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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


27 agosto 2010

DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

La Palestina fu devastata e saccheggiata. Poi gli arabi passa­rono in Cilicia, facendo prigionieri i suoi abitanti e deportandoli. Quindi Mu'awiya inviò Habib ibn Maslama in Armenia, all'epo­ca dilaniata dalle contese tra i vari satrapi. Per suo ordine la po­polazione di Euchaita (sul fiume Halys) fu passata a fil di spada; quelli che riuscirono a farla franca furono ridotti in schiavitù. Secondo i cronisti armeni gli arabi, dopo aver decimato gli abitanti dell'Assiria e costretto molte persone ad abbracciare l'islamismo, «entrarono nel distretto di Daron [a sud-ovest del lago Van], che saccheggiarono e in cui versarono fiumi di sangue. Pretesero il pagamento di tributi e si fecero consegnare donne e bambini». Nel 642 presero la città di Dvitt e annientarono la popolazione a colpi di spada. Poi «gli ismailiti ripresero la via per la quale erano venuti, trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri: in tutto 35.000». L'anno seguente, secondo lo stesso cronista, gli arabi invasero di nuovo l'Armenia, «portando con sé lo stermi­nio, la rovina e la schiavitù».
Fermatosi in Cappadocia, Mu'awiya saccheggiò tutta la regio­ne, catturò molti uomini e fece un grosso bottino. Poi condusse le sue truppe a devastare l'intera zona di Amorium. Anche Cipro fu razziata e depredata (649); quindi Mu'awiya si diresse verso la capitale Costanza (Salamina), su cui stabilì il suo dominio con un «grande massacro». Il saccheggio dell'isola si ripeté una se­conda volta.
Nel Nord Africa gli arabi fecero migliaia di prigionieri e accu­mularono un ricco bottino. Mentre le piazzeforti resistevano, «i musulmani erano impegnati a percorrere in lungo e in largo e de­vastare il paese sguarnito». Tripoli fu saccheggiata nel 643, Cartagine fu interamente distrutta e rasa al suolo, e la maggior parte dei suoi abitanti venne uccisa. Gli arabi misero a ferro e fuoco il Maghreb, ma ci volle più di un secolo perché riuscissero a pacifi­carlo e a venire a capo della resistenza berbera.
Le guerre proseguirono per mare e per terra sotto i successori di Mu'awiya. Le truppe arabe saccheggiarono l'Anatolia con ri­petute incursioni; le chiese furono incendiate e profanate, e tutti gli abitanti di Pergamo, di Sardi e di altre città furono fatti prigionieri. I centri greci di Gangres e Nicea furono distrutti. Le cro­nache cristiane del tempo parlano di intere regioni devastate, di villaggi rasi al suolo, di città incendiate, saccheggiate e annienta­te le cui popolazioni furono integralmente ridotte in schiavitù.
Come si può constatare, non sempre gli abitanti delle città ven­nero risparmiati: spesso subirono il massacro o la schiavitù, sem­pre accompagnata dalla deportazione. Fu il caso dei cristiani di Aleppo, Antiochia, Ctesifonte, Euchaita, Costanza, Pathos (nell'i­sola di Cipro), Pergamo, Sardi, Germanicea (Kahramanmarafl) e Samosata, per citare solo alcuni esempi. Durante l'ultimo tentati­vo degli omayyadi di sottomettere Costantinopoli (717), l'esercito arabo comandato da Maslama effettuò una manovra a tenaglia dal mare e da terra, e devastò l'intera regione prospiciente la capitale.
L'obbligo religioso di combattere i cristiani comportava uno stato di guerra permanente che quattro volte all'anno - in in­verno, in primavera, in estate e in autunno - si traduceva nel­l'organizzazione di razzie (ghazwa). Queste consistevano talora in brevi incursioni a scopo di saccheggio nei villaggi harbi limi­trofi, al fine di accumulare bottino, rubare il bestiame e decima­re gli abitanti del villaggio con la schiavitù. Altre spedizioni, guidate dal califfo in persona, richiedevano preparativi militari consistenti. Le province venivano devastate e incendiate, le città saccheggiate e distrutte, gli abitanti massacrati o deportati. I pri­mi califfi abbasidi, alla testa delle loro truppe di arabi e schiavi turchi, continuarono a dirigere personalmente i raid contro l'A­natolia bizantina e l'Armenia. Durante il sacco di Amorium (838), consegnata agli arabi da un traditore musulmano, il ca­liffo al-Mu'tasim fece passare a fil di spada 4000 abitanti; le don­ne e i bambini furono portati via e venduti come schiavi, men­tre i prigionieri greci che non potevano essere deportati furono finiti sul posto. Una rivolta scoppiata fra loro fu punita con lo sterminio di 6000 greci.
Nonostante la frammentazione dell'Impero arabo in emirati o province semiautonome, le razzie compiute in nome del califfo per accumulare bottino e schiavi proseguirono, con alterne fortu­ne, nel corso dei secoli. Negli anni 939-940 Sayf al-dawla, celebre per le sue guerre contro gli infedeli, devastò Mush, in Armenia, e l'intera regione di Coloneia con i villaggi circostanti. Negli anni 953-954 incendiò la zona di Melitene, catturando parte dei suoi abitanti. Due anni più tardi partì «per il territorio greco e vi compì un'incursione, nel corso della quale si spinse fino a Harsan [Armenia] e a Sariha, prese molte fortezze, fece prigionieri di am­bo i sessi e costellò il suolo greco di massacri, incendi e devasta­zioni». Nel 957 Sayf al-dawla incendiò le città della Cappadocia e la regione di Hisn Ziyàd (Kharput) in Armenia, riducendo in schiavitù le donne e i bambini. L'emigrazione dei nomadi turk­meni segnò la ripresa del jihad arabo. Nell'XI secolo: «L'Impero dei turchi si era esteso fino alla Mesopotamia, alla Siria, alla Pale­stina [...]; i turchi e gli arabi erano fusi come un unico popolo». Per quanto riguarda la parte occidentale del dar al-islam, la Spagna, conquistata nel 712, divenne per secoli il teatro per anto­nomasia del jihad. Qui le ondate di immigrati islamici, arabi e ber­beri si erano appropriate dei feudi coltivati dagli abitanti del luo­go, tollerati, in base alle circostanze della conquista, in veste di tributari o di schiavi. Ma le diverse tribù arabe che conducevano una vita nomade al Sud (kalb), o al Nord e al centro dell'Arabia (qays), emigrate nel Maghreb e quindi in Spagna, si erano acca­parrate le terre migliori, relegando i berberi nelle regioni montuose.
Queste ondate successive di immigrati, provenienti dall'Ara­bia e dai territori conquistati - Mesopotamia, Siria, Palestina -, una volta insediatesi stabilmente in Spagna iniziarono a terroriz­zare la Provenza. Risalendo fino ad Avignone, devastarono la val­le del Rodano con ripetute razzie. Nel 793 i sobborghi di Narbona vennero incendiati e la sua periferia saccheggiata. Gli appel­li al jihad attiravano orde di fanatici che affluivano in massa nei ribat (conventi-fortezze) di cui erano costellate le frontiere ispano-islamiche, e da cui partivano i saccheggi delle città e gli in­cendi delle aree rurali. Nel 981 la città di Zamora (Regno di Leon) e le campagne circostanti subirono la devastazione e la de­portazione di 4000 prigionieri. Quattro anni dopo, anche Barcel­lona fu incendiata e quasi tutti i suoi abitanti furono trucidati o ridotti in schiavitù; Coimbra, conquistata nel 987, rimase un de­serto per molti anni; Leon fu demolita e le zone rurali limitrofe furono devastate dai raid e dagli incendi. Nel 997 Santiago di Compostela fu saccheggiata e rasa al suolo. Tre anni più tardi, le truppe islamiche misero a ferro e fuoco la Castiglia, e la popola­zione catturata durante queste spedizioni fu deportata e ridotta in schiavitù. Le invasioni degli almoravidi e degli almohadi (XI-XIII secolo), dinastie berbere del Maghreb, segnarono la ri­presa della guerra santa. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.54-57)

