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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


14 novembre 2011

ITALIA SUDTIROLO: DUE POPOLI DUE STATI

di Giorgio Israel

L’Austria è ormai da tempo in totale sfacelo politico e preda di fazioni armate in conflitto tra di loro, ma unite da un solo obbiettivo: rivendicare il Sudtirolo, abusivamente occupato 
dall’Italia. Per conseguire questo obbiettivo esse chiedono la distruzione totale dell’entità statale razzista italiota. Nel corso di un anno, dopo che l’Italia ha ceduto alcune zone di confine, sono piovuti più di mille missili tra Rovereto e Trento (alcuni hanno raggiunto Verona) e alcuni militari italiani sono stati uccisi o rapiti. Nel frattempo, il braccio militare di un partito al potere in Croazia, in solidarietà con le fazioni austriache ha rapito anch’esso alcuni militari e ha scatenato un lancio di razzi katiusha su Trieste.
Il governo italiano ha perso la pazienza e ha posto in atto una dura risposta militare. Con l’eccezione dei soliti imperialisti americani, tale risposta è stata generalmente deprecata. Il ministro degli esteri francese, noto per il suo costante sforzo di essere amico di tutti, ha deplorato il rapimento dei soldati, glissando sui lanci missilistici, e ha condannato la risposta italiana come “sproporzionata” e capace soltanto di suscitare altro odio anti-italiano. Negli ambienti italiani, o nei pochi ambienti vicini all’Italia, si manifesta sorpresa, in quanto il ministro aveva dichiarato di essere un fervente un amico dell’Italia e, a proposito di alcune sue precedenti dichiarazioni che erano apparse duramente critiche (aveva parlato dell’Italia come di uno stato terrorista), aveva commentato con humour di essere tutt’al più un “amico che 
sbaglia”. A proposito di tale dichiarazione, alcuni commentatori hanno riportato all’attenzione una domanda rimasta in sospeso, e cioè se il ministro andasse considerato come un pentito o un irriducibile. Qualche scalmanato ha chiesto perché non ci si chiedesse quanto odio provocasse nella popolazione italiana il lancio di missili sulla popolazione civile, i rapimenti e gli attentati; ma è stato prontamente zittito. Altri commentatori hanno saggiamente rilevato che era meglio accontentarsi della condanna del ministro, perché alcuni partiti della coalizione di governo francese avevano espresso una condanna nei confronti dell’entità italiota ben 
altrimenti dura. Si è notato che alcuni gruppi (per ora disarmati) di militanti di questi partiti, o di simpatizzanti, hanno accusato lo stato razzista italiota di comportarsi come i nazisti hitleriani e hanno osservato che il mondo non può subire il fatto che la “razza italiota mieta morte” soltanto perché è protetta dai criminali di Washington e che è giunto il momento di boicottare e stroncare i razzisti di Viterbo. Si noti, al riguardo, che Roma non è riconosciuta come capitale dell’Italia, ed è rivendicata dai discendenti di coloro che la occuparono dopo il crollo dell’Impero Romano.
Il governo di Viterbo ha pertanto deciso di affidarsi alle cure del ministro degli esteri francese, ed ha promesso che nel futuro non sparerà più di una cannonata per ogni trecento missili e non muoverà un dito se la quota di rapimenti si manterrà entro i dieci l’anno. Tale proporzione è stata comunque ritenuta sproporzionata e il detto ministro ha promesso di operare affinché il G8 indichi una soglia di reazione equa al disotto della quale lo stato terrorista italiota non correrà il rischio di essere condannato dal Consiglio di Sicurezza. S’intende che una siffatta garanzia non pregiudica tutte le legittime rivendicazioni a risarcimento dell’operato criminale 
dello stato italiota che discende dalla sua natura razzista e dall’errore strutturale consistente nel fatto stesso di essere nato.
Nel frattempo, il governo di Viterbo, per dar prova di buona volontà, ha deciso di accedere alla richiesta della madre di un noto calciatore di origini austro-croate di ricevere su un piatto 
d’argento i testicoli del calciatore italiota Cuscini.

Non è recente, questo articolo, come si può chiaramente capire dalle ultime frasi. Non è recente ma, purtroppo, sempre drammaticamente attuale.


 

barbara


15 dicembre 2009

QUANTO TEMPO

Quanto tempo dovrà passare perché tutto questo diventi storia e susciti la stessa emozione delle guerre puniche?
Quanto tempo dovrà passare perché Schindler’s list diventi un film con troppa fantasia?
Quanto tempo dovrà passare perché chi è stato martoriato nella carne e nell’anima possa tornare a sorridere?
Quanto tempo dovrà passare perché un treno evochi solo viaggi e vacanze e un camino dolce calore e intimità domestica?
Quanto tempo dovrà passare perché ospitare un ebreo sia un gesto d’amicizia e non un atto eroico?
Quanto tempo dovrà passare perché un ebreo, per essere certo di tornare a casa intero, non debba nascondere la kippà?
Quanto tempo dovrà passare perché un Ilan Halimi possa morire di vecchiaia nel suo letto?
Quanto tempo dovrà passare perché lo stato degli ebrei cessi di essere l’ebreo degli stati?
Quanto tempo dovrà passare perché la giornata della memoria, se ancora ci fosse bisogno di averne una, cessi di essere l’alibi per i più sordidi sentimenti e i più infami propositi?
Quanto tempo dovrà passare perché le tonnellate di cenere umana di cui è impregnata la terra d’Europa si dissolvano e cessino di imputridire l’aria che respiriamo?

