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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 dicembre 2011

GILAD SHALIT

La prima intervista di Gilad



La testimonianza della cognata e della madre

 

(qui


Per altre più dettagliate notizie si sta attendendo l’autorizzazione a pubblicarle.

barbara


6 novembre 2011

TANTI AUGURI GILAD

Caro Gilad,
nessuno conosceva le tue condizioni di salute in quei quasi 2000 giorni nei quali sei rimasto rinchiuso in qualche cunicolo.
Quando ti abbiamo finalmente rivisto mentre scendevi a fatica i primi gradini, e poi ancora quando sei stato costretto a rispondere ai media prima di poter finalmente riabbracciare i tuoi cari, non è sfuggita a nessuno la tua condizione precaria.
I terroristi liberati sprizzavano salute da tutti i pori, apparivano ben pasciuti, curati e pieni di voglia di ricominciare.
Tu, Gilad, eri debole e magro; tu Gilad avevi bisogno di essere sorretto.
Ora sei anche finito in sala operatoria dove i medici hanno liberato il tuo corpo dalle tante schegge che sono rimaste per chissà quanto tempo nella tua carne, conficcate un po' dappertutto.
Il mondo non lo deve sapere; i media preferiscono raccogliere le parole dei terroristi assetati di sangue ebraico e nascondere le tue sofferenze interminabili.
Noi ti facciamo tanti auguri, caro Gilad, per una guarigione rapida e completa.
Anche tu hai il diritto di goderti gli anni della gioventù.

Emanuel Segre Amar

(Notizie su Israele, 4 novembre 2011)

Ho poi letto che gli ortodossi hanno criticato Gilad perché sabato, anziché in sinagoga, è andato al mare con suo padre; carissimi ortodossi, dal profondo del mio cuore e con tutto il mio sentimento: ANDATE AFFANCULO.
(Se poi qualcuno avesse voglia di fare un piccolo regalo a Gilad, qui troverà come fare. Chi non sapesse di che cosa si tratta vada a leggere qui).


barbara


2 novembre 2011

LETTERA A SERGIO ROMANO

L’ineffabile Sergio Romano, laureato in odio antiebraico e antiisraeliano, specializzato in disinformazione e mistificazione, con master in ribaltamento di frittate e gioco delle tre carte, nella pagina di sua proprietà sul Corriere della Sera si è prodotto in questa formidabile risposta (e già una dozzina di giorni fa aveva prodotto quest’altra perla). Quella che segue è la lettera che gli ha inviato Silvana De Mari. Poiché dubito che Romano le farà vedere la luce, ve la faccio conoscere io.

Gentilissimo Sergio Romano,
lo stato di Israele ha liberato 1027 criminali non prigionieri di guerra. Liberandoli ha semplicemente ceduto a un ricatto. Chi cede ad un ricatto non avvalla nulla: sta semplicemente cedendo a un ricatto. Nemmeno Ghilad era un prigioniero di guerra: era una persona rapita. I prigionieri di guerra vengono visitati dalla croce rossa e protetti dalla Convenzione di Ginevra. Chi sta per 5 anni sotto terra è un ostaggio.
Se ci pensa con attenzione vedrà che alla fine ci arriverà anche lei, non è facilissimo da capire, certo, tutte queste parole che si somigliano, ostaggio, prigioniero, ma se si sforza può riuscirci. 
Israele ha liberato 1027 criminali che hanno commesso crimini atroci e altri ne commetterano non per dimostrare una superiorità, ma perché, non è difficile, stava cedendo a un ricatto. Se non li avesse liberati non avrebbe avuto in cambio Ghilad. Vuole che cerchi di spiegarlo con parole un po' più semplici?

Se invece di 1027 ne avessero liberati solo 1000 o 500 o 200 non avrebbero avuto indietro Ghilad.
Vede che adesso ha capito anche lei?
Ghilad è stato  liberato in cambio di 1027 detenuti, tutti detenuti dopo essere stati processati per reati contro la persona, per terrorismo, per omicidio, per decine di omicidi. È una scelta dolorosa: le madri e i padri di coloro che sono stati uccisi da quei terroristi ne sono stati straziati come straziati saranno i congiunti delle vittime se quegli stessi terroristi colpiranno ancora.
Eppure questa cifra è una vittoria.
1027 ad uno.
Questa cifra che regola lo scambio ci dice che le culture di vita, quelle che si battono per liberare gli ostaggi danno un peso alla vita 1027 volte superiore alle culture di morte. Ho visto un video trasmesso dalla televisione palestinese dove la madre di un terrorista suicida offriva i pasticcini alle amiche per festeggiare la morte del figlio. La madre che è andata all’Onu a fare da madrina a uno stato che vive in una cultura di morte non è fiera di essere la madre di uomini che hanno studiato nuovi antibiotici o nuove colture, o semplicemente e magnificamente la madre di uomini che vivono in pace, ma ci mostra la fierezza di essere la madre di pluriomicidi di cui uno suicida.
Noi, le culture di vita alla fine strisciamo, ci inginocchiamo, paghiamo denaro, restituiamo alla libertà criminali purché le vite di coloro che amiamo siano restituite.
1027  ad uno.
Le  culture di morte vincono le battaglie, ma perdono le guerre.
Come diceva Steinbeck: gli eserciti dove l'individuo non conta, alla fine vengono sconfitti.
Le culture dove l'individuo non conta alla fine sono destinate a soccombere.
I figli di coloro che credono di essere i nostri nemici prima o poi sentiranno enorme e irrefrenabile la voglia di essere persone, uniche e irripetibili.
A poca distanza dal luogo dove gli uomini dell’associazione terroristica Hamas  ballano per strada per festeggiare questa cifra 1027, senza capire che è una cifra della loro sconfitta, il sangue dei Copti, i Cristiani dell’Egitto,  scorre come fosse un liquido senza valore.
"La tragedia dei totalitarismi, ancora di più della perdita della libertà è la perdita dell'anima." Ha scritto Edith Teresa Stein, suor Teresa della Croce, nata ebrea, docente di filosofia, convertita al cattolicesimo, suora carmelitana, morta ad Aushwitz.
Il laico Steinbeck  avrebbe usato la parola individualità al posto di anima, ma il concetto è lo stesso L'uomo persona delle culture di vita contro l'uomo formica, intercambiabile e obbediente, un uomo che può essere schiacciato senza problemi e senza rimorsi, delle culture di morte.
Che i nemici della vita, della libertà, che i nemici della felicità come sono stati chiamati, non si facciano illusioni.
Nell'assoluto dubbio che lei abbia capito, la mia migliore buona notte
Silvana De Mari medico e scrittore

