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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella


16 dicembre 2010

MAQQUANTO CI PIACCIONO I COLLOQUI!

Che amanti della pace, questi palestinesi

Cari amici, siete angosciati, lo so. Lasciatemi dire che vi sono vicino in questo difficile momento. So che vi sentite soli, che fate fatica, che vi mancano. Qualcuno, che evidentemente non è fra i più consapevoli, mi chiede chi manca, di che cosa portiamo il lutto. Poverini, non lo sanno. Voi (e io con voi) sentiamo la mancanza dei colloqui. Che colloqui? Ma come, dei colloqui mirati a stabilire la possibilità di incontri. Che incontri? Quelli preliminari alle trattative. Che trattative? Quelle per stabilire l'agenda. L'agenda di che cosa? Delle discussioni sui vari capitoli. Di una futura pace, è chiaro.
Ricapitoliamo. Nessuno – a parte voi, naturalmente, e qualche giornalista particolarmente illuminato - sembra aver capito la gravità del fatto che gli americani abbiano rinunciato a parlare con Israele e i palestinesi per vedere se era possibile indurli a concordare le condizioni, anzi il grado esatto di refrigerazione delle costruzioni, per parlarsi su come arrivare a trattative dirette intorno all'ordine in cui discutere in futuro per arrivare a un trattato di pace. In molti hanno capito la sconfitta americana, ma non la terribile solitudine dei negoziatori. Non sentono la mancanza dei colloqui. Che insensibilità.
E però c'è chi butta il cuore oltre la barricata. Pensate che l'avventurosa Clinton ha deciso, con mossa certamente avventata, ma coraggiosa, che invece di parlare intorno alle condizioni per iniziare a discutere direttamente di come fare le trattative, si può entrare direttamente "nel cuore dei problemi". Chirurgia cardiaca innovativa, senza dubbio, made in Houston, la capitale dei trapianti. Ma siamo poi sicuri che i problemi abbiano un cuore? E se avessero un fegato grosso così per la rabbia?
Lasciamo stare. Ma vi devo dire un'ultima cosa, che ho saputo in confidenza da quelle "perdite condivise" (Wikileaks, per chi non conoscesse il significato medico è una specie di logorrea contagiosa). La Clinton è un po' disperata. Ha incominciato a prendere gli appuntamenti per questa sua chirurgia cardiaca e naturalmente ha chiamato i palestinesi. Ma il telefono di Abbas squilla a vuoto, quello di Erekat è sempre occupato, e tutti gli altri hanno solo una segreteria telefonica con la musica delle bombe e dei Kalashnikov. Insomma, non rispondono. Della chirurgia cardiaca non vogliono sentire parlare.
Hanno fatto sapere invece in via informale a degli amici degli amici che è meglio fare delle consultazioni naturalmente indirette per verificare le condizioni in seguito alle quali potrebbero accettare di discutere come aumentare i requisiti che sono necessari per arrivare a colloqui preliminari per stabilire il calendario degli incontri in cui si potrebbe stabilire l'agenda di eventuali prediscussioni a proposito dell'eventualità di un negoziato sul prezzo di riunioni per il negoziato che dovrà forse portare a discutere di come iniziare le trattative preliminari. Nel frattempo hanno deciso di proclamare lo stato palestinese, dato che sono colti "dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno", ovvero sulla linea armistiziale dell'832 (battaglia di Poitiers, per chi non lo sapesse). Che amanti della pace, questi palestinesi.

Ugo Volli

Ecco, questa volta Ugo Volli ha veramente superato se stesso, il che non è facile, lo so, solo lui ci può riuscire. E, a proposito di Clinton e dintorni, leggi anche qui.

