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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 ottobre 2010

SGRANOCCHIANDO PISTACCHI

Il titolo di questo post, scritto circa cinque anni fa e pubblicato nell’altro blog, era ispirato da un articolo del Corriere della Sera. Sia il titolo che il tema mi sembrano ancora drammaticamente attuali, e per questo penso che possa valere la pena di riproporlo.

Dal Corriere della Sera di oggi: “Il presidente della Repubblica Jalal Talabani ieri ha redarguito i Paesi arabi che si dicono «fratelli» del nuovo Iraq ma poi non mandano a Bagdad un ambasciatore che sia uno. Il suo predecessore, il sunnita Ghazi Al Yawar, un anno fa accusò gli stessi vicini di star seduti «dondolando le gambe e sgranocchiando pistacchi», mentre gli iracheni «muoiono per mano dei terroristi»”. Sembra, in effetti, che sgranocchiare pistacchi sia una delle attività preferite da gran parte dell’umanità: un sacco di europei sgranocchiavano pistacchi mentre la più nefasta delle dittature si impossessava della Germania per estendere poi i suoi tentacoli su tutta l’Europa. E continuavano a sgranocchiare pistacchi mentre gli ebrei venivano sterminati nelle camere a gas. E tutto il mondo arabo ha sgranocchiato pistacchi mentre una parte del mondo arabo induceva i palestinesi a lasciare le proprie case e li rinchiudeva in squallidi campi profughi. E il mondo ha continuato a sgranocchiare pistacchi mentre agenti stranieri, perseguendo le proprie politiche personali, inventavano la “causa palestinese” e la prendevano in mano, usando sia come armi che come proiettili sempre i palestinesi. Il mondo intero ha sgranocchiato pistacchi mentre in Cambogia veniva eliminato un quarto dell’intera popolazione. E ha sgranocchiato pistacchi mentre in Ruanda si consumava un genocidio. E sgranocchiamo pistacchi sui massacri del Darfur, sulle donne musulmane private di ogni diritto e di ogni dignità, sulle bambine arabe prima stuprate e poi assassinate – o “legalmente” condannate a morte – perché portatrici di disonore, sugli omosessuali impiccati, sui giornali chiusi, su una “resistenza” che massacra i propri inermi concittadini, su un terrorismo che avanza e ci incalza, e non si trova di meglio che puntare il dito contro le vittime.

E se provassimo tutti, una volta al giorno, per cinque minuti, a smettere di sgranocchiare?

E se invece che cinque anni fa, lo avessi scritto cinque ore fa, la lista sarebbe ben più lunga. Non vi annoierò con l’elenco completo di tutti gli eventi, tutte le tragedie, tutti i crimini sui quali il mondo intero ha allegramente sgranocchiato pistacchi, ma uno almeno è doveroso ricordarlo: il sinodo dei vescovi sul medio oriente. Quel sinodo in cui Israele e l’ebraismo tutto sono stati attaccati con una violenza e con una perfidia mistificatrice che dovrebbero lasciare sgomenti; quel sinodo in cui questi sono stati definiti un “corpo estraneo” che “corrode” e che “non è assimilabile”: quella cosa che il nazismo chiamava esplicitamente cancro mentre il sinodo preferisce ricorrere a perifrasi, ma il concetto è quello, e si comprende perfettamente; quel sinodo che ha imboccato una strada identica a quella che, ottant’anni fa, ha avuto come capolinea le camere a gas. E con le uniche eccezioni di Ugo Volli (qui e qui) e Giulio Meotti, sembra proprio che nessuno abbia smesso di sgranocchiare pistacchi, dondolando pigramente le gambe.
Sarebbe già una consolazione poter sperare che alla fine vadano di traverso solo agli sgranocchiatori, ma la storia insegna che non sarà, purtroppo, così.


