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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 febbraio 2012

ILAN, SEI ANNI FA

È un lunedì mattina grigio e piovoso, uno di quei lunedì di febbraio che si preferirebbe trascorrere a letto piuttosto che in macchina, ma Patricia G. deve andare a lavorare, è al volante della sua Citroën. Come me, fa la segretaria. Non so se sia sposata, se abbia figli. So semplicemente che è una giovane donna di trentotto anni, nera e francese, che percorre quotidianamente la strada da Longpont a Sainte-Geneviève-des-Bois per andare in ufficio. E allora, su questo tragitto così familiare, mentre i tergicristalli spazzano via la pioggia incessante, immagino che pensi al sole del suo Camerun natale. Alla serata precedente, o a quella del giorno dopo, o alla spesa, al bucato, sì, immagino che Patricia G. sia immersa nei propri pensieri quando vede sulla sua destra, giusto prima del cartello di entrata dell’abitato di Villemoisson-sur-Orge, una forma che assomiglia ad un corpo. Per un istante pensa di stare delirando, viaggia a cinquanta all’ora, potrebbe aver visto male... La scena è così sconvolgente che guarda una seconda volta per essere sicura; sì, ciò che vede lungo la linea della RER C è effettivamente un essere umano. L’uomo - o la donna, non sa – sembra nudo e accasciato. Patricia G. non aspetta di arrivare in ufficio per telefonare: chiama subito la polizia dal suo cellulare.
Grazie alla telefonata di questa automobilista, Ilan è stato rinvenuto lunedì 13 febbraio alle otto e cinquantacinque da due poliziotti di quartiere: un uomo e una giovane tirocinante, poco più grande di lui. I due agenti lo hanno trovato nudo, ammanettato, il corpo interamente bruciato, addossato alla rete metallica che impedisce l’accesso alle rotaie. La barriera era troppo alta per essere scavalcata, si sono dovuti allontanare per trovare un accesso più facile e ritornare fino a lui da una parte più agevole. Allora hanno visto che aveva del nastro adesivo intorno alla fronte e al collo. Hanno visto che era coperto di ematomi, di bruciature, che era ferito al tendine di Achille e alla gola. Alla gola la piaga formava un buco.
Ilan respirava ancora. Debolmente, ma respirava. Non si era arreso alle fiamme. Aveva cercato di vivere. Dopo l’inferno del sequestro, dopo la paura, il freddo, la fame e il dolore, dopo i colpi di taglierino e di coltello, dopo che gli hanno dato fuoco come una torcia, ha subito il calvario «dell’ultima marcia»... Il calvario di migliaia di ebrei prima di lui.
Il poliziotto è salito sul binario per ispezionare il luogo. La giovane tirocinante è rimasta vicino a mio figlio. È rimasta con lui fino all’arrivo dei pompieri alle nove e quindici, non era ancora morto e forse poteva sentirla, sì, è quello che mi ripeto per non diventare pazza, Ilan non è morto come un cane, ha sentito la voce di questa ragazza prima di morire, una voce dolce e fraterna, è tutto ciò che posso dirmi.
Dopo parecchi arresti, il suo cuore ha cessato di battere definitivamente, e il suo decesso è stato constatato a mezzogiorno all’ospedale Cochin. (Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp.86-87)

Ilan Halimi, ebreo francese, ventitrè anni: selezionato in quanto ebreo, adescato, rapito, selvaggiamente torturato, perché ebreo. Infine bruciato vivo, perché ebreo. E in tutti quegli interminabili ventiquattro giorni del suo sequestro la polizia francese ha impiegato tutte le proprie risorse per evitare di riconoscere la matrice antisemita del crimine, per evitare di arrivare a scoprire dove Ilan fosse nascosto, per evitare di mettere le mani sui suoi torturatori finché Ilan era ancora vivo. E oggi? Oggi tanto impegno profuso mentre Ilan era ancora vivo ha raggiunto il suo massimo coronamento, negandogli giustizia anche da morto.

