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Diario


7 febbraio 2012

E RIPARLIAMO DELLA SIRIA

07-02-2012
Trecento morti in un week-end, e neanche una parola di protesta

Di Eliezer Yaari

Più di trecento persone sono state uccise, in Siria, lo scorso fine settimana, dalle forze del loro stesso governo: uccise dal fuoco di tank, obici e cannoni. Le loro case sono state distrutte, a centinaia sono ancora sepolti sotto le macerie. C’è una lunga scia di sangue dietro a questi numeri, immagini traballanti di bambini gettati dalle finestre, il filmato preso col cellulare di un uomo che cammina, si sente un colpo, e l’uomo cade al suolo.

Più di trecento persone. Ed è successo dopo giorni e giorni di cifre più “modeste”: solo 15 o 35 o 58 morti al giorno. E succede qui a due passi, appena al di là del confine, a un’ora di auto da Kiryat Shmona. Un despota fascista fuori controllo sta massacrando la propria gente. Uno può dire, beh, è da settimane che i commentatori vanno dicendo che finirà da un momento all’altro, ed è stato convocato il Consiglio di Sicurezza: com’è che ti viene in mente adesso? In fondo è una faccenda interna di arabi che uccidono altri arabi: sei diventato improvvisamente un cuore tenero? […]

La verità è che da settimane scrivo di questo, cercando di suscitare l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani. Personalmente, ho dedicato i miei migliori anni e tutte le mie energie a crearle e sostenerle, nella convinzione che i diritti umani non si possono dividere: non è lecito discriminare una donna che deve partorire perché è araba, non è lecito discriminare uno scolaro etiope perché ha la pelle scura, non è lecito tacere ignobili atti tirannici solo perché avvengono nei paesi arabi a due passi da noi. Gli stati non devono rimanere in silenzio davanti a un massacro, figuriamoci le organizzazioni per i diritti umani. Ma le risposte che ricevo sono elusivi mugugni del tipo: “è compito di Amnesty International”, oppure: “guarda, il mondo sta reagendo e noi facciamo parte del mondo”. Nell’ambiente in cui opero sin dagli anni ’90 vi sono molte organizzazioni arabe. Nelle scorse settimane le ho chiamate. Si calcola che in Siria siano state assassinate fra le cinque e le diecimila persone, ho detto loro. E ho chiesto: com’è che davanti alle immagini delle file di corpi senza vita, in tutti questi mesi non c’è stata una sola manifestazione di protesta contro un tale massacro? Qualcosa di paragonabile almeno alle manifestazioni degli arabi israeliani per la Giornata della Terra o per la Giornata della Nakba. […]

In tutti questi anni, diversi parlamentari arabi israeliani sono andati in Siria a cercare i favori del despota siriano che oggi sta massacrando la sua gente. Si sono seduti con il capo dei killer abbeverandosi ad ogni sua parola; e dopo tutto questo, non si ode una sola voce fra loro che si levi per dire “Basta spargimenti di sangue!”. Forse stanno protestando e sono io che non ho udito le proteste. È possibile: non leggo la stampa araba. Ma non dovrebbe essere un dibattito interno, da tenersi a porte chiuse: tutta la popolazione israeliana dovrebbe esserne messa a parte. So che non è facile essere minoranza araba in Israele e uscirsene pubblicamente contro qualcuno del mondo arabo. Ma ci sono dei limiti: trecento morti ammazzati, migliaia di feriti in un solo fine settimana, e neanche una piccola manifestazione nella piazza centrale di Nazareth o di Shfaram? Vale così poco il sangue degli arabi? Ricordo nell’ottobre 2000, quando tredici arabi israeliani persero la vita in violentissimi scontri con le forze di sicurezza: l’intero paese tremò sotto le enormi manifestazioni nelle regioni di Galilea e Wadi Ara, vi furono sit-in, commissioni d’inchiesta, condanne, discorsi infuocati.

Ed eccoci qui, nei giorni della “primavera” trasformata in un agghiacciante inverno, e tutto quello che sento è il parlamentare arabo-israeliano più popolare fra il pubblico ebraico, Ahmed Tibi, che sale sul podio per leggere, con insolito fervore, un pistolotto circa un parlamentare razzista e un po’ svitato della lista Yisrael Beiteinu. Che sagacia! Che coraggio! Ahmed Tibi sa bene che si tratta di chiacchiere oziose e di un diversivo, giacché nel giorno stesso del suo fervorino altri arabi venivano massacrati a decine: e non dai cattivi ebrei, ma dalle mani della loro stessa gente. Eppure non si odono proteste. Né lui né nessun altro leader della società civile arabo-israeliana è salito sul podio per aggiungere la propria voce alla richiesta del mondo che si ponga fine alle uccisioni: nessun cantante ha intonato canzoni, nessun giornalista ha deplorato, nessuna parlamentare si è imbarcata su nessuna flottiglia, mentre i politici continuavano a farsi intervistare nei talk show.

Forse nell’intimo vi sono vergogna, dolore, rassegnazione. Forse. Ma tutto quello che noi sentiamo è il silenzio: l’immenso, oscuro silenzio che consente lo spargimento di sangue di bambini siriani. Perché è proibito intromettersi nelle questioni interne di un assassino come Bashar Assad.


Ma è un silenzio che riecheggerà per molti anni a venire.

(Da: Ha’aretz, 6.2,12 - traduzione
http://www.israele.net/articolo,3353.htm)


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Dove siete oggi, voi che avete l'abitudine di inondare le piazze del mondo ogniqualvolta Israele reagisce contro la furia omicida dei suoi nemici?

Dove siete oggi, voi che che sapete elencare a memoria tutte le risoluzioni dell'ONU contro Israele? Dove siete oggi, che quella stessa Onu rimane muta e complice? Dove siete oggi, che i sogni di libertà della gioventù araba vengono annegati nel sangue?

Dove siete oggi, mentre i media ci informano di massacri con decine di migliaia di morti innocenti?

Dove siete oggi, voi? Ve ne state al calduccio delle vostre case.

Voi siete quelli che hanno avuto sempre la lacrima pronta per i "poveri palestinesi", sempre disposti a giustificare ogni orrore commesso da quegli aguzzini di Hamas, di Fatah, di Hezbollah, che sono la peggiore feccia di tutto il mondo arabo.

Oggi comincio a capire chi siete. Siete i Nuovi Crociati: i Crociati in poltrona, quelli che senza muovere un dito godono della morte degli "infedeli". Siete quelli che odiano tanto l'idea che gli Ebrei possano avere pace, quanto quella che gli Arabi possano avere libertà e democrazia.

Adesso che ho scoperto il vostro gioco, oltre a provare per voi il ribrezzo di sempre, provo vero orrore.

 

Fulvio Del Deo

 

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In realtà non abbiamo affatto bisogno di chiederci dove sono tutti costoro, perché sappiamo benissimo che i buoni di professione sono intensamente occupati in cose molto ma molto ma molto più importanti di queste.

barbara


4 febbraio 2012

AM ISRAEL CHAI VE CHAIAM

IL POPOLO D’ISRAELE VIVE E VIVRÀ

Accadeva una volta, in tempi barbari e selvaggi, che chi si metteva in viaggio corresse il rischio di incontrare dei predoni: assaltavano, costoro, carrozze e diligenze, carovane e viaggiatori isolati, per depredare i malcapitati di denaro e gioielli.
Accade ancora oggi, in talune contrade, che bande di predoni si appostino per dare l’assalto ad auto di passaggio. Non vogliono però, questi moderni predoni, impadronirsi di beni materiali, bensì conquistare qualcosa di molto più elevato: il Paradiso. Il Paradiso, per chi non lo sapesse, si guadagna uccidendo ebrei. Le contrade in questione, naturalmente, si trovano in Terra d’Israele.
Il 23 settembre 2011 una banda di questi predoni spirituali e idealisti assaliva l’auto di Asher Palmer, uccidendo lui e il figlio Yonatan, di un anno.


                         

Puah, la moglie di Asher, era incinta di cinque mesi. Ora Michael Craig Palmer, padre di Asher e nonno di Yonatan, ci informa che Puah ha dato alla luce un maschietto, di nome Orit. E si continua così come è sempre stato: loro producono morte, il popolo d’Israele produce vita. E non smetterà di danzare. Mazl tov, piccolo Orit, benvenuto al mondo.

barbara

ERRATA CORRIGE: Mi si informa che Orit è un nome femminile. Nel testo inglese non era precisato: l'autore del testo aveva evidentemente dato per scontato che ogni lettore lo sapesse, mentre io avevo dato per scontato che a riempire il vuoto lasciato dal piccolo Yonatan fosse arrivato un fratellino.


1 febbraio 2012

E NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA È TOCCATO VEDERE ANCHE QUESTO

Egregi Signori,
con la presente desidero mettervi a conoscenza di quanto accaduto nel pomeriggio di domenica 29 Gennaio a Nova Milanese.

L'Anpi cittadina, con la collaborazione di diversi esponenti della sezione di Paderno Dugnano, ha organizzato una conferenza dal titolo "Per non dimenticare".
http://www.peacelink.it/pace/a/35413.html   
La conferenza è iniziata con la presentazione di un libro della Professoressa Laura Tussi, esponente Anpi di Paderno, che ha preso gran parte del tempo disponibile, proseguendo poi con un documentario molto ben fatto da Daniele Marzotta sul lager di Natzweiler-Struthof.
Ha poi parlato il coautore del libro presentato all'inizio, seguito dal figlio di un deportato politico.
È stata quindi la volta di Mario Petazzini, esponente di spicco dell'Anpi di Paderno Dugnano, nonché di Rifondazione Comunista.
Il suo discorso è stato quantomeno fuori dal contesto, visto che si è lanciato in elucubrazioni sull'attualità con non avevano attinenza con la conferenza. Probabilmente il signor Petazzini pensava di essere a un comizio politico pre elettorale.
Ma questo non è importante.
Ciò che conta è che al termine dell'intervento egli ha elencato le stragi efferate che ancora oggi si compiono, a suo dire simili a quelle naziste, enumerando nell'ordine la ex Jugoslavia, il Ruanda, la Cambogia, e... naturalmente la Palestina.
A questo paragone improprio e indegno tra Auschwitz e Gaza in sala si sono levate delle proteste con la richiesta di ritrattare la dichiarazione e alcune persone hanno lasciato la sala.
Petazzini ha però rincarato la dose, dicendo testualmente che "Gaza è un grande lager".
Alla richiesta di scuse ha aggiunto, "Io non mi scuso di niente, tutti noi (dell'Anpi) la pensiamo così."

Alla conferenza è stata invitata anche mia madre, Anika Schiffer, che ha parlato per ultima, dopo di lui.
Mia madre e i suoi fratelli hanno trascorso dopo l'emanazione delle leggi razziali, anni di miseria, terrore ed emarginazione, per poi fuggire in montagna con la banda partigiana di Giorgio Bocca, la 2a divisione, inseguiti e ricercati dai nazifascisti in quanto ebrei.
Il loro destino era Auschwitz.
Il padre di mia madre, mio nonno, non riuscì a fuggire e fu portato prima al centro di raccolta di Borgo San Dalmazzo, poi a Fossoli e infine ad Auschwitz.
Era nella stessa baracca di Primo Levi, da cui mia madre negli anni del dopoguerra ebbe le informazioni sulla sua fine.
Mori il 10 Gennaio 1945 ed uscì per il camino 17 giorni prima che l'Armata Rossa entrasse nel campo.

Le persone che hanno lasciato la sala sono rientrate per ascoltare mia madre.
Ha raccontato la sua storia, come fa quando la invitano a parlare in circostanze simili, a un uditorio particolarmente attento e interessato.
Verso il termine dell'intervento ha tentato di dire qualche parola su Israele, che da Petazzini era stato provocatoriamente descritto come "l'impero del male". È riuscita a dire solo qualche frase smozzicata, interrotta in continuazione da Petazzini e altri due esponenti dell'Anpi di Paderno, che non gradivano quello che stava tentando di dire.
All'ennesimo tentativo di ricominciare la frase su Israele, Mario Petazzini HA SPENTO IL MICROFONO ad Anika Schiffer, dichiarando frettolosamente chiusa la conferenza. Le ha proprio schiacciato il pulsante di funzionamento del microfono, togliendoglielo da davanti.
A quel punto il pubblico ha protestato vivacemente per il gesto antidemocratico e vergognoso di vietare la parola a una signora ottantenne, scampata ad Auschwitz, che cercava di spiegare che Israele non era quello che sosteneva Petazzini.
Lui, molto innervosito dal fatto che qualcuno potesse contestarlo, ha addotto puerili e ridicole scuse relative al tempo che sarebbe terminato.
Bugie. Sia perché la sala era prenotata fino alle 19.00 ed erano le 18e40, sia perché in quel caso sarebbe bastato sussurrare all'orecchio di mia madre una cosa del tipo: "Vada a chiudere".
È stata un'operazione di vergognosa censura, degna degli "antisemiti progressisti" e di come li descrive assai bene Fiamma Nirenstein nel suo omonimo libro.
Tutta la sala si eè accorta chiaramente della volontà del Petazzini di non fare dire cose che non gli piacevano, supportato dagli altri esponenti dell'Anpi di Paderno Dugnano. Il suo gesto è stato inqualificabile e chiarissimo.
Sono riuscito a raccogliere i nominativi e i recapiti di 11 dei presenti, che scandalizzati dal suo comportamento sono pronti a testimoniare quello a cui hanno assistito. Nel caso voleste ascoltarli non avete che da chiedermi la lista.
Inoltre sono in possesso del filmato della conferenza, dal quale potreste ben comprendere cosa è successo. Se lo volete non avete che da chiedermelo.
Ma anche gli organizzatori hanno filmato TUTTA la conferenza, senza interruzioni, perché mi hanno detto che desideravano inserirla su You Tube.
Chiedete a loro il filmato integrale. Sono certo che la loro telecamera, posizionata su un cavalletto fisso, ha funzionato ininterrottamente fino alla fine.
Se vi dicessero che qualcosa non è stato registrato, sappiate che mentirebbero.
Nel post conferenza sono continuate le discussioni, mentre mia madre, distrutta e profondamente amareggiata per l'ignobile trattamento ricevuto veniva portata via da mia sorella.
Tra altre perle degli esponenti dell'Anpi vi segnalo solo questa: "Ha ragione Ahmadinejad a volere la bomba atomica, d'altra parte Israele ce l'ha gia'"
Il resto preferisco risparmiarvelo, ma si trattava dei soliti luoghi comuni antisemiti a cui, purtroppo siamo abituati.
Solo che non ce li aspettavamo da voi.
Non voglio credere che anche per voi gli unici ebrei buoni siano quelli morti, su cui riversate la vostra pietà, destinando invece il vostro odio a quelli vivi e che magari (ma tu guarda che pretese!) non si vorrebbero fare ammazzare.
Nel comunicarvi che riceverete la mia tessera strappata a uno dei vostri indirizzi, vi chiedo:
La posizione ufficiale dell'Anpi è che è vietato parlare di Israele nelle conferenze da voi organizzate?
Anche a quelle in teoria organizzate per ricordare la Shoah?
Pensate che Gaza e Auschwitz siano la stessa cosa, come i peggiori negazionisti e gli esponenti dell'estrema destra neonazista?
Ritenete che Ahmadinejad faccia bene a procurasi armi nucleari?
La posizione del vostro esponente Mario Petazzini è anche la vostra?
Se cosi fosse ne prenderemmo atto, tirando le debite conclusioni.
Se invece così non fosse, intendete intervenire nei confronti dei responsabili di questi atteggiamenti?
Vi sarò grato per una vostra risposta che, sono certo, non potrà mancare, fosse anche solo per una questione di educazione.
Provvederò personalmente a girarla a tutte le persone e le Associazioni che ci leggono in copia.
Saluto distintamente,
Roberto Cavallo Schiffer (da Informazione Corretta)

