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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 dicembre 2011

GILAD SHALIT

La prima intervista di Gilad



La testimonianza della cognata e della madre

 

(qui


Per altre più dettagliate notizie si sta attendendo l’autorizzazione a pubblicarle.

barbara


1 novembre 2011

GILAD SHALIT E IL PROCESSO DI STRAGE

Poiché oggi non ho avuto tempo di scrivere, e d’altra parte tendo a seguire la filosofia del nulla dies sine linea – tanto più che sarò via un paio di giorni e non vorrei farvi rischiare la crisi d’astinenza – rubo l’ultimo post dell’amico Enrico del quale, come si suol dire, condivido anche le virgole.

Oltre alla  famiglia di Gilad Shalit, tutta Israele ha gioito per la liberazione del soldato, tranne i familiari delle vittime del terrorismo palestinese. Così ci hanno detto.
Veramente io che non ho avuto familiari assassinati dai terroristi non ho gioito, e ogni volta che leggo quello che abbiamo dovuto concedere in cambio, ci sto male e  trovo che la notizia sia tragica e foriera di catastrofi. Diciamo subito che se Hamas la considera una propria vittoria ha perfettamente ragione, purtroppo.

Meglio 300 assassini e 700 criminali vari liberi che un innocente in una detenzione disumana, certo. Ma il punto non è l'amarezza di dire che le vittime del terrorismo non avranno giustizia. Il punto è quanti israeliani verranno assassinati in futuro per aver salvato la vita e la libertà di Gilad Shalit. Perché Gilad Shalit è preziosissimo, come ogni persona è un mondo intero. Ma quanti mondi interi verranno assassinati in futuro per aver salvato il mondo - Gilad?
Per fortuna non ho dovuto decidere io. Ma penso che una cosa andasse fatta. Dal rapimento di Gilad Shalit annunciare che tutti i detenuti appartenenti a Hamas non avrebbero più avuto visite della Croce Rossa né dei familiari, e le convenzioni internazionali andassero pure a farsi fottere, per quelle persone che non le applicano. Barbarie? No, reciprocità.
Israele è stata onesta. Ma come dice Cat, la pestifera nipote di Don Camillo nell'ultimo romanzo di Guareschi, "Don Camillo e i giovani d'oggi", 
"quando si tratta con i delinquenti, l'onestà è fesseria".
Compite attentati: se non morirete e verrete arrestati, tornerete presto liberi. Questo il chiaro messaggio dato ai terroristi da Hamas e da Israele.
Dopo l'attacco a una pattuglia di soldati israeliani, attacco compiuto da Hizbullah poco dopo il rapimento di Gilad Shalit nell'estate 2006, Israele ha scatenato l'inferno sul Libano. Nasrallah ha ammesso che, se avesse immaginato una reazione simile, non avrebbe ordinato l'attacco.
A quel punto, essendo chiaro che gli arabi diranno
"Israele è debole, è il momento di attaccare", sarebbe opportuno che Netaniahu annunciasse ufficialmente che al prossimo attacco, al prossimo (inevitabile) tentativo di rapire soldati o civili israeliani, Israele scatenerà l'inferno contro Gaza o contro il Libano, contro  la regione da cui l'attacco sarà provenuto. E poi mantenere la promessa, perchè nel 2006 Israele è riuscito non a distruggere Hizbullah, purtroppo, ma a ristabilire la deterrenza, sì.
Tom Segev, scrittore israeliano, in un'intervista ha affermato che, avendo Israele negoziato con il diavolo Hamas, e non essendo crollato il mondo, questo potrà alla fine portare di buono la possibilità di futuri accordi, come è avvenuto tra Rabin e Arafat. Quando si sono stretti la mano a Camp David nel 1993 Rabin aveva lo sguardo gelido, ma poi dal 1994 al 1996 sono seguiti accordi.
Ahò, Tom Segev, ma che, sei scemo? Anch'io ho creduto agli accordi di Oslo, nel 1993,e all'avvio del processo di pace. Ma poi ho visto che il processo di pace era un processo di strage, che gli israeliani saltavano per aria negli autobus e nei ristoranti, e morivano come non era mai successo durante le guerre! Maledetto il processo di pace! Hashalom hazhè horeg otanu, questa pace ci uccide, scrivevano i manifestanti in agosto del 1995, quando ero in Israele e gli autobus esplodevano.
Ho sentito anni dopo italo israeliani parlare di Rabin, a chi - italiano - chiedeva
"perché è stato ucciso? perché era un giusto?" e condivido la risposta che ho ascoltato. "Israele", diceva Rabin ad ogni strage,"se blocca il processo di pace, dimostra che hanno vinto i terroristi che non lo vogliono, queste stragi sono il prezzo della pace" Ma che razza di discorsi! Rabin aveva il dovere di mettere Arafat con le spalle al muro: o arresti i terroristi di Hamas, o ci riprendiamo i territori. Rabin aveva il dovere di difendere i propri cittadini e non l'ha fatto. Questo a Rabin non lo perdonerò mai.
L'assassinio di Rabin è stato un delitto, per il quale giustamente l'assassino è in carcere. Ma come l'omicidio è più grave del furto, così la strage è più grave dell'omicidio, e dobbiamo dire che Rabin prima di essere assassinato ha lasciato che avvenissero delitti ben peggiori del suo stesso assassinio. Gli israeliani saltati per aria sono vittime più innocenti di Itzchak Rabin, quindi penso con la somma irriverenza che sia diventato un simbolo di pace solo perchè è morto. E' stato un combattente, ha avuto il coraggio di far la pace nel 1993, non ha avuto il coraggio di vedere che il processo di pace era diventato
un processo di strage che ha portato negli anni novanta, e porta tutt'oggi, solo catastrofi, come il rapimento di Gilad Shalit.
In passato detestavo Ariel Sharon come si detesta un uomo troppo brutale, ma dopo la strage di giugno (se ricordo bene) 2001 alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv l'ho disprezzato perché si è limitato a protestare con Arafat, non ha fatto neanche uno straccio di rappresaglia simbolica  che qualsiasi governo moderato laburista avrebbe realizzato. Così si è dovuti arrivare al massacro del 27 marzo 2002 al Park Hotel di Natanya, con 30 morti e decine di feriti condannati a vivere in condizioni orribili, perché Israele muovesse i carri armati e schiacciasse il serpente Arafat.
Bene, ora anche le belve che hanno attuato quella strage sono libere, libere di uccidere di nuovo. Così come parlando di tutt'altro ho detto che a Carlo Giuliani non basta essere stato ucciso per essere diventato un esempio di virtù, così dico che a Itzchak Rabin non basta essere stato ucciso per diventare un modello da imitare. E dico che quando un giovane che ha avuto la famiglia sterminata al Park Hotel di Natanya, alla notizia della liberazione degli stragisti in cambio di Gilad Shalit, ha profanato il monumento a Rabin, ho provato una simpatia totale, una comprensione totale per lui. Perchè dobbiamo a Itzchak Rabin e a tutti i politici israeliani che non hanno voluto aprire gli occhi sull'inesistenza del processo di pace, se ora siamo costretti a chiederci: chi dei nostri ragazzi verrà rapito? Quali altri alberghi, pizzerie o discoteche salteranno per aria? No, io non abito in  Israele, io sono a Vicenza, Italia, ma ogni volta che grazie ad Oslo e dintorni suona l'allarme per i missili che cadono su Israele, ogni volta che un soldato di Zahal rischia la vita per colpa dei terroristi e delle irresponsabili e cieche colombe, io non sono più a Vicenza, non sono più in Italia, ma sono in Eretz Israel, in terra d'Israele. Sono a Natanya e a Tel Aviv, a Yerushalaim e ad Ashdod, in Samaria e Giudea (Cisgiordania) dove essere ebrei è una colpa punibile con la morte .
Enrico

Qualcuno ha scritto che quando è stato rapito Gilad, Israele avrebbe dovuto dare ai terroristi una settimana di tempo – non un mese un anno cinque anni: una settimana: o entro una settimana ci restituite Gilad vivo, intero e in buona salute, o entriamo a Gaza e facciamo terra bruciata, chiunque venga sorpreso con un’arma addosso verrà giustiziato sul posto, ogni casa in cui si troveranno armi o esplosivi verrà demolita, e continueremo fino a quando non ci restituite Gilad. Ecco questa sarebbe stata la cosa da fare. E non è stata fatta. E con quel branco di conigli che governa in Israele, sappiamo purtroppo che non verrà fatto mai, e gli innocenti continueranno a pagare per le scelte criminali di un governo imbelle. Perché l’altra faccia della medaglia della liberazione di Gilad, non dimentichiamolo, è questa:

barbara


26 settembre 2011

LES LIAISONS DANGEREUSES

Le relazioni pericolose, per quei quattro gatti che, oltre a non masticare il francese, non conoscessero neppure il famoso libro. Sapete qual è la caratteristica delle relazioni pericolose? No? Allora ve lo dico io: sono pericolose. Dite che ho scoperto l’acqua calda? Vero, però con l’acqua calda, se non sai che è calda e non prendi le tue precauzioni, ti scotti, e poi vieni ancora a dirmi che sono banale e dico cose banali.
Prendete Burhanuddin Rabbani, per esempio: trattava coi talebani, perché i talebani sono parte del tessuto sociale, perché si tratta con chi c’è, perché se si vuole arrivare alla pace non si possono operare esclusioni aprioristiche e dunque ci sono i talebani? Bene, si tratta coi talebani. Com’è andata a finire? Che i talebani lo hanno fatto fuori.
O Vittorio Arrigoni: si era messo a servizio a tempo pieno dei terroristi di Hamas, perché quelli di Hamas hanno il grande merito di combattere per l’annientamento di quei topi di fogna che sono gli ebrei, perché la storia è un optional, e i fatti non contano, e “occupazione” riempie la bocca molto meglio che democrazia e diritti umani, e dunque si sta dalla parte di Hamas, ci si mette al servizio di Hamas, si odia per conto di Hamas, si mente per conto di Hamas, si inganna per conto di Hamas. Com’è andata a finire? Che gli eroi di Hamas lo hanno fatto fuori, e neanche in maniera troppo misericordiosa, sembra.
E Giuliana Sgrena? È andata a Baghdad per servire la jihad islamica, “denunciando” tutti gli abusi perpetrati dagli occupanti americani e guardandosi bene dal dire mezza parola su quanto operato dalla controparte (tutte le donne stuprate, per dirne una, sono state stuprate unicamente da americani). Com’è andata a finire? Stando alla sua versione, sembrerebbe che sia stata rapita da quelli della jihad islamica al cui servizio a 90° si era volenterosamente posta (anche se va detto che quelli sono stati cortesissimi e le davano frutta e dolci e le hanno anche regalato un collier che poi i perfidi yankee le hanno rubato, ma questa è un’altra storia. O no? Poi un onesto servitore dello stato, per andare a liberare la gallinella, ci ha rimesso la pelle, e quella no, non è un’altra storia).
E stendiamo un velo pietoso sulle due Simone.
Eccetera.
Cioè, quello che voglio dire è: ma la gente ha occhi e orecchie? Ha qualche quarto di neurone sparso in giro per la scatola cranica? È capace di imparare? No, eh? No. Si sbaglia e si continua a risbagliare, sempre allo stesso modo, all’infinito, come ci ricorda Barry Rubin. E mentre all’Onu si discute, in Israele si muore.