barbara


8 settembre 2011

GERUSALEMME

Naturalmente sapete tutti che a Gerusalemme hanno fatto il tram, che è costato pacchi di soldi e ci hanno messo ere geologiche a farlo e poi ha continuato per mesi e mesi e mesi e mesi a girare vuoto perché mancava il collaudo o non so cos’altro. Beh, poi ad un certo momento hanno saputo che arrivavo io e allora si sono finalmente decisi a inaugurarlo, così (in realtà quando ci siamo salite noi c’era molta ma molta ma molta più gente), e già che c’erano hanno anche deciso di farlo gratis per un paio di settimane.
Purtroppo il bellissimo ostello che ci era stato segnalato era pieno e così siamo finite in un ostello arabo all’ingresso della Città Vecchia che oltretutto costava anche di più e gli asciugamani erano un po’ sporchini e puzzicchiavano pure e lo scarico in bagno non era neanche un po’ in pendenza sicché l’acqua delle nostre due docce la mattina dopo era ancora tutta lì ma insomma vabbè, per una notte non è la fine del mondo. Poi la mattina, prima di uscire, siamo salite sul tetto dove, volendo, per quattro euro e mezzo a notte è possibile affittare un materasso e dormire all’aperto, godendosi poi lo strepitoso spettacolo – come ci ha raccontato la ragazza tedesca con cui ci siamo fermate a parlare – del sorgere del sole su Gerusalemme.
Ci siamo state poco, ma davvero non si può andare in Israele e non passare per Gerusalemme, e abbiamo comunque fatto l’essenziale: incontrato amici preziosi, visto le novità a Mamila ossia le statue installate lungo tutto il percorso, e l’Arca ricostruita esattamente come descritta nella Bibbia, percorso l’imprescindibile Ben Yehuda,



fatto interessanti chiacchierate con gente per strada, sull’autobus, alla fermata del tram, e poi siamo andate a trovare lui,



finalmente “a casa”, come ha scritto sua madre nel libro, dopo tanta disumana sofferenza; a casa, dove nessuno, finito di scontare la pena, andrà a sputare sulla sua tomba; a casa, dove, andando a visitare la sua tomba, nessuno rischierà di trovarsi faccia a faccia con quelle belve in sembianze umane che per ventiquattro interminabili giorni gli hanno inflitto le più bestiali torture per poi dargli, alla fine, la più orribile delle morti.
Nessuna di noi due sapeva la preghiera ebraica per i morti, così gli ho detto l’eterno riposo, e siamo sicure, entrambe, che andava bene anche così.

barbara


15 marzo 2011

FUORI POSTO

Cari amici,

un lettore (che non nomino, perché questa è una pagina perbene) mi ha scritto un paio di lettere che al centro avevano questo "ragionamento" cinico e aberrante: le "colonie" sono casa d'altri, dunque un posto ovviamente pericoloso, tanto più che i "coloni" "non hanno pagato l'affitto"; i bambini non si portano nei posti pericolosi. Dunque la colpa è di chi li ha portati "in prima linea", vale a dire i genitori, che anche loro peraltro han pagato con la vita la loro scarsa propensione a pagare l'affitto ai "padroni di casa".  Sarebbe meglio sciacquarsi la bocca dopo aver citato parole come queste, ma bisogna invece discuterle perché sono in parecchi, fra i nemici di Israele, a dire più o meno sottovoce cose del genere, e l'atteggiamento della stampa in parte ne deriva.

Cominciamo col dire che tutta Israele è "prima linea", almeno lo era prima della costruzione del "muro della vergogna" che impedisce ai padroni di casa di sgozzare troppo facilmente i loro "affittuari": i supermercati, gli autobus, i ristoranti, la yeshivah di Gerusalemme che fu teatro due anni fa della penultima grande strage, le strade, le campagne dove una donna è stata uccisa il mese scorso. La colpa è sempre loro: sono gli ebrei che si espongono. Ma non basta: quel ragazzo ebreo francese che è stato rapito da una banda di musulmani e torturato a morte perché ebreo... di chi è la colpa? Ma sua, naturalmente, che ci faceva nella banlieu parigina, non sapeva che era prima linea anche lì? E Stefano Gaj Taché di due anni, assassinato da terroristi palestinesi il 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga maggiore di Roma? Non si sapeva che anche le sinagoghe sono prima linea? Non avevano avvertito i sindacati comunisti qualche giorno prima, sfilando con una bara preventiva da quelle parti? E i morti di Auschwitz, di tutti i campi di sterminio? Che ci facevano in luoghi così insalubri? Perché avevano accettato un passaggio in treno dalla SS, per di più senza pagare il biglietto?