Come sono solita dire in questi casi, in realtà è vero che Gaza è esattamente come Auschwitz:
Auschwitz era un'istituzione guidata da una cricca di criminali che aveva come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei, e Gaza è un'istituzione guidata da una cricca di criminali che ha come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei. Davvero, con tutta la buona volontà è difficile trovare differenze sostanziali.
Comunque per avere una qualche idea su questa tragica prigione a cielo aperto in cui le vittime diventate carnefici stanno lasciando agonizzare un milione e mezzo di persone, suggerisco di dare un’occhiata a uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto nove.


barbara


31 gennaio 2012

BESTIE A QUATTRO ZAMPE VERSUS BESTIE A DUE ZAMPE


 

Una femmina di leopardo uccide una femmina di babuino, per nutrirsi, ma nel momento stesso in cui termina di ucciderla e sta per cominciare a mangiarla, si accorge che attaccato al suo corpo c’è un piccolo appena partorito. E di colpo la belva a quattro zampe dimentica la preda, dimentica la fame, dimentica ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: un piccolo indifeso, da lei reso orfano, da accudire, da proteggere dai nemici, da scaldare nel freddo della notte.
Due maschi di umani entrano in una casa e uccidono, con efferata ferocia, due genitori, per il gusto di uccidere. Ne uccidono anche, con efferata ferocia, due cuccioli, per il gusto di uccidere. Terminata la mattanza stanno per andarsene, quando l’ultima nata, una bambina di tre mesi, comincia a piangere, e di colpo le belve a due zampe dimenticano il pericolo di essere sorpresi, dimenticano la necessità di allontanarsi il più in fretta possibile, dimenticano ogni cosa, perché una priorità assoluta si impone: una neonata, da loro resa orfana, da sgozzare.

E poi c’è qualcuno che festeggia il lieto evento dello sgozzamento, e qualcuno che chiama queste belve a due zampe eroi di cui essere fieri. E poi c’è qualcun altro che saggiamente e pacatamente ci spiega che con loro si deve fare la pace. E sicuramente ci sarà qualcun altro ancora che ci racconterà che questa, però, è un’altra storia.

barbara


30 gennaio 2012

REGALIAMOCI UN RIPASSINO DI STORIA

Che ogni tanto fa bene: per chi la storia la sa ma gli manca qualche dettaglio; per chi la sapeva ma l’ha un po’ dimenticata; per chi più o meno la sa ma con tutte le menzogne che girano è un po’ frastornato; per chi non la sa ma la vorrebbe sapere; per chi l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera.

Restituzione e pulizia etnica

Cari amici,
durante una discussione con un lettore di IC, non proprio d'accordo con la nostra linea, è emerso un argomento importante, che mi accorgo di non aver mai trattato a sufficienza. Cerco di esporvelo qui, perché mi sembra che non solo io non ne parli abbastanza, ma sia proprio rimosso.
Il fatto è questo. Durante le trattative, e la propaganda infinitamente ripetuta che praticano secondo la ricetta di Goebbels ("mentite, mentite, alla fine vi crederanno tutti"), i "moderati" dell'Autorità Palestinese ripetono che precondizione delle trattative (che hanno appena abbandonato di nuovo "definitivamente", lo sapevate?
http://www.haaretz.com/print-edition/news/palestinians-peace-negotiations-with-israel-have-ended-1.409229) la "restituzione" dei "territori occupati" da Israele nei "confini" del "67".
Ora, sappiamo tutti che non si tratta di "confini", ma di linee armistiziali, come gli stessi stati arabi vollero precisare esplicitamente negli accordi armistiziali del '49, evidentemente con l'idea di cercare presto la rivincita per cancellarli. E sappiamo anche che non sono del '67, ma del '49, non la premessa di una guerra di conquista di Israele, che non c'è mai stata, ma la conclusione di una durissima e sanguinosissima autodifesa contro la "guerra di sterminio e di massacro" (così definita dal segretario della Lega Araba d'allora, 'Abd al-Rahman 'Azzam Pascià: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele).
Ma vale la pena di concentrarsi sull'altro elemento propagandistico: "restituzione". Si restituisce una cosa a qualcuno che l'aveva. Ma fra il '49 e il '67 chi aveva quei territori era uno stato che si chiamava Transgiordania, ritagliato abusivamente dagli inglesi nel '22 dal mandato che era stato loro affidato dalla conferenza di San Remo allo scopo di realizzarvi "la patria nazionale ebraica" (Jewish National Home). La Transgiordania si annesse la "Cisgiordania" e si fece chiamare da allora Giordania. Ma anche se la maggioranza dei suoi cittadini è più o meno parente o ha origini analoghe a quelle degli arabi che vivono dall'altra parte del Giordano, ha sempre rifiutato, ora come cinquant'anni fa, di dichiararsi "stato palestinese". Sono "hashemiti", dicono, legati a origini arabe (il che è vero per la dinastia regnante) e alla cultura beduina. Hanno anche rinunciato a ogni pretesa sulla "Cisgiordania" e stanno cercando di togliere la cittadinanza ai "palestinesi", stanziati lì da sempre.
E allora perché "restituzione"? Perché sono arabi anche loro, com'erano arabi anche gli egiziani che occuparono Gaza nello stesso periodo, senza però annetterla. Si tratta dunque di "restituire" agli arabi una terra che come arabi non avevano più governato dal tempo delle Crociate (quando era passata di mano dal califfato di Baghdad, arabo benché lontano) ai Mammelucchi e poi agli ottomani, entrambe dinastie turche). La richiesta della "restituzione" getta dunque molte ombre sull'autonomia nazionale "palestinese". Quel che conta è un governo arabo o anche solo islamico - tant'è vero che i "palestinesi" non hanno mai fatto "resistenza" contro giordani ed egiziani, certamente occupanti e con minor titolo degli israeliani, visto che col mandato internazionale di Palestina non avevano a che spartire.
Ma c'è di più, qualcos'altro che la dirigenza "palestinese" rimpiange e cui vuole con tutte le sue forze ritornare. Durante l'occupazione giordana, la situazione era questa: nella "Cisgiordania" non c'erano ebrei, non uno solo, non era loro permesso neanche venire in visita alle tombe, tanto meno pregare nei luoghi sacri. In Israele invece gli arabi c'erano, stavano bene e crescevano. Insomma, la situazione ideale, la stessa che ora vorrebbe Abu Mazen: un territorio "judenrein" (per dirla coi nazisti) in mano agli arabi, se non ai palestinesi, e una Israele che sarebbe stata prima o poi "conquistata dal ventre delle donne", come si espresse Arafat, se non dalle armi. Perché non c'erano ebrei nella "Cisgiordania" occupata dai giordani? Perché erano stati cacciati a suo tempo dai Romani, dai bizantini, dagli Abbassidi, dai Crociati, dai Mammelucchi ecc. ? Tutte queste cacciate erano avvenute, ma gli ebrei non si erano mai del tutto staccati dalla loro terra (che più delle pianure costiere che formano buona parte dello stato di Israele erano state proprio le colline di Giudea e Samaria). Ci erano sempre ostinatamente tornati.
No, c'era stata un'altra cacciata, una vera e propria pulizia etnica, l'ultima (o nelle speranze di Abu Mazen e dei "pacifisti", la penultima). Quella realizzata dai Giordani (e dai loro "consiglieri" britannici che ne inquadravano l'esercito secondo le tipiche modalità colonialiste). Durante la Guerra d'Indipendenza i giordani "ripulirono" sistematicamente tutte le antichissime residenze ebraiche (Gerusalemme, Hebron ecc.) e naturalmente anche i numerosi insediamenti moderni, le fattorie e i villaggi (buona parte dei quali è stata di nuovo popolata dopo il '67 diventando nel gergo arabo e "pacifista" le "colonie"). Si trattò di un'azione molto violenta che comportò per esempio la distruzione di tutte le sinagoghe del quartiere ebraico di Gerusalemme, la devastazione di tutte le case ebraiche ecc. (http://www.zionism-israel.com/his/Hadassah_convoy_Massacre-4.htm)
Fu un caso? Il frutto delle cieche violenze della guerra? Niente affatto. Il colonnello Abdullah el Tell, comandante locale della Legione Araba giordana, ha descritto la distruzione del quartiere ebraico, nelle sue Memorie: "Le operazioni di distruzione calcolati furono messe in moto...  Sapevo che il quartiere ebraico era densamente popolato da ebrei... Ho iniziato, pertanto, il bombardamento del quartiere con mortai, attuando danni e distruzione... Solo quattro giorni dopo il nostro ingresso in Gerusalemme il quartiere ebraico era diventato il loro cimitero. Morte e distruzione regnavano su di esso... All'alba di venerdì 28 Maggio 1948, il quartiere ebraico emerse distrutto in una nera nuvola, una nuvola di morte e agonia..." Il comandante giordano riferì ai suoi superiori: "Per la prima volta in 1.000 anni, non un singolo Ebreo rimane nel quartiere ebraico. Non un singolo edificio rimane intatto. Questo renderà impossibile agli ebrei tornare qui" (http://www.israpundit.com/archives/38787). Insomma fu una vera e propria deliberata pulizia etnica. Guardate qui alcune foto: http://proisraelbaybloggers.blogspot.com/2011/11/ethnic-cleansing-of-jerusalem.html.
"Anche se solo il Pakistan e la Gran Bretagna riconobbero la sovranità di Hussein su quello che i media mondiali continauano a chiamare, secondo l'ottica giordana "West Bank" "Cisgiordania" e "Gerusalemme Est", la parte orientale di Gerusalemme e il resto di Giudea e Samaria fu oggetto di una vera e propria pulizia etnica dei suoi ebrei.
Ebrei vissero in tutte le parti di Gerusalemme da secoli, tutt'intorno al  Monte del Tempio, fino al 1948 quando i soldati di re Hussein ne uccisero molti e costretto il resto fuori. Per 19 anni il re Hussein di Giordania non solo ha reso la parte orientale di Gerusalemme (la sola su cui aveva potere, lo avrebbe fatto dappertutto se avesse potuto) "judenrein", ma ha sradicato i simboli ebraici. I cimiteri furono vandalizzati. Lapidi ebraiche furono utilizzate per strade e servizi igienici. 58 sinagoghe ebraiche nella Città vecchia distrutte o trasformate in stalle per cavalli. Il tentativo giordano di cancellare ogni traccia di presenza ebraica quasi riuscì, ma fu sconfitto dagli israeliani nel giugno del 1967." (http://www.palestinefacts.org/pf_independence_jerusalem.php). Per questo è sbagliato parlare di occupazione israeliana di Gerusalemme e bisogna capire che fu una liberazione.
Il paradosso vuole che i "nuovi storici" israeliani hanno attentamente analizzato ogni traccia di un presunto tentativo israeliano di fare pulizia etnica nel '48-49 dai territori su cui avevano potere (trovando tracce di qualche incidente, ma nulla di più, come provano le centinaia di migliaia di arabi che non accolsero l'appello degli eserciti arabi a fuggire dalle loro case e sono rimasti indisturbati da allora, moltiplicando numeri e ricchezza. E oggi i palestinesi e i loro amici all'Onu e nei giornali di sinistra accusano Israele di voler "giudeizzare" Gerusalemme. Ma la pulizia etnica giordana non è ricordata, né indagata dagli storici. E soprattutto non si parla del progetto "palestinese" di ripeterla sui territori che saranno loro assegnati e possibilmente su tutta Israele.
la questione delle "colonie" è tutta qui, un affare di pulizia etnica, la riproduzione oggi di quel che  avvenne in passato, di quel che progettava instancabilmente Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler (http://blogs.jpost.com/content/same-message-different-mufti-rhetoric-1940s-2012). Non dimentichiamolo, la restituzione della terra vuol dire per gli arabi la sua pulizia etnica.

Ugo Volli  (informazione corretta)

Sì, la questione è davvero tutta qui: i nuovi nazisti hanno tentato di portare a termine l’opera dei vecchi nazisti di Hitler, non ci sono riusciti, e allora stanno continuando a chiedere al mondo di aiutarli a farlo. E il mondo sta continuando a cercare il modo di farlo senza farsi notare troppo. Pare che Hitler abbia detto una volta: “Il mondo ci ringrazierà per avergli fatto il lavoro sporco”. Non si sbagliava.

barbara


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


21 dicembre 2011

ISRAELE E IL TERRORISMO: DOPO 25 ANNI EX TESTA DI CUOIO RACCONTA

di Anna Rolli

Un vecchio articolo, tanto per non perdere l’abitudine.

"In quegli anni, in tanti kibbutz, i bambini non vivevano con i genitori, vivevano nel centro dell'abitato, nella bet ayeladim: la casette dei bambini e a Misgav Am, quella notte, nella casetta stavano dormendo 15 bambini e bambine, i più grandicelli di 4 o 5 anni gli altri piccoli, piccoli. Quando i terroristi sono entrati li hanno chiusi tutti in una stanza, poi hanno rotto la lampadina sulla porta d'ingresso....
Il mio gruppo, quel sabato, era di turno e verso l'una di notte è scattato l'allarme. Ci hanno ordinato di prendere le armi e di andare fuori ad aspettare gli elicotteri che stavano arrivando. Dopo un'oretta è arrivato il contrordine e ci hanno rimandati a dormire, però senza spogliarci. Dopo un'altra ora e mezza ci hanno richiamati e questa volta gli elicotteri erano già atterrati e ci stavano aspettando...".

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Yehuda abita in un kibbutz, in una piccola casa in Galilea, oggi il suo lavoro è quello di educatore dei giovani ma nell'esercito, per anni, ha fatto parte delle teste di cuoio, il corpo più prestigioso, quello addestrato per i compiti più difficili. Mi ha ripetuto più volte che del suo lavoro non può raccontarmi proprio niente e mentre io lo guardo con malcelato disappunto mi coinvolge in una risata.
- "Se vuoi ti racconto tutto, però dopo dovrò ammazzarti. Sei d'accordo?"

