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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


21 ottobre 2011

PICCOLA RIFLESSIONE

Vittorio Emanuele III. Ha voluto la prima guerra mondiale, con la quale ha mandato al macello un centinaio di migliaia di italiani per ottenere meno di quello che avrebbe ottenuto con la neutralità. Ha regalato l’Italia al fascismo, con tutto ciò che questa scelta ha comportato. Ha firmato le leggi razziali, con le quali, oltre all’immediata discriminazione di tutti i cittadini italiani ebrei, oltre all’immediata messa al bando, oltre ad averli ridotti in condizioni miserabili, ha contribuito a mandare al macello un quarto dei nostri ebrei. Quando le cose si sono messe male si è dato alla fuga, lasciando un’intera nazione allo sbando.

Mussolini. Dopo avere annientato le libertà, dopo avere mandato gli italiani a morire in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Albania, in Grecia (per non parlare dei massacri messi in atto in queste “campagne”), dopo avere progettato l’annientamento dell’ebraismo italiano, dopo avere voluto entrare nella seconda guerra mondiale per avere “qualche migliaio di morti da buttare sul tavolo della pace” con la quale ha mandato al macello centinaia di migliaia di italiani e avere ridotto alla fame e a una montagna di macerie l’Italia intera, si è fatto beccare a scappare travestito.

Hitler. Dopo avere pianificato l’annientamento dell’intero ebraismo mondiale, dopo avere voluto una guerra che ha provocato decine di milioni di morti e distrutto un intero continente, mentre tutti i tedeschi morivano come mosche di fame, di malattie e di bombe alleate, se ne stava rintanato nel suo confortevole bunker con scorte di viveri sufficienti per anni, ordinando agli altri di resistere ad oltranza e di distruggere tutto. Alla fine si è sottratto alla giustizia con l’ultima fuga, il suicidio – per mettere in atto il quale pare ci abbia messo un tempo infinito perché era talmente terrorizzato all’idea di dover morire che gli tremavano violentemente le mani e non si decideva a trovare il coraggio di tirare il grilletto.

Saddam Hussein. Dopo aver tolto al suo popolo anche l’aria da respirare, dopo aver voluto la guerra con l’Iran (un milione di morti? O erano di più?), dopo aver gassato i curdi uccidendone migliaia, dopo aver invaso il Kuwait (massacri, stupri, neonati prematuri nelle culle termiche scaraventati dalle finestre eccetera eccetera), dopo avere terrorizzato e sterminato in gran numero la propria popolazione per decenni, dopo avere pagato 25.000 dollari alle famiglie di ogni palestinese che andasse a farsi esplodere in qualche mercato, ristorante, autobus, scuola, asilo, dopo avere fieramente proclamato, nel 2003, “combatteremo fino all’ultimo bambino” (e a quanto ne so, pare che solo io e Deborah Fait ci siamo scandalizzate), quando si è messa male è scappato a gambe levate e si è fatto beccare nascosto in un buco come un topo di fogna.

Gheddafi. Dopo avere terrorizzato la propria popolazione per decenni, dopo avere tolto ogni libertà, dopo avere sponsorizzato il terrorismo internazionale, dopo aver provocato un numero difficilmente calcolabile di morti, dopo avere predicato odio e morte e distruzione, dopo avere decretato il macello sia dei ribelli che dei fedeli, alla fine si è dato alla fuga, e si è fatto beccare nascosto in un buco come un topo di fogna – implorando non sparare a chi gli stava di fronte.

Non aggiungo commenti, perché non credo davvero che servano.

barbara


21 maggio 2011

MBÈ, COS’HAI DA GUARDARE?



E voi invece guardate qui.

barbara


19 maggio 2011

SOFFERENZA

Fra tutti i commenti letti in giro direi che questo è in assoluto il migliore.

Uomini simpatici

Il regista Lars Von Trier è uno di quegli uomini spiritosissimi le cui battute hanno la leggerezza di uno scaffale con tremila libri che piomba sul pavimento. Durante la recente conferenza-stampa a Cannes, dove presentava "Melancholia", il suo allegro film sulla fine del mondo, ha detto di trovare simpatico Hitler quando è nel bunker - sottintendendone il suicidio. In effetti, la morte è l'unico momento della vita di Hitler che riscuota un consenso allargato, ma è probabile che definendo il Furher simpatico, Von Trier alludesse all'etimo greco di simpatia, condizione in cui proviamo sentimenti di forte vicinanza con qualcuno. Poi il regista non ce l'ha con gli ebrei: lo ha precisato nelle fulminee scuse di prammatica. Anzi, oltre a Hitler gli sono molto simpatici proprio gli ebrei. Sinceramente, non è chiaro che  volesse dire e a questo punto non si capisce da quale greppia si serva.
Tuttavia, non roviniamoci questo bel momento: la conferenza stampa è stato un fuoco d'artificio, soprattutto quando l'artista ha detto nel suo caratteristico inglese da fattoria danese che Israele è "a pen in the ass" (un pene nel culo). Volendo sottilizzare, la vita è curiosa. Un altro hitleriano magari avrebbe detto che Israele lo infastidisce come una mosca, come un creditore, o una piattola. Von Trier non può: è un regista pornografico e il lavoro è lavoro. Lui è uno che quando gira una scena prima la prova di persona, come quella volta con l'elefante. Se ha detto così sapeva perfettamente di cosa stava parlando. Noi non possiamo neanche immaginare il suo immenso dolore.

Il Tizio della Sera

Nel frattempo apprendiamo che il ministro della GIUSTIZIA belga ha avuto un’idea assolutamente geniale, e di idee geniali, in questi tempi bui, abbiamo davvero bisogno.


barbara


29 gennaio 2011

PROVE SCIENTIFICHE

Uno dei cavalli di battaglia dei negazionisti è che non esiste alcun documento che riporti l’ordine di Hitler di attuare la soluzione finale. Il che è probabilmente, per non dire sicuramente, vero. Ora, io vorrei che questi signori mi presentassero un documento riportante l’ordine di Hitler di invadere l’Unione Sovietica. Se non saranno in grado di fornire tale documentazione, sarà scientificamente provato che l’invasione dell’Unione Sovietica non è mai avvenuta.

barbara


23 ottobre 2010

LA PROVA DEL NOVE

Prima è arrivata la camorra, per via delle coraggiose denunce contenute in quell’autentico capolavoro letterario che è Gomorra. Poi sono arrivate le sinistre, per via delle prese di posizione a favore di Israele, ma non è da escludere che crimine ancora più orrendo sia quello di essere ebreo – non dimentichiamo che le persecuzioni antiebraiche di Stalin non hanno avuto molto da invidiare a quelle di Hitler, non dimentichiamo le vere e proprie decimazioni da lui operate, non dimentichiamo l’eccezionalmente alta percentuale di ebrei fra i deportati in Siberia, non dimentichiamo che del mezzo milione di ebrei polacchi rifugiatisi in Unione Sovietica all’inizio della guerra, solo la metà sono sopravvissuti all’accoglienza loro riservata, non dimentichiamo quella sorta di soluzione finale che aveva programmato e che solo la morte gli ha impedito di portare a termine: la sinistra è, da sempre, naturaliter antisemita. E infine è arrivata la destra, per via che boh, in effetti non è che mi sia molto chiaro, forse perché è andato da Santoro, forse perché la destra, almeno certa destra, è istituzionalmente portata a detestare le persone per bene, insomma qualche scusa, se ancora non l’hanno, prima o poi se la inventeranno. E a questo punto abbiamo, come dicevo nel titolo, la prova del nove: Roberto Saviano merita tutta la stima, tutto il sostegno, tutta la simpatia di chi non si lascia condizionare da schieramenti e ideologie.

P.S.: ma non sarà che oltre all’orrendissima tara di essere uno sporco ebreo, avrà anche quella di essere uno sporco terrone?



barbara


21 ottobre 2010

LAILA TOV, BOKER TOV

Sognare

Come tutte le tarde sere della sua vita che comincia ad attardarsi, a un quarto a mezzanotte Il Tizio della Sera è a letto e sta per addormentarsi. Prima di dormire, fa il solito gioco dell'invenzione in modo di piombare nel sonno. Con la testa abbandonata sul cuscino, lui lascia andar via i pensieri come se fossero cavalli rimasti senza briglia. Gira la testa e c'è la pace da trentanni, la gira ancora ed è una pace dappertutto. Si mette di fianco e sono finite le guerre-placate le tensioni, ed è un'altra la faccia del mondo. Si gratta un piede e cerimonie festeggiano il compiuto ritorno alla pace. Dal buio vede riunioni di reduci dall'Afghanistan, reduci dalle intifade, reduci dalle guerre in Libano. Fa scrocchiare le giunture sotto le lenzuola e ci sono convegni di vegliardi che a stento si ricordano come fosse la Prima Guerra del Golfo. Gira di nuovo la testa sul cuscino e in una città d'Italia c'è una riunione di vecchi antisionisti, si soffia il naso e quelli sono in un pub - e questa sì che è un'idea, e ora si divertirà. Sì sì, proprio bene. Spenge la luce sul comodino e nel pub c'è la musica di Wagner. Starnutisce perché la mattina ha preso freddo e i veterani brindano con la birra e la birra trabocca dai boccali e hanno le gote rosse come in un'illustrazione. Lo stomaco brontola e gli occhi di quelle carogne brillano di commozione, e ora gli sfessati si sarebbero dissolti senza sapere che sarebbero scomparsi perché ora lui si sarebbe addormentato. E ormai sta per addormentarsi, e uno con la birra si alza in mezzo alla tavolata. È fra le teste dei reduci e pronuncia le parole di un brindisi: "A quando riducemmo la Storia a un colabrodo". E c'è un applauso, e ci sono fischi di approvazione. Nel buio della camera da letto, Il Tizio della Sera fa un ruttino e quelli della tavolata si girano per vedere chi è stato. Si alza un altro veterano con un boccale traboccante in mano, e vorrebbe brindare, e comincerebbe un brindisi. Da sotto le coperte, il Tizio fa una pernacchia moderatamente lunga, e nella tavolata si fa silenzio. Qualcuno di quelli urla: "Chi è stato?". Altri si alzano in piedi, e hanno i volti congestionati e allontanano bruscamente la sedia dal tavolo. Uno con la faccia sfregiata e l'elmetto tira fuori dall'impermeabile una vecchia pistola tedesca. La punta verso il letto, preme il grilletto. Il Tizio si sfiora la fronte e dalla pistola esce uno schizzo d'acqua. Lo sfregiato guarda stupito la pistola. Il Tizio della Sera non conosce mezze misure. "Adesso basta - tuona - a letto". Dalla tavolata, quelli protestano. "Non abbiamo sonno, è presto". Mugugnano. "Aspetta un pochino". Il Tizio è irremovibile: "Ragazzi, a letto e senza discussioni". Il proprietario del pub ha un lungo grembiale e si mette le mani sui fianchi: "Si chiudeeee". Nel locale, si fa buio. Prima di addormentarsi, in camera da letto spunta la voce di uno di loro. "Laila tov". Un attore della compagnia dei sogni. Laila tov, ragazzi. Almeno la notte, come ci si diverte.