Io invece a Sergio Romano non scrivo. Il perché lo saprete presto.

barbara


1 novembre 2011

GILAD SHALIT E IL PROCESSO DI STRAGE

Poiché oggi non ho avuto tempo di scrivere, e d’altra parte tendo a seguire la filosofia del nulla dies sine linea – tanto più che sarò via un paio di giorni e non vorrei farvi rischiare la crisi d’astinenza – rubo l’ultimo post dell’amico Enrico del quale, come si suol dire, condivido anche le virgole.

Oltre alla  famiglia di Gilad Shalit, tutta Israele ha gioito per la liberazione del soldato, tranne i familiari delle vittime del terrorismo palestinese. Così ci hanno detto.
Veramente io che non ho avuto familiari assassinati dai terroristi non ho gioito, e ogni volta che leggo quello che abbiamo dovuto concedere in cambio, ci sto male e  trovo che la notizia sia tragica e foriera di catastrofi. Diciamo subito che se Hamas la considera una propria vittoria ha perfettamente ragione, purtroppo.

Meglio 300 assassini e 700 criminali vari liberi che un innocente in una detenzione disumana, certo. Ma il punto non è l'amarezza di dire che le vittime del terrorismo non avranno giustizia. Il punto è quanti israeliani verranno assassinati in futuro per aver salvato la vita e la libertà di Gilad Shalit. Perché Gilad Shalit è preziosissimo, come ogni persona è un mondo intero. Ma quanti mondi interi verranno assassinati in futuro per aver salvato il mondo - Gilad?
Per fortuna non ho dovuto decidere io. Ma penso che una cosa andasse fatta. Dal rapimento di Gilad Shalit annunciare che tutti i detenuti appartenenti a Hamas non avrebbero più avuto visite della Croce Rossa né dei familiari, e le convenzioni internazionali andassero pure a farsi fottere, per quelle persone che non le applicano. Barbarie? No, reciprocità.
Israele è stata onesta. Ma come dice Cat, la pestifera nipote di Don Camillo nell'ultimo romanzo di Guareschi, "Don Camillo e i giovani d'oggi", 
"quando si tratta con i delinquenti, l'onestà è fesseria".
Compite attentati: se non morirete e verrete arrestati, tornerete presto liberi. Questo il chiaro messaggio dato ai terroristi da Hamas e da Israele.
Dopo l'attacco a una pattuglia di soldati israeliani, attacco compiuto da Hizbullah poco dopo il rapimento di Gilad Shalit nell'estate 2006, Israele ha scatenato l'inferno sul Libano. Nasrallah ha ammesso che, se avesse immaginato una reazione simile, non avrebbe ordinato l'attacco.
A quel punto, essendo chiaro che gli arabi diranno
"Israele è debole, è il momento di attaccare", sarebbe opportuno che Netaniahu annunciasse ufficialmente che al prossimo attacco, al prossimo (inevitabile) tentativo di rapire soldati o civili israeliani, Israele scatenerà l'inferno contro Gaza o contro il Libano, contro  la regione da cui l'attacco sarà provenuto. E poi mantenere la promessa, perchè nel 2006 Israele è riuscito non a distruggere Hizbullah, purtroppo, ma a ristabilire la deterrenza, sì.
Tom Segev, scrittore israeliano, in un'intervista ha affermato che, avendo Israele negoziato con il diavolo Hamas, e non essendo crollato il mondo, questo potrà alla fine portare di buono la possibilità di futuri accordi, come è avvenuto tra Rabin e Arafat. Quando si sono stretti la mano a Camp David nel 1993 Rabin aveva lo sguardo gelido, ma poi dal 1994 al 1996 sono seguiti accordi.
Ahò, Tom Segev, ma che, sei scemo? Anch'io ho creduto agli accordi di Oslo, nel 1993,e all'avvio del processo di pace. Ma poi ho visto che il processo di pace era un processo di strage, che gli israeliani saltavano per aria negli autobus e nei ristoranti, e morivano come non era mai successo durante le guerre! Maledetto il processo di pace! Hashalom hazhè horeg otanu, questa pace ci uccide, scrivevano i manifestanti in agosto del 1995, quando ero in Israele e gli autobus esplodevano.
Ho sentito anni dopo italo israeliani parlare di Rabin, a chi - italiano - chiedeva
"perché è stato ucciso? perché era un giusto?" e condivido la risposta che ho ascoltato. "Israele", diceva Rabin ad ogni strage,"se blocca il processo di pace, dimostra che hanno vinto i terroristi che non lo vogliono, queste stragi sono il prezzo della pace" Ma che razza di discorsi! Rabin aveva il dovere di mettere Arafat con le spalle al muro: o arresti i terroristi di Hamas, o ci riprendiamo i territori. Rabin aveva il dovere di difendere i propri cittadini e non l'ha fatto. Questo a Rabin non lo perdonerò mai.
L'assassinio di Rabin è stato un delitto, per il quale giustamente l'assassino è in carcere. Ma come l'omicidio è più grave del furto, così la strage è più grave dell'omicidio, e dobbiamo dire che Rabin prima di essere assassinato ha lasciato che avvenissero delitti ben peggiori del suo stesso assassinio. Gli israeliani saltati per aria sono vittime più innocenti di Itzchak Rabin, quindi penso con la somma irriverenza che sia diventato un simbolo di pace solo perchè è morto. E' stato un combattente, ha avuto il coraggio di far la pace nel 1993, non ha avuto il coraggio di vedere che il processo di pace era diventato
un processo di strage che ha portato negli anni novanta, e porta tutt'oggi, solo catastrofi, come il rapimento di Gilad Shalit.
In passato detestavo Ariel Sharon come si detesta un uomo troppo brutale, ma dopo la strage di giugno (se ricordo bene) 2001 alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv l'ho disprezzato perché si è limitato a protestare con Arafat, non ha fatto neanche uno straccio di rappresaglia simbolica  che qualsiasi governo moderato laburista avrebbe realizzato. Così si è dovuti arrivare al massacro del 27 marzo 2002 al Park Hotel di Natanya, con 30 morti e decine di feriti condannati a vivere in condizioni orribili, perché Israele muovesse i carri armati e schiacciasse il serpente Arafat.
Bene, ora anche le belve che hanno attuato quella strage sono libere, libere di uccidere di nuovo. Così come parlando di tutt'altro ho detto che a Carlo Giuliani non basta essere stato ucciso per essere diventato un esempio di virtù, così dico che a Itzchak Rabin non basta essere stato ucciso per diventare un modello da imitare. E dico che quando un giovane che ha avuto la famiglia sterminata al Park Hotel di Natanya, alla notizia della liberazione degli stragisti in cambio di Gilad Shalit, ha profanato il monumento a Rabin, ho provato una simpatia totale, una comprensione totale per lui. Perchè dobbiamo a Itzchak Rabin e a tutti i politici israeliani che non hanno voluto aprire gli occhi sull'inesistenza del processo di pace, se ora siamo costretti a chiederci: chi dei nostri ragazzi verrà rapito? Quali altri alberghi, pizzerie o discoteche salteranno per aria? No, io non abito in  Israele, io sono a Vicenza, Italia, ma ogni volta che grazie ad Oslo e dintorni suona l'allarme per i missili che cadono su Israele, ogni volta che un soldato di Zahal rischia la vita per colpa dei terroristi e delle irresponsabili e cieche colombe, io non sono più a Vicenza, non sono più in Italia, ma sono in Eretz Israel, in terra d'Israele. Sono a Natanya e a Tel Aviv, a Yerushalaim e ad Ashdod, in Samaria e Giudea (Cisgiordania) dove essere ebrei è una colpa punibile con la morte .
Enrico