E da allora non hanno mai smesso. Nel 1929 venne il massacro di Hebron, di cui possiamo vedere gli effetti in questo straordinario filmato inedito dell’archivio Spielberg (chi sentisse il bisogno di una rinfrescata può andare a rileggere qui e qui). E adesso, per completare l’opera, vogliono costruire il monumento alla jihad a Ground Zero – anche se qualcuno ha finalmente capito che l’idea di costruire una moschea lì, in realtà, non è altro che il frutto dell’ennesimo complotto sionista...


barbara


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara


30 dicembre 2009

IL DECLINO DELLA CRISTIANITÀ SOTTO L’ISLAM

Origine del «jihad»

L'islam, religione rivelata in lingua araba da un profeta arabo, nacque in Arabia nel VII secolo e si sviluppò in seno a una popo­lazione le cui tradizioni e usanze erano influenzate da un parti­colare ambiente geografico. Per questo, pur mutuando dalle reli­gioni bibliche il nucleo essenziale del loro insegnamento etico, es­so incorporò elementi culturali locali, propri dei costumi delle tribù nomadi o parzialmente sedentarie che popolavano il Hijaz. Queste tribù, che costituivano il nucleo militante della comunità islamica, attraverso la guerra le assicurarono il costante sviluppo delle sue risorse e dei suoi adepti. Fu così che nel giro di un seco­lo gli arabi islamizzati, originari delle regioni più aride del pia­neta, ne conquistarono gli imperi più potenti, e al tempo stesso assoggettarono i popoli che avevano dato vita alle civiltà più pre­stigiose.
Il jihad (la guerra santa contro i non musulmani) nasceva dal­l'incontro tra le consuetudini del grande nomadismo guerriero e le condizioni di vita di Maometto a Yathrib (più tardi Medina), dov'era emigrato nel 622 sfuggendo alle persecuzioni degli ido­latri a La Mecca. Priva di mezzi di sostentamento, la piccola co­munità musulmana in esilio viveva a carico dei neoconvertiti di Medina, gli ansar ovvero gli ausiliari. Ma poiché tale situazione non poteva protrarsi, il Profeta organizzò alcune spedizioni volte a intercettare le carovane che commerciavano con La Mecca. In­terprete della volontà di Allah, Maometto riuniva in sé i poteri politici del capo militare, la leadership religiosa e le funzioni di un giudice: «Chiunque obbedisce al Messaggero, obbedisce a Dio» (Corano IV,80).
Fu così che una serie di rivelazioni divine, elaborate ad hoc per tali spedizioni, vennero a legittimare i diritti dei musulmani sui beni e la vita dei loro nemici pagani, e furono creati versetti coranici finalizzati a santificare di volta in volta il condiziona­mento psicologico dei combattenti, la logistica e le modalità del­le battaglie, la spartizione del bottino e la sorte dei vinti. [enfasi mia, ndb] A poco a poco fu definita la natura delle relazioni da adottare nei con­fronti dei non musulmani nel corso delle imboscate, delle batta­glie, degli stratagemmi e delle tregue, ossia dell'intera gamma di strategie in cui si articolava la guerra santa necessaria ad assicu­rare l'espansione dell'islam.
La vita di Maometto è già stata oggetto di molteplici studi e non è il caso di ritornare su di essa. Basti notare che la politica adottata dal profeta arabo nei confronti degli ebrei di Medina, nonché degli ebrei e dei cristiani delle oasi del Hijaz, determinò quella dei suoi successori nei confronti degli abitanti indigeni ebrei e cristiani dei paesi conquistati. Gli ebrei di Medina furono o depredati e cacciati dalla città (sorte toccata ai banu qaynuqa' e ai banu nadir, 624-625), o massacrati, a eccezione dei convertiti al­l'islam, delle donne e dei bambini, che furono ridotti in schiavitù (come accadde ai banu qurayza, 627). E poiché tutte queste decisioni furono giustificate mediante rivelazioni di Allah contenute nel Corano, esse assunsero valore normativo e divennero una componente obbligata della strategia del jihad. I beni degli ebrei di Medina andarono a costituire un bottino che fu spartito tra i combattenti musulmani, in base al criterio per cui un quinto di ogni preda era riservato al Profeta. Tuttavia, nel caso dei banu nadir Maometto conservò la totalità del bottino poiché questo, es­sendo stato confiscato senza colpo ferire, secondo alcuni versetti coranici (LIX,6-8) spettava integralmente al Profeta, incaricato di gestirlo a beneficio della comunità islamica, la umma. Fu questa l'origine del fay', ossia del principio ideologico, gravido di conse­guenze per il futuro, in base al quale il patrimonio collettivo del­la umma era costituito dai beni sottratti ai non musulmani.