Asher Palmer e il figlio Yehonatan, vittime dell'ultimo attentato

barbara


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


30 agosto 2011

CON DUE GIORNI DI RITARDO

Buon compleanno, Gilad!



(Ho incontrato suo padre,



ma forse dovrei dire il fantasma di suo padre: gelide le mani, inespressiva la voce, vuoto il viso quando al nostro “veniamo dall’Italia” ha risposto “ah, buon giorno” per poi volgersi ad altro. O meglio, al nulla).

barbara


3 luglio 2011

LE NAVI GRIGIE

di Jack Cohen

Ero seduto sulla veranda del ristorante del Mini-Golf a Netanya, ammirando il tramonto sul mar Mediterraneo. Era bellissimo, non una nave in vista, l'ampio orizzonte libero del mare che si estende a perdita d'occhio. Ha portato alla mente due cose.
Mi ricordo un racconto breve di Amos Oz che ho letto una volta, intitolato "Le navi grigie" o qualcosa del genere.
Ogni giorno un vecchio a Tel Aviv si alza presto e va sulla riva del mare a guardare verso l'orizzonte. Qualcuno gli chiede perché fa una cosa del genere e lui risponde: "Sto aspettando l'arrivo delle navi grigie". Naturalmente, le "navi grigie" rappresentano il timore che tutti abbiamo del male lontano dei nazisti tedeschi, o degli Inglesi o di tutti gli altri, che navigano verso il nostro piccolo Stato indipendente cercando di farci fuori.
Stavo pensando che non ci sono imbarcazioni all'orizzonte. Ad eccezione della flottiglia, che sta ora facendo la sua strada dalla Grecia verso le nostre coste. Oh sì, puntano verso Gaza. Ma senza dubbio sono le repliche delle "navi grigie", sono i suoi sostituti, che dal cosiddetto mondo civilizzato piombano su di noi per dirci che cosa fare, che cosa è morale. E noi avremmo bisogno del vostro consiglio, dopo quello che ci avete fatto? È pieno di autocompiaciuti presuntuosi "utili idioti" che cercano di darci una lezione morale. Che cosa ne sanno loro, dei terroristi di Hamas che lanciano razzi sui nostri figli? Che cosa ne sanno loro, dei teppisti di Hamas che lanciano giù dai tetti gli uomini di Fatah? Che cosa ne sanno loro, dell'odio per gli Ebrei inculcato nei loro figli nelle scuole dell'Unrwa?
Così le "navi grigie" stanno cominciando a venire. Quando ho lasciato il ristorante, sono stato attratto un attimo dalla visione del nuovo edificio che s'impenna di fronte al ristorante. È di 30 piani e ha la forma di una scalinata con una torre in cima. Sembra un'enorme nave grigia. Ho avuto l'improvvisa immagine dei due gruppi di imbarcazioni, l'edificio grigio e la flotta, impegnati in battaglia l'uno contro l'altro. Abbiamo piantato radici profonde nella nostra terra, quando i pionieri giunsero qui non c'era nulla. Il villaggio di Uhm Khaled si trovava vicino all'ufficio postale principale che oggi è di fronte al centro commerciale Sharon. Lo sceicco ha venduto la terra ai sionisti dicendo loro "Vi abbiamo aspettati centinaia di anni per restituirvela." Allora c'era solo sabbia, mare e cielo. Ora c'è una metropoli movimentata di circa 200.000 persone. E adesso quegli intrusi hanno pure il coraggio di mettere in discussione il nostro diritto di esistere, noi che abbiamo sviluppato il terreno e costruito le città e quelli di noi che sono seguiti. Così, portate pure avanti le vostre "navi grigie", la vostra flottiglia di odio.

Noi siamo qui! (Traduzione di Fulvio del Deo)

Quel “Noi siamo qui” pare che qualcuno abbia difficoltà a comprenderlo, e da decenni sta tentando di annullarlo. Ci si sono rotti le corna, gli è costato migliaia di morti e decine di miliardi di dollari e ancora non se ne sono fatti una ragione. Ma, lo capiscano o no, se ne facciano una ragione o no, resta comunque il fatto, incancellabile, che NOI SIAMO QUI. (Tu invece vai anche qua)

               

barbara


27 giugno 2011

EPPOI

Eppoi mi sono risfracellata sulle scale e mi sono ritranciata i legamenti a destra e mi sono rimacellata i legamenti a sinistra e mi sono rimartellata tutte le ossa eccetera eccetera (tenerissimi i bambini dei vicini che sentendo tutto quello sfracello sulle scale sono corsi a vedere cosa succedeva e naturalmente si sono resi conto che avevo bisogno di aiuto solo che, piccinini di quattro cinque anni, loro non lo potevano fare, e restavano lì a guardarmi, sgomenti e impotenti). Poi il giorno dopo dovevo andare a Milano e naturalmente, dato che siamo giovani e forti e gagliardi e pimpanti e carini e simpatici eccetera eccetera, ci sono andata, tre piani e mezzo di scale fino al garage con bastone e trolley e poi in macchina fino alla stazione e poi cinque ore di treno con due cambi e sottopassaggi con scale ecc. e altrettanto al ritorno con annessi e connessi ma insomma sono qua, con le zampe fasciate strette stese e coperte di ghiaccio, di tanto in tanto un po’ dolorante ma sempre in posizione di combattimento. Alla faccia di chi mi vuole male: come si suol dire, mi sfracello ma non mi piego. E neanche naufrago, ché non sempre il naufragar è dolce, né in questo né in altri mari.
E non dimentichiamo Gilad. Non dimentichiamo Gilad.

barbara


24 giugno 2011

GILAD SHALIT, CINQUE ANNI

Domani, 25 giugno 2011, si compiranno cinque anni da quando Gilad Shalit è stato rapito.Vi propongo, per ricordarlo, le parole di Ugo Volli.

Cari amici,

vi ricordate dov'eravate cinque anni fa in questi giorni? Cosa facevate nella calda fine di giugno del 2006? Io lo so bene, mi stavo rimettendo da una caduta disastrosa, un femore fratturato, due operazioni e gustavo la libertà condizionale delle stampelle dopo tanta reclusione a letto. Vi ricordate qualcosa della vostra vita d'allora? Forse non nel dettaglio, ma certamente sapete quel che vi è accaduto in questi anni, vittorie e sconfitte, amicizie e solitudini, lavoro e vacanza, gioie e dolori, crescite e perdite. Cinque anni possono passare in fretta nella vita di un adulto, ma  per un ragazzo sono lunghissimi. Possono trascorrere anche nella ripetizione della stessa routine, ma contengono comunque infiniti dettagli, una grande ricchezza di vita.

Be', pensate ora a Gilad Shalit. Cinque anni fa, esattamente il 25 giugno 2006, era un ragazzo, stava a fare il suo dovere di soldato di leva in un posto di guardia in territorio israeliano al confine con Gaza per impedire atti di terrorismo, difendeva la vita dei suoi concittadini che affidano al'esercito la loro sicurezza minacciata ogni giorno dai terroristi. Una brutta notte si aprì accanto al suo avamposto un tunnel scavato segretamente oltre il confine dai terroristi che presero di sorpresa la piccola guarnigione. I suoi compagni furono uccisi, lui sopravvisse e fu rapito, portato chissà in che buco sotterraneo nella Striscia. Da allora sono passati cinque anni, un tempo lunghissimo per un ventenne: della sua vita non è stato più nulla. Ma possiamo immaginarla. Niente vittorie e niente sconfitte, niente amicizie, niente lavoro e niente vacanze, niente gioie, crescite e perdite. Niente vita. Unicamente solitudine, sopravvivenza sempre uguale in un buco nascosto a tutti per evitare che i suoi compagni possano provare a salvarlo.

Ecco l'anniversario che dobbiamo ricordare questa settimana: cinque anni di niente, che si compiranno sabato prossimo. Non possiamo fare nulla per Shalit, purtroppo, se non disprezzare i suoi vigliacchi rapitori, ricordarlo, fare dei gesti per mostrare a tutti che non lo dimentichiamo, che lo vogliamo vivo fra noi. Facciamoli, questi gesti e seppelliamo di schifo non solo i banditi che lo tengono prigioniero, ma anche quelli che li aiutano e li sostengono, quelli che organizzano flottiglie dell'odio in sostegno ad Hamas e quelli che solidarizzano con loro. I turchi e gli italiani, i gruppettari, gli anarchici e gli esimi parlamentari come il presidente di un partito che di nome fa democratico, i guitti che fanno commercio del loro ebraismo condendolo con odio piccante per Israele, quei sindacati non paghi del tentativo di distruggere l'industria italiana per fanatismo ideologico, che solidarizzano con i tagliagola e i banditi, i virtuosi gli antisemiti di ogni sorta e qualità.

Ugo Volli

PS: Ho letto da qualche parte (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=225512) che la moglie di Barghouti, il capo terrorista condannato a cinque ergastoli per aver organizzato e inviato attentatori suicidi ad ammazzare civili israeliani (troppo vigliacco per andarci lui, ma sempre assassino), ha protestato perché nessuno l'aiuta a liberare suo marito "rapito" da Israele. La signora mima evidentemente i tentativi disperati della famiglia Shalit di liberare il figlio. Ma sbaglia, perché Barghouti è stato condannato da un regolare pubblico tribunale dove ha avuto tutte le possibilità di difendersi, mentre Shalit non ha avuto nessun tribunale; a suo marito sono state imputate personalmente diverse decine di omicidi, mentre Shalit non è stato catturato perché gli sia stata attribuita alcuna responsabilità personale, ma solo in quanto israeliano ebreo; perché Barghouti vive in un carcere regolamentare, dove ha la possibilità di vedere parenti e avvocati, ha avuto la possibilità di studiare (e un'università palestinese gli ha dato un dottorato, immagino in scienze patibolari) e perfino quella di rilasciare interviste e fare dichiarazioni politiche, che i detenuti italiani normali hanno qualche difficoltà a ottenere. Perché infine Barghouti è un terrorista e Shalit un soldato di un esercito regolare che dovrebbe essere difeso dalla convenzione di Ginevra ed è stato invece privato di tutta le garanzie previste. Insomma suo marito è un bandito condannato e detenuto, Gilad Shalit invece un innocente rapito.

Nel frattempo capita di dover leggere notizie come questa:

Croce Rossa Internazionale: Hamas provi che Shalit è vivo

"L’assenza totale di informazioni è inaccettabile"

GINEVRA, 23 giu. - Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) ha chiesto oggi di avere "la prova" che Gilad Shalit, il militare israeliano ostaggio di Hamas dall'estate del 2006, sia ancora "in vita". "Cinque anni dopo la cattura del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di gruppi armati palestinesi, il Cicr è più preoccupato che mai sulla sua sorte", ha indicato l'organizzazione in un comunicato. "In assenza di qualsiasi segno di vita di Shalit da quasi due anni, il Cicr esige oggi che Hamas provi che sia vivo", ha aggiunto il Comitato internazionale della Croce Rossa. "L'assenza totale di informazioni su Shalit è completamente inaccettabile", secondo il direttore generale del Cicr, Yves Daccord. "La famiglia Shalit ha il diritto, sulla base delle leggi umanitarie internazionali, di essere in contatto con suo figlio", ha sottolineato. "Hamas ha l'obbligo, ai sensi del diritto internazionale umanitario, di proteggere la vita di Shalit, trattarlo umanamente e non privarlo del contatto con la sua famiglia".