Qualcuno ha scritto che quando è stato rapito Gilad, Israele avrebbe dovuto dare ai terroristi una settimana di tempo – non un mese un anno cinque anni: una settimana: o entro una settimana ci restituite Gilad vivo, intero e in buona salute, o entriamo a Gaza e facciamo terra bruciata, chiunque venga sorpreso con un’arma addosso verrà giustiziato sul posto, ogni casa in cui si troveranno armi o esplosivi verrà demolita, e continueremo fino a quando non ci restituite Gilad. Ecco questa sarebbe stata la cosa da fare. E non è stata fatta. E con quel branco di conigli che governa in Israele, sappiamo purtroppo che non verrà fatto mai, e gli innocenti continueranno a pagare per le scelte criminali di un governo imbelle. Perché l’altra faccia della medaglia della liberazione di Gilad, non dimentichiamolo, è questa:

barbara


22 ottobre 2011

ORA CHE SEI QUI

E stavi per tornare vicino a noi.
Un sorriso di bambino innocente
Si è dipinto sui nostri volti,
Il primo brivido
Dopo cinque anni.
Ora che sei qui
Prenditi tempo
Non correre veloce.
Ricorda, dimentica, ridi.
Sarai sempre un eroe
Ti è permesso di piangere.
Non è affatto semplice
Perdonare il destino.

(Des Infos.com, 21 ottobre 2011 - trad. www.ilvangelo-israele.it)



barbara


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20 ottobre 2011

QUALE IMMENSA LEZIONE!

Il corpo talmente smagrito da ricordare quelli dei reduci dai campi nazisti. Gli occhi, tenuti sadicamente per cinque anni senza occhiali, smarriti. Le labbra leggermente tremanti. Le gambe malferme. E soprattutto il braccio: quel braccio scheletrito che pende quasi inerte, quel braccio totalmente privo di forza e che tuttavia, con uno sforzo sovrumano, si solleva nel saluto militare per dire, con fierezza, con orgoglio, con sconfinata dignità: IO SONO UN SOLDATO DI ISRAELE.



