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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


23 novembre 2011

PINKI KUNDU

Pinki Kundu è una ragazza indiana di tredici anni. È affetta da una malattia cronica, e viene curata in uno degli ospedali di Madre Teresa.



barbara


22 novembre 2011

POLITICALLY INCORRECT

Ieri c’è stata una riunione sindacale. Io non ci sono andata, perché piuttosto che stare a sentire quella donna preferisco scaricare qualche dozzina di camion. La prima e ultima volta che sono andata a sentirla, a metà di un suo discorso me ne sono andata sbattendo rumorosamente i tacchi sul pavimento di marmo, e c’è chi ha fatto anche di peggio. Ma non è della riunione che volevo parlare. Siccome non ci sono andata, ho dovuto fare supplenze per i colleghi che ci sono andati, fra cui una per un collega di religione. Il quale mi ha dato, da far vedere ai ragazzi, una cassetta con il film su Madre Teresa. E nel guardarla mi sono ritrovata a riflettere quanto politicamente scorretta sia stata quella donna. Quante ipocrisie abbia abbattuto. Quante convenzioni si sia messa sotto le scarpe. Contro quali muri di stolido conformismo abbia scelto di scontrarsi. Ci sono stati tempi in cui un sacco di gente si sentiva trasgressiva perché si faceva le canne; Madre Teresa, coraggiosamente e testardamente, trasgrediva quotidianamente inveterate regole di Santa Madre Chiesa.

UNO
    

E DUE   
 

Chi fosse interessato a vedere il resto del film può cliccare le parti tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove.