Il Tizio della Sera

Già, la notte. Sognando. Fantasticando (mamma mia, caro Tizio della Sera, che favola triste che hai inventato stavolta, triste da lasciare il mal di stomaco!). Perché poi la notte finisce e comincia un nuovo giorno e il sogno finisce e tocca affrontare di nuovo la realtà. Quella di cui parla Ugo Volli.



Cari amici rassegnamoci, siamo un corpo estraneo corrosivo. Lo dice un arcivescovo e bisogna credergli

Ci sono delle parole che portano in sé il loro destino, ben al di là del significato letterale. Propagandare la "democrazia sostanziale" contro quella formale, significa appoggiare una dittatura comunista; chiedere un "socialismo nazionale" implica una simpatia per il nazismo; volere la "rivoluzione permanente" è segno di trotzkismo. Un cristiano che vuol ritornare alla Scrittura è probabilmente un riformato, uno che cita la Tradizione con la maiuscola un cattolico, probabilmente di destra. E se qualcuno dice che gli ebrei sono un "corpo estraneo" nel popolo, chi vi viene in mente? Hitler, naturalmente, il Mussolini dell'ultimo decennio esplicitamente razzista, di recente Ahamdinedjad.
Bene, leggete ora questa cronaca della "Stampa", sempre dal solito sinodo dei vescovi cattolici del Medio Oriente
(http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=196&ID_articolo=997&ID_sezione=396&sezione=): Medio oriente, “non assimilato”. Ecco la terminologia nazista che spunta fuori. Vi sembra un caso? Una sfortunata coincidenza? Continuate con me la lettura: "La situazione del Medio Oriente oggi è come un organo vivente che ha subito un trapianto che non riesce ad assimilare e che non ha avuto specialisti che lo curassero. Come ultima risorsa l'Oriente arabo musulmano ha guardato alla Chiesa credendo, come dentro di sé pensa, che sia capace di ottenergli giustizia. Non è stato così. È deluso, ha paura. La sua fiducia si è trasformata in frustrazione. È caduto in una crisi profonda. Il corpo estraneo, non assimilato, lo corrode e gli impedisce di occuparsi del suo stato generale e del suo sviluppo”. Il corpo non è solo estraneo, dunque, ma "corrode" e naturalmente "non è assimilato". Ah, i perfidi giudei, che non vogliono assimilarsi! Che corrodono! Povero Medio Oriente corroso da questi estranei non assimilati! Del resto lo diceva anche il Mein Kampf (Parte II, capitolo 5) che gli ebrei corrodono le nazioni (l'imbianchino parlava del comunismo, ma il sionismo, lo sappiamo non è dammeno). Che peccato che non ci sia l'Inquisizione in Medio Oriente! È questa, no, il rogo degli ebrei praticato dell'Inquisizione e poi imitato da Hitler, che sarebbe una perfetta "ultima risorsa"! Non corroderebbero più, non sarebbero più estranei...
Ma purtroppo no... "Il Medio Oriente musulmano, dice Farhat, nella sua schiacciante maggioranza è in crisi. “Non può farsi giustizia. Non trova alleati né sul piano umano né sul piano politico, meno ancora sul piano scientifico. È frustrato. Si rivolta. La sua frustrazione ha avuto come effetto le rivoluzioni, il radicalismo, le guerre, il terrore e l'appello (da'wat) al ritorno agli insegnamenti radicali (salafiyyah)." Fa bene dunque il Sinodo a dire che l'"integralismo" (cioè in buon italiano il terrorismo) è colpa dell'occupazione (cioè di Israele). Ma non sono colpa degli ebrei solo le giuste violenze che essi subiscono, perché in questo caso, naturalmente, alla Chiesa non potrebbe importare granché. No: "Volendo farsi giustizia da solo il radicalismo ricorre alla violenza. Crede di fare più scalpore se si attacca ai corpi costituiti. Il più accessibile e il più fragile è la Chiesa. Non conoscendo la nozione di gratuità, esso accusa i cristiani di avere dei pensieri nascosti di proselitismo, di essere complici delle potenze imperialiste”. E per carità, i cristiani non hanno affatto pensieri di proselitismo, né nascosti né no, e non sono affatto solidali con l'Occidente, come dire "compici delle potenze
imperialiste". "È per questo, afferma Farhat, che “dall'Iraq alla Turchia, al Pakistan fino all'India, le vittime si sono moltiplicate. Si tratta sempre di innocenti e di servitori volontari: monsignor Luigi Padovese e don Andrea Santoro in Turchia, l'avvocato assassinato con la sua famiglia in Pakistan, monsignor Claveri e e i religiosi e le religiose in Algeria, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli innocenti, assassinati durante la guerra del Libano. Si tratta di facili prede”. Prede che naturalmente sono colpa, in definitiva dell'imperialismo e del "corpo estraneo". Questo sì che è ragionare. Dall'Iraq alla Turchia al Pakistan la colpa è degli ebrei. Corpo estraneo. Non assimilati. Che corrodono. E provocano violenza.
Siete un po' sconvolti? Io sì, davvero... Pensavo che dai tempi di Padre Gemelli e della complicità di certe parti del mondo cattolico con il razzismo nazisfascita, fosse passata molta acqua sotto i ponti. E invece no, eccoli qua. Voi dite: sarà un pazzo isolato, un fanatico. E invece no. Ecco un pezzo di biografia ufficiosa che ho trovato in rete: "L'arcivescovo Edmond Y. Farhat è nato a Ain Kfaa nel 1933; nominato vescovo nell'agosto 1989 con i seguenti incarichi contemporanei: pro-nunzio in Algeria e Tunisia e delegato apostolico in Libia; consacrato vescovo nell'ottobre dello stesso anno da papa Giovanni Paolo II; nel 1995 è stato trasferito come nunzio in Slovenia assolvendo l'incarico contemporaneamente di nunzio in Macedonia; nel 2001 trasferito in Turchia come nunzio ha assolto incarico anche per il Tukmenistan; nel 1995 è stato di nuovo trasferito come nunzio in Austria a Vienna dove si è fermato fino alla pensione naturale a 75 anni nel gennaio 2009." Insomma, un diplomatico, uno che sa come misurare le parole. E che quando dice qualcosa, per esempio "corpo estraneo" "non assimilato" "corrosivo" sa benissimo quel che vuol dire. E a proposito, avete sentito di qualche reazione vaticana, della volontà di distanziarsi se non altro da questo linguaggio? Io no. Forse c'è stata (ne dubito), ma nessuno ne ha parlato. Anche perché la stampa italiana, con l'eccezione di questo pezzo neanche tanto in evidenza sulla Stampa, ha preferito ignorare la faccenda. È molto più facile prendersela con Moffa e con Ciarrapico... ma quando queste cose le dice un arcivescovo... in pieno Sinodo... come diceva Manzoni: tagliare e sopire, sopire e tagliare.

Ugo Volli (pubblicato in Informazione Corretta)

Ci sono due tipi di corpi estranei: i tumori benigni e i tumori maligni. I tumori benigni sono estranei ma non corrodono. I nazisti, che non erano diplomatici, dicevano che gli ebrei sono un cancro. Oggi la parola cancro non è molto amata, e si preferisce sostituirla con qualche locuzione: male incurabile, un brutto male, neoplasia, formazione neoplastica; l’arcivescovo, che è un diplomatico di professione, dice che sono un corpo estraneo che corrode. Immagino che le uniche terapie possibili siano l’estirpazione chirurgica, o un massiccio bombardamento di radiazioni. O il dissolvimento tramite chemioterapia.
Laila tov, Tizio della Sera. Boker tov, Ugo Volli. Behatzlachah a tutti noi.

  
Questo è il Tizio della Sera. Gli ho messo un po' di nebbia     Questo invece sapete chi è
sulla faccia perché non si riconosca troppo


barbara


19 settembre 2010

SCOMMETTO CHE QUESTA NON LA SAPEVATE

Non la sapevo neanche io, effettivamente, ma poiché la Bontà e il Bene esistono, ho avuto la sorte di incontrare Qualcuno che mi ha aperto gli occhi e rivelato la Verità: un giornalista e scrittore, se ho capito bene, testimone oculare e intelligente scrutatore. E poiché ora finalmente SO, voglio condividere la Verità con tutti voi.

Voi credete forse, come credevo io, che in Tibet sia in atto una repressione da parte del governo cinese? Vi sbagliate: non sta succedendo niente del genere. Credete che il Dalai Lama sia una persona pacifica, magari coi suoi difetti come ogni essere umano, ma insomma almeno un non violento? Tutte balle. Credete di sapere cosa succede e come funziona in Cina? In realtà non sapete niente, le vostre sono considerazioni anacronistiche e ingiustifcate, inconcepibilmente ferme al tempo della rivoluzione culturale. Pensate che ci sia della miseria in Cina? Tutte fandonie: i poveri in Cina sono la metà che in Italia. E credete magari che ci sia una repressione del dissenso? Ebbene, sappiatelo: questa è la madre di tutte le balle! Leggete un po’ qua:

In Cina non esiste un dissenso da reprimere, semplicemente perché non c'è. La gente pensa essenzialmente a lavorare e il governo cinese, come nessun altro governo al mondo, glie lo consente e la agevola in ogni modo. Gli oppositori politici ai quali ti riferisci sono sparuti, non coordinate, che non hanno presa sulla gente, marionette inconsapevoli in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali che li fomentano dal 1950, perseguendo il sogno dello smembramento della Cina ai fini della spartizione delle sue ricchezze. [evidenziazioni mie, ndb]

E lo sapete perché tutti noi crediamo a tutta quella montagna di fandonie? Ma è chiaro: per via della potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi. C’è bisogno che vi dica a chi sono in mano questi mezzi propagandistici di smisurata potenza? No, vero? Lo sappiamo tutti benissimo chi è che manovra i fili nell’ombra, no? E infatti è chiaro che il motivo per cui ce l’abbiamo con la Cina e ci beviamo come coca cola in un giorno d’estate tutta la vergognosa propaganda mistificatoria risiede nel fatto che Pechino supporta la causa palestinese... Ed è per questo che ci meritiamo una salutare lezione:

Ma fondamentalmente lasciami dire che se c'è una categoria di persone al mondo che dovrebbero costituzionalmente astenersi dal giudicare il prossimo in tema di territori occupati e di sopraffazione delle minoranze etniche, queste sono i Sionisti.

Perché lui, il Nostro, mica è uno che si beve la propaganda, mica è uno che si lascia infinocchiare dalle notizie drogate dalla potenza smisurata dei mezzi propagandistici, oh no! Lui lo sa in che modo infame vengono sopraffatte le “minoranze etniche” nei “territori occupati” da coloro che noi sionisti difendiamo! (Piccola domanda fra parentesi: ma questo signore lo saprà che cosa vuol dire sionismo?) Ma siccome lui, a differenza di noi sionisti, è un buono, mi lancia anche un benevolo augurio:

Ti auguro comunque tanta buona fortuna, ma soprattutto mi auguro che non nasca mai più un secondo Hitler perché stavolta, con la potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi, con il tipo di mentalità e di cultura che si ritrova certa gente, davvero non so come potrebbe andare a finire e mi viene la pelle d'oca solo a pensarci.

