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Diario


15 gennaio 2012

IRAN: NON SOLO BOMBE

Allarme sulla prevista esecuzione dei familiari imprigionati dei residenti di Ashraf e un appello per salvare le loro vite

Domenica 15 Gennaio 2012 17:39

CNRI - La Resistenza Iraniana mette in guardia sul rischio di esecuzione di un numero di prigionieri politici solo a causa della loro visita ad Ashraf prima del 2009, essendo familiari dei residenti di Ashraf, a sostegno dell’OMPI, o perché hanno dato soldi all’OMPI condannati di "Moharebeh" (lotta con Dio) secondo la fittizia accusa dei mullah. La Resistenza Iraniana chiede a tutte le istituzioni e alle organizzazioni per i diritti umani un'azione urgente per salvare le loro vite.
Il brutale giudice Salavati ha emesso una seconda sentenza di morte per il prigioniero politico Javad Lari, 56. Il signor Lari, un famoso mercante Bazar di Teheran, è stato arrestato il 15 settembre 2009 per la sua visita ad Ashraf. Il signor Lari che ha anche trascorso quattro anni in prigione nel 1980 per il suo sostegno all’OMPI, soffre di diverse malattie e ha avuto diversi attacchi di cuore in carcere.
Il ministero dell’Intelligence Iraniano sta pianificando di condannare a morte il prigioniero politico Ali Moezzi, 63 anni, in un tribunale illegale. E’ uno dei prigionieri politici del 1980 che è stato arrestato l'11 novembre 2008 a Teheran per aver visitato i suoi due figli ad Ashraf. Il 15 giugno 2011, è stato arrestato per la terza volta in condizioni di salute estremamente precarie pochi giorni dopo un intervento chirurgico per cancro.
In seguito è stato trasferito in isolamento nella sezione 209 della prigione di Evin. E’ stato arrestato a causa della sua partecipazione alla cerimonia di sepoltura di Mohsen Dogmechi che era un prigioniero politico sostenitore dell’OMPI che è stato straziato a morte privandolo delle cure mediche.
La vita di tre altri membri delle famiglie dei residenti di Ashraf e sostenitori dell’OMPI, Mohsen e Ahmad Daneshvar e Abdolreza Ghanbari che sono stati arrestati durante le rivolte del 1988 e sono stati condannati a morte, è in pericolo.
Daneshpour Mohsen, 67 anni, è stato arrestato insieme al figlio, alla moglie e a due suoi parenti il
??27 dicembre 2009. In seguito, lui e suo figlio, Ahmad Daneshpour, sono stati condannati a morte in un tribunale illegale dei mullah. La ragione di tali brutali sentenze era che suo figlio e suo fratello sono a Campo Ashraf. I suoi due fratelli, Morteza e Mostafa, sono stati giustiziati da parte del regime dei mullah nel 1981.
Gholamreza Khosravi Savadjani, un altro prigioniero politico, è nel braccio della morte con l'accusa di aver fornito assistenza finanziaria all’OMPI. E' stato in isolamento per più di 40 mesi.
Il vacillante regime iraniano ricorre a tali crimini al fine di intensificare l'atmosfera d’intimidazione nella società, per affrontare l'espansione delle proteste alla vigilia delle elezioni falsificate dei mullah, e al tempo stesso imporre pressioni sui residenti di Ashraf.
Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana
14 gennaio 2012

Dal sito delle donne iraniane democratiche in Italia.

(qui dovrebbero esserci le foto di Lari e di Ali Moezzi, ma il cannocchiale sta continuando a sabotare l'inserimento di immagini)

barbara


12 gennaio 2012

I GRANDI DITTATORI

I GRANDI DITTATORI
A Caracas, Chavez e Ahmadinejad hanno recitato una scena da clown sul fantomatico uso di missili atomici puntati sulla città di Washington. Non è andata affatto bene e sulla Terra non ha riso nessuno. Forse per la qualità così bassa degli interpeti, o per il gap tra umorismo venezuelano e iraniano, o tra gli umorismi venezuelano, iraniano e l’umorismo del resto del mondo, oppure per la mediocrità del copione, o per il tema scelto, lievemente cupo. Ma è inutile girarci intorno, per Chavez e Ahmadinejad è stato un fiasco. D’altra parte nel mondo di adesso a fare il grande dittatore non c’è Charlie Chaplin, ma interpreti del livello di Chavez e Ahmadinejad. Minori. Anzi, minorati.

Il Tizio della Sera

Effettivamente a fare il grande dittatore pentito Ahmadinejad non sembra molto portato, anche se lo straordinario Tommaso Ciuffoletti ha provato a darcene un’idea.


 

E per non dimenticare le vittime innocenti: 

 
 

(Lilit, dove sei?)

barbara


14 ottobre 2011

QUANDO L’ACQUA TOCCA IL CULO SI IMPARA A NUOTARE

Così si dice dalle mie parti. Ora, succede che da quasi tre anni il signor Barack Hussein Obama è impegnato a tempo pieno a fare il giochino della mano tesa con l’Iran. O meglio - perché l’Iran, non dimentichiamolo, è un meraviglioso Paese dall’antica e raffinatissima cultura e con un meraviglioso popolo che soffre e lotta - con Ahmadinejad. Ignorandone deliberatamente il negazionismo. Ignorando ostentatamente il suo proposito di arrivare all’atomica per annientare Israele, come del resto da oltre vent’anni va predicando il suo sponsor, l’ajatollah Ali Kamenei. Ignorando pervicacemente il terrore dei Paesi arabi circostanti che lo considerano un pericolo da fermare ad ogni costo. Ignorando diligentemente tutte le atrocità perpetrate contro i suoi inermi e pacifici cittadini.
Adesso succede che l’Iran è andato a fare la cacca in casa del signor Barack Hussein Obama e il signor Barack Hussein Obama ha improvvisamente scoperto che la cacca puzza. E inquina. E può provocare pericolose malattie. Così, altrettanto improvvisamente, ha appreso l’arte di nuotare: “l’Iran dovrà renderne conto”, “va isolato”, “risposta forte”, “le più dure sanzioni”, “nessuna opzione viene esclusa”.
Pare che, in realtà, il complottatore capo si sia rivelato talmente scalcinato – un ladro di polli più che un agente dei servizi segreti – da suscitare non pochi interrogativi e perplessità: che siano stati, mi chiedo io, i suoi uomini a organizzarsi per spingergli un po’ di acqua sotto il culo per costringerlo a nuotare? A me starebbe anche bene, spero solo che non siano arrivati troppo tardi.



barbara


6 agosto 2011

SE UN REGIME HA PAURA DELLE PISTOLE AD ACQUA...

 









                



                                   

                                                          



... c'è qualche speranza che sia davvero agli sgoccioli...

soprattutto se ha anche il terrore dei topi...



barbara


29 giugno 2011

DI FLOTTIGLIE E DI ALTRI ANIMALI

Marta et Alessandro, orate pro eis

Cari amici,
sapete cos'è il patrocinio? No? C'è sempre tempo di imparare e spero che queste cartoline vi aiutino un po' a farlo. Dunque, per il mio Devoto-Oli, patrocinio è "1. Protezione accordata o goduta nell'ambito dei rapporti fra i diversi gradi di una gerarchia sociale | Nel linguaggio devoto la protezione di un santo 2. Nel linguaggio giuridico il compito di difesa, di assistenza e rappresentanza nel giudizio." Interessante, vero? Soprattutto l'accenno ai santi.
Certamente vi state chiedendo perché mi occupo di patrocinio invece che di abigeato ("il reato relativo al furto di bestiame")  di sigmoidite ("infiammazione del sigma", non la lettera, una parte del colon) o di pregadi ("nella repubblica veneta i membri del Senato consultati dal doge sulle più gravi questioni").
Be', la ragione è semplice. Sul sito italiano della "freedom flottilla" (http://www.freedomflotilla.it/), che di questi tempi è la mia principale fonte di edificazione spirituale, dopo il Vernacoliere, ho notato che sono comparsi due marchi molto ufficiali, una croce con leoni e corona, sovrastati dalla scritta "patrocinio del comune e della provincia di Genova".
E allora mi sono incuriosito. Chissà se i cittadini genovesi sanno che stanno patrocinando, unici in Italia, neppure imitati da De Magistris, un'iniziativa che secondo il diritto internazionale rientra fra gli atti di guerra? Mah. E chissà se qualcuno gliel'ha chiesto? Chissà. E siamo sicuri che comuni e province possano patrocinare iniziative che si svolgono a tremila kilometri dal loro territorio, oltre a essere illegali e violente? Boh. Certo non è una ragione per emigrare in un luogo amministrato con tanta allegria – né di votare questa amministrazioni alle elezioni del prossimo anno.
Ma poi ho capito E' escluso che Marta Vincenzi, sindaco di Genova possa stare in giudizio per la flottiglia. "Laureata in filosofia, dirigente scolastico di scuola superiore (preside in un istituto scolastico di Bolzaneto), è stata un'esponente del Partito Comunista Italiano" (http://it.wikipedia.org/wiki/Marta_Vincenzi). Certo che esser stati comunisti è un grande merito, ma non ti qualifica per le funzioni di avvocato. Di Alessandro Repetto, presidente della provincia di Genova, sappiamo invece che è stato un bancario ("è stato direttore centrale di Banca Carige, sovrintendente di settori aziendali, responsabile dell'Azione Cattolica, delle ACLI, del sindacato e dell'Associazione genitori scuola cattolica”  (http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Repetto), ma non conosciamo il titolo di studi. Lo immaginiamo piuttosto laureato in economia che avvocato.
E allora? Come fanno a patrocinare? Essendo Genova città cattolica fin nello stemma con la croce rossa, non può essere certo in grado di "proteggere" un'iniziativa islamica "nell'ambito dei rapporti fra i diversi gradi di una gerarchia sociale”. Dhimmi sono e dhimmi restano: essere inferiori secondo la sola gerarchia vera, quella musulmana. Si potrebbe pensare alla croce rossa: il comune e la provincia di Genova, avendo visto che i flottiglieri amano girare con spranghe e coltelli, ha deciso di proteggere la loro salute, perché non si facciano male nei loro pacfisti allenamenti con le armi, e li segue con un'ambulanza a vela. E' possibile, ma anche qui Vincenzi e Repetto non hanno il titolo di studi giusto, non sono neanche infermieri.
Resta un'ultima ipotesi, senza dubbio quella giusta suggerita dalla militanza cattolica di Repetto. Sindaco e presidente si candidano a santi protettori ("patrocinatori") della flottiglia. Tutte le mattine i picchiatori che vanno a cercare di fare a botte con la polizia israeliana si alzano e pregano: "Marta e Alessandro, orate pro nobis". Peccato che le regole ecclesiastiche presentino qualche difficoltà all'idea di santi autoproclamati vita natural durante. Ma non importa: Vincenzi e Repetto, i n particolare Vincenzi, sono abituati ai miracoli. Racconta infatti Wikipedia che "La Giunta di Marta Vincenzi è stata coinvolta nel maggio 2008 da un'inchiesta giudiziaria per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione che ha portato all'arresto del Portavoce del Sindaco, Stefano Francesca, insieme a due ex consiglieri comunali, Massimo Casagrande e Claudio Fedrazzoni ed altri. Indagati, a piede libero, anche due assessori della Giunta comunale, Massimiliano Morettini e Paolo Striano" (
http://it.wikipedia.org/wiki/Marta_Vincenzi). La moltiplicazione dei pani e dei pesci. E inoltre, Vincenzi e Repetto si riferiscono al PD, che com'è noto, è bravissimo nella moltiplicazione delle idee (contraddittorie).
Quindi anche noi ripetiamo: Marta e Alessandro, orate pro eis. Con patrocinanti così, sono a posto.