Non lo so, quanto tempo dovrà passare, ma fino a quando non sarà passato io continuerò a ricordare. Io continuerò a testimoniare. Io continuerò a far sentire alta la mia voce. Perché troppi non lo possono più fare. E troppi altri non lo hanno mai voluto fare.
(Anche lui e lui, per fortuna, continuano a far sentire alta la loro voce)



barbara


12 novembre 2009

L’EBREO ISRAEL, L’EBREA NIRENSTEIN

Era stato in un blog notoriamente antisemita che era uscita quella brutta storiaccia in cui era stato additato come “puparo” delle decisioni del ministero della Pubblica Istruzione “l’ebreo Giorgio Israel”. E che un antisemita dica cose antisemite è indubbiamente cosa che può provocare preoccupazione, indignazione, rabbia, sdegno, ma non certo stupore. Ma che dire quando nelle pagine del primo quotidiano italiano un Maurizio Caprara, nel riferirci le reazioni alla candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri nella Ue, ritiene di dover scrivere Fiamma Nirenstein, deputata del «Popolo della libertà» di religione ebraica? Che dire quando lo stesso Giornalista una riga più in là nel riferire sulla posizione, identica a quella di Fiamma Nirenstein, di Margherita Boniver, evidentemente non ebrea, non ritiene necessario precisarne l’appartenenza?
A quando un bel Manifesto in cui finalmente ci si decida a prendere atto, con tutti i crismi della Scienza, che le razze esistono e che fra esse ve ne sono di superiori e di inferiori? A quando un bel Manifesto che permetta anche a noi, che pure poc’anzi non esitavamo a proclamare che Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, fatte da gente che ignorava la scrittura quando Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto (Bari, 6 settembre 1933), di dichiararci francamente razzisti?

(Nel frattempo, in mancanza di meglio, cerchiamo almeno di imitare la saggia Norvegia, come ci insegna lui)

barbara


8 giugno 2009

OBAMA: ANCORA UN COMMENTO

"Così Obama ha svelato la sua visione del mondo alla rovescia" (Giorgio Israel, Il Foglio)

Dopo aver letto il discorso del presidente americano Barack Obama sorge la domanda: “E’ un discorso sincero?”. La risposta è: “Sì, è certamente sincero, molto sincero”. Altrimenti non potrebbe spiegarsi la sequela di dichiarazioni partigiane, di castronerie storiche, di gaffe di cui è disseminato. Emerge l’immagine di un uomo che adora l’islam, che non capisce la civiltà occidentale, che ama l’America soltanto nella misura in cui, oggi, decida di recidere le radici che la legano a quella civiltà, che non capisce e non ama Israele (come aveva avvertito lo storico Benny Morris). In definitiva, l’immagine di un relativista multiculturale radicale. Obama ha intessuto il suo discorso di un incontinente panegirico della storia gloriosa dell’islam. Ha presentato l’islam come la luce della conoscenza che avrebbe aperto la strada al Rinascimento e all’Illuminismo. Ha riscritto la storia in modo propagandistico dimenticando che – come scrisse Alexandre Koyré – la “fioritura della civiltà arabo-islamica fu di corta durata” e “il mondo arabo, dopo aver trasmesso all’occidente latino l’eredità classica che aveva raccolta, l’ha persa e persino ripudiata”, per “l’influsso di una reazione violenta dell’ortodossia islamica che rimproverava alla filosofia la sua attitudine antireligiosa, e per l’effetto devastatore delle ondate di invasioni barbare, turche, mongole che hanno distrutto la civiltà araba e hanno trasformato l’islam in una religione fanatica e ferocemente ostile alla filosofia”. Certo, non si poteva parlare così, perché Obama è un politico e non un professore di storia, ma si poteva evitare di dire cose ridicole: per esempio che l’islam ci ha dato la stampa – quale colossale gaffe nei confronti dei cinesi! – o che ci ha dato la comprensione delle malattie, come se la Scuola salernitana non fosse stata una sintesi di cultura medica greca, latina, araba, ebraica e cristiana e come se la rivoluzione che ci ha dato la medicina scientifica contemporanea (quella che domina negli Stati Uniti!) non fosse stata forgiata nell’Europa dell’Ottocento. Agiografia dell’islam: soltanto parodia? Questa agiografia incontinente non fa una piega: presenta una storia di cultura, di tolleranza, di rispetto dei diritti umani senza ombre, soltanto turbata oggi dalla minoranza “potente” ma ristretta dei fanatici di al Qaida. Una simile parodia potrebbe essere perdonata in nome dell’opportunità politica se non fosse che il presidente Obama non manifesta passioni neppure lontanamente paragonabili per il resto del mondo e della storia. Egli si dichiara cristiano ma mai rivendica il valore che ha per lui tale appartenenza. L’unico riferimento storico al cristianesimo allude allo spirito di tolleranza dell’islam nella Spagna medioevale “durante l’Inquisizione”, come se le grandi scuole di traduzione dei classici non fossero fiorite sotto i re cristiani. Quanto alla biografia personale, gli unici accenti commossi sono per l’infanzia trascorsa in Indonesia, il ricordo dell’invocazione dell’azaan e della tolleranza con cui erano trattati i cristiani. Tuttavia, esistono storie ben diverse dell’Indonesia, come quella di “Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’islam” del premio Nobel V. S. Naipaul in cui si narra di una società brutalmente distrutta dal potere della teocrazia islamica. Sono testimonianze di cui bisognerebbe tenere conto anche se vengono dalla cultura indiana. Ma nel discorso di Obama questioni epocali che riguardano il destino del mondo appaiono affidate a un dialogo a due, tra America e islam: scompaiono più di due miliardi di persone tra indiani e cinesi, mezzo miliardo di europei, per non dire del resto. L’interlocutore dell’islam è l’America, non l’occidente. Non una menzione delle radici della civiltà americana: religiosità giudaico-cristiana e Illuminismo razionalità e democrazia. Tutte cose che vengono dalla civiltà europea e che univano fraternamente gli illuministi francesi e la nascente democrazia americana, quando i salotti parigini accoglievano come un eroe Benjamin Franklin e Thomas Jefferson si formava alla cultura politica degli Idéologues. Niente: la cultura europea e la civiltà occidentale non esistono, come se l’America fosse una proles sine matre creata. Anzi, qualche accenno c’è: al colonialismo, al razzismo, alla tratta degli schiavi, insomma soltanto alle colpe dell’occidente, di cui è stato vittima il mondo islamico. Si arriva al punto che i fanatici estremisti di al Qaida con l’attentato alle Torri gemelle avrebbero strumentalizzato i risentimenti creati da queste colpe oltre che dai cambiamenti prodotti dalla modernità che “hanno indotto molti musulmani a considerare l’occidente come ostile alle tradizioni dell’islam”. Sembra di sentir parlare un Al Ghazali moderno. L’America no, è un’altra cosa. L’America si spiega in fondo col fatto di aver eletto un presidente dal nome Barack Hussein Obama. Un fatto non isolato, egli spiega, perché questa è l’America di oggi: il paese che ha vinto colonialismo e razzismo e integra perfettamente un mosaico di diversità. Questa retorica multiculturalista non è attraversata dall’ombra di un dubbio circa l’ingestibilità di un modello che rischia di portare alla crisi del tanto vantato melting pot. E’ il modello di una società che accetta ogni aspetto delle diversità, che punisce chi non lascia vestire le donne musulmane come vogliono e vuole permettere comportamenti in conflitto con le norme classiche della democrazia occidentale. Qui siamo ormai fuori dei paradigmi illuministici della democrazia americana: l’adesione ai principi di libertà, uguaglianza, parità fra uomo e donna, i principi morali diventano un’opzione, una scelta su un piede di parità con altre idee diverse se non opposte. Certo, Obama patrocina il valore universale dei principi dei diritti dell’uomo ma con questo tono: “Credetemi, è meglio. Non ho intenzione di imporvi nulla e anzi rispetto le vostre scelte diverse, ma se fate come dico io sarà meglio per tutti”. Obama vanta le 1.200 moschee esistenti negli Stati Uniti ma non chiede nulla in cambio. Anzi presenta in maniera ridicola come campione di dialogo interreligioso il re di un paese, l’Arabia saudita, in cui il possesso del Vangelo porta in galera. Obama è allievo di quell’Edward Said che, nel suo “Umanesimo e critica democratica”, derideva la cultura umanistica americana classica, innamorata di Platone, Aristotele, Dante e Shakespeare, ed esaltava l’opera di distruzione che l’aveva sostituita con un “umanesimo” multiculturalista. Infine, come Edward Said, Obama non ama Israele, e – dopo le dichiarazioni di principio e l’apprezzabile condanna dell’antisemitismo e dei propositi di distruzione – gli riserva due colpi micidiali. Il primo consiste nel giustificare il diritto di Israele ad avere una patria soltanto con le persecuzioni antisemite. E’ l’argomento che usano gli avversari di Israele per dire: “Voi occidentali avete creato il problema, ora sbrigatevela voi”. Obama porta acqua al mulino di queste tesi, parlando di “displacement brought by Israel’s founding”, come se questo spostamento non fosse stato voluto dagli stati arabi che, rifiutando le risoluzioni delle Nazioni Unite, invitarono gli arabi – allora il termine “palestinesi” era inesistente – ad andarsene per rendere più facile la distruzione della neonata nazione. Barack Obama ha parlato soltanto del diritto dei palestinesi a una “homeland” di cui sono stati privati. Non ha detto una parola di altri diritti, come quello di centinaia di migliaia di ebrei “displaced” in modo feroce da tanti paesi arabi. I palestinesi e l’esempio personale Ma non basta. Incitando i palestinesi ad abbandonare la violenza ha evocato l’esempio dei negri americani che per secoli hanno sopportato la frusta come schiavi e l’umiliazione della segregazione e hanno ottenuto l’emancipazione per via pacifica, nonché l’esempio del Sudafrica, dell’Asia del sud, dell’Europa dell’est e dell’Indonesia. Insomma, Israele è paragonato a un regime schiavistico, a uno stato dell’apartheid, a un regime comunista. Conosciamo bene la matrice di questi confronti. E – secondo uno stereotipo collaudato – mentre rende questo pessimo servizio agli ebrei vivi, il presidente americano si reca a Buchenwald per commemorare gli ebrei morti. Tanto si tratta di deplorare le colpe dell’occidente… Questa è la situazione di fronte a cui ci troviamo: il relativismo multiculturale al potere negli Stati Uniti – un relativismo multiculturale che, come sempre, non è equanime, ma è schierato dall’altra parte, in questo caso quella che sta nel cuore del presidente. Quali processi incompresi o sottovalutati abbiano portato a questo esito è quel che occorrerà capire a fondo.