Fu nel trattato concluso tra Maometto e gli ebrei che coltiva­vano l'oasi di Khaybar che i giureconsulti musulmani delle epo­che successive individuarono l'origine dello statuto dei popoli tributari, tra i quali il presente studio prende in esame gli ebrei e i cristiani - designati collettivamente come Gente del Libro (la Bibbia) - e gli zoroastriani persiani.
Secondo questo trattato, Maometto aveva confermato agli ebrei di Khaybar il possesso delle loro terre, la cui proprietà passa­va invece ai musulmani a titolo di bottino (fay'). Gli ebrei conser­vavano la loro religione e i loro beni in cambio della consegna di metà dei loro raccolti ai musulmani. Tuttavia tale statuto non era definitivo, in quanto Maometto si riservava il diritto di abrogarlo quando lo avesse ritenuto opportuno.
La umma continuò a ingrandirsi e ad arricchirsi grazie alle spe­dizioni contro le carovane e le oasi - abitate da ebrei, cristiani o pagani - dell'Arabia e delle regioni di confine siro-palestinesi (629-632). Tali agglomerati, situati a nord di Ayla (Eilat), nel Wadi Rum e nei pressi di Mu'tah, erano circondati da tribù arabe no­madi. Quando esse si schierarono con Maometto gli stanziali, ter­rorizzati dalle razzie, preferirono trattare con il profeta e concordare il pagamento di un tributo. Attingendo a fonti contempo­ranee, Michele il Siro rievoca quegli eventi:

[Maometto] cominciò a radunare delle truppe e a salire a tendere delle imboscate nelle regioni della Palestina, al fine di persuadere [gli arabi] a credere in lui e a unirsi a lui portando loro del bottino. E poiché egli, partendo [da Medina], si era recato più volte [in Pa­lestina] senza subire danni, anzi, l'aveva saccheggiata ed era tornato carico <di bottino>, la cosa [la predicazione di Maometto] fu avvalorata ai loro occhi dalla loro avidità di ricchezze, che li portò a istituire la consuetudine fissa di salire lì a fare bottino... Ben presto le sue truppe si misero a invadere e a depredare numerosi paesi [...]. Abbiamo mostrato in precedenza come, sin dall'inizio del loro impero e per tutta la durata della vita di Maometto, gli arabi partis­sero per fare prigionieri, saccheggiare, rubare, tendere insidie, in­vadere e distruggere i paesi.

Alla morte del Profeta (632), quasi tutte le tribù del Hijaz ave­vano aderito all'islam, in Arabia l'idolatria era stata vinta e le Gen­ti del Libro (ebrei e cristiani) pagavano un tributo ai musulmani. Il successore del profeta, Abu Bakr, represse la rivolta dei beduini (ridda) e impose loro l'adesione all'islam e il pagamento dell'im­posta legale (zakat). Dopo aver unificato la Penisola, egli portò la guerra (jihad) al di fuori dell'Arabia. Il jihad consisteva nell'impor­re ai non musulmani una di queste due alternative: la conversio­ne o il tributo; il rifiuto di entrambe obbligava i musulmani a com­batterli fino alla vittoria. Gli arabi pagani potevano scegliere tra la morte e la conversione; quanto agli ebrei, ai cristiani e agli zoroa­striani, in cambio del tributo e in base alle modalità della conqui­sta, essi potevano «riscattare» le loro vite e al tempo stesso mante­nere la libertà di culto e il sicuro possesso dei loro beni.
Nel 640 il secondo califfo, Omar ibn al-Khattab, cacciò dal Hijaz i tributari ebrei e cristiani appellandosi alla dhimma (con­tratto) di Khaybar: la Terra appartiene ad Allah e al suo Inviato, e il contratto può essere rescisso a discrezione dell'imam, leader re­ligioso e politico della umma e interprete della volontà di Allah. Omar invocò altresì l'auspicio espresso dal profeta: «Nella Peni­sola Arabica non devono coesistere due religioni».