Ugo Volli (informazione corretta)

Ecco: la ricreazione è finita e si torna alle cose serie (per un paio di giorni più del previsto, perché guidare per 550 chilometri in queste condizioni non mi sembra davvero il caso). E per restare più o meno in zona vi invito caldamente a leggere questo importantissimo articolo, che è un po’ lungo ma vi garantisco che ne vale la pena. E poi bisogna assolutamente vedere questo video, se non altro per chiarirvi le idee nel caso non vi fosse del tutto chiaro il significato della non finissima ma efficace espressione “fa cascare le palle”. E infine una notizia drammatica: Hello Kitty – sì, proprio lei - 

                                            

sta mandando in depressione l’intero Medio Oriente.


barbara


28 febbraio 2011

APPELLO DALL’IRAN

Appello da "Lilit", momentaneamente fuori dall'Iran. Fate quello che potete, grazie.

28 febbraio 2011

IMPORTANTE: DOMANI MANIFESTAZIONE IN IRAN

In questi giorni i riflettori non ci illuminano in Iran. Ci sono molte notizie e parecchi morti in giro per il mondo...
Ma leggo su un notiziario, che alcuni servizi segreti Israeliani hanno chiaramente detto come Mousavi e Karrobi sono stati malmenati e portati via dopo molti giorni di "gabbia domiciliare". Non avevano mangiato per paura di essere avvelenati. I loro figli hanno chiesto aiuto alla gente. I giovani domani escono fuori, ma già stasera ci sono stati scontri. Vi prego di coprire la notizia. Se c'è qualche giornalista che legge...vi chiedo per favore.

Se uccidono Mousavi e Karoubi, potrebbero dare un grosso colpo al movimento, potrebbero creare caos e terrore...e non so più.
Ho appena parlato con alcuni studenti, attivisti, avevano molta paura. Mi hanno detto che sono stati minacciati e che l'amministrazione dell'università aveva chiamato i loro genitori per minacciarli.
Ci sono stati tantissimi sequestri di persona, perché ormai di questo si tratta, in Iran. Proprio in questo momento mi scrive uno studente, che oggi all'università sono stati insultati e minacciati e provocati.
Domani sarà una dura battaglia, e gli uomini del regime saranno più feroci che mai, è possibile che anche gli studenti passino dal silenzio all'attacco. Questo mi dicevano, ma la verità è che non hanno i mezzi e verranno schiacciati. Per questo è importanteee, è importanteee, AVERE I VOSTRI OCCHI CHE CI GUARDANO.  VI PREGO. VI PREGO.

grazie


22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


16 febbraio 2011

UNA DOMANDINA PICCOLA PICCOLA

Al signor Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Hussein Obama 

Egregio signor Presidente,
un po’ meno di due anni fa molti iraniani, soprattutto giovani, sono scesi nelle strade per protestare contro gli spudorati brogli elettorali messi in atto da Ahmadinejad, e per chiedere libertà, per chiedere democrazia, per chiedere la fine del regime islamico, ossia di uno dei regimi più oppressivi e più criminali della storia recente. Da lei, signor Presidente, non una sola parola è giunta a sostegno di quei giovani. E quando il regime ha messo in atto la sua spietata e sanguinosa repressione, molto blande sono state, signor Presidente, le sue critiche ad Ahmadinejad, a cui non ha fatto comunque mancare il suo sostegno e la sua solidarietà. Il perseguire la democrazia, evidentemente, non occupava il primo posto nella sua agenda, in quel momento. Né quella politica, né quella morale.
Qualche settimana fa, signor Presidente, molte persone, soprattutto giovani, sono scese nelle strade in Egitto e in Tunisia. Quell’Egitto in cui,
secondo un sondaggio Pew del giugno 2010, fatto quando la situazione era ancora tranquilla, il 59% degli Egiziani appoggia i fondamentalisti islamici e solo il 27% appoggia i modernizzatori. Il 50% appoggia Hamas. Il 30% appoggia Hizbollah. Il 20% appoggia Al Qaida. Oltre il 95% vorrebbe vedere aumentata l'influenza islamica nella vita politica fino a farla divenire predominante. L'82% degli Egiziani è in favore dell'esecuzione per lapidazione delle adultere, il 77% è favorevole alle fustigazioni di piazza e al taglio di mani e piedi per i ladri. L'84% è favorevole all'esecuzione della condanna a morte per chi abbandoni l'Islam. Appena iniziata la rivolta, signor Presidente, in Egitto sono apparse immagini come queste, vi è stato un assalto all’ambasciata israeliana al Cairo (notizia che tutti i nostri mass media hanno preferito tacere, forse per non rischiare di turbare i nostri sonni) mentre in Tunisia gli insorti hanno pensato bene di attaccare la sinagoga. E lei, signor Presidente, in quel preciso momento si è accorto che quello di Mubarak, fino al giorno prima fedele e solido alleato, era un regime illiberale e autoritario, e si è immediatamente, esplicitamente, ufficialmente schierato al fianco degli insorti, scaricando il suddetto fedele e solido alleato.
Ora, signor Presidente, sembra che anche i giovani iraniani stiano nuovamente cominciando a scendere per le strade e protestare. Lei, a quanto mi risulta, non si è ancora pronunciato in merito, ed è a questo punto che, considerati anche i suoi noti precedenti, vorrei rivolgerle la mia domandina piccola piccola, e che dovrebbe anche essere facile facile, dal momento che le è già stata rivolta: lei, signor Presidente, da che parte sta?

barbara


5 febbraio 2011

SE QUESTO È UN PRESIDENTE

“Il processo di transizione verso la democrazia deve iniziare adesso” dice il signor Obama. “E deve essere basato sul pieno rispetto dei diritti umani” aggiunge il signor Obama. Ora, io vorrei chiedere al signor Obama: e dieci giorni fa, quando il suo sostegno a Mubarak era totale, dieci giorni fa gli egiziani non avevano diritto al rispetto dei diritti umani? Un mese fa, un anno fa, due anni fa mentre garantiva la sua completa solidarietà al “dittatore”, al “faraone”, al “corrotto” e gli forniva due miliardi di dollari all’anno, in tutto questo tempo cosa se ne faceva il signor Obama dei diritti umani degli egiziani? Dove le la infilava, il signor Obama, la democrazia? E quanto alle pressanti, categoriche richieste rivolte a colui che ha trattato da amico finché è stato saldo in sella per poi, veloce come un siluro, voltargli le spalle non appena il trono ha cominciato a vacillare, se il signor Obama fosse un politico – non dico uno statista ma semplicemente un politico, anche solo di medio calibro – invece che un pericoloso cialtrone, saprebbe che le concessioni si fanno da posizioni di forza, non da posizioni di debolezza. E come grazie al pericoloso cialtrone Carter abbiamo avuto l’Iran di Khomeini, aspettiamoci ora, grazie al pericoloso cialtrone Obama, di avere presto l’Egitto dei Fratelli Musulmani. Con tutto ciò che ne conseguirà per l’equilibrio e la pace nell’intero pianeta.

barbara


1 febbraio 2011

IRAN IERI E OGGI

Frequentazioni
 

Donne in armi
  

Dare una mano
 

Educazione dell'infanzia
 

Regalità femminile
  


All'università


                                                                    

Posizione della donna




Al mare




Cosa succede se si ascolta musica e si balla?



(qui)

Dategli tempo, dicono le anime belle. Dategli il tempo di evolversi, dopotutto sono indietro di mezzo millennio, che questa poi qualcuno dovrà spiegarcela, prima o poi: cosa diavolo vuol dire sono indietro di mezzo millennio? Siccome Maometto è nato mezzo millennio dopo Gesù Cristo i suoi seguaci hanno il diritto di fare qualunque porcata? Se io oggi fondo una religione nuova posso ripartire dai sacrifici umani e voi portate pazienza per duemila anni perché dopotutto poverina sono indietro di due millenni? E, a parte questo, a qualcuno risulta che ci siano stati tempi in cui un cristiano esemplare ritenesse lecito trombarsi una bambina di quattro anni, e il padre della bambina fosse lieto di lasciargliela trombare? Ma torniamo al punto di partenza: evolversi. Basta lasciargli tempo e si evolveranno. Bene, l’Iran abbiamo visto come si è evoluto. E il resto del mondo islamico? Le mie studentesse in Somalia portavano abiti coloratissimi, tutte col viso scoperto, parecchie anche i capelli, molte anche il collo e qualcuna anche qualche centimetro in più. Braccia scoperte, almeno fino al gomito, erano la norma, le caviglie si vedevano quasi sempre, talvolta anche i polpacci. Oggi, nelle foto provenienti dalla Somalia, non vediamo altro che distese di niqab neri, e non di rado l’unica parte che ne rimane scoperta, gli occhi, è sbarrata da occhiali neri. Ci mostravano orgogliosi, a metà anni Ottanta la moschea nuova: la più grande di tutta l’Africa, ci tenevano a precisare. Fatta coi soldi dell’Arabia Saudita. E noi stupivamo: c’è gente che muore per un’infezione che si potrebbe curare con cento lire di antibiotico, ci sono sempre nuovi poliomielitici perché non ci sono vaccini, all’ospedale non si riceve da mangiare, i ragazzi escono dalle elementari e a volte anche dalle medie totalmente analfabeti perché gli insegnanti guadagnano talmente poco che per dar da mangiare ai figli devono andare a lavorare da qualche altra parte e a scuola neanche conoscono la loro faccia, e questi spendono milioni di dollari per il ghiribizzo di fare la moschea più grande di tutta l’Africa?! Stupivamo, noi, perché c’erano molte cose che non sapevamo. Adesso le sappiamo, ed è tutto chiaro, anche se tanti, anche se troppi continuano a fingere di non vederle, come i bambini che si mettono le mani davanti agli occhi e strillano felici: “Non mi vedi più!” Si mettono le mani davanti agli occhi e si illudono che lo tsunami che sta travolgendo il mondo intero gli girerà intorno senza sfiorarli. Di più: accusano chi tenta di lanciare l’allarme di inventarsi, per puro razzismo, pericoli inesistenti. Pazienza, lotteremo da soli, senza il loro aiuto.
Della Somalia ho raccontato, dell’Iran vi ho mostrato qualche immagine, la Turchia sappiamo. L’Egitto, state tranquilli, vedrete presto anche lui su questi schermi, se non succede un miracolo. Nel frattempo potete comunque ammirare lo splendido percorso evolutivo compiuto negli ultimi decenni. E adesso mettiamoci pure tranquilli e aspettiamo: dobbiamo solo dargli tempo, come dicono le anime belle.

barbara


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella


29 gennaio 2011

QUANDO I BUONI COLPISCONO

Quando sono i cattivi a colpire, qualche speranza di salvezza rimane, ma quando a colpire sono i buoni di professione, la catastrofe è davvero ineluttabile.

barbara


22 dicembre 2010

DEI DELITTI E DELLE PENE

Questo signore



si chiama Cesare Battisti. Di mestiere fa il terrorista. Ha fatto fuori quattro persone. È scappato di galera. Dice che ha cambiato vita, che è diventato un altro, una brava persona. A me risulta che le brave persone, se hanno conti in sospeso, provvedono a saldarli. Comunque. Adesso, nell’ennesima fuga dalle proprie responsabilità e dai propri debiti, si trova in Brasile. Dice che a Natale lo libereranno per motivi umanitari.