Non vado avanti a fare dei discorsi così strazianti che, senza l'ignobile lettera del lettore che non nomino, non avrei avuto proprio il dolore di farmi venire in mente. Dico solo che da millenni l'esperienza ebraica conosce da vicino a ogni generazione dolori e lutti paragonabili a quelli che hanno colpito la famiglia Fogel (che, sapete, stava lì dopo aver obbedito a un ordine di sgombero da Gaza cinque anni fa...). C'è della gente per cui gli ebrei sono sempre fuori posto, almeno da vivi (ma anche da morti, visto che durante l'occupazione giordana di Gerusalemme, quella che Obama, D'Alema e Prodi vorrebbero restaurare con le brigate Al Aqsa al posto della Legione Araba, le pietre delle tombe dei cimiteri ebraici furono usate per lastricare le strade). Sempre fuori posto, sempre puniti con la morte per questo, sempre incolpati per le sofferenze che gli altri ci infliggono.

Ugo Volli



Quando ho detto al mio medico di Ilan Halimi e del libro su di lui, ha commentato: "Eh, finché non si risolve questa cosa fra Israele e palestinesi..." Ho risposto: "Non c'erano territori occupati al tempo di Auschwitz", e lui è schizzato sulla sedia: "Ecco! Non si può fare la minima critica a Israele che subito parte l'accusa di essere antisemiti! È ora di finirla con questa storia!" Talmente sprofondato nella melma del suo antisemitismo da non accorgersi neppure che i collegamenti - privi di qualunque fondamento e qualunque logica - li aveva fatti tutti lui da solo.
Né a questo, né al sofferto pezzo di Ugo Volli serve aggiungere commenti. L’unica cosa da aggiungere è un kaddish per tutti i martiri innocenti.



barbara


13 febbraio 2011

GLI ULTIMI 56

DALL’ISOLA MAURITIUS PER COMBATTERE I NAZI

L’odissea degli ultimi 56 soldati della Brigata Ebraica

Di Primo Fornaciari


Molte storie di combattenti ebrei contro il nazismo sono rimaste nascoste, a volte non raccontate perché ritenute marginali e, a torto, poco importanti. Quella che sto per raccontare è soprattutto la storia di un viaggio. Viaggio prima della disperazione e poi della vittoria. Comincia in Austria, passa per la Palestina britannica, si sposta nell’Oceano Indiano, torna indietro fino in Egitto, e da qui in Europa, precisamente in Belgio. Per farmi raccontare bene questa odissea ebraica degli anni Quaranta, ho contattato un reduce della Brigata Ebraica. Il suo nome è Henry (Heinrich) Wellisch, ha settantotto anni, e vive a Toronto, dove ha diretto la Società Genealogica ebraica del Canada. “Nel marzo del 1938 i Tedeschi occuparono l’Austria” – racconta Wellisch, che all’epoca aveva sedici anni – “e la vita normale di 180 mila ebrei viennesi fu stravolta”. Dopo aver fatto diversi piani di fuga, senza riuscire a raggiungere i parenti in Canada, la famiglia di Henry viene a conoscenza che organizzazioni sioniste stanno organizzando viaggi “illegali” verso la Palestina. Il tutto sotto il vigile occhio del regime nazista, che a quel tempo lasciava ancora partire gli ebrei. Sbrigate le pratiche necessarie, e pagate le somme dovute, la famiglia Wellisch raggiunge Pressburg (Bratislava), prima tappa dell’itinerario. Il programma prevedeva la discesa del Danubio fino alla Romania, e da lì l’imbarco verso la Palestina. Ma l’inverno tra il 1939 e il 1940 fece un freddo glaciale.