-
"Certamente" gli rispondo "Perché no! Mi sembra un vero gentlemen's agreement! Vai pure avanti.
- "Uno dei nostri compiti consisteva nel combattere il terrorismo, quello conosciuto e quello ancora sconosciuto. Dovevamo essere preparati per qualsiasi evenienza e in qualsiasi momento. Per esempio, poco prima del mio arruolamento tre o quattro terroristi hanno sequestrato un autobus lungo la strada principale del paese tra Haifa e Tel Aviv. C'erano 50 persone e lo hanno fatto saltare.
È stato un momento molto difficile. Abbiamo avuto moltissimi morti e moltissimi feriti. Una delle cause è stata il fatto che i soldati dell'esercito non erano addestrati per fronteggiare un attacco del genere. Si trattava della prima volta e non sapevano che cosa fare.
Un'altra volta hanno rapito e preso in ostaggio dei ragazzini che dormivano nella scuola di Maalot. Erano ragazzini di Safed, la città santa dove è nata la cabalà, erano in gita scolastica qui in Galilea e allora si usava molto che gli scolari, per una notte, dormissero nelle classi delle scuole con i sacchi a pelo per poi, la mattina dopo, continuare la gita.
Non so se i terroristi lo sapessero, forse hanno visto le luci nella scuola e sono entrati. Li hanno presi come ostaggi e siccome non era mai accaduto prima nessuno sapeva cosa fare... ognuno tentava di inventare qualcosa... cercavano di salvare i ragazzini però alla fine ci sono stati tanti morti e tanti feriti. Sono stati uccisi anche i terroristi però è costato tanto, davvero tanto.
Così, in seguito, quando hanno formato le squadre antiterrorismo ci hanno insegnato tutto ciò che si era imparato dall'esperienza passata. Prima seguivamo i corsi e poi ci allenavamo".

-
Io ho già saputo dagli altri del kibbutz quello che Yehuda ha fatto tanti anni fa, quando era una giovane testa di cuoio. Di Misgav Am si può  parlare, dopo 25 anni non è più un segreto militare, per questo lo incalzo con le mie domande.
- Il Kibbutz di Misgav Am si trova all'estremo Nord e la sua recinzione corre lungo il confine con il Libano, i terroristi avevano scavato sotto e l'allarme non ha funzionato e così sono entrati all'interno. Era un sabato sera e si teneva l'assemblea del kibbutz. Verso mezzanotte finita l'assemblea, il segretario ha visto da lontano che c'era buio sulla porta della casetta ed è andato per cambiare la lampadina. Appena arrivato lo hanno ucciso a coltellate, probabilmente non volevano far sentire rumore. La moglie che lo aspettava, dopo un po', ha chiamato il fratello e gli ha chiesto se lo aveva visto e lui è andato a cercarlo e per fortuna non lo hanno ammazzato, lo hanno legato e messo in un angolo come ostaggio.
La moglie visto che anche lui non tornava ha chiamato il responsabile della sicurezza che è andato verso la casetta chiamando ad alta voce e i terroristi gli hanno risposto un po' in arabo e un po' in inglese. Hanno dichiarato di aver preso i bambini in ostaggio, di non avvicinarsi e di chiamare l'ambasciatore spagnolo. Il responsabile ha immediatamente informato l'esercito. Quando siamo atterrati, c'erano tantissime persone e tantissimi soldati e tutti cercavano una soluzione.
Un'altra squadra arrivata prima di noi non era stata in grado di risolvere il problema. Avevano cercato di entrare ma i terroristi avevano ucciso un soldato costringendoli a ripiegare. Non sapevamo ancora quanti fossero i terroristi perché avevano coperto tutte le finestre. Abbiamo discusso su come agire e ci siamo preparati molto velocemente.
In mezz'ora, 40 minuti, eravamo pronti e abbiamo circondato la casa, mentre delle persone specializzate nelle trattative cercavano di parlamentare con i terroristi per capire che cosa volessero e per mandare un po' di latte e di cibo ai bambini. I terroristi hanno accettato di prendere il latte e intanto noi cercavamo di guardare dentro perché ogni tanto qualcuno si avvicinava alle finestre per osservare fuori. Ci eravamo divisi in tre o quattro gruppi per poter entrare contemporaneamente attraverso tutte le aperture dell'edificio, sapevamo di dover entrare molto velocemente altrimenti avrebbero avuto il tempo per  ammazzarci oppure per far saltare in aria la casetta, con dentro noi, loro e i bambini, una cosa del genere richiede solo un attimo ed è un rischio grandissimo.

-
Ma cosa volevano?
- Volevano che venissero liberati 150 terroristi in prigione in Israele, poi un pullman che li portasse tutti insieme all'aeroporto per fuggire all'estero. Volevano anche l'ambasciatore spagnolo come copertura politica. Questa era la loro richiesta e ci hanno consegnato la lista. Siccome era sabato i mediatori hanno iniziato una discussione lunghissima sostenendo che l'ambasciatore non si trovava da nessuna parte.

-
Era vero?
- No, non credo, probabilmente non lo avevano neppure contattato. Israele aveva già capito una cosa molto importante: se si cede ai terroristi non ci sarà più modo di fermarli. Oggi lo ha capito tutto il mondo, cedere a una loro richiesta significherebbe incentivarli, il terrorismo aumenterebbe sempre di più perché diventerebbe una buona strada per ottenere ciò che vogliono.
Durante la trattativa cercavano di capire in quanti erano e poi di convincerli a venire fuori con la promessa di non colpirli. Noi eravamo pronti dalla mattina alle sei e carichi di peso. Il solo giubbotto antiproiettile, all'epoca, era di ceramica speciale e pesava 25 chili, era come l'armatura dei cavalieri antichi, noi eravamo pronti ad indossarlo perché un terrorista può colpirti anche da vicino quindi mettevamo volentieri qualsiasi cosa potesse proteggerci ma non eravamo robot, la tensione era così alta e la paura così grande che ci tremavano le gambe e le mani.
Siamo rimasti quattro ore senza muoverci, tremando e aspettando. Pensavamo soltanto che se la decisione fosse stata quella di entrare, sarebbe stato meglio farlo il prima possibile. All'improvviso i terroristi hanno iniziato ad urlare, "Mandate via tutti. Sappiamo che ci sono i soldati, mandateli via, altrimenti facciamo esplodere tutto".
I soldati non si vedevano, eravamo nascosti, e quindi ci siamo molto spaventati e preoccupati che qualcuno da fuori li informasse con una ricetrasmittente e la nostra tensione è aumentata a dismisura. Verso le 10 del mattino si sono visti, di nuovo,  alcuni terroristi alle finestre, oramai sapevamo che erano 5 o 6 e quindi abbiamo deciso di tentare di entrare con la forza pensando che fosse l'alternativa meno rischiosa. Il comandante del mio gruppo si è lanciato per aprire la porta ma ha preso un colpo nella mano e non è riuscito, ha tentato il secondo e dietro la porta c'era un terrorista davanti ad una grande mitragliatrice.
Per fortuna avevamo dei cani addestrati a saltare addosso a chi spara, uno di loro si è slanciato ed è morto con 150 proiettili in corpo salvando il mio amico che è stato il primo ad entrare e che è riuscito appena in tempo ad uccidere il terrorista. Poi è andato subito nella stanza dove erano i bambini e ha iniziato a portarli fuori perché la nostra paura più grande era che tutto saltasse per aria.
Non sapevamo quanto tempo avessimo. Io ero forse il quinto nella fila e mentre passavamo sotto le finestre, prima di aprire la porta, ci hanno buttato una bomba a mano con delle schegge piccole ma di una energia micidiale e l'amico che mi precedeva è stato ferito abbastanza gravemente, era pieno di schegge nelle gambe, nel viso, nella schiena, è caduto e noi di corsa lo abbiamo sollevato e passato dietro in modo che lo portassero dal medico poi abbiamo iniziato ad entrare cercando di salvare i bambini.
Ancora mi ricordo che arrivato alla porta mi hanno passato un bambino piccolo piccolo e sono andato di corsa a darlo a qualcuno, poi sono tornato indietro e mi hanno dato un altro bambino e poi quando sono tornato indietro di nuovo il comandante urlava "Uscite, uscite, uscite" perché aveva paura che tutto potesse esplodere. Questo è accaduto nell'angolo dov'ero io con il mio gruppetto.
Ho visto tutto con i miei occhi e ricordo anche che quando hanno buttato la bomba a mano e il mio amico che stava proprio davanti a me è caduto ferito, io istintivamente stavo per sparare per difendermi, per paura che mi lanciassero un'altra bomba e in un attimo ho realizzato che c'erano dei bambini e che era meglio non sparare.
Si corrono rischi grandissimi quando si combatte contro terroristi che hanno ostaggi, si rischia di provocare un danno tremendo! Dall'altro lato della casa, dalla porta sul retro era entrato un altro gruppo e anche lì il comandante mentre cercava di aprire la porta ha sentito all'improvviso un colpo nella pancia e si è reso conto che il suo fucile non funzionava più e allora si è spostato ed è entrato il secondo. Aveva ricevuto un colpo sul caricatore del fucile e per fortuna non gli era successo niente di peggio.
I soldati del terzo gruppo passando dal tetto erano penetrati velocemente da una finestra per ritrovarsi in una  stanza vuota dove c'era il signore preso in ostaggio, legato in un angolo. Erano i soldati arrivati prima di noi che, durante la notte, avevano subito un colpo terribile per la morte del loro compagno e, per fortuna, non hanno dovuto fronteggiare una situazione troppo difficile.
Tutto è avvenuto in un minuto, al massimo in un minuto e mezzo, alla fine i bambini erano fuori, soltanto uno era morto e non sappiamo di preciso come sia successo, se lo avessero ucciso durante la notte perché piangeva oppure al momento dell'attacco. Anche i terroristi erano morti, quattro erano stati colpiti alle finestre e il quinto, quello con la mitragliatrice, sulla porta principale.
Subito dopo sono entrati gli artificieri per controllare la casa e si sono assicurati che non ci fossero esplosivi. Poi nel kibbutz ci hanno invitati per passare una serata insieme e per conoscerci perché per loro era stata una esperienza davvero scioccante.
Erano morti un uomo e un bambino, però tutti gli altri erano sani e salvi e questo sembrava un miracolo. Una cosa incredibile! Poi non se ne è più parlato, non ne hanno parlato né i politici, né la stampa ed è stato dimenticato.
Due anni fa è caduto il 25º anniversario di quell'attentato e per l'occasione al kibbutz hanno invitato tutte le persone coinvolte. Io purtroppo non ho potuto partecipare perché ero all'estero ma mi hanno detto che l'incontro è stato molto, molto commovente. C'erano tante persone che hanno raccontato tutta la storia come la ricordavano e c'erano anche i bambini, oramai uomini e donne, ma da quello che mi hanno detto non ricordavano nulla perché al tempo dei fatti erano tutti molto piccoli. Probabilmente per loro era stato un trauma tremendo e lo avevano cancellato dalla memoria.

-
Erano terroristi vicini al movimento di Arafat?
- Certo, erano terroristi di Al Fatah e chiedevano la liberazione di altri terroristi di Al Fatah in prigione da noi.

-
I cinque terroristi sono stati tutti ammazzati?
- Erano tutti armati quindi non c'era scelta, dovevamo ucciderli altrimenti avrebbero ucciso qualcuno di noi. I mediatori, durante i negoziati, avevano cercato di convincerli ad arrendersi ma non c'era stato nulla da fare. Non volevano neppure sentirne parlare anzi si arrabbiavano di più. Si capiva che erano pronti a veder soddisfatte le proprie richieste oppure  ad uccidere. Non c'era una via di mezzo.

-
Perché non puoi raccontare della vostra attività nelle teste di cuoio?
- I fatti, anche se sono passati tanti anni, rimangono segreti militari. Del corpo di cui facevo parte non si può raccontare assolutamente nulla. Né il dove, né il come, né il quando, né la motivazione.
Sarebbe sbagliato parlare del nostro lavoro, potrebbe avere conseguenze negative sulla sicurezza d'Israele perché è molto difficile inventare nuovi metodi  per combattere.
Per esempio, prima di Misgav Am nessuno sapeva della possibilità di utilizzare cani addestrati contro chi spara, dopo è stato riportato dalla stampa e quindi oggi i terroristi ne sono informati. Ci sono dei fatti che è meglio non raccontare perché se il nemico ne viene a conoscenza può organizzarsi meglio contro di noi.
Noi speriamo che nel futuro non ci siano più terroristi però oggi, purtroppo, ancora ci sono e agiscono contro Israele e contro i civili. Non si tratta di una guerra normale, di forze armate contro forze armate, qui tutto il paese è frontiera e tutte le persone sono in pericolo, sempre.
Prima della barriera di sicurezza c'erano attentati tutti i giorni, nei luoghi più impensabili: nei centri commerciali, nei pullman, nelle scuole, nei cinema, in qualsiasi posto dove ci fosse gente.
Voi lo chiamate il Muro perché ci sono 8 km di muro di cemento costruito nelle località dove si sparava. Vicino a Gerusalemme, per esempio, ci sono due colline una di fronte all'altra e da lì si sparava. Quando alcune famiglie hanno ricevuto dei colpi dentro casa gli israeliani hanno costruito il muro lungo la strada per bloccare i proiettili.
I terroristi non sparavano mai da casa propria, entravano in case dove vivevano famiglie arabe e sparavano pur sapendo che l'esercito avrebbe colpito i civili innocenti e le loro case perché ovviamente noi rispondevamo verso la direzione dalla quale provenivano i colpi e invece magari i terroristi erano già andati via. Hanno fatto così moltissime volte.
Nelle località da dove non si sparava, invece, abbiamo messo una recinzione metallica, con le pattuglie e le telecamere per dare l'allarme. Quando una persona esce chiude a chiave la porta di casa perché non vuole che qualcuno entri senza permesso. È normale! Oggi, in Israele non si permette più a nessuno di entrare senza permesso. E come se avessimo chiuso a chiave la porta d'Israele. È un atto di difesa ed era proprio necessario!  

-
L'Alta Corte di Giustizia, per venire incontro alle legittime esigenze degli arabi, in alcuni posti, ha ordinato all'esercito di spostare la barriera. Per esempio a Ma'aleh Adumim, lo scorso agosto.  
- Sì, ovviamente, quando lo decide la magistratura non c'è alcun problema a fare spostamenti . In Europa fanno il paragone con il muro di Berlino, il che è una assurdità, il muro di Berlino era stato costruito dal governo fascista della Germania dell'Est per impedire alla gente di fuggire, un governo che si definiva comunista ma era più fascista che comunista perché era una dittatura. In Israele non serve per impedire alla gente di passare ma per impedire gli attentati e non c'era altra soluzione.

-
Perché a diciotto anni hai scelto di entrare nelle teste di cuoio?
- Prima dell'arruolamento vieni chiamato per essere sottoposto a tutti i controlli. C'è anche un'intervista e gli psicologi ti domandano che cosa pensi del servizio militare, cosa vorresti fare e perché vuoi entrare nell'esercito. Io risposi che non "volevo" entrare nell'esercito, che anzi mi avrebbe fatto molto piacere non doverci entrare, mi avrebbe fatto molto piacere viaggiare per il mondo, andare all'università, o restare nel mio kibbutz! Io non ero per niente contento di entrare nell'esercito! Però, siccome è un obbligo civile per tutti quelli che vivono in Israele, siccome nella sicurezza la situazione è sempre molto difficile, poiché era il mio turno, anch'io ero disposto ad andare a difendere la mia famiglia e i miei amici.
In quel momento toccava a me fare per gli altri ciò che gli altri, fino ad allora, avevano fatto per me. E dato che ero obbligato ad entrare nell'esercito volevo farlo nel modo migliore possibile per cui ho scelto un corpo speciale dove avrei potuto dare il meglio di me stesso.