barbara


21 novembre 2011

DAI, DIAMOCI UN BACINO



barbara


9 ottobre 2008

DELITTI SENZA ONORE

Lei, la chiameremo Selma, non ne poteva più. Sposata a sedici anni, si era ritrovata fra le mani di un marito che la "offriva" ai suoi amici, obbligandola a prestazioni sessuali inusuali. Dopo due mesi era scappata. Ma in Giordania, senza un padre o un marito alle spalle, si va poco lontano, e Selma, dopo una settimana, si era arresa all'idea di tornare a Wadi Amoun, dalla famiglia. Il padre l'ha accolta con una scarica di bastonate, poi ha chiamato il fratello di 15 anni che l'ha legata con un filo elettrico immerso nel lavello della cucina. Hanno inserito la spina, sono usciti per quindici minuti, e poi con molta calma sono tornati a controllare che fosse morta. Poi il padre è andato dalla polizia, ha consegnato il filo elettrico e ha dichiarato di aver lavato l'onore della famiglia. Durante il processo, i soliti argomenti: Selma aveva abbandonato il tetto coniugale, Selma voleva farsi la sua vita, Selma aveva certamente un amante ed era tornata dal padre per provocarlo. E il povero genitore, nel sentirsi urlare di farsi i fatti suoi, non ci aveva visto più. Sentenza: la condanna per omicidio premeditato viene ridotta a un solo anno di detenzione in base all'articolo 98 del Codice penale giordano, per il quale l'imputato gode di attenuanti se ha agito in base a un accesso d'ira provocato dalla vittima. L'anno viene poi ridotto a sei mesi perché la famiglia, nella persona della madre, rifiuta di accusare l'imputato. Risultato: quando, il 17 agosto, la Corte di cassazione ha confermato la sentenza, il padre di Selma era già un uomo libero. Diversa è la storia di Noura, altro nome di fantasia. Si era consegnata alla polizia chiedendo di essere incarcerata per proteggersi dalla famiglia, dalla quale era fuggita per 35 giorni. In Giordania una donna non potrebbe neanche affittare una stanza d'albergo senza l'autorizzazione dei familiari, figuriamoci fuggire. Il padre, dopo aver garantito alla polizia di non farle del male e dopo una cauzione di 5mila euro, se l'era riportata a casa. Dove il fratello, il 3 luglio, l'ha accoltellata. Per le autorità, stessa storia: Noura aveva provocato il fratello, Noura era sparita chissà dove per 35 giorni, Noura aveva un amante e disonorava la famiglia. Ed ecco invocato l'articolo 98 del Codice penale. Per la polizia, che ha l'obbligo di confermare la verginità delle ragazze quando si costituiscono, Noura non aveva avuto nessun rapporto. Per l'amica che l'aveva ospitata per 35 giorni, era scappata dopo che la famiglia le aveva scoperto un cellulare comprato di nascosto. Poco importa: tra qualche mese suo fratello sarà un cittadino libero.
Il delitto d'onore è un problema sociale in un contesto fortemente tribale come quello giordano, dove la facciata della famiglia dipende dalla purezza delle donne che ne fanno parte. L'onore degli uomini (sharaf) si misura sul pudore ('irdh) delle sorelle e delle figlie. Basta un sospetto per rovinare per sempre la reputazione di una donna, e trascinarne nel fango anche sorelle e fratelli. Quando le famiglie di Selma e Noura, sono uscite dalla stazione di polizia, i vicini potevano essere certi di una cosa: il loro onore era "lavato", la famiglia frequentabile, le sue donne maritabili. Di storie come queste ce ne sono una ventina all'anno, in Giordania. Rana Hussein, reporter giudiziaria del Jordan Times, che sui delitti d'onore ha costruito una pluripremiata carriera, non ama stigmatizzare il fenomeno, e se avvicinata da un occidentale sull'argomento può addirittura farsi difensiva: "Succede in Italia, succede ovunque. Nel mondo ci sono almeno 5mila casi all'anno". Perché sottolineare in particolare il caso della Giordania? In questo paese però il problema è anche giuridico oltre che sociale. E imbarazza l'occidentalissima coppia regale, che della Giordania vorrebbe fare un modello di democrazia, anche attraverso le associazioni in difesa dei diritti delle donne patrocinate dai monarchi hashemiti e gli appelli della regina Rania. Ma le donne restano cittadine di serie b, che non possono muoversi da casa e che per scappare possono soltanto andare a vivere in carcere, perché, in caso di morte, ci sarà sempre un giudice pronto ad applicare l'attenuante generica dell'accesso d'ira, previsto dall'articolo 98 del Codice penale. E i parenti responsabili saranno sempre sicuri di potersela cavare con qualche mese di carcere e uscirne da eroi, perché l'onore, per la tribù, è un affare di famiglia. Mentre il resto degli omicidi in Giordania è punito con la morte.
Il problema è anche politico. Il ministro della Giustizia, recentemente, ha visto ancora una volta fallire in Parlamento la propria richiesta di estendere a un minimo di 5 anni la detenzione in caso di omicidio di familiare, che attualmente è pari a sei mesi. Il motivo risiede nella composizione stessa del Parlamento giordano: tribale. Da un lato, infatti, la Camera bassa (il ramo elettivo) paga il prezzo di quasi trent'anni di legislazioni d'emergenza, che hanno proibito l'affiliazione partitica fino agli anni Ottanta; la conseguenza è che tutt'ora, in Giordania, si vota non per un'idea ma per l'amico di famiglia, o meglio per il candidato scelto dalla tribù di appartenenza. Dall'altro lato, l'isola filoamericana del Medio Oriente non può permettere un'ascesa dei partiti islamisti, fortissimi in una società impoverita e iperconservatrice come quella giordana, né dei partiti progressisti legati alla componente palestinese, in un Paese in cui i palestinesi costituiscono i due terzi della popolazione ma è l'identità beduina a sancire il carattere e la legittimità della casa regnante. E quindi i seggi giordani sono designati in modo da garantire la maggioranza ai leader tribali che, naturalmente, si preoccupano anzitutto di impedire che i diritti civili delle donne facciano crollare il loro millenario ordine sociale. Certo, la regina Rania Hussein ha ragione quando sottolinea che la Giordania è solo uno dei tanti Paesi in cui si uccide ancora per onore. Ben lontano dalle centinaia, fra omicidi e suicidi forzati, di morti registrate in Turchia ogni anno, dalle morti anonime della Palestina, dove la guerra ha la precedenza e le ragazze muoiono per l'onore silenziosamente. Ben lontano dalle percentuali di violenza domestica israeliane e da quelle di regimi fondamentalisti come l'Arabia Saudita, in cui le donne stuprate le giustizia direttamente lo Stato. Ma il delitto d'onore resta in Giordania un caso sociale, politico e giuridico, in un Paese in cui la società tribale si regola e si autoconserva sanzionando il comportamento delle proprie donne.
Welcome to Jordan, si legge ovunque in Giordania. E poi sempre le stesse due immagini: da un lato, deserto e tramonto e la sagoma di un anziano sheikh che fa ritorno verso la propria tenda. Dall'altro, il sorriso tutto british del re Abdullah II, mezzo inglese, buttato sul divano insieme ai tre pargoli e alla smagliante, emancipata moglie: un quadretto da sitcom americana. Per le contraddizioni, tranquilli. Quelle le pagano una ventina di Selma e Nouria ogni anno. (Annalena Di Giovanni, Left-Avvenimenti)

