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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 maggio 2011

VOGLIAMO FARE IL PUNTO DELLA SITUAZIONE?

Nakba e Nakba bis

Le esili, ingenue speranze (“spes contra spem”, avrebbe detto Sant’Agostino) che la cosiddetta “primavera araba” avrebbe finalmente aperto uno spiraglio di luce anche sull’impervio terreno delle prospettive di pace in Medio Oriente, dunque, sono durate il breve spazio di un mattino. Le dotte argomentazioni costruite, per esempio, sul piccolo dato di fatto che nelle piazze non si sarebbero viste bruciare le bandiere israeliane (che evento eccezionale!) si sgonfiano come palloncini; le tristi, facili profezie delle varie Cassandre, che temevano che si sarebbero presto rimpiante le plumbee dittature vitalizie dei vari Mubarak e Ben Alì, sembrano avere colto nel segno. Lo spettacolo delle marce “spontanee” dei cosidetti “profughi palestinesi”, mosse nei giorni scorsi contro i confini dell’odiatissimo Israele, sembrano infatti seppellire anche la più azzardata, la più estrema e irrealistica delle illusioni, frantumando qualsiasi miraggio di pace, la più pallida ipotesi di una pur minima possibilità di ragionamento, di dialogo.
Coloro che sono andati a premere contro i confini di Israele, cercando di entrarvi con la forza (non importa su suggerimento di chi, seguendo quali impulsi o strategie), non chiedevano allo stato ebraico di smantellare qualche colonia, di modificare qualche comportamento o di spostare qualche linea di demarcazione. Chiedevano a Israele, semplicemente, di non esistere, ribadendo il semplice, elementare messaggio espresso dalle annuali celebrazioni della “Nakba”, la “catastrofe”. Su quanto sia piacevole vivere fianco a fianco con qualcuno che considera la tua esistenza la più grande sciagura della storia, tanto da eleggere il tuo compleanno a giorno di lutto disperato, c’è poco da dire. Così come siamo tristemente abituati all’interpretazione di tali gesti (tristi e sgradevoli quanto si vuole, ma tutt’altro che ermetici) da parte dei mass media e dei commentatori politici, che sembrano ridurli a meri umori o stati d’animo, spesso dimostrando aperta simpatia di fondo per i manifestanti, che agirebbero in risposta a sopraffazioni subite, o sarebbero mossi da ideali di libertà, giustizia, pace, autodeterminazione ecc. Ci sarebbe, forse, bisogno di ripetere che il 14 maggio del 1948, il giorno della Nakba, era il giorno in cui avrebbe dovuto nascere anche lo Stato palestinese, soffocato sul nascere dagli eserciti di cinque nazioni arabe? Chi celebra la Nakba, in realtà, non maledice soltanto la nascita di Israele, ma anche la stessa idea dell’eventuale nascita di una Palestina libera, indipendente e sovrana.
Eppure, i palestinesi dicono di desiderare ardentemente di “nascere”, come stato sovrano. Sono talmente impazienti che hanno detto alla loro ‘madre’ designata, l’Assemblea Generale dell’ONU - che, per ora, custodisce amorevolmente in grembo l’embrione - che, a settembre, comunque vada, senza stare a sentire nessun medico e nessuna ostetrica, “nasceranno”. Ma già si sa, purtroppo, che sarà una nascita mancata, impedita: una “non nascita”, proprio come quella del 1948. A tutti gli effetti, una “Nakba bis”. 

Francesco Lucrezi, storico


Ecco, io di speranze no, non ne ho nutrite neanche per un attimo, neanche esili, perché troppo chiari erano i segni, fin dal primo istante.
Restando in tema di “nakba” mi sembra interessante una riflessione di Marcello Cicchese.



La "Nakba", ovvero il fallimento di un massacro annunciato

«
Dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania al popolo palestinese che vive nella diaspora: tutti si stanno preparando per celebrare il 63o anniversario della Nakba, la "Catastrofe" palestinese», così annuncia un sito che fa propaganda al movimento terroristico Hamas. Certo, è un giorno di lutto per persone di quel tipo.
Il 15 maggio 1948, il giorno seguente la dichiarazione di fondazione dello Stato d'Israele da parte di Ben Gurion, il nuovo stato fu attaccato dagli eserciti di cinque stati arabi: Egitto, Siria, Giordania, Libano e un contingente dall' Iraq. L'allora segretario della Lega Araba, Azzam Pascià, avvertì solennemente dicendo che sarebbe stata

«una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei mongoli e delle crociate».