“Il Danubio gelò – ricorda Wellisch – e così restammo bloccati nei campi profughi, da dove riuscimmo a partire solo nel settembre del 1940”. Nel frattempo il lavoro delle organizzazioni ebraiche andò avanti, e in totale si riunirono 3500 ebrei dall’Europa centrale, pronti ad imbarcarsi su quattro battelli. Ci volle una settimana per arrivare alla foce del Danubio dove ad

attendere i viaggiatori c’erano tre navi greche: l’Atlantic, il Pacific e il Milos. “Trovammo posto sull’Atlantic, una vecchia carretta da 1400 tonnellate, che caricò 1800 persone. Le condizioni a bordo erano terribili, il sovraccarico era tale da farla spesso sbandare sui fianchi in modo pauroso. Poco cibo e condizioni igieniche pietose, fecero sì che in molti si ammalarono e ci furono anche dei decessi. I morti furono sepolti in mare aperto. Salpammo il 7 ottobre da Tulcea e il giorno dopo arrivammo a Istanbul, dove ci fu distribuito pane e acqua. Spesso si fecero di questi scali di rifornimento, passati i Dardanelli, nelle isole greche. Poi il 16 ottobre, giunti ad Heraklion nell’isola di Creta, esaurito il carbone fummo costretti a fermarci. Con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia, del 28 ottobre del ’40, ci furono allarmi quotidiani di incursioni aeree, ma per fortuna nessun attacco. Solo l’8 novembre, grazie all’aiuto delle

comunità ebraiche greche, riuscimmo ad ottenere il carbone per poter riprendere il viaggio”.

In vista di Cipro però la nave dei profughi fu abbordata da un rimorchiatore della Marina britannica, che la obbligò a fare scalo a Limassol.

“La polizia inglese salì a bordo. Furono molto efficienti: ci rifornirono di carbone, di un nuovo capitano (quello greco aveva già tentato prima di abbandonare il comando e restare sulle coste greche), di nuovo equipaggio e scorta militare. Così attrezzati ripartimmo alla volta della “terra promessa”. Noi sognavamo: il mattino dopo, al levar del sole, avremmo visto il Monte Carmelo, cantato l’Hatikvà, e soprattutto quel viaggio terribile sarebbe finito”.

E invece era solo l’inizio…

“Proprio così. Arrivati al porto di Haifa le autorità di polizia inglesi ci dissero che, per motivi di sovraffollamento dei campi profughi, saremmo stati momentaneamente alloggiati a bordo di una grande nave di linea francese, il
Patria. I passeggeri del Pacific e del Milos, arrivati prima di noi, erano già a bordo. Erano da poco iniziate anche per noi le operazioni di imbarco quando

una esplosione terribile rovesciò la nave in mare. Annegarono oltre 250 persone. Come abbiamo saputo in seguito, le autorità britanniche avevano progettato di deportarci tutti, e la resistenza armata ebraica aveva cercato di impedire ciò, con risultati però disastrosi. Dopo questi eventi fummo trasferiti al campo di Alit, vicino ad Haifa, ma i britannici non avevano rinunciato al progetto di spedirci lontano dalla Palestina, l’avevano solo momentaneamente

rinviato”.

Eravate ormai a casa, stavate calpestando la terra di Israele. Deve essere stato molto frustrante.

“Lo fu eccome. Solo quelli che furono soccorsi e si salvarono dall’affondamento del
Patria riuscirono a restare. Tutti noi del campo di Alit, invece, eravamo destinati all’isola Mauritius”.

Attuaste forme di resistenza?

“Certo. Ci opponemmo in modo passivo. Tutti ci rifiutammo di fare i bagagli e lasciare le baracche. Restammo distesi, nudi, nelle nostre brande. Gli inglesi radunarono un gran numero di poliziotti e militari, e riuscirono a far sloggiare la gente dal campo con la forza. Ci caricarono su dei camion e ci rispedirono al porto di Haifa”.