E poi, già che ci sei, vai a leggerti anche questo e questo e questo, che male non ti farà.

barbara


9 febbraio 2009

MONTATURE E DOPPIA MORALE NEL DOPO GAZA

da l'unione informa, 8.2.09

A poco a poco la storia delle terribili stragi compiute dagli israeliani a Gaza si sta sgonfiando come una vescica bucata, come è accaduto in casi analoghi nel passato. Intanto, tutte le stime sul numero dei morti e, in particolare della sua composizione (bambini, donne, ecc.) ballano come una tombola impazzita.
Poi lo scandalo più deprecato, l'attacco deliberato all'agenzia dell'ONU, si è rivelato una montatura: non c'è stato nessun bombardamento ma tre colpi sparati in una strada vicina nel corso di uno scontro con i "miliziani" di Hamas. D'altra parte, sappiamo che roba inqualificabile sia l'Unrwa: l'unica agenzia di profughi al mondo che ne fa crescere continuamente il numero e in modo esponenziale, in realtà un'agenzia di propaganda e agitazione, per non dir altro.
Poi, si moltiplicano le testimonianze di gazani che denunciano di essere stati abusati come scudi umani. Fino a che riescono a parlare, visto che sono iniziati gli assassini dei "traditori". Infine è sotto gli occhi di tutti la moralità dei "combattenti" che rubano come volgari pirati i beni di prima necessità destinati alla popolazione civile e si fanno beccare con valigette piene di denaro.
Sarebbe opportuno leggere queste notizie con lo stesso rilievo con cui sono state urlate le condanne dell'intervento israeliano. Ma figurarsi... Piacerebbe anche vedere certi signori - inclusi certi ebrei "democratici" - che si sono accodati alle manifestazioni contro il "genocidio" di Gaza, lasciare che il loro volto si copra di vergogna. Ma chi usa il sistema della doppia morale non ha neanche l'idea di che cosa significhi la parola "vergogna".

Giorgio Israel, storico della scienza

Continua invece implacabile e imperterrito lo stupro dei cervelli dei bambini perpetrato dalle autorità palestinesi, come possiamo vedere qui (grazie a lui per la segnalazione). A vedere questi esseri sedicenti umani in azione viene davvero una gran voglia di sospettare che il loro obiettivo primario, prima ancora della distruzione di Israele, sia quello della distruzione dei propri bambini. (E poi già che ci sei vai a vedere anche questo)

barbara


4 maggio 2008

CHI SONO I NEMICI DELLA SCIENZA?