Per questo si fa cordoglio: perché è fallito il tentativo di prolungare l'olocausto nazista massacrando anche gli ebrei che dopo secoli di persecuzioni e peregrinazioni avevano fondato il loro Stato sulla loro terra.

Marcello Cicchese

(Notizie su Israele, 15 maggio 2011)

Nel frattempo i palestinesi tosti rimpiangono i tempi in cui si massacravano gli ebrei a tutto spiano e si augurano di poter presto riprendere la simpatica usanza; quelli buoni invece aspettano che Israele sparisca da solo, mentre quelli furbi si organizzano dei begli attentati contro se stessi per provocare una robusta carneficina di arabi di cui incolpare i perfidi giudei. E l’ANSA, tanto per non smentirsi mai, spaccia per incidente stradale un attentato terroristico in cui un camionista arabo travolge una bella botta di ebrei al grido di “Allahu akhbar” e “Morte agli ebrei”. Così, giusto per gradire...

barbara


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


27 agosto 2010

DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

La Palestina fu devastata e saccheggiata. Poi gli arabi passa­rono in Cilicia, facendo prigionieri i suoi abitanti e deportandoli. Quindi Mu'awiya inviò Habib ibn Maslama in Armenia, all'epo­ca dilaniata dalle contese tra i vari satrapi. Per suo ordine la po­polazione di Euchaita (sul fiume Halys) fu passata a fil di spada; quelli che riuscirono a farla franca furono ridotti in schiavitù. Secondo i cronisti armeni gli arabi, dopo aver decimato gli abitanti dell'Assiria e costretto molte persone ad abbracciare l'islamismo, «entrarono nel distretto di Daron [a sud-ovest del lago Van], che saccheggiarono e in cui versarono fiumi di sangue. Pretesero il pagamento di tributi e si fecero consegnare donne e bambini». Nel 642 presero la città di Dvitt e annientarono la popolazione a colpi di spada. Poi «gli ismailiti ripresero la via per la quale erano venuti, trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri: in tutto 35.000». L'anno seguente, secondo lo stesso cronista, gli arabi invasero di nuovo l'Armenia, «portando con sé lo stermi­nio, la rovina e la schiavitù».
Fermatosi in Cappadocia, Mu'awiya saccheggiò tutta la regio­ne, catturò molti uomini e fece un grosso bottino. Poi condusse le sue truppe a devastare l'intera zona di Amorium. Anche Cipro fu razziata e depredata (649); quindi Mu'awiya si diresse verso la capitale Costanza (Salamina), su cui stabilì il suo dominio con un «grande massacro». Il saccheggio dell'isola si ripeté una se­conda volta.
Nel Nord Africa gli arabi fecero migliaia di prigionieri e accu­mularono un ricco bottino. Mentre le piazzeforti resistevano, «i musulmani erano impegnati a percorrere in lungo e in largo e de­vastare il paese sguarnito». Tripoli fu saccheggiata nel 643, Cartagine fu interamente distrutta e rasa al suolo, e la maggior parte dei suoi abitanti venne uccisa. Gli arabi misero a ferro e fuoco il Maghreb, ma ci volle più di un secolo perché riuscissero a pacifi­carlo e a venire a capo della resistenza berbera.
Le guerre proseguirono per mare e per terra sotto i successori di Mu'awiya. Le truppe arabe saccheggiarono l'Anatolia con ri­petute incursioni; le chiese furono incendiate e profanate, e tutti gli abitanti di Pergamo, di Sardi e di altre città furono fatti prigionieri. I centri greci di Gangres e Nicea furono distrutti. Le cro­nache cristiane del tempo parlano di intere regioni devastate, di villaggi rasi al suolo, di città incendiate, saccheggiate e annienta­te le cui popolazioni furono integralmente ridotte in schiavitù.
Come si può constatare, non sempre gli abitanti delle città ven­nero risparmiati: spesso subirono il massacro o la schiavitù, sem­pre accompagnata dalla deportazione. Fu il caso dei cristiani di Aleppo, Antiochia, Ctesifonte, Euchaita, Costanza, Pathos (nell'i­sola di Cipro), Pergamo, Sardi, Germanicea (Kahramanmarafl) e Samosata, per citare solo alcuni esempi. Durante l'ultimo tentati­vo degli omayyadi di sottomettere Costantinopoli (717), l'esercito arabo comandato da Maslama effettuò una manovra a tenaglia dal mare e da terra, e devastò l'intera regione prospiciente la capitale.