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L'addestramento ti è piaciuto?
- L'addestramento è stato molto lungo e difficile, però molto interessante perché mi piace studiare e ho imparato tante cose che mi sono servite per tutta la vita. Per esempio, devi imparare ad orientarti di notte in posti che non conosci, dove non c'è niente: né strade, né sentieri, né illuminazione. È una cosa molto difficile però in seguito ti rimane una sensazione molto forte di sicurezza personale.
Ho imparato molto bene a scalare le rocce con le corde e questo può essere utile per salvare la vita di qualcuno e ho anche seguito un corso di pronto soccorso. Altre cose mi sono servite moltissimo, in seguito, per organizzare le gite e i campeggi con i ragazzi, in tutto il mio lavoro di educatore che consiste tra l'altro nel saper creare un gruppo unito, capace di "fare insieme".
Si tratta di una formazione personale molto importante per chiunque. Se decidi qualcosa sai come raggiungere il tuo obiettivo. In ogni campo, nello studio, nel commercio, nell'amicizia ... Quando decidi sai come arrivare. Cercano di addestrare persone che siano capaci di sopravvivere ma anche di portare a termine una missione nonostante le tante difficoltà da fronteggiare, capaci di trovare una soluzione anche nei momenti più difficili.  

-
Nella formazione del soldato come viene affrontata la dimensione etica?
- Durante l'addestramento si parla moltissimo di quello che può succedere e di come bisogna comportarsi. Per esempio, in Libano durante la prima guerra, cioè nell'82, molte volte è accaduto che avanzava una donna incinta oppure un uomo con una bandiera bianca allora abbassavamo le armi e invece dietro di loro si nascondeva qualcuno armato che li stava usando come scudo e che ci colpiva. Come comportarsi in questi casi?
Per esempio, da riservisti nella striscia di Gaza si facevano dei controlli, si andava sui tetti delle case e si stava lì a guardare se succedeva qualcosa. I giovani arabi lo sapevano e quando uscivano da scuola, nel primo pomeriggio, iniziavano a tirare sassi molto grandi con delle piccole balestre, erano molto pericolosi perché potevano ucciderti o romperti una gamba o un braccio, usavano anche delle fionde per lanciare biglie di acciaio che se ti colpiscono sono quasi come un colpo di fucile.
Con la mia pattuglia una volta ci siamo ritrovati sotto una valanga di sassi e di mattoni ed eravamo molto nervosi per il pericolo, se ci fossero stati ragazzi più giovani, con meno esperienza e meno pazienza, sicuramente avrebbero iniziato a sparare e avrebbero ucciso qualcuno.
È stato un momento di grande pericolo e non un gioco da bambini. In certi casi ci vuole moltissima forza interiore per non reagire. Altre volte, quando arrestavamo dei palestinesi e li portavamo alla base, con le mani legate, succedeva che dei giovani soldati di unità non combattenti iniziassero a molestarli, non è che li colpissero o li maltrattassero, cercavano di infastidirli con le parole ma noi li allontanavamo e l'abbiamo sempre impedito.
Nel corso dell'addestramento si parla moltissimo di casi come questi, di come bisogna comportarsi e di cosa sia giusto fare, sia tra i soldati che tra i comandanti è un argomento molto vivo, il discorso è sempre aperto e molto discusso. Non dico che ogni tanto qualcuno non si comporti male ma c'è sempre qualcun altro che glielo impedisce e lo rimprovera, non passa mai inosservato.

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In Italia la stampa, specialmente quella dell'estrema sinistra, spesso non è tenera con Israele e il suo modo di fare lotta al terrorismo. I soldati di Tsahal vengono descritti come cinici militari che uccidono freddamente donne e bambini.
- Sono cose assurde, se un soldato fa qualcosa contro la legge lo arrestano e lo mettono sotto processo. Niente passa sotto silenzio, qualsiasi infrazione viene trattata molto severamente e molto seriamente..

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L'anno passato qui in Israele è scoppiata una polemica quando alla facoltà di Storia dell'Università di Gerusalemme è stata premiata una studentessa per una ricerca sul comportamento di Tsahal. Per spiegare il perché i soldati israeliani non abbiano mai stuprato le donne arabe si avanzava l'ipotesi  che fosse per una attitudine razzista.
- Ho sentito parlare di quello studio. È proprio un'assurdità! Qualsiasi cosa facciano i soldati non va bene! In tutta la mia vita non ho mai sentito che sia stata stuprata una sola donna araba. Non c'è una sola testimonianza neppure da parte degli arabi che sono stati mandati via e che sono nostri nemici. Nell'esercito israeliano è molto chiaro che ci sono delle cose che non si fanno. Non si fanno in nessun caso. Non si fanno e basta!
Sin da quando è nato lo Stato e anche da prima, quando c'era l'Haganà, l'esercito israeliano è stato fondato come esercito del popolo, non da professionisti che fanno la carriera militare, ma dal popolo stesso che voleva difendere il popolo. Per questo il primo discorso che si fa alle reclute è quello etico e morale. Ci rendiamo perfettamente conto di quanto sia difficile essere un soldato attento alla dimensione etica, si pone quasi una contraddizione in termini, ma nonostante sia molto difficile non si è mai rinunciato. È importantissimo e tutti ne parlano. Dal primo sottufficiale fino al capo dell'esercito è un argomento di cui si discute continuamente.

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Posso chiederti  che rapporti umani si stabilivano tra voi Teste di Cuoio?
- Questa è una domanda molto interessante perché si attraversano talmente tante difficoltà insieme che dopo non hai più nulla da nascondere, si stabilisce una tale vicinanza, una tale apertura fisica e mentale... Sai tutto dei tuoi compagni e loro sanno tutto di te.
Durante le azioni ci difendiamo l'uno con l'altro, quindi tutto il tempo sai che puoi contare sugli altri e questo fa nascere un'amicizia molto profonda che dura per tutta la vita. Io posso chiamare uno qualsiasi della mia squadra, in qualsiasi momento e so che tutti farebbero il massimo possibile per aiutarmi come il viceversa.
Anche se sono passati già 25 o 30 anni da quando ci siamo conosciuti. Nella mia squadra siamo in 14, alcuni sono sposati e hanno figli e altri no. Ci incontriamo tre o quattro volte l'anno per fare delle gite nei fine settimana insieme alle mogli e ai figli, cerchiamo un posto per dormire all'aperto con le tende o in un piccolo ostello, nel deserto, in Galilea, per tutta Israele. Una volta all'anno invece facciamo un incontro di soli uomini.
Quando si rischia la vita insieme nasce un rapporto molto, molto profondo e vedo che anche i miei figli nell'esercito hanno stabilito amicizie molto profonde. Certamente ci sono anche gli amici che incontri all'università o nel lavoro ma quelli dell'esercito rimangono speciali.
Ora per esempio, capisco una cosa che non avrei creduto. Qui in kibbutz sono cresciuto insieme agli altri ragazzi e ragazze, abitavamo insieme, giocavamo insieme, mangiavamo insieme, stavamo sempre insieme, dalla nascita fino a 18 anni, eravamo molto vicini e avevamo una grande amicizia, comunque quello che ho vissuto in tre anni con gli amici dell'esercito è stato ancora più profondo. È una cosa difficile da spiegare e che non ti aspetteresti, anche in kibbutz  eravamo molto vicini però con gli altri ho rischiato la vita insieme e quindi abbiamo raggiunto una profondità dell'anima e un'apertura totali.

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Cosa si prova quando si uccide?
- È una cosa molto difficile, io non credo che esista una persona che possa uccidere a sangue freddo. Certo ci sono gli psicopatici ma i soldati israeliani non sono psicopatici quindi provano dolore, paura, tristezza, tante sensazioni. Se uccidi qualcuno che è armato e che ucciderebbe te oppure dei civili non hai nessuna possibilità di scelta, si tratta di un momento tragico nel quale da una parte c'è la sua vita e dall'altra la vita tua e quella degli altri.
È la tragicità di chi deve difendere il popolo, le persone. A volte non hai un altro mezzo per fermare un terrorista che ucciderlo. Che cosa fai?

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Come in Italia per i partigiani che combattevano i nazifascisti. Avrei voluto chiedere a mio padre se durante la guerra avesse ucciso qualcuno, avrei voluto ma non ne sono mai stata capace. Sentivo che si trattava di una domanda terribile.
- È proprio una sensazione tragica. Che poi ti peserà per tutta la vita. Ci sono studi sui soldati che presentano la sindrome  post-traumatica da combattimento. Israele è il posto al mondo dove si studia di più quello che la gente prova dopo la guerra, quando non si riesce più a lavorare, a dormire... sicuramente si tratta di uno shock tremendo.

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Forse la prima volta è la peggiore.
- Non penso che la seconda volta sia meno grave dalla prima. L'unica differenza, forse, è che sai già cosa stai vedendo. La prima, la seconda, la terza, la quarta..... è sempre una cosa tremenda, tremenda.

-
Molte volte ho ascoltato il racconto dei partigiani e ho sempre considerato una grande fortuna il non essere stata costretta nella mia vita ad uccidere qualcuno.
- Certamente. Certamente.

-
Ho visto una tale disperazione sul viso di alcuni soldati al ritorno da una missione.
- L'esperienza dell'esercito non è facile e ti matura moltissimo, ti fa vedere il mondo da un altro punto di vista che certo non è bello. I giovani in Italia non vivono neppure la metà delle esperienze dei giovani israeliani. Rispetto a un ragazzo italiano di 22 anni, un ragazzo israeliano della stessa età è come se avesse vissuto 10 o 15 anni in più di esperienze personali.
Le responsabilità che i nostri ragazzi prendono sulle spalle sono responsabilità che altrove tanti uomini adulti non hanno mai portato. Responsabilità enormi. Una cosa molto difficile.

(Agenzia Radicale, 29 dicembre 2008)

Purtroppo nella dirigenza israeliana non tutti la pensano come questo signore, e qualcuno, ad un certo punto, ha scelto di trattare coi terroristi, di cedere ai loro ricatti, di scendere a compromessi persino sulla sicurezza nazionale. La storia non si fa con i se, certo, ma forse non è tanto peregrino immaginare che se la linea seguita fosse stata quella indicata dall’intervistato, forse i terroristi non avrebbero messo in atto la catena di rapimenti che conosciamo. E forse non sarebbe stato rapito neppure Gilad. E non avremmo adesso oltre un migliaio di irriducibili terroristi in circolazione, e non avremmo quel povero ragazzo nelle condizioni in cui è, e non avremmo sceicchi che mettono a disposizione milioni di dollari per il rapimento di altri israeliani. Forse.


barbara


18 dicembre 2011

NILI

I dialoghi sono di fantasia, perché è un romanzo. I pensieri sono di fantasia, perché è un romanzo. Le persone sono vere, i fatti sono veri, i luoghi sono veri, perché è Storia: la storia di Nili, appunto, acronimo di “Netzakh Yisrael Lo Yishaker” “L’Eterno di Israele non deluderà mai” (Samuele 15:29), organizzazione che durante la prima guerra mondiale collaborò attivamente con gli inglesi per sconfiggere i turchi. Anima dell’organizzazione era Sarah Aaronsohn,



che nel 1915, a Istanbul, era stata testimone del genocidio armeno, toccando così con mano la sconfinata, disumana crudeltà dei turchi, e aveva perciò ben chiaro quale sarebbe stata la sorte degli ebrei in caso di una loro vittoria. Storia, questa di Nili, per lo più sconosciuta, e grandemente meritevole invece di essere conosciuta, perciò non sarà mai troppa la nostra riconoscenza nei confronti di Massimo Lomonaco, che ce l’ha messa a disposizione dotandola, per giunta, di una magistrale scrittura. E scrive, Massimo Lomonaco, in chiusura di libro:


Il mio romanzo nasce da autentico amore e rispetto per quei giovani e per la situazione storica nella quale si sono trovati a operare. Spero di essere riuscito a trasmettere una minima scintilla della grande forza che li ha animati e dell’ideale perseguito. Questo è uno dei motivi che mi hanno indotto a superare le mie resistenze nell’usare i loro veri nomi. Ogni volta che scrivevo Aaron, Sarah, Absa o Yoseph mi sembrava così di richiamarli dall’oblio: anche in questo caso la Memoria, specialmente dopo quanto accaduto in questo secolo, è un dovere.

Sì, ci è riuscito magnificamente, ma dato che non avete alcuna ragione per credermi sulla parola, vi invito caldamente a verificarlo.

Massimo Lomonaco, Nili, Mursia



barbara


16 dicembre 2011

GILAD SHALIT

La prima intervista di Gilad



La testimonianza della cognata e della madre

 

(qui


Per altre più dettagliate notizie si sta attendendo l’autorizzazione a pubblicarle.

barbara


13 dicembre 2011

E VISTO CHE SIAMO IN CLIMA DANZERECCIO...

 

barbara


29 novembre 2011

PER UNA VOLTA

eccezionalmente, questo blog parla di moda 



barbara 


24 novembre 2011

IL TIZIO DELLA SERA SI DOMANDA

La gente si domanda come ad Ahmadinejad possa essere venuto in mente di cancellare Israele. Quale mente?

Il Tizio della Sera

Io invece vi ricordo che l’importante è la pace. Pace sempre. Pace comunque. Pace a qualunque costo.

 

barbara


14 novembre 2011

ITALIA SUDTIROLO: DUE POPOLI DUE STATI

di Giorgio Israel

L’Austria è ormai da tempo in totale sfacelo politico e preda di fazioni armate in conflitto tra di loro, ma unite da un solo obbiettivo: rivendicare il Sudtirolo, abusivamente occupato 
dall’Italia. Per conseguire questo obbiettivo esse chiedono la distruzione totale dell’entità statale razzista italiota. Nel corso di un anno, dopo che l’Italia ha ceduto alcune zone di confine, sono piovuti più di mille missili tra Rovereto e Trento (alcuni hanno raggiunto Verona) e alcuni militari italiani sono stati uccisi o rapiti. Nel frattempo, il braccio militare di un partito al potere in Croazia, in solidarietà con le fazioni austriache ha rapito anch’esso alcuni militari e ha scatenato un lancio di razzi katiusha su Trieste.
Il governo italiano ha perso la pazienza e ha posto in atto una dura risposta militare. Con l’eccezione dei soliti imperialisti americani, tale risposta è stata generalmente deprecata. Il ministro degli esteri francese, noto per il suo costante sforzo di essere amico di tutti, ha deplorato il rapimento dei soldati, glissando sui lanci missilistici, e ha condannato la risposta italiana come “sproporzionata” e capace soltanto di suscitare altro odio anti-italiano. Negli ambienti italiani, o nei pochi ambienti vicini all’Italia, si manifesta sorpresa, in quanto il ministro aveva dichiarato di essere un fervente un amico dell’Italia e, a proposito di alcune sue precedenti dichiarazioni che erano apparse duramente critiche (aveva parlato dell’Italia come di uno stato terrorista), aveva commentato con humour di essere tutt’al più un “amico che 
sbaglia”. A proposito di tale dichiarazione, alcuni commentatori hanno riportato all’attenzione una domanda rimasta in sospeso, e cioè se il ministro andasse considerato come un pentito o un irriducibile. Qualche scalmanato ha chiesto perché non ci si chiedesse quanto odio provocasse nella popolazione italiana il lancio di missili sulla popolazione civile, i rapimenti e gli attentati; ma è stato prontamente zittito. Altri commentatori hanno saggiamente rilevato che era meglio accontentarsi della condanna del ministro, perché alcuni partiti della coalizione di governo francese avevano espresso una condanna nei confronti dell’entità italiota ben 
altrimenti dura. Si è notato che alcuni gruppi (per ora disarmati) di militanti di questi partiti, o di simpatizzanti, hanno accusato lo stato razzista italiota di comportarsi come i nazisti hitleriani e hanno osservato che il mondo non può subire il fatto che la “razza italiota mieta morte” soltanto perché è protetta dai criminali di Washington e che è giunto il momento di boicottare e stroncare i razzisti di Viterbo. Si noti, al riguardo, che Roma non è riconosciuta come capitale dell’Italia, ed è rivendicata dai discendenti di coloro che la occuparono dopo il crollo dell’Impero Romano.
Il governo di Viterbo ha pertanto deciso di affidarsi alle cure del ministro degli esteri francese, ed ha promesso che nel futuro non sparerà più di una cannonata per ogni trecento missili e non muoverà un dito se la quota di rapimenti si manterrà entro i dieci l’anno. Tale proporzione è stata comunque ritenuta sproporzionata e il detto ministro ha promesso di operare affinché il G8 indichi una soglia di reazione equa al disotto della quale lo stato terrorista italiota non correrà il rischio di essere condannato dal Consiglio di Sicurezza. S’intende che una siffatta garanzia non pregiudica tutte le legittime rivendicazioni a risarcimento dell’operato criminale 
dello stato italiota che discende dalla sua natura razzista e dall’errore strutturale consistente nel fatto stesso di essere nato.
Nel frattempo, il governo di Viterbo, per dar prova di buona volontà, ha deciso di accedere alla richiesta della madre di un noto calciatore di origini austro-croate di ricevere su un piatto 
d’argento i testicoli del calciatore italiota Cuscini.