Perché è chiaro che se spuntasse un nuovo Hitler, i mezzi propagandistici di smisurata pontenza manovrati da chi sappiamo non esiterebbero un solo istante a mettersi al suo servizio. E infine, dopo una dotta disquisizione sul controllo del potere d’acquisto esercitato dalla dittatura del capitale – dittatura autentica, anche se si ammanta del nome di democrazia – un severo monito:

Dovresti ben saperlo, in quanto Sionista, che cosa significa il "sacchettino coi diamanti".

Ebbene sì, noi sionisti – anzi, decidiamoci una buona volta a chiamare le cose col loro nome – noi perfidi giudei dal naso ricurvo e dalle dita adunche, noi perfidi giudei col nostro culto del dio denaro, noi perfidi giudei infami e traditori, lo sappiamo bene, noi, che cosa significa il “sacchettino coi diamanti”. Abbiamo anche conoscenza personale, noi perfidi giudei, di qualcuno che grazie al “sacchettino coi diamanti” è riuscito a scampare alla Shoah. E chi non lo capirebbe, che un ebreo in più scampato alla Shoah è il male assoluto? Chi non lo capirebbe che un ebreo vivo in più sul pianeta è il male assoluto? (Ah, giusto a proposito di Shoah, stavo quasi per dimenticare: affermare che in Cina non vi sia libertà assoluta è esattamente la stesa cosa che negare la Shoah: sappiatelo e regolatevi).

Grazie, caro amico che così inopinatamente hai fatto irruzione nella mia vita per portarvi la luce del sol dell’avvenir, grazie e grazie ancora, la mia riconoscenza ti accompagnerà in eterno. Amen.
E sempre in tema di luce che illumina le tenebre, va assolutamente letta anche la cartolina di oggi.

barbara

AGGIORNAMENTO: Ho mandato il link a questo post alla mia mailing list. Mi è arrivata una risposta che dice quanto segue:

cavolo io sono in Cina e non riesco ad aprire il tuo blog
mandami la pagina come allegato
ciao
Paolo

Naturalmente abbiamo perfettamente capito che il buon Paolo non è altro che una marionetta, chissà se consapevole o inconsapevole, in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali, che tenta di depistarci facendoci credere che la Cina sia ancora quella del tempo della rivoluzione culturale. Vergogna Paolo, vergogna e ancora vergogna!


2 agosto 2010

LETTERA APERTA A MAHMOUD ABBAS

Gentile presidente Mahmoud Abbas, nom de guerre Abu Mazen, giusto per non rischiare di dimenticare che lei è un uomo di pace (anche se, mi permetta di dirlo, essendo abituato a trattare con persone più o meno "normali", l'avere a che fare con identità e personalità multiple mi mette un tantino a disagio), ho appreso con grande interesse (sì, lo confermo, davvero grande interesse) che lei, in qualità di Presidente dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato che, qualora venisse creato uno Stato palestinese nelle regioni di Giudea e Samaria, i cittadini israeliani “non vi potranno mettere piede”. Ha anche aggiunto che “nessun militare ebreo” potrà far parte di forze internazionali che eventualmente dovessero stazionare nelle terre dello stato palestinese. Ed infine, leggo ancora, lei ha dichiarato anche che nessun cittadino israeliano potrà vivere nello stato che lei si augura di presiedere in un prossimo futuro.
Uno stato Judenrein.
Ed ora le spiego le ragioni del grande interesse che queste Sue affermazioni mi hanno suscitato.
Ho sempre saputo ed affermato che le persone più vicine ai suoi ideali politici e culturali sono strettamente legate agli ideali nazisti di Hitler e del di lui amico Gran Muftì Haji Amin al Husseini; molti, tuttavia, non davano ascolto a questa mia opinione anche a causa del lungo tempo trascorso da quegli avvenimenti - ai quali Lei, peraltro, ha ritenuto di dover dedicare la Sua tesi di laurea allo scopo di sminuirne la portata e negarne la gravità.
Ora, e la ringrazio, lei mi dà la dimostrazione che quanto io ho sempre sostenuto è assolutamente vero ed attuale.
Grazie, signor Presidente
Emanuel Segre Amar

Nota aggiuntiva per i lettori: d’ora in poi le lettere aperte di Emanuel Segre Amar le potrete leggere solo qui, in quanto Sua Santità il Reggitore Supremo delle sorti di Informazione Corretta, dopo averle sfrattate dalla home page e relegate nello sgabuzzino delle lettere, ha definitivamente e irrevocabilmente licenziato l’autore delle suddette lettere. Mi auguro che qualcuno voglia, leggendole qui, raccoglierle e diffonderle ulteriormente per dare loro la visibilità che meritano. Colgo l’occasione, visto che di Palestina stiamo parlando, per invitarvi a dare un’occhiata a questa particolarmente ricca documentazione sulla spaventosa crisi umanitaria in atto a Gaza, determinata dal feroce assedio da parte del perfido giudeo.
(Rivado, ma stavolta torno presto, e per consolarvi della mia assenza vi offro un invito all’opera)


barbara


13 giugno 2010

QUANDO L’OBIETTIVO È LA PACE

Ho conservato questo bellissimo articolo scritto qualche giorno fa da Alessandro Schwed, che mi sembra il miglior commento all’imperativo categorico uscito dalla nave dei pacifisti, ossia coloro che operano per la pace.

"Tornatevene ad Auschwitz"

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. È la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? È in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale. E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. È dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati. L’audio di “Go back to Auschwitz” è emerso pochi giorni dopo che l’universale condanna a Gerusalemme si era distesa sul mondo come un’immensa coperta mediatica, da polo a polo. Ma “Go back to Auschwitz” non è divenuto informazione per far sapere chi fossero in realtà i pacifisti della Marmara. “Go back to Auschwitz” è come un documento-audio senza volume, o meglio ha un volume che riescono a sentire gli ebrei e le persone di buona volontà: da una parte la frase “Go back to Auschwitz” non ha la forza di essere sentita nella sua mostruosa evidenza antiumana, e così risalire la china dello scoop di Israele stragista; dall’altra quella stessa frase pesca silenziosamente nella palude del mondo, dove si nasconde, voluttuoso, il desiderio della fine ebraica. “Go back to Auschwitz” è uno spot genocida sparato col silenziatore. Pubblicità nazista che si fa largo con tatto paradossale in mezzo a un consenso che non ne parla ma lo lascia diffondere, vendendo a Eurabia l’arrivo di una seconda possibile Shoah. “Stiamo tornando – recita in modo subliminale lo spot – e abbiamo la soluzione – finale”. Il punto non è che i media non hanno rivelato l’approccio nazi-islamico in puro stile Ahmadinejad, e neanche che dopo l’indiscriminata levata di scudi contro Israele a niente sono valse le foto e i video nella rete dove si vedono i soldati israeliani che si calano con una corda, linciati con sbarre e bastoni, chiusi in una cella, i denti rotti e buttati fuori bordo – e si capisce la violenza debordante della reazione militare. Il punto è che i media sono stati entusiasticamente favorevoli a gridare alla strage degli innocenti, che è così ebraica, e se tale effetto virtuale si vanificasse, sarebbe una delusione come un gol della vittoria bellissimo in moviola e poi annullato per fuorigioco. In ogni caso, impressiona come nel mondo dell’immagine la parola torni a essere potente ogni volta che accanto a “morte” si scrive “esercito israeliano”. La morte è scandalo indigeribile, e ancor meno digeribile è la morte di uomini raccontati come inermi pacifisti. Ma che ghiottoneria è la morte procurata da un esercito di ebrei – ha scritto il Tizio della Sera su Moked, portale delle Comunità ebraiche italiane. Nessun network si è sentito di sciupare lo scoop antiebraico, dando importanza al fatto che i “pacifisti” non fossero affatto inermi, ma tutta gente addestrata. Martiri che da tempo si preparavano; genieri della provocazione, all’opera per una gigantesca trappola da lanciare fra le gambe degli israeliani. I quali da anni perdono tutte le grandi battaglie mediatiche per l’oggettivo pregiudizio che opera nei loro confronti di ebrei vivi; ben altra cosa, rispetto ai sei milioni di ebrei morti, plasmabili facilmente dall’ipocrisia di chi a loro è interessato solamente come elemento tattico-ideologico, variante della guerra antifascista. E di fatti, c’è quel mondo “antifascista” che spende i 27 di gennaio non parlando della Shoah, ma della guerra partigiana di cui sarebbe logico e onorevole parlare il 25 aprile. E ora che vengono fuori le notizie su chi fossero gli eroi della nave turca che il mondo ha cantato per dodici ore, anche se adesso la canzone si è strozzata in gola; ora che circolano silenziosi dubbi su chi fossero davvero i pacifisti, se fossero pacifisti, e come si sono comportati i pacifisti – è ora che nessuno è interessato a diramare le notizie. Come se notizie autentiche sui pacifisti siano elementi antispettacolari che la tv si guarda dal diffondere perché deludenti e portatrici di depressione. Ad esempio, non ha avuto rilievo una piccola notizia del 3 giugno sul Corriere della Sera fiorentino: il 26 aprile, Mariano Mingarelli, presidente dell’associazione dell’amicizia filopalestinese, si è dimesso dall’agenzia di stampa Infopal (filo Palestina), per gli eccessi di antisemitismo di alcuni intellettuali al suo interno. In una sorta di bonaccia universale della democrazia, durante la quale tutto è inerte prima del maremoto, i media non gridano la vera e nuova identità sinistro-destra dei pacifisti italiani, tornati trionfalmente a Fiumicino come decine di Ulisse a Itaca. Invece di uno sciopero generale per lo scandalo della menzogna, c’è un silenzio generale per imbavagliare la verità: come se quanto è successo alla Coop fosse stato una mera sbadataggine. Si guardi alla semplicità disarmante, e come armata, con cui una dirigente della Cgil ha dichiarato in tv che la Cgil, il più grande sindacato italiano, è con la Palestina – dunque Hamas, il jihad, il mondo che nega la Shoah e vuole vaporizzare Israele. E a sostegno unilaterale dei pacifisti, troverete lo sdegno del Colle che aveva messo in guardia dai pericoli dell’antisionismo antisemita e poi è caduto sulla buccia di banana della disinformazia pacifista; così come è apparso sonnacchiosamente dalla parte del pacifismo turco, il Partito democratico, appisolato nella sua eterna controra. E se ciò non costituisce novità, quante volte la linea del Pd su Israele, dalla guerra in Libano alle passeggiate con Hezbollah sul corso di Beirut, è sprofondata con un oplà nel terzomondismo. Ma lo strafalcione è stato commesso, e va detto che è proprio qui e ora, nell’approccio acefalo con la flottiglia semiturca della pace, che si salda l’alleanza passiva tra sinistra e fondamentalismo, evocando i nove morti come una sorta di Fosse Ardeatine dove gli israeliani sono quelli della rappresaglia nazista. Dunque, passando davanti al ghetto: “Nazisti”. Addio Storia, patrimonio gramsciano, addio memoria di come il mondo arabo fu alleato al nazismo – asini! È in questa facilità di adesione allo hitlerismo, nell’antigiudaismo, nei pogrom arabi di sempre, nei lamenti di Maimonide per le piaghe del popolo ebraico sotto il tallone degli sceicchi, che si trova la continuità con Ahmadinejad, col negazionismo, con l’idea di un nuovo Olocausto, con il successo editoriale nel mondo arabo del libello sui sette savi di Sion. Il giorno dopo l’attacco israeliano, la sola novità possibile era che l’attacco israeliano fosse una reazione scomposta e politicamente sciagurata a una trappola preparata da un gruppo islamista con simpatie hitleriane. Ma la verità di un giorno dopo è lenta per il Pubblico all’ascolto: il Pubblico vuole le emozioni, non la verità storica. E poi, il vecchio continente soffre di un’antica incontinenza antigiudaica. Solidarizza con il nazi-islamismo: uno, ha paura dei missili di Teheran e del prezzo del petrolio; due, la scena davanti a Gaza illuminava in modo fantastico gli ebrei proprio mentre erano colpevoli. Se gli israeliani sono finiti in trappola, non sarà l’Europa a dirlo. Non succederà certo in Europa, quanto in questi giorni propongono gli studenti israeliani, che qualcuno organizzi una flottiglia di pace per Shalit; come non c’è mai stato un corteo bipartisan contro gli insediamenti e i razzi di Hezbollah sull’alta Galilea; una campagna di sinistra contro i pogrom nei paesi arabi; nessun titolo di giornale dopo il linciaggio dei due soldati israeliani, le cui interiora furono esibite dagli abitanti di un villaggio palestinese, danzando gioiosi davanti alle telecamere. Nessuna piazza della sinistra europea è stata piena per i morti di kamikaze di Haifa e Gerusalemme; nessun lenzuolo è stato steso alla finestra per le quotidiane aggressioni subite dagli ebrei francesi, in fuga da quella nazione nel più esteso disinteresse europeo; nessuna fiaccolata bertinottiana ha mai sfilato contro le liste di proscrizione antiebraica stilate nelle università d’Europa; nessuna guerriglia si è mai accesa sotto l’ambasciata di Teheran, per il negazionismo della Shoah e la volontà di cancellare Israele dalla geografia; nessun grido è stato sentito contro le limitazioni delle libertà religiose in medio oriente – perché la religione è l’oppio dei popoli; nessun dibattito è stato lanciato contro il revisionismo della storia israeliana, ridotta a cartone animato per analfabeti. Per tutto questo, mai sdegno. L’improvvido plauso della folla dei marciatori di Assisi con quelli che dicono “Go back to Auschwitz” è un maggio parigino alla rovescia, un cupo inverno perenne; è rivelare che allora la Resistenza fu antifascista e non amorosamente filoebraica; che tutti furono intorno a Primo Levi ma non con Primo Levi; che la pace è una bandiera egualitaria dove tutti, ma tutti, possono insultare gli ebrei e auspicare che tornino ad Auschwitz. La novità autentica di questo capovolgimento della realtà è che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz, quando gli esterrefatti soldati sovietici si trovarono davanti al più grande mattatoio della Storia, gli eredi politici dell’Ottobre, che proprio contro il nazismo ha speso decine di milioni di morti, ora stanno licenziosamente con chi dice la cinica battuta da western di second’ordine “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz – per il comunismo e la libertà. Sotto la sfacciata luce del Male, da Londra a Roma una sinistra pacifista si fa comandare come un povero ciuco. Domani, potrebbe gridare di ricondurre il popolo ebraico ad Auschwitz e che ognuno di noi rechi al collo il cartello “Nazista”, con la esse della svastica. Il punto è come sia potuto avvenire tale allucinato capovolgimento della realtà. Di sicuro, sappiamo che la sinistra adesso è destra razzista, e che in greco capovolgimento si dice katastrophè.