barbara


29 giugno 2009

OBAMA DICE AGLI EBREI DOVE POSSONO VIVERE

Domenica, 28 giugno, 2009

di Joseph Farah

Barack Obama sta portando avanti ciò che la sua amministrazione chiama “un approccio più equilibrato alla politica mediorientale”.
Lascatemi spiegare che cosa questo, alla lettera, significhi in termini reali.
Significa che il governo USA sta usando il suo peso con Israele per insistere che agli ebrei, non agli israeliani, badate bene, ma agli ebrei sia negato il permesso di vivere a Gerusalemme est e nelle terre storicamente ebraiche di Giudea e Samaria, usualmente chiamate West Bank.
Provate a immaginare l’indignazione, l’orrore, le proteste, il clamore, lo stridore di denti che esploderebbero se agli arabi o ai musulmani venisse detto che non possono più vivere in certe parti di Israele – per non parlare del loro proprio paese.
Questo, naturalmente, non accadrebbe mai con “un approccio più equilibrato al Medio Oriente”.
Siamo tornati agli anni Trenta. Questa volta sono le illuminate voci liberali di Hillary Clinton e di Barack Obama a dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere e quanto si devono piegare se vogliono, semplicemente, continuare a vivere.
So che non l’avete mai sentita mettere in questi termini prima d’ora. E io veramente non so perché. Semplicemente non c’è un altro modo preciso per spiegare le macchinazioni che stanno dietro le ultime richieste dell’Occidente e del resto del mondo a Israele.
Si sta riducendo Israele ai “confini di Auschwitz”. Agli ebrei è già stato detto che non possono più vivere nella striscia di Gaza. Ora gli si dice che non possono più scegliere di vivere in nessuna delle zone che le elite internazionali hanno selezionato per un futuro stato di Palestina.
Di nuovo, domando: “Perché gli internazionalisti cercano di creare uno stato che sarà, per definizione, razzista, antiebraico, che non tollera neppure la mera presenza di ebrei?
Qualcuno mi sa rispondere?
Obama e Clinton – e dunque, per definizione, voi e io, contribuenti degli Stati Uniti – hanno deciso di cedere alla razzista, fanatica, antisemita pretesa dell’Autorità Palestinese che a nessun ebreo sia consentito di vivere nel loro nuovo stato.
Credo che in qualunque altra parte del mondo un simile tentativo di pulizia etnica di una regione sarebbe fermamente condannato da tutta la gente civile. E tuttavia, poiché la maggior parte della gente semplicemente non capisce il chiaro e ufficiale piano dei leader arabi di espellere tutti gli ebrei dal nuovo stato di Palestina, le politiche di capitolazione conservano un certo grado di simpatia, addirittura di sostegno politico, da buona parte del mondo.
Fate attenzione a ciò che sto dicendo: la politica ufficiale dell’Autorità Palestinese è che tutti gli ebrei siano espulsi dalla regione! Perché gli Stati Uniti sostengono la creazione di un nuovo stato razzista, antisemita, contrassegnato dall’odio? Perché il mondo civile considera ciò come una ricetta per la pace nella regione?
Perché questa è considerata un’idea accettabile?
Esiste un’altra parte del mondo in cui questo tipo di politica ufficiale di razzismo e pulizia etnica sia tollerato – o addirittura scusato?
Perché in Medio Oriente le regole sono diverse? Perché per gli arabi le regole sono diverse? Perché per i musulmani le regole sono diverse?
Perché i dollari delle tasse americane mantengono la razzista, antisemita entità conosciuta come Autorità Palestinese?
È questo che facciamo quando vietiamo “costruzione di insediamenti”, riparazioni, crescita naturale, aggiunte alle comunità esistenti.
È “equilibrio” questo? C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano più trasferirsi in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano comperare case in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano riparare le case che già hanno in Israele? No. C’è qualche proposta di imporre agli arabi e ai musulmani che non possano costruire insediamenti dovunque vogliano? No.
Ora, tenete presente, ci sono già un bel po’ di stati arabi e musulmani in Medio Oriente. Molti di questi già vietano agli ebrei di vivere in essi. Alcuni lo vietano anche ai cristiani. Ma ora, all’unico stato ebraico al mondo, e i cui diritti su quella terra risalgono ai tempi di Abramo Isacco e Giacobbe, viene detto che gli ebrei devono restare fuori da territori che sono attualmente sotto il loro controllo ma che sono destinati ad essere trasferiti a gente che li odia, che li disprezza, che vuole vederli morti e non è neppure disposta ad accettare di vivere in pace con loro come vicini.
Nel frattempo Israele continua a tendere la sua ingenua mano di amicizia agli arabi e ai musulmani – accogliendoli nella propria minuscola nazione circondata da vicini pieni di odio. Ad arabi e musulmani sono offerti pieni diritti civili – e prestano anche servizio in cariche elettive. Pubblicano giornali e trasmettono liberamente alla radio e alla televisione.
Gli ebrei, per contro, sono a un passo dall’essere sfrattati da case che a volte hanno occupato per generazioni. Ciò che è accaduto a Gaza, sta per ripetersi ovunque.
Spero che i miei amici ebrei si ricordino di questo. Molti di loro hanno votato per Barack Obama. Molti di loro hanno votato per Hillary Clinton. Questi non sono vostri amici. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno respinto le navi di ebrei in fuga dalla Germania negli anni Quaranta. Questi sono della stessa specie di coloro che si sono accordati con Adolf Hitler a Monaco. Questi sono della stessa specie di coloro che hanno reso così difficile la rinascita del moderno stato di Israele.
Io dico: “Basta con la pulizia etnica. Basta con l’antisemitismo ufficiale. Basta colpire gli ebrei. Si smetta di dire agli ebrei dove possono vivere, come possono vivere – e se possono vivere”.
(traduzione mia, qui l’originale)