Non è recente, questo articolo, come si può chiaramente capire dalle ultime frasi. Non è recente ma, purtroppo, sempre drammaticamente attuale.


 

barbara


1 novembre 2011

GILAD SHALIT E IL PROCESSO DI STRAGE

Poiché oggi non ho avuto tempo di scrivere, e d’altra parte tendo a seguire la filosofia del nulla dies sine linea – tanto più che sarò via un paio di giorni e non vorrei farvi rischiare la crisi d’astinenza – rubo l’ultimo post dell’amico Enrico del quale, come si suol dire, condivido anche le virgole.

Oltre alla  famiglia di Gilad Shalit, tutta Israele ha gioito per la liberazione del soldato, tranne i familiari delle vittime del terrorismo palestinese. Così ci hanno detto.
Veramente io che non ho avuto familiari assassinati dai terroristi non ho gioito, e ogni volta che leggo quello che abbiamo dovuto concedere in cambio, ci sto male e  trovo che la notizia sia tragica e foriera di catastrofi. Diciamo subito che se Hamas la considera una propria vittoria ha perfettamente ragione, purtroppo.

Meglio 300 assassini e 700 criminali vari liberi che un innocente in una detenzione disumana, certo. Ma il punto non è l'amarezza di dire che le vittime del terrorismo non avranno giustizia. Il punto è quanti israeliani verranno assassinati in futuro per aver salvato la vita e la libertà di Gilad Shalit. Perché Gilad Shalit è preziosissimo, come ogni persona è un mondo intero. Ma quanti mondi interi verranno assassinati in futuro per aver salvato il mondo - Gilad?
Per fortuna non ho dovuto decidere io. Ma penso che una cosa andasse fatta. Dal rapimento di Gilad Shalit annunciare che tutti i detenuti appartenenti a Hamas non avrebbero più avuto visite della Croce Rossa né dei familiari, e le convenzioni internazionali andassero pure a farsi fottere, per quelle persone che non le applicano. Barbarie? No, reciprocità.
Israele è stata onesta. Ma come dice Cat, la pestifera nipote di Don Camillo nell'ultimo romanzo di Guareschi, "Don Camillo e i giovani d'oggi", 
"quando si tratta con i delinquenti, l'onestà è fesseria".
Compite attentati: se non morirete e verrete arrestati, tornerete presto liberi. Questo il chiaro messaggio dato ai terroristi da Hamas e da Israele.
Dopo l'attacco a una pattuglia di soldati israeliani, attacco compiuto da Hizbullah poco dopo il rapimento di Gilad Shalit nell'estate 2006, Israele ha scatenato l'inferno sul Libano. Nasrallah ha ammesso che, se avesse immaginato una reazione simile, non avrebbe ordinato l'attacco.
A quel punto, essendo chiaro che gli arabi diranno
"Israele è debole, è il momento di attaccare", sarebbe opportuno che Netaniahu annunciasse ufficialmente che al prossimo attacco, al prossimo (inevitabile) tentativo di rapire soldati o civili israeliani, Israele scatenerà l'inferno contro Gaza o contro il Libano, contro  la regione da cui l'attacco sarà provenuto. E poi mantenere la promessa, perchè nel 2006 Israele è riuscito non a distruggere Hizbullah, purtroppo, ma a ristabilire la deterrenza, sì.
Tom Segev, scrittore israeliano, in un'intervista ha affermato che, avendo Israele negoziato con il diavolo Hamas, e non essendo crollato il mondo, questo potrà alla fine portare di buono la possibilità di futuri accordi, come è avvenuto tra Rabin e Arafat. Quando si sono stretti la mano a Camp David nel 1993 Rabin aveva lo sguardo gelido, ma poi dal 1994 al 1996 sono seguiti accordi.
Ahò, Tom Segev, ma che, sei scemo? Anch'io ho creduto agli accordi di Oslo, nel 1993,e all'avvio del processo di pace. Ma poi ho visto che il processo di pace era un processo di strage, che gli israeliani saltavano per aria negli autobus e nei ristoranti, e morivano come non era mai successo durante le guerre! Maledetto il processo di pace! Hashalom hazhè horeg otanu, questa pace ci uccide, scrivevano i manifestanti in agosto del 1995, quando ero in Israele e gli autobus esplodevano.
Ho sentito anni dopo italo israeliani parlare di Rabin, a chi - italiano - chiedeva
"perché è stato ucciso? perché era un giusto?" e condivido la risposta che ho ascoltato. "Israele", diceva Rabin ad ogni strage,"se blocca il processo di pace, dimostra che hanno vinto i terroristi che non lo vogliono, queste stragi sono il prezzo della pace" Ma che razza di discorsi! Rabin aveva il dovere di mettere Arafat con le spalle al muro: o arresti i terroristi di Hamas, o ci riprendiamo i territori. Rabin aveva il dovere di difendere i propri cittadini e non l'ha fatto. Questo a Rabin non lo perdonerò mai.
L'assassinio di Rabin è stato un delitto, per il quale giustamente l'assassino è in carcere. Ma come l'omicidio è più grave del furto, così la strage è più grave dell'omicidio, e dobbiamo dire che Rabin prima di essere assassinato ha lasciato che avvenissero delitti ben peggiori del suo stesso assassinio. Gli israeliani saltati per aria sono vittime più innocenti di Itzchak Rabin, quindi penso con la somma irriverenza che sia diventato un simbolo di pace solo perchè è morto. E' stato un combattente, ha avuto il coraggio di far la pace nel 1993, non ha avuto il coraggio di vedere che il processo di pace era diventato
un processo di strage che ha portato negli anni novanta, e porta tutt'oggi, solo catastrofi, come il rapimento di Gilad Shalit.
In passato detestavo Ariel Sharon come si detesta un uomo troppo brutale, ma dopo la strage di giugno (se ricordo bene) 2001 alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv l'ho disprezzato perché si è limitato a protestare con Arafat, non ha fatto neanche uno straccio di rappresaglia simbolica  che qualsiasi governo moderato laburista avrebbe realizzato. Così si è dovuti arrivare al massacro del 27 marzo 2002 al Park Hotel di Natanya, con 30 morti e decine di feriti condannati a vivere in condizioni orribili, perché Israele muovesse i carri armati e schiacciasse il serpente Arafat.
Bene, ora anche le belve che hanno attuato quella strage sono libere, libere di uccidere di nuovo. Così come parlando di tutt'altro ho detto che a Carlo Giuliani non basta essere stato ucciso per essere diventato un esempio di virtù, così dico che a Itzchak Rabin non basta essere stato ucciso per diventare un modello da imitare. E dico che quando un giovane che ha avuto la famiglia sterminata al Park Hotel di Natanya, alla notizia della liberazione degli stragisti in cambio di Gilad Shalit, ha profanato il monumento a Rabin, ho provato una simpatia totale, una comprensione totale per lui. Perchè dobbiamo a Itzchak Rabin e a tutti i politici israeliani che non hanno voluto aprire gli occhi sull'inesistenza del processo di pace, se ora siamo costretti a chiederci: chi dei nostri ragazzi verrà rapito? Quali altri alberghi, pizzerie o discoteche salteranno per aria? No, io non abito in  Israele, io sono a Vicenza, Italia, ma ogni volta che grazie ad Oslo e dintorni suona l'allarme per i missili che cadono su Israele, ogni volta che un soldato di Zahal rischia la vita per colpa dei terroristi e delle irresponsabili e cieche colombe, io non sono più a Vicenza, non sono più in Italia, ma sono in Eretz Israel, in terra d'Israele. Sono a Natanya e a Tel Aviv, a Yerushalaim e ad Ashdod, in Samaria e Giudea (Cisgiordania) dove essere ebrei è una colpa punibile con la morte .
Enrico

Qualcuno ha scritto che quando è stato rapito Gilad, Israele avrebbe dovuto dare ai terroristi una settimana di tempo – non un mese un anno cinque anni: una settimana: o entro una settimana ci restituite Gilad vivo, intero e in buona salute, o entriamo a Gaza e facciamo terra bruciata, chiunque venga sorpreso con un’arma addosso verrà giustiziato sul posto, ogni casa in cui si troveranno armi o esplosivi verrà demolita, e continueremo fino a quando non ci restituite Gilad. Ecco questa sarebbe stata la cosa da fare. E non è stata fatta. E con quel branco di conigli che governa in Israele, sappiamo purtroppo che non verrà fatto mai, e gli innocenti continueranno a pagare per le scelte criminali di un governo imbelle. Perché l’altra faccia della medaglia della liberazione di Gilad, non dimentichiamolo, è questa:

barbara


31 ottobre 2011

DA GAZA CON AMORE

Mi è arrivata questa foto,



con la seguente spiegazione:
Questa è una foto della casa colpita questa sera da un missile palestinese sparato da Gaza, due strade da casa mia.
Fate sapere al mondo cosa succede veramente....
Ariel


Ecco, io l’ho fatto; se qualcun altro vorrà raccogliere il testimone, farà una cosa buona. La casa si trova a Gan Yavne, qui:



In “Israele Israele”, come potete vedere, non in “territorio occupato”, non in una “colonia”; a voler essere proprio proprio pignoli non sarebbe territorio occupato neanche quello da cui il missile è stato sparato per cui, se qualcuno per caso si trovasse in possesso di un paio di occhi, o magari anche uno solo, e qualche frammento di neurone più o meno funzionante, potrebbe anche concepire il sospetto che non si tratti di un’azione finalizzata alla liberazione, e che coloro che l’hanno intrapresa non siano membri di un esercito di liberazione nazionale.

barbara

AGGIORNAMENTO: è arrivata un’altra foto.



Questa è una "biglia" di ferro, 6-7 millimetri di paura concentrata. Una di migliaia che riempiono i missili che sparano i palestinesi, e con lo scoppio volano e uccidono ognuno che sta nella vicinanza.
Questa è stata fotografata nella stessa casa che ho mandato due giorni fa.
Ariel


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18 ottobre 2011

NON LO SO

Mi sono commossa, certo, come tutti, quando ho visto la sua immagine, quel volto spettrale che smentisce clamorosamente la dichiarazione di essere stato trattato bene. Mi sono commossa e indubbiamente sono contenta che sia libero. Però davvero non ce la faccio a gioire. Non posso festeggiare quando oltre mille efferati terroristi dalle mani grondanti di sangue sono messi in condizione di tornare a rapire e uccidere e torturare e smembrare come hanno sempre fatto. Non posso festeggiare quando a una delle più mostruose organizzazioni terroristiche del mondo viene regalato un simile trionfo di portata planetaria – e non perde un secondo per dichiarare che di tale trionfo saprà fare buon uso. Non posso festeggiare quando all’industria dei rapimenti è stato dato un così potente impulso e incentivo. E non posso dimenticare il grazioso metodo inventato e messo a punto da papa Alessandro VI quando le circostanze lo portavano a dover liberare un ostaggio: offrirgli un’ultima cena, opportunamente “condita”, che poco tempo dopo la liberazione lo portava a morte. Fantasie, certo. Infondate, spero. Una cosa comunque è certa: uno stato in cui mille sentenze di tribunale seguite a regolare processo vengono annullate dall’esecutivo, non potrà mai più pretendere di essere uno stato di diritto.

barbara


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


15 ottobre 2011

SPIGOLATURE 2

I viaggi coi mezzi pubblici. Non ne avevo mai fatti, le prime due volte perché avevo le zampe rotte e mi potevo spostare solo in taxi, le altre due perché erano viaggi organizzati. Questa volta invece li ho fatti, in autobus (Tel Aviv-Eilat e ritorno, Tel Aviv-Rehovot, Tel Aviv-Gerusalemme e ritorno), con lo sherut (da Netanya a Tel Aviv), in treno (da Tel Aviv a Naharia e da Kiryat Motzkin all’aeroporto Ben Gurion) e gli autobus urbani e il tram. La maggior parte di questi viaggi per fortuna li ho fatti con E. perché io ho un così prodigioso senso dell’orientamento che sono capace di perdermi nel corridoio di un bilocale, e infatti l’unica volta che mi sono dovuta districare da sola alla stazione degli autobus di Tel Aviv mi sono persa – poi mi sono trovata, per vostra disgrazia, ma questa è un’altra storia. Questo comunque è uno dei motivi per cui amo immensamente aeroporti e metropolitane, perché sono organizzati in modo tale che perfino per una come me è impossibile perdersi. Lo sherut a Netanya comunque me lo sono preso da sola; è vero che uscita dalla casa della persona che mi aveva generosamente ospitata per la notte dovevo solo andare dritta, ma per una col mio orientamento è un’impresa anche quella, credetemi. Bellissime esperienze, comunque, e bellissimo il sistema, che mi viene da definire da kibbuz, dello sherut, che uno sale, va a sistemarsi dove trova un posto libero, dopodiché allunga i soldi che passano di mano in mano fino all’autista che fa il biglietto e poi allunga all’indietro la mano con il resto, il più vicino lo prende e lo passa di mano in mano fino al destinatario.