Questo signore



si chiama Jafar Panahi. Di mestiere fa il regista. Ha fatto film di grande valore artistico e sociale. È stato arrestato con l’accusa di “preparare un film contro il regime”. Dovrà restare in galera per sei anni. Inoltre per vent’anni non potrà girare film, lasciare l’Iran, avere contatti con i media nazionali e stranieri.

barbara


4 dicembre 2010

TORCERE IL MALE VERSO IL BENE

Mi sembra la cosa più giusta da mettere, dopo il ricordo di Jacques Stroumsa.

EVIN, CARCERE IRANIANO, non è famoso come Guantanamo. È molto peggio, però. Chi ci è passato racconta il puro orro­re. Come Marina Nemat: due anni, lì, dai 16 ai 18. Torture, stupri, e la minaccia costante della morte. Marina non è finita a Evin perché era una militante politica. Era solo una ragazzina cui piaceva studiare. Ma dopo la rivoluzio­ne khomeinista anche questo, che tu vo­lessi imparare il teorema di Euclide invece che sorbirti il catechismo delle Guardie della Rivoluzione, diventò un crimine. Due anni in cella, i piedi maciullati dalle vergate e tutto il resto. La sua storia, e quella di molti altri ragazzi come lei, Marina Nemat l'ha raccontata in Prigioniera di Teheran, bestseller tradotto in 25 lingue. Nel suo nuovo libro Dopo Tehe­ran (Cairo editore) Nemat, che oggi vive in Canada, parla della necessità di raccontare per guarire. Ci sono voluti anni per ricor­dare l'Inferno, passando attraverso il lim­bo della rimozione. «La sera in cui mi rilasciarono» racconta «i miei organizzarono una cena. C'erano due loro amici e Andre, il mio futuro ma­rito. Si è parlato solo del tempo e di altre stupidaggini. Nessuno mi ha chiesto nul­la. Nessuno ha voluto sapere che cosa mi fosse capitato. Più facile tacere e guardare altrove».
Perché? Per paura? Per vergogna? Per un malinteso senso dell'onore?
Molti anni dopo l'ho chiesto a mio padre. Io non ero pronta a dire, ma sarebbe sta­to importante sapere che qualcuno era pronto ad ascoltare. Lui mi ha risposto: sapevamo che avevi avuto esperienze ter­ribili, ma abbiamo taciuto perché parlar­ne ci avrebbe fatto solo male e non sareb­be servito.
Dopo Evin, la prigione del silenzio.
Quella non era più la mia casa. Era un posto sconosciuto dove le persone non si parlavano e fuggivano l'una dall'altra. Suc­cede sempre così: per le vittime dell'Olo­causto, del genocidio in Rwanda, per le donne stuprate del Congo. Nessuno vuole sapere. Si ha paura di doversi assumere delle responsabilità. Di doversi chiedere: dov'ero io quando stava capitando? Perché non ho fatto niente per prevenirlo?
Si poteva prevenire la rivoluzione di Khomeini?
Anche una rivoluzione ha bisogno di tem­po. Non capita tutto subito. Prima la chiu­sura di giornali e riviste. Poi Jane Austen fuori legge. La poesia. Gli abiti dai colori sgargianti. Il ballo. Il canto. Ogni forma d'arte, sublime ed estrema forma di liber­tà. Tutto quello che fa l'umanità, in poche parole, viene bandito. Se di volta in volta avessimo parlato, se ci fossimo opposti, non saremmo arrivati a quel punto. Quan­do ci siamo resi conto della gravità della situazione, ormai era troppo tardi. E ribel­larsi sarebbe stato uguale a morire.
Non soltanto la sua famiglia ha rimosso il
passato...
Tutto l'Iran si è comportato allo stesso modo. I giovani arrestati, torturati e uccisi sono stati migliaia. Evin sembrava un orri­do liceo, ed è ancora così. Ma il Paese ha voltato la faccia. E continua a non voler sa­pere. La memoria esiste, ma nessuno vuo­le accedervi. Oggi se vai in Iran ti sembra che le cose siano cambiate. Ci sono aiuole per le strade, la metropolitana funziona, il Paese è ricco ed efficiente. Anche la tor­tura è più efficiente. Ma è solo cosmesi. L'Iran è tale e quale. Che il presidente sia Ahmadinejad o Mousavi cambia poco. Il leader supremo resta l'ayatollah Khamenei. Questo è il problema.
Il ricordo è stato una dolorosissima con­
quista anche per lei.
Quando il nodo ha cominciato a sciogliersi ho sofferto di sintomi psicotici. Lancinan­ti flashback che mi facevano gridare. La terapia è stata la narrazione. E il perdono.
Chi ha dovuto perdonare?
La mia famiglia. E Ali, il mio primo mari­to: una guardia della Rivoluzione che ho sposato in carcere in cambio della vita... "Lo amavi o lo odiavi?" mi hanno chiesto in molti. Né una cosa né l'altra: lo capivo. Era un torturatore, il suo mestiere era uc­cidere. E mi ha stuprata legalmente a 17 anni. Ma a sua volta era stato torturato sotto il regime dello scià. Un ciclo infinito di odio in cui la vittima diventa carnefice. Perdonare Ali ha voluto dire interrompe­re la catena. Darmi il potere di tenermi fuori da questo destino di dolore. Quando vivi un terribile trauma, com'è capitato a me, non puoi cambiare quello che è stato. L'unica cosa che puoi fare è cercare di tra­sformare tutto questo male in qualcosa di buono. Torcere il male verso il bene.
(Marina Terragni, Io donna, 4.12.10)

Carcere, tortura, violenze di ogni sorta, infine condannata a morte, per un paio di articoletti scritti nel giornalino del liceo, salvata in extremis dal carceriere-innamorato-marito-stupratore, e ancora con la voglia e la forza di sorridere, di “trasformare tutto questo male in qualcosa di buono”. E davvero non si sa se stupirsi di più per l’abiezione di una parte della specie umana, o per l’incredibile coraggio, per la straordinaria forza, per l’incommensurabile grandezza di almeno una parte delle vittime. Come Jacques Stroumsa. O come Marina Nemat. Alla quale auguriamo di vivere a lungo almeno quanto Jacques, per potere, egoisticamente, godere di tutto il bene che una donna come lei sarà capace di tirare fuori da tutto il male subito.



barbara


2 ottobre 2010

UNA RIFLESSIONE SULL’IRAN

Ci è giunta nei giorni scorsi la lieta novella che Sakineh non sarà lapidata per adulterio: sarà impiccata per omicidio. Mi è allora tornato alla mente questo commento di rav Di Segni di qualche mese fa, che mi sembra interessante riproporre.

Il misterioso messaggio della Meghillà di Ester

A meno di un mese da Purim dovremmo cominciare a entrare nell'atmosfera di questa festa, in particolare con lo studio. La Meghillà di Ester è il documento fondante di questa festa, ed è, tra i libri della Bibbia, uno dei più intriganti, allusivi e misteriosi, se la si riesce a leggere bene. Ovviamente non manca chi dice che sia tutta un'invenzione, la storia, le descrizioni di ambiente e tutto il resto. Ma basta un istante di attenzione per capire che non è proprio così. Si pensi al motivo ripetuto delle impiccagioni. Haman chiede per Mordekhai una forca alta 50 braccia. Su quella forca, poi, ci finirà lui e dopo i suoi figli. Se qualcuno dubita del gusto malefico del potere persiano antico per le impiccaggioni ostentate, si legga le cronache quotidiane dall'Iran e mediti sulle lugubri immagini di pali meccanici altissimi usati per impiccarci dissidenti e "criminali". Stessi luoghi, stesso rito macabro, speriamo anche stesso esito di Purim, magari un po' meno truculento, ma comunque risolutorio.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

Sì, in effetti, se su una di quelle forche ci finissero, invece di Sakineh, Ahmadinejad e i suoi accoliti – e magari anche quelcuno dei loro accesi sostenitori nostrani – non sono molto sicura che impazzirei dalla disperazione.

                    

          

barbara


11 agosto 2010

IL BELLO DELL’ISLAM

Sì, lo so che queste cose le avete già lette su tutti i giornali, ma ve le voglio riproporre lo stesso, perché sono notizie belle, e le notizie belle è sempre meglio leggerle una volta in più che una in meno.

Onore dunque anche ai taliban, è da loro che ci viene la speranza in una vera giustizia

Cari amici, capisco che siate scoraggiati. Dallo stato della giustizia, voglio dire. Tante liti, tanti scandali, processi che non finiscono più, innocenti diffamati, colpevoli assolti – insomma un disastro. Per fortuna, contro ogni male ci soccorre la speranza. E per i bravi eurarabi, la speranza è la giustizia islamica: rapida, efficace, forse un tantino dura, ma certamente giusta.

