Il mio in fondo era solo uno scrupolo. Mi sarebbe sembrato scortese affidare ad altri l'incarico, senza avervi prima interpellato."
Daniel il Matto riprese in mano lo stilo e lo accostò titubante alla pergamena.
Passò qualche istante prima che sibilasse con studiata indifferenza: "Ad altri...?"
Sacerdoti si alzò rassettandosi le vesti, come a voler prendere congedo.
"Beh, a qualcuno lo dobbiamo pur dare questo incarico. Il tempo stringe e..."
Il sofer alzò le mani condiscendente.
"Certo, certo. Se proprio intendete assecondare i vostri preti... Ma giusto per curiosità, a chi intendereste affidarlo questo impegno?"
L'anziano fattore represse a stento un sorriso. Alla fine il sorcio si stava infilando fra le zampe del gatto.
"È un ragazzo promettente. Non che abbia fatto molto fino ad oggi, ma dicono che se avesse un'occasione potrebbe mostrare tutto il suo talento."
Daniel il Matto si sfilò i mezzi guanti e si strofinò con vigore le mani infreddolite.
"E chi sarebbe questo bamboccio inesperto?"
"Dovreste conoscerlo. A quel che dicono ha frequentato la vostra bottega. È Moisè Efrati."
Lo scriba si portò le mani ai capelli con una risata sarcastica.
"Oh shemagn Israel! Ditemi che non è vero. Ditemi che non è quello il Moisè Efrati che intendete!"
Il fattore allargò le braccia senza replicare.
"Quello, amico mio, non sa tenere in mano uno stilo. L'ho cacciato di bottega a calci dopo che mi aveva rovinato non so più quante pergamene. Un incapace... Un vero incapace, e voi gli andate ad affidare un lavoro così delicato! Così importante!"
"Non è che abbia molte scelte. E poi ne è passato di tempo da quando voi lo avete cacciato."
Daniel il Matto scrollò le spalle disgustato.
"Quello può fare lo scalpellino, non l'artista. Non è con lui che vi ingrazierete quei cialtroni della Curia. Tutt'al più darete loro una buona ragione per mandare qualcuno a bruciare il ghetto."
"Non tutti la pensano come voi. E del resto io non ne conosco di migliori di lui... A parte voi naturalmente."
Il sofer arricciò il naso con fare pensoso.
"Cosa dicevate del compenso...?"