(La stessa fierezza, lo stesso orgoglio, la stessa sconfinata dignirà che con sforzo sovrumano avevano mostrato loro)

barbara


19 ottobre 2011

SENZA PAROLE

 

barbara


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18 ottobre 2011

NON LO SO

Mi sono commossa, certo, come tutti, quando ho visto la sua immagine, quel volto spettrale che smentisce clamorosamente la dichiarazione di essere stato trattato bene. Mi sono commossa e indubbiamente sono contenta che sia libero. Però davvero non ce la faccio a gioire. Non posso festeggiare quando oltre mille efferati terroristi dalle mani grondanti di sangue sono messi in condizione di tornare a rapire e uccidere e torturare e smembrare come hanno sempre fatto. Non posso festeggiare quando a una delle più mostruose organizzazioni terroristiche del mondo viene regalato un simile trionfo di portata planetaria – e non perde un secondo per dichiarare che di tale trionfo saprà fare buon uso. Non posso festeggiare quando all’industria dei rapimenti è stato dato un così potente impulso e incentivo. E non posso dimenticare il grazioso metodo inventato e messo a punto da papa Alessandro VI quando le circostanze lo portavano a dover liberare un ostaggio: offrirgli un’ultima cena, opportunamente “condita”, che poco tempo dopo la liberazione lo portava a morte. Fantasie, certo. Infondate, spero. Una cosa comunque è certa: uno stato in cui mille sentenze di tribunale seguite a regolare processo vengono annullate dall’esecutivo, non potrà mai più pretendere di essere uno stato di diritto.

barbara


27 settembre 2011

SHANAH TOVAH

A tutti i miei amici, a tutti coloro che sono vicini al mio cuore e in particolare a Gilad desidero augurare IL PIÙ GRANDE Shanah tovah

e un anno pieno di colore.



barbara


24 settembre 2011

PER GILAD, PER MARIAM

Gilad: israeliano, ebreo, vent’anni ancora da compiere. Rapito in territorio israeliano mentre prestava servizio di sorveglianza da una banda di terroristi palestinesi ISLAMICI penetrati attraverso un tunnel. Da oltre cinque anni è prigioniero. Nessuno sa se sia vivo – e in quali condizioni – o morto.

Mariam: egiziana, cristiana copta, ventidue anni. Assassinata nella chiesa di San Marco e San Pietro ad Alessandria nella strage di capodanno da terroristi egiziani ISLAMICI.

Gilad e Mariam, due simboli di vita annientati da chi ha fatto della morte l’unico scopo della propria vita. A loro Silvana De Mari, scrittrice, medico, blogger e mamma (l’ordine è del tutto casuale!) ha dedicato il suo nuovo blog:

Ve lo raccomando caldamente.

    

barbara


30 agosto 2011

CON DUE GIORNI DI RITARDO

Buon compleanno, Gilad!



(Ho incontrato suo padre,



ma forse dovrei dire il fantasma di suo padre: gelide le mani, inespressiva la voce, vuoto il viso quando al nostro “veniamo dall’Italia” ha risposto “ah, buon giorno” per poi volgersi ad altro. O meglio, al nulla).

barbara


27 giugno 2011

EPPOI

Eppoi mi sono risfracellata sulle scale e mi sono ritranciata i legamenti a destra e mi sono rimacellata i legamenti a sinistra e mi sono rimartellata tutte le ossa eccetera eccetera (tenerissimi i bambini dei vicini che sentendo tutto quello sfracello sulle scale sono corsi a vedere cosa succedeva e naturalmente si sono resi conto che avevo bisogno di aiuto solo che, piccinini di quattro cinque anni, loro non lo potevano fare, e restavano lì a guardarmi, sgomenti e impotenti). Poi il giorno dopo dovevo andare a Milano e naturalmente, dato che siamo giovani e forti e gagliardi e pimpanti e carini e simpatici eccetera eccetera, ci sono andata, tre piani e mezzo di scale fino al garage con bastone e trolley e poi in macchina fino alla stazione e poi cinque ore di treno con due cambi e sottopassaggi con scale ecc. e altrettanto al ritorno con annessi e connessi ma insomma sono qua, con le zampe fasciate strette stese e coperte di ghiaccio, di tanto in tanto un po’ dolorante ma sempre in posizione di combattimento. Alla faccia di chi mi vuole male: come si suol dire, mi sfracello ma non mi piego. E neanche naufrago, ché non sempre il naufragar è dolce, né in questo né in altri mari.
E non dimentichiamo Gilad. Non dimentichiamo Gilad.

barbara


24 giugno 2011

GILAD SHALIT, CINQUE ANNI

Domani, 25 giugno 2011, si compiranno cinque anni da quando Gilad Shalit è stato rapito.Vi propongo, per ricordarlo, le parole di Ugo Volli.

Cari amici,

vi ricordate dov'eravate cinque anni fa in questi giorni? Cosa facevate nella calda fine di giugno del 2006? Io lo so bene, mi stavo rimettendo da una caduta disastrosa, un femore fratturato, due operazioni e gustavo la libertà condizionale delle stampelle dopo tanta reclusione a letto. Vi ricordate qualcosa della vostra vita d'allora? Forse non nel dettaglio, ma certamente sapete quel che vi è accaduto in questi anni, vittorie e sconfitte, amicizie e solitudini, lavoro e vacanza, gioie e dolori, crescite e perdite. Cinque anni possono passare in fretta nella vita di un adulto, ma  per un ragazzo sono lunghissimi. Possono trascorrere anche nella ripetizione della stessa routine, ma contengono comunque infiniti dettagli, una grande ricchezza di vita.

Be', pensate ora a Gilad Shalit. Cinque anni fa, esattamente il 25 giugno 2006, era un ragazzo, stava a fare il suo dovere di soldato di leva in un posto di guardia in territorio israeliano al confine con Gaza per impedire atti di terrorismo, difendeva la vita dei suoi concittadini che affidano al'esercito la loro sicurezza minacciata ogni giorno dai terroristi. Una brutta notte si aprì accanto al suo avamposto un tunnel scavato segretamente oltre il confine dai terroristi che presero di sorpresa la piccola guarnigione. I suoi compagni furono uccisi, lui sopravvisse e fu rapito, portato chissà in che buco sotterraneo nella Striscia. Da allora sono passati cinque anni, un tempo lunghissimo per un ventenne: della sua vita non è stato più nulla. Ma possiamo immaginarla. Niente vittorie e niente sconfitte, niente amicizie, niente lavoro e niente vacanze, niente gioie, crescite e perdite. Niente vita. Unicamente solitudine, sopravvivenza sempre uguale in un buco nascosto a tutti per evitare che i suoi compagni possano provare a salvarlo.