Prendete per esempio l'Iran, cui tocca oggi un ruolo guida anche in questo campo. Tutti conosciamo e naturalmente ammiriamo l'efficacia con cui la giustizia islamica sta reprimendo la sovversione delle spie dell'occidente che hanno avuto la faccia tosta di chiamarsi col colore dell'Islam, verdi. Ma pochi considerano a sufficienza l'azione della giustizia islamica iraniana su altri crimini. Per esempio, l'omosessualità. E' il caso di Ebrahim Hamidi, un diciottenne che conosce lo straordinario privilegio di essere stato condannato a morte per omosessualità, senza prove, senza avvocato, avendo lui la faccia tosta di dichiararsi non gay. (http://www.jpost.com/International/Article.aspx?id=184169) Il suo avvocato Mohammed Mostafaei è stato giustamente costretto a fuggire dopo aver provocato uno scandalo internazionale sul caso di un altro cliente, Sakineh Mohammadi Ashtiani anche lei giustamente condannata a morte per adulterio; arrivato in Turchia è stato giustamente arrestato; ma quel paese che forse sta tornando all'Islam è ancora fragile e dunque l'ha rilasciato per le pressioni del diavolo americano. Fatto sta che Hamidi non ha avvocato, ha confessato di essere gay sotto tortura, ma poi ha avuto subito la faccia tosta di rimangiarsi la verità: ma si può? che lealtà è smentire una cosa che hai appena ammesso solo perché non ti torturano più? E però nel diritto iraniano c'è il principio del "sapere del giudice": se un giudice sa per conto suo che le cose stanno in una certa maniera, può decidere senza bisogno di altre prove. E naturalmente senza neppure dover rispondere all'impertinente domanda di come ha avuto personale conoscenza degli orientamenti sessuali di Hamidi. Fatto sta che l'omosessualità può essere punita con le frustate, l'impiccagione o la lapidazione (anche chi fosse vittima di stupro può essere frustato, se il giudice ritiene che abbia "provato piacere"). Chissà se a Hamidi faranno scegliere come morire?

Fra le cose belle dell'Islam c'è anche la sua internazionalità, che mostra come i suoi pregi non siano costumi tribali, ma principi universali. In un altro paese con un altro sistema politico, infatti, l'Afghanistan degli studenti islamici di teologia (questo vuol dire talebani), una donna incinta è stata pubblicamente frustata – con duecento colpi, cioè ridotta a una polpetta umana - e poi finita con tre colpi alla testa per aver commesso la terribile colpa dell'adulterio. L'aspetto interessante è che la colpevole, Bibi Sanubar, 35 anni, del distretto rurale di Qadis nella provincia occidentale di Badghis – era vedova da tempo e dunque il suo adulterio era per così dire virtuale. Così ha spiegato il capo provinciale della polizia Ghulam Mohammad Sayeedi all'agenzia France Press. (http://news.yahoo.com/s/afp/20100809/wl_sthasia_afp/afghanistanunrestwomenexecution_20100809121039) Ma la giustizia islamica ha questo di bello, che non ammette cavilli: a ogni mente lucida e fedele al diritto naturale è chiaro che la morte dell'onorato consorte dell'adultera non la esimeva dagli obblighi di fedeltà: il suo corpo era di lui per sempre, non vorremo mica ammettere che ci possano essere delle donne che fanno quel che gli pare, no? Onore dunque anche ai taliban, così simili ai giudici iraniani e a tutto l'Islam. E' da loro che ci viene la speranza in una vera giustizia, finalmente rigorosa e capace di individuare e punire efficacemente i reati più gravi.

Ugo Volli

Lo so, lo so, risparmiatevi pure la fatica, lo so da sola che l’islam non c’entra niente, che l’islam è pace amore e fantasia, che da noi succede pure di peggio, che noi abbiamo le veline mezze nude in televisione eccetera eccetera eccetera, lo so, cari, lo so. Lo so.

barbara


26 giugno 2010

PER LA SERIE I PERFIDI GIUDEI NON SI SMENTISCONO MAI

Esteri

Israele sta schierando una flotta di sottomarini nucleari al largo dell'Iran. La notizia è apparsa sul Manifesto in esclusiva mondiale. Dice, che un loro inviato al bar di fronte alla redazione avrebbe sentito con estrema chiarezza una prima ammissione da parte di Amilcare l'Avaro, l'ebreo calvo e senza orecchi che sta alla macchina del caffè e prende solo ordinazioni scritte. Dice, che lui dei sottomarini l'ha sentito tipo due giorni fa da Elan, il cliente tunisino sefardita che prende sempre il cappuccino col cacao, lo zenzero e i capperi e poi corre in bagno. Dice che Elan, che può darsi che sia la donna barbuta dell'Eur, l'abbia saputo da un conduttore della metro che si chiama Vanni e il lunedì sera va a pescare con lui sotto ponte Milvio. Dice, che mentre Vanni tirava su una yiddish-tinca gli ha confidato che quando lui passa col vagone sotto piazza Risorgimento approfitta dell'antenna di Radio Vaticana per sentire sino a via Cicerone le telefonate di un certo Isacco Abramoni che fa il pasticcere e di secondo lavoro il pantalonaio cosher. Dice, che mentre questo zaccheo sionista gran figlio di Davide finge di rammendare, collabora a tutto shofar con lo spionaggio israeliano e fa i giri delle ambasciate arabe dalla mattina alla sera per portare le bombe con la scusa che sono alla crema. Dice.

Il Tizio della Sera

Sì, ribadisco: i perfidi giudei. Perché io l’ho capito chi è lei, sa, caro signor Tizio della Sera, eccome se l’ho capito! Lei è un volgare mistificatore, lei è un losco figuro, lei è uno sciagurato agente del Mossad mascherato da brillante creatore di battute fulminanti. In una parola, lei è un DEPISTATORE, che con tutte queste storielline di tinche yiddish e bombe alla crema, di cappuccini ai capperi e pantaloni kasher, cerca di sviare l’attenzione e farci credere che la flotta di sottomarini nucleari dei perfidi giudei sarebbe un’invenzione del Manifesto. Ma noi non ci caschiamo. Nessuno di noi ci casca, sàppialo. Perché voi perfidi giudei sarete anche furbi, ma noi antisem… noi sostenitori della sacrosanta causa palestinese lo siamo di più. Se ne faccia una ragione.



E a proposito dei perfidi giudei, andate a guardare questo.

barbara


20 giugno 2010

TEHERAN, 20 GIUGNO 2009



barbara


8 giugno 2010

CELESTINO V

Alias Pietro Angeleri, detto anche Pietro da Morrone. Aveva, anche lui, un’ottantina d’anni quando fu eletto al soglio di Pietro, che ancora non ho capito perché si chiami soglio di Pietro dal momento che Pietro era vescovo di Antiochia, ma soprassediamo. Arriva dunque lì, questo brav’uomo, e non ci mette molto a rendersi conto che per sopravvivere in quel bordello, costruito su territori rubati e “legittimato” con un documento falso fabbricato ad hoc – altro che Balfour! Altro che 181! Altro che territori cosiddetti occupati! – bisognava accettare troppi compromessi, bisognava tollerare troppe sozzure, bisognava convivere con troppe bassezze. E cosa fa? Essendo provvisto di coscienza, si dimette. Non io vado, adesso vado, guardate che vado, attenti che vado sul serio: dimissioni vere. Come quelle di Pierluigi Collina. Irrevocabili. Perché gli uomini veri – che non sono quelli che non devono chiedere mai, né quelli che proclamano urbi et orbi che ce l’hanno duro, né quelli decisi a battersi fino all’ultimo bambino, proprio e altrui – sono rari, ma esistono. Rendiamo dunque onore a questo uomo retto che, tra un comodo meretricio e il duro rispetto per la propria coscienza, ha saputo scegliere quest’ultimo (il povero papa Luciani invece ci ha messo un tantino di più a rendersene conto, e così hanno dovuto provvedere a dimetterlo d’ufficio, ma questa è un’altra storia. O no?)

Piccola nota a margine: c’è chi si rifà la verginità ricostruendosi l’imene, e chi se la rifà così. E qui qualche altro aggiornamento su ciò che succede in zona.

barbara


19 maggio 2010

VIVA VIVA L’AMERICA DI OBAMA!

L'Iran è nella Commissione Diritti delle donne grazie all'assenteismo degli Usa

di Piera Prister

L’Iran ha ottenuto nella “Commission on Status of Women” dell’ONU un seggio da cui pontificare in fatto di diritti e pari opportunità delle donne e ciò è avvenuto senza l’opposizione degli Stati Uniti e con il loro silenzioso beneplacito, visto che Susan Rice, l’ambasciatrice USA all’ONU non era presente in aula mentre la maggioranza dei suoi membri, per acclamazione ha detto sì all’ingresso dell’Iran. Una maggioranza che vorrebbe vedere sempre più le donne dietro il burqa, soggiogate, sottomesse e ammazzate sull’altare della Shariah Law che avanza in Occidente con i suoi insidiosi tentacoli per l’insipienza e l’omertà delle democrazie.
L’Italia civile e progredita s’è dichiarata contro, grazie al suo governo in carica che rappresenta in alta percentuale gli Italiani nel cui immaginario culturale collettivo le donne, con tutte le loro battaglie storiche -anche in difesa delle donne afgane- da Emma Bonino ad Adelaide Aglietta e ad Adele Faccio sono degne di tutto rispetto.
E così Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU non era presente in aula e quindi non ha opposto il suo veto, come avrebbe dovuto fare per chiarezza morale. Così le donne sono state doppiamente gabbate per l’assenteismo USA e per l’ammissione dell’Iran nella Commissione sui Diritti delle Donne.
È notorio che con Obama non si scherza e che ogni giorno che passa si scopre qualche altra sgradita sorpresa sulla sua amministrazione. Susan Rice nominata da Obama US Ambassador to the UN- che per il suo ruolo e in nome della bipartisanship avrebbe dovuto difendere i diritti delle donne, non era in aula al momento del voto quando si doveva votare SÌ o NO all’Iran che senza fanfara è entrato scandalosamente a far parte della commissione in questione e in altre due commissioni. L’Iran è ”UN REGIME FEMMINICIDA” -il termine inglese “femicide” è usato dal 1801 ed è incluso nel “Wharton’s Law Lexicon”- è un regime di terrore che agita lo spauracchio di donne assassinate, o lapidate, o penzolanti dalla forca avvolte nel sinistro burqa o bersaglio dei cecchini come Neda in strada che muore in un mare di sangue.
Il canagliume che siede all’ONU ha ora, ancora più, i crismi della legalità per commettere impunemente ancora altre illegalità senza che nessuno gli sbarri il passo! Nemmeno gli Stati Uniti.
Già, dove era Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU? Dove era quando nella sede dell’ONU, “United Nations Commission On Women’s Status” i membri hanno acclamato l’ingresso dell’Iran nella commissione, l’Iran che fa quotidianamente scempio dei diritti umani e si accanisce contro le donne? L’ambasciatrice statunitese non era presente né in sala, né lo era nell’edificio, era latitante, come si dava per scontato, ormai. Un blogger ironicamente ha detto che forse stava incipriandosi il naso, ma non ci sono scuse che reggano. Come spiegare la sua defezione in un giorno così importante quando invece avrebbe dovuto votare contro e opporre il suo veto? Nessuna opposizione ai crimini del regime iraniano, neppure dagli Stati Uniti, dove le donne ne hanno fatta di strada per raggiungere lo status di cui godono e dove dovrebbero difendere quelle meno fortunate! Che altro ci si potrebbe aspettare da Obama che nomina come suo consigliere, una donna in tonaca e hijab, come Dalia Mogahed?
Infatti per l’amministrazione Obama, l’Iran non è più un paese canaglia e non è più quindi lo sponsor internazionale del terrore, un regime sanguinario, antisemita e misogino che reprime nel sangue la protesta, lapida impicca, tortura e viola le donne nelle carceri. E dove vige, per legge, la poligamia. È un paese invece non solo con cui dialogare ma anche al quale assicurare una membership nella Commissione sui diritti delle donne!? E così l’Iran ha ottenuto dall’ONU non solo l’impunità dei suoi crimini ma anche l’incoraggiamento a proseguire, con la Susan Rice che se la batte in ritirata e che per giunta è anche pagata con i nostri soldi. Forse se la spassava nei salotti televisivi di Oprah Winfrey, la regina dei talk-show televisivi, la donna più ricca ed influente d’America e sua grande amica, e soprattutto grande promotrice mediatica della candidatura di Obama.
L’anno scorso, abbiamo visto Susan Rice, fresca di carica, su C-Span -in diretta TV presente al summit di Davos del 2009, sui fatti di Gaza, con Israele sul banco degli imputati, insomma quando si discuteva di cose molte serie con il primo ministro turco Erdogan che attaccava duramente il presidente israeliano Shimon Peres. Lei invece tutta leggera ed incline al pettegolezzo, eludendo l’argomento generale, parlò della sua amicizia con Oprah Winfrey.