Avevo in mente un paio di cose da aggiungere, ma dopo averlo riletto mi sono resa conto che non posso: anche una sola parola aggiunta rischierebbe di sporcare questo purissimo cristallo.

barbara


27 maggio 2010

L’ANTISEMITA CHE VIVE IN MEZZO A NOI

Credo che sia il momento giusto per postare questo articolo di sedici mesi fa.

Vento, pioggia, finestrini appannati. I giornali dei passeggeri mostrano svastiche e stelle di Davide: non più icone contrapposte, ma unite in una spaventosa equazione. Israele è nazismo, Bestia dell´Apocalisse. L´ebreo è il carceriere dei nuovi lager, sterminatore degli innocenti. Le foto delle proteste pro-Palestina colgono striscioni con slogan inauditi; come se Gaza avesse abbattuto i confini dell´indicibile, rotto un argine che si porta dietro parole che nessuno finora aveva osato pronunciare.
Linea Trieste-Mestre-Milano, un treno di pendolari e studenti. Un proiettile di pensieri, sentimenti e paure in corsa nella nebbia della Padania. L´Italia si interroga. Cosa è diventato oggi l´antisemitismo? Cosa cambia nel pensiero medio con la guerra di Gaza? Come si coniuga il vecchio odio europeo con l´anatema anti-sionista del mondo arabo filtrato con l´immigrazione? Per capire basta sparare ad alta voce il proprio sconforto per Gaza. Una risposta dalle poltrone accanto arriva sempre. Il tema è a fior di pelle.
"Loro hanno dimenticato Auschwitz, non noi". Parla un uomo ben vestito con borsa ventiquattrore, salito a Portogruaro. "Sono stufo del giorno della memoria - aggiunge - è solo una loro schifosa ipocrisia per garantirsi impunità sulle nefandezze peggiori. Hanno tutto, comandano tutto. Non se ne può più". È sdegnato, stressato, parla ad alta voce, non ha freni inibitori. "Noi" e "loro": contrapposizione assoluta. E identificazione totale fra israeliani ed ebrei.
Piove a dirotto, a Padova c´è ressa di studenti. Nel mucchio, una pia donna sui settanta che non sta mai zitta, impartisce petulanti lezioni di vita. Banalità come: "moglie e buoi dei paesi tuoi". Qualcuno ridacchia. La provoco su Gaza e quella si fa un rapido segno di croce. "Loro hanno crocefisso Nostro Signore. Non c´era da aspettarsi altro". Poi sussurra con voce costernata, quasi dolce "Preghiamo per quei bambini", e si chiude in raccoglimento. Nessuno replica, e nel vagone scende un imbarazzato silenzio. Desenzano, tuona, il convoglio entra nel monsone, diventa un bivacco. Due studenti prendono le parti di Israele, chiedono perché tanto sdegno per Gaza mentre si tace su Cecenia e Afghanistan, ma li zittisce un grassone salito a
Verona. "Col potere che hanno, devono smettere di fare le vittime". Ostenta "la Padania" bene aperta sul tavolinetto, così gli chiedo se è solidale con i palestinesi. Risposta prevedibile: "Stessa gentaglia. Da passarci sopra con la ruspa. Le macerie e loro". Arabi, ebrei, zingari, clandestini, immondizia dell´umanità. Il pregiudizio antiebraico e quello antimusulmano
diventano facce della stessa medaglia.
È l´interezza del Vicino Oriente che sfugge, come se l´Italia cristiana avesse smarrito il rapporto con ambedue i fratelli del Libro. Ora è chiaro. Il pregiudizio esce allo scoperto, riprende coraggio. Lo stereotipo del perfido ebreo si aggancia a formule nuove, si ibrida, cambia volto, si infiltra tra insospettabili, nobilita l´odio come lotta antirazzista, addossa a Israele la colpa del rapporto fallito fra cristiani e Islam. Si sdogana a sinistra, si camuffa dietro la contestazione contro Israele o il volto di bambini uccisi. Si nutre di risentimenti, alimenta retropensieri, abbatte tabù. Diventa magma, micidiale latenza.
Come fotografare un fantasma? Soprattutto, come stare in equilibrio fra il dovere civile di essere allarmisti e il timore di stravedere, svegliando il can che dorme? Arrivo a Milano e in via Cellini un ebreo Hassid col cappellone nero subito mi raffredda: "Ammesso che ci sia, che senso ha parlarne? È il Signore che manda queste cose". Ma quando se ne va, noto lo sguardo duro di alcuni "gentili" che passano. "È un momentaccio" confessa l´ebreo "Lubavitsch" Ariel Haddad, pure lui barbone e completo regolamentare. "Pochi hanno voglia di parlare, il clima è pessimo. Temiamo il contagio dalla Francia".
Nelle comunità i nervi sono scoperti, si sa che Gaza è il pretesto umanitario ideale per sdoganare pregiudizi. "Un Papa che rivaluta la preghiera del Venerdì Santo, dove si recita che gli ebrei sono da portare sulla strada della vera fede, non è cosa senza influenza" s´arrabbia
Marcello Pezzetti, direttore del museo della Shoah di Roma. Loris Rosenholz: "In situazioni come queste, frustrazioni invidie e paure vanno in emulsione come in un frullatore, specie se c´è un segnale dall´alto". Mi scrivono da Israele: "C´è voglia matta di sputtanare gli ebrei, un desiderio liberatorio, così il patibolo di Cristo non fa più paura".
Al centro di documentazione ebraica - Cdec - si muovono con i piedi di piombo, sanno che "critiche comprensibilissime" verso Israele non vanno confuse con l´antigiudaismo. Ma mai hanno visto una vigilia così tesa del giorno della memoria. L´effetto inibitorio di Auschwitz non ha più la forza di una volta. Per la prima volta le comunità non hanno proposto nulla, paralizzate del clima. Giorni fa una donna s´è presentata agli organizzatori per protestare contro la cupola del nuovo museo della Shoah di Roma, che faceva pensare a una moschea e dunque implicava il pericolo che gli arabi s´offendessero. Persino la scritta "Shoah" non andava bene, perché "attirava terrorismo".
"L´Italia non è la Francia" mi dice subito Adriana Goldstaub dell´Archivio del Pregiudizio. Non c´è la rabbia delle banlieues e non ci sono sei milioni di maghrebini. Ma le barriere del politicamente corretto sono saltate da tempo, a livello verbale, nei confronti di Rom ed extracomunitari, e ora lo sproloquio dilaga fatalmente con gli ebrei. Dietro non c´è solo Gaza: c´è la crisi economica che suscita rancori e dietrologie, come negli anni Trenta. La gente parla apertamente, ora anche la sinistra estrema sfonda la barriera dell´ultimo tabù.
L´esperto di Medio Oriente David Meghnagi: il conflitto non crea ostilità, ma la porta a galla. Svela un fiume carsico che si rinforza di umori nuovi. Cita dati agghiaccianti: il 34 per cento degli italiani pensa che gli ebrei debbano smettere di parlare di Shoah, e quasi altrettanti credono che nel Paese gli ebrei siano milioni, mentre sono appena 30 mila. "Ora si colpisce
l´ebreo in quanto Israele. La vittima della Shoah, santificata come nazione morta, è demonizzata dalle stesse persone come nazione viva. E l´antisemitismo, presentandosi come variante della lotta al razzismo, consente il ricupero di un´innocenza perduta".
L´onda lunga cresce. Da dove sondarla? Tra gli skinhead del Veneto? Nei centri sociali di Milano? Nelle tane dell´estrema destra del Varesotto? Nelle frange estreme della sinistra a Torino? Nei covi di Forza Nuova? Non ci sono statistiche aggiornate, la scienza e la cultura sono inermi di fronte a un fenomeno nuovo. E poi oggi, mi avvertono, non esiste più un luogo. La nuova frontiera è virtuale, corre su Internet, in un labirinto di siti gonfi di negazionismo, antisionismo o giudeofobia, varianti della stessa ossessione. Siti di destra e sinistra estreme, islamisti, iper-cattolici o cospirativi.
Un organo ansiogeno saluta l´ingresso nel portale del catto-integralista "Holywar", un funebre monumento all´antisemitismo nazista. C´è di tutto: l´omicidio rituale dei bambini che spiega la strage di Gaza; la stella di Davide con il "666", il numero della Bestia. Il solo stato nazista al mondo? Israele. L´Italia? Una colonia israeliana. Crisi economica? Provoca tagli su tutto ma non sulle missioni dei soldati "che vanno ad ammazzare per conto di Sion". Dappertutto, micidiali disegni satirici gettonatissimi su altri siti. Il mondo arabo, incluse nazioni moderate come la Germania, mette in rete raffiche di vignette che renderebbero felice Goebbels, accompagnate da dissertazioni per cui esisterebbe un disegno segreto di Dio per portare a
termine il disegno di Hitler. C´è il "diavolo sionista" sdentato e bavoso, oppure un fumo puzzolente che sale da Israele e ammorba i cieli disegnando una stella a sei punte. Trasferito sui siti di casa nostra, l´odio europeo torna al mittente, arricchito di pregiudizio arabo.
Ma ecco "Effedieffe", ipercattolico, legato a una casa editrice che vende libri antigiudaici o negazionisti "on line". Cose come "I fanatici dell´Apocalisse", già alla terza edizione; o "I segreti della dottrina rabbinica" dedicato alle "bestemmie del Talmud contro i cristiani". Testi
banditi fino a poco fa, che ora hanno conquistato lettori e gli scaffali delle librerie "normali".
È qui che il vecchio e il nuovo antisemitismo si ibridano. L´ebreo è colui che uccide i bambini altrui, ne beve il sangue per fare il pane, domina il mondo attraverso occulte macchinazioni finanziarie. È il potere demo-pluto-massonico, la congiura, il complotto. Ha il naso adunco, le mani come artigli. È il carnefice di Gesù, l´infedele per cui pregare il venerdì santo, nel giorno del sangue versato.
"Sionismo = pulizia etnica = Quarto Reich"; "Ebrei = massoni"; "nuove SS = soldati sionisti". Le tesi antisemite escono dal ghetto. Parole come: "Israele filtra il moscerino e ingoia il cammello: di sabato non accende una sigaretta ma accende i motori degli F16". La Chiesa? Su Israele è "afasica" perché "ha smesso di dire che gli ebrei hanno ucciso il Dio figlio", quindi
"non trova la voce per gridare che si ammazzano innocenti".
Sui siti della sinistra si arriva all´equazione finale: "Israele = stato fascista". E ancora: "Da Kabul a Gaza, viva la resistenza dei popoli". Gaza non è "un fatto umanitario ma di solidarietà politica e di classe". Da qui il corollario: "Basta con la propaganda filo-sionista dei media e col
sostegno a Israele del governo Berlusconi".
Ma per capire non bastano queste nicchie estreme. L´Onda la catturi nell´ineffabile, là dove il veleno diventa chiacchiera da bar, discorso d´autobus. Frasi buttate là, che vanno ben oltre le curve degli stadi e le grida "ebreo" degli ultras. A Roma trovo Stefania Buccioli, che cura i temi
della memoria nelle scuole di Roma. Un lavoro bestiale contro i luoghi comuni senza matrice politica. "Nei bar, discoteche o palestre, i giovani della destra estrema e quelli dei centri sociali costruiscono una miscela esplosiva che diventa rabbia contro il mondo".
In un locale di piazza Bainsizza, tre tecnici televisivi discutono ad alta voce su Gaza e concludono che "Se a Hitler avessero lasciato finire il lavoro, oggi non ci troveremmo in questa situazione". Risate, ghigni, la gente al bancone non protesta. In un Paese dove sui giornali è di moda la caccia agli immigrati e un premier può tranquillamente definire Barack Obama "abbronzato" e il fascismo una bazzeccola, può succedere anche di questo. C´è un collasso del linguaggio, lo registri sui blog, su media anche rispettabili. Ecco cosa scrivono ad Andrea Tornelli del "Giornale": non ci sono menzogne antisemite, ma solo menzogne filosemite "come i sei milioni nelle camere a gas". Oppure: "Quanti sacerdoti, frati e suore rischiarono la vita per salvare ebrei? E loro? Schifosissimi ingrati". E infine: "Bravo Tornielli! Presto ti vedremo con la kippà in testa e la bocca a cul-di-gallina a deplorare l´olocausto".
Matteo Bordone, pseudonimo ebraico "Yankele" scrive di Palestina sul sito "Freddynietzsche. com". Risposta: "Gli ebrei avrebbero dovuto estinguersi con l´avvento del cristianesimo. Che ci siano ancora a fare danni è un amaro scherzo della storia". Ida Magli, graffiante opinionista del
"Giornale", sul sito "ItalianiLiberi" spiega come gli ebrei dell´alta finanza abbiano distrutto l´Occidente attraverso la loro visione del mondo: il primato dell´economia come unico valore.
Difficile mantenere la rotta nella tempesta. Difficile soprattutto non farsi catturare dalla logica del "muro-contro-muro". Rosella Gabriel, ebrea milanese: "Non è solo l´antisemitismo che preoccupa, ma anche certo filosemitismo. Quello di chi ammira gli ebrei solo per i loro muscoli o la loro forza finanziaria". E Valerio Fiandra, di Trieste: "Si può stare dalla parte di Israele usando parole antisemite e si può stare dalla parte dei Palestinesi senza essere affatto antisemiti. Una delle tragedie della guerra è anche la mancata comprensione di queste differenze". Paolo Rumiz Da La REPUBBLICA del 21 gennaio 2009