Ecco l'anniversario che dobbiamo ricordare questa settimana: cinque anni di niente, che si compiranno sabato prossimo. Non possiamo fare nulla per Shalit, purtroppo, se non disprezzare i suoi vigliacchi rapitori, ricordarlo, fare dei gesti per mostrare a tutti che non lo dimentichiamo, che lo vogliamo vivo fra noi. Facciamoli, questi gesti e seppelliamo di schifo non solo i banditi che lo tengono prigioniero, ma anche quelli che li aiutano e li sostengono, quelli che organizzano flottiglie dell'odio in sostegno ad Hamas e quelli che solidarizzano con loro. I turchi e gli italiani, i gruppettari, gli anarchici e gli esimi parlamentari come il presidente di un partito che di nome fa democratico, i guitti che fanno commercio del loro ebraismo condendolo con odio piccante per Israele, quei sindacati non paghi del tentativo di distruggere l'industria italiana per fanatismo ideologico, che solidarizzano con i tagliagola e i banditi, i virtuosi gli antisemiti di ogni sorta e qualità.

Ugo Volli

PS: Ho letto da qualche parte (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=225512) che la moglie di Barghouti, il capo terrorista condannato a cinque ergastoli per aver organizzato e inviato attentatori suicidi ad ammazzare civili israeliani (troppo vigliacco per andarci lui, ma sempre assassino), ha protestato perché nessuno l'aiuta a liberare suo marito "rapito" da Israele. La signora mima evidentemente i tentativi disperati della famiglia Shalit di liberare il figlio. Ma sbaglia, perché Barghouti è stato condannato da un regolare pubblico tribunale dove ha avuto tutte le possibilità di difendersi, mentre Shalit non ha avuto nessun tribunale; a suo marito sono state imputate personalmente diverse decine di omicidi, mentre Shalit non è stato catturato perché gli sia stata attribuita alcuna responsabilità personale, ma solo in quanto israeliano ebreo; perché Barghouti vive in un carcere regolamentare, dove ha la possibilità di vedere parenti e avvocati, ha avuto la possibilità di studiare (e un'università palestinese gli ha dato un dottorato, immagino in scienze patibolari) e perfino quella di rilasciare interviste e fare dichiarazioni politiche, che i detenuti italiani normali hanno qualche difficoltà a ottenere. Perché infine Barghouti è un terrorista e Shalit un soldato di un esercito regolare che dovrebbe essere difeso dalla convenzione di Ginevra ed è stato invece privato di tutta le garanzie previste. Insomma suo marito è un bandito condannato e detenuto, Gilad Shalit invece un innocente rapito.

Nel frattempo capita di dover leggere notizie come questa:

Croce Rossa Internazionale: Hamas provi che Shalit è vivo

"L’assenza totale di informazioni è inaccettabile"

GINEVRA, 23 giu. - Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) ha chiesto oggi di avere "la prova" che Gilad Shalit, il militare israeliano ostaggio di Hamas dall'estate del 2006, sia ancora "in vita". "Cinque anni dopo la cattura del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di gruppi armati palestinesi, il Cicr è più preoccupato che mai sulla sua sorte", ha indicato l'organizzazione in un comunicato. "In assenza di qualsiasi segno di vita di Shalit da quasi due anni, il Cicr esige oggi che Hamas provi che sia vivo", ha aggiunto il Comitato internazionale della Croce Rossa. "L'assenza totale di informazioni su Shalit è completamente inaccettabile", secondo il direttore generale del Cicr, Yves Daccord. "La famiglia Shalit ha il diritto, sulla base delle leggi umanitarie internazionali, di essere in contatto con suo figlio", ha sottolineato. "Hamas ha l'obbligo, ai sensi del diritto internazionale umanitario, di proteggere la vita di Shalit, trattarlo umanamente e non privarlo del contatto con la sua famiglia".

(TMNews, 23 giugno 2011)

La Croce Rossa, dunque. Quella Croce Rossa che a Teresienstadt ha trovato che gli ebrei non se la passavano poi così male senza che le venisse in mente - anche se fosse stato vero che non se la passavano male - di chiedersi con quale diritto qualcuno aveva tolto quelle persone dalle loro case e le aveva rinchiuse in un campo. Quella Croce Rossa che a guerra finita in collaborazione col Vaticano ha provveduto a portare in salvo settantamila criminali nazisti. Quella Croce Rossa che alla richiesta di aggiungere alla croce e alla mezzaluna anche la stella di David ha sprezzantemente risposto: “ E perché non la svastica, già che ci siamo?” Quella. Oggi quelle brave persone trovano "inaccettabile" che non vengano date notizie su Gilad, ma a quanto pare non hanno molto da dire sul suo rapimento, sulla sua prigionia, e tutto quello che hanno da chiedere a Hamas è che diano notizie e lo trattino umanamente. Chiedere che venga liberato? Ma per carità! Chiedere almeno di poterlo vedere? Ma figuriamoci.

Noi intanto possiamo andare a firmare qui:
http://www.shalit.it/. A che cosa serve? Non lo so. Forse anche a niente, ma questa non è una buona ragione per non farlo. E se un giorno davvero avvenisse il miracolo della liberazione di Gilad, potremo almeno dirgli, a testa alta: NOI NON TI ABBIAMO DIMENTICATO.



barbara


17 giugno 2011

COME SI SCRIVE GILAD SHALIT?