Il treno per Naharia. Credo ci saranno state su almeno sei sette miliardi di persone quando è arrivato, e altrettante aspettavano insieme a me alla stazione per salire. La mia valigia non era grande, ma insomma c’era, e da qualche parte bisognava pure infilarla, e oltre ai miliardi di persone, siccome c’erano un bel po’ di ortodossi, c’erano i passeggini, tutte questa famiglie con un passeggino singolo e uno doppio e i bambini in braccio e i bambini per mano e i bambini in braccio ai fratelli più grandi e quelli che con passeggini e tutto l’armamentario erano andati al piano superiore e al momento di scendere dovevano far passare il tutto in mezzo a questi corpi fra i quali non c’era lo spazio di un ago e io fino a metà del viaggio in piedi, con un piede appoggiato di traverso e uno solo con la punta e come unico sostegno, due dita appoggiate a un palo. Poi finalmente si è liberato mezzo gradino e mi sono seduta lì, mentre sull’altro mezzo gradino c’era seduto un soldato, il cui mitra mi sfiorava le ginocchia. “Condizioni disumane” mi è venuto a un certo momento da pensare. Poi mi è venuto in mente questo



e mi sono vergognata di quello che avevo pensato.

La sicurezza. L’attenzione di tutti, sempre all’erta per il bene di tutti, l’ho potuta verificare, meglio che negli altri viaggi, in quei giorni di attentati a raffica. Al momento di lasciare Gerusalemme E. doveva ancora fare degli acquisti, e io l’ho aspettata alla fermata del tram: mi sono seduta su una panchina e ho posato per terra, di fianco a me, la borsa da viaggio. Tempo dieci secondi, e il titolare di uno dei negozi alle mie spalle è venuto a chiedermi se la borsa fosse mia. Poco dopo, dall’altra parte della strada, si è fermato il tram, e una signora seduta vicino al finestrino si è messa a fare gesti frenetici indicando nella direzione della panchina e facendo con le mani il disegno di qualcosa di tondeggiante. Alla fine ho capito che stava cercando di segnalare la mia borsa, e solo quando ho indicato che era mia si è calmata. E già la sera prima quando E., Anna e io abbiamo visto passare degli amici, in Ben Yehuda, e Anna ha posato su una panchina il suo portatile per andarli a salutare, non sono passati che pochi secondi prima che qualcuno si fermasse a guardarlo con sospetto. Per fortuna E. se n’è accorta e si è precipitata lì a rassicurarlo che non era un oggetto abbandonato e non c’era bisogno di prendere iniziative di emergenza. Ed è bello e rassicurante vedersi circondati da gente che, pur senza ansie o paranoie, ha però occhi e orecchie sempre pronti a cogliere il minimo segnale, e se ha l’impressione che ci sia qualcosa di sospetto non provvede a mettersi in salvo scappando a gambe levate bensì si ferma, per segnalare il pericolo e mettere in salvo gli altri. Ed è anche da queste cose che si vede la grandezza di un popolo e di una nazione.

barbara


14 ottobre 2011

QUANDO L’ACQUA TOCCA IL CULO SI IMPARA A NUOTARE

Così si dice dalle mie parti. Ora, succede che da quasi tre anni il signor Barack Hussein Obama è impegnato a tempo pieno a fare il giochino della mano tesa con l’Iran. O meglio - perché l’Iran, non dimentichiamolo, è un meraviglioso Paese dall’antica e raffinatissima cultura e con un meraviglioso popolo che soffre e lotta - con Ahmadinejad. Ignorandone deliberatamente il negazionismo. Ignorando ostentatamente il suo proposito di arrivare all’atomica per annientare Israele, come del resto da oltre vent’anni va predicando il suo sponsor, l’ajatollah Ali Kamenei. Ignorando pervicacemente il terrore dei Paesi arabi circostanti che lo considerano un pericolo da fermare ad ogni costo. Ignorando diligentemente tutte le atrocità perpetrate contro i suoi inermi e pacifici cittadini.
Adesso succede che l’Iran è andato a fare la cacca in casa del signor Barack Hussein Obama e il signor Barack Hussein Obama ha improvvisamente scoperto che la cacca puzza. E inquina. E può provocare pericolose malattie. Così, altrettanto improvvisamente, ha appreso l’arte di nuotare: “l’Iran dovrà renderne conto”, “va isolato”, “risposta forte”, “le più dure sanzioni”, “nessuna opzione viene esclusa”.
Pare che, in realtà, il complottatore capo si sia rivelato talmente scalcinato – un ladro di polli più che un agente dei servizi segreti – da suscitare non pochi interrogativi e perplessità: che siano stati, mi chiedo io, i suoi uomini a organizzarsi per spingergli un po’ di acqua sotto il culo per costringerlo a nuotare? A me starebbe anche bene, spero solo che non siano arrivati troppo tardi.



barbara


11 ottobre 2011

NON TACERÒ

 

“In favore di Sion non tacerò, in favore di Gerusalemme non resterò inerte, fino a che il suo diritto non apparisca come lo splendore degli astri e la sua salvezza come una fiaccola ardente” (Isaia, 62)

E per cominciare non tacerò ciò che non tacciono i palestinesi quando parlano in arabo, come questo alto dirigente di al-Fatah che annuncia apertamente l’obiettivo finale della politica palestinese: l’annientamento di Israele.
E non tacerò ciò che è da sempre il programma dichiarato di quella gente: dopo il sabato, la domenica. Ne stiamo vedendo la concreta attuazione in Egitto dove, finito di eliminare gli ebrei, ora sono intensamente occupati a sterminare i cristiani. E far finta di non vedere, far finta di non sapere, far finta di non capire non è una buona tattica. Sarebbe invece buona cosa rendersi conto che non impedire, se non addirittura incoraggiare e favorire, il macello degli ebrei non ci conviene tanto, perché prima finiscono con loro, e prima cominciano con gli altri, per cui se non per amore degli ebrei, se non per amore della giustizia, bisognerebbe darsi da fare almeno per amore della propria pelle.
E non tacerò l’orrore per l’infamia che Netanyahu, per ragioni elettorali immagino, sta perpetrando ai danni di tutti gli innocenti israeliani: liberare mille terroristi assassini che immediatamente provvederanno – non è un’ipotesi: lo hanno SEMPRE fatto – ad assassinare, a rapire, a torturare uomini e donne, vecchi e bambini, scolari sui banchi e neonati nella culla. Magari, perché no? lo stesso Gilad un’altra volta. Poiché la speranza è l’ultima a morire, spero con tutte le mie forze che ciò non accada e che l’infame proposito venga bloccato prima che sia troppo tardi, ma se dovesse accadere non tacerò, e con tutte le mie forze griderò che il sangue di tutti quegli innocenti ricadrà sulle mani di Netanyahu.

barbara


8 ottobre 2011

GLI EBREI DELLO STATO, LO STATO DEGLI EBREI

Questo articolo di Ugo Volli è dello scorso gennaio. Poiché i fatti da lui denunciati non solo hanno continuato a sussistere ma si sono anche ulteriormente aggravati, penso possa essere utile riproporlo.

Le liste e la civiltà cattolica

Non occorre forse aspettare il Giorno della Memoria per riflettere sulla notizia dell'ennesima scoperta di liste di ebrei pubblicate in internet da neonazisti. Non basta indignarsi, occorre pensare un po' più a fondo. La storia insegna che queste liste sono solo un passo del meccanismo della persecuzione; non l'ultimo della violenza effettiva (grazie al Cielo non ci sarebbero oggi le condizioni da noi perché lo fosse), ma neanche il primo. Prima della pubblica gogna degli ebrei durante il fascismo (non solo le liste, ma anche l'indicazione dei negozi ebrei, le espulsioni da scuole, lavori, associazioni), vennero infatti le leggi razziali che le giustificavano; le leggi razziali furono introdotte dalla precedente propaganda di riviste come "La difesa della razza" e dal manifesto degli scienziati razzisti (firmato, è bene ricordarlo oltre che da tutta la nomeklatura fascista, anche da "scienziati", politici e personalità della "società civile" che di lì fecero carriera come Almirante, Badoglio, Missiroli, Soffici, Evola, Fanfani, Bocca, Gedda, padre Gemelli, Papini, Gentile, Guareschi: per l'elenco completo vedi http://www.internetsv.info/Manifesto.html).
Tutto questo però ancora non è il vero inizio del processo culturale che portò ai treni per Auschwitz. Prima del razzismo fascista vennero molti decenni di martellante propaganda mirante a decostruire l'idea liberale dell'uguaglianza degli esseri umani e dei cittadini per stabilire un' "eccezione ebraica". Gli ebrei, secondo questa propaganda form[avano] "una nazione straniera nelle nazioni in cui dimorano e nemica giurata del loro benessere", "stranieri in ogni paese, nemici della gente di ogni paese che li sopporta"; "combatte[vano] il cristianesimo e la Chiesa, pratic[avano] l'omicidio rituale dei bambini cristiani, av[evano] nelle loro mani un potere politico capace di condizionare gli stati e soprattutto possiede[vano] grandi ricchezze conquistate con l'usura e quindi avrebbero un fortissimo potere economico". Questa parole vengono da un'analisi del gesuita Giuseppe De Rosa che riassume l'atteggiamento antisemita (lui dice antigiudaico, ma si tratta di una distinzione che non regge l'analisi) della rivista gesuita "Civiltà cattolica". Ne parla a lungo David Kerzner in quel libro importante e assai censurato in Italia che è "I papi contro gli ebrei", tradotto da Rizzoli nel 2002.
"Civiltà cattolica" non fu certo l'unica rivista a tenere questo atteggiamento, né la Chiesa fu la sola agenzia sociale a propagandare l'antisemitismo otto e novecentesco. Ma è bene ricordare che non furono i piccoli falsari come il Simonini raccontato da Eco a compiere questa azione di delegittimazione e demonizzazione, ma grandi istituzioni pubbliche rispettabili e serie, fra cui molte forze politiche esplicitamente cattoliche, com'è il caso per esempio dell'Austria col partito cattolico/antisemita del sindaco di Vienna Karl Lueger ("il maestro di Hitler") e della Francia in cui la campagna contro Deryfus fu guidata da giornali cattolici come "La Croix" e "Le Pélerin", mobilitando gli scrittori cattolici da Daudet a Barrès, da Maurras a Bernanos.
Perché parlare di queste cose oggi? Perché tutti si scandalizzano delle liste di proscrizione o alle lezioni negazioniste all'università che ritornano periodicamente agli onori della cronaca, ma nessuno bada alle condizioni che rendono possibili questi abomini e cioè alla più o meno sottile opera di delegittimazione e demonizzazione che le precede. Perché nei prossimi giorni ricorrono, stranamente e forse giustamente vicine le giornate della memoria e del dialogo ebraico-cristiano, che dovrebbero essere entrambe occasioni di riflettere su questo tema.
E infine perché mi sembra di capire che dopo una pausa di qualche decennio (Kertzner attribuisce a De Rosa la considerazione che "Civiltà cattolica" "mutò la sua linea solo nel 1965") la rivista dei gesuiti abbia ripreso a lavorare sull'immagine degli ebrei, con la variante non secondaria di non occuparsi più della "razza" ebraica, ma dello "stato" ebraico - ma con contenuti non troppo diversi, e di nuovo facendo l'avanguardia della posizione vaticana. E' noto infatti che "le bozze della rivista vengono riviste dalla Segreteria di Stato" e dunque manifestano la posizione ufficiosa della Santa Sede.
E' infatti di qualche giorno fa un'anticipazione pubblicata dall'Ansa di un editoriale firmato da Padre Giovanni Sale in cui sostanzialmente si dice che la nascita dello stato di Israele è stato un crimine contro l'umanità. La conseguenza di questa valutazione è che, secondo il riassunto dell'Ansa, "il problema dei profughi palestinesi, nato nel '48 da una vera e propria «pulizia etnica», «va trattato in sede internazionale», va affrontato «con realismo e risolto nell'interesse innanzitutto, delle parti lese», nella consapevolezza che «non esiste una proposta che accontenti tutti»." Chi ha orecchie per intendere...
Questa lettura, profondamente delegittimante, fa il paio con i risultati del Sinodo dei vescovi mediorientali, tenutosi qualche mese fa (in cui, è bene ricordare, il redattore della risoluzione finale dichiarò nella conferenza stampa conclusiva che Israele non aveva più alcun diritto storico-religioso sulla "Palestina" perché la promessa divina dell'"Antico testamento" era stata abolita dal "Nuovo", sicché l'elezione ebraica era senza fondamento; e nell'occasione fu anche presentato un documento interconfessionale che fra altre amenità definiva "un peccato contro Dio" la fondazione dello Stato di Israele, che per padre Sale è solamente un "crimine contro l'umanità"). E poi la partecipazione alla conferenza Durban 2 contro il parere della maggior parte degli stati occidentali, la bizzarra teoria più volte espressa che le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico derivano dall'esistenza dello stato di Israele (la "violenta irruzione del sionismo a Gerusalemme" per usare le parole di Vittorio Messori, scandalose perché più esplicite del felpato linguaggio della diplomazia vaticana, ma non sostanzialmente diverse). E cento altri episodi che si ripetono, l'ultimo dei quali è la partecipazione cattolica a un colloquio con i musulmani a Doha per discutere del destino di Gerusalemme, da cui naturalmente gli ebrei sono esclusi. Sono le prove di un "compromesso storico" fra mondo cattolico e islamismo, il cui prezzo sembra essere Israele.
Naturalmente è possibile avere tutte le opinioni diverse su temi concreti come i confini di Israele o la colpevolezza di Dreyfus. Ma si supera la linea che separa la critica politica dall'antisemitismo (e dunque dai passi preparatori delle "liste") quando gli ebrei e il loro stato sono criticati in quanto tali, delegittimando la loro presenza, demonizzando le loro azioni e usando un doppio standard per valutare le loro azioni e quelle degli altri (così per esempio il Papa, che ha elevato le sue proteste contro "l'occupazione" israeliana della Cisgiordania durante la sua visita a Cipro, tacendo dell'occupazione militare turca di metà del territorio dello stato cipriota. Sono le tre D proposte da Sharanski per testare l'antisemitismo contemporaneo. Spiace dover prendere atto che la politica vaticana e buona parte dell'opinione cattolica (non solo gli estremisti alla Pax Christi) oggi rientrano ampiamente in questi criteri.
Ugo Volli

La delegittimazione continua, la demonizzazione continua, la diffuzione di falsi continua, il sostegno, morale e materiale, a chi vede le camere a gas come una luce in fondo al tunnel continua. Dimenticando, gli angelici pacifisti, che “dopo il sabato viene la domenica” non è una banale constatazione di calendario bensì un preciso programma di sterminio continuamente proclamato. Ma noi, che non siamo angeli e non siamo neppure stelle, non staremo a guardare.  

barbara


6 ottobre 2011

SPIGOLATURE 1

Il ragazzo che era in fila con me al check in, alla partenza: giovane, caruccio, dalla morbida parlata emiliana. Dopo mezz’ora che ci parlavo, a causa di qualcosa che ha detto mi è venuto il sospetto che potesse non essere italiano. Infatti era arabo israeliano, di Nazaret. Poi in aereo era dietro di me e l’ho sentito parlare molto disinvoltamente in ebraico coi suoi vicini. Ad ogni buon conto, una volta diventato di pubblico dominio che era arabo, ha provveduto a tenere bene in vista sopra la maglietta la croce che portava al collo.

Polizia e carabinieri. Una mezza dozzina, col mitra spianato, a proteggere la nostra fila, quella del volo per Tel Aviv: penso, in quell’ora notturna, almeno la metà di quelli che erano in servizio nel piccolo aeroporto di Verona. E solo per quel volo. Poi vengono a dire che Israele deve essere trattato come qualunque altro stato; e a dirlo, beninteso, sono proprio quelli che rendono necessario tutto quell’eccezionale apparato di sicurezza.