L'obbligo religioso di combattere i cristiani comportava uno stato di guerra permanente che quattro volte all'anno - in in­verno, in primavera, in estate e in autunno - si traduceva nel­l'organizzazione di razzie (ghazwa). Queste consistevano talora in brevi incursioni a scopo di saccheggio nei villaggi harbi limi­trofi, al fine di accumulare bottino, rubare il bestiame e decima­re gli abitanti del villaggio con la schiavitù. Altre spedizioni, guidate dal califfo in persona, richiedevano preparativi militari consistenti. Le province venivano devastate e incendiate, le città saccheggiate e distrutte, gli abitanti massacrati o deportati. I pri­mi califfi abbasidi, alla testa delle loro truppe di arabi e schiavi turchi, continuarono a dirigere personalmente i raid contro l'A­natolia bizantina e l'Armenia. Durante il sacco di Amorium (838), consegnata agli arabi da un traditore musulmano, il ca­liffo al-Mu'tasim fece passare a fil di spada 4000 abitanti; le don­ne e i bambini furono portati via e venduti come schiavi, men­tre i prigionieri greci che non potevano essere deportati furono finiti sul posto. Una rivolta scoppiata fra loro fu punita con lo sterminio di 6000 greci.
Nonostante la frammentazione dell'Impero arabo in emirati o province semiautonome, le razzie compiute in nome del califfo per accumulare bottino e schiavi proseguirono, con alterne fortu­ne, nel corso dei secoli. Negli anni 939-940 Sayf al-dawla, celebre per le sue guerre contro gli infedeli, devastò Mush, in Armenia, e l'intera regione di Coloneia con i villaggi circostanti. Negli anni 953-954 incendiò la zona di Melitene, catturando parte dei suoi abitanti. Due anni più tardi partì «per il territorio greco e vi compì un'incursione, nel corso della quale si spinse fino a Harsan [Armenia] e a Sariha, prese molte fortezze, fece prigionieri di am­bo i sessi e costellò il suolo greco di massacri, incendi e devasta­zioni». Nel 957 Sayf al-dawla incendiò le città della Cappadocia e la regione di Hisn Ziyàd (Kharput) in Armenia, riducendo in schiavitù le donne e i bambini. L'emigrazione dei nomadi turk­meni segnò la ripresa del jihad arabo. Nell'XI secolo: «L'Impero dei turchi si era esteso fino alla Mesopotamia, alla Siria, alla Pale­stina [...]; i turchi e gli arabi erano fusi come un unico popolo». Per quanto riguarda la parte occidentale del dar al-islam, la Spagna, conquistata nel 712, divenne per secoli il teatro per anto­nomasia del jihad. Qui le ondate di immigrati islamici, arabi e ber­beri si erano appropriate dei feudi coltivati dagli abitanti del luo­go, tollerati, in base alle circostanze della conquista, in veste di tributari o di schiavi. Ma le diverse tribù arabe che conducevano una vita nomade al Sud (kalb), o al Nord e al centro dell'Arabia (qays), emigrate nel Maghreb e quindi in Spagna, si erano acca­parrate le terre migliori, relegando i berberi nelle regioni montuose.
Queste ondate successive di immigrati, provenienti dall'Ara­bia e dai territori conquistati - Mesopotamia, Siria, Palestina -, una volta insediatesi stabilmente in Spagna iniziarono a terroriz­zare la Provenza. Risalendo fino ad Avignone, devastarono la val­le del Rodano con ripetute razzie. Nel 793 i sobborghi di Narbona vennero incendiati e la sua periferia saccheggiata. Gli appel­li al jihad attiravano orde di fanatici che affluivano in massa nei ribat (conventi-fortezze) di cui erano costellate le frontiere ispano-islamiche, e da cui partivano i saccheggi delle città e gli in­cendi delle aree rurali. Nel 981 la città di Zamora (Regno di Leon) e le campagne circostanti subirono la devastazione e la de­portazione di 4000 prigionieri. Quattro anni dopo, anche Barcel­lona fu incendiata e quasi tutti i suoi abitanti furono trucidati o ridotti in schiavitù; Coimbra, conquistata nel 987, rimase un de­serto per molti anni; Leon fu demolita e le zone rurali limitrofe furono devastate dai raid e dagli incendi. Nel 997 Santiago di Compostela fu saccheggiata e rasa al suolo. Tre anni più tardi, le truppe islamiche misero a ferro e fuoco la Castiglia, e la popola­zione catturata durante queste spedizioni fu deportata e ridotta in schiavitù. Le invasioni degli almoravidi e degli almohadi (XI-XIII secolo), dinastie berbere del Maghreb, segnarono la ri­presa della guerra santa. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.54-57)