I nomi non li posso fare, ma la storia è autentica e ve la devo raccontare. Succede dunque che un importante quotidiano italiano deve pubblicare un articolo con una notizia che riguarda Gilad Shalit. Ne viene incaricato un giornalista addetto alla cronaca, che contatta la persona che ha la notizia, allo scopo di averne i dettagli da pubblicare. La prima domanda che il giornalista rivolge al suo interlocutore è: “Ma chi è questo qua? Un israeliano ucciso?” La seconda è: “Come si scrive? Mi fa lo spelling?”



barbara


7 maggio 2011

LETTERA APERTA A DANIEL BARENBOIM

Stimatissimo e veneratissimo  Maestro,
abbiamo appreso con dolore, con mestizia e anche, dobbiamo  dirlo, con un po' di vergogna, che un deplorevolissimo attacco mediatico è  stato scatenato contro di Lei da parte di vari personaggi israeliani e anche da parte di altri ebrei del  mondo libero. Questo è ciò che ci ha spinti a scriverLe questa lettera aperta, che cercheremo di pubblicizzare il più possibile: esprimerLe la nostra totale, incondizionata solidarietà. E la nostra sconfinata ammirazione per tutto ciò che Lei sta facendo, per la Sua coraggiosa opera a favore del meraviglioso popolo di Gaza, non ultimo mettendo a disposizione di questo popolo generoso la Sua sublime musica – tutte qualità, queste del popolo di Gaza, che i Suoi nemici non vogliono riconoscere. Che dire, per esempio, del fatto che da cinque anni stanno ospitando quel sionista, Gilad: cinque anni, cinque anni che gli provvedono vitto e alloggio e mai, mai una volta in cinque anni hanno chiesto un centesimo di rimborso spese? E sì che ne avrebbero  bisogno, di contributi: basti pensare a quel missile teleguidato che hanno tirato sullo scuolabus: duecentoottantamila dollari per eliminare un unico, giovanissimo nemico! Quanti miliardi ci vorranno prima di liberare la Palestina dal fiume al mare? Eppure quelle anime generose continuano a ospitare il sionista completamente gratis! E i compatrioti di quel loro ospite cosa fanno invece di ringraziarli? Li  criticano. E criticano Lei che generosamente si esibisce, immaginiamo gratis, di fronte a loro e di fronte agli eroici combattenti di Hamas che si dedicano senza risparmio alla loro lotta di liberazione - e sembra che la Sua presenza sia stata foriera di benefici effetti, visto che subito dopo Hamas e Fatah hanno trovato la forza di mettere una pietra sopra alle loro quotidiane carneficine reciproche occasionali piccoli dissidi e decidere uno storico accordo per combattere uniti contro l'unico vero, eterno  nemico comune. Abbiamo saputo che questa volta, in questa Sua magnanima spedizione di pace, non ha potuto dirigere la Sua orchestra storica, la Divan - pare che ci fosse qualche difficoltà a far entrare nella Striscia i musicisti israeliani - ma ciò che conta è il risultato, no? E il risultato indiscutibile è stato l'entusiasmo di Hamas. Lei è talmente bravo, Maestro, da occultare persino i Suoi difetti congeniti: "Non sapevo che fosse ebreo", pare abbia infatti detto un ragazzo palestinese per giustificare la propria presenza al concerto. Ed è vero: Lei  è talmente bravo, talmente buono, talmente generoso, che non sembra neppure ebreo. E tanta è la nostra ammirazione per Lei che ci permettiamo di darLe due consigli: stracci il suo passaporto israeliano, Maestro: quegli ingrati sionisti non La meritano, non meritano di avere un concittadino come Lei. E si converta il più presto possibile alla religione di pace: non vorremmo davvero che ci dovesse capitare, dopo avere pianto il povero Juliano Mer-Khamis e il povero Vittorio Arrigoni, che ai loro e Suoi comuni amici avevano dedicato tutta intera la propria vita, di ritrovarci a piangere  anche Lei.