Quello che ci si chiede è: perché per trovare una parola su questi fatti SCANDALOSI bisogna andare sui siti specializzati come Informazione Corretta dove, oltre al pezzo di Piera Priester, troviamo anche quello di Ugo Volli? Perché i giornali non traboccano di indignazione e di anatemi come fanno regolarmente per fatti di ben più modesta portata? Perché? E, senza allontanarci troppo dal tema, perché ci sono personaggi di altissimo livello che addirittura si rifiutano di pronunciare le parole “islam radicale”? Davvero qualcuno è tanto sprovveduto da illudersi che nutrendo il coccodrillo se ne otterrà alla fine la benevolenza? Ma non si illuda, questo qualcuno, che offrendogli in pasto tutti noi su un piatto d’argento, come i fanciulli e le fanciulle al Minotauro, alla fine giungerà ad essere sazio: alla fine arriverà anche il vostro turno: quattordici secoli di storia dovrebbero avervelo insegnato.

  

  

                                               

barbara


8 aprile 2010

E ADESSO PARLIAMO UN PO’ DI EBREI E DINTORNI

Con amici così, chi ha bisogno di nemici?

Siamo "permalosi", ci manda a dire il vescovo di Cerreto Sannita Michele De Rosa il quale, partendo dallo scivolone di padre Cantalamessa che citando un "amico ebreo" aveva azzardato un paragone tra antisemitismo ed i presunti attacchi in corso nei confronti del Papa, si produce poi in un vero e proprio sfogo nel quale sembra confessare di non poterne più delle pretese di questi ebrei : ''Preghiamo perché si convertano e non va bene, abbiamo tolto l'espressione 'perfidi giudei', e non va bene, papa Benedetto XVI ha cambiato la preghiera del Venerdì Santo nella messa tridentina, e non va bene. Bisogna sempre chiedere scusa ogni volta, mi sembra ci sia una reazione esagerata''.
"...Capisco che abbiano sofferto con l'Olocausto, ma non possono farne una bandiera...", è un'altra "perla" del De Rosa pensiero.
Il Vescovo De Rosa è membro della Commissione CEI per l'ecumenismo e il dialogo e, a parte lo stress che pare aver accumulato, mi conferma ancora una volta la saggezza di un detto americano che spesso mi viene ricordato : "con amici così, chi ha bisogno di nemici?!".
Gadi Polacco, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Eh già, Israele ha per amico Obama, che non vede l’ora di svenderlo al miglior offerente, anzi, a un offerente qualsiasi, senza neanche provare a impuntarsi sul prezzo. E gli ebrei tutti hanno per amico Sue Eminenza Reverendissima Monsignor Michele De Rosa, vescovo di Cerreto Sannita, talmente buono che arriva perfino a capire – aprite bene le orecchie perché questa è forte davvero – che abbiano “sofferto con l’Olocausto”, e non è certo colpa sua se quelli se ne approfittano e con questo olocausto stanno spaccando i marroni al mondo intero. E ci sta molto bene, per restare in tema, la perla odierna, l’ennesima, dello strepitoso Tizio della Sera.

Meglio mai che tardi

Sessantamila anziani che hanno sofferto le persecuzioni dei ghetti riceveranno un vitalizio dal governo tedesco. Considerata l'attesa di vita di questi sessantamila ebrei, la notizia ridefinisce in modo drastico il significato della parola vitalizio.

Il Tizio della Sera

E poi, certo, visto che oltretutto si è nominato Obama, non può mancare lui.

barbara


8 marzo 2010

OTTO MARZO

8 Marzo, i privilegi delle donne in Palestina

Cari amici, dato che oggi è l'8 marzo, festa della donna, desidero informarvi degli straordinari privilegi che le donne hanno nel mondo islamico e in particolare in Palestina, in modo che anche noi abitanti del decadente nord del mondo possiamo imparare e migliorarci.
Non mi soffermerò su argomenti ben noti e già giustamente apprezzati come il permesso di sposarsi a partire dai sette anni e l'abitudine di farlo nella primissima adolescenza, che denota uno straordinario rispetto per la maturità delle donne musulmane, capaci di godersi una vita sessuale accanto a un adulto quando le loro coetanee europee giocano con le bambole.
Né ritornerò sulla stima che l'Islam ha nei confronti della loro purezza punendo con la lapidazione ogni forma di contaminazione subita, per esempio lo stupro (punendo la stuprata, voglio dire, non lo stupratore, ed è qui la prova dell'attenzione primaria che l'Islam dedica alle sue donne). Non vi parlerò della proibizione di intrattenersi da sole con uomini, neanche per i più superficiali motivi: solo quando si sa il valore di ciò che è esposto si temono i ladri.
E neppure voglio annoiarvi con argomenti ben noti che conseguono da questi principi, come la proibizione di guidare le automobili in posti veramente osservanti e attenti ai diritti femminili – in questo caso quello dell'incolumità – come l'Arabia Saudita. O sulle vesti sontuose e abbondanti che vengono riservate alle donne, come l'elegantissimo abito nero che copre tutto salvo gli occhi in Turchia e nel Medio Oriente, o il sontuoso burka in Afganistan: avete mai pensato quanto costa ai poveri uomini tutta quella stoffa messa attorno alle donne nel loro interesse, per tutelarne il prezioso pudore dai rapinosi sguardi del mondo? Basterebbe questo a far capire come l'Islam sia naturalmente femminista; o basterebbe l'harem, luogo meraviglioso della socialità femminile, autentico prototipo della separatezza dei gruppi di autocoscienza che sono arrivati in Occidente solo alla fine del secolo scorso.
Né voglio accennare più che tanto al diritto di famiglia, al comando indiscusso dell'uomo sulle cose materiali, dovuto alla sua inferiorità naturale, all'affidamento dei figli solo a lui, al suo diritto/dovere di correggere fisicamente le donne che sbagliassero comportamento e così via: tutte cose pensate per sollevare le donne dalle eccessive preoccupazioni materiali. Dove altro, del resto, nel mondo moderno privo di dignità e di principi, l'onore maschile è così interamente riposto nel corpo delle donne?
No, voglio parlarvi oggi di un argomento più materiale, più concreto: l'eredità. Il Corano stabilisce, come certamente sapete, che le donne ricevano la metà dalla quota di eredità di un uomo: se un padre ha un figlio e una figlia, a questa va un terzo e a lui i due terzi. Se le figlie sono due, a lui va la metà, a loro un quarto a testa, eccetera. Vi rendete conto di come questa sia una straordinaria discriminazione positiva, a favore delle donne. Esse sono preziose di per sé, valgono il doppio e dunque dar loro la metà non è altro che riconoscere questo doppio valore.
Dovete sapere però che il popolo palestinese, avendo avuto dal cielo in sorte il compito duro ma pieno di soddisfazioni della guerra santa, è all'avanguardia anche dal punto di vista dei diritti delle donne. Non le pensa solamente come il doppio più importanti degli uomini - e dunque meritevoli della metà della componente materiale dell'eredità, visto che godono del doppio di quella spirituale.
No, il popolo palestinese, in particolare nella sua componente più avanzata, più moderna, più illuminata, quel movimento islamico Hamas che governa a Gaza per via della sua mitezza e spiritualità, ha deciso che le donne non sono solo il doppio, ma infinitamente superiori agli uomini. Di conseguenza è invalso l'uso di non appesantirle affatto con l'eredità materiale (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=170400). Solo lo zero è in grado di riequilibrare l'infinito, e dunque nessuna eredità può essere accostata alla superiorità infinita della purezza femminile. Inoltre le creature totalmente spirituali non devono essere trattenute e appesantite da elementi così materiali come i soldi e le terre.
Sarebbe come trattenere i martiri che si fanno esplodere per andare direttamente in Cielo ricordando loro che hanno un corpo.
Ecco, io spero che anche l'Europa impari dalla spiritualità palestinese e che le femministe tutte capiscano da questi esempi che solo l'appoggio alla rivoluzione palestinese potrà introdurre anche in Occidente la giustizia fra i sessi. Se esse si convertiranno e diventeranno anch'esse, coi loro uteri, un'arma dell'Islam, come i palestinesi teorizzano per le loro donne – bé in questa maniera potranno finalmente anche loro o le loro figlie, se il Cielo lo desidera, sposarsi a sette anni, essere lapidate se stuprate, non poter incontrare da soli neppure per caso un maschio impuro, non guidare e non avere alcuna eredità, obbedire in tutto per tutto a un marito cui la legge divina assicura il diritto di picchiarle. Evviva! Buon 8 marzo eurarabo!