(TMNews, 23 giugno 2011)

La Croce Rossa, dunque. Quella Croce Rossa che a Teresienstadt ha trovato che gli ebrei non se la passavano poi così male senza che le venisse in mente - anche se fosse stato vero che non se la passavano male - di chiedersi con quale diritto qualcuno aveva tolto quelle persone dalle loro case e le aveva rinchiuse in un campo. Quella Croce Rossa che a guerra finita in collaborazione col Vaticano ha provveduto a portare in salvo settantamila criminali nazisti. Quella Croce Rossa che alla richiesta di aggiungere alla croce e alla mezzaluna anche la stella di David ha sprezzantemente risposto: “ E perché non la svastica, già che ci siamo?” Quella. Oggi quelle brave persone trovano "inaccettabile" che non vengano date notizie su Gilad, ma a quanto pare non hanno molto da dire sul suo rapimento, sulla sua prigionia, e tutto quello che hanno da chiedere a Hamas è che diano notizie e lo trattino umanamente. Chiedere che venga liberato? Ma per carità! Chiedere almeno di poterlo vedere? Ma figuriamoci.

Noi intanto possiamo andare a firmare qui:
http://www.shalit.it/. A che cosa serve? Non lo so. Forse anche a niente, ma questa non è una buona ragione per non farlo. E se un giorno davvero avvenisse il miracolo della liberazione di Gilad, potremo almeno dirgli, a testa alta: NOI NON TI ABBIAMO DIMENTICATO.



barbara


7 maggio 2011

LETTERA APERTA A DANIEL BARENBOIM

Stimatissimo e veneratissimo  Maestro,
abbiamo appreso con dolore, con mestizia e anche, dobbiamo  dirlo, con un po' di vergogna, che un deplorevolissimo attacco mediatico è  stato scatenato contro di Lei da parte di vari personaggi israeliani e anche da parte di altri ebrei del  mondo libero. Questo è ciò che ci ha spinti a scriverLe questa lettera aperta, che cercheremo di pubblicizzare il più possibile: esprimerLe la nostra totale, incondizionata solidarietà. E la nostra sconfinata ammirazione per tutto ciò che Lei sta facendo, per la Sua coraggiosa opera a favore del meraviglioso popolo di Gaza, non ultimo mettendo a disposizione di questo popolo generoso la Sua sublime musica – tutte qualità, queste del popolo di Gaza, che i Suoi nemici non vogliono riconoscere. Che dire, per esempio, del fatto che da cinque anni stanno ospitando quel sionista, Gilad: cinque anni, cinque anni che gli provvedono vitto e alloggio e mai, mai una volta in cinque anni hanno chiesto un centesimo di rimborso spese? E sì che ne avrebbero  bisogno, di contributi: basti pensare a quel missile teleguidato che hanno tirato sullo scuolabus: duecentoottantamila dollari per eliminare un unico, giovanissimo nemico! Quanti miliardi ci vorranno prima di liberare la Palestina dal fiume al mare? Eppure quelle anime generose continuano a ospitare il sionista completamente gratis! E i compatrioti di quel loro ospite cosa fanno invece di ringraziarli? Li  criticano. E criticano Lei che generosamente si esibisce, immaginiamo gratis, di fronte a loro e di fronte agli eroici combattenti di Hamas che si dedicano senza risparmio alla loro lotta di liberazione - e sembra che la Sua presenza sia stata foriera di benefici effetti, visto che subito dopo Hamas e Fatah hanno trovato la forza di mettere una pietra sopra alle loro quotidiane carneficine reciproche occasionali piccoli dissidi e decidere uno storico accordo per combattere uniti contro l'unico vero, eterno  nemico comune. Abbiamo saputo che questa volta, in questa Sua magnanima spedizione di pace, non ha potuto dirigere la Sua orchestra storica, la Divan - pare che ci fosse qualche difficoltà a far entrare nella Striscia i musicisti israeliani - ma ciò che conta è il risultato, no? E il risultato indiscutibile è stato l'entusiasmo di Hamas. Lei è talmente bravo, Maestro, da occultare persino i Suoi difetti congeniti: "Non sapevo che fosse ebreo", pare abbia infatti detto un ragazzo palestinese per giustificare la propria presenza al concerto. Ed è vero: Lei  è talmente bravo, talmente buono, talmente generoso, che non sembra neppure ebreo. E tanta è la nostra ammirazione per Lei che ci permettiamo di darLe due consigli: stracci il suo passaporto israeliano, Maestro: quegli ingrati sionisti non La meritano, non meritano di avere un concittadino come Lei. E si converta il più presto possibile alla religione di pace: non vorremmo davvero che ci dovesse capitare, dopo avere pianto il povero Juliano Mer-Khamis e il povero Vittorio Arrigoni, che ai loro e Suoi comuni amici avevano dedicato tutta intera la propria vita, di ritrovarci a piangere  anche Lei.


 
Barbara Mella
Emanuel  Segre Amar


28 aprile 2011

CHIEDO L’INTERVENTO DI TUTTI GLI AMICI

Vi propongo un articolo apparso qualche giorno fa su “L’Opinione”.

RaiNews24 si è resa responsabile di una seria violazione della deontologia professionale al limite della calunnia, avendo subito indiziato (senza indizi) gli ebrei “religiosi” e Israele per l’assassinio orribile di Vittorio Arrigoni, prima di essere smentito da Hamas stesso.
Come rileva giustamente Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, la morte tragica di questo giovane attivista italiano è da attribuire all’odio cieco di una indottrinazione ideologica totalizzante della stessa intensità quale l’ideologia di odio verso Israele che Vittorio Arrigoni scambiava per pacifismo e impegno per la giustizia.
In ambedue i casi, l’essere umano e il “restare umani” cui egli inneggiava vengono annientati da un’utopia etica per la cui realizzazione si giustifica che l’uomo sia usato come mezzo e non come fine. Tristemente, è la benda dei preconcetti (benché di segno diverso) che rende ciechi alla realtà, ad accomunare vittima e carnefice in un dolorosissimo gioco delle parti.
Arrigoni, e evidentemente anche sua famiglia e i suoi amici, odiava Israele al punto tale che non voleva transitarvi “neanche da morto” perché lo considerava lo Stato e il popolo responsabile in toto per le sofferenze dei palestinesi di Gaza. Invece l’oggetto dell’odio della “scheggia impazzita” di Hamas è “la civiltà occidentale e la modernità”, accusate di “immoralità”, un odio fortissimo che offusca la percezione dei singoli esseri umani e che non sa nemmeno distinguere fra un amico e un nemico del suo popolo.
Ma in questo quadro della nostra odierna realtà, bisogna soffermarsi anche sulle gravi responsabilità di diversi esponenti della stampa italiana. Sotto il pretesto della ricerca della verità e della giustizia, ci si permette di insinuare bugie che fanno comodo alla propria tesi politica, che portano alla demonizzazione di Israele e di conseguenza sempre più lontano da una mediazione per la pace israelopalestinese a cui si dice di voler arrivare.
Appena saputo del rapimento e conseguente assassinio, RaiNews24 (che va in onda anche in lingua araba) trasmette un’intervista con Maurizio Fantoli Mirella, amico e collaboratore di Vittorio Arrigoni. L’intervistatrice Annamaria Esposito inizia con l’indirizzare i sospetti verso un sito dell’estremismo ebraico e Mirella replica che “tutto fa pensare” che “l’odio che lui suscitava nell’estremismo di destra israeliano può essere la causa dell’omicidio” e “probabilmente molti dei miei amici filopalestinesi già supponevano che dietro questo omicidio ci fossero i servizi segreti israeliani, oppure gli estremisti di destra israeliani”, e che questi movimenti “non sanno minimamente cos’è la democrazia, non sanno minimamente cos’è la civiltà e mi sembra assurdo che parlino a nome della loro religione, insultano la loro religione…”.
E mentre il loro “processo” all’estremismo ebraico e al governo di Israele continua, su RaiNews24 gira il video del povero prigioniero Arrigoni insanguinato, con una scritta in arabo che scorre, minacciando la sua morte e con parole di incitamento a “combattere con la spada” per la Guerra Santa nel nome del Signore (Allah) dicendo “Alzatevi per la vittoria della vostra religione; combattete i vostri nemici ebrei, i loro alleati e coloro che li difendono; fatelo in fretta perché il paradiso, grande come i cieli e la terra, vi attende.”
Questo sì, che è un insulto alla religione, ma RaiNews24 non se ne accorge, eppure trasmette anche in lingua araba.

Lisa Palmieri-Billig è corrispondente di “The Jerusalem Post” e rappresentante in Italia dell’American Jewish Committee www.ajc.org

È possibile vedere il servizio a cui si riferisce Lisa Palmieri-Billig cliccando sul link http://www.rainews24.it/it/video.php?id=22906
.
Invito tutti gli amici a protestare con Corradino Mineo, direttore di Rainews 24, cliccando sul link
http://www.rainews24.rai.it/it/contacts.php.


È importante che, in un caso di patente violazione di ogni regola deontologica come quello in questione, il maggior numero possibile di persone faccia sentire la propria voce per denunciare la vergognosa campagna di odio che il mezzo pubblico fomenta.


barbara


22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


15 febbraio 2011

LA MIGLIORE DELLA SETTIMANA

Mahmoud al-Zahar, capo di Hamas nella striscia di Gaza, ha criticato gli Stati Uniti per la loro “ingiustizia” nei confronti delle minoranze dicendo: “Chiedete ai cristiani in Egitto e ai cristiani a Gaza come si sta sotto la legge islamica, che è l’unica legge che protegge le minoranze, siano esse ebraiche o cristiane”. (pubblicato in Arutz Sheva)



(Poi, volendo, e senza allontanarci troppo dal tema, potremmo anche chiedere alle donne come si sta sotto la legge islamica, come racconta questa signora qui)

barbara


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella


18 dicembre 2010

LA FORZA DEL CALZINO

Outing

Il Tizio legge il mezzo rigo di un amico di Facebook, uno dei tanti amici sconosciuti, uno dei tanti amici ebrei. Questo qui ha di quei cognomi ebraici romani. Discute in modo ragionevole, posta video di vecchie canzoni italiane. E' un faro di leggerezza. Stavolta, fa sapere a tutti, ebrei, cristiani, atei, comunisti, rockettari, fascisti, amanti di Mina, dipietristi, che sta aspettando che la lavatrice risputi un calzino. Meno male che c'è lui, pensa il Tizio, la persona eh, mica il calzino, precisa il Tizio con sé stesso a scanso di equivoci. Non c'è dunque solo Hamas, l'antifascismo antisionista, il linciaggio di Saviano perché è amico di Israele. Quell'outing giovialmente minimo sui calzini splende come un sole di filanca. Il Tizio vuole bene all'amico, al calzino, e sotto sotto anche alla lavatrice. Delle volte basta mezzo rigo di apprezzamento delle cose minime. E' la nostra amabile ora d'aria.

Il Tizio della Sera

E il Tizio della Sera è, a sua volta, la nostra ora d’aria. E possiamo ben dire che, dopo Volli e Lucrezi, egli fu terzo fra cotanto senno (e poi sì, la Forza del Calzino è davvero strepitosa)

barbara


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


7 settembre 2010

CROCE ROSSA O BASE DI HAMAS?