E da allora non hanno mai smesso. Nel 1929 venne il massacro di Hebron, di cui possiamo vedere gli effetti in questo straordinario filmato inedito dell’archivio Spielberg (chi sentisse il bisogno di una rinfrescata può andare a rileggere qui e qui). E adesso, per completare l’opera, vogliono costruire il monumento alla jihad a Ground Zero – anche se qualcuno ha finalmente capito che l’idea di costruire una moschea lì, in realtà, non è altro che il frutto dell’ennesimo complotto sionista...


barbara


30 agosto 2009

PARLIAMO DI HEBRON E SAFED (TZFAT)

Meglio un ricordo in più che uno in meno. E dunque per prima cosa leggetevi qui la cartolina di oggi …

A proposito di narrative palestinesi. Avete tutti sentito parlare della "nakbah", il disastro, quando i cattivi sionisti cacciarono con la forza i poveri palestinesi dalle loro case e "rubarono" loro il paese. Be', prendete il caso di Mahmud Abbas ("nome di battaglia" Abu Mazen), insomma il presidente dell'Autorità Palestinese. La televisione di Ramallah, Al Palestinia ha raccolto le tracce della sue esperienza durante la Nabkah.
"Until the nakbah," he recounted, his family "was well-off in Safed." When Abbas was 13, "we left on foot at night to the Jordan River... Eventually we settled in Damascus... [...] People were motivated to run away... They feared retribution from Zionist terrorist organizations - particularly from the Safed ones. Those of us from Safed especially feared that the Jews harbored old desires to avenge what happened during the 1929 uprising. This was in the memory of our families and parents... They realized the balance of forces was shifting and therefore the whole town was abandoned on the basis of this rationale - saving our lives and our belongings."
["Fino alla Nakbah", ha raccontato, "la sua famiglia era benestante a Safed". Quando Abbas aveva 13 anni "lasciammo la città a piedi di notte dirigendoci al Giordano... alla fine andammo a vivere a Damasco... La gente era motivata a scappare... Avevano paura delle rappresaglie delle organizzazioni terroristiche sioniste - in particolare quelle di Safed. Chi di noi veniva da Safed aveva particolare paura che gli ebrei ospitassero vecchi desideri di vendetta per quel che era acceduto durante i disordini del 1929. I nostri genitori e le nostre famiglie se ne ricordavano... realizzarono che l'equilibrio delle forze stava cambiando e perciò l'intera città fu abbandonata per questa ragione: salvare le nostre vite e i nostri averi."]
Fin qui Abu Mazen, che poi si sarebbe ricordato una decina d'anni dopo di quelle memorie dei genitori per scrivere una bella tesi di laurea negazionista della Shoà all'università Lumumba di Mosca e sarebbe quindi tornato in Medio Oriente negli anni Sessanta per essere fra i primi terroristi di Al Fatah a sparare contro gli israeliani, come si è vantato di recente. Questi sono quelli con cui bisognerebbe fare la pace...
Ma torniamo a questa interessante intervista, per notare due cose. La prima è ovvia. In questo racconto, pardon narrativa, Abu Mazen si è dimenticato un elemento essenziale: la violenza ebraica. Dove sono le armi, i rastrellamenti casa per casa, la costrizione fisica che avrebbe fatto emigrare la sua famiglia, legittimando ora il suo ritorno? Niente di tutto questo. Magari da qualche parte sarà successo, la guerra è la guerra, ma a Safed no. Gli arabi "avevano paura" che gli ebrei "albergassero" una rappresaglia e se ne sono andati per conto loro, pensando di "salvare vite e beni". Triste, come tutti gli esodi, ma non criminale né violento. La fuga è dovuta alla loro paura, non a pressioni effettivamente subite; e la paura era certamente eccessiva, se si pensa alle centinaia di migliaia di arabi che sono rimasti in Israele dopo la sua costituzione e non sono stati affatto molestati, ma anzi sono cresciuti di numero e di condizione economiche. Almeno nel caso del loro presidente Abbas e di quel che lui ha visto, la Nabkah dei palestinesi è stato un disastro autoinflitto, ben altra cosa rispetto alla Shoà cui qualcuno oggi osa paragonarla.
Il secondo punto sono quegli "eventi del '29". Pochi oggi lo ricordano nelle loro "narrative", ma probabilmente è quello il punto di partenza della guerra fra (futuri) israeliani e (futuri) palestinesi. Quando ancora non c'era uno Stato, non c'era stata la Nabkah, non c'era "occupazione" né "colonie", ma solo vecchie comunità religiose inermi e insediamenti agricoli su terreni regolarmente comprati (anche in quelli che oggi sono il West Bank), quando una parte consistente del gruppo dirigente ebraico dell'Yishuv (l'"insediamento", come si chiamava allora) cercava il dialogo e l'alleanza con gli arabi locali, ci fu una terribile ondata di violenze contro gli ebrei in Palestina, un pogrom più sanguinoso di quelli russi o della stessa Notte dei Cristalli tedesca, cui mancava ancora una decina d'anni.
Esattamente ottant'anni fa, nell'agosto del '29, il capo religioso (muftì) di Gerusalemme che poi sarebbe andato a lavorare per Hitler, Haj Amin al-Husseini, proclamò il "jihad" (guerra santa) contro gli ebrei. Nell'antichissima comunità ebraica di Hebron, esistente senza interruzione dai tempi biblici, perché custodisce il luogo che la tradizione attribuisce alla "tomba di Abramo" furono ammazzati sessantasette ebrei e gli altri furono deportati "per la loro sicurezza" dagli inglesi (adesso capite perché la pretesa di alcuni "estremisti" ebrei di tornare a vivere a Hebron non è senza giustificazioni). A Safed (in ebraico Tzfat), comunità altrettanto antica e nota per aver ospitato nel Cinquecento i grandi maestri della cabala come Luria, gli arabi ammazzarono in maniera terribile 21 ebrei (per fare un solo esempio di questo orrore, un gatto fu infilato nel ventre aperto di una donna incinta. Gli ebrei di Tzfat respinsero l'offerta inglese di "trasferimento in un luogo sicuro" e si organizzarono per difendersi (le "bande terroriste" di Abbas). Ciò nonostante, durante un'altra "guerra santa", proclamata da Husseini, il 13 agosto del '36, vi furono altri morti ebrei, fra cui una intera famiglia, gli Unger, il padre scriba della Torah di 36 anni, le sue figlie Yafa and Hava (rispettivamente 9 e 7 anni) e il suo figlio Avraham di 6.
Questi sono gli "uprising" di cui la famiglia Abbas teneve memoria; casi analoghi accaddero in tutto il paese. Una strage organizzata di ebrei, praticamente senza reazioni né difese (nessuno nel campo sionista immaginava che una cosa del genere fosse possibile, neanche Jabotinski, che da questa esperienza trasse la sua convinzione della necessità di "un muro di ferro" per difendere gli ebrei in Terrasanta). Senza dubbio i parenti di Abbas avevano ragione di sentirsi inquieti, nel momento in cui "la bilancia del potere" si spostava; o magari avevano una qualche forma primitiva di rimorso, la paura di una punizione per i crimini orribili che avevano commesso.
La conclusione è semplice. Non bisogna accettare le "narrative" o le versioni di comodo per come si raccontano. Se si vuol capire il Medio Oriente bisogna entrare nei dettagli, scavare prima dell'inizio ufficiale della "narrativa" (il '48), cercare di individuare le dinamiche reali. Fare storia e non propaganda ideologica. Ma questo è un lavoro troppo difficile e paziente per quelli che vogliono semplicemente attribuire torti (a Israele) e ragioni (agli arabi), si tratti di Eurabia, degli arabi, o di "progressisti" di buona volontà, magari ebrei che proiettano il loro senso di colpa occidentale su Israele.

Ugo Volli

… e poi andate a rileggervi questo mio vecchio post, che male non vi fa di sicuro. E quando avrete finito, per completare il panorama, guardatevi anche questo video.


Hebron 1929, sangue (ebreo) su una scala

barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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