Quegli stessi camion che tu di lì a qualche anno avresti guidato indossando una

divisa inglese… Ma torniamo al porto di Haifa.
“C’erano due navi olandesi ad aspettarci. Eravamo stanchi, delusi, e molto abbattuti. Dopo tutto quello che ci era già capitato, ora anche la deportazione in un’isola remota. Furono momenti molto tristi. Il viaggio per fortuna fu tranquillo. A Port Louis nell’isola Mauritius ci attendeva una vecchia prigione coloniale trasformata in campo maschile. Il campo femminile invece era fatto di baracche di lamiera ondulata. Appena arrivati scoppiò un’epidemia di febbre

tifoide, che in un mese si portò via circa 50 persone. Mia madre, molto provata, contrasse sia la febbre tifoide che la malaria, e in poco tempo morì.

Quale fu il trattamento nel campo?

Le condizioni furono dure, ma mai brutali. Non possiamo fare assolutamente un paragone con quello che stava capitando ai nostri connazionali in Europa. Eravamo in tutto 1600, la metà originari di Vienna, gli altri della Cecoslovacchia e di Danzica. La vita nel campo entrò presto in una sua routine. Ogni uomo aveva la sua cella, in uno dei due blocchi della prigione, ma le porte delle celle non erano chiuse a chiave. Dopo circa sei mesi alle donne sposate fu permesso di visitare il campo durante le ore diurne. Al pomeriggio tutti i detenuti potevano darsi convegno in un’area aperta vicino al campo. Un problema, certo, era il cibo insufficiente, ma soprattutto ci pesava la condizione psicologica di esser così lontani da tutto e l’insistenza, da parte delle autorità britanniche, nel ripetere che mai avremmo potuto mettere piede in Palestina. Comunque si formò una comunità piuttosto coesa. C’erano due sinagoghe, una scuola, un gruppo teatrale, una biblioteca, squadre di calcio e di pallavolo, e diversi laboratori artigianali. Si organizzavano letture, concerti, e spettacoli teatrali. Si potevano anche seguire corsi di lingua inglese e di lingua e storia ebraica.

E arriviamo così alla chiamata alle armi…
“Sì, durante tutti i quattro anni della nostra detenzione circa duecento uomini si arruolarono nelle varie armate alleate. Io mi unii alla Brigata Ebraica, e lasciai Mauritius all’inizio del 1945.


Mombasa, Kenia. I volontari da Mauritius in viaggio verso l’Egitto

Ma in quel periodo i battaglioni ebraici erano già in Italia…

“Non solo. Quando con i miei 55 compagni arrivai al centro di addestramento in Egitto, era già aprile, e la guerra stava finendo. Raggiungemmo la Brigata in Belgio, quando ormai si trovava alla fine del suo percorso attraverso l’Europa.


Camion della Brigata Ebraica ad Antwerp (Belgio)


Fui assegnato a una compagnia di trasporti, ed ebbi modo di collaborare al trasporto illegale dei profughi verso il sud del continente, agli imbarchi per la Palestina. A volte dei sopravvissuti all’Olocausto transitarono anche dal nostro

comando: fornivamo loro falsi documenti e, facendoli passare per soldati della Brigata in licenza, li mandavamo in Palestina.

Il cerchio si chiuse: da profugo ad aiuto per i profughi. Però, se da combattenti in Europa non riusciste a sparare neanche un colpo, di lì a poco, tornati in patria…

“Sì, nel 1947 la situazione in Israele precipitò. Fummo chiamati a difendere subito la giovane patria. Fui assegnato a un reparto del Genio addetto allo sminamento. Ero nella Brigata Alexandroni, e la nostra unità partecipò a molte azioni nella parte centrale del fronte; poi nel nord del Neghev, nel combattimento vicino al cosiddetto “Faluja pocket”, nella zona di Beersheba. Nel 1949 fui congedato dall’esercito e ripresi il mio lavoro. Era un periodo molto duro e la mia famiglia in difficoltà decise di raggiungere il resto dei parenti in Canada.

Quale fu il destino dei profughi di Mauritius?

“Il campo fu smantellato nell’agosto del 1945, e i 1300 detenuti rimasti raggiunsero, nella maggior parte, la Palestina. Nel cimitero ebraico di Mauritius restarono in 128”.