E si coglie ogni pretesto per demonizzare Israele e per demonizzare gli ebrei, e quando non ci sono neppure i pretesti si inventa, si inventa qualunque cosa, senza preoccuparsi che sia sensata, senza preoccuparsi che sia logica, senza preoccuparsi che abbia un qualsiasi nesso con la realtà, perché tanto si sa perfettamente che qualunque menzogna, per quanto assurda, per quanto inverosimile, se è contro Israele e se è contro gli ebrei verrà accettata senza discutere. E diffusa. In un crescendo parossistico che arriva addirittura al punto di minacciare chi si permette di denunciare l’antisemitismo. Lasciate che ve lo dica: la vedo nera. E non tanto per i deliri di odio degli antisemiti, quanto per il silenzio di tutti gli altri.


barbara

AGGIORNAMENTO: leggere assolutissimamente questo articolo. Per quanto riguarda l'Opus Dei, obbligatorio rinfrescarsi la memoria andando a leggere qui.


30 settembre 2009

29-30 SETTEMBRE 1938: CONFERENZA DI MONACO

Alla fine di settembre del 1938, quando ormai l'Europa si stava preparando a una guerra che sembrava inevitabile, Hitler accettò la proposta di un incontro fra i capi di governo delle grandi potenze europee (Russia esclusa), lanciata in extremis da Mussolini su suggerimento dello stesso Chamberlain. Nell'incontro, che si svolse a Monaco di Baviera il 29-30 settembre, Chamberlain e il primo ministro francese Daladier accettarono un progetto presentato dall'Italia che in realtà accoglieva quasi alla lettera le richieste tedesche e prevedeva l'annessione al Reich dell'intero territorio dei Sudeti (ossia gli oltre tre milioni di tedeschi che vivevano entro i confini della Cecoslovacchia, ndr). Ai cecoslovacchi, che non erano stati ammessi alla conferenza e nemmeno consultati, non restò che accettare un accordo che li lasciava alla mercé della Germania e apriva la strada al dissolvimento della loro Repubblica. (...)
Chamberlain, Daladier e lo stesso Mussolini furono accolti, al rientro in patria, da imponenti manifestazioni di entusiasmo popolare e acclamati come salvatori della pace. Ma quella salvata a Monaco era una pace fragile e precaria, pagata per giunta a caro prezzo. Accordandosi con Hitler sulla testa della Cecoslovacchia, le potenze democratiche avevano distrutto, assieme alle ultime tracce del principio di sicurezza collettiva, la loro stessa credibilità e avevano aperto la strada a nuove aggressioni. Il commento più appropriato agli accordi di Monaco fu quello di Winston Churchill: "Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra". (qui)

La Conferenza di Monaco, finalizzata alla risoluzione pacifica della crisi cecoslovacca, produce un accordo su otto punti, che prevedono:
1) L'evacuazione cecoslovacca dai Sudeti, a partire dal 1° ottobre;
2) Il completamento dell'evacuazione entro il 10 ottobre;
3) La creazione di una commissione, della quale, oltre ai quattro di Monaco (Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania), farà parte un cecoslovacco per stabilire le condizioni di evacuazione;
4) L'occupazione dei territori a prevalente popolazione tedesca da parte di truppe naziste a partire dallo stesso 1° ottobre;
5) La definizione dei territori nei quali si dovrà tenere il plebiscito;
6) L'affidamento del compito di fissare la frontiera definitiva alla commissione di cui al punto 3;
7) La concessione del diritto di opzione entro 6 mesi;
8) L'impegno del governo cecoslovacco a consentire che militari provenienti dai Sudeti tedeschi siano congedati entro 4 settimane. (qui)



La conclusione della storia la conosco io e la conoscete voi, quindi è inutile che stia a ripeterla qui. Peccato solo che sembrino non conoscerla coloro che reggono le sorti del mondo, che ci stanno precipitando esattamente nello stesso baratro di settant’anni fa: la guerra, accompagnata dal disonore. E adesso andate qui ad ascoltare questo eccezionale documento sonoro: la registrazione dell’annuncio del magnifico risultato della conferenza da parte di Chamberlain.
E poi lui e poi

MEMENTO: +30.