Lasciano un po’ perplessi quelle “percentuali di violenza domestica israeliane” evidentemente superiori, per la giornalista, a quelle dell’India dove è abbastanza normale bruciare viva la moglie se suo padre non riesce a pagare la dote pattuita – ma sarebbe più corretto dire pretesa ed estorta – e assassinare le neonate. Rimane tuttavia notevole il fatto che una testata dichiaratamente e decisamente di sinistra dedichi un servizio ai delitti d’onore che quotidianamente si consumano nel mondo arabo-islamico. (E grazie a Davide per la segnalazione)
(Certo che a soffermarsi anche un solo momento a pensare a quanta sofferenza c’è nel mondo – e inflitta soprattutto alle donne – c’è davvero da restare annichiliti)



barbara


22 settembre 2008

SALE E ZAFFERANO

Il problema, nella famiglia di Aliya, detta anche Ailment, detta anche Alo, detta anche Aloo, detta anche Ono per via del buco della pallottola, il problema, dicevo, sono i quasi-gemelli. Quelli nati a cavallo della mezzanotte: a pochi minuti l’uno dall’altro ma, inesorabilmente, uno in un giorno e uno nel successivo. Per non parlare di quei tre gemelli usciti uno prima, uno dopo e uno proprio a cavallo: la testa il 28 febbraio, il resto del corpo il 29. Perché il fatto è che dai quasi gemelli, fin dalla notte dei tempi della famiglia di Aliya, sono sempre arrivati disastri inenarrabili, sempre, e continuano a provocarne, in entrambi i rami della famiglia, quello rimasto in India e quello che al momento della partizione è passato in Pakistan.
Ci sono un sacco di donne, nella immensa famiglia di Aliya, nonne zie prozie cugine seconde cugine terze cugine e altre di più complessa definizione. Molto diverse l’una dall’altra, qualcuna timida e qualcuna esuberante, qualcuna tradizionalista e qualcuna evoluta, qualcuna riservata e benevola e qualcuna pettegola e maligna; qualcuna anche decisamente scostumata – ma con una classe, ragazzi, con una classe che davvero non potete neanche immaginarla. E ci sono molte storie e molti misteri, di cui Aliya provvede a metterci al corrente – quelli che sa; gli altri cercherà via via di scoprirli, e le sorprese saranno molte, e non di poco conto. Un bel libro, proprio bello davvero, brillante frizzante scoppiettante scintillante spumeggiante. Dal quale, tra l’altro, possiamo anche imparare cose piuttosto importanti: che il sale e lo zafferano, per esempio, sono due cose molto diverse, e lo zafferano vale molto di più; ma se manca il sale siamo rovinati. Che un buon narratore non si scopre mai. Che è meglio un ego pesto che un cuore infranto ma prima o poi, è inevitabile, arriva il momento in cui tocca proprio mettere in gioco anche il cuore. E che una pietanza preparata e cucinata come si deve può cambiare la storia. Leggere per credere.