Mancavano tre settimane alla Presa di Possesso e Daniel il Matto lavorò senza tregua. Le tele ed i pannelli che aveva richiesto ai fattori sotto le sue mani si colmavano di luci, di colori, di figure. Dipingeva in preda ad un furore estatico finché la luce glie lo permetteva e poi, nascosti i suoi pannelli, si lasciava cadere in un letargo esausto, per cominciare di nuovo all'alba del giorno successivo.
Quando finalmente arrivò il momento della Cerimonia, l'addobbo degli ebrei lasciò i romani senza fiato. Dodici grandi pannelli erano dedicati alle tribù di Israele ed ognuno aveva i suoi colori, i suoi simboli, le sue allegorie. Di fronte ad essi, sul lato opposto della strada, altri dodici pannelli raffiguravano i momenti salienti della storia biblica. Il sacrificio di Isacco, il sogno di Giacobbe, l'incontro di Giuseppe con i suoi fratelli e poi via via l'esodo dall'Egitto, le piaghe, la traversata del Mar Rosso. L'ultimo dei pannelli raffigurava Mosè che in un turbine di lampi e di luci annunciava al popolo le tavole dei comandamenti. Un lungo striscione sostenuto da pertiche bianche attraversava infine la via del corteo pontificio e in una fantasmagoria di colori su cui le lettere dorate sembravano galleggiare, una scritta emergeva potente: Fratres Sumus In Nomine Dei.
Perfino gli ebrei del ghetto si recarono nei giorni successivi sul luogo dell'addobbo ad ammirare con malcelato orgoglio l'opera di Daniel il Matto. Ed il successo del sofer non rimase confinato tra le mura del ghetto.
Qualche settimana più tardi Josef Sacerdoti ricevette un'inattesa comunicazione da un forbito Monsignore e si recò perplesso alla bottega di Daniel il Matto.
Già da lontano quello sfoderò la sua usuale indisponente tracotanza.
"Alleluiah! Vi siete finalmente deciso a portarmi i miei soldi?"
L'anziano fattore si impedì di replicare con lo stesso garbo.
Sedette invece accanto allo scriba e si guardò intorno per accertarsi di poter parlare in modo riservato.
"Vi porto qualcosa di meglio dei soldi. Il Papa vuole incontrarvi in udienza privata. Pare voglia affidarvi un lavoro."
Contrariamente ai timori del fattore, Daniel il Matto non dette in escandescenze. Si mostrò anzi lusingato dall'invito e soddisfatto che nessuno del ghetto fosse chiamato ad assistere all'incontro.
"Lo so io come si tratta con quella gente" disse spavaldo, e con questo sprofondò nuovamente Sacerdoti nell'angoscia.
Il giorno dell'udienza il sofer fu introdotto di mattina presto negli appartamenti pontifici e lasciato solo in attesa in una spoglia anticamera.
Molte ore più tardi, nessuno si era ancora affacciato sulla soglia per dargli notizia dell'incontro. Aveva fame, sete e bisogno di urinare. Continuava a camminare avanti e indietro per la stanza chiedendosi se i prelati si fossero dimenticati della sua presenza.
Cominciava già ad imbrunire quando un religioso si fece finalmente vivo per accompagnarlo dal Papa.
Il Pontefice sedeva ad un tavolo imbandito, al centro di un vasto salone.
"Fatti avanti" gli disse, indicandogli benignamente la sedia di fronte a lui, "e mangia con me."
Daniel il Matto prese posto al tavolo tenendo fra le mani il berretto con il segno giallo dei giudei.
"Prendi pure quello che vuoi, non fare complimenti."
Lo scriba fissò con disgusto il porcellino da latte che troneggiava al centro del tavolo.
"Non ho fame, vi ringrazio."
"Peccato" disse il Papa, "dovresti assaggiare questa trippa col pecorino. È fantastica!"
"Non ho fame."
"Quand'è così non ti dispiacerà se termino il mio pranzo."
Quando finalmente il Pontefice si alzò, Daniel il Matto era esasperato e il bisogno di urinare lo opprimeva.
"Sai cosa mi è piaciuto più di tutto del tuo addobbo?" chiese benevolmente il Papa. "Lo striscione. Fratres Sumus In Nomine Dei. Non c'era modo migliore per affermare questa verità."
Il sofer scrollò le spalle sforzandosi di celare il proprio malanimo per quella che considerava un'ipocrita provocazione.
"Il Signore ci ha creati a Sua immagine. Cristiani od Ebrei siamo tutti Suoi figli e la fratellanza è frutto del Suo amore. Dovremmo ricordarcelo sempre."
"È vero" disse il Papa. "Purtroppo voi ebrei lo dimenticate troppo spesso, ma siamo tutti fratelli, tutti figli di Abramo."
"Se lo dimentichiamo è perché i nostri amati fratelli ci chiudono nei loro recinti e ci impongono regole insopportabili. Anche fra fratelli bisognerebbe rammentare che 'amor fa amor e crudeltà fa sdegno'."
Il Papa lo squadrò con uno sguardo risentito.
"Stai abusando della mia pazienza, scriba. Ringrazia Dio che amo l'arte più di quanto detesti l'insolenza. Ora seguimi!"
Si avviò per i corridoi del palazzo fino a raggiungere una stanza spoglia e disadorna.
"Voglio fare di questa stanza il mio studio privato. Affrescala a tuo giudizio, perché da quel che ho visto sei in grado di farne qualcosa di straordinario."
Daniel il Matto ruotò lo sguardo sulle pareti della stanza e sulle grandi finestre che si affacciavano sulla città.
"Sono ebreo" disse titubante, "non dipingo i vostri soggetti sacri."
