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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


12 settembre 2009

VERSO SUD GUARDANDO A NORD

Fuggire da Kishinev, riparare in Argentina, mettere al mondo un figlio e quasi subito dover scappare di nuovo, per sfuggire all’antisemitismo del peronismo filonazista. Riparare negli Stati Uniti e da lì fuggire nuovamente per scampare, comunisti, alla caccia alle streghe del maccartismo. Trovare rifugio in Cile, cercare, in questo doppio, triplo, quadruplo esilio, una propria identità sempre in bilico fra lingua inglese e lingua spagnola, fra un ebraismo non vissuto e tuttavia sentito e un ambiente, che è il proprio, all’ebraismo del tutto estraneo. E infine, unico fra i bersagli designati, sopravvivere per puro caso, per un errore, per una casuale sostituzione, per un tratto di penna tracciato da chissà chi, al drammatico golpe di Pinochet. Assistere da testimone impotente alla distruzione di un intero mondo, all’annientamento della giustizia, della legge, della dignità umana, alla morte di chi era caro – e ancora una fuga, ancora un esilio, ancora uno straniamento, ancora un giro di spirale in questo cerchio che chissà se mai si chiuderà …

                                                     

Da leggere perché è un libro bellissimo. Da leggere per ricordare una tragedia che non abbiamo il diritto di dimenticare, perché troppe persone ancora la stanno vivendo, dolorosamente, sulla propria pelle. Da leggere perché l’ebreo errante non è una pittoresca leggenda, ma una drammatica realtà.

Ariel Dorfman, Verso sud guardando a nord, Guanda



(E poi, decisamente in tema, lui)


barbara


25 giugno 2008

UN CAMPO DI FRAGOLE

I bambini sono crudeli, si sa: insultano, minacciano, terrorizzano, perseguitano, tagliano trecce, rompono ossa … Ma sarà davvero per crudeltà che fanno così? Quello che è certo è che tutto ciò che fanno è legato a quella notte, è da allora che hanno cominciato: prima no, prima la adoravano, era come la loro regina, fino a quella notte. Terribile davvero, ciò che è successo quella notte. Perché noi lo sappiamo bene, lo sappiamo fin dall’inizio che cosa è successo quella notte … o no? Lo sappiamo bene che è stata la mamma, che infatti è andata in prigione per questo, e sappiamo anche perché lo ha fatto … o no? Certo è che è una storia complicata quella di Loes, o Lucy, o Luce, bambina dislessica con una mamma strana e con due papà – ma saranno davvero due? - che forse è una vittima o forse no, forse innocente o forse no, una storia in cui la verità, come l’orizzonte, più avanziamo e più arretra, una storia con molte vittime e molti carnefici, solo che non sempre le vere vittime sono quelle che crediamo – e anche sull’identità dei carnefici, del resto, lo scorrere delle pagine potrebbe riservarci qualche sorpresa. Il fatto è che “A volte la vita va da una parte e noi dall’altra. Come gli estremi di una linea a zigzag. In fondo non c’è niente di più sensato da dire”. E a zigzag procede anche, inevitabilmente, la ricostruzione dei ricordi di quella notte, tra gli errori della memoria e l’inconscio tentativo di sfuggire alla verità. E chissà che anche sul campo di fragole non abbiano in fondo ragione gli uomini avvinazzati del bar di Angus …

Renate Dorrestein, Un campo di fragole, Guanda



barbara


1 marzo 2008

UN MATRIMONIO DA DILETTANTI

Come tutti i matrimoni, naturalmente: perché non ci sono corsi di laurea o dottorati di ricerca per poter affrontare il proprio matrimonio da specialisti, ed è quindi da dilettanti che lo si affronta. Poi, certo, c’è chi impara più in fretta, chi più lentamente, e c’è anche chi non impara per niente e rimane dilettante per tutta la vita, e quando le cose non vanno come si vorrebbe non resta che tentare di improvvisare.
Dura sessant’anni, questa storia di dilettanti – ai quali a volte capita anche di annoiarsi, ma al lettore no, perché una storia anche apparentemente banale, con personaggi apparentemente banali, nelle mani di una grande scrittrice (avete letto Per puro caso? Se non lo avete ancora fatto non perdete un solo momento e correte a rimediare) diventa una storia da leggere tutta di fila. Anche perché il vantaggio dei dilettanti è che, non essendo incanalati nei binari della specializzazione, si possono concedere il lusso di scarti improvvisi e inaspettati e prendere strade impensabili fino a un momento prima, garantendo così notevoli sorprese.
Un matrimonio da dilettanti è un libro interessante e gradevole, leggero quanto basta per distrarsi per un momento dalle tragedie che la cronaca quotidiana ci elargisce a piene mani e tuttavia mai banale né superficiale. E dunque leggetelo: non ve ne pentirete. (Pubblicato su LibMag)

Anne Tyler, Un matrimonio da dilettanti, Guanda



barbara


21 febbraio 2008

IL FRATELLASTRO

Quello che li frega, a certi libri, sono le citazioni in copertina. In questo, per esempio, leggiamo cose come «Il fratellastro è un interessante esempio di grande narrativa scandinava contemporanea; ed è insieme un libro profondo e intellettualmente ambizioso, un libro di indiscutibile valore internazionale.» THE GUARDIAN. Oppure «Un romanzo di formazione e allo stesso tempo un Ulisse di Oslo. Un libro che deve assolutamente essere letto.» THE DAILY TELEGRAPH. O ancora «Un romanzo che è quasi all’incrocio fra Il libro delle illusioni di Paul Auster e Le correzioni di Jonathan Franzen.» THE INDEPENDENT. O addirittura «Passerà molto tempo prima che, leggendo un altro libro, possiate scordare la voce di Christensen.» MORGENPOSTEN. Uno si legge questa ammucchiata di spazzatura e può pensare una cosa sola: che il libro è una boiata pazzesca, come dice il saggio. E lo rimette precipitosamente giù. Io, per fortuna, le citazioni di copertina le ho viste solo dopo. Per fortuna, perché a non leggerlo avrei perso davvero qualcosa. Perché questo non è un bel libro, e neanche un libro bello: questo è un Grande Libro. Come La variante di Lüneburg, come La versione di Barney, come Il manoscritto di Samarcanda, come La storia dell’amore. Grande. E fare a meno di leggerlo davvero non si può. Volete anche sapere che cosa c’è dentro? Ve lo dico subito: c’è la vita – ed è solo per pudore, credetemi, solo per pudore che mi astengo dallo scrivere Vita – e la morte, ovviamente, a volte apparente, a volte vera. E il circo. E un bottone lucido. E incidenti stradali e la scuola di ballo e un uomo perduto tra i ghiacci e un albero e uno stupro e un piccione morto e silenzi e una sedia a rotelle e un mulino a vento e Lauren Bacall e una stanza d’albergo e una ragazzina di nome Rakel portata via di notte e mai più tornata e una valigia piena di applausi e una scatola piena di risate e profumo di malaga e un taxi e un righello e Cliff Richard e la soffitta e una lettera e un neo e tante botte e il cinema e l’atroce sospetto che coglie il lettore quando viene raccontata la storia del dito e il prete e il dottore e una riga per terra e sangue e storie raccontate e storie da raccontare e grazie mille. E il fratellastro, naturalmente. Che chissà se sarà davvero un fratellastro, poi. (Pubblicato in LibMagazine)

Lars Saabye Christensen, Il fratellastro, Guanda



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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