Kamila Shamsie, Sale e zafferano, Ponte alle Grazie



barbara


15 agosto 2007

INDIA E PAKISTAN: UNA RICORRENZA, QUALCHE RIFLESSIONE

La scelta della violenza
Nello stesso anno [1946, ndb] ebbero inizio delle violenze generalizzate in molte regioni, a cominciare dal "grande massacro di Calcutta", iniziato da musulmani, e culminati con i massacri dell'agosto 1947 nel Punjab centrale, che dalle città contese di Lahore e Amritsar si estesero poi a tutta la regione. Le violenze dunque iniziarono prima della partizione e non ne furono una conseguenza: furono invece uno dei principali strumenti per arrivarvi, per rendere irreversibile la decisione di dividere il subcontinente in due stati. Prima delle elezioni del 1946, i leader politici locali fomentarono le violenze per influenzare i risultati, polarizzandoli verso i partiti politici indù e musulmani che si contrapponevano. Lo stesso Jinnah aveva fatto appello all' "azione diretta" in favore del Pakistan, che in quel contesto era un chiaro invito alla violenza. La Gran Bretagna non era in grado, economicamente e politicamente, di opporsi alla piega che stavano prendendo gli eventi. Così come stava accadendo in Medio Oriente, e in particolare in Palestina, gli inglesi decisero di ritirarsi, consapevoli di non potere più controllare o al limite reprimere un processo che andava al di là delle forze della Gran Bretagna post-bellica. La seconda guerra mondiale aveva infatti portato lo stato sull'orlo della bancarotta e il governo laburista non aveva le risorse per impegnarsi in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato dal confronto USA-URSS. Gli scontri e i massacri alla fine ebbero successo nel convincere gli inglesi e i membri del Congresso che la partizione era inevitabile, e ad accettare la nascita del Pakistan. Il Congresso e la Lega musulmana, che avevano già rifiutato due progetti costituzionali che tentavano di mantenere l'unità dell'India, proposti dagli inglesi nel 1942 e nel 1946, si opposero ai tardivi tentativi in questo senso di Lord Mountbatten, l'ultimo viceré dell'India.

La nascita di India e Pakistan
Dopo qualche mese di consultazioni Mountbatten si rese conto dell'inutilità dei suoi sforzi e propose un piano di spartizione il 2 giugno 1947, che fu prontamente accettato da tutte le parti in causa. Il governo britannico approvò poi l' "India Independence Act", che formalizzava la decisione di abbandonare il paese entro il giugno 1948. Il piano di Mountbatten prevedeva la spartizione del sub-continente tra l'India a maggioranza indù e il Pakistan (la "Terra dei Puri") a maggioranza musulmana. Il Pakistan sarebbe stato costituito da due entità separate da più di 1.500 km di territorio indiano: il Pakistan Occidentale (l'attuale Pakistan) e il Pakistan Orientale, ovvero la regione del Bengala orientale, che, con la guerra indo-pakistana del 1971 e a prezzo di una nuova migrazione di massa, procedette ad un'ulteriore secessione, divenendo l'odierno Bangladesh. Dato il precipitare della situazione, Mountbatten anticipò la data del ritiro britannico e dell'indipendenza dal giugno 1948 all'agosto 1947, lasciando il paese in preda a una sanguinosa guerra civile. Due solenni cerimonie a Delhi e a Karachi sancirono la fine del dominio inglese e la creazione dei due nuovi stati (15 agosto 1947); a capo dei rispettivi governi erano Jawaharlal Nehru e Liaquat Ali Khan.