barbara


12 maggio 2010

SÌ, LO SO, LO SO, L’ISLAM NON C’ENTRA NIENTE

 «Torturati, messi in fuga, ora esuli» l’odissea Ryadh, fabbro a Baghdad, è stato seviziato con la moglie, e ha visto distrutti la casa e la bottega

DI NELLO SCAVO

Ryadh si risvegliò dal coma dopo tre gior­ni. La testa cucita, le lenzuola sporche di sangue, gli arti fasciati. Solo allora il fabbro cattolico di Baghdad realizzò che le minacce di u­na settimana prima erano anche per lui: «Via i cristia­ni. Per sempre». Due giorni dopo era in fuga verso la Si­ria. Mille chilometri di de­serto, a tutto gas insieme al­la moglie Shoua e alle due bimbe di sette e due anni. Correvano come inseguiti dai fantasmi di mille mat­tanze. «Il venerdì esplodeva­no le moschee, la domenica le chiese», ricorda la donna. Ryadh era finito in ospedale dopo due ore di torture sot­to gli occhi di Shoua, a sua volta in balia di sette uomi­ni in tuta nera e viso coper­to. «Non piangevo per quel­lo che mi facevano, né per le sigarette che mi spegneva­no addosso. Ero disperata per quello che stavano fa­cendo a lui e per le nostre bambine». Uno dei milizia­ni gliele aveva strappate dal­le braccia. Mentre le trasci­nava fuori casa, fece con le mani quel gesto che già per undici volte aveva portato il lutto tra i parenti più stretti: «Si passò un dito sulla gola, da parte a parte».

A Ryadh risvegliarsi dalle percosse e vedere accanto ai medici le due piccole in braccio a Shoua dev’essere sembrato un miracolo. Era il 2008, lui aveva 31 anni, lei 26. Nel bagagliaio pochi ve­stiti e neanche una foto: né della casa prima della razzia, o della chiesa nel giorno del battesimo della primogeni­ta, né di lui che picchia sul­l’incudine e neanche di Shoua, mai col velo, nel suo salone da parrucchiera. La bottega di fabbro verrà pol­verizzata da due granate sparate dai mujaheddin, il negozio per signora assalta­to e distrutto mentre le clien­ti scappavano urlando come pazze. Restava però un pic­colo tesoro accumulato ne­gli anni: 40mila dollari. Mai avrebbero pensato di dover­li usare fino all’ultimo bi­glietto per pagare l’odissea attraverso la Siria, il Libano e infine su un peschereccio con altri immigrati. Sbarca­rono il 27 agosto 2008 in mezzo ai bagnanti di Roc­cella Jonica. «Non sapevamo di poter chiedere asilo poli­tico, così dopo alcuni giorni siamo ripartiti diretti in Sve­zia, dove vivono alcuni no­stri parenti, attraverso la Francia e la Germania». Le autorità di Stoccolma non ne hanno voluto sapere. Re­spinti. Non restava che la Ca­labria.

«All’inizio eravamo dispia­ciuti di dover tornare qui. L’I­talia era stata una delusione. Quando eravamo sulla bar­ca – ricorda Ryadh – dicevo a mia moglie che eravamo fortunati ad essere ancora vi­vi, salvi e finalmente a poche ore dal più importante Pae­se cattolico del mondo, quel­lo di Roma e del Papa». Una terra promessa. Shoua già si vedeva a pettinare le belle si­gnore italiane viste sui canali satellitari. Più di ogni altra cosa immaginavano la do­menica. «Prepararsi per u­scire di casa, e con le bimbe andare a Messa senza pau­ra ». Da nove mesi sono ospiti della piccola e cordiale Cau­lonia, in quella Calabria che sembra così lontana da Ro­sarno. Il sindaco Ilario Am­mendolia, che ha fatto di questo borgo sul mare un approdo sicuro per oltre un centinaio di rifugiati, ha con­cesso una borsa lavoro. «Po­chi soldi, 650 euro, per una breve occupazione in un ri­storante locale. Di più non riusciamo a fare, anche se questa famiglia meriterebbe ben altra sistemazione». Shoua e Ryadh non chiedo­no nulla. È già tanto potersi raccontare. «Certo che se qualcuno si facesse avanti con qualche offerta di lavo­ro – spera Ammendolia – noi per primi saremmo felici».

