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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 gennaio 2011

PICCOLO SFOGO PERSONALE

Con Sigrid Sohn, prima di questo gioiellino, avevo lavorato undici anni fa alla traduzione di un altro gioiello della letteratura yiddish, un romanzo meraviglioso, un capolavoro assoluto. Era stato il nostro primo lavoro insieme e ci avevamo lavorato con una passione immensa. L’avevamo tradotto, rivisto, corretto, revisionato, limato, e ancora rivisto, spremendoci le meningi anche fino alle tre di notte per trovare un aggettivo, un verbo... La cosa di cui ero più orgogliosa erano le poesie: ce ne sono tantissime nel testo, e per ognuna avevo scelto un metro adatto al tipo di contenuto, rispettando rigorosamente rima e ritmo senza tradire di un filo il testo.
La prima casa editrice a cui lo avevamo proposto era stata la Giuntina, naturalmente. Ci è stato risposto che la letteratura yiddish non tira, non interessa, non ha mercato. Abbiamo provato, infaticabilmente, in tutti questi anni, a bussare a tutte le porte: Mondadori, Einaudi, Belforte, Lindau, Adelphi... Sempre, tranne che con Belforte, inviando il cartaceo perché, incredibilmente, è solo così che gli editori leggono. Stampa a spese nostre, spedizione a spese nostre. Sempre ricevendone la stessa risposta: la letteratura yiddish non tira, non interessa, non ha mercato.
Adesso la Giuntina ha pubblicato quel romanzo. Non la nostra traduzione: quella di qualcun altro. La prosa non è male, mi è stato detto da chi lo ha visto, ma le poesie sono lontane anni luce dalle mie.
Comunico ufficialmente quanto segue:
a) d’ora in poi boicotterò selvaggiamente la Giuntina;
b) sto cercando una pannocchia da Guinness dei primati per spaccare il culo al signore e padrone della Giuntina.

P.S.: se qualcuno fosse interessato a leggere il suddetto capolavoro, basta che me lo chieda, e spedisco per email la nostra traduzione, così risparmiate un po’ di soldi.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 18/1/2011 alle 22:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


9 giugno 2010

TEMPESTA TRA LE PALME

«Perché voi non avete paura?» [...]
«Nuri, sai quanti anni ho?».

«Siete vicino ai settanta».
Il nonno si lisciò i baffoni con le mani pelose.
«Ecco il tuo errore, saputello. Io ne ho duemila».
Il viso di Nuri si fece triste: «Nonno, vi ho fatto una domanda seria».
«E io ti ho dato una risposta seria. Per questo tu hai paura e io non temo nulla. Non sto parlando della paura delle ruote di una macchina che ti investono o del coltello di un ladro. Ti sto parlando di quell'altra paura che ti preoccupa, la paura dell'annientamento. Io ho duemila anni. Sai quante volte stavano per uccidermi e quante volte hanno tramato per sopprimermi da quando ho lasciato le rovine di Geru­salemme?».
«Molte volte!» gridò Salman trionfante.
«Capisci, Nuri? Mi hanno fiaccato in Egitto e ora qui
vogliono finirmi. Mi hanno massacrato a Gerusalemme, di­cevano che mi avrebbero annientato in Babilonia e in Per­sia, in Spagna e in tutta l'Europa. Per secoli hanno sparso il mio sangue. Proprio in questo momento Hitler mi sta dilaniando le carni. Centinaia di volte mi hanno ucciso e ciononostante me ne sto seduto qui a godermi questa gu­stosa bamyah. Capisci?».
Nuri annuì.
Il nonno proseguì: «Possono uccidere Nuri in qualun­que momento, ma l'ebreo che c'è in te e che loro vogliono annientare continuerà a vivere per sempre. Per sempre».

C’era una volta Baghdad. E c’erano i quartieri di Baghdad. E c’era il cielo di Baghdad. E c’erano le palme di Baghdad. E c’era la gente di Baghdad. E c’erano gli ebrei di Baghdad.