Difficile enumerarli tutti, i nemici della scienza – ma anche della storia, della geografia, della letteratura, in una parola: della cultura – tanto sono numerosi. Giorgio Israel lo fa, però, con pazienza, con cura, con grande competenza, ed è per questo che è importante leggerlo. Qualcuno, comunque, lo vogliamo dire: la scuola, tanto per cominciare. Sorpresi? Se con la scuola non avete nulla a che fare, forse lo sarete, ma se ci vivete dentro allora no, di sicuro non proverete alcuna sorpresa. La scuola che un bel giorno ha deciso di voler essere innovativa, la scuola che ha deciso che l’insegnante non deve insegnare ma solo dare input, la scuola che ha deciso che l’alunno deve cercare e trovare da solo la propria via e il proprio sapere, la scuola che ha deciso di non dare più conoscenza ma solo “competenze”, ha ucciso la scienza, e la cultura in generale, e l’insegnamento, anche. E poi una gran massa di pseudo-scienziati, di sedicenti scienziati, di pretesi scienziati, che hanno ridotto la scienza a barzelletta. E certe ideologie politiche. E certo giornalismo con velleità di divulgazione. E l’università. E … si potrebbe continuare a lungo, ma non ne vale la pena: meglio, molto meglio leggere il libro di Giorgio Israel. Il quale, come ogni scienziato e come ogni tecnico degni di questo nome, scrive in un italiano impeccabile per correttezza grammaticale, per limpidezza sintattica, per ricchezza e precisione lessicale, per eleganza stilistica. A differenza dei troppi innovatori e riformatori e rivoluzionatori che infestano le nostre scuole e i nostri giornali. E in chiusura del libro – che nessuno si immagini che si tratti solo di chiacchiere o di esagerazioni – una nutrita serie di documenti di “malascienza”, autentico campionario di ineffabili sciocchezze e colossali bufale spacciate per sensazionali scoperte e verità documentate. Che fare, dunque, per tentare di salvare la scienza? Leggere il libro, innanzi tutto, per documentarsi, e poi rimboccarsi le maniche per invertire la rotta. Il più presto possibile, prima che sia troppo tardi.
(Poi un giorno, forse, magari, chissà, verrà pubblicato anche su LibMagazine) (E abbiate pazienza, cari amici di LibMag se questa volta non aspetto che me lo pubblichiate voi per farvi pubblicità, ma io l’ho inviato quattro giorni fa, avvertendo che ero in partenza. E fa qualche ora parto, infatti)

Giorgio Israel, Chi sono i nemici della scienza?, Lindau



barbara


21 agosto 2007

VECCHIO FÜHRER NUOVI FURORI

Giorgio Israel ha una caratteristica piuttosto rara: ci ho litigato una volta sola. Anzi, a voler essere precisi, è stato lui a litigare con me, cosa ancora più rara perché normalmente quella che attacca a testa bassa come un toro scatenato sono io. Questo per dire che Israel è uno con cui mi trovo d’accordo, per lo meno nelle cose che riguardano Israele – in altri campi capita che esprima opinioni che non condivido, ma siccome sono di una generosità a dir poco sconfinata, glielo lascio fare senza piantar su casini. Ecco. Ed è per questo che vi propongo questo vecchio articolo ritrovato ramazzando un po’ negli archivi. È piuttosto lungo, ma Israel scrive bene e quindi si legge senza problemi. Ho evidenziato alcune parti, che ritengo particolarmente importanti. Buona lettura.


Distruggendo Israele, il poligono islamista vorrebbe risolvere la “questione ebraica” lasciata a metà da Hitler