Ciò che dice Joseph Farah dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, e il riuscire a vederlo e a capirlo dovrebbe essere una questione di puro e semplice buonsenso. E invece, chissà perché, sono così pochi ad accorgersene, e il dirlo appare ai più come pura follia.


Prossimamente su questo schermo

barbara

AGGIORNAMENTO: e poi, come al solito, vai a leggere qui, che sui giornali hai voglia di trovarle, queste cose qua!


19 aprile 2009

EH, LORO SÌ CHE LO SANNO COME SI FA!

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Quelli dell´amministrazione Obama ci sono o ci fanno?

Ma, secondo voi, quelli dell´amministrazione Obama ci sono o ci fanno? Dilettanti allo sbaraglio, voglio dire, soavi ingenui che hanno una vaghissima idea di come funziona il mondo, oppure fantocci pronti ad arrendersi di fronte a qualunque minaccia... Ci sono o ci fanno? Faccio qualche esempio.
Oggi sui giornali leggiamo che la signora Clinton, segretario di Stato nonché esempio preclaro della versione femminile dell'American Dream (la carriera a qualunque condizione), ha detto che intende combattere la pirateria in Somalia (che fra l´altro è certamente legata al terrorismo islamico) in questa concretissima maniera: "Washington valuterà anche come fare per congelare i beni dei pirati, e far sì che "gli stati si assumano la responsabilità di perseguire e incarcerare i pirati catturati" (La Repubblica). Capite, se voi vi presentate in banca, e dite "sono un pirata somalo" allora il povero bancario vi deve rispondere "mi dispiace, devo congelarle i soldi, venga di là che li mettiamo in frigo". Se però voi siate un pirata vero e vi tenete i soldi sotto il materasso in quel paese non fornitissimo di banche che è la Somalia, o usate dei prestanome, o li girate a qualche alleato iraniano o sudanese, non possono farvi niente, neanche metterli vicino a un cubetto di ghiaccio. Che paura, eh? Intanto il governo più potente del mondo e padrone della marina di gran lunga più grande "invita gli stati" a mettere in carcere e processare i pirati: "Mi raccomando, non metteteli agli arresti domiciliari!" Quanto a noi, ci penseremo se accogliere il nostro invito o no. Ma si rende conto Clinton di cos´è la Somalia?
E la Corea? Quando i capi della più allucinante dittatura del mondo (nonché fornitrice atomica del terrorismo iraniano e siriano) hanno deciso di sperimentare un missile intercontinentale mandandolo sopra il Giappone, dopo molti sforzi l´America e il Giappone hanno ottenuto una blanda condanna dal consiglio di sicurezza dell´Onu. Per reazione, i nordcoreani hanno buttato fuori ieri gli ispettori dell´Agenzia atomica e annunciato la costruzione di nuovi reattori e la ripresa della fabbricazione del combustibile per le bombe atomiche. Come ha reagito l´America? In maniera molto, molto British e assolutamente piena di understatement: «Una decisione non necessaria», ha commentato il segretario di Stato americano, Hillary Clinton. «Speriamo che ci sia l'opportunità di discutere di tutto questo non solo con i nostri alleati, ma anche con i nordcoreani». (Il Corriere) Capite, spera di "avere l´opportunità" di parlarci... Magari si mandano un messaggio su Facebook... o un piccione viaggiatore.