Ugo Volli



E per completare la celebrazione della ricorrenza suggerisco di dare un’occhiata anche qui, e chi avesse voglia di leggere tanto potrebbe andarsi a vedere anche questo.

barbara


28 febbraio 2010

Gravina Avions spa


ovvero

la strana parabola di un’azienda familiare

Per Gianni Gravina il suono della sveglia era diventato un sollievo. La fine di un dormiveglia tormentoso, di un’ansia stordita che lo prendeva allo stomaco. Buttava giù i piedi dal letto e lasciava che i fantasmi della notte gli scivolassero di dosso a poco a poco.
Già mentre si trascinava verso il bagno però, la realtà riprendeva i suoi contorni, e tornava ad opprimerlo con quel senso di disastro incombente che lo accompagnava ormai da mesi.
Sapeva cosa gli riservava la giornata: grane, grane e poi ancora grane.
Una vita di lavoro e di sacrifici se ne stava andando a puttane insieme all’azienda e al patrimonio di famiglia. O meglio a quello che ne restava, dal momento che ormai tutto era nelle mani delle banche.
A volte si chiedeva quando fosse iniziata quella discesa nel baratro, ma non sapeva darsi una risposta. L’azienda aveva semplicemente concluso la sua parabola si diceva, ma forse era reticente perfino con se stesso. Non era capace di riconoscere di avere imboccato in un momento cruciale il bivio sbagliato. Di aver compiuto un balzo in avanti cui la fortuna non aveva arriso. Forse se la Gravina Avions fosse rimasta fedele alle sue vecchie produzioni, la crisi non l’avrebbe colpita in modo così devastante. Forse avrebbe conservato più facilmente i suoi equilibri finanziari.
Forse…
Di certo, dopo la guerra, la produzione degli strumenti per gli aerei aveva fatto la fortuna della famiglia e dell’azienda.
Grandi commesse, lauti margini, profitti da capogiro. E le più grandi aziende aeronautiche in fila per accaparrarsi la produzione.
Poi erano arrivati i cinesi con la loro concorrenza selvaggia e l’azienda aveva cominciato a soffrire.
Le commesse si erano rarefatte, i margini erano crollati ed i profitti avevano ceduto presto il passo alle perdite.
Vendere tutto, quella sarebbe stata la soluzione. Glie ne era capitata l’occasione ma aveva lasciato che il treno passasse e dopo, tutto si era fatto più complicato.
Gravina aveva esperienza, entusiasmo e un mucchio di idee. Il mercato è cambiato diceva ai collaboratori e noi dobbiamo adeguarci. Basta con le battaglie di retroguardia, il successo è legato all’innovazione. Aveva predisposto un piano industriale ambizioso ed audace ma al momento delle scelte decisive l’azienda era arrivata stremata, con le casse vuote e le banche ansiose solo di rientrare delle proprie esposizioni. Per dare ossigeno alla compagnia Gravina aveva dovuto firmare fideiussioni su tutto il patrimonio familiare. Tre generazioni di conquiste e sacrifici erano state rimesse in gioco per la più temeraria delle scommesse.
Avionica. Era questo il campo del futuro, diceva Gravina. Strumenti sofisticati, alta tecnologia, ricerca. L’azienda avrebbe cavalcato l’innovazione e gli utili sarebbero tornati a riempire le casse esauste dell’azienda, liberandola dall’attuale stretta finanziaria.
L’inizio era stato esaltante. Nel primo anno della nuova gestione, l’azienda aveva messo a segno quattro o cinque brevetti che le avevano aperto la strada di promettenti sviluppi commerciali. Aveva iniziato a produrre centraline per il controllo robotico dei droni e le commesse non avevano tardato ad arrivare.
I fatturati erano esplosi, così come i profitti, ma tutte le risorse prodotte continuavano ad essere assorbite dagli investimenti nella ricerca.
Poi era arrivata la crisi. Rapida, improvvisa, dirompente. Commesse annullate, clienti in bancarotta, mercato nel panico.
Gravina aveva sentito la terra mancargli sotto i piedi e l’azienda, in uno stato di asfissia finanziaria, aveva perso ogni capacità di manovra. Il colpo di grazia erano stati i ritardi accumulati nella messa a punto del progetto Falco cui l’azienda aveva destinato risorse esorbitanti. Un progetto d’avanguardia. Un sistema rivoluzionario per il puntamento dei missili balistici. Al solo annuncio, il sistema Falco aveva riscosso l’interesse delle più grandi compagnie americane ed europee, prefigurando commesse tali da proiettare l’azienda fra le grandi del settore. Tutto però si era arenato ai primi test. Quello che funzionava sulla carta non superava le prove di laboratorio e le simulazioni al computer.
Gravina sapeva che mancava un niente alla definitiva messa a punto del sistema ma le casse erano vuote e non c’erano più risorse cui attingere. L’azienda sarebbe andata a picco, pur avendo nel cassetto un progetto vincente, agli ultimi stadi della progettazione.
Entrando in azienda quel giorno, Gravina provò una stretta al cuore. Ormai il clima di smobilitazione era palese. Il personale era al si salvi chi può e la maggior parte delle scrivanie era vuota.
Raggiunse la sala delle riunioni, le mani in tasca, il capo chino.
Era in anticipo ma gli altri erano già arrivati e gli si fecero incontro.
David Gabbai era il responsabile della progettazione e Giorgio Galli, il direttore finanziario. Avevano vissuto a fianco di Gravina l’intera parabola dell’azienda e gli erano leali fino in fondo.
“Novità?” chiese.
Galli scosse il capo.
“Ha telefonato Samir. E’ in ritardo. Sarà qui fra mezzora.”
Gravina dette un’occhiata all’orologio.
“Meglio così. Abbiamo un po’ di tempo per chiarirci le idee. Fai portare del caffè e lascia detto che non ci disturbino. Non voglio telefonate!”
Sedette al tavolo e in attesa degli altri dette un occhiata al tabulato degli incassi. Con questi non si va lontano, pensò, ma cacciò indietro il pensiero per occuparsi della riunione: David gli aveva preannunciato alcune novità di cui non poteva parlare al telefono e poi c’era la visita di Samir.
“Qualche idea sul perché ci voglia incontrare?” chiese.
Galli scrollò le spalle.
“Lo sai come è fatto. Parla per ore senza dire un cazzo. Mi ha tenuto al telefono non so quanto ma l’unica cosa che ho capito è che ti vuole parlare. Dice che è importante…”
“Importante…” ripeté Gravina, scettico.
Conosceva Samir da vent’anni. Un tipo strano. Un libanese, emigrato in Francia negli anni sessanta. Agiva come mediatore ed aveva una solida entratura in tutto il Medio Oriente. Avevano fatto qualche affare insieme, di tanto in tanto, ma niente di straordinario. Possibile, si chiese, che non gli fosse arrivato all’orecchio in che situazione versava l’azienda?
“Tu mi volevi parlare” disse rivolgendosi a Gabbai.
“Ho notizie buone e cattive… Da dove vuoi che cominci?”
“Dalle cattive… Avanti, spara…”
“Siamo al collasso Gianni. Ieri sono venuti Armando, Stefano e Simona con le lacrime agli occhi. Dicono che non ce la fanno ad andare avanti. Non ricevono lo stipendio da sei mesi…”
Gravina si girò verso Galli.
“Ce la fai a pagargli un paio di mensilità?”
Galli scosse il capo con un sospiro.
“Lo sai…” disse senza aggiungere altro.
“Comunque, non è quella la questione…” intervenne Gabbai. “Hanno famiglia… Non vedono più prospettive… Insomma alla fine del mese lasciano.”
Gravina annuì chinando il capo.
“Puoi sostituirli in qualche modo?”
“Non dire stronzate Gianni! Per trovare progettisti di quel calibro, non basta mica schioccare le dita! E poi come li paghi ammesso che li trovi?”
Esitò qualche istante prima di continuare. Erano amici e non voleva infierire.
“E poi Gianni, abbiamo ancora bisogno di progettare qualcosa?”
Gravina socchiuse gli occhi sconfortato.
“Parlavi anche di buone notizie…”
“Ti ho già detto che dopo l’ultimo test negativo abbiamo ripassato il progetto da cima a fondo. Beh, abbiamo individuato il problema. Due mesi e il sistema Falco funziona. Garantito, senza ombra di dubbio. A condizione naturalmente, di poterci lavorare con tutto lo staff della progettazione…”
“Due mesi…” ripeté Gravina riprendendo tono.
“Non ho finito, Gianni. Ripassando il progetto mi è venuta un’idea, una sorta di intuizione… Beh, Stefano ci ha lavorato a testa bassa per una settimana e ieri sera ho avuto il suo report… Gianni, siamo a un passo da un qualcosa di straordinario!”
Gravina si protese verso di lui.
“Che vi siete inventati?”
“Te lo dico in parole povere. Una miglioria del sistema Falco, ma di tale portata da subissare tutti i sistemi di puntamento oggi in uso. Una rivoluzione copernicana. Consente al missile di seguire traiettorie modificate in modo random ad intervalli di pochi secondi, il tutto volando a velocità supersonica a non più di quindici metri dal suolo, schivando ostacoli e seguendo le asperità del terreno. Il Falco con queste modifiche renderà il missile virtualmente inattaccabile. Nessun sistema al mondo potrà intercettarlo prima che arrivi sull’obiettivo.”
“E per tutto questo ti bastano due mesi?”
“Mi ci gioco le palle!”
Gravina trattenne a stento il sorriso di sollievo che gli nasceva dalle viscere.
“Ce la fai a darci due mesi di autonomia?” chiese volgendosi verso il direttore amministrativo.
Giorgio Galli scosse il capo deciso.
“Mi dispiace, Gianni.”
Trasse dalla borsa una cartellina e la spinse verso l’amico.
“Te l’avrei data più tardi, ma a questo punto penso che siamo tutti sulla stessa barca…”
Gravina non si mosse.
“Un’istanza di fallimento?” chiese, senza toccare la cartellina.
“Undici. Una da ciascuna delle banche con cui lavoriamo. E’ una mossa concordata. I giochi sono finiti, Gianni, devi portare i libri in tribunale!”
Gravina si accasciò sul tavolo, le mani fra i capelli.
“Potrei andarci a parlare” disse in un bisbiglio, “forse con quello che abbiamo in mano…”
“Non ci pensare nemmeno, non c’è niente da fare. Glie ne hai raccontate troppe di storie, non ti crederebbero. Ora che ti tengono per il collo con quelle maledette fideiussioni, non molleranno la presa prima di averti spolpato. Mi dispiace Gianni, non vedo proprio vie di uscita.”