Confini, massacri e fughe
Il problema era la separazione dei musulmani che intendevano diventare cittadini del Pakistan dai non-musulmani (l'India infatti non fu fondata sulla base del nazionalismo indù). Se per la parte occidentale del subcontinente (la valle alluvionale dell'Indo) e per la regione del Bengala orientale era facile prevedere la loro inclusione nello stato di Jinnah dato che la stragrande maggioranza della popolazione era musulmana, in altre regioni la situazione era molto più complessa e pericolosa. In particolare nel Punjab, destinato a essere diviso tra i due stati, era presente una terza consistente minoranza religiosa, i sikh, e le tre comunità vivevano completamente mescolate; inoltre, la maggioranza delle linee di comunicazione e trasporto, così come i canali di irrigazione e le altre infrastrutture erano così intrecciate da rendere impossibile qualsiasi tipo di divisione razionale. I tentativi di formare un governo provinciale senza la "Lega musulmana" portarono a scoppi di violenza nelle principali città, e convinsero i leader indù e sikh dell'inevitabilità della divisione della regione. Parte significativa della responsabilità per gli scontri in seguito in Punjab è da attribuire ai leader della comunità sikh, i quali, sapendo che la loro comunità sarebbe stata inevitabilmente tagliata in due dalla partizione della regione (che essi stessi, peraltro, avevano richiesto), organizzarono le violenze contro la popolazione musulmana allo scopo di impadronirsi dei suoi beni e terreni, che sarebbero poi stati occupati dai sikh espulsi dalla parte pakistana del Punjab. Quello che seguì fu uno dei più terribili episodi di violenza intercomunitaria mai verificatisi, caratterizzato da assassinii, stupri e saccheggi, in cui la violenza politica da parte delle organizzazioni musulmane, indù e sikh per il controllo del territorio si sommò alle aggressioni e alle ruberie di bande di rapinatori o di gruppi che colsero l'occasione della "copertura" fornita dalla guerra civile per regolare i loro conti nella piena impunità. Nel frattempo, masse di uomini, donne e bambini lasciavano la casa per dirigersi verso le loro nuove "patrie". Nell'insieme del subcontinente, le violenze fecero centinaia di migliaia di morti (le stime più credibili parlano di 200.000-360.000 vittime) e portarono al più imponente scambio di popolazione dell'età contemporanea: tra i 10 e i 12 milioni di persone fuggirono o vennero cacciate.

Gli effetti della partizione
Sebbene si fosse trattato di uno scambio di popolazione, gli effetti per l'India e per il Pakistan non furono uguali. Il Pakistan fu svuotato di gran parte della sua popolazione di religione indù: se nel 1941 gli indù costituivano il 13,4% dell'attuale Pakistan, nel 1961 erano l'1,5%, passando da 3,8 milioni a 600.000 persone. Al contrario, la popolazione musulmana dell'India è ancora una delle più grandi al mondo, anche grazie al fatto che il nazionalismo indiano di leader come Nehru fosse un nazionalismo secolare che prometteva uguale trattamento per tutte le comunità religiose. Se Nehru (che rimase primo ministro dell'India fino alla sua morte, avvenuta nel 1964) aveva come obiettivo politico una nazione democratica di cittadini, Jinnah voleva la formazione uno stato-nazione per i musulmani. L'India nel 1950 si diede una costituzione che faceva del paese una repubblica democratica e federale, e rimase all'interno del Commonwealth britannico. Nel frattempo, la massima autorità morale e il padre del nazionalismo indiano, il mahatma Gandhi, era stato assassinato (30 gennaio 1948) da un estremista indù che si opponeva a alla sua politica di conciliazione tra le comunità nazional-religiose. Le violenze tra esponenti delle comunità etniche e religiose hanno continuato, e continuano tuttora, a caratterizzare il panorama politico dell'India e del Pakistan nei decenni dell'indipendenza. In India gli scontri tra estremisti indù e musulmani sono stati frequenti negli anni '90, mentre in Pakistan si sono avuti episodi di conflitto violento tra i profughi di lingua urdu provenienti dall'India o i loro discendenti e esponenti di gruppi etnici pakistani, come i pathan (qui).

Divisione, dunque, voluta dai musulmani, in uno stato musulmano – con una piccolissima minoranza non musulmana – e uno stato induista – con una forte minoranza musulmana. Divisione fra due stati che fino al giorno prima avevano costituito un unico territorio. Tutto colonizzato allo stesso modo. Tutto sfruttato allo stesso modo. Tutto impoverito allo stesso modo. Tutto oppresso e umiliato allo stesso modo. Il seguito lo conosciamo: l’India, induista e buddista, è diventata una democrazia. Con tutti i problemi e tutte le magagne che sappiamo, ma pur sempre, indiscutibilmente, una democrazia. Il Pakistan, musulmano, è diventato una dittatura militare, preda di colpi di stato a catena e culla e palestra di terroristi, e alla fine divisosi ulteriormente in due stati. E poi c’è chi insiste a dire che non è l’islam il problema.


Jinnah e Gandhi

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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