Protesta: Quartier generale della Croce Rossa o base di Hamas?
di Hillel Fendel

La notte scorsa un gruppo di cittadini preoccupati ha organizzato una protesta davanti agli uffici della Croce Rossa a Gerusalemme, chiedendo di porre fine a ciò che chiamano la “vergogna” che sta avendo luogo nel cuore della capitale.
Tre leader di Hamas, temendo di essere arrestati o espulsi dalle autorità israeliane, si sono rifugiati negli uffici della Croce Rossa, presso il quartiere Shimon HaTzaddik/Sheikh Jarrah. Da più di due mesi stanno ricevendo visite, concedendo interviste alla stampa e, in generale facendo come se fossero in casa propria, sia dal punto di vista personale che professionale.
David Ish-Shalom, che ha organizzato la protesta, ha detto a INN TV: “La polizia e il governo in questo momento stanno concedendo ai leader di Hamas un rifugio sicuro a 100 metri dal Quartier Generale della polizia nazionale – proprio mentre Hamas programma, forse da questo stesso posto, altri attacchi terroristici come quello perpetrato la settimana scorsa, in cui quattro ebrei sono stati uccisi e altri due feriti.”
“Siamo qui per dimostrare sia contro il governo israeliano che contro la Croce Rossa” ha dichiarato un altro manifestante, il dott.
Aryeh Bachrach, dell’Associazione vittime del terrorismo. “Come può il governo continuare a tollerare questa situazione, in cui viene dato asilo politico nel cuore del Paese ai leader di Hamas? ... Allo stesso tempo la consideriamo una inaccettabile vergogna per la Croce Rossa, che dovrebbe essere un’organizzazione neutrale che lavora per la pace, il fatto di non pretendere con forza il diritto di visitare Gilad Shalit, mentre nello stesso tempo ospita e fornisce aiuto e asilo ai leader della stessa organizzazione che lo sta tenendo prigioniero. È un’ipocrisia che non possiamo ignorare”. (07.09.2010, qui, traduzione mia)

Da più di due mesi, dice. In effetti alcuni giorni in questi due mesi mi è capitato di non leggere il giornale. Dev’essere stato in quei giorni lì che la notizia è stata pubblicata. Perché è stata pubblicata, vero?


barbara


16 agosto 2010

E VOI COME PISCIATE?

SHARI’A: un’importante questione di Legge Sacra Islamica

Pisciare in piedi: è lecito o è peccato?

Ho trovato questa dotta disquisizione teologica in un sito islamico (apparentemente moderato, ma cosa significa “islamico moderato”?). Ho ritenuto opportuno farvene partecipi. Mi pare che sia inutile criticare, basta lasciarli parlare. Eccovi il pezzo (opporunamente abbreviato):

...
Dopo aver letto tutto il Corano in arabo con l'aiuto della versione di A.J. Arberry, … lessi tutti gli ahadith, volume per volume, annotando tutto quello che sembravano prescrivere di fare al Musulmano.…

… Quando erano menzionati ahadith che sembravano contraddirsi l'un l'altro, sceglievo semplicemente quello che volevo… Dopotutto, mi dicevo, non fu mai data al Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) la scelta tra due cose, senza che scegliesse la più facile delle due (Sahih al-Bukhari, 4.230: 3560)...

Ad esempio, mi avevano detto che non fosse Sunnah orinare in piedi, e avevo sentito l'hadith in cui 'A`isha (r) dice: "se qualcuno dice che il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) orinava stando in piedi, non credetegli" (Musnad al-Imam Ahmad. 6 vols. Cairo 1313/1895. Reprint. Beirut: Dar Sadir, n.d., 6.136).

Ma poi lessi nell'hadith riportato nel Sahih di Bukhari, che il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) una volta orinò stando in piedi (Sahih al-Bukhari, 1.66: 224), e perciò decisi che quello che mi era stato detto era un errore, o che forse non aveva grande importanza.

Solo in seguito, … scoprii come i sapienti della Shari`ah avessero combinato le implicazioni di quegli ahadith: lo stare in piedi del Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) per orinare era per insegnare alla Ummah che ciò non è illecito (haram), ma soltanto riprovevole (makruh) - sebbene nel caso del Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) tali azioni non fossero offensive, ma semmai da compiere obbligatoriamente almeno una volta, per mostrare alla Ummah che non sono illecite -- o secondo altri sapienti, per mostrare che è permesso in situazioni in cui in tal modo impedisca all'urina di schizzare sui propri vestiti.…

Traduzione a cura di `Umar Andrea Lazzaro

Si tratta di un brano dell’articolo, “Consiglierebbe di studiare da soli le raccolte di ahadith di Bukhari e Muslim?” scritto da un illustre studioso Islamico, pubblicato sul sito Discussioni sull’Islam e, data l’importanza dell’argomento, su moltissimi altri. Vi basta fare una ricerca GOOGLE con la frase “Sahih al-Bukhari, 4.230: 3560” per vedere quante volte appare l’articolo che vi ho presentato qui, sia in Italiano che in Inglese.

L’insegnamento, molto serio, che se ne ricava, è l’enorme importanza che ha per i musulmani l’esempio di Maometto (Corano 33:21, “Avete nel Messaggero di Allah un bell'esempio per voi, per chi spera in Allah e nell'Ultimo Giorno e ricorda Allah frequentemente”).

Anche per pisciare, bisogna pisciare come pisciava Maometto.

Mi astengo da ulteriori commenti.

Ognuno è libero di pensare ciò che crede.

O no?

di Paolo Mantellini
Milano 12 Agosto 2010

Questo testo può essere trasmesso o inoltrato purché venga presentato in forma integrale e con informazioni complete sul suo autore, data e luogo di pubblicazione e URL originale. (qui)


E anch’io mi asterrò da ogni commento, ringraziando nel contempo il Cielo di essere nata donna e di avere quindi la certezza che, anche quando finalmente anche l’Italia, come il Belgio, diventerà un Paese islamico, mi sarà risparmiato l’obbligo di pisciare come il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace).
(Molto meno divertente è invece questo. E poi bisogna leggere anche qui)

barbara


24 giugno 2010

E SE NON ORA, QUANDO?

Io il 24 Giugno, ci sarò. Se non io, chi per me?

Scrivo queste righe di getto, mentre si avvicina un appuntamento importante.
Il 24 Giugno, sotto l’ombra del Colosseo, oscurato per l’occasione, al centro di Roma capitale, il sindaco e le autorità esprimeranno alla famiglia Shalit, il loro sostegno nella vicenda dolorosa del rapimento del loro giovane figlio Gilad, appena 22enne.
Le tristi occasioni come questa, sono lo spartiacque tra quel pugno di amici sinceri su cui può contare il popolo ebraico, e “gli altri”. Perché è ormai consuetudine arrivare a contare tra i nostri amici anche cittadini dotati semplicemente di buon senso, che semplicemente proclamano i fatti così come sono, visto che anche la sola equidistanza tra le parti è diventata una rarità. Ed elemosinare l’attenzione di media, autorità e organizzazioni per una giusta causa è come scalare una montagna, quando sono gli ebrei a chiederlo esplicitamente (quando nell’altro buon 90% delle volte sono tirati per la giacchetta per interessi di parte. Di ogni parte.).
Ma la vicenda Shalit è chiara. Non c’è nulla di complesso da capire. Non c’è bisogno di essere esperti di geopolitica o di conoscere a fondo le ragioni del popolo di Israele o quelle dei movimenti palestinesi. Non siete obbligati a sapere chi è e cosa fa Hamas (anche se a dire il vero sarebbe interessante che lo sapeste), ricordare nomi complessi come quello del presidente iraniano (ma che ogni ebreo tristemente ormai conosce perfettamente) o saper indicare a memoria dove si trova in linea d’aria il muro di Gerusalemme. Non serve neppure guardarsi mezz’ora di video come nel caso della recente nave Marmara, per capire la risposta militare che ne è conseguita.
La vicenda Shalit è cristallina. C’è un ragazzo di 23 anni che è stato
prelevato semisvenuto dopo un attacco ad un convoglio militare. Che è stato trascinato via da un gruppo di guerriglieri armati e che è segregato da 4 anni senza la possibilità di poter comunicare con l’esterno. Senza la possibilità di essere visitato da un organizzazione internazionale (tipo Croce Rossa, per capirci). Senza un processo. E senza un accusa. Tranne una. Quella di essere ebreo. E israeliano. Per i rapitori di Hamas essere ebreoisraeliano giustifica il fatto di essere un detenuto privo di condizioni e diritti (e sottoposto a chissà cos’altro – che D.o lo protegga – tipo di sevizie).
Che c’è da capire, dunque? Sei
ebreoisraeliano, quindi non hai nessun diritto. Se Israele rapisse un giovane palestinese che passava “da quelle parti” e senza motivo lo tenesse lontano da madre e padre per 4 anni, io giuro andrei a manifestare. Per reclamare la sua libertà anche se io sono ebreosionista (anzi, forse proprio perché lo sono).
Quello che mi piacerebbe vedere – e so di essere un folle – sono altri arabi, musulmani, cristiani, buddisti, e quant’altro venire sotto al Colosseo. Tutti quanti a dire: quale che sia la mia idea sul governo d’Israele o sul conflitto mediorientale, un giovane 23enne rapito e rinchiuso senza lo straccio di un diritto non è una buona cosa. Vorrei che chiedessero il suo rilascio. E vorrei che manifestassero insieme a noi per la sua liberazione. Questo sarebbe davvero un gesto inatteso che potrebbe aprire scenari nuovi. Se non per la pace, almeno per una pacifica sopportazione lontano dal teatro della guerra.
Non so se verranno. Ma so già di certo chi non verrà. Non verranno organizzazioni come
Amnesty International, Emergency, e tante altre come loro. O i pacifisti delle varie flotille che hanno sdegnosamente rifiutato anche l’offerta della famiglia Shalit solo di “consigliare” ai rapitori di lasciar libero il ragazzo, in cambio di sostegno. “Loro” sono per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Salvaguardia con qualche SE e qualche MA. SE si parla di ebreisraeliani, non ci sono diritti che tengano, e non valgono nemmeno le palesi violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo o delle varie convenzioni. Essere ebrei significa essere portatori di un marchio indelebile.
Se gli importasse anche solo rispondere, magari si nasconderebbero dietro al fatto che Gilad in fondo è un militare, e come tale responsabile delle forze di occupazione (quale occupazione poi, visto che Gaza è libera da qualche anno). E tralasceranno di dirvi che non hanno mosso un baffo d’indignazione nemmeno per
Daniel Pearl, il giornalista ebreoamericano rapito e scannato come un vitello con un coltello da macellaio in Afghanistan in diretta video, o di Ilan Halimi, un commesso ebreofrancese rapito e torturato fino alla morte per tre settimane alla periferia di Parigi.
Tutti rei di possedere quel marchio d’infamia, non certo quello di essere soldati, giornalisti o commessi, ma quello di essere ebrei-
qualcosa. Qualsiasi cosa. Quindi anche ebreisraeliani.
Il
24 Giugno alle 21,30 al Colosseo io ci sarò. E insieme a me ci saranno tutti gli uomini e le donne di buona volontà di qualsiasi preferenza sessuale, colore della pelle, religione e appartenenza politica. Tutti a gridare “Ora basta! Liberate un ragazzo senza colpe. Subito! “. Se saremo tanti la nostra voce sarà più forte. Se saremo pochi, noi ebrei – insieme a quel pugno di pochi amici su cui sempre contiamo – faremo come al solito tutto da soli. Come la nostra storia plurimillenaria ci ha allenato a fare.
di
Alex Zarfati
per FocusOnIsrael.org