E i 56 volontari della Brigata?
“Molti miei compagni caddero nella guerra di Indipendenza del ‘48”.

Ma la decisione di unirvi all’esercito inglese, a chi, cioè, aveva infranto il vostro sogno di libertà e da quattro anni vi teneva prigionieri, fu difficile da prendere? Cosa vi spinse a farlo?

“Che cosa?– risponde senza esitare Henry Wellish – Semplice, volevamo “fight the nazis!”: combattere i nazisti”.

Articolo apparso su “Le Ragioni dell’Occidente” del dicembre 2010 (qui)


Aprile 1945, Ismailia (Egitto), cinque volontari da Mauritius. Il secondo da sinistra, con gli occhiali, è Henry Wellisch

Non solo pecore al macello. Non sempre pecore al macello. Ma soprattutto, MAI PI
Ù pecore al macello. (Anche se, con tutti i lupi che si aggirano fra noi, qualche innocente agnello finisce sempre per essere sbranato. Oggi, 13 febbraio, ricordiamo il quinto anniversario del martirio di Ilan Halimi. O meglio, della conclusione del suo martirio durato 24 giorni, durante i quali un intero condominio ha ascoltato le urla strazianti di un essere umano bestialmente torturato senza che a nessuno venisse in mente di prendere in mano un telefono).



barbara


8 giugno 2009

SE QUESTO È UN EBREO

Per non urtare la "sensibilità" della comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un registro basso.
Decine di persone sapevano che stavano torturando un ragazzo ebreo francese
Il caso del Daniel Pearl francese. Al processo contro gli islamisti che hanno torturato e giustiziato Halimi s’è alzato un grido: “Allah vincerà”

di Giulio Meotti

Roma. “Se questo è un ebreo”, recita il titolo del bellissimo pamphlet di Adrien Barrot. La Francia ha scoperto il sorriso contagioso di Ilan Halimi soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla sembra dire di quell’odio e di quella ferocia durata tre settimane nelle mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth Halimi degli assassini di suo figlio. La madre di Ilan ha pubblicato il diario di quei “24 giorni” (Seuil edizioni). Ieri Ruth è andata in tribunale a guardare la gang musulmana, in un processo che genera angoscia e scandalo in Francia per come il caso è stato trattato fin dall’inizio, da quel tragico febbraio di tre anni fa. “Quando li osservo, non vedo odio, ma una tristezza immensa”, dice il padre, Didier Halimi. Ruth ripete che l’uccisione di suo figlio è “senza precedenti dalla Shoah”. Youssouf Fofana, il capo “dei barbari”, è entrato in aula con il sorriso, ha alzato un pugno verso l’alto e gridato: “Allah vincerà”. Testa rasata e maglietta bianca, Fofana alla domanda sulla sua data di nascita ha risposto: “Il 13 febbraio 2006 a Sainte-Geneviève-des-Bois”. E’ il giorno in cui il corpo di Ilan è stato trovato, nudo e straziato. Quando gli viene chiesto il nome, Fofana risponde: “Africana barbara armata rivolta salafista”. La Francia non ha ancora fatto i conti con questo feroce antisemitismo islamico, che germina all’interno delle sue folte comunità musulmane. Sei anni fa, Sebastien Selam, un dj di Parigi di 23 anni, uscito dall’appartamento dei genitori per andare al lavoro, venne aggredito nel garage del parcheggio dal vicino musulmano Adel, che gli ha tagliato la gola due volte, quasi decapitandolo, gli ha squarciato il volto e gli ha cavato gli occhi. Adel è corso sulle scale del condominio, grondando sangue e urlando: “Ho ucciso il mio ebreo. Andrò in paradiso”.