E dopo quasi un millennio e mezzo, ancora non hanno smesso.
Per tutti quelli che “esiste un islam moderato”.
Per tutti quelli che “non confondiamo islam con islamismo e islamismo con terrorismo”.
Per tutti quelli che “l’islam si coniuga al plurale”.
Per tutti quelli che “ma questo non è il vero islam”.
Per tutti quelli che “c’era una volta un islam tollerante”.
Per tutti quelli che “è una reazione alle crociate, è una reazione al colonialismo, è una reazione alle aggressioni dell’Occidente”.
Per tutti quelli che ancora si ostinano a chiudere gli occhi.
Per tutti quelli che gli occhi li hanno ben aperti e per questo credono di sapere più o meno tutto, e sapessero invece quanto si sbagliano.
Per tutti. Da leggere. Da studiare. Da imparare a memoria. Perché è meglio, molto meglio, un salutare cazzotto allo stomaco oggi che una devastazione planetaria domani – un domani che sta già bussando alle porte.

Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau



barbara


25 ottobre 2009

NON SMETTEREMO DI DANZARE

Ovvero Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele

L’ho letto, e ora dovrei scriverne la recensione, ma non so se sarò in grado di farlo. Non so come cominciare e da dove cominciare. Non so se il mio vocabolario possieda le parole necessarie per raccontare un libro così bello. Così prezioso. Così puro.

I resti delle vittime, come le carcasse degli auto­bus distrutti negli attentati, finiscono in un cimitero dei ricordi a Kiryat Ata. Accanto alle carcasse dei pullman, sono custoditi gli oggetti mai reclamati dai parenti delle vittime, quaderni di scuo­la, berretti militari, libri, scarpe da ginnastica, videocassette, kippah di ogni colore, t-shirt, mostrine di ufficiali. Guardare questi poveri resti richiama alla memoria quelli custoditi nei campi di sterminio. Scarpe logore, bottiglie con etichette di Varsavia e Cracovia, biberon e protesi dentarie, libri di preghiera, documenti, fo­to di famiglia, occhiali, bambole senza braccia né testa.

Accade di piangere, leggendolo: di commozione e di dolore per le storie narrate, ma anche di commozione e di emozione per l’amore immenso che traspare da ogni frase, da ogni riga, da ogni parola, per la pietas che lo ha dettato e di cui è impregnato, dalla prima all’ultima parola. E si ritrova, nella cura, nell’attenzione, nella devozione con cui Meotti ha raccolto ogni frammento per ricomporre un nome, un volto, un carattere – una persona – la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa devozione con cui i ragazzi di Zaka raccolgono ogni frammento di pelle, di carne, di sangue per ricomporre, per quanto è possibile, ciò che quelle creature erano state. E si intrecciano, nella narrazione, storie di terrorismo e storie di Shoah, non solo perché non di rado i protagonisti sono gli stessi, sopravvissuti a un progetto di sterminio per finire vittime dell’altro progetto di sterminio, ma anche perché, ditemi, che differenza c’è tra il prelevare un neonato ebreo da una casa europea per andarlo ad assassinare in un campo polacco e il penetrare in una casa israeliana per assassinare un neonato ebreo nella sua culla? Che differenza c’è tra lo sventrare una donna incinta ebrea in una via di un ghetto europeo e lo sventrare una donna incinta ebrea in una strada in Israele? Che differenza c’è tra il progetto di rendere judenrein una regione europea e il progetto di rendere judenrein una regione che si chiama Giudea? Esattamente lo stesso è l’obiettivo, ed esattamente lo stesso è il motore, ossia uno sconfinato odio antiebraico. Un odio talmente grande che quando i nazisti, a corto di treni, si sono trovati a dover scegliere tra l’usarli per portare truppe al fronte e usarli per deportare gli ebrei da sterminare, hanno scelto di perdere la guerra pur di sterminarne di più. Un odio talmente grande che quando i palestinesi si sono trovati a dover scegliere tra costruire uno stato di Palestina accompagnato da pace e prosperità e continuare a sterminare ebrei, hanno scelto di rinunciare allo stato, alla pace, alla prosperità per sé e per i propri figli per continuare a sterminare ebrei.
E concludo con le righe che chiudono il capitolo dedicato alla strage alle olimpiadi di Monaco.


Il giorno dopo la strage degli atleti, tutti gli israeliani presenti in Germania indossarono la kippah per piangere i morti, lo stes­so fecero gli atleti ebrei delle delegazioni francese, inglese e ame­ricana. L'ignobile, satanica decisione di non fermare tutto fu una bancarotta del senso morale, il segnale verde per le stragi future. Si ricominciò a distribuire ori e argenti imbrattati di sangue. La fe­sta olimpica era morta, ma si continuò a correre e correre e corre­re. I rabbini israeliani vennero ad avvolgere le bare nella bandie­ra con la stella di David. Quella notte a Francoforte furono di­strutte una cinquantina di tombe ebraiche. Nessun delegato ara­bo porse il proprio cordoglio a Israele. Nessuno. Il giorno dell'ar­rivo delle salme all'aeroporto di Lod, dove tre mesi prima altri 26 ebrei furono uccisi in un attentato, non ci furono fanfare ad acco­glierle. Solo il silenzio e un orgoglioso dolore. Li aspettava il gran­de Moshe Dayan, con l'aspetto di un kibutznik che aveva interrot­to il lavoro per piangere i suoi figli. C'era anche Yigal Allon, che a tredici anni già combatteva nell'esercito ebraico clandestino. Nessun negozio in tutto il paese era aperto, il popolo ebraico era unito nel suo dolore. Come sempre è stato nel corso della storia. La Tunisia si offrì di accogliere le salme dei terroristi, tutti volevano i resti dei terroristi. Ebbe la meglio la Libia. Alla sepoltura a Tripoli erano presenti gli ambasciatori di tutti i paesi arabi. Dove­vano celebrare il «matrimonio del martire». In Israele dominava un'altra atmosfera. Dopo aver recitato il kadish ebraico sulle tom­be, il popolo del Libro tornò a casa. Il giorno dopo si apriva il Ca­podanno ebraico, ma non c'era posto per la gioia. Quel nuovo an­no si aprì con il pensiero collettivo rivolto ai figli delle 11 vittime. Quei bambini erano, sono, il perché d'Israele.