NB: Per completezza si potrebbe dire che il convoglio militare è stato attaccato sul suolo sovrano d’Israele (e non nei territori contesi, per capirci) da un commando terroristico passato attraverso un tunnel, e che i sequestratori di Shalit fanno parte delle
Brigate Izzedin al-Qassam, del Comitato di Resistenza del Fronte Popolare e della Jihad Islamica. Sodali dei guerriglieri di Hamas che dittatorialmente malgovernano la Striscia di Gaza infliggendo terrore tra gli stessi palestinesi. Ma questo è già roba per quelli che hanno il tempo di approfondire la cosa. Gli altri è già un miracolo se hanno letto fin qui (Emanuel Baroz)

Io invece non aggiungo niente, perché niente vi è da aggiungere: ciò ce stanno facendo quelle belve in veste umana non richiede commenti, la solidarietà mondiale pressoché unanime per le suddette belve non richiede commenti, il dolore degli esseri umani degni di questo nome per Gilad e per la sua famiglia e il suo popolo tutto non richiede commenti. Solo due parole: RIDATECI GILAD.



barbara


23 giugno 2010

MI RIVOLGO A TE, PACIFISTA

Roma, ottobre 2003
Mi rivolgo a te, ai pacifisti senza se e senza ma dell'ultima guerra in Iraq, a quelli che stanno con i palestinesi
, a quelli che ci amano solo nel ruolo di vittime, in altre parole le sinistre, che commemorano con noi i nostri morti solo per sentirsi poi moralmente liberi di infangare il nostro Stato, a quelli che ritengono Israele uno Stato abusivo, a quelli che piangono i nostri ebrei al cinema ma che non sopportano l'ebreo che gli vive o lavora vicino, a quelli pronti a mettere in dubbio tutte le informazioni dei media tranne le infamie su Israele.
La libera stampa amico mio è capace di mentire e diffamando sistematicamente uno Stato lo trasforma automaticamente in un obiettivo legittimo per i terroristi, ti ricordi il caso Dreyfus, per noi poco è cambiato nonostante tutto.
L'odio che sento da parte tua mi ha ferito, disilluso e rafforzato. Sono stanco di tacere, di non reagire, mi porto dietro più di chiunque altro un dolore storico, un dolore che purtroppo si rinnova costantemente, tanto che non possiamo dimenticare e ricostruirci.
Ho trasmesso ai miei figli le mie atroci esperienze, le mie ansie, il mio amore per l'ebraismo laico e la sua cultura, ne sono al tempo stesso lieto e triste, più di tutto sono contento che non ti somiglino, ma sono sicuro che abbiano lottato contro la mia ossessione per sopravvivere a me, un sopravvissuto.
I miei figli si son fatti largo nella mia ossessione, nell'angoscia e nella rabbia, i miei figli sono nati due volte, una volta dall'utero della loro madre e l'altra attraverso loro stessi.
Sai per loro cosa non mi aspettavo, che crescessero con più avversari di me, loro non si sono mai sentiti di sinistra, non si sono mai sentiti protetti dalle sinistre, per loro paradossalmente le sinistre sono state un nemico naturale dall'età della ragione.
Cerco da anni di capire ma sono giunto alla conclusione che non sono io a dovermi spiegare i motivi del tuo cieco antisemitismo, io devo solo combatterlo. Io, più di te, pacifista assoluto
, difensore dei deboli e degli oppressi, sono aperto all'altro, fa parte del mio patrimonio genetico, io, il cittadino più provvisorio della terra, sono naturalmente cosmopolita, ho sempre guardato oltre i confini dei paesi in cui ho vissuto e ciò è stato motivo di persecuzione nei miei confronti, oggi io chiudo i miei confini all'altro solo nel momento in cui lui minaccia la mia sopravvivenza.

Questo testo, pubblicato qualche giorno fa fra le lettere inviate a Informazione Corretta, è stato scritto sette anni fa da Ursula Franco a nome del suo alter ego Israel Goldmann, sopravvissuto della Shoà. Scritto sette anni fa e, purtroppo, non invecchiato di un giorno perché l’antisemitismo, come ricorda il grandissimo Herbert Pagani, ogni giorno “rinasce dalle sue ceneri – pardon, dalle NOSTRE ceneri”. (Poi, certo, ogni tanto capita anche che qualcuno si accorga che forse sono meglio gli ebrei vivi di quelli morti, ma purtroppo non sono casi troppo frequenti…)

barbara


11 giugno 2010

QUELLO CHE DAVVERO INTERESSA AGLI AMICI DEI PALESTINESI

La distruzione di Israele per gradi

di Marcello Cicchese

Dopo l'«assalto» di Israele alla flottiglia dei «pacifisti» e il successivo «massacro» compiuto dai militari israeliani (così hanno presentato le cose molti giornali), da diverse parti è stato sollevato il timore (o la speranza) di una terza intifada palestinese. Il semplice fatto di far balenare questa possibilità tende a far credere che la seconda intifada sia stata uno scoppio incontenibile di rabbia popolare prodotta dalla «disperazione» in cui sono stati fatti piombare i poveri palestinesi. E se la disperazione aumenta - si pensa - è chiaro che il fatto potrebbe ripetersi e aggravarsi.
Ma le cose non stanno così, per il semplice fatto che la disperazione non c'entra niente con tutto quello che è avvenuto e sta avvenendo nei territori palestinesi. L'interpretazione autentica di quello che avrebbe voluto essere l'intifada del 2001 fu fornita in prima persona dall'allora autorevolissimo ministro palestinese per le questioni su Gerusalemme, Faysal al-Husseini. In un suo discorso tenuto a Beirut nel marzo 2001 (ved. Notizie su Israele 1), questo raffinato esponente dell'aristocrazia palestinese aveva pazientemente esposto ai libanesi anti-israeliani - che forse erano un po' troppo precipitosi nella loro ira contro lo Stato ebraico - una lezione accademica il cui titolo avrebbe potuto essere «La distruzione di Israele per gradi». Il sistema da usare per ottenere lo scopo deve prevedere - secondo la lezione - una sapiente alternanza di atti di finta pace con atti di vera guerra. Con la finta pace degli accordi di Oslo, di cui era stato uno degli artefici, e sotto il governo di Ehud Barak, diversi "tabù" israeliani erano stati infranti e alcuni importanti risultati raggiunti: la legittimazione giuridica dell'OLP, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi del 1949, la messa in discussione di Gerusalemme come "unica e indivisibile capitale di Israele". L'elezione di Ariel Sharon a capo del governo minacciava di vanificare i risultati ottenuti con la finta pace e quindi era giunto il momento di passare ad atti di vera guerra. Ecco uno stralcio della sua lezione di strategia terroristica:

«Noi siamo convinti che gli scontri in Gerusalemme scuoteranno il mondo dall'Indonesia al Marocco. E questo sarà un segno per gli USA, che saranno costretti a capire che il loro appoggio a Israele distruggerà la stabilità in tutta la regione. Ci troviamo davanti a una battaglia, e a questa adesso ci stiamo preparando. Non dobbiamo permettere che Sharon abbia successo sulla questione della sicurezza, perché questo significherebbe la nostra sconfitta politica.»

Dunque nessuna incontenibile rabbia popolare era alla base della seconda intifada, ma un preciso calcolo politico mirante a ottenere il coinvolgimento internazionale contro Israele, a cominciare dagli Stati Uniti. A distanza di nove anni si può dire senza ombra di dubbio che quella intifada è fallita e che Israele ha vinto la sua battaglia.
Non ci sarà dunque una terza intifada simile alla seconda per il semplice fatto che gli organizzatori hanno capito che ormai la cosa non funziona. Ci sarà invece, anzi è già cominciata e continuerà a tempo indeterminato, una terza intifada diversa nella tattica dalla precedente, ma del tutto uguale nell'obiettivo finale: la distruzione di Israele attraverso il coinvolgimento della comunità internazionale. Gli attentati suicidi presentati come atti di disperazione popolare, oltre che essere sempre più difficili da eseguire per le fastidiose ed efficaci contromisure israeliane, non commuovono più molto il mondo, anche perché qualcuno ha cominciato a temere che possano essere esportati anche in casa propria. E anche il tema delle crudeli sofferenze imposte ai poveri palestinesi dal «muro dell’apartheid» è stato ormai ampiamente sfruttato senza ottenere risultati apprezzabili.
A qualche degno epigono del compianto (dai palestinesi) Faysal al-Husseini deve allora essere venuta in mente la brillante idea di valorizzare il tema dell'«assedio a Gaza», e la cosa sta ottenendo risultati davvero incoraggianti per gli ideatori. Il termine «occupazione» non può più essere applicato a una Gaza ormai «judenrein», cioè totalmente purificata da ogni contaminazione ebraica (ma guai a parlare di antisemitismo quando si nomina Hamas). Il termine «assedio» invece è ricco di suggestive risonanze. L'assedio classico tende a far capitolare il nemico per fame, e chi non si commuoverebbe al pensiero dei poveri palestinesi fatti morire d'inedia dagli spietati ebrei? Per la precisione si dovrebbe parlare di israeliani, e nelle dichiarazioni ufficiali questo si fa, ma nello stesso tempo si fa in modo che qualche arabo-israeliano alzi la sua voce di dissenso, come è avvenuto con la presenza di una deputata araba-israeliana tra i «liberatori» della flottiglia turca. Quindi è chiaro che se gli arabi-israeliani si dissociano, quelli che restano non possono che essere ebrei.
La plateale discesa in campo della Turchia, supportata dal plauso dell'Iran, rappresenta poi il vero capolavoro di questa nuova impresa. A farsi avanti non è più una delle nemiche storiche di Israele, cioè una di quelle nazioni che hanno già preso sonore sberle dal nemico che volevano distruggere, ma una nazione islamica «moderata», amica fino ad ora di Israele. Anche lei vuole portare aiuti umanitari a Gaza, e guai a dire che i palestinesi da quelle parti non stanno poi così male. I palestinesi DEVONO stare male, perché devono essere per il mondo la rappresentazione plastica della malvagità degli ebrei che occupano lembi della sacra terra islamica. E' questa la loro vocazione storica. Benessere dei palestinesi e Stato d'Israele non possono, non devono coesistere.
Chissà se un giorno i palestinesi capiranno che del loro benessere e dello Stato di Palestina a molti loro amici non interessa proprio niente. Quello che a loro interessa è la sparizione di Israele. Questo non avverrà, ma il tentativo di ottenerlo continuerà a produrre lutti e sofferenze. A cominciare dai palestinesi. (Notizie su Israele 487, 8 giugno 2010)

Desidero cogliere l’occasione per ringraziare Marcello Cicchese per il prezioso lavoro che da anni indefessamente svolge al servizio dell’informazione e della verità. Aggiungo poi due link, uno e due, per una migliore comprensione di ciò che è realmente accaduto nelle acque davanti a Gaza. Infine qui e qui qualche altra informazione relativa agli obiettivi palestinesi. 
Shabbat shalom a tutti.


barbara


8 giugno 2010

CELESTINO V

Alias Pietro Angeleri, detto anche Pietro da Morrone. Aveva, anche lui, un’ottantina d’anni quando fu eletto al soglio di Pietro, che ancora non ho capito perché si chiami soglio di Pietro dal momento che Pietro era vescovo di Antiochia, ma soprassediamo. Arriva dunque lì, questo brav’uomo, e non ci mette molto a rendersi conto che per sopravvivere in quel bordello, costruito su territori rubati e “legittimato” con un documento falso fabbricato ad hoc – altro che Balfour! Altro che 181! Altro che territori cosiddetti occupati! – bisognava accettare troppi compromessi, bisognava tollerare troppe sozzure, bisognava convivere con troppe bassezze. E cosa fa? Essendo provvisto di coscienza, si dimette. Non io vado, adesso vado, guardate che vado, attenti che vado sul serio: dimissioni vere. Come quelle di Pierluigi Collina. Irrevocabili. Perché gli uomini veri – che non sono quelli che non devono chiedere mai, né quelli che proclamano urbi et orbi che ce l’hanno duro, né quelli decisi a battersi fino all’ultimo bambino, proprio e altrui – sono rari, ma esistono. Rendiamo dunque onore a questo uomo retto che, tra un comodo meretricio e il duro rispetto per la propria coscienza, ha saputo scegliere quest’ultimo (il povero papa Luciani invece ci ha messo un tantino di più a rendersene conto, e così hanno dovuto provvedere a dimetterlo d’ufficio, ma questa è un’altra storia. O no?)