Nella stessa città, in quella stessa sera, un’altra donna ebrea veniva assassinata, in presenza della figlia, da un altro musulmano. Erano i prodromi di una “tendenza” e i mezzi di comunicazione amano le tendenze. Eppure, nessuna delle principali testate francesi riportò il fatto. Lo zio di Ilan racconta che durante le telefonate per il riscatto alla famiglia venivano fatte sentire le urla del ragazzo ebreo bruciato sulla pelle, mentre “i suoi torturatori leggevano ad alta voce versi del Corano”. I rapitori pensavano che tutti gli ebrei fossero ricchi e che la famiglia di Halimi avrebbe pagato il riscatto. Non sapevano che la madre era una centralinista. E che Ilan, per campare alla meglio, lavorava in un negozio di telefoni cellulari. Fu trovato agonizzante, il corpo bruciato all’ottanta per cento, vicino alla stazione di Saint-Geneviève-des-Bois. Seminudo, con ferite e bruciature di sigarette ovunque sulla carne viva e in tutto il corpo, Ilan è morto nell’ambulanza verso l’ospedale. Ruth nel suo libro denuncia che, per non urtare la sensibilità della comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un registro basso, la polizia negava l’intento religioso del sequestro e l’identità islamica di tutti i rapitori; la stessa polizia che chiese alla famiglia di non farsi pubblicità e che fece poco, molto poco, per scardinare la rete di famiglie che proteggeva la gang. Decine di persone sapevano delle torture inflitte per tre settimane a quel ragazzo ebreo che sognava di vivere in Israele.

Nidra Poller sul Wall Street Journal scrive che “ciò che più disturba in questa storia è il coinvolgimento di parenti e vicini, al di là del circolo della gang, a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si precipitarono a partecipare alla tortura”. Divenne tutto più chiaro quando l’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy annunciò che a casa del rapitore erano stati trovati scritti di Hamas e del Palestinian Charity Committee. Intanto la magistratura francese ha ritirato le copie del magazine “Choc” che ha appena pubblicato la fotografia di Halimi in ostaggio, giudicandola “offensiva”. Si vede Ilan imbavagliato, con una pistola alle tempie e una copia di un giornale. La stessa, identica posa d’una famigerata fotografia di sette anni fa con Daniel Pearl, il corrispondente ebreo del Wall Street Journal decapitato da al Qaida in Pakistan. Il New York Times scrive che “in due settimane e mezzo di processo poco è filtrato sul procedimento”. Si svolge a porte chiuse. Quel che è emerso è senz’altro il tentativo del governo francese di occultare l’odio islamico contro gli ebrei come movente della esecuzione di Halimi. Si è parlato poi della stanza in cui venne tenuto Halimi come di un “campo di concentramento fatto in casa”.

Il reporter francese Guy Millière scrive che “le grida venivano sentite dai vicini perché erano particolarmente atroci: gli assassini sfregiarono la carne del giovane uomo, gli spezzarono le dita, lo bruciarono con l’acido e alla fine gli hanno dato fuoco con del liquido infiammabile”. La madre di Ilan aggiunge che durante una delle telefonate alla famiglia i sequestratori trasmisero un nastro: “Sono Ilan, Ilan Halimi. Sono figlio di Didier Halimi e di Ruth Halimi. Sono ebreo. E sono tenuto in ostaggio”. “Come si fa a non pensare a Daniel Pearl?”, domanda Ruth. Adrien Barrot, filosofo all’Università di Parigi, ha scritto per le edizioni Michalon uno straordinario libro sul significato dell’uccisione di Halimi. “Non è stato facile fare il verso a Primo Levi”, dice al Foglio a proposito del titolo del suo saggio, “Se questo è un ebreo”. “Si fatica oggi a capire la crescita enorme dell’antisemitismo in Francia dopo l’11 settembre. Io stesso sono di sinistra e per molto tempo faticavo a realizzare questo antisemitismo nuovo che si nutre della cultura antirazzista. Non possiamo criticare gli immigrati musulmani, così finiamo per accusare di razzismo gli stessi ebrei. Dicono che c’è antisemitismo, ma che la colpa è soltanto del sionismo. Lo sentiamo ripetere ogni giorno. L’affaire Halimi significa che il tabù è caduto e l’antisemitismo si sta diffondendo ovunque in Francia”. Barrot critica la visione pedagogica dell’antisemitismo. “E’ troppo astratta, fondata su un’immagine stereotipata. Siamo resi incapaci di identificare ciò che il crimine ‘dei barbari’ ci mette sotto gli occhi, la cellula germinativa dell’orrore che la nostra ‘memoria’ non cessa ritualmente di esorcizzare. Ilan non portava un lungo caffettano nero, un cappello di feltro, le frange rituali, non portava neppure la kippà. Ilan Halimi portava soltanto il suo nome e fu sufficiente a fare di lui una preda. E’ allora che ho compreso che ormai era ridiventato difficile essere ebreo in questo paese”.