E in queste righe c’è tutto il confronto fra due mondi. In queste righe c’è tutto ciò che ogni giorno sta davanti ai nostri occhi. Un mondo che, dal giorno della sua nascita, ha fatto della morte il proprio ideale, un mondo che coltiva il massacro, un mondo che adora gli assassini e ne ricerca i resti come reliquie da venerare con religiosa devozione. Un mondo che scende in piazza a ballare e cantare per festeggiare massacri di bambini. Un mondo con un libro sacro che ordina di ingannare, di torturare, di uccidere chiunque opponga resistenza al loro progetto di estendere il regno del terrore e della morte su tutta la terra. E un mondo che si raccoglie in silenzio intorno ai propri morti. Un mondo che raramente pronuncia parole di odio e di vendetta, neppure di fronte ai massacri più disumani. Un mondo che piange e soffre ma poi si rimbocca le maniche e riparte, perché nel loro Libro sta scritto E TU SCEGLIERAI LA VITA.

Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, Lindau



(E poi, molto in tema, vai a vederti questo, con trascrizione anche in italiano per chi se la cava male con l’inglese)


barbara


30 giugno 2009

VERSO IL CALIFFATO UNIVERSALE

     

Di Bat Ye’or vi ho già presentato a suo tempo lo sconvolgente e documentatissimo Eurabia, che mi auguro abbiate letto tutti, e chi non lo avesse ancora fatto è caldamente invitato a provvedere al più presto.
Ora arriva questo che ne è, per molti versi, la continuazione, lo sviluppo logico, e che ci spiega – sempre con inoppugnabile documentazione – varie cose che a uno sguardo superficiale o ignaro dei retroscena potrebbero apparire inspiegabili: perché l’intero mondo occidentale ha sposato la causa dei più efferati terroristi che mai la storia abbia conosciuto? Perché demonizza chi da tale terrorismo tenta di difendersi? Perché sostiene dittatori dalle mani grondanti di sangue e combatte con tutte le proprie forze contro le democrazie? Perché sessant’anni di storia sono stati letteralmente capovolti? Perché ciò che fino a pochissimi decenni fa sarebbe apparso delirante a chiunque fosse dotato di mezza briciola di raziocinio e di buonsenso oggi appare a quasi tutti perfettamente ragionevole? Perché è sempre più comunemente accettata l’idea che criticare e sbeffeggiare il papa fa parte del fondamentale diritto alla libertà di espressione mentre qualunque critica a tutto ciò che ha a che fare con l’islam è un intollerabile abuso della suddetta libertà? Perché L’Onu dedica tutta la propria attenzione a Israele trascurando vergognosamente, crimini veri, massacri veri, genocidi veri, pulizie etniche vere, discriminazioni vere, apartheid vera? Perché Durban 1 e Durban 2? Perché tutto questo è cominciato a partire da un momento ben preciso, sovvertendo tutte le posizioni, le opinioni, i comportamenti precedenti? Bat Ye’or ce lo spiega: non raccontando storie bensì presentando documenti. Quei documenti che faremmo bene a leggere e a conoscere approfonditamente, se vogliamo tentare di salvarci. Tenendo presente che il Consiglio dei Diritti dell’Uomo tende sempre più a considerare valida la Dichiarazione islamica, che all’articolo 22, per esempio, stabilisce che:

a) Ognuno ha il diritto di esprimere liberamente la propria opi­nione in un modo che non contravvenga ai principi della sharia;
b) Ognuno ha il diritto di sostenere ciò che è giusto e propa­gandare ciò che è buono e mettere in guardia contro ciò che è sbagliato e malvagio in conformità con le norme della sharia islamica;
e) L'informazione è una necessità vitale per la società. Essa non può essere sfruttata o distorta in modo tale da violare la santità e la dignità dei Profeti, minare i valori morali ed etici o disintegrare, corrompere o inquinare la società o indebolirne la fede;
d) Non è consentito suscitare odio nazionalistico o ideologico o comunque incitare a qualsiasi forma di discriminazione razziale

dove, beninteso, per “odio nazionalistico o ideologico” si deve intendere unicamente quello rivolto all’islam, ivi comprendendo non solo l’odio gratuito ma anche le semplici critiche o l’esposizione di fatti accaduti.
È un libro che rischia di farci perdere il sonno, questo di Bat Ye’or; ma ben altro è ciò che rischiamo di perdere, a chiudere occhi e orecchie di fronte alla realtà che ci sovrasta.