Piccola nota a margine: c’è chi si rifà la verginità ricostruendosi l’imene, e chi se la rifà così. E qui qualche altro aggiornamento su ciò che succede in zona.

barbara


8 giugno 2010

PICCOLA RIFLESSIONE

Gli esploratori di cui parla la parashà letta ieri sono di fatto dei reporter. La loro relazione sulla terra di Israele è sapientemente costruita di fatti intrecciati indissolubilmente a opinioni. Creano così, con strategica retorica, consenso intorno alla loro interpretazione dei fatti. E distruggono la possibilità di un rapporto reale con la terra di Israele.

Benedetto Carucci Viterbi, rabbino

E distruggono anche, mi permetto di aggiungere la possibilità di conoscere la verità, che in teoria dovrebbe essere la ragione sociale del loro mestiere, se non della loro esistenza. E, a proposito di verità, visto che le anime belle non credono a “noi”, crederanno almeno all’Autorità Palestinese? Resta comunque vero che Gaza è decisamente troppo affollata, e qui ne abbiamo le prove. Qui invece abbiamo le prove – ma non è che ce ne fosse il bisogno – che Ugo Volli è davvero un grande.


(ma la protezione animali cosa fa, dorme?)

barbara


6 giugno 2010

NEL FRATTEMPO A BOLZANO

Nel frattempo a Bolzano succede che si sta organizzando il jazz festival che si terrà a fine giugno. E succede che al festival dovrebbe partecipare Noa, cantante israeliana, pacifista convinta, da sempre attiva sostenitrice del dialogo tra i popoli, da sempre attiva sostenitrice del programma “due popoli due stati”, da sempre attiva sostenitrice dei diritti dei palestinesi. Dico “dovrebbe” perché, parallelamente all’organizzazione del festival, gli amanti della pace e della giustizia stanno organizzando il boicottaggio nei confronti di Noa. I crimini della cantante sono due: essere israeliana e avere affermato che “Hamas è un cancro da estirpare”. Ora, considerando che sono fatti inoppugnabili che

a) nello statuto di Hamas è scritto nero su bianco che tale organizzazione NON intende creare lo stato di Palestina
b) nello statuto di Hamas è scritto nero su bianco che obiettivo principale di tale organizzazione è lo sterminio totale degli ebrei

mi chiedo: che cosa devo pensare di quei signori tanto amanti della pace e della giustizia che combattono chi si oppone a questo programma?



Poi, tanto per aggiungere qualche documentazione, visto che dai nostri mass media difficilmente pocciamo aspettarcene, qui trovate le foto pubblicate dal turco Hurriyet – non da una testata sionista! – che dimostrano che effettivamente alcuni soldati israeliani erano stati presi in ostaggio, mentre qui è documentato come sarebbero dovute andare, e non sono andate, le cose con la Mavi Marmara.

barbara


1 giugno 2010

ANCORA QUALCHE RIFLESSIONE E QUALCHE IMPORTANTE DOCUMENTO

Non per porre fine al blablabla dei soliti filoterroristi, ma per fornire almeno qualche pezza d’appoggio a chi sa perfettamente come stanno le cose, ma non è in grado di dimostrarlo.

Cari amici, aggi non è la giornata in cui scherzare. Israele è sotto un assedio di comunicazione pari solo a quello del gennaio dell'anno scorso. E questo assedio è completamente ingiustificato. Israele ha fatto benissimo a fare qual che ha fatto, ne aveva tutto il diritto morale e giuridico. La responsabilità degli incidenti e delle vittime è tutta di Hamas e dei suoi alleati che hanno organizzato la spedizione a Gaza.

Sul piano giuridico, il territorio di Gaza è sottoposto da Israele a blocco Navale. Il blocco navale è una pratica di guerra antica (risale almeno alle guerre napoleoniche) e legittima (sancita dal Congresso di Parigi del 1856). Esso consente alla potenza bloccante di catturare o anche affondare tutte le navi che cercano di violare il blocco anche in mare aperto, senza limiti di acque territoriali. Chi viola il blocco è un contrabbandiere in zona di guerra e agisce contro la legge, è dunque un obiettivo legittimo della forza militare. Il blocco riguarda tutte le navi, anche quelle neutrali (http://it.wikipedia.org/wiki/Blocco_navale). Israele ha seguito tutte le procedure del blocco, comunicandolo molte volte e in particolare segnalandolo agli stati interessati e anche alle navi della flottiglia, come si vede da questo video:
http://www.youtube.com/watch?v=qKOmLP4yHb4&feature=player_embedded.
In generale le forze militari hanno diritto di ispezione anche in alto mare e fuori dalle acque territoriali le navi di passaggio. Questi diritti si chiamano "diritto di visita" e in casi di conflitto possono diventare legittime "operazioni di interdizione marittima" (Maritime Interdiction Operation, per definizioni e limiti di queste istituzioni giuridiche vedete le voci relative sul glossario di diritto del mare della Marina italiana:
http://www.marina.difesa.it/editoria/rivista/gloss/a.asp  e qui:
http://en.wikipedia.org/wiki/Maritime_Interdiction_Operations.

La logica del blocco navale a Gaza deriva dal fatto che dopo il ritiro israeliano di quattro anni fa vi si è stabilito con un colpo di stato il regime terrorista di Hamas, che assale i militari ma anche i civili israeliani con razzi, colpi di mortaio e agguati. Il territorio di Gaza è stato dichiarato ufficialmente dal governo israeliano zona nemica e per questa ragione sottoposto a varie operazione militari. Neppure un testo così antisraeliano come il Rapporto Goldstone ha negato a Israele il diritto di autodifesa, che è basilare nella carta dell'Onu, e quindi non ha potuto negare la legittimità dell'Operazione Piombo fuso (se non delle sue forme) e del blocco navale e terrestre, che mira a impedire rifornimenti di armi e materiali che potrebbero aggravare l'aggressione.

Hamas e i suoi alleati hanno organizzato molti tentativi di rompere il blocco, che Israele ha sempre combattuto con le armi: i tunnel del contrabbando, l'abbattimento del confine con l'Egitto e anche altre spedizioni di navi contrabbandiere, che Israele ha bloccato, arrestandone gli equipaggi. Quando questo tentativo più massiccio si è concretato, Israele ha mandato molti avvertimenti ufficiali e poi ha inviato la marina a fermare il tentativo di rompere il blocco, il che è perfettamente legale anche fuori delle acque territoriali. La violazione del blocco è configurata dalla volontà esplicita del comando delle navi. La marina israeliana ha fermato senza incidenti cinque della sei navi. Solo sulla sesta, la più grande, è avvenuto un tentativo di linciaggio dei marinai che, secondo la prassi internazionale, stavano salendo a bordo per controllare la nave. Questa aggressione è evidentissima e documentata su questi video:
http://www.youtube.com/watch?v=XuH_0YRZS1M&feature=player_embedded http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/137798
http://www.youtube.com/watch?v=gYjkLUcbJWo&feature=player_embedded
I soldati hanno avuto l'autorizzazione a sparare solo quando la loro stessa vita era a forte rischio. Il diritto sta dalla loro parte: avevano diritto dal punto di vista della legalità internazionale, di imporre un'ispezione alla nave; avevano diritto di fermarla visto che tentava di violare un blocco. Avevano infine il diritto alla legittima difesa che appartiene a chiunque è fisicamente aggredito come si vede nei video. Un racconto di prima mano si trova qui: http://www.jpost.com/Israel/Article.aspx?id=177040.

I soldati israeliani si sono comportati benissimo, non hanno compiuto nessuna violazione giuridica o morale. Li condannano quelli che non sanno come sono andate le cose o gli ipocriti propagandisti dell'islamismo e chi va loro dietro. Se volete una conclusione più ragionata (e capite l'inglese), guardate questo video:
http://www.youtube.com/watch?v=XdZV5EfrwFI&feature=related.
Se preferite una conclusione a modo mio, voglio solo dirvi che i nemici di Israele si comportano come quel personaggio di Pascarella (o di Belli, non ricordo bene) che intima alla sua vittima: "fermete, nun te move, che te devo menà". Se ci difendiamo, è colpa nostra. Se non ci difendiamo, ci menano, ed è merito loro.

Ugo Volli

Aggiungo solo, per un ulteriore chiarimento di quella che, anche per gli amici, appare essere la questione più controversa, ossia l’azione israeliana in acque internazionali, questo documento, gentilmente fornito dall’amico Wellington, che dovrebbe porre un punto fermo a qualunque obiezione – anche se quanto detto e documentato da Ugo Volli mi sembra comunque già sufficientemente convincente.

barbara

AGGIORNAMENTO: questo video è ancora più chiaro dei precedenti.
AGGIORNAMENTO 2: VENTI FANATICI MI HANNO SCARAVENTATO DAL PONTE


31 maggio 2010

Poteva Israele evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva

Propongo, senza aggiungere commenti, questo testo di Ugo Volli che può aiutare chi vuole capire a capire che cosa sta succedendo e che cosa è successo.