barbara


3 giugno 2009

SAGGEZZA

Quando rientrai in casa, la stanza dalla quale ero uscito si presentava pressoché vuota. C'era solo un signore molto an­ziano - forse c'era stato anche prima, silenzioso e senza dare nell'occhio - probabilmente un nonno; sembrava uno di quei vecchi ebrei dipinti da Rembrandt, aveva una barbetta rada e appuntita, il volto pieno di rughe, era seduto in poltrona e fu­mava tranquillo la sua pipa, con aria visibilmente meditabon­da. Gli altri dovevano essersi trasferiti in un punto diverso del­la vasta casa. Stavo per chiedere di loro, ma il vecchio mi pre­cedette e mi rivolse la parola, fissandomi con i piccoli occhi chiari e profondi.
«Lei non è ebreo, vero?» domandò. E quando gli ebbi spie­gato che avevo solo accompagnato un amico ebreo, disse in to­no molto autorevole: «È bello che Lei stia dalla parte del Suo amico!». Mi sentii imbarazzato e balbettai qualcosa, ma provai un vero sconcerto quando lui proseguì: «Un atteggiamento saggio, il Suo. Lo capisce?».
Sembrava godere del mio imbarazzo, aspirò meticolosa­mente il fumo della pipa e con voce vecchia e rugginosa ma piena di forza proclamò: «Gli ebrei supereranno tutto questo. Lei non crede? Non abbia timore, lo supereranno. Già altri sono venuti, che avrebbero voluto sterminarli. Ma gli ebrei hanno superato tutto. Supereranno anche questo. E poi ricorderanno. Lei conosce Nabucodonosor?».
«Il Nabucodonosor della Bibbia?» chiesi incredulo.
«Proprio lui», disse il nonno guardandomi con i piccoli oc­chi chiari nei quali lampeggiava una scintilla di ironia. «Vole­va sterminare gli ebrei, ed era un uomo più grande del vostro Hitler, e il suo regno era un regno più grande del Reich te­desco. E allora gli ebrei erano più giovani, più giovani e più deboli, avevano poca storia alle loro spalle. E lui era un grand'uomo, il re Nabucodonosor, un uomo saggio e un uo­mo crudele.» Parlava lentamente, come se stesse predicando, si compiaceva del suo discorso, tra una parola e l'altra aspira­va il fumo della pipa a lungo e con insistenza. Io lo ascoltavo cortesemente.
«Eppure non c'è riuscito, il re Nabucodonosor», proseguì. «Con tutta la sua grandezza e tutta la sua saggezza e tutta la sua crudeltà non c'è riuscito. Ed è così dimenticato che se lo nomino Lei sorride. Solo gli ebrei si ricordano ancora di lui. E loro sono ancora qui e vivono; sono ancora vivi e vegeti. Adesso arriva il signor Hitler e di nuovo vuole sterminarli. Be', non ci riuscirà il signor Hitler, nemmeno lui. Non mi crede?».
«Spero che Lei abbia ragione», dissi sommessamente.
«Voglio rivelarLe qualcosa», disse. «Un piccolo stratagem­ma, uno stratagemma di Dio, se vuole. Tutti gli uomini che perseguitano gli ebrei hanno sfortuna. Perché mai è così? Io lo so? No, non lo so. È così.»
Mentre nella mia testa cercavo esempi e controprove tratti dalla storia, lui proseguì: «Guardi il re Nabucodonosor. Era un grande, nella sua epoca, un re dei re, un uomo veramente grande. Ma da vecchio impazzì, girava carponi sui prati come una mucca e brucava erba: con i denti, come una mucca». Si interruppe e buttò fuori il fumo, poi sul suo volto apparve un sottile sorriso, un sorriso di intimo piacere che gli accese ne­gli occhi molte luci, come se un'idea tanto divertente quanto gradevole lo riscaldasse dall'interno. «Forse», disse, «forse un giorno anche il signor Hitler girerà carponi per i prati e bru­cherà erba come una mucca. Lei è giovane, forse farà in tem­po a vederlo. Io no.» E d'improvviso cominciò a ridere dav­vero senza più trattenersi, una risata silenziosa lo scosse sem­pre più, finché inghiottì il fumo e prese a tossire.
Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti

Capito, amico Hussein Obama? Fare la riverenzina di fronte al tuo re non ti servirà.
Capito, amico Cremonesi? Leccare il posteriore ai terroristi non ti servirà.
Capito amici antiimperialisti e feccia varia mista? Vendervi alla lobby del petrolio non vi servirà.
Finirete tutti carponi sui prati a brucare erba come mucche. Non avete scampo: la storia è contro di voi.


barbara


29 maggio 2008

NEVER AGAIN?



barbara


1 maggio 2008

YOM HA-SHOAH



Oggi in Israele si celebra Yom ha-Shoah, il giorno della Shoah: per due minuti, alle dieci di questa mattina, tutte le sirene presenti sul territorio israeliano hanno suonato. Per due minuti un intero Paese si è fermato. Per due minuti tutti gli israeliani hanno interrotto qualunque cosa stessero facendo e sono rimasti in piedi, immobili, nelle loro case, nelle scuole, negli uffici, nei negozi, per strada accanto alle proprie auto. Per ricordare i milioni di ebrei morti nella Shoah. E per rammentare ai novelli Hitler d’oggigiorno che gli ebrei vivi sono fermamente intenzionati a restare vivi e a RESISTERE a ogni tentativo di portare a termine l’opera intrapresa dai nazisti e dai loro complici. VIVA ISRAELE SEMPRE!



barbara

Aggiunta: imperativo categorico: andate a vedere anche questo.


21 agosto 2007

VECCHIO FÜHRER NUOVI FURORI

Giorgio Israel ha una caratteristica piuttosto rara: ci ho litigato una volta sola. Anzi, a voler essere precisi, è stato lui a litigare con me, cosa ancora più rara perché normalmente quella che attacca a testa bassa come un toro scatenato sono io. Questo per dire che Israel è uno con cui mi trovo d’accordo, per lo meno nelle cose che riguardano Israele – in altri campi capita che esprima opinioni che non condivido, ma siccome sono di una generosità a dir poco sconfinata, glielo lascio fare senza piantar su casini. Ecco. Ed è per questo che vi propongo questo vecchio articolo ritrovato ramazzando un po’ negli archivi. È piuttosto lungo, ma Israel scrive bene e quindi si legge senza problemi. Ho evidenziato alcune parti, che ritengo particolarmente importanti. Buona lettura.


Distruggendo Israele, il poligono islamista vorrebbe risolvere la “questione ebraica” lasciata a metà da Hitler

In un discorso tenuto al Reichstag il 30 gennaio 1939, Adolf Hitler proclamò di voler essere ancora una volta profeta: «se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse riuscire, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma, al contrario, la distruzione della razza giudaica in Europa». L’impostazione del discorso era “pacifista”. Il Führer insisteva sull’anelito dei popoli alla pace, troppe volte frustrato dalle tendenze guerrafondaie del giudaismo internazionale, sulla scia di quanto aveva scritto nel Mein Kampf, dove aveva osservato che, se si fossero uccisi in tempo quei 10-15.000 ebrei che avevano scatenato la Prima guerra mondiale, si sarebbero risparmiate milioni di vite e, in particolare, un milione di vite tedesche.
Il Presidente iraniano Ahmadinejad deve essere un attento studioso della storia europea e del progetto hitleriano di soluzione della questione ebraica, visto che egli ripercorre fedelmente atti e discorsi del Führer. Egli ha compreso che il segreto del successo della propaganda hitleriana è consistito nell’aver mascherato un progetto di mero sterminio con la saltuaria proclamazione di intenti pacifici e di riscatto del popolo tedesco, di aver identificato l’entità da distruggere (il giudaismo) con il male (la volontà di dominio del mondo attraverso la guerra) e il nemico con delle marionette manovrate dal giudaismo. Ahmadinejad ha compreso che le radici velenose da cui è nata l’autodistruzione dell’Europa sono ancora vive e che, affinché da esse risorga la pianta malefica, basta ripercorrere il sentiero del Führer senza troppe varianti: risvegliare le pulsioni suicide dei milioni di “odiatori di sé”, quelle masse “pacifiste” che vedono nell’Occidente il solo colpevole di tutti i mali; dar forza a quei governanti tanto pusillanimi quanto vanitosi, che desiderano soltanto scendere la scaletta di un aereo con un ombrello in mano e sventolando il foglietto della resa di Monaco nell’altra, per ottenere l’applauso delle folle dei pacifisti-odiatori di sé; suscitare i mai spenti sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei affinché sia identificato in loro l’unico ostacolo al raggiungimento della pace, il mostro sanguinario che mira a distruggere la felicità universale.
Come Hitler, Ahmadinejad parla di pace e di diritti conculcati del popolo iraniano e delle masse islamiche. Come Hitler, scarica sulle spalle del giudaismo mondiale e dei suoi accoliti (il Piccolo Satana e il Grande Satana) ogni colpa: persino la devastazione della moschea sciita di Samarra sarebbe stata «commissionata da un gruppo di sionisti e di occupanti mancati». Come Hitler, Ahmadinejad ammonisce che se i “criminali” osassero scatenare una guerra, Israele sarebbe ridotto nello stato di coma in cui giace il suo premier Sharon: insomma il risultato sarebbe la soluzione finale del problema ebraico in Palestina. E fa leva sull’anelito alla pace degli europei (e sui rigurgiti negazionisti circolanti) per indurli a sbarazzarsi di ogni scrupolo nei confronti dell’unico ostacolo a un armonioso rapporto tra Europa e mondo islamico, liberandosi del senso di colpa per uno sterminio di massa degli ebrei che non sarebbe mai avvenuto o avrebbe avuto una portata insignificante rispetto alle colpe del giudaismo medesimo.
Naturalmente Ahmadinejad non è l’unico interprete di questa visione. Essa è ormai patrimonio del mondo variegato dell’estremismo islamico. Ad esempio, è istruttivo osservare come un puntuale riferimento al discorso di Hitler citato all’inizio si trovi nel noto sito Radio Islam, che lo presenta – nel contesto di un’“analisi” dei “miti fondatori della politica israeliana” – come una testimonianza delle ragioni di Hitler e, in definitiva, del suo moderatismo rispetto ai ben peggiori misfatti di cui si è reso capace l’Occidente. Peraltro, quel mondo variegato ha superato di gran lunga il Führer nella capacità di dissimulazione, consistente nel porgere quel minimo di moderazione che fornisca ai candidati dhimmi l’alibi per ignorare i discorsi veri, quelli in cui vengono espressi gli intenti autentici (come i pacifisti degli anni trenta si appigliavano a qualche sporadica dichiarazione pacifista di Hitler per ignorare il Mein Kampf e la realtà dei fatti).
Insomma, l’integralismo islamico ha imparato ad usare la memoria storica come strumento per gestire il presente. Mentre l’Europa delle giornate della memoria è incapace (o si rifiuta) di trarre lezioni dalla sua stessa storia ed erge un muro tra passato e presente.
Come è possibile dimenticare che anche Hitler avanzò da una tregua all’altra, da una “hudna” all’altra? Come è possibile dimenticare che l’Europa accettava supinamente ogni proposta di hudna, in attesa della prossima prova di forza, scendendo di gradino in gradino nella fossa della tragedia? Eppure, nei giorni della “memoria”, ci si batte il petto chiedendosi cosa non si è fatto per fermare il mostro. “Perché non è stata bombardata Auschwitz?” è la domanda sconsolata, dietro cui ghigna una compiaciuta accusa nei confronti dei detestati anglo-americani. Ci si batte il petto declamando “mai più”, mentre sotto i nostri occhi si concretizza un “ancora una volta”. L’estremismo islamico vince una prova di forza dopo l’altra, e ogni gradino asceso è inframmezzato da una hudna, che viene accolta con sollievo gridando: «Dialogo, dialogo, dialogo. Dialogo ad ogni costo». Ma “a qualsiasi costo” è la parola d’ordine degli imbecilli. Nulla si fa a qualsiasi costo, né la guerra, né la pace, né la tregua. Quel signore con l’ombrello e il foglietto di Monaco in mano proclamava di aver ottenuto “con onore” la “pace per il nostro tempo”: l’aveva ottenuta “a qualsiasi costo” e proprio per questo – come gli disse Churchill – avrebbe ottenuto soltanto il disonore e la guerra.
Chi non metta la testa nel sabbia non può non scorgere le chiare intenzioni del nemico che sta di fronte.
Prendiamo il caso di Hamas. Hamas ha detto in tutti i modi cosa vuole: distruggere Israele nel quadro di una lotta globale in cui esso è un vertice del poligono infernale costituito dall’Iran, dalla Siria, da Hezbollah e da Al Qaeda. Chi non vuole vedere questa intenzione può essere soltanto uno sciocco o in malafede. Non è forse essa scritta a chiare lettere nella carta di Hamas? Non bastano le innumerevoli rappresentazioni cartografiche in cui la Palestina si estende dal mare al Giordano? Non bastano le innumerevoli dichiarazioni, tra cui spicca il recente e truculento discorso del leader di Hamas Meshaal in cui annuncia che «prima di morire, Israele dovrà subire umiliazioni e degradazioni» e invita, con paranoia tipicamente hitleriana, l’Occidente ad abbandonare Israele a sé stesso, perché è suo interesse prosternarsi di fronte alla nazione islamica che «domani si siederà sul trono del mondo»? No, non basta. Alla richiesta del Quartetto di riconoscere il diritto di Israele all’esistenza, Hamas ha risposto di non poter smettere di lottare fino a che persiste l’occupazione: sembra una risposta fuori tema, ma è chiarissima ove soltanto si ricordi che per Hamas, l’occupazione “è” Israele.
Nessuna di queste evidenze basta, e ci si appiglia all’offerta di una hudna o a una vaga disponibilità a riconoscere Israele espressa dal nuovo premier palestinese Haniyeh al Washington Post, mettendo in ombra che costui, appena rientrato a Gaza ha smentito ogni disponibilità, con tecnica consumata. Grandi menti politologiche impartiscono lezioni circa il fatto che la concretezza del governare non potrà non condurre Hamas sul terreno del realismo. Come se il potere avesse fatto rinsavire Hitler… Tanta ottusità avrà purtroppo i suoi effetti concreti: se Hamas coglierà il frutto dei suoi adescamenti verbali, la hudna servirà a preparare la tappa successiva di un’agenda sanguinosa.