Ogni giorno la giovane cop­pia trova un momento per pregare: «Chiediamo a Dio di portare la pace nel cuore degli uomini di ogni religio­ne, perché non succeda ad altri ciò che è accaduto a noi». Ryadh non sorride quasi mai. Non è questo il domani che un padre può volere per i propri figli. Quel giovedì sera di due anni fa forse gli sarebbe bastato ar­rendersi e presentarsi scal­zo in moschea il mattino do­po, per la preghiera del ve­nerdì. «Questo mai. Sono cristiano, cattolico – scandi­sce spalleggiato da Shoua –. Lo erano i nostri genitori, lo sono i nostri figli. Siamo sta­ti cacciati a causa della no­stra fede, ma non siamo i so­li. In Iraq soffrono anche i musulmani».

Chissà se riusciranno un giorno a rivedere Baghdad. «Senza protezione – temo­no –, i cristiani sopravvis­suti non potranno svolgere una vita normale». A co­minciare dal recarsi senza paura da un fabbro o da u­na parrucchiera.



Ecco, come tutti potete ben vedere, l’islam è una religione di pace, predica e pratica l’amore universale – e se mai qualcuno ne avesse dubitato qui ne può trovare la prova documentale - e chi lo nega è un bieco e abbietto razzista islamofobo, seminatore di zizzania, fomentatore di scontri di civiltà, guerrafondaio e, naturalmente (NATURALMENTE!) al soldo della famigerata lobby giudaico-sionista.
E a proposito della suddetta famigerata lobby, dovete NATURALMENTE come al solito andare a leggere uno, due, tre, quattro e cinque.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 12/5/2010 alle 23:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (29) | Versione per la stampa


15 marzo 2010

DHIMMI: SE NON PAGANO UCCIDETELI!

«Ecco perché uccidevo i fedeli»; video-choc. Un terrorista iracheno confessa: «Se non mi pagavano la tassa prevista, finivano decapitati»

« Sono stato reclutato da un imam pachistano a Londra, che mi ha pagato per unirmi ad al-Qaeda in Iraq e mi ha detto che era lecito uccidere i cristiani». È con queste parole che l’ex mufti di al-Qaeda a Mosul, il terrorista Muhammad Ramzi Shihab, racconta in una sua confessione come e perché uccideva i cristiani iracheni della provincia di Ninive. La Tv satellitare al­Arabiya ha trasmesso parte della sua confessione, mostrata ai giornalisti durante una conferenza stampa tenuta dal portavoce del ministero della Difesa iracheno, Muhammad al-Askari, a Baghdad. «Ero solito decapitare i cristiani che non volevano pagarmi la “jizia” (la tassa per i cristiani prevista dalla sharia) – afferma il terrorista nel video – l’imam pachistano mi ha nominato mufti e ho emanato una fatwa ordinando di decapitare un insegnate cristiano. Poi ho ordinato un’altra fatwa contro un commerciante cristiano che non voleva pagare la “jizia”». Shihab aveva emanato anche una fatwa che rendeva lecita l’uccisione di tre donne accusate di aver dato informazioni alla polizia, così come ha ammesso di aver «pianificato un attentato avvenuto nel villaggio di al­Khazana». Il terrorista aveva preso di mira anche una minoranza sciita presente nel nord del Paese. Il portavoce del ministero della Difesa ha poi mostrato le confessioni di altri otto terroristi, chiedendo alle famiglie delle loro vittime di sporgere denuncia contro di loro alla magistratura.
Tra le persone arrestate c’è anche un siriano, Azmi Dari Muhammad, di Homs, arrestato mentre si camuffava con abiti femminili. «Era addetto ad arruolare donne – ha spiegato il portavoce – che avrebbero lavorato come domestiche per le persone importanti della zona, in modo da raccogliere informazioni utili per il gruppo. Trasportava anche armi, evitando i controlli della polizia in quando scambiato per una donna». Intanto, la violenza continua a dilagare nel Paese. Ieri a Baghdad quattro persone sono morte in un attacco contro una Ong nel quartiere sciita di Adhamiyah. Alle 14 locali un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione negli uffici di “Mawteny”, ha ucciso quattro dipendenti, tra cui una donna, e ne ha feriti due. (A.E.) 20.01.2010