Cari amici, volete capire freddamente che cos'è successo stamattina nella acque davanti a Israele? Ripensate alla famosa frase di Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La politica consiste nel cercare di accumulare consenso con gesti simbolici e discorsi, di negoziare alleanze, di imporre così degli obiettivi e di realizzarli sul terreno. La guerra sostituisce ai discorsi le azioni fisiche e punta soprattutto a indebolire il nemico, a metterlo in difficoltà, per acquisire così un vantaggio. Nel caso di Gaza l'obiettivo politico immediato è stabilire la legittimità di Hamas e della sua "lotta"; quello più a lungo termine, naturalmente, la distruzione di quell'entità "estranea" (Sergio Romano) che è Israele. La guerra non sono più i carri armati e non ancora i missili balistici e le atomiche; oggi sono i razzi Kassam, gli attentati e le azioni che indeboliscono la capacità israeliana di autodifesa.
La spedizione delle navi turche e degli attivisti di sinistra verso la Striscia è stato un atto di questa guerra, freddamente calcolato e organizzato in maniera militare. L'obiettivo dei "pacifisti" armati che le popolavano non era affatto assistere la popolazione: in quel caso avrebbero accettate le forme di trasporto indiretto dei materiali proposte da Israele. Quello era solo un pretesto. Il punto era "rompere il blocco", cioè aprire la strada a un futuro comodo rifornimento di armi pesanti per Hamas e alla sua possibilità di proiettarsi all'esterno; oppure obbligare Israele a intervenire, come ha fatto, danneggiando ancora la sua immagine internazionale, isolandolo, indebolendolo. Come si è espresso nei giorni scorsi un capo di Hamas, "noi abbiamo vinto comunque, o riapriamo il porto di Gaza, oppure smascheriamo Israele".
In termini militari questa si chiama guerra asimmetrica, ed è la strategia dei palestinesi da sempre. Di fronte a una forza militare maggiore si compiono azioni che colpiscono la normalità della vita quotidiana (gli attentati alle fattorie degli anni Cinquanta, i dirottamenti degli anni Sessanta, le stragi all'estero, gli attentati suicidi, i rapimenti e i razzi), non pensando che questo modifichi l'equilibrio militare, ma facendo sì che il nemico si trovi nell'"alternativa del diavolo" di non reagire al terrorismo che minaccia la sua popolazione e quindi logorare la sua stessa esistenza o presentarsi come oppressivo, violento e inumano. E' quel che è accaduto negli ultimi anni con la guerra in Libano, con quella di Gaza e oggi con la flottiglia allestita dai turchi. Lo scopo è delegittimare Israele, renderlo incerto sul suo stesso territorio, trasformarlo in una stato paria. Purtroppo in buona parte questo è già successo. In questa guerra asimmetrica hanno una parte importantissima le organizzazioni internazionali (pensate al consiglio dei diritti umani dell'Onu e al giudice Goldstone), le organizzazioni "umanitarie" che agiscono in maniera unilaterale, gli intellettuali e i giornalisti che invece di spiegare quel che accade producono pregiudizi e demonizzazioni. Chi legge Informazione Corretta sa bene come queste forze della guerra asimmetrica dell'informazione siano massicciamente schierate.
Poteva Israele, come hanno suggerito i soliti noti di Haaretz e dintorni, evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva. Se Hamas realizzasse l'obiettivo tattico di avere libero accesso all'esterno senza controlli israeliani – il senso della "rottura del blocco" voluta dai "pacifisti" è questo - in mezzo al Mediterraneo si stabilirebbe un santuario terroristico, una base armata inattaccabile per l'islamismo combattente, l'equivalente della Somalia o delle valli tribali del Pakistan. Anche l'Egitto, che certo non vuol bene a Israele, tiene bloccata Gaza: perché è il solo modo per contenere una minaccia terrorista globale (a parte la riconquista della Striscia, che sarebbe stata opportuna già l'anno scorso, quando Olmert e Barak non ebbero il coraggio di andare fino in fondo – ma oggi dopo Goldstone e con Obama al potere è praticamente impossibile). Fra i due rischi, un'ennesima demonizzazione globale e la liberazione strategica di Hamas, Israele ha scelto giustamente il male minore e ha mandato i suoi ragazzi ad affrontare, col minor uso della forza possibile, "pacifisti" armati e militarmente organizzati.

Ugo Volli

Qui un altro articolo che ci fornisce ulteriori spunti di comprensione; qui le prove del fatto che si è trattato, da parte dei complici dei terroristi, di una provocazione premeditata e calcolata; qui un aiuto a capire la situazione in generale. E qui la cartolina di ieri, che avevo intenzione di postare oggi integralmente, ma gli ultimi avvenimenti hanno imposto altre priorità; e tuttavia la ritengo estremamente utile, proprio perché pubblicata ieri e quindi scritta in tempi e con scopi non sospetti, a capire il clima in cui si stanno verificando tutti questi eventi.

barbara

AGGIORNAMENTO
Innanzitutto leggere questo: http://www.israele.net/articolo,2839.htm e se avete tempo anche gli altri articoli linkati;
poi qui: http://twitter.com/MidEastTruth aggiornamenti in tempo reale;
qui http://www.mideasttruth.com/forum/viewtopic.php?t=9823 un'accurata ricostruzione degli eventi
e infine perfino sul sinistrissimo e pacifistissimo Haarets 
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israeli-commandos-gaza-flotilla-crew-tried-to-lynch-us-1.293089 si dà conto dell'accuratamente preparato linciaggio (do you remember Ramallah?) a cui i soldati israeliani si sono trovati a far fronte.
E per concludere in bellezza, ecco a voi



una splendida immagine di uno dei pacifisti in avvicinamento a Gaza con il suo tipico quanto inseparabile strumento di pace.
AGGIORNAMENTO 2: due video ripresi dall'elicottero: uno e due.
AGGIORNAMENTO 3: altri due documenti: uno e due.
AGGIORNAMENTO 4: mentre il giorno prima...


26 aprile 2010

IERI 25 APRILE, COMMEMORAZIONE DELLA LIBERAZIONE

E poiché un ruolo imprescindibile nella nostra liberazione ha avuto la Brigata Ebraica, ne voglio ricordare qui l’istituzione.

I moderni Maccabei della Brigata Ebraica

Sessant’anni fa gli inglesi decisero, a malincuore, di istituire una forza armata ebraica che avrebbe preso parte alla parte finale del secondo conflitto mondiale a fianco degli Alleati contro la Germania nazista. Salutati come la moderna incarnazione dei Maccabei, i soldati della Brigata Ebraica lottarono per la sopravvivenza di Israele, sia dentro che fuori del campo di battaglia.
L’idea di un esercito ebraico moderno era ben presente nel pensiero di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, leader del movimento sionista revisionista (precursore del moderno Likud). Per lui la rinascita della forza militare ebraica era il necessario preludio della rinascita dello Stato ebraico, e nei suoi scritti, il giornalista scrittore e politico di Odessa, cita proprio i
Maccabei come modello ispiratore per i giovani della sua generazione.

Durante la prima guerra mondiale, Jabotinsky e altri dirigenti sionisti esercitarono pressioni su Londra per creare una forza militare ebraica in grado di contribuire allo sforzo bellico degli Alleati. Un volantino per il reclutamento nella Legione ebraica, dichiarava: "La stella di Davide che ha guidato l'esercito dei Maccabei, di gloriosa memoria, nelle battaglie per la liberazione di Israele più di 2.000 anni fa, può sventolare ora di nuovo per condurre gli uomini ebrei verso una libera terra di Israele, per un nuovo popolo libero. " E ciò avvenne - la Legione ebraica svolse un ruolo importante nella liberazione britannica della Palestina dai Turchi.
Dopo l'invasione tedesca della Polonia nel 1939 Jabotinsky chiese agli inglesi di creare una nuova forza armata ebraica, in grado di partecipare alla guerra contro Hitler. Londra inizialmente respinse la proposta, considerandola un avvio al processo di costituzione di uno Stato ebraico, paventando la reazione rabbiosa degli arabi. "Un esercito ebraico non può essere dissociato dal nazionalismo ebraico," disse funzionario dell'Ufficio Esteri ad un collega. "Una nazione ebraica, sostenuta da un esercito ebraico sotto una propria bandiera è solo il primo passo verso la piena realizzazione del sionismo
politico".
Jabotinsky quindi rivolse la sua attenzione verso Washington, compiendo un viaggio verso gli Stati Uniti, all'inizio del 1940, per cercare sostegno per l'idea di un esercito degli ebrei. Dopo la morte di Jabotinsky, la campagna ebraica per un esercito nazionale fu guidata da due dei suoi seguaci, Hillel Kook (meglio conosciuto come Peter Bergson) e Benzion Netanyahu (storico e padre dell’attuale Primo ministro di Israele).
Il loro "Comitato per un esercito degli ebrei palestinesi", utilizzò tattiche forse non ortodosse, ma sicuramente efficaci, come ad esempio annunci a tutta pagina sui giornali, e azione di lobbying verso membri del Congresso. La campagna per l’impegno militare ebraico attirò l'appoggio di numerosi esponenti politici, dirigenti sindacali e intellettuali di spicco. Ottenne con successo l’appoggio di molte stelle di Hollywood e Broadway, grazie agli sforzi del drammaturgo Ben Hecht e dell’attrice Stella Adler.


Il sostegno all’idea di un esercito ebraico attraversò l’opinione pubblica americana abbattendo le barriere razziali. I suoi sostenitori inclusero rappresentanti afro-americani come il leader laburista A. Philip Randolph, lo scrittore Langston Hughes e l'intellettuale W.E.B. DuBois.
Il Dipartimento di Stato si mostrò contrario alla proposta dell'esercito ebraico per il fatto che tale mobilitazione stava avendo un effetto "allarmante", suscitando il sentimento anti-americano nel mondo arabo. Ma Bergson raggiunse notevoli progressi nel conquistare simpatie presso il ministero della Guerra, ottenendo il sostegno del ministro della Guerra Henry Stimson, del Capo della Marina Frank Knox e del suo vice Adlai Stevenson.

Intanto i dirigenti sionisti proseguirono nel loro lavoro di convincimento verso i funzionari britannici. Grazie ai loro sforzi, alla fine Londra si convinse che la creazione di una forza combattente ebraica era necessaria per impressionare l'opinione pubblica americana. Winston Churchill spiegò la sua decisione del 1944, che portò alla creazione della Brigata Ebraica, in questi termini: "Mi piace l'idea degli ebrei vogliano combattere contro gli assassini dei loro connazionali in Europa, e penso che ciò, se si realizzasse, darebbe una grande soddisfazione agli Stati Uniti ".
I 5.500 soldati della Brigata Ebraica entrarono finalmente in azione nei primi mesi del 1945. Si distinsero nella lotta contro i tedeschi in diverse battaglie importanti. Nell’estate del 1945 presidiarono il confine austro-italiano, facilitando da questa posizione strategica il transito dei sopravvissuti dell'Olocausto verso la Palestina. Molti veterani della Brigata divennero membri attivi nel "Bricha" il movimento clandestino che permise l’immigrazione di migliaia di profughi ebrei in Terra Santa.
Più tardi, i veterani della Brigata hanno messo a disposizione la loro esperienza militare, guadagnata sui campi di battaglia d’Europa, per aiutare la sopravvivenza di Israele nella Guerra d'Indipendenza del 1948 contro gli eserciti arabi invasori.
Come i Maccabei dell’antichità, i soldati della Brigata Ebraica contribuirono alla libertà del loro popolo. Il loro straordinario coraggio e la devozione superarono ostacoli incredibili, e, ancora una volta, si può dire che i pochi prevalsero sui molti.