Da come si profila la situazione sembra che ricada quasi totalmente sulle spalle di Israele la responsabilità di sventare un simile sviluppo, tragico per l’Occidente non meno che per Israele. È stupefacente constatare in che modo abissalmente diverso si presentino le cose dal punto di visuale israeliano e da quello europeo. In Europa si continua a coltivare l’immagine di un Israele cattivo, implacabile, vendicativo, intransigente. Laggiù, al contrario, il governo è criticato per la sua eccessiva moderazione. In Europa si protesta per i provvedimenti presi dal governo israeliano, tra cui la sospensione del trasferimento dei fondi doganali all’autorità palestinese, e non si dice che il governo israeliano fa di tutto perché il flusso raggiunga comunque la popolazione attraverso le organizzazioni umanitarie – evitare di darli direttamente in mano ad Hamas non è il minimo? – persino con l’avvallo del “superfalco” Netanyahu. In Europa non si dice che il flusso dei lavoratori palestinesi non è stato interrotto, e che anche per questo il governo è accusato di debolezza; si straparla degli attacchi delle truppe israeliane cui gli “attivisti” palestinesi avrebbero risposto con tiri non meglio qualificati. Il contrario è vero: si tratta di risposte contro i lanci di missili Kassam da Gaza che rischiano sempre più di colpire la centrale elettrica di Ashqelon, da cui dipende metà di Israele, o industrie chimiche nella stessa zona del paese la cui deflagrazione potrebbe determinare una tragedia di proporzioni colossali. I critici del governo israeliano lamentano che queste risposte si riducano spesso a tiri dimostrativi di artiglieria in zone disabitate. Come che sia, è evidente che Israele, lungi dall’essere il mostro di cattiveria di cui si parla, esita a fare quel che è legittimo secondo il diritto internazionale: rispondere militarmente, anche attraverso un attacco massiccio, a un’aggressione che potrebbe avere conseguenze devastanti. In Europa pochi ricordano che Israele ha subito, nel corso del 2005, ben 2990 attacchi terroristici e che, dopo la vittoria elettorale di Hamas, i circa cinquanta allarmi mensili per attentati kamikaze sono passati a settantacinque, mentre è stato sventato addirittura un attacco al mortaio sul quartiere di Gilo a Gerusalemme.
Di nulla di tutto ciò si parla e, al contrario, pullulano personaggi (cialtroni o in malafede, poco importa) che proclamano l’inesistenza di un problema di sicurezza per Israele. Ma tutto ciò è poca cosa di fronte al fatto che, in spregio al più elementare buon senso, la vittoria elettorale di Hamas ha scatenato un rovesciamento di atteggiamento nei confronti di Israele che, dalla blanda benevolenza dei mesi successivi al ritiro da Gaza, è tornato alla consueta ostilità, se non peggio. È stato facile profeta chi aveva previsto che il ritiro da Gaza andava valutato sulla base della sua efficacia sul terreno e della sua equanimità e non per la ricaduta positiva di immagine che avrebbe avuto per Israele: il pregiudizio non può essere scalfito e il fatto nuovo è che a denunciare tale pregiudizio si rischia la querela.
Per qualche breve mese abbiamo assistito a un cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele. Sharon da macellaio era divenuto il De Gaulle israeliano e qualcuno si era persino spinto a compatire i coloni che avevano dovuto abbandonare le loro case di Gaza. Era la forza delle cose, che sembrava andare verso la pace, a dettare questi sentimenti magnanimi. Ma è bastata la vittoria elettorale di Hamas a ribaltare la situazione e a far riemergere le posizioni consuete. Si è ricominciato a incolpare Israele di tutto, persino di essere responsabile della vittoria elettorale di Hamas: persino il merito del ritiro da Gaza è stato rimesso in discussione. E, con il sostegno del solito manipolo di intellettuali annidati nelle università di mezzo mondo, è ricominciata la recitazione del vecchio stolido mantra: Israele deve ritirarsi, qualsiasi cosa accada deve ritirarsi. Prima si deve ritirare, e senza condizioni, sulla linea del 1967, ovviamente abbattendo il muro (anche se ha salvato innumerevoli vite). Vedrete, dicono, Hamas rinsavirà. E comunque, se Hamas chiederà altro, per esempio tutta Gerusalemme, bisognerà pensarci. Se Hamas chiederà il rientro di milioni di palestinesi sul suolo di Israele bisognerà discutere. A prendere sul serio il mantra di questi signori sarebbe il caso che gli israeliani rimettano in cantiere Exodus.
Guardando al panorama italiano, l’aspetto più inquietante di questo repentino cambiamento di atteggiamento è che esso segna un evidente successo di Hamas: l’aver posto di nuovo sul terreno la questione del diritto di Israele ad esistere, che sembrava risolta definitivamente in senso positivo. Sembrava una faccenda conclusa e invece il tormentone ricomincia: Israele stato “artificiale”, Israele stato fondato sul “sopruso”, sul “razzismo”, sul “colonialismo”, sull’“espropriazione”, e via dicendo. Si dirà che questa ripresa del tormentone è opera di pochi estremisti, ed è pur vero che le voci che si sono levate in tal senso appartengono alle ali estreme dello schieramento politico. Ma gli estremisti rialzano la testa quando sentono che il clima lo consente. Nel centro-destra si attende una parola finale circa l’esclusione assoluta di un manipolo di negazionisti della peggior specie e si debbono registrare dichiarazioni avvilenti circa l’opportunità di trattare con Hamas. Nel centro-sinistra si manifesta una situazione confusa e a dir poco inquietante. L’aver escluso Ferrando dalle liste elettorali di Rifondazione Comunista è un depistaggio più che un chiarimento, se restano in lista personaggi come Francesco Caruso (che ha dichiarato la sua simpatia per Hamas e i kamikaze) e Alì Rashid, che ancora qualche giorno fa ha definito Sharon un criminale di guerra. L’onorevole Diliberto è segretario di un partito dell’Unione, non è uno che passa di là per caso. Egli è stato uno degli organizzatori di una manifestazione in cui sono stati gridati slogan efferati e in cui sono state bruciate bandiere israeliane e americane. Dice di non sentirsi responsabile di questi misfatti e di condannarli, ma in tal modo dimentica un principio fondamentale del vecchio PCI di cui pure è un nostalgico ammiratore: chi proclama e organizza una manifestazione è politicamente responsabile della medesima. Difatti, il vecchio PCI controllava le manifestazioni con un robusto servizio d’ordine che allontanava energicamente chi deviava dalla linea politica decisa; e, se non si sentiva certo di poter esercitare tale controllo, vi rinunciava. Ha quindi perfettamente ragione chi ha invitato Diliberto a chiedere scusa anziché querelare Yasha Reibman per aver espresso una legittima opinione. Peraltro, quando si va a braccetto con il leader di una forza (Hezbollah) che ha nel suo programma la distruzione dello stato d’Israele, non si può pretendere di essere esenti da critiche. Romano Prodi assicura circa l’assoluta trasparenza di comportamento di tutte le forze politiche dell’Unione. Se è così, spieghi le candidature di Caruso e di Rashid, convinca Diliberto a ritirare la querela e a scusarsi, inviti Dini a non intrecciare legami d’amorosi sensi con la diplomazia iraniana, e così via. Altrimenti, le parole stanno a zero.
E ciò non basta perché bisognerebbe volgere lo sguardo ben più in alto degli esempi precedenti. Che dire dell’intervista messa in rete da Massimo D’Alema un paio di settimane fa? La stampa ha attirato l’attenzione sulla dichiarazione di D’Alema secondo cui «Hamas non è il nazismo» che, alla luce di quanto abbiamo fin qui osservato, è a dir poco sconcertante. Ma occorrebbe ascoltare l’intervista nella sua interezza per constatare come sia più che fondata l’inquietudine di Yasha Reibman circa la prospettiva di avere un tale ministro degli esteri. È facile immaginare quale correzione della politica estera italiana configuri D’Alema, a giudicare dall’astio totale con cui guarda a Israele – la scelta di Israele è quella della violenza, la sua politica è semplicemente “disumana” – a cui non concede nulla, neppure il diritto di chiamarsi “popolo della diaspora”, che trasferisce ai palestinesi; cui invece è tutto perdonato, e di cui ogni atto è giustificato, perché bisogna capire le ragioni dell’odio. In un’ora d’intervista non una parola è stata spesa per deprecare il rifiuto aprioristico d’Israele, l’odiosa campagna razzista che pullula nei mezzi d’informazione arabi e islamici e nei libri di testo palestinesi, l’uso infame di tutto l’arsenale della propaganda antisemita classica, aggiornato con l’invenzione delle accuse più trucide e fantasiose, come quella recentemente messa in giro dal governo siriano secondo cui l’influenza aviaria sarebbe stata prodotta artificialmente da Israele, o la recente “analisi” della televisione iraniana circa la natura dei “cartoons” di Tom e Jerry, con cui l’ebraica (sic!) Walt Disney vorrebbe ripulire l’immagine dei “topi ebrei”. Non una parola... Se soltanto D’Alema – che si vanta di conoscere la realtà sul campo – fosse minimamente aperto a capire Israele, si renderebbe conto che proprio quella è una società multietnica che riesce giorno dopo giorno a realizzare la composizione delle differenze attorno a sentimenti condivisi, che quella è una società che realizza quotidianamente la dissoluzione delle divisioni etniche, difendendosi soltanto da chi pervicacemente nega il suo diritto all’esistenza. Se soltanto D’Alema fosse sensibile a quella realtà, condannerebbe aspramente coloro che, nel suo schieramento, parlano di paese “razzista”. E che dire della violenza antiamericana che pervade tutta l’intervista? Gli USA non conoscerebbero altro metodo che imporre la loro civiltà con i marines, e altra politica che la «violenza di stato». Affermazione a dir poco sconcertante nella bocca di un europeo, del cittadino di un continente che ha inventato il colonialismo e il razzismo. D’Alema si è reso conto della scivolata, visto che ha osservato che, certo, l’Europa ha partorito Auschwitz, ma «proprio per questo» avrebbe appreso la lezione e avrebbe introdotto come tratto originale della propria democrazia il rifiuto della violenza di stato. Di qui la «superiorità» dell’Europa sugli USA. Ma non si doveva evitare di parlare di civiltà “superiori”? Come sempre, la toppa è peggiore del buco.