Il peggio però non è lì; è sull´Iran. La buona Hilary per esempio, non è proprio sicura di cosa stiano facendo nei laboratori atomici persiani: "We don't know what to believe about the Iranian program. We've heard many different assessments and claims over a number of years," Non è la sola nel governo di Obama a non sapere cosa credere. Anche il segretario alla Difesa Gates ha sentito tante voci su questo bizzarro argomento e qualche giorno fa ha onestamente dichiarato la stessa ignoranza. Ma se non hanno idea loro dei programmi atomici iraniani, chi cavolo dovrebbe saperlo? Il sindaco di Udine? Se fossi un americano, mi preoccuperei non solo dell´ignoranza, ma anche della serenità con cui viene accolta: non sappiamo chi vincerà il campionato di Formula 1, ignoriamo il tempo previsto il mese prossimo su Rimini, non abbiamo idea di cosa combinino gli ayatollah: non si può proprio sapere tutto, no? In cambio Gates si è detto sicuro ieri, che un bombardamento israeliano "avrebbe pessimi effetti" perché "unirebbe tutto il popolo iraniano" (ma attualmente è diviso?) "contro i suoi aggressori". Eh già, sarebbe un vero peccato. E´ per questo che l´amministrazione americana "intende impegnare l´Iran in trattative senza precondizioni di sorta" nemmeno sulla scadenza del negoziato, come ha dichiarato il portavoce della Clinton, Robert Wood, altrimenti "It could be seen as implying that Washington isn't serious about engagement, but only using it as a bargaining tactic, [...].
At worst, it could be interpreted as succumbing to Israeli demands that it only engage within a strict timeframe, regardless of US assessments that it has more time to try diplomacy than Jerusalem believes." (Jerusalem Post) In sostanza, non bisogna fare fretta alla diplomazia iraniana, che mena per il naso tutto il mondo da quattro o cinque anni, se no gli iraniani potrebbero pensare che gli americani sono troppo alleati di Israele... La cosa importante è che loro non si agitino e non trovino antipatico il bel presidente Obama: don´t worry, be happy! Anche qui: ci fanno o ci sono? Il commento migliore l´ha fatto il capo dell´Agenzia Atomica, Muhammad El Baradei, che nonostante gli schiaffoni in faccia dall´Iran continua a essere un fautore della linea morbida, per solidarietà islamica o altrettanto islamica antipatia per Israele: E´ bene, ha detto, che dopo la "ridicola" linea aggressiva "alla Darth Veder" dell´amministrazione Bush, Obama "design an approach that is sensitive to Iran's pride." Capite, il presidente americano deve progettare un approccio più sensibile all´orgoglio iraniano. Diciamo, se non proprio leccare i piedi agli Ayatollah, almeno genuflettersi deve. Come ha già fatto del resto col re dell´Arabia Saudita...

                          

o vantando nel discorso al parlamento turco "il grande contributo islamico alla costruzione degli Stati Uniti"... già, l´11 settembre. Ci sono o ci fanno?

Ugo Volli

Anche questa volta non ho niente da aggiungere: Ugo Volli è perfetto così.

barbara


20 novembre 2008

POSSO FARE UNA DOMANDA?

Quella volta che la signora Hillary Clinton nata Rodham, incidentalmente coinvolta – anche se solo sfiorata e poi subito ripulita grazie alla sua posizione – nello scandalo Whitewater e forse non del tutto estranea alla vicenda del suicidio di Vincent Foster, in quel momento in corsa per la candidatura contro Barack Obama, fu beccata a pubblicare una foto in cui Obama appariva più scuro di quanto sia nella realtà, voleva forse velatamente – oh, molto, moolto velatamente! – insinuare l’idea che essere negri è una schifezza? No perché la signora Rodham Clinton non fa mica parte di quella banda di fanatici estremisti guerrafondai che sono i repubblicani, ossia dei cattivi, nononò, lei fa parte della schiera dei moderati pacati pacifici democratici, ossia dei buoni … Naturalmente mi rendo benissimo conto che il mio è un sospetto di rara perfidia, ma essendo io notoriamente la perfidia personificata, sono certa che non rischierete di essere travolti dallo sconvolgimento nel leggere questo mio malignissimo post.
Saluti e baci e sogni d’oro a tutti.


(il bello di essere bianchi)

barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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