 
Barbara Mella
Emanuel  Segre Amar


12 aprile 2011

IL MONDO ALLA ROVESCIA DEI PERFIDI GIUDEI

Quei diabolici ebrei e le loro diavolerie salva-vita

di David Horovitz


Quei diabolici ebrei! Fanno di tutto per renderci così difficile ucciderli.
Hanno portato via tutti fino agli ultimi padre, madre e bambino dalla striscia di Gaza, dove ci era più facile colpirli. Hanno ritirato anche l'esercito, fino all'ultimo carro armato e soldato. L'unico soldato israeliano rimasto in tutta la striscia di Gaza, da cinque anni a questa parte, è l'ostaggio Gilad Shalit.
Alcuni di loro pensavano che così facendo avrebbero saziato le nostre brame. Imbecilli. Pensavano che la "comunità internazionale" ci sarebbe saltata addosso (come fa con Gheddafi) se fossimo andati avanti ad attaccarli e ucciderli anche dopo che si erano ritirati da Gaza. Stupidi. Chiaro che non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, ed è chiaro che nessuno farà nulla per fermarci. Non ci fermeremo finché non saremo riusciti a terrorizzarli e cacciarli da tutta la Palestina. E non è che ne facciamo un segreto: è scritto a chiare lettere nella nostra carta costitutiva.
Ma, santo cielo, non se ne vanno tanto facilmente. Ed evidentemente tengono in gran conto la vita umana. Persino quella della nostra gente. Noi ci danniamo per assicurarci che i nostri combattenti siano sempre circondati da donne e bambini, prima che aprano il fuoco, e per assicurarci che siano indistinguibili dai civili, tutti senza uniforme. E questi ebrei insistono con quel maledetto vizio di non aprire il fuoco se non sono ragionevolmente sicuri di colpire soltanto i nostri uomini (ora lo ammette persino Goldstone). Incredibile: noi facciamo di tutto perché resti uccisa gente comune, e loro fanno di tutto perché non succeda. Ma che razza di mondo alla rovescia è mai questo? Ma come fanno a sapere chi sono i nostri combattenti? Pensate alla quantità di risorse che spendono per assicurarsi di non colpire la gente sbagliata! Grazie al cielo il resto del mondo è troppo stupido o troppo ottuso per rendersi conto di quello che succede, e non ha ancora capito che noi piazziamo deliberatamente la nostra gente sulla linea di tiro, mentre questi ebrei fanno di tutto per non colpirla.
E la loro, di vita? Come dicevo, sta diventando sempre più difficile ucciderli. Hanno approntato sistemi di allarme e di pre-allarme, e rifugi, e stanze di sicurezza rinforzate, e blocchi di cemento protettivo, e servizi medici di pronto soccorso eroici e fantastici. Si immagini se anche noi adottassimo quel genere di misure: più nessuno dei nostri resterebbe ucciso, e allora dove andremmo a finire? Ora che ci penso, non avremmo bisogno di adottare nessuna di quelle misure se solo la smettessimo di sparargli addosso. In fondo, non sono mica loro a sparare per primi. Ma se noi smettessimo di sparare, come potremmo continuare a lamentarci davanti al mondo di quei cattivi dei sionisti? Come potremmo mantenere dalla nostra parte l'Onu e tutti quegli altri creduloni sprovveduti? Come potremmo continuare ad alimentare fra la nostra gente la febbre dell'odio anti-ebraico? Come potremmo continuare a servire la nostra nobile e sanguinaria causa?
E poi - che siano dannati loro e le loro invenzioni tanto intelligenti - non si sono accontentati degli allarmi e dei rifugi. Ora se ne sono venuti fuori con questa diavoleria della "cupola di ferro". In un milione di anni non avremmo mai pensato che funzionasse: un congegno per sparare razzi contro i nostri razzi, facendoli fuori direttamente in cielo. Sì, proprio così, qui non si tratta di Xbox o di Playstation. E dire che l'ultima volta che ho guardato, c'era un cielo piuttosto vasto, là fuori. Eppure - che io sia dannato - ce l'hanno fatta. Dieci dei nostri razzi sono scoppiati nel bel mezzo del cielo solo negli ultimi due giorni. Che schifo! Questa volta eravamo sicuri che saremmo riusciti a realizzare qualche succoso ammazzamento, con quella raffica di lanci (120 in 48 ore). Voglio dire: loro stessi dicevano che il sistema non è ancora perfettamente a punto, che è ancora in fase sperimentale, i loro mass-media prendevano in giro i progettisti, come se fossero stati certi che era tutto inutile.
A volte, giuro, comincio a chiedermi se il padre eterno non sia per caso dalla loro parte. Pazzesco, vero? Non so cosa mi stia capitando. Ma guardiamo ai fatti. Quest'ultimo fine settimana abbiamo avuto un Grad che si è abbattuto vicinissimo agli uffici di un kibbutz, un altro a pochi passi da una scuola di Ofakim: e neanche una vittima. Poco prima, giovedì scorso, vicino al kibbutz Sa'ad avremmo potuto colpire uno splendido scuolabus tutto giallo pieno di scolari, che sembrava fatto apposta per essere facilmente centrato, e invece macché: erano appena scesi quasi tutti appena prima che lo colpissimo, e tutto quello che abbiamo fatto è ferire un adolescente e l'autista.
Cosa? Come dite? Provare, noi, a mettere da parte le armi e interiorizzare la sacralità della vita umana? Sciocchezze. E poi magari mi chiederete anche di fare la pace con loro, di riconoscere che hanno diritto di vivere qui, di costruire uno stato accanto al loro, di dare alla nostra gente un futuro migliore, di lasciar perdere guerra, e violenza, e morte, e uccisioni e provare a concentrare le nostre attenzioni su qualcosa di più positivo e costruttivo. No, questo mai. Lo dico e lo ripeto: mai e poi mai.

(YnetNews - da israele.net ,11 aprile 2011)

È un fatto, ed è ora che ci decidiamo a dirlo nel modo più chiaro e franco: di questi perfidissimi giudei non se ne può più.


barbara


30 gennaio 2011

PER IL GIORNO DELLA NON MEMORIA

Riporto integralmente questo splendido testo di Silvana De Mari, ripreso da Informazione Corretta, di cui condivido anche le virgole.

Sono disposta a morire per Israele (27/01/2011)