La retorica pseudoeducativa sull’antisemitismo è incapace di penetrare l’odio che l’islamismo predica contro gli ebrei. “La memoria dell’antisemitismo è evocata per impedire, proibire, riconoscere la realtà attuale, di chiamare le cose con il loro nome. Eccesso, abuso, dittatura della memoria? Memoria inutile? Memoria vuota piuttosto, che ha immesso nella coscienza pubblica soltanto una nozione completamente astratta. Come se i soli buoni ebrei, gli ebrei degni di essere difesi, fossero gli ebrei morti, trasportati in una sfera astratta e pura, non contaminata da tutto ciò che, nella vita, li espone all’odio. C’è una relazione sinistra tra la morte atroce di Ilan Halimi e l’assenza di mobilitazione massiccia che l’ha seguita. La nostra vigilanza veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla violenza”. Al processo, i carcerieri di Ilan hanno raccontato che la prima settimana del sequestro Halimi l’ha trascorsa in un appartamento prestato ai rapitori da un concierge. Youssouf Fofana ha pensato a decorarlo di tele “con motivi arancione per coprire i muri”. Ammanettato, con addosso soltanto una vestaglia comprata all’Auchan, alimentato con proteine liquide attraverso una cannuccia, Ilan passò così molti giorni. Per entrare nell’appartamento ci voleva un codice: bussare due volte e poi ancora una. Poi Fofana si è caricato Ilan in spalla e l’ha portato nella caldaia: “Pisciava in una bottiglia e faceva la cacca in una busta di plastica”, racconta uno dei carcerieri, Yahia. Le botte sono iniziate dopo che è fallito il primo tentativo di riscatto.

Ma gli episodi più significativi sono avvenuti quando si è trattato di scattare le foto destinate a spaventare la famiglia della vittima, compresa la simulazione di una sodomia con il manico della scopa e uno sfregio alla faccia fatto con il coltello di un imputato, Samir Ait Abdelmalek. Il giorno in cui venne giustiziato, racconta Fabrice, “gli ho tagliato i capelli, Zigo e Nabil (altri due carcerieri, ndr) hanno detto che non erano abbastanza corti e l’hanno rasato con un rasoio a due lame”. Gli hanno tagliato anche i peli del corpo. Per non lasciare alcuna traccia nel covo. Ilan venne asciugato e avvolto in un telo viola, comprato al supermercato all’angolo. Fofana è arrivato nel profondo della notte. Quando Ilan è riuscito a guardarlo in faccia, l’islamista lo ha colpito con un coltello alla gola, alla carotide, poi un altro affondo. Poi gli ha dato un taglio alla base del collo, e al fianco. E’ tornato con una tanica di benzina, gli ha versato il combustibile e gli ha dato fuoco.

Finiva così la vita di un ragazzo di 23 anni nel primo paese nella storia ad aver dato agli ebrei diritti civili. Ieri, in tribunale, Ruth ripeteva: “Chiedo ogni giorno a mio figlio di perdonarmi”.

http://www.ilfoglio.it/zakor/61

Dedicato a quelli che un giorno all’anno versano la loro compunta lacrimuccia sui poveri ebrei morti e gli altri 364 deprecano che “le vittime di ieri siano diventate i carnefici di oggi”.
Dedicato a quelli che “non siamo antisemiti, siamo solo antisionisti”.
Dedicato a quelli che “la colpa è tutta della criminale politica di Israele”.
Con la speranza che una qualche sorta di inferno, dopotutto, esista, e che vi sprofondino per l’eternità.



barbara

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io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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