Oggi Baghdad c’è ancora. E i quartieri di Baghdad ci sono ancora. E il cielo di Baghdad c’è ancora. E le palme di Baghdad ci sono ancora. E la gente di Baghdad c’è ancora. Gli ebrei di Baghdad invece no, quelli non ci sono più: in parte massacrati, in parte fuggiti.
Questo che vi sto presentando è un romanzo, ma scritto – e si sente – da uno che il pogrom Farhud lo ha visto con i propri occhi, e vissuto sulla propria pelle, e tutto l’orrore provato rivive in queste pagine. Orrore, e terrore, e dolore immenso. E tuttavia non disperazione, perché, sì, aveva ragione il nonno: di ebrei ne hanno sterminati tanti, ma “l’ebreo” continua a vivere. E per sempre continuerà.

Sami Michael, Tempesta tra le palme, Giuntina



barbara


6 gennaio 2010

L’ANGOSCIA DEL RE SALOMONE

Come si recensisce un capolavoro? Quali parole si usano per parlare di un capolavoro? Non sono sicura di saperlo e quindi farò quello che posso, butterò là un po’ di parole, quelle che so, quelle che posso, e voi cercate di contentarvene. E vi dirò dunque che è ricco di cose, questo libro, e di persone e di fatti e di parole, naturalmente, ci mancherebbe che un romanzo non fosse ricco di parole! E ci troverete i telefoni, perché è intorno a quelli che gira tutto, e il taxi, che fa girare ciò che dai telefoni prende avvio, e vecchi e giovani e fiori e opere di bene e opere di male e vecchie canzoni e sei milioni di ebrei e sesso strano e sesso normale e gente che sa tutto e gente che non sa niente e antichi amori ed eterni rancori e stoffe fatte per durare cinquant’anni e ricordi e progetti e viaggi e cartoline e francobolli e appuntamenti onorati settant’anni dopo e una cantina sugli Champs Élysées e la vita e la morte e poi vocabolari, tanti tanti vocabolari per sapere sempre la parola giusta perché se non chiami le cose col loro nome esatto la vita ti fotte, e ci mancherebbe che fossimo scampati all’olocausto per farci poi fottere dalla routine! Grazie, mille volte grazie a Romain Gary, alias Romain Kacew, alias Émile Ajar, alias Fosco Sinibaldi, alias Shatan Bogat per avere scritto questo capolavoro, e grazie ad “amica” per avermelo regalato.

Romain Gary, L’angoscia del re Salomone, Giuntina



barbara


20 novembre 2007

IL NOME DEL PADRE

Grande! - e non è forse il più professionale degli incipit per una recensione, ma è sicuramente il più adatto. C'è davvero di tutto in questo libro, un po' romanzo corale, un po' autobiografia, un po' collage di bollettini comunali, bollettini della comunità ebraica, cronache locali e internazionali: c'è l'ebreo pazzo che durante le funzioni religiose va davanti alla chiesa a lanciare oscure profezie degne di Geremia, l'ebreo che deruba il proprio fratello lasciandolo nelle peste, l'ebreo che mette incinta una buona cristiana e poi scappa e mette su un bordello - e nessuno di questi, tuttavia, è presentato in modo tale da suscitare disprezzo. E c'è il mezzo ebreo che, forse a scopo scaramantico, viene battezzato col nome di Jesùs - e poi al Bar mitzvà fa un po' di confusione, si inginocchia per terra e attacca a recitare devotamente il Padrenostro. E la vecchia bigotta e bisbetica, che si trasforma nella più amorevole delle levatrici per far nascere il figlio della colpa. E ci sono sogni e deliri, pogrom e concerti, l'invasione dell'Unione Sovietica e sfilate di carnevale, saggezza e magia, santità e corruzione, calcoli fantastici su come una delle tribù perdute di Israele potrebbe essere arrivata in Sudamerica, tutto mescolato insieme eppure mai confuso. E c'è perfino - udite udite! - un film sulla passione di Cristo che mostra chiaramente quanto Gesù abbia sofferto per colpa di quei maledetti ebrei. Un'opera veramente magistrale, da leggere a rotta di collo - salvo poi pentirsi di averlo finito così in fretta.

Isaac Goldemberg, Il nome del padre, Giuntina



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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