Bat Ye’or, Verso il Califfato universale, Lindau



barbara


23 marzo 2009

LA BOMBA IRANIANA

L’Iran è davvero in procinto di avere l’atomica o è solo propaganda? È utile dialogare? È pericoloso isolarlo? Che cosa è stato fatto finora? Con quali risultati? Un Iran nuclearizzato è un pericolo solo per Israele, direttamente minacciato dalla retorica iraniana fin dai tempi della rivoluzione khomeinista, o anche per tutti noi? Quali scenari si prospettano, nel caso in cui l’Iran dovesse raggiungere, nella sua corsa verso l’atomica, il punto di non ritorno? Che cosa succederà se gli faremo la guerra? Che cosa succederà se non gliela faremo? Che cosa fare, da parte della diplomazia internazionale, per evitare che si arrivi a questo punto?

Una lucida ed esauriente analisi condotta da Emanuele Ottolenghi, che tutti faremmo bene a leggere, ma soprattutto i protagonisti della scena politica internazionale: nessun dubbio che quella della guerra sia una prospettiva agghiacciante, ma altrettanto pochi dubbi sussistono su ciò che diventerebbe il mondo con un Iran detentore, oltre che del ricatto del petrolio, anche di quello dell’atomica. Siamo ancora in tempo per evitare sia l’una che l’altra prospettiva? Forse sì, ma non possiamo più permetterci di commettere errori, perché già troppi, e dagli effetti devastanti, ne abbiamo commessi finora.

Emanuele Ottolenghi, La bomba iraniana, Lindau



barbara


4 maggio 2008

CHI SONO I NEMICI DELLA SCIENZA?

Difficile enumerarli tutti, i nemici della scienza – ma anche della storia, della geografia, della letteratura, in una parola: della cultura – tanto sono numerosi. Giorgio Israel lo fa, però, con pazienza, con cura, con grande competenza, ed è per questo che è importante leggerlo. Qualcuno, comunque, lo vogliamo dire: la scuola, tanto per cominciare. Sorpresi? Se con la scuola non avete nulla a che fare, forse lo sarete, ma se ci vivete dentro allora no, di sicuro non proverete alcuna sorpresa. La scuola che un bel giorno ha deciso di voler essere innovativa, la scuola che ha deciso che l’insegnante non deve insegnare ma solo dare input, la scuola che ha deciso che l’alunno deve cercare e trovare da solo la propria via e il proprio sapere, la scuola che ha deciso di non dare più conoscenza ma solo “competenze”, ha ucciso la scienza, e la cultura in generale, e l’insegnamento, anche. E poi una gran massa di pseudo-scienziati, di sedicenti scienziati, di pretesi scienziati, che hanno ridotto la scienza a barzelletta. E certe ideologie politiche. E certo giornalismo con velleità di divulgazione. E l’università. E … si potrebbe continuare a lungo, ma non ne vale la pena: meglio, molto meglio leggere il libro di Giorgio Israel. Il quale, come ogni scienziato e come ogni tecnico degni di questo nome, scrive in un italiano impeccabile per correttezza grammaticale, per limpidezza sintattica, per ricchezza e precisione lessicale, per eleganza stilistica. A differenza dei troppi innovatori e riformatori e rivoluzionatori che infestano le nostre scuole e i nostri giornali. E in chiusura del libro – che nessuno si immagini che si tratti solo di chiacchiere o di esagerazioni – una nutrita serie di documenti di “malascienza”, autentico campionario di ineffabili sciocchezze e colossali bufale spacciate per sensazionali scoperte e verità documentate. Che fare, dunque, per tentare di salvare la scienza? Leggere il libro, innanzi tutto, per documentarsi, e poi rimboccarsi le maniche per invertire la rotta. Il più presto possibile, prima che sia troppo tardi.
(Poi un giorno, forse, magari, chissà, verrà pubblicato anche su LibMagazine) (E abbiate pazienza, cari amici di LibMag se questa volta non aspetto che me lo pubblichiate voi per farvi pubblicità, ma io l’ho inviato quattro giorni fa, avvertendo che ero in partenza. E fa qualche ora parto, infatti)

Giorgio Israel, Chi sono i nemici della scienza?, Lindau



barbara


25 aprile 2008

GUIDA (politicamente scorretta) ALL’ISLAM E ALLE CROCIATE

Il terrorismo islamico è una risposta alle crociate? No: le crociate sono state una risposta, troppo tarda e troppo blanda, a quattro secoli e mezzo di terrorismo islamico.
Il mondo arabo vittima dell’imperialismo e colonialismo del mondo cristiano? Falso: il mondo cristiano è vittima dell’imperialismo e colonialismo islamico, che ne ha in breve tempo fagocitato ben due terzi.
Esiste un islam moderato? No. Esistono, certo, musulmani moderati, anche perché la lettura del Corano è consentita solo in arabo, lingua che circa l’80% dei musulmani ignora totalmente, e quindi conoscono magari il Corano a memoria però non sanno che cosa dica. Ma da quando l’Arabia Saudita, coi proventi del petrolio, ha cominciato a investire miliardi di dollari per istruire i musulmani in tutto il mondo, il cosiddetto estremismo, ossia l’applicazione delle norme e dei principi del Corano, è aumentato, non a caso, in maniera esponenziale.
Ma nel Corano ci sono anche versetti tolleranti, no? No. Ossia ci sono, ma non contano. Perché Dio, nel Corano, rivendica il diritto di cambiare idea. E dunque se due versetti sono in contrasto, quello valido è il più recente, che va ad abrogare e sostituire il precedente.
Ma la scienza, almeno, è compatibile con il Corano? No. Perché Dio potrebbe, per esempio, decidere che la somma degli angoli interni di un triangolo sia diversa da 180°, e dunque affermare che la somma degli angoli interni di un triangolo non possa essere diversa da 180° significa porre dei limiti all’onnipotenza di Dio, il che è blasfemia.
Ma è vero almeno che i musulmani hanno inventato l’algebra, lo zero, l’astrolabio, e hanno mantenuto in vita la filosofia aristotelica! No, non esattamente, non proprio.
Ma ci sono stati tempi in cui l’islam è stato tollerante. Falso.
Ci sono stati tempi in cui sotto il dominio islamico le altre religioni hanno potuto vivere in pace. Falso.
Ma anche nella Bibbia ci sono violenze paragonabili a quelle islamiche. Falso
Esiste la possibilità, almeno teorica, di arrivare ad accordarsi col mondo islamico? No.
Il rispetto dei diritti umani è compatibile con l’islam? No.
La democrazia è compatibile con l’islam? No.
Ma si vuole forse insinuare che il problema sarebbe l’islam? No, nessuna insinuazione: semplicemente si dimostra e si documenta che il problema è l’islam. Come è da sempre sotto gli occhi di tutti, del resto, ma si sa, quos vult Iupiter perdere, dementat prius, e quando il Titanic affonda si preferisce ballare piuttosto che preparare le scialuppe di salvataggio. E tuttavia c’è sempre qualcuno, come ora Robert Spencer, che ostinatamente si dedica all’ingrato compito di tentare di aprire gli occhi a chi di aprirli non ne vuole sapere, di tentare di arrestare la corsa verso il disastro. Ci riuscirà? Si continua a sperarlo, nonostante tutto. E nel frattempo si consiglia di leggere questo ottimo, illuminante e documentatissimo libro. (Pubblicato su LibMag)

