.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 novembre 2011

È PERICOLOSO ILLUDERSI

Mia madre, che lasciò Konin da ragazza per trasferirsi a Berlino con i suoi zii, non dimenticò mai quanto fosse diverso l’atteggiamento degli ebrei tedeschi nei confronti del loro Paese. Suo cugino Siegfried, che le era più o meno coetaneo, ogni giorno sedeva al pianoforte e suonava l’inno nazionale: Deutschland über Alles. «Vedi, - diceva a mia madre – io posso farlo perché sono tedesco. Tu no: tu sei una Ostjüdin, un’ebrea dell’Est». Pochi anni dopo Siegfried sarebbe stato massacrato di botte dalla Gestapo e costretto a fuggire dalla Germania senza un soldo.
Theo Richmond, Konin, pp. 257-58.

Le illusioni sono pericolose.
È pericoloso illudersi che stia arrivando la primavera quando in realtà sono in arrivo piogge torrenziali che, se ci troveranno impreparati, rischiano di sommergere tutto.
È pericoloso illudersi che basti una mano tesa per ammorbidire l’avversario, quando quello sta solo aspettando il momento più propizio per tagliarla.
È pericoloso illudersi che questo o quel partito sia amico, quando in realtà sta facendo comunella con i tuoi peggiori nemici.
È pericoloso illudersi che la notte dei cristalli sia roba vecchia di oltre settant’anni, quando invece risale ad appena quattro giorni fa.
È pericoloso illudersi, perché quando ti illudi abbassi le difese, ed è quello il momento che il tuo nemico sta aspettando, per colpirti con più facilità e più a fondo. E se qualcuno, avendo completamente dimenticato la storia, si illude che agli ebrei buoni toccherà una sorte migliore che agli ebrei cattivi, beh, prima o poi sarà costretto a sbattere il naso contro il muro della realtà.


barbara


21 aprile 2011

PALESTINA

Quasi tutti i miei interlocutori sono stati profondamente segnati da una costante, se non quotidiana, esperienza di antisemitismo nella loro infanzia: sentirsi gridare “sporco ebreo!”era un’abitudine. I polacchi avevano un vasto repertorio di nomignoli dispregiativi per gli ebrei: zydek, zydy, zydowa, zydziak, zydlak... «Come facevamo a sentirci polacchi, se nessuno ci considerava tali?» mi disse Herman Krol, un ebreo di Konin che aveva combattuto nell’esercito polacco. «“Ebrei, tornatevene in Palestina!” ci urlavano» (Theo Richmond, Konin, p. 258)

“Ebrei, tornatevene in Palestina!” urlavano. Poi qualche anno dopo ci sono finalmente tornati, e da allora quegli stessi soggetti che fino a un momento prima avevano urlato tornatevene in Palestina, hanno preso a urlare “Ebrei, fuori dalla Palestina!”. E ancora non hanno smesso.
(Siccome oggi stavo troppo male per riuscire a partire, ho rimandato a domani, e ne approfitto per mettere quest’altro piccolo post).


barbara


30 novembre 2010

30 NOVEMBRE 1939

L'annuncio della prima deportazione arrivò a Ko­nin, senza preavviso, giovedì 30 novembre. Gli Hahn sentirono un secco rumore di passi affrettati giù per la scala del loro seminterrato in Tepper Mark, ora ribat­tezzato Horst Wessel Platz: gli uomini della Gestapo sfondarono la porta e ordinarono a tutti di uscire. «Non avevamo nessun oggetto di valore da portare via - racconta Izzy - e nemmeno valigie per i vestiti: allora non si andava mica in vacanza come si fa adesso. Mia madre si mise un indumento sopra l'altro, mio padre indossò vari strati di giacche e anche noi ragazzi c'in­filammo quanta più roba possibile. Si dovette far tutto in un tempo brevissimo. Eravamo terrorizzati. Quelli della Gestapo erano molto alti, il nostro soffitto piut­tosto basso: t'immagini cosa potevano sembrare a noi bambini? Dei giganti. La mia sorellina cominciò a piangere, poi anche mamma. Non avevamo la minima idea di quello che ci sarebbe capitato o dove ci avreb­bero portati.»
I 1080 ebrei selezionati per la deportazione furono condotti nei centri di raccolta, tenuti lì fino a mezza­notte e poi trasportati con autocarri alla stazione. «Durante il tragitto gettammo un ultimo sguardo ai luoghi dov'eravamo vissuti.» Per i deportati era difficile capire che cosa stesse accadendo: fino al giorno prima avevano abitato nella propria casa, dormito nel proprio letto, mangiato al proprio tavolo. Ora si ritrovavano con quaranta o cinquanta altri prigionieri, stipati dentro un vagone merci o su un carro bestiame, rannicchiati o di­stesi sulle nude assi, stringendosi l'uno all'altro per combattere il gelo di dicembre. Erano affamati, oppressi dalla sete, costretti a respirare il fetore di secchi stracolmi, usati come latrina; i bambini piangevano, gli anziani si lamentavano, qualcuno sveniva. E tutto questo senza sapere a cosa andavano incontro.
Spesso il convoglio veniva deviato su binari morti per far passare i trasporti militari. A volte rimaneva fermo per ore e ore, e l'agonia era ancora più interminabile di quando si viaggiava. Il treno seguiva certi itinerari viziosi che lo riportavano spesso negli stessi luoghi, ma si dirigeva comunque verso est. La seconda mattina le guardie aprirono le porte e concessero ai passeggeri cinque minuti d'aria accanto ai vagoni. Felig Bulka, il medico di Konin, era fra i deportati e correva da un vagone all'altro per prodigare il suo aiuto. Il 3 dicembre il treno fece il suo ingresso nella stazione di Ostrowiec Swietokrzyski, città industriale nella Provincia di Kielce: c’erano voluti più di due giorni per percorrere i duecentosessanta chilometri che la separano da Konin. Ad accogliere inuovi arrivati, che uscivano barcollanti dal treno, c’era un comitato: distribuì pane e tè, e per tutti trovò una sistemazione in casa di ebrei.
La prima deportazione allontanò da Konin circa la metà degli ebrei che vi abitavano all'arrivo dei tedeschi. Nel luglio del 1940 venne deportata la restante metà, inizialmente verso Zagórów, Grodziec e altri villaggi della campagna a sud di Konin. Gli ebrei trovavano riparo dove potevano: nei granai, nelle stalle o in stan­ze prese in affitto dai contadini.
Sebbene tutta la popolazione polacca abbia patito pro­fondamente in questo periodo, il 1941 fu «rok zydowski», l'"anno degli ebrei", come lo definì Antoni Studzinski.
Convogli sempre più frequenti viaggiavano verso est, con il loro carico di deportati diretti ai Ghetti di Ostrowiec e di Józefów-Bilgorajski (nei territori del Governatorato generale della Polonia centrale), o raggiungevano di­rettamente Treblinka e gli altri campi della morte. Ma
a migliaia di famiglie ebree della regione di Konin fu­rono risparmiati questi terribili viaggi: vennero sempli­cemente massacrate nella foresta di Kazimierz Biskupi, a non più di quindici chilometri dalla Piazza Grande della città.
Verso la metà del 1942 i burocrati tedeschi potevano già esibire con orgoglio le loro statistiche con un sod­disfacente zero in corrispondenza di una delle voci: a Konin non c'era più un solo ebreo. (Konin, pp.138-140)