In un discorso tenuto al Reichstag il 30 gennaio 1939, Adolf Hitler proclamò di voler essere ancora una volta profeta: «se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse riuscire, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma, al contrario, la distruzione della razza giudaica in Europa». L’impostazione del discorso era “pacifista”. Il Führer insisteva sull’anelito dei popoli alla pace, troppe volte frustrato dalle tendenze guerrafondaie del giudaismo internazionale, sulla scia di quanto aveva scritto nel Mein Kampf, dove aveva osservato che, se si fossero uccisi in tempo quei 10-15.000 ebrei che avevano scatenato la Prima guerra mondiale, si sarebbero risparmiate milioni di vite e, in particolare, un milione di vite tedesche.
Il Presidente iraniano Ahmadinejad deve essere un attento studioso della storia europea e del progetto hitleriano di soluzione della questione ebraica, visto che egli ripercorre fedelmente atti e discorsi del Führer. Egli ha compreso che il segreto del successo della propaganda hitleriana è consistito nell’aver mascherato un progetto di mero sterminio con la saltuaria proclamazione di intenti pacifici e di riscatto del popolo tedesco, di aver identificato l’entità da distruggere (il giudaismo) con il male (la volontà di dominio del mondo attraverso la guerra) e il nemico con delle marionette manovrate dal giudaismo. Ahmadinejad ha compreso che le radici velenose da cui è nata l’autodistruzione dell’Europa sono ancora vive e che, affinché da esse risorga la pianta malefica, basta ripercorrere il sentiero del Führer senza troppe varianti: risvegliare le pulsioni suicide dei milioni di “odiatori di sé”, quelle masse “pacifiste” che vedono nell’Occidente il solo colpevole di tutti i mali; dar forza a quei governanti tanto pusillanimi quanto vanitosi, che desiderano soltanto scendere la scaletta di un aereo con un ombrello in mano e sventolando il foglietto della resa di Monaco nell’altra, per ottenere l’applauso delle folle dei pacifisti-odiatori di sé; suscitare i mai spenti sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei affinché sia identificato in loro l’unico ostacolo al raggiungimento della pace, il mostro sanguinario che mira a distruggere la felicità universale.
Come Hitler, Ahmadinejad parla di pace e di diritti conculcati del popolo iraniano e delle masse islamiche. Come Hitler, scarica sulle spalle del giudaismo mondiale e dei suoi accoliti (il Piccolo Satana e il Grande Satana) ogni colpa: persino la devastazione della moschea sciita di Samarra sarebbe stata «commissionata da un gruppo di sionisti e di occupanti mancati». Come Hitler, Ahmadinejad ammonisce che se i “criminali” osassero scatenare una guerra, Israele sarebbe ridotto nello stato di coma in cui giace il suo premier Sharon: insomma il risultato sarebbe la soluzione finale del problema ebraico in Palestina. E fa leva sull’anelito alla pace degli europei (e sui rigurgiti negazionisti circolanti) per indurli a sbarazzarsi di ogni scrupolo nei confronti dell’unico ostacolo a un armonioso rapporto tra Europa e mondo islamico, liberandosi del senso di colpa per uno sterminio di massa degli ebrei che non sarebbe mai avvenuto o avrebbe avuto una portata insignificante rispetto alle colpe del giudaismo medesimo.
Naturalmente Ahmadinejad non è l’unico interprete di questa visione. Essa è ormai patrimonio del mondo variegato dell’estremismo islamico. Ad esempio, è istruttivo osservare come un puntuale riferimento al discorso di Hitler citato all’inizio si trovi nel noto sito Radio Islam, che lo presenta – nel contesto di un’“analisi” dei “miti fondatori della politica israeliana” – come una testimonianza delle ragioni di Hitler e, in definitiva, del suo moderatismo rispetto ai ben peggiori misfatti di cui si è reso capace l’Occidente. Peraltro, quel mondo variegato ha superato di gran lunga il Führer nella capacità di dissimulazione, consistente nel porgere quel minimo di moderazione che fornisca ai candidati dhimmi l’alibi per ignorare i discorsi veri, quelli in cui vengono espressi gli intenti autentici (come i pacifisti degli anni trenta si appigliavano a qualche sporadica dichiarazione pacifista di Hitler per ignorare il Mein Kampf e la realtà dei fatti).
Insomma, l’integralismo islamico ha imparato ad usare la memoria storica come strumento per gestire il presente. Mentre l’Europa delle giornate della memoria è incapace (o si rifiuta) di trarre lezioni dalla sua stessa storia ed erge un muro tra passato e presente.
Come è possibile dimenticare che anche Hitler avanzò da una tregua all’altra, da una “hudna” all’altra? Come è possibile dimenticare che l’Europa accettava supinamente ogni proposta di hudna, in attesa della prossima prova di forza, scendendo di gradino in gradino nella fossa della tragedia? Eppure, nei giorni della “memoria”, ci si batte il petto chiedendosi cosa non si è fatto per fermare il mostro. “Perché non è stata bombardata Auschwitz?” è la domanda sconsolata, dietro cui ghigna una compiaciuta accusa nei confronti dei detestati anglo-americani. Ci si batte il petto declamando “mai più”, mentre sotto i nostri occhi si concretizza un “ancora una volta”. L’estremismo islamico vince una prova di forza dopo l’altra, e ogni gradino asceso è inframmezzato da una hudna, che viene accolta con sollievo gridando: «Dialogo, dialogo, dialogo. Dialogo ad ogni costo». Ma “a qualsiasi costo” è la parola d’ordine degli imbecilli. Nulla si fa a qualsiasi costo, né la guerra, né la pace, né la tregua. Quel signore con l’ombrello e il foglietto di Monaco in mano proclamava di aver ottenuto “con onore” la “pace per il nostro tempo”: l’aveva ottenuta “a qualsiasi costo” e proprio per questo – come gli disse Churchill – avrebbe ottenuto soltanto il disonore e la guerra.
Chi non metta la testa nel sabbia non può non scorgere le chiare intenzioni del nemico che sta di fronte.
Prendiamo il caso di Hamas. Hamas ha detto in tutti i modi cosa vuole: distruggere Israele nel quadro di una lotta globale in cui esso è un vertice del poligono infernale costituito dall’Iran, dalla Siria, da Hezbollah e da Al Qaeda. Chi non vuole vedere questa intenzione può essere soltanto uno sciocco o in malafede. Non è forse essa scritta a chiare lettere nella carta di Hamas? Non bastano le innumerevoli rappresentazioni cartografiche in cui la Palestina si estende dal mare al Giordano? Non bastano le innumerevoli dichiarazioni, tra cui spicca il recente e truculento discorso del leader di Hamas Meshaal in cui annuncia che «prima di morire, Israele dovrà subire umiliazioni e degradazioni» e invita, con paranoia tipicamente hitleriana, l’Occidente ad abbandonare Israele a sé stesso, perché è suo interesse prosternarsi di fronte alla nazione islamica che «domani si siederà sul trono del mondo»? No, non basta. Alla richiesta del Quartetto di riconoscere il diritto di Israele all’esistenza, Hamas ha risposto di non poter smettere di lottare fino a che persiste l’occupazione: sembra una risposta fuori tema, ma è chiarissima ove soltanto si ricordi che per Hamas, l’occupazione “è” Israele.
Nessuna di queste evidenze basta, e ci si appiglia all’offerta di una hudna o a una vaga disponibilità a riconoscere Israele espressa dal nuovo premier palestinese Haniyeh al Washington Post, mettendo in ombra che costui, appena rientrato a Gaza ha smentito ogni disponibilità, con tecnica consumata. Grandi menti politologiche impartiscono lezioni circa il fatto che la concretezza del governare non potrà non condurre Hamas sul terreno del realismo. Come se il potere avesse fatto rinsavire Hitler… Tanta ottusità avrà purtroppo i suoi effetti concreti: se Hamas coglierà il frutto dei suoi adescamenti verbali, la hudna servirà a preparare la tappa successiva di un’agenda sanguinosa.