Sì, certo lo so, loro sono buoni, loro seguono la religione di pace, loro hanno una cultura che vale quanto la nostra; siamo noi che siamo islamofobi eurocentrici imperialisti colonialisti, in una parola: cattivi. E molto kattivissimo, inutile dirlo, è anche il solito, inescusabile Ugo Volli, uno e due.

barbara


1 giugno 2009

BAGHDAD, 1-2 GIUGNO 1941, POGROM “FARHUD”

[…] Il 30 maggio, Rashid Ali Kailani e il Gran Muftì di Gerusalemme, que­st'ultimo con le sue centinaia di seguaci, fuggirono a Teheran, approfittando della copertura diplomatica dei convogli organizzati dagli ambasciatori tede­sco e italiano. Hajj Amin al Husseini si salvò grazie a un passaporto diplomatico prosaicamente intestato al signor Rossi Giuseppe. Prima di abbandonare Baghdad, però, i militari golpisti, tra cui anche Adnan Khayrallah, zio e padre spirituale di Saddam Hussein, ordinarono un pogrom nel quartiere ebraico.
Questo il ricordo di una ebrea di Baghdad, testimone di quella giornata:

A Baghdad c'erano quattro club per gli ebrei: il Rashid, lo Zawra, il Rafidain e il Laura Kadoorie e c'era anche un club misto di arabi ed ebrei, nella zona di Mansour, dove si giocava a Bingo, si nuotava, c'erano le «notti orientali», feste, musica. A marzo e aprile le ragazze si facevano collane di fiori d'arancio e la città ne profumava. Frequentavamo la so­cietà araba, ci sentivamo iracheni come loro, a casa parlavamo l'arabo e avevamo molti usi in comune, per esempio quello che le mogli non chiamavano mai i mariti per nome, ma «eben ammy», il figlio di mio suocero, o «abu flan», il padre del figlio maggiore [...].
A fine maggio del 1941, Rashid Ali Kailani e gli ufficiali scapparono in Iran, l'esercito iracheno si arrese senza condizioni agli inglesi e al Palmach - la brigata ebraica che ha combattuto al fianco degli inglesi - e si ritirò distrutto.
Gli inglesi ebbero la meglio e marciarono verso Baghdad; corse voce che il piccolo re e il reggente fossero tornati e che si sarebbe formato un governo filoinglese. Noi ebrei tirammo un sospiro di sollievo.
Di colpo, una sera di giugno, il primo giorno di Shavuot, sentimmo degli spari, le radio e le telecomunicazioni erano state distrutte dalla Roval Force. Gli arabi attaccarono i quartieri ebraici di Baghdad, centi­naia di ebrei furono uccisi, tirati giù dagli autobus, accoltellati da gio­vani armati e lasciati morire dissanguati per la strada, migliaia di case e negozi saccheggiati.
II pogrom durò quarantotto ore, gli omicidi avvennero quasi tutti nella notte, i saccheggi il giorno dopo. Sentii con le mie orecchie i musulma­ni gridare: «Farhood, farhood-intissar al Islam ala el Yeehod!» («Sac­cheggiate, saccheggiate, è la vittoria dei musulmani sugli ebrei!»). L'uni­ca via di fuga era salire sul tetto.
Tremo ancora al ricordo delle terribili scene della popolazione terroriz­zata che salta da una terrazza all'altra scappando. Hitler, possano il suo nome e il suo ricordo essere spazzati via, era al culmine del suo trionfo.