I colori. Non li ho potuti fotografare perché quando apparivano ero sempre in movimento, però bisogna che ne parli. Nelle città come in mezzo al deserto, lungo una strada o in mezzo al nulla improvvisamente compare un cespuglio pieno di fiori, un’esplosione di colori che riempiono gli occhi e l’anima, un’orgia di rossi e di gialli e di blu e di arancione e di rosa e di viola col verde delle foglie, un verde smeraldo intenso, quasi abbacinante. E ogni volta mi protendevo a guardare, col fiato sospeso, ammutolita da tanta bellezza, da tanta proprompente vitalità creata dalla dura cervice di coloro che hanno fatto fiorire persino il deserto. E quando l’esplosione di colore era passata mi riadagiavo contro lo schienale e dicevo, convinta: “Ah, come sono contenta di essere in Israele!”

E i colori dei pesci. C’era una grande vasca rotonda all’aperto, nel grande spazio dell’acquario di Eilat, con i pesci rossi. Proprio mentre ero lì vicino una bambina si è messa a buttare in acqua del cibo, e i pesci naturalmente sono accorsi tutti lì, così me ne sono trovata a disposizione una bella ammucchiata e anche loro facevano una gran bella macchia di colore, anche se, certo, non proprio come i fiori.



La bandiera giordana. Quando siamo arrivate in spiaggia e l’ho vista, ho detto: la fotografo e la metto nel blog col titolo “A un tiro di schioppo”. Un’ora dopo sono arrivate le prime notizie sugli attentati. Non dalla Giordania, d’accordo, ma rimane ugualmente valido il fatto che i nemici, quelli che vogliono la distruzione di Israele e la morte degli ebrei tutti, sono sempre a un tiro di schioppo. (L’immagine è parecchio sfocata perché poi la foto l’ho fatta che era quasi sera)



barbara


2 ottobre 2011

DI ACQUA E DI SANGUE

L’acqua

Nel Medioevo, come è noto, i perfidi giudei usavano avvelenare i pozzi per far morire di peste i cristiani, ossia tutti i non ebrei che vivevano intorno a loro. Nessuno, va da sé, è mai riuscito a scoprire il trucco, ma si sa che niente è impossibile per la perfidia giudaica, e quindi già in quei tempi lontani possedevano questi singolari strumenti di distruzione di massa, e ad ogni epidemia di peste che si scatenava in Europa si sapeva, con assoluta certezza, su chi puntare l’indice.
Sono passati gli anni e i decenni e i secoli. La peste è pressoché debellata, i pozzi esistono ancora ma raramente, almeno nel mondo industrializzato, vengono usati per abbeverarvisi direttamente. Impossibile dunque spacciare oggi la storiella dei pozzi e della peste. Che fare, dunque? Rinunciare? Ma non sia mai! Basta una piccola modifica e il gioco è fatto: oggi gli ebrei, quei particolari ebrei che vivono in quella particolare area del mondo, RUBANO L’ACQUA AI PALESTINESI. Lo scopo, chiaramente, è sempre lo stesso: far morire – stavolta non più di malattia bensì direttamente di sete – i palestinesi, ossia tutti i non ebrei che vivono intorno a loro. In che modo? In molti modi: ora rubandola direttamente alla fonte (quali fonti, nessuno lo sa, ma chi sta a badare a questi insignificanti dettagli?), ora interrando sadicamente (perfidamente!) i pozzi. Peccato che in un’epoca in cui ci sono più cellulari che persone, in un’epoca in cui si riesce a riprendere e documentare letteralmente di tutto, dall’assassinio di una giovane iraniana durante le proteste alle violente repressioni in Siria e persino, a volte, alle torture in carcere, nessuno sia mai riuscito a mostrarci un solo video, una sola foto di questi famosi pozzi interrati dai perfidi sionisti. Persino per il miracolo del far fiorire il deserto con acqua estratta dalle profondità del deserto stesso – quel deserto che rappresenta il 60% del territorio che la Risoluzione 181 ha destinato allo stato d’Israele, e che si trova interamente in territorio israeliano, non “occupato”, non conteso, ma tutto e sempre e solo israeliano – persino per quel miracolo gli israeliani vengono accusati di “rubare l’acqua ai palestinesi”. Va da sé, e ci sono fior di documenti, che tutto ciò che riguarda la distribuzione dell’acqua è regolato da accordi bilaterali ben precisi – chi ne ha voglia si può informare; e per chi, in malafede, non ha alcun interesse a informarsi, non vale certo la pena di perdere tempo – e non di rado l’acqua fornita da Israele ai palestinesi è anche più di quella concordata. E va anche da sé che se gli israeliani usano il deserto per scavare pozzi e trasformarlo in terra coltivabile e i palestinesi usano le terre coltivabili per desertificarle e trasformarle in rampe di lancio, qualche differenza nella disponibilità di acqua fra le due parti è inevitabile. Anche se, bisogna aggiungere, abbiamo gran quantità di foto e filmati – realizzati non dalla propaganda sionista bensì da enti e organizzazioni palestinesi – che ci mostrano la piscina olimpionica di Gaza, i parchi acquatici, le piscine e le fontane, a documentare il fatto che di sete non sta morendo nessuno. Ma tutto questo, come quotidianamente constatiamo, non ha la minima importanza di fronte al mantra, al dogma, all’assioma, alla verità che tutti sanno, che gli ebrei rubano l’acqua.


Il sangue

In altri tempi, ma capita di sentirlo qua e là ancora oggi, gli ebrei usavano rapire e scannare bambini cristiani per usarne il sangue nell’impasto delle azzime. Accusa che chiunque sia dotato di un sedicesimo di neurone non dovrebbe poter concepire neanche di striscio per la contraddizion che nol consente. Dovrebbe infatti essere noto più o meno a tutti che la macellazione rituale ebraica – obbligatoria per chi vuole mangiare nel rispetto delle norme alimentari ebraiche - comporta il completo dissanguamento dell’animale. Chi poi di cose ebraiche sa qualcosina di più – e gli esperti che si dedicano con encomiabile impegno al compito di metterci in guardia dal pericolo giudaico ne sapranno sicuramente ben più che qualcosina – sa anche che quel dissanguamento in fase di macellazione non basta, e che la carne prima di poter essere consumata deve essere ulteriormente trattata, ossia coperta di sale in modo da farne uscire gli ultimi residui di sangue, e infine lavata. Queste cose erano note anche in passato, tanto è vero che anche i papi meno benevoli nei confronti degli ebrei raramente hanno sostenuto l’accusa del sangue, e quando lo hanno fatto è stato soprattutto per non irritare le folle inferocite da qualche assassinio di bambini e convinte che ne fossero responsabili gli ebrei. Come conciliare allora una tradizione religiosa che impone l’assoluta astensione dal sangue con l’accusa di nutrirsi addirittura di sangue umano? Semplice: non la conciliamo. E nulla ci importa di conciliarla.
Oggi, al di fuori del mondo arabo-islamico, dove la leggenda continua a godere di ottima salute, sono relativamente rari i circoli e le persone presso cui riesca ancora ad avere credito, ma non si può certo immaginare che si sia disposti a rinunciare a un’immagine così bella, così efficace come quella dell’ebreo succhiasangue (letteralmente, come fruitore di sangue umano nella propria dieta; e metaforicamente, in campo economico-finanziario). Ed ecco dunque fiorire una leggenda sorella – sorella di sangue, certo! – della precedente: gli ebrei predatori di organi. Arriva così lo “scoop” dell’Aftonbladet sui palestinesi svuotati e ricuciti prima di essere riconsegnati alle famiglie, citando testimoni che poi negano categoricamente non solo di avere testimoniato alcunché, ma anche di avere mai incontrato il giornalista autore dello “scoop”. E arrivano le “rivelazioni” sui “veri” motivi che hanno portato i medici israeliani ad intervenire fra i primi dopo il catastrofico terremoto ad Haiti. Eccetera.


Acqua e sangue, dunque. Acqua e sangue protagonisti assoluti delle leggende nere che nei secoli hanno continuato a perseguitare gli ebrei, causando un immenso numero di morti e che, per adeguarsi ai cambiamenti verificatisi col passare dei secoli, hanno leggermente mutato forma, restando però inalterate nella sostanza. “Il sangue non è acqua” è un modo di dire diffuso, a misurare l’abissale lontananza fra i due elementi, a indicare la totale estraneità l’uno dall’altra, a significare che nulla hanno in comune. Che cosa li accomuna dunque in ciò che riguarda gli ebrei? La risposta si può condensare in una parola sola: VITA. L’acqua è fonte e simbolo di vita; il sangue è fonte e simbolo di vita. E lo sono per il popolo ebraico in modo particolare: la purificazione per mezzo dell’acqua accompagna, dalla notte dei tempi, la giornata e la vita dell’ebreo; l’astensione assoluta dal sangue – di cui, proprio in quanto vita, l’uomo non ha il diritto di appropriarsi – è norma inderogabile dalla notte dei tempi per l’ebreo. Ecco: lo spirito satanico che è l’essenza stessa dell’antisemitismo è riuscito a creare un perfetto esempio di ciò che in psicanalisi si chiama proiezione: tentare l’annientamento del popolo che ha come imperativo categorico il comandamento e tu sceglierai la vita proiettando su di lui le proprie pulsioni distruttive.
Per quanto ancora continueremo ad essere ciechi di fronte a questa lampante verità?



barbara


30 settembre 2011

QUESTIONE DI CULO – CON RISPETTO PARLANDO

Il progetto originario, quando la mattina del mio arrivo ci siamo incontrate alla stazione degli autobus di Tel Aviv, era di andare sul mar Morto, fermarci un giorno, poi andare a Mitzpè Ramon per un altro giorno, e poi due giorni a Eilat. Poi è successo che gli orari degli autobus per il mar Morto non ci andavano bene, più un paio di altri dettagli, e in tre secondi abbiamo deciso di andare direttamente a Eilat e fermarci lì tutti i quattro giorni. Poi il giorno dopo ci sono stati gli attentati e la strada è stata chiusa: se fossimo andate sul mar Morto saremmo rimaste bloccate lì.



Ho già detto della interminabile ricerca di un alloggio. Ad un certo punto un albergo con stanze libere lo avremmo trovato, ma costava quasi quanto avevamo programmato di spendere per tutti i quattro giorni. Io, sfinita per il viaggio notturno e tutto il resto, ero quasi pronta ad arrendermi: ci fermiamo qui, domani ci facciamo l’intera mattinata in spiaggia e il pomeriggio rientriamo a Tel Aviv. Lei no, ha continuato testardamente a cercare fino a quando non ha trovato la meraviglia che vi ho mostrato. La mattina dopo ci sono stati gli attentati; verso l’una e mezza, di ritorno dalla spiaggia, ci siamo fermate alla stazione per chiedere un’informazione, e ci abbiamo trovato il caos più totale: centinaia di ragazzi seduti per terra coi loro bagagli, tutti i passaggi intasati, personale esausto... Era successo che a causa degli attentati, poiché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, oltre a chiudere la strada avevano anche annullato una o più (non abbiamo potuto avere notizie precise) corse. Se lei non avesse rifiutato di arrendersi e avesse accettato la mia opzione, saremmo rimaste bloccate lì.



La telenovela del tram di Gerusalemme la conoscete tutti: polemiche a non finire quando si è deciso di farlo, difficoltà tecniche in sede di realizzazione, una mostruosa quantità di soldi investiti, tempi biblici per portare a termine i lavori, e quando finalmente si sono conclusi, il tram ha continuato a girare vuoto e a vuoto per mesi e mesi e mesi e mesi... Poi evidentemente dev’essere giunta la notizia che stavo arrivando io e finalmente lo hanno messo in funzione. Gratis, oltretutto, per un paio di settimane. E con simpatici ragazzi alle fermate che distribuivano opuscoli informativi e gadgets.

Avevamo deciso, a Gerusalemme, di andare a visitare la tomba di Ilan; pensavamo, ingenuamente, che fosse sufficiente sapere in quale cimitero è sepolto. Per fortuna succede che prima di andarci incontriamo lui, che provvede a toglierci tale pericolosa illusione (abbiamo appreso in seguito che nel cimitero di Givat Shaul ci sono oltre un milione di tombe); ci siamo così messe alla ricerca di chi potesse darci informazioni, senza esito, ma almeno con le idee un po’ più chiare su come muoverci. Poi, arrivate al cimitero, abbiamo avuto la fortuna di trovare un tizio che sapeva esattamente dove si trovava la tomba e ci ha offerto di portarci lì in macchina (il cimitero è abbarbicato su una collina, con strade stradine biforcazioni e tornanti che si snodano per parecchi chilometri). È vero che ha preteso di essere pagato e probabilmente quello era il suo mestiere e quindi non avrebbe dovuto, ma insomma con un euro a testa ce la siamo cavata. Gli avremmo dovuto dare altrettanto se gli fosse capitato di ritrovarsi da quelle parti quando avessimo deciso di trornare, e ci avesse riportate alla base, ma non lo abbiamo visto: così ci siamo avviate a piedi, e quasi subito è passato un furgone: abbiamo fatto autostop e siamo così arrivate alla fermata dell’autobus in tempo per poter usufruire ancora del biglietto fatto all’andata, senza doverlo rifare (in Israele i trasporti, sia in treno che in taxi e in autobus extraurbani, sono decisamente economici, ma gli autobus urbani sono relativamente cari). E così ci è andata bene anche su quel fronte.



A Naharia ci sono andata in treno, da Tel Aviv, e anche questa, del viaggio in treno, è stata un’esperienza nuova. La data di questo viaggio per l’ultima tappa del mio soggiorno l’ho decisa in corso d’opera, dopo avere combinato tutti gli incastri di visite, incontri eccetera. Poi ho saputo che quello era l’ultimo giorno di funzionamento: a partire dal giorno dopo l’ultimo tratto di ferrovia è stato chiuso, per lavori di manutenzione, per dieci giorni.



Questione di culo, appunto, che ha fatto il suo dovere per tutto il viaggio.

barbara


23 settembre 2011

NOTERELLE SPARSE

• Ieri ero senza computer, e ho letto un libro. Di quattrocento e qualcosa pagine. Ora, non dico che il computer mi porti via 335 libri all’anno (il mese che sto al mare senza computer leggo, e non va messo in conto), ma almeno un paio di centinaia sicuramente sì. C’è però da dire che come antidoto per la crisi d’astinenza il libro non è stato del tutto efficace.

• Lunedì mattina è nevicato un casino e a scuola eravamo quasi tutti in maniche corte e senza calze. Martedì mattina era di nuovo bello e sono di nuovo andata a scuola in maniche corte e senza calze. Poi mi hanno detto che c’erano due gradi, ma non me ne sono accorta: evidentemente sono ancora troppo giovane per essere sensibile a queste cose.

• Appena rientrata in possesso della sacra bestia che troneggia in fondo al mio studio, ho appreso che l’ineffabile Giulietto Chiesa ha fatto un’altra delle sue genialate (rubata qui), ma anche l’immarcescibile Piergiorgio Odifreddi si è dato un bel po’ da fare per tener viva la sua fama di acuto e profondo pensatore.