Da come si profila la situazione sembra che ricada quasi totalmente sulle spalle di Israele la responsabilità di sventare un simile sviluppo, tragico per l’Occidente non meno che per Israele. È stupefacente constatare in che modo abissalmente diverso si presentino le cose dal punto di visuale israeliano e da quello europeo. In Europa si continua a coltivare l’immagine di un Israele cattivo, implacabile, vendicativo, intransigente. Laggiù, al contrario, il governo è criticato per la sua eccessiva moderazione. In Europa si protesta per i provvedimenti presi dal governo israeliano, tra cui la sospensione del trasferimento dei fondi doganali all’autorità palestinese, e non si dice che il governo israeliano fa di tutto perché il flusso raggiunga comunque la popolazione attraverso le organizzazioni umanitarie – evitare di darli direttamente in mano ad Hamas non è il minimo? – persino con l’avvallo del “superfalco” Netanyahu. In Europa non si dice che il flusso dei lavoratori palestinesi non è stato interrotto, e che anche per questo il governo è accusato di debolezza; si straparla degli attacchi delle truppe israeliane cui gli “attivisti” palestinesi avrebbero risposto con tiri non meglio qualificati. Il contrario è vero: si tratta di risposte contro i lanci di missili Kassam da Gaza che rischiano sempre più di colpire la centrale elettrica di Ashqelon, da cui dipende metà di Israele, o industrie chimiche nella stessa zona del paese la cui deflagrazione potrebbe determinare una tragedia di proporzioni colossali. I critici del governo israeliano lamentano che queste risposte si riducano spesso a tiri dimostrativi di artiglieria in zone disabitate. Come che sia, è evidente che Israele, lungi dall’essere il mostro di cattiveria di cui si parla, esita a fare quel che è legittimo secondo il diritto internazionale: rispondere militarmente, anche attraverso un attacco massiccio, a un’aggressione che potrebbe avere conseguenze devastanti. In Europa pochi ricordano che Israele ha subito, nel corso del 2005, ben 2990 attacchi terroristici e che, dopo la vittoria elettorale di Hamas, i circa cinquanta allarmi mensili per attentati kamikaze sono passati a settantacinque, mentre è stato sventato addirittura un attacco al mortaio sul quartiere di Gilo a Gerusalemme.
Di nulla di tutto ciò si parla e, al contrario, pullulano personaggi (cialtroni o in malafede, poco importa) che proclamano l’inesistenza di un problema di sicurezza per Israele. Ma tutto ciò è poca cosa di fronte al fatto che, in spregio al più elementare buon senso, la vittoria elettorale di Hamas ha scatenato un rovesciamento di atteggiamento nei confronti di Israele che, dalla blanda benevolenza dei mesi successivi al ritiro da Gaza, è tornato alla consueta ostilità, se non peggio. È stato facile profeta chi aveva previsto che il ritiro da Gaza andava valutato sulla base della sua efficacia sul terreno e della sua equanimità e non per la ricaduta positiva di immagine che avrebbe avuto per Israele: il pregiudizio non può essere scalfito e il fatto nuovo è che a denunciare tale pregiudizio si rischia la querela.
Per qualche breve mese abbiamo assistito a un cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele. Sharon da macellaio era divenuto il De Gaulle israeliano e qualcuno si era persino spinto a compatire i coloni che avevano dovuto abbandonare le loro case di Gaza. Era la forza delle cose, che sembrava andare verso la pace, a dettare questi sentimenti magnanimi. Ma è bastata la vittoria elettorale di Hamas a ribaltare la situazione e a far riemergere le posizioni consuete. Si è ricominciato a incolpare Israele di tutto, persino di essere responsabile della vittoria elettorale di Hamas: persino il merito del ritiro da Gaza è stato rimesso in discussione. E, con il sostegno del solito manipolo di intellettuali annidati nelle università di mezzo mondo, è ricominciata la recitazione del vecchio stolido mantra: Israele deve ritirarsi, qualsiasi cosa accada deve ritirarsi. Prima si deve ritirare, e senza condizioni, sulla linea del 1967, ovviamente abbattendo il muro (anche se ha salvato innumerevoli vite). Vedrete, dicono, Hamas rinsavirà. E comunque, se Hamas chiederà altro, per esempio tutta Gerusalemme, bisognerà pensarci. Se Hamas chiederà il rientro di milioni di palestinesi sul suolo di Israele bisognerà discutere. A prendere sul serio il mantra di questi signori sarebbe il caso che gli israeliani rimettano in cantiere Exodus.
Guardando al panorama italiano, l’aspetto più inquietante di questo repentino cambiamento di atteggiamento è che esso segna un evidente successo di Hamas: l’aver posto di nuovo sul terreno la questione del diritto di Israele ad esistere, che sembrava risolta definitivamente in senso positivo. Sembrava una faccenda conclusa e invece il tormentone ricomincia: Israele stato “artificiale”, Israele stato fondato sul “sopruso”, sul “razzismo”, sul “colonialismo”, sull’“espropriazione”, e via dicendo. Si dirà che questa ripresa del tormentone è opera di pochi estremisti, ed è pur vero che le voci che si sono levate in tal senso appartengono alle ali estreme dello schieramento politico. Ma gli estremisti rialzano la testa quando sentono che il clima lo consente. Nel centro-destra si attende una parola finale circa l’esclusione assoluta di un manipolo di negazionisti della peggior specie e si debbono registrare dichiarazioni avvilenti circa l’opportunità di trattare con Hamas. Nel centro-sinistra si manifesta una situazione confusa e a dir poco inquietante. L’aver escluso Ferrando dalle liste elettorali di Rifondazione Comunista è un depistaggio più che un chiarimento, se restano in lista personaggi come Francesco Caruso (che ha dichiarato la sua simpatia per Hamas e i kamikaze) e Alì Rashid, che ancora qualche giorno fa ha definito Sharon un criminale di guerra. L’onorevole Diliberto è segretario di un partito dell’Unione, non è uno che passa di là per caso. Egli è stato uno degli organizzatori di una manifestazione in cui sono stati gridati slogan efferati e in cui sono state bruciate bandiere israeliane e americane. Dice di non sentirsi responsabile di questi misfatti e di condannarli, ma in tal modo dimentica un principio fondamentale del vecchio PCI di cui pure è un nostalgico ammiratore: chi proclama e organizza una manifestazione è politicamente responsabile della medesima. Difatti, il vecchio PCI controllava le manifestazioni con un robusto servizio d’ordine che allontanava energicamente chi deviava dalla linea politica decisa; e, se non si sentiva certo di poter esercitare tale controllo, vi rinunciava. Ha quindi perfettamente ragione chi ha invitato Diliberto a chiedere scusa anziché querelare Yasha Reibman per aver espresso una legittima opinione. Peraltro, quando si va a braccetto con il leader di una forza (Hezbollah) che ha nel suo programma la distruzione dello stato d’Israele, non si può pretendere di essere esenti da critiche. Romano Prodi assicura circa l’assoluta trasparenza di comportamento di tutte le forze politiche dell’Unione. Se è così, spieghi le candidature di Caruso e di Rashid, convinca Diliberto a ritirare la querela e a scusarsi, inviti Dini a non intrecciare legami d’amorosi sensi con la diplomazia iraniana, e così via. Altrimenti, le parole stanno a zero.