Adesso non è più consentito deportare ebrei dall’Europa; è per questo che sono costretti ad ammazzarli sul posto, dove li trovano: in sinagoghe, sedi di comunità, centri di studio, eccetera. Da Israele invece riescono ancora a deportarli: penetrano all’interno dello stato, qualcuno lo ammazzano subito, qualcuno se lo portano via. E, oggi come allora, la Croce Rossa non muove un dito per tentare di visitarli e le famiglie, dopo anni, ancora non hanno modo di sapere se siano vivi o morti.

barbara


20 novembre 2010

KONIN

Se già prima della guerra – quando in città erano quasi tremila – si erano sentiti vulnerabili, figuriamoci adesso che non erano più di una trentina. I polacchi li avevano accolti con battute del tipo: «Quanti ebrei che tornano indietro!» La comunità ebraica era stata sterminata, eppure i sopravvissuti avevano l’impressione di essere ancora troppi per i polacchi. «Ma com’è che i tedeschi non hanno incenerito anche te?»

“La città che vive altrove” è il sottotitolo di questo libro: perché lì, di ebrei, non ne è rimasto nessuno. Quelli che ancora esistono, degli abitanti ebrei di questo tipico shtetl dell’Europa orientale, sono i discendenti di coloro che sono scampati allo sterminio emigrando prima, come l’autore, e i pochissimi sopravvissuti alla deportazione. Ed è presso queste persone che Theo Richmond compie il suo pellegrinaggio della memoria – simile, sotto molti aspetti, a quello di Daniel Mendelsohn – alla ricerca dei frammenti di quel mondo scomparso, alla ricerca di volti e voci e ricordi e immagini. Alla ricerca di un mondo che è stato cancellato, per ridare vita a ciò che è stato annientato. Con l’irrimediabile rimpianto di essere arrivato, come gli dice uno dei suoi interlocutori, con venticinque anni di ritardo: troppo tardi per riempire tutte le lacune, troppo tardi per recuperare tutte le tessere del mosaico, e tuttavia ancora in tempo, per nostra fortuna, per offrirci un grandioso affresco miracolosamente sottratto all’oblio. Con pazienza. Con perizia. Con infinito amore.

Dove sono finite oggi tutte queste persone? «Passate a miglior vita» risponde lapidario Joe. Ogni speranza di riscoprire le tracce di altri suoi concittadini, di altre memorie da saccheggiare, sembra svanire. Poi ci ripensa e tira fuori due nomi, uno del figlio di un macellaio di Konin che viveva vicino a Londra, per quanto ne sapeva lui; l'altro di un uomo più anziano che, «se è ancora vivo», dovrebbe abitare a Hove, sulla costa meridionale. Joe però non mi sa dare né gli indirizzi né i numeri di telefono.
Gli indizi erano vaghi, eppure riuscii a rintracciare Henry, il figlio del macellaio, sopravvissuto a Mauthausen. E lui mi mandò a Ilford da Izzy, un suo coetaneo di Konin sopravvissuto ad Auschwitz, e da un sarto ottantenne che confezionava ancora gli abiti su misura a Whitechapel. Trovai il vecchio di Hove, che a Konin faceva il calzolaio ed era stato invitato alla circoncisione del figlio del macellaio. Lui ricordava, ancora bambina a Konin, una bibliotecaria di Pinner e lei mi indicò il figlio di un ricco possidente, che abitava ad Harrow ma era nato nella tenuta di famiglia, sulle sponde della Warta. Il figlio del possidente m'indirizzò a Edgware, da una vecchia signora discendente di una delle famiglie intellettuali di Konin, e lei mi accompagnò a sud di Londra da sua nipote, figlia di uno scultore di Konin, con uno zio attivista rivoluzionario del Bund che era scappato da Konin nel 1905, con la polizia segreta zarista alle calcagna. Fu l'inizio.

Settecento e passa pagine, e si leggono in un soffio.

Theo Richmond, Konin, Instar Libri




barbara

sfoglia     ottobre        dicembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA