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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


27 settembre 2009

YOM KIPPUR

Avevo già visto come perdevano coscienza per­ché immersi nella preghiera. Fu il Jom Kippur. In Europa occidentale viene chiamato «giorno della redenzione», e in questo nome è racchiusa tutta l'inclinazione al compromesso tipica dell'ebreo occidentale. Perché il Jom Kippur non è un giorno di redenzione, bensì di espiazione, è un giorno tremendo, le cui ventiquattro ore conten­gono una penitenza di ventiquattro anni. Comin­cia alla vigilia, verso le quattro del pomeriggio. In una città abitata in prevalenza da ebrei, la più importante delle feste ebraiche è sentita come un temporale che grava nell'aria per chi si tro­va in alto mare su una fragile imbarcazione. I vicoli si fanno improvvisamente scuri, da tutte le finestre traspare il luccichio delle candele, i negozi vengono chiusi in un baleno come da qualcuno che è in preda alla paura - e di colpo eccoli inverosimilmente sprangati, tanto da far pensare che saranno riaperti solo il giorno del Giudizio Universale. È un congedo generale da ogni cosa terrena: dagli affari, dal piacere, dalla natura e dalla tavola, dalla strada e dalla fami­glia, dagli amici e dai conoscenti. Uomini che fino a due ore prima giravano col vestito di tutti i giorni e con la faccia di sempre, si precipitano, completamente trasformati, per i vicoli che por­tano all'oratorio, avvolti in una spessa seta nera e nell'atroce candore dei loro abiti mortuari, in calze bianche e pantofole sformate, la testa china e il mantello delle preghiere sotto il braccio, e quel silenzio profondo, in una città altrimenti chiassosa quasi come una città orientale, risulta cento volte più intenso e opprime persino i bam­bini più vivaci, le cui grida sono l'accento più acuto nella musica della vita d'ogni giorno. Tutti i padri ora benedicono i propri figli. Tutte le donne ora piangono davanti ai candelabri d'ar­gento. Tutti gli amici si abbracciano. Tutti i ne­mici si chiedono perdono. Il coro degli angeli canta nel giorno del giudizio. Presto Yahweh apri­rà il grande libro dove sono registrati peccati, ca­stighi e destini di quest'anno. Per tutti i morti ora ardono luci. Altre luci ardono per tutti i vivi. I morti distano solo un passo da questo mondo, i vivi solo un passo dall'ai di là. Comincia la gran­de preghiera. Il grande digiuno è cominciato già da un'ora. Centinaia, migliaia, decine di migliaia di candele bruciano l'una accanto e di seguito al­l'altra, si curvano una sull'altra, si amalgamano in grandi fiammate. Da mille finestre prorompe il clamore della preghiera, interrotto da silenzio­se, tenere melodie dell'al di là. In tutti gli oratorii, in piedi, testa contro testa, gli uomini ascoltano attenti il cantico dei cieli. Alcuni si buttano a terra, rimangono giù a lungo, poi si rialzano, si mettono a sedere sul pavimento o su scanni, rannicchiandosi tutti, poi scattano in pie­di, dondolano il busto, corrono senza posa avanti e indietro entro un piccolo spazio, come estatiche sentinelle della preghiera. Tutte le case pullulano di bianche camicie mortuarie, di vivi che non sono presenti, di morti che ritornano a vivere, non una sola goccia bagna le loro labbra aride, né rinfresca le gole che gridano tanto dolore - non alla terra, bensì all'al di là. Oggi non man­geranno e domani neppure. È spaventoso sapere che in questa città oggi e domani nessuno man­gerà né berrà. Tutti ad un tratto si sono trasfor­mati in spiriti, e hanno le proprietà degli spiriti. Ogni piccolo merciaio è diventato un superuomo dal momento che oggi vuole raggiungere Dio. Tutti allungano le mani a Lui, per afferrare un lembo delle Sue vesti. Tutti, senza distinzione: i ricchi sono poveri quanto i poveri, perché nessuno ha niente da mangiare. Tutti sono peccato­ri e tutti pregano. Un delirio li coglie, ondeggia­no, strepitano, sussurrano, si fanno male, canta­no, invocano, piangono; pesanti lacrime scorro­no sulle vecchie barbe e la fame è scomparsa dinanzi al dolore dell'anima e all'eternità delle melodie che l'orecchio in estasi percepisce.
(da “Ebrei erranti” di Joseph Roth).

Fra pochissimo, al tramonto di oggi, inizierà Yom Kippur. Quindi, dopo avervi come al solito invitati a leggere lui, e dopo il quotidiano
MEMENTO: +27
auguro a tutti gli amici ebrei HATIMA TOVÀ (e a tutti un momento di sana riflessione, che non fa mai male).



barbara

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