E ciò non basta perché bisognerebbe volgere lo sguardo ben più in alto degli esempi precedenti. Che dire dell’intervista messa in rete da Massimo D’Alema un paio di settimane fa? La stampa ha attirato l’attenzione sulla dichiarazione di D’Alema secondo cui «Hamas non è il nazismo» che, alla luce di quanto abbiamo fin qui osservato, è a dir poco sconcertante. Ma occorrebbe ascoltare l’intervista nella sua interezza per constatare come sia più che fondata l’inquietudine di Yasha Reibman circa la prospettiva di avere un tale ministro degli esteri. È facile immaginare quale correzione della politica estera italiana configuri D’Alema, a giudicare dall’astio totale con cui guarda a Israele – la scelta di Israele è quella della violenza, la sua politica è semplicemente “disumana” – a cui non concede nulla, neppure il diritto di chiamarsi “popolo della diaspora”, che trasferisce ai palestinesi; cui invece è tutto perdonato, e di cui ogni atto è giustificato, perché bisogna capire le ragioni dell’odio. In un’ora d’intervista non una parola è stata spesa per deprecare il rifiuto aprioristico d’Israele, l’odiosa campagna razzista che pullula nei mezzi d’informazione arabi e islamici e nei libri di testo palestinesi, l’uso infame di tutto l’arsenale della propaganda antisemita classica, aggiornato con l’invenzione delle accuse più trucide e fantasiose, come quella recentemente messa in giro dal governo siriano secondo cui l’influenza aviaria sarebbe stata prodotta artificialmente da Israele, o la recente “analisi” della televisione iraniana circa la natura dei “cartoons” di Tom e Jerry, con cui l’ebraica (sic!) Walt Disney vorrebbe ripulire l’immagine dei “topi ebrei”. Non una parola... Se soltanto D’Alema – che si vanta di conoscere la realtà sul campo – fosse minimamente aperto a capire Israele, si renderebbe conto che proprio quella è una società multietnica che riesce giorno dopo giorno a realizzare la composizione delle differenze attorno a sentimenti condivisi, che quella è una società che realizza quotidianamente la dissoluzione delle divisioni etniche, difendendosi soltanto da chi pervicacemente nega il suo diritto all’esistenza. Se soltanto D’Alema fosse sensibile a quella realtà, condannerebbe aspramente coloro che, nel suo schieramento, parlano di paese “razzista”. E che dire della violenza antiamericana che pervade tutta l’intervista? Gli USA non conoscerebbero altro metodo che imporre la loro civiltà con i marines, e altra politica che la «violenza di stato». Affermazione a dir poco sconcertante nella bocca di un europeo, del cittadino di un continente che ha inventato il colonialismo e il razzismo. D’Alema si è reso conto della scivolata, visto che ha osservato che, certo, l’Europa ha partorito Auschwitz, ma «proprio per questo» avrebbe appreso la lezione e avrebbe introdotto come tratto originale della propria democrazia il rifiuto della violenza di stato. Di qui la «superiorità» dell’Europa sugli USA. Ma non si doveva evitare di parlare di civiltà “superiori”? Come sempre, la toppa è peggiore del buco.
Tornando al panorama europeo – della civiltà “superiore” – chiediamoci: come dovrebbe valutarlo un estremista islamico il cui scopo dichiarato è lo sgretolamento dell’identità del continente? Dovrebbe valutarlo come una catena di successi. Dopo l’attentato di Madrid, la Spagna si è defilata dall’Iraq chiudendosi dietro il “muro” di Ceuta e Melilla, mentre magnati arabi comprano mezza Andalusia. Il governo inglese ha reagito con ben maggiore dignità all’attentato di Londra, ma ha commesso lo svarione solenne di assumere come consigliere Tariq Ramadan. Dopo l’uccisione di Theo van Gogh la morsa della paura stringe l’Olanda più di prima. Si è avuta la rivolta delle periferie parigine. E, in una sequenza tutt’altro che casuale si sono accavallati altri eventi dirompenti: la campagna forsennata e pretestuosa sulle caricature danesi; la vittoria elettorale di Hamas; il dilagare di una nuova campagna anti-israeliana e antiebraica che punta direttamente su tematiche negazioniste della Shoah; e infine la barbara uccisione, previa tortura di un mese, del giovane ebreo francese Ilan Halimi da parte di un gruppo nel cui covo sono state scoperte carte che riconducono a un gruppo dedito alla raccolta di fondi per le “vittime” palestinesi, ovvero per le famiglie dei kamikaze, e di cui sono provate le relazioni con gruppi presenti nella consulta islamica riconosciuta dal governo francese. Sequenza non casuale e pretestuosa, dicevamo, perché è ormai noto che le celebri vignette erano state pubblicate dal giornale egiziano Al Fager il 17 ottobre 2005 senza che ciò destasse il minimo scandalo.
Ogni volta che l’aggressione è salita di un gradino, un gradino è stato sceso nella scala dell’umiliazione e dell’ignavia. Persino il direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Islamiche ed ex-mufti di Marsiglia, Soheib Bencheikh ha definito (Le Monde, 9 febbraio) la reazione di tante organizzazioni e regimi musulmani «al di là del surrealismo», ha definito assurda la richiesta di scuse ai governi e l’aggressione contro un paese «tranquillo e pacifico» come la Danimarca, e ha condannato questa ondata isterica come contraria ai principi di ogni religione degna di essere considerata tale oltre che della libertà di espressione. E invece, politici e uomini d’informazione europei si sono precipitati in massa a scusarsi, a prosternarsi nella moschea più vicina. Sono gli stessi che non hanno detto una parola di fronte alle dissacrazioni del cristianesimo, alle stragi di cristiani, alle innumerevoli vignette offensive dell’ebraismo, alle campagne antisemite nutrite della peggiore blasfemia, che perdonano ogni atto del genere se a compierlo è un estremista islamico, giustificano le campagne di boicottaggio nei confronti di Israele e le bandiere bruciate in nome dei “diritti” del popolo palestinese. Se esiste una logica a questo mondo, il direttore di Liberazione, che ebbe a dire che coloro che protestavano per lo scempio delle sinagoghe da parte palestinese dopo il ritiro da Gaza erano “razzisti”, si sarebbe dovuto presentare da tempo a chiedere scusa in una sinagoga. Questo sarebbe il trattamento di favore riservato agli ebrei e a Israele, questa sarebbe la lezione storica ricavata dalla Shoah?