Gravina rimase qualche istante come stordito, cercando di riflettere.
“I brevetti… Lo sviluppo del Falco non è stato brevettato. Se lo depositiamo a nome di una nuova azienda, potremmo rimetterci in piedi… Ripartire sotto altro nome… ”
Galli lo squadrò comprensivo.
“Vuoi finire in galera, Gianni? Beh, quella è la strada maestra per finirci… Si chiama distrazione di attività e configura la bancarotta fraudolenta.”
Furono interrotti dallo squillo del telefono.
“E’ arrivato Samir” disse Gabbai abbassando la cornetta, “lo stanno accompagnando qui.”
Gravina si agito sulla sedia.
“Ci mancava solo questo rompicoglioni!” imprecò sottovoce.
Il libanese entrò nella stanza di lì a poco e finse di non cogliere l’atmosfera tesa che vi aleggiava.
Aveva un aspetto fragile e minuto, ma qualcosa in lui emanava un’incontenibile energia. Indossava abiti impeccabili e sembrava perfettamente a proprio agio.
“Vi sarete chiesti il motivo della mia visita” disse una volta conclusi gli inevitabili preamboli.
Il silenzio di Gravina lo indusse a proseguire.
“Rappresento un cliente che per il momento desidera mantenere riservata la propri identità. Spero che la mia parola valga a rassicurarvi del fatto che si tratta di un soggetto dotato di risorse finanziare molto rilevanti.”
Fece ruotare lo sguardo sui suoi interlocutori come a sincerarsi di avere la loro attenzione.
“Il mio cliente è venuto a conoscenza dei piccoli contrattempi finanziari, diciamo così, che la vostra azienda sta incontrando…”
Incrociò lo sguardo di Gravina, come se si aspettasse una sua reazione, ma quello si limitò a scrollare le spalle ostentando una totale indifferenza.
“D’altro canto il mio cliente apprezza le vostre tecnologie. E’ per questo che mi ha incaricato di recapitarvi una proposta. In altre circostanze avrei forse seguito un percorso più guardingo nell’adempiere al mio incarico, ma ho avuto la sensazione che il fattore tempo giocasse in questa circostanza un ruolo sensibile.”
Gravina batté il palmo della mano sul tavolo, indispettito da quegli arzigogoli verbali.
“Venite al punto Samir.”
“Il mio cliente desidera entrare nel capitale della Gravina Avions. E’ pronto a sottoscrivere il 30% delle quote. E una volta socio, metterebbe a disposizione dell’azienda le proprie linee di credito.”
Gravina sollevò appena un sopracciglio.
Troppo bello per essere vero, pensava. Da qualche parte deve esserci il trucco.
“Se questa è una proposta” disse impassibile “voi avrete un’idea della cifra che il cliente intendere investire.”
Samir estrasse di tasca un carnet e scrisse la cifra su un foglietto che ripiegò e fece scorrere sul tavolo.
Gravina ne separò i lembi con lo stesso gelido rituale di un giocatore di poker alle prese con un progetto di scala reale.
“Non basta” disse, sebbene la cifra fosse tale da azzerare di colpo tutte le esposizioni debitorie.
Posò il biglietto sul tavolo fissando Samir negli occhi.
“Per il 30% ci vuole almeno il doppio. E prima di accettare voglio esaminare le condizioni.”
Samir non batté ciglio.
“Va bene il doppio. E le condizioni sono molto semplici. Voi producete e progettate, il mio cliente si occupa del marketing. Vendita e distribuzione sono cosa sua.”
“Parlavate anche di linee di credito…”
“ Virtualmente illimitate.”
Due mesi più tardi il progetto Falco 2 era completato.
I test di laboratorio davano risposte pari alle attese mentre le simulazioni al computer confermavano l’affidabilità del sistema.
Ora in azienda era tornato il sereno. Negli uffici ferveva l’attività e le tensioni del passato sembravano rimosse e dimenticate.
Anche Gravina sembrava rinato. Si era scrollato di dosso la depressione che lo attanagliava da mesi ed affrontava con gioia le sue giornate di lavoro. Non ricordava di essere mai stato così sereno. E’ questa la felicità, si chiedeva di tanto in tanto, con una sorta di pudore?
Eppure in tutto questo c’era una nota stonata, una sorta di leggera dissonanza che lo faceva star male.
David Gabbai.
Era lui l’artefice del Falco 2.
Gravina glie ne era grato e non dimenticava l’amicizia e la lealtà con cui gli era stato vicino nei momenti peggiori. Voleva farlo proprio socio, cedendogli parte delle proprie quote. Quello però, invece di esultare, nicchiava.
“Non ci tengo” diceva, e non aggiungeva altro.
La cosa non era impellente, il lavoro procedeva, i soldi fluivano nelle casse e gli stipendi di tutti i dirigenti crescevano in modo più che soddisfacente.
Passarono dei mesi dunque, prima che Gravina tornasse sull’argomento.
“Mi chiedi perché, Gianni? Beh, te lo dico in due parole. Perché non mi piace la piega che ha preso questa azienda. Noi produciamo un sistema di puntamento che impedisce l’intercettamento dei missili che ne siano provvisti. E’ un business, lo capisco… Ci stiamo facendo i soldi a palate… Però dovremmo fermarci un attimo a riflettere. E’ morale fare soldi in questo modo…?”
Gravina scrollò le spalle infastidito.
“Dai, David. Ci manca solo che ti metta proprio tu a fare il moralista. Questa è un’industria di armamenti, non di confetti. Vendiamo i nostri sistemi seguendo le regole. L’utilizzo che ne faranno i compratori non è affar nostro.”
Gabbai sorrise condiscendente.
“Se questo ti basta per metterti in pace la coscienza, buon per te. A me non basta. Io per esempio mi chiedo dove vadano a finire i nostri sistemi.”
“Singapore. E’ lì che spediamo ed è tutto quello che dobbiamo sapere.”
“Singapore non produce missili, Gianni. Mi dici cosa dovrebbe farsene del Falco 2?”
“Quello che ci fa non lo so e non mi interessa. Noi seguiamo le regole, ci atteniamo alle leggi e portiamo a casa i nostri soldi in modo più che legittimo. Questo è tutto quello che ci deve interessare, il resto sono seghe mentali.”
“Seghe mentali....? Ma non lo capisci che ci siamo messi nelle mani di quello stronzo di Samir e dei suoi fantomatici soci?”
“Quello stronzo ci ha salvato il culo, David, non te lo dimenticare. E poi fino a prova contraria io ho ancora il 70% delle quote. Sono io che comando qui dentro, non loro.”
Gabbai allargò le braccia condiscendente.
“Va bene, sei tu che comandi… Ma loro tengono in mano i cordoni della borsa e la commercializzazione del prodotto. Noi non sappiamo nemmeno chi siano i clienti!”
“Le cose funzionano così e funzionano bene. Lo abbiamo accettato fin dall’inizio!”
“Certo, perché stavamo con l’acqua alla gola! Prova ad immaginare però se un bel giorno tu volessi mettere in discussione la destinazione dei nostri sistemi di puntamento. Vendiamo in Francia, in Germania, in America, non a Singapore. Quelli in cinque minuti ti mettono col culo per terra: ti tagliano i finanziamenti, ti sospendono i pagamenti, ti contestano le commesse. Pensi di poterti fidare? Io non mi fido ed ho la sensazione che se provassimo a fare di testa nostra ci troveremmo davanti qualcuno dei loro con in mano una mitraglietta.”
Rimasto solo, Gravina si accasciò su una sedia cercando di contenere il tremito che si stava impadronendo di lui.
David aveva solo espresso quei pensieri cui lui aveva impedito di emergere a livello cosciente.
Li aveva sotterrati sotto il peso delle necessità e delle convenienze ma erano rimasti lì, inespressi, a covare sotto la cenere. Una volta emersi doveva farci i conti e già si sentiva nuovamente ghermito dalla depressione che lo aveva afflitto per anni.
Guardò l’orologio. Sua moglie lo aspettava a teatro con gli amici ed aveva fatto tardi.
La chiamò sul portatile.
“Tu entra” le disse “io ti raggiungo appena posso.”
Mentre si recava al teatro con la sua nuova Maserati, continuava a rimuginare sulle parole di Gabbai.
“Non ha torto” si diceva con un’angoscia crescente e con la consapevolezza di avere superato un punto di non ritorno.
Il giornale radio ronzava nel sottofondo dei suoi pensieri ma una notizia fece breccia nella sua attenzione.
“Preoccupazione a Washinghton e nelle capitali europee per le manovre missilistiche dell’Iran. Il lancio simultaneo di sei razzi a lunga gittata, è considerato una atto di sfida nel momento in cui le trattative sul nucleare dovrebbero entrare nella loro fase finale. A Teheran frattanto, la Guida Suprema dichiara che Israele sarà cancellato dalle mappe e che le nuove tecnologie missilistiche avvicinano il giorno del trionfo dell’Islam sull’alleanza di crociati ed ebrei.”
“Le nuove tecnologie…” ripeté Gravina con un crampo allo stomaco.
Pochi minuti dopo era a teatro.
Ritirò il biglietto alla cassa mentre già gli operai stavano preparando le insegne e le locandine per lo spettacolo del giorno dopo.
Raggiunse la moglie nel buio della sala e sedette al suo fianco.
“Fammi un riassunto” le sussurrò sottovoce, dandole un bacio.
“Quale riassunto, tesoro…” bisbigliò lei. “E’ il Faust, conosci la storia. Questo è il monologo di lui che attende l’arrivo di Mefistofele. Il contratto è scaduto ma lui vuole sottrarsi al pagamento…”
Gravina si sentì mancare il respiro.
Il cuore gli batteva forte mentre Faust, nelle sue incorrotte sembianze giovanili, malediva il patto che aveva sottoscritto.
Sudava, di un sudore gelido e la disperazione di Faust era la sua disperazione.
E poi ecco, con un rombo di tuoni e un lampeggiare di fulmini appare in scena Mefistofele, avvolto in una sinistra nebbia giallastra.
Gravina ora è in preda all’orrore. Inchiodato alla poltrona, gli occhi sgranati, è rapito dal vortice di quella tragedia senza soluzioni. Una smorfia di terrore gli stravolge i lineamenti. Fissa il diavolo, ormai padrone del palcoscenico, ma non vede Mefistofele, non vede le sue corna, non vede il suo mantello.
Lui al centro della nube giallastra vede solo Samir.
Samir nel suo impeccabile completo di saglia, con il volto stirato in un ghigno diabolico.