Robert Spencer, Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle Crociate, Lindau



barbara


10 dicembre 2007

EVVIVA! CI ARRENDIAMO

Per un pelo non diventavo un terrorista anch'io. Le premesse c'erano tutte. I miei genitori, sopravvissuti entrambi alla guerra grazie a una serie di circostanze avventurose, caddero l'uno nelle braccia dell'altra e mi misero al mondo dopo la Liberazione. Traumatizzati com'erano, io rappresentavo ai loro occhi la prova che poteva ancora esserci una vita, dopo. Fin da piccolo, di conseguenza, fui caricato di aspettative che non potevo soddisfare. Quando non volevo mangiare gli spinaci mi rimproveravano ripetendo: «Cosa avremmo dato nel lager per poter avere della verdura!». Se mi rifiutavo di lasciarmi tagliare i capelli mi raccontavano di come nel lager l'igiene fosse importante e che anche per un solo pidocchio si poteva morire. Quando rincasavo dopo mezzanotte mi toccava la storia del coprifuoco nel ghetto. Se poi uscivo con la ragazza sbagliata - e di giuste non ce n'erano, dal momento che tutti i padri tedeschi avevano prestato servizio nelle SS - mi urlavano: «È forse per questo che siamo sopravvissuti?».
Ma la vergogna e le umiliazioni non cessarono neanche quando i miei genitori incominciarono a lasciarmi relativamente in pace. A palla prigioniera non riuscivo mai a liberarmi e la squadra che mi catturava finiva sempre per stravincere. Ai Giochi della Gioventù non ricevetti neanche un premio di consolazione, e le prime esperienze con le ragazze furono così catastrofiche che divennero imbarazzanti persino i sedili ribaltabili della mia Opel Kadett.
Crescendo, crebbe anche la mia rabbia: rabbia verso i miei isterici genitori, quegli stupidi sgobboni, e rabbia verso i miei amici, che mi chiedevano in prestito i dischi di Armstrong e si portavano a casa le ragazze che arrivavano alla festa con me. Mi arrabbiavo così tanto da provocarmi gastriti che passavano soltanto quando al loro posto subentrava l'asma. E mentre gli altri imparavano a cavarsela con i preservativi, io conoscevo già fin troppo bene i disturbi psicosomatici.
Malgrado tutto, è difficile spiegare a posteriori perché non mi sia mai venuto in mente di diventare terrorista. Lessi I dannati della terra di Frantz Fanon e Psicologia di massa del fascismo di Wilhelm Reich, ma per fortuna non ebbi modo di conoscere gli scritti di Horst Eberhard Richter e di Margarete Mitscherlich.
Sarei stato il tipico folle che se ne va in giro uccidendo a caso: figlio di genitori squilibrati, solo, disperato, frustrato e carico di tensione come una botte piena di dinamite sul Bounty. Avrei fatto la felicità di ogni assistente sociale e nel mio caso esemplare gli psicoterapeuti avrebbero trovato pane per i loro denti. La «M» del mio nome non stava per Modesto», bensì per mildernde Umstände [circostanze attenuanti, N.d.T.]. Ciò che mi mancava, però, era l'impulso a vendicarmi sul mondo. Non esistevano ancora né Internet né videocamere, e io non sarei sicuramente stato in grado di tagliare la testa a qualcuno, se non altro perché durante la lezione di biologia mi era bastato sezionare un lombrico per sentirmi male.
Non potendo diventare terrorista, non mi rimase altra scelta che fare il giornalista. Un'attività per nulla apprezzata, probabilmente ancora meno di quella del terrorista: quest'ultimo può contare infatti sulla comprensione della società, sul fatto che al momento dell'arresto gli vengano letti i suoi diritti e soprattutto sulla tendenza dell'opinione pubblica a interrogarsi per prima cosa sulle sue presunte motivazioni, chiedendosi se un terrorista avrebbe potuto davvero agire altrimenti e se la responsabilità delle sue azioni non sia forse imputabile più alla società che a lui.
Lo ammetto, sono un po' invidioso dei terroristi. Non tanto per l'attenzione che attirano su di sé, quanto per le pulsioni idealistiche che vengono attribuite o meglio ancora conferite loro. Chi ruba un'auto e a un incrocio provoca un incidente mortale è un delinquente. Chi con una bomba nello zaino fa saltare in aria un bus compreso di passeggeri è un martire, un uomo esasperato, umiliato e disperato a cui non rimanevano alternative. Ciò che più di ogni altra cosa invidio ai terroristi è il rispetto che viene tributato loro. Non appena ne emerge la totale mancanza di scrupoli, scendono in campo fior di esperti pronti a spiegare che si dovrebbe smettere di provocarli, mostrandosi piuttosto aperti al dialogo, disposti a negoziare, a cercare un compromesso e ad aiutarli a salvare la faccia. Perché solo così li si potrebbe riportare alla ragione prima che accada di peggio.
A un simile atteggiamento si dà il nome di appeasement, e proprio di questo mi accingo a parlare.