Qui torniamo alla profezia di Hitler di cui parlavamo all’inizio. Perché, se la profezia principale di Hitler (la realizzazione del Reich millenario) è fallita, alcune altre si sono purtroppo avverate. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, le autorità germaniche stimavano la consistenza ebraica in Europa (inclusa l’URSS) in poco meno di undici milioni. Oggi tale consistenza è ridotta a circa due milioni. La questione ebraica europea è stata effettivamente quasi completamente “risolta”, secondo gli auspici del Führer. La questione ebraica mondiale è stata così “risolta” per un terzo, essendosi concentrati i due restanti terzi negli USA e in Israele. In attesa di fare i conti con il Grande Satana, il poligono dell’estremismo islamico, con portavoce il presidente iraniano, ha ripreso il programma hitleriano proponendosi di realizzarne il secondo terzo con la distruzione di Israele.
Sarebbe desiderabile poter distinguere tra questione ebraica e questione israeliana, perché ciò segnerebbe, più o meno, la fine dell’antisemitismo. Ma se questa distinzione era difficile prima, ora il presidente Ahmadinejad e i suoi alleati si incaricano quotidianamente di avvertirci che essa è impossibile. La questione ebraica oggi è la questione israeliana. È perfettamente inutile, al riguardo, riesumare la solita litania circa il fatto che la difesa di Israele non implica la condivisione di ogni singolo atto dei suoi governi. Ovvio, ma secondario. Perché il vero problema che abbiamo di fronte oggi è che il progetto del secondo atto della Shoah è chiaramente indicato nella distruzione dello stato di Israele, ed è contro questo progetto che occorre battersi senza quartiere.
Per quasi duemila anni la storia dell’ebraismo è stata prioritariamente intrecciata con la storia d’Europa, nel bene e nel male. Ed è per questo che è perfettamente sensato parlare di “radici giudaico-cristiane” della civiltà europea, accanto a quelle greco-romane. Oggi l’ebraismo rischia di uscire definitivamente dalla storia d’Europa, se l’Europa rinnega i legami storici profondissimi che dovrebbero legarla a Israele e se lascia che il suo ebraismo residuale venga terrorizzato, dissolto e disperso.
Voltare le spalle a Israele, voltare le spalle al problema ebraico, quello “attuale”, non sarebbe soltanto un atto atroce nei confronti degli ebrei, non sarebbe soltanto lavarsi le mani del tentativo di proseguire la soluzione finale, ma sarebbe un atto suicida. Difatti, la Shoah non è stata una faccenda degli ebrei, ma una tragedia dell’Europa: il compimento dello sterminio razziale è stata una separazione dell’Europa dai principi migliori della sua tradizione morale e civile, quelli che erano frutto, per l’appunto, della tradizione giudaico-cristiana. Un’Europa che – dopo quel che è successo mezzo secolo fa – non comprendesse la portata della posta in gioco, compirebbe il secondo e irreparabile atto della propria autodistruzione.
È difficile non vedere che le comunità ebraiche europee e le loro istituzioni sono spossate dalla continua lotta contro l’antisemitismo mai spento e anzi ora rinfocolato dall’aggressione dell’estremismo islamico, e che sono intimorite. Il loro futuro dipende dalla loro capacità di essere coscienza critica e testimone di quanto rischia di avvenire. Gli ebrei d’Europa – e d’Italia – non possono non apprezzare lo sforzo per la conservazione della memoria del loro martirio. Ma non possono accettare che la compassione per gli ebrei morti sia un alibi per odiare liberamente quelli vivi e per chiudere gli occhi di fronte alla nuova spaventosa minaccia. Dopo decenni di resistenze è ormai diffusa l’accettazione dell’idea dell’unicità della Shoah. Troppa grazia, vien da dire. Soprattutto se questa accettazione è suggerita dal poco limpido intento di declassare altre stragi, come quelle del Gulag. E francamente inaccettabile se è un modo di declassare la questione ebraica attuale ad “altra” cosa, persino a qualcosa in cui la parte degli ebrei è invertita e trasformata in quella dei persecutori. Nessun ebreo che abbia un minimo di dignità, in quanto tale e in quanto cittadino consapevole e leale del proprio paese e del continente, può accettare di essere messo sotto protezione in una riserva indiana a condizione di abbandonare Israele al proprio destino o persino di rinnegarlo. Quegli ebrei che accettassero una simile condizione o che si accodassero al grido del “dialogo ad ogni costo” si assumerebbero una grave responsabilità anche nei confronti del destino dello stesso ebraismo europeo. A quest’ultimo si richiede quindi, in questi frangenti, un grande atto di coraggio e di dignità.
Hitler è stato abbastanza buon profeta rispetto all’obbiettivo di sradicare la presenza ebraica dall’Europa. Ma proprio le modalità e gli effetti della “soluzione” hitleriana e il ripresentarsi sulla scena dei prosecutori dichiarati di quel progetto, fanno della questione ebraica, oggi israeliana, la principale pietra di paragone della capacità dell’Europa di riprendere il proprio cammino recuperando i propri migliori valori e rifiutando di lasciarsi ridurre in stato di schiavitù. Nessun cittadino europeo può sfuggire a questa sfida. Altrimenti, la resa dell’Europa di fronte a coloro che hanno dichiarato una guerra di civiltà contro l’Occidente sarà segnata non soltanto dalla totale separazione dei destini dell’Europa e di Israele, ma dalla dissoluzione di quel che resta dell’ebraismo europeo. (Giorgio Israel, Il Foglio – 28 febbraio 2006
)

È passato un anno e mezzo da quando Giorgio Israel ha scritto questo articolo, e la situazione ha continuato a peggiorare: coloro che perseguono la distruzione di Israele e dell’intero ebraismo mondiale continuano ad alzare sempre più il tiro, e dalla nostra parte si continua ad abbassare sempre più la testa, si continua a far finta di credere che la hudna sia l’anticamera della pace invece che di una nuova Shoah, si continua trovare cosa buona e giusta dialogare con chi della messa in atto della Shoah ha fatto l’unico scopo della propria vita. Ed è per questo che sono sempre più pessimista, non solo sul destino di Israele e degli ebrei, ma anche su quello dell’Europa tutta.


barbara

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