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Ecco qua, è tornato Mario Pacifici con un altro dei suoi impareggiabili racconti, da leggere tutto d'un fiato. E dato che al momento sono occupata giorno e notte e di tempo per scrivere in proprio non riesco a trovarne, vi affido volentieri alle sue mani.

barbara


15 febbraio 2010

PER NON DIMENTICARE TARANEH

Era bella, era innocente, era un fiore.



Ma qualcuno i fiori, anziché odorarli, anziché sfiorarli con la punta delle dita, anziché coglierli con delicatezza, preferisce strapparli, e farli a pezzi, e calpestarli, e infine scagliarli nel letamaio. Questo video, costruito con grande talento, con immenso amore, con sconfinata pietà, non è nuovo, ma mi è stato inviato ieri, e io voglio condividerlo con voi, per ricordare questa martire innocente simile a tante, troppe altre martiri innocenti.

barbara


5 gennaio 2010

PER VEDER FINIRE L’ERA DEI RAPPORTI GOLDSTONE

Prendere il toro per le corna

di Noah Pollak

Dal 1948 al 1973 i nemici di Israele hanno combattuto conflitti che per lo più si attenevano alle dottrine di guerra tradizionali. Le guerre avevano una data di inizio e di fine, i soldati indossavano uniformi, gli eserciti combattevano per conto di stati sovrani. Ogni volta, tuttavia, risultarono sconfitti, spesso in modo umiliante.
Dopo la guerra di Yom Kippur del 1973, gli Stati Uniti cercarono di interrompere l'incessante conflitto stringendo un'alleanza che garantiva a Israele un consistente vantaggio militare rispetto a qualunque aggressione regionale. Gli arabi capirono l'antifona: Egitto e Giordania finirono col chiedere la pace, e gli altri nemici di Israele da allora non hanno più lanciato una guerra convenzionale.
Ma non per questo quei nemici hanno cessato di guerreggiare. Oggi Siria e Iran - il cosiddetto "blocco della resistenza" - persegue una diversa strategia che consiste nell’incrementare le risorse delle milizie terroristiche che attaccano Israele al posto loro. Nonostante le sconfitte tattiche subite sul campo di battaglia da gruppi come Hamas e Hezbollah, la strategia nel suo complesso funziona. Essa permette a Siria e Iran di prendersi il "merito", in Medio Oriente, come quelli che osteggiano Israele senza rischiare ritorsioni sul loro suolo; separa la conflittualità continua da ogni possibile rischio per i loro regimi, diminuendo in questo modo il deterrente a continuare la guerra; costringe in combattimenti in aree densamente abitate da popolazione civile, compromettendo la superiorità militare delle Forze di Difesa israeliane e assicurandosi una cospicua dose di danni civili di cui mass-media e Ong - due soggetti che oggi tendono sempre più a coincidere - danno tutta la colpa a Israele, e non ai gruppi terroristi che scatenano le guerre.
E poi, cosa forse più importante, la strategia della "resistenza" crea un'inversione morale: sia nella guerra in Libano che in quella nella striscia di Gaza, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica Israele è stato tramutato da aggredito che combatte per difendersi in aggressore che commette atrocità. Se il massimo obiettivo, in guerra, è sconfiggere le forze armate nemiche, bisogna dare atto a Siria e Iran d'aver messo in campo una strategia in grado di trasformare spesso la superiorità militare d'Israele in un handicap.
Oggi, molto tempo dopo che i combattimenti sono cessati, Israele è ancora fatto oggetto di una cinica campagna di vituperio internazionale per le ultime guerre combattute. Lamentarsi dei due pesi e due misure non serve: lo stato ebraico sarà sempre il bersaglio privilegiato di attivisti che sanno bene quanto sia più facile dare addosso a una società piccola, libera e autocritica - specie se abitata da cittadini che bramano l'approvazione del resto del mondo - piuttosto che battersi contro stati più forti o superpotenze. Il che è ancora più vero quando si può costringere Israele a combattere una guerra ogni pochi anni garantendo in questo modo ai suoi denigratori un costante rifornimento di "prove" della sua criminale cattiveria.
La nuova strategia di combattere per interposti gruppi terroristi, dotati della forza e del perfezionamento di eserciti regolari senza però i limiti e le responsabilità di quelli, sta dando frutti. L'obiettivo non è quello di sconfiggere Israele sul campo di battaglia, ma di condurre una guerra di usura che eroda la sua fiducia in se stesso, che ne metta in discussione la limpidezza morale, che lo trasformi in un paria tra i popoli democratici.
E tuttavia il successo di questo modello di guerra dipende da un fattore importante: dal fatto che Israele accetti di combattere sul terreno imposto da Siria e Iran. Molti sostengono che Israele ha ristabilito la sua deterrenza rispetto a Hamas e Hezbollah. Può darsi, ma è solo temporanea: lo testimoniano i missili, le granate e le munizioni da mortaio sulla nave Francop. Di più, Israele esercita la sua deterrenza solo sui quadri inferiori della gerarchia dei gruppi terroristi, che sono in grado di rinnovare i loro ranghi e le loro risorse molto più facilmente di quanto non faccia un regime statale. È difficile credere che negli anni a venire non vi sarà un altro conflitto con Hezbollah, che innescherà il solito ciclo di eventi perfettamente prevedibile: vittime civili in Libano, condanna di Israele, indagini farsa di Onu e Ong, peggioramento del senso di isolamento d'Israele, che renderà ancora più difficile arrivare alla pace.
Ma la situazione potrebbe essere ribaltata spostando l'obiettivo della controffensiva sugli stati che sponsorizzano Hamas e Hezbollah. Carl Von Clausewitz sosteneva che "una delle valutazioni più importanti" consiste nell'individuare "il centro di gravità delle forze nemiche", per attaccare lì dove l'attacco avrà più effetto. Combattendo a Gaza e in Libano, Israele attacca la periferia del nemico, non il suo centro di gravità, e le sue vittorie saranno sempre temporanee. Private, invece, di stato-padrino, Hamas e Hezbollah sarebbero ridotti all'ombra di se stessi: perderebbero gran parte delle loro armi, dei soldi, dell'addestramento, del supporto ideologico che li rende attori tanto potenti.
I modi per esercitare pressione contro il centro di gravità non devono necessariamente conformarsi ai metodi tradizionali: nulla esclude di contrastare l'asimmetria con l'asimmetria, o di perseguire nuove iniziative economiche e diplomatiche. Ma una cosa è certa: se Israele vuole veder finire l'era dei rapporti Goldstone e delle navi cariche di missili, deve spostare il mirino sulla sorgente del problema. La deterrenza non funzionerà mai se non includerà l'intero spettro dei nemici. (Jerusalem Post, 23 novembre 2009 - da israele.net).

Non per darmi arie, ma io questa cosa è da una vita che glielo dico, a Israele; il guaio è che Israele non mi ascolta. Ma se un giorno si decidesse ad ascoltarmi ...
Nel frattempo vediamo di recuperare qualche cartolina arretrata: uno, due, tre, quattro, cinque, sei.


barbara


23 dicembre 2009

TROVA LA DIFFERENZA



Splendido manifesto trovato in un blog iraniano (grazie alla sua segnalazione), perché il governo è una cosa e la gente un'altra, spesso molto ma molto ma molto diversa. E poi, abbastanza in tema, la solita cartolina.

barbara


1 dicembre 2009

NOTA A MARGINE

Da quando è iniziata la cosiddetta emergenza per la cosiddetta micidialissima influenza maiala destinata a far concorrenza alla Spagnola che ha fatto venti milioni di morti, continua a incalzare la raccomandazione: ai primi sintomi restate a casa. Appena cominciate a non sentirvi bene restate a casa. Se avete il sospetto di star covando un’influenza restate a casa, non andate al lavoro, non andate a scuola, cercate di limitare il più possibile la diffusione del virus …
Il fatto è che grazie al decreto antifancazzisti, ogni giorno di assenza per malattia mi costa cinquanta euro di trattenuta per i primi dieci giorni – e dieci giorni coprono l’intera durata di almeno il 90% delle assenze per malattia. E io, con 500 euro in meno nello stipendio, a mangiare tutti i giorni non ci arrivo. Il risultato di tutto questo è che già da una settimana stavo malissimo, ma non avendo la certezza che si trattasse di un inizio di malattia e non invece di un, sia pure forte ed estremamente fastidioso, banale raffreddore accompagnato da mal di gola e aggravato da un’estrema stanchezza, per un’intera settimana ho continuato a trascinarmi a scuola. E a sparpagliare in giro schifezze di ogni sorta. Che sono, sì, di influenza accostumata e morigerata, ma pur sempre di microbi e bestie varie portatrici di malattie si tratta. E come me, per ovvie ragioni, si stanno comportando la quasi totalità dei miei colleghi.
Quindi se alla fine della stagione dovesse risultare che quest’anno è stato effettivamente battuto ogni record precedente nel numero delle persone che si sono ammalate, sappiamo chi dobbiamo ringraziare.

Qui, a parziale consolazione, si parla invece di una buona notizia per l’umanità intera.

barbara


1 novembre 2009

IRAN: RESISTENZA CONTINUA – E REPRESSIONE CONTINUA

Iran, critica Khamenei
Studente scomparso
I blog d'opposizione:
"E' stato arrestato"


Il ragazzo, 20 anni, vincitore alle Olimpiadi nazionali di matematica, ha preso la parola in un'occasione ufficiale e ha attaccato pubblicamente l’establishment

Roma, 31 ottobre 2009 - Scomparso dopo aver osato criticare pubblicamente la Guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei. Secondo un blog di opposizione è questa la sorta che sarebbe toccata a Mahmud Vahidnia, 20 anni, studente dell'Università di Sharif e vincitore alle Olimpiadi nazionali di matematica.

Diversi siti web iraniani, incluso il sito ufficiale della guida iraniana Ali Khamenei, danno conto di un incontro insolito fra l’ayatollah e lo studente, il quale ha attaccato pubblicamente l’establishment. Secondo il sito web homylafayette.blogspot.com, il giovane è stato arrestato e, da giovedì sera, in custodia dei servizi segreti delle Guardie della Rivoluzione, notizia però non confermata.

I fatti, secondo il sito di Radio freeEurope e vari altri siti, risalgono al 28 ottobre in occasione della Terza conferenza nazionale delle Giovani Elite. Nel suo intervento ai microfoni, compiuto dopo che le autorità universitarie ma prima del discorso di Khamenei, Vahidnia ha parlato per 20 minuti malgrado le proteste di diverse persone nella platea. Ha criticato, si legge, ''le tv e radio di stato, il clima poliziesco che circonda la stampa, l'impossibilità di esprimere critiche alla Guida Suprema e la struttura di potere nel Paese incarnata dal Consiglio dei Guardiani e l'Assemblea degli Esperti'', che imbriglia la democrazia.

Rivoltosi a Khamenei, che presiedeva l'incontro, Vahidnia ha chiesto più tempo per poter finire il suo discorso e la Guida suprema, sempre secondo il blogger, avrebbe detto: ''Vorrei che proseguisse. Il tempo è già esaurito ma lei vada avanti''.

Secondo il sito ufficiale di Khamenei, il leader iraniano ha replicato che le critiche sono le benvenute, e che sa che sono numerose. (qui)



Qui un altro articolo, qui la stessa foto che vedete qui sopra con spiegazioni in farsi per le quali chi ha google chrome può con un clic ottenere un’approssimativa traduzione, qui e qui due video dell’avvenimento, e qui, per chi mastica l’inglese, altri dettagli (grazie a lui per la tempestiva segnalazione). Imbarazzante, nella sua cautela, l’articoletto (e sottolineo etto) del Corriere online, che in poche righe riesce a infilare ben cinque condizionali oltre a una incredibile infilata di “Secondo quanto riporta”, “stando a quanto riferito dal blog”, “secondo informazioni non confermate”, “si legge sul blog” “si legge”, “sempre secondo il blogger”, “Secondo il sito”, “informazione ancora da confermare”. Altrettanto cauta l’Ansa e quasi altrettanto il Riformista, mentre non sono riuscita a trovare traccia della notizia su Repubblica. E di fronte a tanta paura dei mass media di fare ombra ai macellai di Teheran, invito tutti gli amici blogger e tutti coloro che passano di qui a rimediare alle inadempienze di chi sarebbe pagato per fare informazione, provvedendo a diffondere questa notizia.


barbara


18 settembre 2009

LILIT È TORNATA

"Lilit", dall'Iran, dopo 3 anni di silenzio è tornata a testimoniare. Correte a leggerla qui:

http://lilit.ilcannocchiale.it/


anche perché lei, per testimoniare, rischia la pelle. Letteralmente. E chi è abituato a pregare, domani (venerdì) preghi intensamente per lei, che rischierà ancora di più.

barbara


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11 settembre 2009

AVVISO PER LILIT SE PASSA DI QUI

Cara Lilit, il 4 agosto ho fatto un post con il tuo appello: se lo vai a leggere ci troverai qualche risposta. Se puoi fatti viva anche per email.

barbara


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io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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