Kislev 26, 5765 / 09 December 04
Dr. Rafael Medof
Direttore del David S. Wyman Institute for Holocaust Studies (fonte)

E abbiamo visto, negli ultimi anni, presi a insulti e sputi questi gloriosi combattenti per la nostra libertà, abbiamo visto bruciare le loro bandiere, abbiamo visto prendere a insulti e sputi perfino i superstiti dei campi di sterminio, ma noi non ci arrendiamo, e la nostra bandiera continua e continuerà a sventolare alta nel cielo.


foto cortesemente fornita da Fuori dal Ghetto

E mentre gli uomini combattono con armi leali, i vermi che di putridume si nutrono e putridume producono, preferiscono combattere così.


barbara


22 aprile 2010

LA CONVERSAZIONE

L'altro giorno tiro su un autostoppista. Era fermo nella notte al crocevia deserto di una città italiana. Aveva il sacco a pelo, i jeans, i capelli raccolti in una crocchia alta e la barba brizzolata. Sembrava un maturo samurai in viaggio in Occidente. Mi vede che torno indietro a prenderlo, sorride. Sale in macchina, ha la voce educata, quasi musicale. Deve essere sui quarantacinque, quarantasei anni. Ha passato la vita traversando da solo l'oceano, anzi, gli oceani, su una sua piccola barca che ora è ancorata al largo della costa colombiana. E' un uomo che ha vissuto da solo, che può stare in silenzio per mesi, che sa navigare, riparare una falla, costruire un comodino, una casa, uno che non si vanta, ma dice quello che ha fatto. Se ora mi parla è perché ne ha voglia. La sua vita è del tutto diversa. E che fai tu? mi domanda a un certo punto, io faccio questo e quello, gli dico, gli dico che sono ebreo e lui mi dice che poco tempo fa ha visto "Il violinista sul tetto" e che era molto divertente. Curioso impatto. Come se in treno conoscessi un cinese e per fare una conversazione distesa gli dicessi che una settimana fa ho visto delle statue di terracotta. Come per la fatale china di qualcosa che rassomiglia a un imbuto, mi dice scuro in volto che però in Israele non va. Gli spiego quello che spiego a tutti da quando sono nato, lui mi dice certo, naturale, poi parliamo subito d'altro. Dopo un po' scende di macchina. E' arrivato. Adesso lui arriverà a casa, e penserà ai casi suoi. Mi ha detto che deve riparare il tetto, e che l'attuale compagna sta litigando con la sua ex moglie. Gli stringo la mano con affetto, vorrei che mi volesse bene, che ci volesse bene, che capisse. Lui si lascia stringere la mano. Capisco che alla conversazione su Israele non penserà più. Io sono ancora in macchina e ci penso, torno a casa, oltrepasso incroci e ci penso, arrivo, vado a letto, e ci penso, mi sveglio la mattina dopo e ci penso, passa una settimana e ve ne parlo. Per gli Ebrei, lo Stato di Israele non è un argomento di conversazione, e non è un argomento di conversazione neanche Il violinista sul tetto. Ogni volta si tratta di vivere o morire.

Il Tizio della Sera



E poiché sta scritto “E tu sceglierai la vita”, io scelgo la vita. Io scelgo Israele (mentre “loro” scelgono la morte …).

barbara


5 gennaio 2010

PER VEDER FINIRE L’ERA DEI RAPPORTI GOLDSTONE

Prendere il toro per le corna

di Noah Pollak

Dal 1948 al 1973 i nemici di Israele hanno combattuto conflitti che per lo più si attenevano alle dottrine di guerra tradizionali. Le guerre avevano una data di inizio e di fine, i soldati indossavano uniformi, gli eserciti combattevano per conto di stati sovrani. Ogni volta, tuttavia, risultarono sconfitti, spesso in modo umiliante.
Dopo la guerra di Yom Kippur del 1973, gli Stati Uniti cercarono di interrompere l'incessante conflitto stringendo un'alleanza che garantiva a Israele un consistente vantaggio militare rispetto a qualunque aggressione regionale. Gli arabi capirono l'antifona: Egitto e Giordania finirono col chiedere la pace, e gli altri nemici di Israele da allora non hanno più lanciato una guerra convenzionale.
Ma non per questo quei nemici hanno cessato di guerreggiare. Oggi Siria e Iran - il cosiddetto "blocco della resistenza" - persegue una diversa strategia che consiste nell’incrementare le risorse delle milizie terroristiche che attaccano Israele al posto loro. Nonostante le sconfitte tattiche subite sul campo di battaglia da gruppi come Hamas e Hezbollah, la strategia nel suo complesso funziona. Essa permette a Siria e Iran di prendersi il "merito", in Medio Oriente, come quelli che osteggiano Israele senza rischiare ritorsioni sul loro suolo; separa la conflittualità continua da ogni possibile rischio per i loro regimi, diminuendo in questo modo il deterrente a continuare la guerra; costringe in combattimenti in aree densamente abitate da popolazione civile, compromettendo la superiorità militare delle Forze di Difesa israeliane e assicurandosi una cospicua dose di danni civili di cui mass-media e Ong - due soggetti che oggi tendono sempre più a coincidere - danno tutta la colpa a Israele, e non ai gruppi terroristi che scatenano le guerre.
E poi, cosa forse più importante, la strategia della "resistenza" crea un'inversione morale: sia nella guerra in Libano che in quella nella striscia di Gaza, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica Israele è stato tramutato da aggredito che combatte per difendersi in aggressore che commette atrocità. Se il massimo obiettivo, in guerra, è sconfiggere le forze armate nemiche, bisogna dare atto a Siria e Iran d'aver messo in campo una strategia in grado di trasformare spesso la superiorità militare d'Israele in un handicap.
Oggi, molto tempo dopo che i combattimenti sono cessati, Israele è ancora fatto oggetto di una cinica campagna di vituperio internazionale per le ultime guerre combattute. Lamentarsi dei due pesi e due misure non serve: lo stato ebraico sarà sempre il bersaglio privilegiato di attivisti che sanno bene quanto sia più facile dare addosso a una società piccola, libera e autocritica - specie se abitata da cittadini che bramano l'approvazione del resto del mondo - piuttosto che battersi contro stati più forti o superpotenze. Il che è ancora più vero quando si può costringere Israele a combattere una guerra ogni pochi anni garantendo in questo modo ai suoi denigratori un costante rifornimento di "prove" della sua criminale cattiveria.
La nuova strategia di combattere per interposti gruppi terroristi, dotati della forza e del perfezionamento di eserciti regolari senza però i limiti e le responsabilità di quelli, sta dando frutti. L'obiettivo non è quello di sconfiggere Israele sul campo di battaglia, ma di condurre una guerra di usura che eroda la sua fiducia in se stesso, che ne metta in discussione la limpidezza morale, che lo trasformi in un paria tra i popoli democratici.
E tuttavia il successo di questo modello di guerra dipende da un fattore importante: dal fatto che Israele accetti di combattere sul terreno imposto da Siria e Iran. Molti sostengono che Israele ha ristabilito la sua deterrenza rispetto a Hamas e Hezbollah. Può darsi, ma è solo temporanea: lo testimoniano i missili, le granate e le munizioni da mortaio sulla nave Francop. Di più, Israele esercita la sua deterrenza solo sui quadri inferiori della gerarchia dei gruppi terroristi, che sono in grado di rinnovare i loro ranghi e le loro risorse molto più facilmente di quanto non faccia un regime statale. È difficile credere che negli anni a venire non vi sarà un altro conflitto con Hezbollah, che innescherà il solito ciclo di eventi perfettamente prevedibile: vittime civili in Libano, condanna di Israele, indagini farsa di Onu e Ong, peggioramento del senso di isolamento d'Israele, che renderà ancora più difficile arrivare alla pace.
Ma la situazione potrebbe essere ribaltata spostando l'obiettivo della controffensiva sugli stati che sponsorizzano Hamas e Hezbollah. Carl Von Clausewitz sosteneva che "una delle valutazioni più importanti" consiste nell'individuare "il centro di gravità delle forze nemiche", per attaccare lì dove l'attacco avrà più effetto. Combattendo a Gaza e in Libano, Israele attacca la periferia del nemico, non il suo centro di gravità, e le sue vittorie saranno sempre temporanee. Private, invece, di stato-padrino, Hamas e Hezbollah sarebbero ridotti all'ombra di se stessi: perderebbero gran parte delle loro armi, dei soldi, dell'addestramento, del supporto ideologico che li rende attori tanto potenti.
I modi per esercitare pressione contro il centro di gravità non devono necessariamente conformarsi ai metodi tradizionali: nulla esclude di contrastare l'asimmetria con l'asimmetria, o di perseguire nuove iniziative economiche e diplomatiche. Ma una cosa è certa: se Israele vuole veder finire l'era dei rapporti Goldstone e delle navi cariche di missili, deve spostare il mirino sulla sorgente del problema. La deterrenza non funzionerà mai se non includerà l'intero spettro dei nemici. (Jerusalem Post, 23 novembre 2009 - da israele.net).

Non per darmi arie, ma io questa cosa è da una vita che glielo dico, a Israele; il guaio è che Israele non mi ascolta. Ma se un giorno si decidesse ad ascoltarmi ...
Nel frattempo vediamo di recuperare qualche cartolina arretrata: uno, due, tre, quattro, cinque, sei.


barbara


5 novembre 2009

UNO SPIRAGLIO DI LUCE IN PROVINCIA

Schönberg in Israele: «Siamo sotto i razzi»
L’assessore sta visitando la città di Sderot. Riunioni di giunta nel bunker



BOLZANO—L'assessore bolzanino
alla cultura Primo Schönsberg si trova in questi giorni in Israele, per un viag­gio privato, volto ad approfondire la conoscenza di quel Paese. Si tratta di un viaggio organizzato dall'Associa­zione Amici di Israele, che ha in pro­gramma anche diversi incontri con le autorità locali. Ieri Schönsberg si tro­vava a Sderot, una città nel distretto sud di Israele, distante appena un chi­lometro dalla Striscia di Gaza.
La città è stata, nel recente passato, un continuo bersaglio di attacchi di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza. Nel marzo 2008, la popolazione era scesa del 10% e molte famiglie avevano abbandonato la zona per dispera­zione. Basti pensare che dalla metà di giugno 2007 a metà febbraio 2008, contro Sderot e il Negev occidentale sono stati sparati razzi con una media di tre o quattro al giorno. «Abbiamo terminato ora un incontro con la giun­ta muncipale - fa sapere Schönsberg - di questa cittadina di 13 mila abi­tanti più 10 mila ex coloni sfollati da Sharon dalla striscia di Gaza. Per ragio­ni di sicurezza l'incontro si è svolto in un bunker a due piani ricavato sotto il municipio perché, nonostante la stam­pa internazionale non ne parli quasi più dopo l'operazione "Piombo fuso” i razzi Qassam continuano a cadere su case e luoghi di lavoro israeliani. Tra quello che si vede in tv e la realtà - commenta Primo Schönsberg - c'è purtroppo una bella differenza».
Un altro politico bolzanino da sem­pre sensibile alla questione mediorien­tale è il radicale Achille Chilomento. Nel novembre di due anni fa Chiomento, assieme ad altri due altoatesini, fu costretto a rifugiarsi in un bunker per un attacco missilistico proprio sul confine di Gaza. I tre altoatesini face­vano parte di una vasta delegazione italiana dell'associazione filo-israelia­na Keren Hayesod. (Corriere del Trentino Alto Adige)

Qualcuno, nel frattempo, continua a chiedersi cosa diavolo ci stiano a fare i sionisti nel mare davanti a Gaza, e siccome siamo di una bontà smisurata gli vogliamo fornire un’adeguata risposta. Qui, invece potrete ammirare l’ineffabile giudice Goldstone in una delle sue migliori interpretazioni mentre qui trovate il solito incommensurabile Ugo Volli.


barbara


17 ottobre 2009

C’È QUALCUNO CHE LO SA?

Ma perché per farmi andare bene un esame, o un colloquio di lavoro, o un incontro importante, bisogna che il lupo crepi? Cosa diavolo ha fatto di male il poveraccio? (lui nel frattempo si domanda perché diavolo dovremmo buttare l’intero ebraismo mondiale tra le fameliche fauci di Hamas, solo per far contento il triste e tristo Occidente autòfobo)



barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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