• Per anni ho avuto in mente una canzone contenuta in uno dei più bei film mai realizzati – peccato solo che duri sei ore – senza saperne né il titolo, né l’autore. Poi stanotte mi è riemersa nella memoria una frase del testo, le premier oiseau d'un après guerre
, e sono andata a chiedere la grazia a san Google, che me l’ha prontamente concessa, e nella speranza che nonostante le nere nubi che si vanno addensando si riesca anche noi, prima o poi, a vedere il sereno, ve la regalo.

• E poi c’è questa cosa qui, presa all’acquario di Eilat, che non so cosa volesse o dovesse essere però mi piace un sacco, e vi regalo anche questa.



barbara


20 settembre 2011

ANTISEMITISMO OGGI, QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE

I motivi dell'odio

Nonostante anni di allenamento, è difficile non lasciarsi abbattere dall'intensità del sentimento antisemita/antisraeliano. Il senso di ferita personale è sempre fortissimo. La domanda sul perché dell'odio, dell'energia emotiva scaricata in questo sentimento distruttivo, va ben al di là dei suoi usi politici e della sua funzionalità sociale. Per esempio è chiaro che per i regimi arabi, prima e dopo questo ciclo di agitazioni (ma anche prima o dopo di quello precedente che quarant'anni fa portò al potere i regimi nazionalisti in Egitto, Siria, Iraq ecc) hanno usato l'antisemitismo, l'hanno trasformato in odio per Israele e hanno suscitato pogrom e violenze di ogni tipo, per distrarre le masse arabe dalla loro miseria, per unificare i loro paesi contro un nemico esterno, in sostanza per mantenere il loro potere. E' chiaro che la Turchia e l'Egitto oggi stanno facendo lo stesso gioco. Ma la questione logicamente precedente è perché, fra i mille obiettivi possibili di odio sia stato scelto quasi sempre l'ebreo, il che equivale a chiedersi perché le masse islamiche siano da decenni (da ben prima dell'"occupazione") particolarmente pronte a odiare piuttosto gli ebrei, nemici immaginari, ancor più che altri soggetti con cui la guerra era reale, i contrasti materiali. La Turchia che è in guerra coi curdi si mobilita in questo momento contro Israele; l'Egitto che viene da una rivolta tutta interna contro la corruzione e ha interessi strategici in conflitto con l'Iran e la Turchia, se la prende con gli unici ebrei che riesce a identificare sul suo territorio, i diplomatici israeliani.
La stessa domanda si può fare ovviamente per l'Europa, dove pure lo sfruttamento statale dell'antisemitismo è da qualche tempo assai meno di moda. Perché in piena crisi economica e sociale un teppista deve prendersi la briga di individuare un cimitero ebraico a Venezia su cui disegnare una svastica? Perché su due muri vicino alla mia università, a Torino, con lo scopo non di denigrare gli ebrei, ma la squadra di calcio del Torino e una nota bevanda gassata si poteva leggere fino a qualche tempo fa e forse ancora oggi "Toro ebreo" (ad uso degli italiani) e "Coca cola yahud" (per i lettori arabofoni)? Perché "ebreo" è un insulto usato da tutte le tifoserie del calcio e del basket? Perché, voglio dire, dovrebbe essere un insulto? Perché Israele continua a suscitare oggettivamente più odio di tutti i regimi più criminali del mondo? Perché in questi giorni di stragi continue in Siria e di prudentissime reazioni israeliane al terrorismo si sono mossi a Londra dei manifestanti a disturbare un concerto della certamente non troppo politicizzata orchestra filarmonica israeliana in quel tempio della cultura che è il Victoria and Alberta Hall, e nessuno in tutto il mondo davanti a un'ambasciata siriana? Certo, gli orchestrali erano ebrei... Perché la Turchia, che spara ai curdi in territorio iracheno e fa comunicati stampa per vantarsi dei numeri dei morti, che occupa uno Stato straniero e vi tiene in esercizio un muro, che nega il genocidio armeno, che è stata sconfessata da una commissione di inchiesta dell'Onu (quindi certo non filoisraeliana), si permette con Israele toni arroganti da politica delle cannoniere, sicura di ottenere la simpatia generale?
La spiegazione di tutti questi episodi, che sono di oggi, non degli anni Trenta, non si può ridurre nei puri dati politici, nel conflitto statale o territoriale che oppone Israele ai palestinesi, nel riflesso meccanico dei vecchi schieramenti per cui la sinistra ha ereditato senza rendersene conto le coordinate geopolitiche di Stalin e prosegue a giudicare buoni i vecchi alleati dell'Urss e cattivi gli alleati dell'America. Non è solo la commissione dei diritti umani dell'Onu, alla cui presidenza fino a un paio di mesi fa sedeva la Libia e che produceva praticamente solo risoluzioni antisraeliane; non sono solo gli ambigui legami nero-rosso-verdi fra neonazisti, neocomunisti, islamisti; ma l'opinione collettiva maggioritaria in Italia, in Europa (per non parlare dei paesi musulmani), che in maggioranza, e nella maggioranza più "illuminata", ha in Israele se non proprio esplicitamente negli ebrei il nemico che gli piace di più odiare.
Le spiegazioni date all'antisemitismo nella storia sono naturalmente moltissime, le abbiamo tutti studiate e molte volte sentite ripetere. Ma a me sembra che oggi ancora ci sia in questo sentimento condiviso un forte nucleo politico-teologico; che non ci troviamo di fronte a un odio laico, interessato, razionale, ma una proiezione ben più potente delle identità collettive, se non proprio delle religioni. E soprattutto credo che noi dobbiamo individuare nelle sue forme attuali una reazione all'emancipazione, alla pretesa intollerabile proprio perché politica, da parte di un popolo teologicamente "inferiore", di essere come gli altri, di vivere la sua identità, soprattutto di avere uno Stato. Nel diritto islamico tradizionale gli ebrei sono considerati dei semischiavi, "dhimmi", che possono sopravvivere in mezzo ai musulmani solo pagando una tassa speciale e accettando uno stato di umiliazione permanente (non portare armi o usare cavalli, non avere case più alte, non avere impiegati islamici, portare certi segni sulle vesti ecc.). Nel mondo cristiano gli ebrei "deicidi" erano stati condannati già da dai primi secoli (per esempio da Agostino di Ippona) a vivere sì, ma in uno stato analogo di umiliazione, per testimoniare insieme con la loro fede della verità dell'"Antico testamento" e con il loro infelice destino della "punizione" per loro "colpa" - ora queste posizioni restano sommerse nelle voci maggioritarie della Chiesa, ma riemergono a tratti, fra i tradizionalisti, i vescovi arabi, i cattolici di sinistra e influenzano in maniera poco consapevole le posizioni di molti.
Che i dhimmi, i deicidi, coloro che si ostinano insieme a non volersi convertire al cristianesimo e neppure all'islamismo, abbiano la pretesa di vivere liberi pacifici e produttivi e addirittura in un loro Stato, è un affronto intollerabile – ancor più dell' "occupazione" di una terra che anche la Chiesa e anche l'Islam rivendicano come sacra per loro. E' la libertà degli ebrei, il loro rifiuto di essere vittime, la loro capacità di realizzare una vita autonoma e uno Stato loro, il loro stesso successo, a infastidire e offendere gli islamici (che se la prendono anche coi cristiani, quando possono) e in Occidente certe parti del mondo cristiano e anche laico, ma di cultura, non solo i reazionari, ma anche molti "progressisti", che travestono nella loro coscienza il sentimento antisemita con l'amore per gli oppressi e la "giustizia" - naturalmente imitati da settori altrettanto "progressisti" del mondo ebraico. Con l'intreccio di questa teologia politica, oltre che con il cinismo di dittatori e altri politici noi ci troviamo a dover fare i conti oggi, in uno dei momenti più difficili e rischiosi della storia recente del popolo ebraico.

Ugo Volli

Alla lucida analisi di Ugo Volli c’è, come sempre, ben poco da aggiungere, quindi mi limito a invitarvi a leggere qualche altro utile dato, qui.


barbara


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


17 settembre 2011

VERSO NORD

Gli ultimi giorni li ho trascorsi a Nahariya, all’estremo nord di Israele, verso il confine con il Libano, grazie alla generosa ospitalità di Sandra, che oltre a ospitarmi ha anche provveduto a scarrozzarmi in quella parte di Israele che ancora non conoscevo, in particolare la costa mediterranea, da Ein Zara, alla periferia sud di Naharia, da cui, lungo la spiaggia







parte un percorso di chilometri di strutture sportive e ricreative











che arriva fino a Kiryat Yam e Kiryat Haim a sud, verso Haifa






Haifa da Kiryat Yam, con piccolo disturbo visivo


dove, nonostante il divieto di balneazione (perché non c’è sorveglianza e quindi non è garantita la sicurezza in mare)



non ho rinunciato a mettere le zampe in acqua.

barbara


15 settembre 2011

E RITORNA IL TIZIO DELLA SERA

che troppo a lungo ho trascurato, ma adesso faccio ammenda, e colgo l’occasione per tornare a giurargli eterno amore: a lui, alla sua graffiante ironia, alla sua magistrale scrittura, al suo spirito sapientemente caustico, ai suoi capelli deliziosamente anarchici.

Davanzali

Con l’eloquio di una dirimpettaia che grida alla finestra, il premier turco Erdogan ha fatto sapere al vicinato mondiale che Israele è un bambino viziato. Non sappiamo se abbia detto anche che Bibi gli fa la pipì sui gerani e si seccano. Se intorno non ci fosse il Medio Oriente degli ultimi decenni, la politica senza cambi di marcia di Netanyahu susciterebbe perplessità. Ma a poche decine di anni dalla fondazione di Israele, la Storia racconta ancora come sia stata l’educazione ebraica. Anche dal davanzale mobile di Erdogan, che lunedì è andato a stendere  i panni turchi al Cairo, non sfuggirà che dal Golfo Persico al Nordafrica c’è un popolo di popoli che non vuole Israele. E’ vero: gli israeliani non sono propensi alla fiducia, sono testardi, sordi alle novità - ma ci sono novità? Lo Stato ebraico vuole essere riconosciuto dai paesi arabi e i paesi arabi non lo fanno. Per una nazione sovrana è troppo essere riconosciuta dalle altre mentre dovrebbe a sua volta riconoscerle? Speriamo che alla finestra si affacci Bibi in canottiera e urli a Erdogan che viziata sarà la zoticona di sua madre. Meglio tirarsi le mutande dei missili.

Il Tizio della Sera

Sì, lo so, la situazione è drammatica: attentati a raffica, assalto all’ambasciata al Cairo, evacuazione di quella ad Amman per timore che facciano il bis, palestinesi che come dieci anni fa cantano e ballano per strada per festeggiare la meravigliosa carneficina dell’11 settembre e adesso si apprestano a chiedere il riconoscimento di una specie di stato terrorista – quello stato, peraltro, che hanno con tutte le proprie forze rifiutato dal 1936 fino a un anno fa -, Fratelli Musulmani che in quell’inverno siberiano spacciato per primavera araba stanno ovunque prendendo il controllo della situazione... Nonostante tutto questo, o forse proprio a causa di tutto questo, il sorriso che il Tizio della Sera generosamente ci regala è quanto di meglio ci potesse capitare.

barbara


12 settembre 2011

IL MATRIMONIO

È stato quello il centro, oltre che il motivo, del viaggio: il matrimonio dell’amico David. È cosa banale dire, di un matrimonio, che è stato bellissimo? OK, sarò banale: è stato bellissimo. Prima però devo dire come ci sono arrivata, al matrimonio, perché non vi immaginerete mica che uno dice prendo e vado e poi va, ma neanche per sogno, se si tratta di me. Perché io ci dovevo andare con E., che a sua volta ci doveva andare con la figlia di suo cugino che poi si è scoperto che una volta, qualche era geologica fa, aveva un blog, e che non solo io lo conoscevo, ma che una volta ha anche pubblicato un mio articolo. Vabbè. Dunque parto da casa di Ester che per l’ennesimissima volta mi aveva ospitata, davanti a casa sua prendo un taxi e gli do l’indirizzo di E. – che, piccolo promemoria che non fa mai male, non è Ester bensì l’amica Esperimento – via tal dei tali numero 6. Vicino a via talaltra, preciso, dato che è una via piccola e magari non la conosce. Sì sì, dice, la conosco. Io, visto che non avrei dovuto camminare, nonostante le zampe fracassate mi ero messa un paio di sandali carini, con un paio di centimetri di tacco. Arriviamo dunque in via talaltra, prende una laterale, arriva fino in fondo, dice che numero? Sei, dico, no dice, il sei non c’è, qui c’è il sette. Dico no guardi, al sei abita la persona da cui devo andare quindi si fidi, il sei c’è. Allora gira a destra, poi gira ancora a destra e di nuovo a destra, torna nella via talaltra, gira ancora a destra prendendo la parallela successiva alla via dove era prima, si ferma davanti a un piccolo passaggio pieno di sabbia sassi e calcinacci che congiunge la via in cui siamo con la parallela in cui eravamo prima e dice ecco, il sei è lì, con la macchina non si passa. Vabbè, pago, scendo, arranco tra sabbia sassi eccetera, arrivo al sei e non trovo il cognome che dovrei trovare. Chiamo E., descrivo il posto in cui mi trovo, e con gioia apprendo che non assomiglia neanche lontanamente al posto in cui mi dovrei trovare. E per giunta né io né lei abbiamo la minima idea di dove mi trovi. Vedo un tizio che arriva trasportando delle cose sulle spalle, mi avvicino, gli schiaffo in mano il cellulare e gli intimo: le spieghi dove siamo. Glielo spiega, ma la spiegazione non le dice niente e dunque mi avvio, chiedo a qualcuno, arranco su passaggi sterrati, affondo in mezzo alla sabbia, descrivendo al cellulare quello che vedevo fino a quando comincia a raccapezzarsi e insomma, per farla breve, ho camminato per una buona mezz’ora, sotto il sole a picco di Tel Aviv, con le zampe dolenti, con i tacchi, con la borsa da viaggio in spalla perché poi dovevo dormire fuori e il giorno dopo andare a Gerusalemme e alla fine sono approdata. E torniamo al matrimonio.
Si prevedeva – giusto per iniziare con una nota a margine – che gli invitati italiani (e soprattutto le invitate italiane) si sarebbero presentati eleganti mentre quelli israeliani sarebbero stati piuttosto casual, e più o meno la previsione si è avverata. Quello che invece non si era previsto è stata l’abbagliante eleganza degli invitati marocchini, e soprattutto delle invitate marocchine, tutte uno scintillio di sete e paillettes, abiti lunghi, fruscianti, sfolgoranti, dal taglio impeccabile, esaltati dal portamento regale delle signore, giovani o vecchie che fossero, che li indossavano. E poi tonnellate di cibo e poi lo sposo emozionatissimo e la sposa bellissima e la nonna dello sposo in pianto irrefrenabile e il rabbino marocchino in jellaba con la voce stupenda e tonante e lo shofar magistralmente suonato e le decine di colombe bianche liberate al momento della rottura del bicchiere e la cena con la musica a palla – e a quanto pare è stato proprio per via della musica a palla che nessuno di noi si è accorto dei tre missili sparati proprio lì, ad Ashkelon, mentre stavamo festeggiando il matrimonio.








Foto scattate da E.

barbara

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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