Trecento (ma secondo alcune fonti addirittura seicento) furono gli ebrei vitti­me del pogrom, durante il quale furono distrutti 586 loro negozi e 911 case. (da Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pp.95-96)

Aggiungo che oltre alle centinaia di morti vi furono anche migliaia di feriti. Aggiungo che voglio ricordare questo massacro perché a troppi, occupati a tempo pieno a chiamare massacro e sterminio e genocidio la morte delle unità e delle decine di una parte, non resta più tempo per occuparsi delle centinaia e delle migliaia dell’altra parte. Aggiungo che durante i due giorni e due notti di massacro l’esercito inglese, accampato alla periferia di Baghdad, non ha mosso un dito per impedirlo o fermarlo (ricorda qualcosa?), ma nessuno si è mai sognato di accusare l’esercito inglese, o il suo comandante, o la Gran Bretagna, o il suo ministro della difesa, di crimini contro l’umanità. Aggiungo, per chi dovesse avere qualche problema di memoria, che questo massacro, così come tanti altri che lo avevano preceduto e tanti altri ancora che lo hanno seguito, non era una “legittima e comprensibile reazione” alle “infamie” commesse dallo stato di Israele, perché lo stato di Israele non c’era. Aggiungo – e concludo – che nel 1941 gli ebrei iracheni, presenti nell’area da circa due millenni e mezzo, ossia almeno un millennio prima degli arabi, erano circa 150.000; nel 1948 erano circa 135.000; nel 2001 ne erano rimasti circa 200. Oggi ce ne sono sette a Baghdad, meno di 100 in tutto l’Iraq. Perché Hitler è vivo e lotta insieme a loro, con il fattivo aiuto e l’entusiastico tifo di milioni di euroarabi.


barbara


3 agosto 2007

UNA DONNA TRA DUE MONDI

Quel giorno ero a una conferenza in Giordania, e quando si seppe della notizia l’intera sala scoppiò in un applauso. Una mia amica esultò per suo padre, un ufficiale che era stato giustiziato pubblicamente da Saddam. Un altro amico giurò di accusarlo di genocidio per vendicare certi suoi parenti curdi uccisi dal gas insieme ad altre migliaia di persone.

È un’irachena privilegiata, l’autrice di questo libro: la figlia del pilota personale di Saddam. Non ha conosciuto le persecuzioni, non ha conosciuto il carcere, non ha conosciuto la tortura, non ha conosciuto la fame. E tuttavia …

                                         

I miei genitori si sposarono nel 1968 […]. La foto di loro che preferisco è in bianco e nero, scattata alla loro festa di fidanzamento, e li ritrae in piedi davanti a una pergola, sullo sfondo dei mobili da giardino in ferro battuto, papà tutto elegante in giacca e cravatta, mamma truccata pesantemente e con una minigonna anni ’60.
[…]
Le fotografie che conservo di queste donne, abbracciate per la vita davanti all’obiettivo, mi fanno tornare in mente quanto apparissero invincibili, alleate decise a ridefinire la femminilità, femministe alla moda che parlavano due o tre lingue e non vedevano perché non si potesse avere tutto: una laurea, un lavoro soddisfacente, dei bambini, tanti viaggi e divertimenti, e un marito innamorato.