"Qualcuno te l'ha chiesto? " chiese il Papa. "Rifiutando il Cristo avete perso la vostra primogenitura, ma siete pur sempre i nostri fratelli. Dipingi dunque un'allegoria della fraternità. Fai quello che vuoi, non ti pongo limiti. Ma voglio un lavoro memorabile. Il dono di un fratello al suo amato fratello maggiore."
Daniel il Matto si mise al lavoro e non smise finché non fu consapevole di avere dato vita ad una sublime allegoria della fratellanza biblica.
La stanza disadorna che gli era stata affidata ora risplendeva di colori e figure di impareggiabile violenza espressiva.
"Eccoti la tua stanza, fratello maggiore," mormorò fra sé rimirando le pareti affrescate.
Appena avvertito del completamento dei lavori il Papa arrivò accompagnato da uno stuolo di prelati. Daniel il Matto lo attendeva lungo il corridoio e il Pontefice lo salutò con insolita cordialità.
"Ecco il mio fratello minore" disse forte, provocando l'ilarità del suo seguito "che si accinge a consegnarmi il suo superbo dono fraterno. Fammi strada, scriba."
Entrarono nella stanza per essere istantaneamente sopraffatti dalla ricchezza degli affreschi, dalla luce che ne emanava, dalle emozioni cui davano vita.
Dipingi la fraternità aveva detto il Papa e Daniel il Matto si era scrupolosamente attenuto all'incarico.
Sulla parete di sinistra era raffigurato Caino, il volto trasfigurato dalla furia omicida, nell'atto di avventarsi contro Abele. La scena emanava odio e violenza ma il volto di Abele era illuminato da una composta consapevolezza. Nessuna paura nei suoi occhi, nessun terrore nella sua espressione. Solo pietà per un fratello incapace di amare.
Sulla parete di destra era invece raffigurato l'allontanamento di Agar ed Ismaele dal campo di Abramo. Qui i sentimenti dei protagonisti emergevano dall'affresco con una sbalorditiva forza espressiva. Se Abramo era combattuto fra l'amore filiale e l'amore muliebre, sul volto di Sara si leggeva una sofferta soddisfazione ma anche una pena profonda per la colpa di cui si faceva carico. Sullo sfondo, la figura sofferta di Agar era dominata dal dolore per il tradimento di Abramo e dall'angoscia per la sorte di Ismaele. Ma era nei volti di Ismaele ed Isacco che Daniel il Matto aveva superato se stesso. Il primo era una maschera di rabbia. Il suo odio non si dirigeva contro il padre che lo cacciava ma contro il giovane fratello che della sciagurata decisione paterna era l'inconsapevole ragione. Nel suo sguardo c'era una luce di implacabile ferocia. Isacco emergeva invece dall'affresco come un grumo di sofferenza. La tragedia di Ismaele era anche la sua tragedia. Non l'aveva cercata, non l'aveva voluta. La subiva con dolore e rivolgeva al fratello una richiesta di comprensione e di perdono.
La parete centrale raffigurava infine l'incontro fra Giacobbe ed Esaù.
Sullo sfondo la gente di Giacobbe posseduta dalla paura per l'ostile violenza di Esaù e rincuorata tuttavia dalla promessa pacificazione. In primo piano invece le figure dei fratelli serrati in un abbraccio senza amore, che si baciavano promettendosi pace. Ma era un bacio poi quello che si scambiavano? O non era piuttosto un morso quello che Esaù tentava di portare al collo di Giacobbe? Il volto di Esaù era quello della violenza e della doppiezza, quello di Giacobbe rifletteva timore e prudenza.
Il Papa si ritirò sulla parete di fondo e lasciò spaziare lo sguardo sugli affreschi.
"Straordinario" mormorò, subito seguito dai sussurri di approvazione dei suoi prelati. "Ma aprite quelle finestre che entri la luce."
Dopo lo sguardo di insieme, ora voleva godere dei particolari.
Si avvicinò al primo affresco ed osservò con attenzione il volto di Abele.
Se ne allontanò corrugando la fronte.
Si avvicinò al volto di Caino e balzò all'indietro, spalancando la bocca.
"Non capisco" mormorò indeciso.
Volse lo sguardo verso i volti di Ismaele e di Esaù e rimase impietrito dall'orrore.
"Che cos'è questa infamia?" gridò in preda ad una furia incontenibile.
I volti dei tre fratelli maggiori dietro le sembianze giovanili ed i capelli fluenti raffiguravano i tratti del Sommo Pontefice. Quelli dei fratelli minori ritraevano invece Daniel il Matto.
"Non siete forse voi il nostro fratello maggiore?" gridò il sofer mentre già le guardie pontificie lo portavano via.
Il giorno dopo tutto il ghetto era al corrente dell'impresa di Daniel il Matto.
A raccontarla era lui, serrato nella gogna in via della Rue. Gli ebrei gli avevano aggiustato cuscini sotto le ginocchia e si curavano di alleviargli il tormento per quel che potevano. Ma soprattutto si beavano delle sue parole quanto lui, a dispetto dei ceppi, si beava di narrare lo sconcerto e la rabbia del Papa, l'imbarazzo e l'indignazione di prelati.
Daniel il Matto aveva sepolto sotto le risate del ghetto l'ipocrisia dei suoi fratelli maggiori.

mario.pacifici@gmail.com



E poi come al solito andate a leggere lui, un altro che castigat ridendo mores et mures.

barbara

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