Tornando al panorama europeo – della civiltà “superiore” – chiediamoci: come dovrebbe valutarlo un estremista islamico il cui scopo dichiarato è lo sgretolamento dell’identità del continente? Dovrebbe valutarlo come una catena di successi. Dopo l’attentato di Madrid, la Spagna si è defilata dall’Iraq chiudendosi dietro il “muro” di Ceuta e Melilla, mentre magnati arabi comprano mezza Andalusia. Il governo inglese ha reagito con ben maggiore dignità all’attentato di Londra, ma ha commesso lo svarione solenne di assumere come consigliere Tariq Ramadan. Dopo l’uccisione di Theo van Gogh la morsa della paura stringe l’Olanda più di prima. Si è avuta la rivolta delle periferie parigine. E, in una sequenza tutt’altro che casuale si sono accavallati altri eventi dirompenti: la campagna forsennata e pretestuosa sulle caricature danesi; la vittoria elettorale di Hamas; il dilagare di una nuova campagna anti-israeliana e antiebraica che punta direttamente su tematiche negazioniste della Shoah; e infine la barbara uccisione, previa tortura di un mese, del giovane ebreo francese Ilan Halimi da parte di un gruppo nel cui covo sono state scoperte carte che riconducono a un gruppo dedito alla raccolta di fondi per le “vittime” palestinesi, ovvero per le famiglie dei kamikaze, e di cui sono provate le relazioni con gruppi presenti nella consulta islamica riconosciuta dal governo francese. Sequenza non casuale e pretestuosa, dicevamo, perché è ormai noto che le celebri vignette erano state pubblicate dal giornale egiziano Al Fager il 17 ottobre 2005 senza che ciò destasse il minimo scandalo.
Ogni volta che l’aggressione è salita di un gradino, un gradino è stato sceso nella scala dell’umiliazione e dell’ignavia. Persino il direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Islamiche ed ex-mufti di Marsiglia, Soheib Bencheikh ha definito (Le Monde, 9 febbraio) la reazione di tante organizzazioni e regimi musulmani «al di là del surrealismo», ha definito assurda la richiesta di scuse ai governi e l’aggressione contro un paese «tranquillo e pacifico» come la Danimarca, e ha condannato questa ondata isterica come contraria ai principi di ogni religione degna di essere considerata tale oltre che della libertà di espressione. E invece, politici e uomini d’informazione europei si sono precipitati in massa a scusarsi, a prosternarsi nella moschea più vicina. Sono gli stessi che non hanno detto una parola di fronte alle dissacrazioni del cristianesimo, alle stragi di cristiani, alle innumerevoli vignette offensive dell’ebraismo, alle campagne antisemite nutrite della peggiore blasfemia, che perdonano ogni atto del genere se a compierlo è un estremista islamico, giustificano le campagne di boicottaggio nei confronti di Israele e le bandiere bruciate in nome dei “diritti” del popolo palestinese. Se esiste una logica a questo mondo, il direttore di Liberazione, che ebbe a dire che coloro che protestavano per lo scempio delle sinagoghe da parte palestinese dopo il ritiro da Gaza erano “razzisti”, si sarebbe dovuto presentare da tempo a chiedere scusa in una sinagoga. Questo sarebbe il trattamento di favore riservato agli ebrei e a Israele, questa sarebbe la lezione storica ricavata dalla Shoah?
Qui torniamo alla profezia di Hitler di cui parlavamo all’inizio. Perché, se la profezia principale di Hitler (la realizzazione del Reich millenario) è fallita, alcune altre si sono purtroppo avverate. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, le autorità germaniche stimavano la consistenza ebraica in Europa (inclusa l’URSS) in poco meno di undici milioni. Oggi tale consistenza è ridotta a circa due milioni. La questione ebraica europea è stata effettivamente quasi completamente “risolta”, secondo gli auspici del Führer. La questione ebraica mondiale è stata così “risolta” per un terzo, essendosi concentrati i due restanti terzi negli USA e in Israele. In attesa di fare i conti con il Grande Satana, il poligono dell’estremismo islamico, con portavoce il presidente iraniano, ha ripreso il programma hitleriano proponendosi di realizzarne il secondo terzo con la distruzione di Israele.
Sarebbe desiderabile poter distinguere tra questione ebraica e questione israeliana, perché ciò segnerebbe, più o meno, la fine dell’antisemitismo. Ma se questa distinzione era difficile prima, ora il presidente Ahmadinejad e i suoi alleati si incaricano quotidianamente di avvertirci che essa è impossibile. La questione ebraica oggi è la questione israeliana. È perfettamente inutile, al riguardo, riesumare la solita litania circa il fatto che la difesa di Israele non implica la condivisione di ogni singolo atto dei suoi governi. Ovvio, ma secondario. Perché il vero problema che abbiamo di fronte oggi è che il progetto del secondo atto della Shoah è chiaramente indicato nella distruzione dello stato di Israele, ed è contro questo progetto che occorre battersi senza quartiere.
Per quasi duemila anni la storia dell’ebraismo è stata prioritariamente intrecciata con la storia d’Europa, nel bene e nel male. Ed è per questo che è perfettamente sensato parlare di “radici giudaico-cristiane” della civiltà europea, accanto a quelle greco-romane. Oggi l’ebraismo rischia di uscire definitivamente dalla storia d’Europa, se l’Europa rinnega i legami storici profondissimi che dovrebbero legarla a Israele e se lascia che il suo ebraismo residuale venga terrorizzato, dissolto e disperso.
Voltare le spalle a Israele, voltare le spalle al problema ebraico, quello “attuale”, non sarebbe soltanto un atto atroce nei confronti degli ebrei, non sarebbe soltanto lavarsi le mani del tentativo di proseguire la soluzione finale, ma sarebbe un atto suicida. Difatti, la Shoah non è stata una faccenda degli ebrei, ma una tragedia dell’Europa: il compimento dello sterminio razziale è stata una separazione dell’Europa dai principi migliori della sua tradizione morale e civile, quelli che erano frutto, per l’appunto, della tradizione giudaico-cristiana. Un’Europa che – dopo quel che è successo mezzo secolo fa – non comprendesse la portata della posta in gioco, compirebbe il secondo e irreparabile atto della propria autodistruzione.
È difficile non vedere che le comunità ebraiche europee e le loro istituzioni sono spossate dalla continua lotta contro l’antisemitismo mai spento e anzi ora rinfocolato dall’aggressione dell’estremismo islamico, e che sono intimorite. Il loro futuro dipende dalla loro capacità di essere coscienza critica e testimone di quanto rischia di avvenire. Gli ebrei d’Europa – e d’Italia – non possono non apprezzare lo sforzo per la conservazione della memoria del loro martirio. Ma non possono accettare che la compassione per gli ebrei morti sia un alibi per odiare liberamente quelli vivi e per chiudere gli occhi di fronte alla nuova spaventosa minaccia. Dopo decenni di resistenze è ormai diffusa l’accettazione dell’idea dell’unicità della Shoah. Troppa grazia, vien da dire. Soprattutto se questa accettazione è suggerita dal poco limpido intento di declassare altre stragi, come quelle del Gulag. E francamente inaccettabile se è un modo di declassare la questione ebraica attuale ad “altra” cosa, persino a qualcosa in cui la parte degli ebrei è invertita e trasformata in quella dei persecutori. Nessun ebreo che abbia un minimo di dignità, in quanto tale e in quanto cittadino consapevole e leale del proprio paese e del continente, può accettare di essere messo sotto protezione in una riserva indiana a condizione di abbandonare Israele al proprio destino o persino di rinnegarlo. Quegli ebrei che accettassero una simile condizione o che si accodassero al grido del “dialogo ad ogni costo” si assumerebbero una grave responsabilità anche nei confronti del destino dello stesso ebraismo europeo. A quest’ultimo si richiede quindi, in questi frangenti, un grande atto di coraggio e di dignità.
Hitler è stato abbastanza buon profeta rispetto all’obbiettivo di sradicare la presenza ebraica dall’Europa. Ma proprio le modalità e gli effetti della “soluzione” hitleriana e il ripresentarsi sulla scena dei prosecutori dichiarati di quel progetto, fanno della questione ebraica, oggi israeliana, la principale pietra di paragone della capacità dell’Europa di riprendere il proprio cammino recuperando i propri migliori valori e rifiutando di lasciarsi ridurre in stato di schiavitù. Nessun cittadino europeo può sfuggire a questa sfida. Altrimenti, la resa dell’Europa di fronte a coloro che hanno dichiarato una guerra di civiltà contro l’Occidente sarà segnata non soltanto dalla totale separazione dei destini dell’Europa e di Israele, ma dalla dissoluzione di quel che resta dell’ebraismo europeo. (Giorgio Israel, Il Foglio – 28 febbraio 2006
)

È passato un anno e mezzo da quando Giorgio Israel ha scritto questo articolo, e la situazione ha continuato a peggiorare: coloro che perseguono la distruzione di Israele e dell’intero ebraismo mondiale continuano ad alzare sempre più il tiro, e dalla nostra parte si continua ad abbassare sempre più la testa, si continua a far finta di credere che la hudna sia l’anticamera della pace invece che di una nuova Shoah, si continua trovare cosa buona e giusta dialogare con chi della messa in atto della Shoah ha fatto l’unico scopo della propria vita. Ed è per questo che sono sempre più pessimista, non solo sul destino di Israele e degli ebrei, ma anche su quello dell’Europa tutta.


barbara

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