Tutto questo, è bene ricordarlo, avveniva prima dell’avvento di Saddam (durante il suo regno, invece, avvenivano cose come questa): non è stato lui a modernizzare il Paese e portare libertà alle donne. Ed è bene ricordare anche che negli anni Novanta Saddam legalizzò il delitto d’onore. Io non lo sapevo, l’ho scoperto qui. Si scopre anche che

Nel 1995 Kamel, accompagnato dalla sua cattiva fama, sarebbe fuggito in Giordania portando con sé intere casse di fascicoli sugli attacchi biologici, nucleari e chimici ai quali aveva sovrinteso

ma questo è sicuramente un falso, dato che, come tutti sanno, le armi di distruzione di massa non esistono e se le è inventate Bush. E si scopre che gli iracheni di origine – vera o presunta – iraniana non sono fuggiti ma sono stati deportati. Ed è ampiamente documentato che le sanguinose divisioni fra sunniti e sciiti cui stiamo oggi assistendo non sono frutto della “guerra sbagliata” di Bush, ma sono state fabbricate a tavolino da Saddam, stravolgendo l’intero tessuto sociale e distruggendo i suoi delicati equilibri. Si trovano anche amenità come questa:

A pochi passi da lui c’era sempre la sua guardia del corpo personale, Abed […]. Non lo vidi mai senza berretto – ai soldati iracheni era proibito portare il berretto legato con degli spallacci all’uniforme perché così lo portavano i soldati israeliani.

Ma non sono molte le amenità nelle memorie di questa occupante di una gabbia dorata, obbligata a sorridere, anzi, ad apparire raggiante quando tutt’altro era il suo stato d’animo in mezzo all’infinita tragedia di una nazione e di un popolo.

Piccola nota a margine: fra i personaggi compare, ad un certo punto, anche un ragazzo palestinese. I suoi genitori, spogliati di tutto, non si sono fatti rinchiudere, dai fratelli arabi, in un campo profughi per farsi mantenere dagli aiuti internazionali, ma si sono rimboccati le maniche e si sono ricostruiti un’esistenza altrove. E il ragazzo, cresciuto in questo modo, non impiega il suo tempo e le sue energie per seminare morte, bensì per alleviare le sofferenze altrui. E quando fra israeliani e palestinesi sembra profilarsi uno spiraglio di pace, si precipita a offrire il suo contributo. Forse (forse …) se ne potrebbe (potrebbe …) dedurre che anche fra i palestinesi, quelli che riescono a sfuggire al lavaggio del cervello da parte di capi pronti a marciare sui loro cadaveri per raggiungere il potere, preferiscono la vita – propria e altrui – alla morte. Forse.
Il libro va letto, comunque: non ci sono scuse. Anche perché lei poi ha fatto questa cosa qui, e dovrete passare sul mio cadavere per permettervi di ignorarla:

                                

Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi nel mondo ci sono stati più di duecentocinquanta conflitti. Il novanta per cento delle vittime è costituito da civili e il settantacinque per cento di essi sono donne e bambini: mai come oggi le donne si trovano costrette a subire gli orrori provocati dalla guerra. Milioni di donne vengono violentate e strappate alle loro case e ai loro affetti. Sole e abbandonate, devono cercare di ricostruirsi un'esistenza senza sostegni materiali e affettivi. E sempre vengono escluse da tutti i negoziati di pace.
Fondata nel 1993, Women for Women International ha lo scopo di fornire un aiuto economico e psicologico alle donne vittime delle guerre di tutto il mondo. 0rganizza corsi per apprendere una professione, offre consulenze legali, facilita l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro. Attraverso i suoi programmi le donne acquisiscono fiducia in se stesse, diventano cittadine attive e indipendenti e imparano a ricoprire un ruolo produttivo in modo da promuovere in prima persona la ricostruzione delle loro famiglie, delle loro società e, in ultima istanza dei loro paesi.
Dal 1993 a oggi Women for Women International ha aiutato più di 55.000 donne in Afganistan, Bosnia-Erzegovina, Colombia, Congo, Iraq, Kossovo, Nigeria, Rwanda e Sudan e ha distribuito più di 24 milioni di dollari in aiuti diretti e prestiti.
Per avere maggiori informazioni visitate il sito:
www.womenforwomen.org

Zainab Salbi, Una donna tra due mondi, Corbaccio



barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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