Dove si dimostra che per parlare seriamente di cose serissime non è affatto necessario scrivere dei mattoni. Io l’ho letto e l’ho goduto, e dunque, poiché vi voglio bene, vi offro l’opportunità di godere anche voi – castamente, così non fate neanche piangere il papa e la Binetti – leggendovi questo serissimo e gioiosissimo libro.

Henryk M. Broder, Evviva! Ci arrendiamo, Lindau



barbara


26 novembre 2007

GIÙ I VELI!

Ho portato dieci anni il velo. Era il velo o la morte. So di cosa parlo.
Dopo il disastro storico del 1979, l'islam e le sue derive occupano un posto eminente nel sistema educativo in Iran. Il sistema educativo nel suo insieme è radicalmente islamizzato. Le sure del Corano e le sue esegesi, gli hadìth, la shari'a, i dogmi islamici, la morale islamica, i doveri islamici, l'ideologia islamica, la società islamica, la visione del mondo islamica sono altrettanti soggetti inesauribili, tutti obbligatori dalla scuola elementare fino all'università, quali che siano le specializzazioni. «A che serve la scienza se non è al servizio dell'islam!» è lo slogan scandito durante l'anno. Da buona allieva, ci fu un tempo in cui avrei potuto diventare imam o ayatollah se, in queste materie, ci fosse stato posto per le donne.
Da tredici a ventitré anni, sono stata repressa, condannata a essere una musulmana, una sottomessa e imprigionata sotto il nero del velo. Da tredici a ventitré anni. E non lascerò dire a nessuno che sono stati i più begli anni della mia vita.
Coloro che sono nati nei paesi democratici non possono sapere a che punto i diritti che a loro sembrano del tutto naturali sono inimmaginabili per altri che vivono nelle teocrazie islamiche. Avrei meritato, come qualsiasi essere umano, di essere nata in un Paese democratico, non ho avuto questa fortuna, allora sono nata ribelle.

Presso i musulmani, una ragazza, dalla sua nascita, è un'onta da nascondere poiché non è un figlio maschio. Essa è in sé l'insufficienza, l'impotenza, l'inferiorità... Essa è il potenziale oggetto del reato. Ogni tentativo di atto sessuale da parte dell'uomo prima del matrimonio è colpa sua. Essa è l'oggetto potenziale dello stupro, del peccato, dell'incesto e anche del furto dal momento che gli uomini possono rubarle il pudore con un semplice sguardo. In breve, essa è la colpevolezza in persona, giacché essa crea il desiderio, esso stesso colpevole, nell'uomo. Una ragazza è una minaccia permanente per i dogmi e la morale islamici. Essa è l'oggetto potenziale del crimine, sgozzata dal padre o dai fratelli per lavare l'onore macchiato. Perché l'onore degli uomini musulmani si lava con il sangue delle ragazze! Chi non ha udito delle donne urlare la loro disperazione nella sala parto dove hanno appena messo al mondo una figlia invece del figlio desiderato, chi non ha sentito alcune di loro supplicare, invocare la morte sulla loro figlia o su loro stesse, chi non ha visto la disperazione di una madre che ha appena messo al mondo la sua simile, che le rinfaccerà le sue proprie sofferenze, chi non ha sentito delle madri dire: «Gettatela nella pattumiera, soffocatela se è femmina», per paura di essere pestate o ripudiate, non può comprendere l'umiliazione di essere donna nei Paesi musulmani.

Nei Paesi musulmani, malgrado il velo delle donne, lo stupro e la prostituzione fanno danni. La pedofilia è molto diffusa perché, se la relazione sessuale, non coniugale, tra due adulti consenzienti è proibita e severamente punita dalle leggi islamiche, nessuna legge protegge i bambini. Ci sono abbastanza bambini abbandonati a se stessi, in questi Paesi, per fare le spese degli impellenti bisogni sessuali degli uomini.

“Giù i veli!” è un libretto smilzo ma ricco: ricco di informazioni, ricco di riflessioni, ricco di esperienza dall’altra parte: da dietro il velo; scritto in una prosa asciutta, a tratti anche aspra, perché aspra è la realtà di cui si occupa. Ed è anche un duro e severissimo atto d’accusa nei confronti di certi intellettuali occidentali che insistono, firmano, presentano petizioni, che parlano del velo sotto il quale non hanno mai vissuto, che non smetteranno mai di lastricare di buone intenzioni l’inferno degli altri, pronti a tutto per avere il loro nome in fondo a un articolo di giornale.
E adesso che ve l’ho detto, andate a comprarlo e sbrigatevi a leggerlo.

Chahdortt Djavann, Giù i veli!, Lindau



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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