Noi dobbiamo cercare di essere sempre il più felici possibile, tenendo l’attenzione su quello che ci rende felici.
Quindi oggi vi parlerò di cosa mi rende felice e dedicherò per la seconda volta la giornata di oggi ai vivi e non ai morti. Da quando mio padre davanti alle mura della risiera di San Saba cercò di spiegarmi cosa era successo, avevo circa 8 anni, non è mai passato un intero giorno, lo giuro, in cui  io non abbia pensato almeno una volta ai campi di sterminio.
A questo pensiero con l’aumento delle mie conoscenze storiche se ne sono aggiunti altri: l’orrore per la cosiddetta crociata dei pastorelli, gli ebrei, tutti, anche i neonati, bruciati vivi insieme ai lebbrosi per l’accusa dei aver causato la peste del quattordicesimo secolo.  (i lebbrosi, loro almeno, non sentono il dolore del fuoco, gli ebrei lo sentivano), l’orrore per i roghi di Torquemada, seimila roghi in un unico giorno, per i pogrom, per tutto l’odio, per il disprezzo (che in realtà nascondeva il complesso si inferiorità davanti alla straordinaria potenza intellettuale dovuta allo studio della Torà e del Talmud).
Faccio parte di quelli che allo sterminio degli ebrei pensano 364 giorni l’anno, 364 appunto, e non 365, oggi non voglio pensarci, perché la giornata della memoria, oggi, mi lascia sempre più perplessa, mi sembra sempre di più un sistema per rilanciare l’antisemitismo, l’odio contro Israele: verbalizzato anche da molti filosofi o sedicenti tali, Asor Rosa, tanto per non far nomi: quelli in coda davanti alle camere a gas, quelli erano ebrei perbene, con la stigmate della sofferenza, non questi insopportabili israeliani che se qualcuno cerca di ammazzargli i figli prima aprono il fuoco e poi intavolano la discussione su cosa sta succedendo.
Quindi oggi dirò tutto quello che mi rende felice: mi rende felice che contro ogni aspettativa, contro tutti i poteri il sionismo abbia vinto e abbia fondato il suo stato. Sono felice per la bandiera israeliana che sventola su Gerusalemme la città di re Davide, sono felice per le persone che pregano davanti al Muro Occidentale, sono felice per i bambini sulle spiagge di Tel Aviv, sono felice per i campi, per le vigne, per gli alberi di melograno. Sono felice per il deserto del Neghev, che è tutto giallo, e poi improvvisamente esplode nel verde del palmeto, perché c’è il miracolo del Kibbuz. Irrigato con l’acqua desalinizzata del Mar Rosso, il deserto germoglia e fiorisce, l’irrigazione avviene sotto terra, così da non sprecare una sola goccia d’acqua, i melograni e le viti vivono sotto grandi tende così che il sole non le bruci. Sono felice per tutte le famiglie che il venerdì sera accendono le candele e cantano dopo aver trasformato il tavolo della cena in un tempio e per quelle che non lo fanno perché sono laiche e non ne hanno voglia, sono felice per i rotoli dei Talmud che sono al sicuro e non possono più essere bruciati dal papa o dal doge di turno, sono felice per i soldati con le loro armi e i loro carri armati, perché grazie a loro e solo grazie a loro oggi gli ebrei sono al sicuro.
Ha detto l’Ajatollah Khatami, che se non ricordo male è quello moderato, quando l’islam avrà la bomba atomica il problema palestinese sarà risolto (l’eufemismo vuol dire gli israeliani saranno sterminati in un olocausto nucleare, che Vattimo, Dario Fo e il regista francese Godard, tutti i siti no global e tutti gli ammiratori di una cultura di morte saluterebbero con sofferto ma indubbio sollievo).
Aggiunge Khatami, è questo che vuol dire essere una cultura di morte, gli israeliani risponderanno con le loro testate nucleari e ci faranno qualche milioni di morti: siamo un miliardo e duecento milioni di persone, ce lo possiamo permettere.
Questa è la differenza, quando ci fu la crisi di Cuba, l’ambasciatore sovietico e lo stesso Kruschov dissero: non siamo pazzi. Non vogliamo morire.
Perché non dovremmo voler morire, chiede Khatami: chi muore per l’islam va in paradiso.
La notizia è che Israele il problema palestinese è già in grado di risolverlo, per usare l’eufemismo di Khatami, visto che ha la sesta aviazione militare del mondo e che i palestinesi non hanno una contraerea.
La prima differenza tra israeliani e palestinesi è questa: tutte le mattine gli israeliani si svegliano perché i palestinesi e tutti i loro dubbi alleati non hanno potuto ucciderli, tutte le mattine i palestinesi e i loro dubbi alleati si svegliano perché gli israeliani non hanno voluto ucciderli.
Questa è la differenza tra cultura di vita e cultura di morte, tra chi accetta anche di uccidere perché deve proteggere i propri figli e chi uccide per il piacere di farlo e balla per strada mentre i bus scolastici o le torri gemelle sono nel fuoco.
Shalom amici israeliani. Il vostro straordinario e bellissimo inno nazionale vuol dire pace.
Shalom.
Avete nemici tremendi, ma anche amici, sono tra questi, che in ogni istante senza un attimo di esitazione sono disposti a dare la vita per voi.
Porto sempre su di me la stellina di Davide, è il mio simbolo per questo patto.
Sono disposta a morire per Israele per l’orrore delle persecuzioni subite, persecuzioni di cui la nazione e la religione in cui sono nata sono state in prima linea.
Sono disposta a morire per Israele per ammirazione per la culture ebraica, il Talmud, la Cabala, i libri, la musica, i pittori,gli architetti, gli scienziati.
Sono disposta a morire per Israele per il coraggio con cui questo stato si è formato, solo, senza nessun protettore, meno che mai gli stati europei, meno che mai gli Usa, dove la lobby del petrolio non voleva perdere l’amicizia dei grandi produttori per Israele.
Sono disposta a morire per Israele per la sua compassione, perché se al posto degli Israeliani ci fosse Putin o anche solo Churchill, la risposta israeliana non sarebbe stata nemmeno lontanamente paragonabile a quello che è.
Sono disposta a morire per Israele perché dietro Israele ci siamo noi, noi civiltà occidentale, certo, ma soprattutto noi italiani, visto che Roma è la quarta città santa dell’islam e come la Sicilia appartiene già all’islam.
L’esercito israeliano combatte anche per noi.
E oggi fatto il voto di quest’anno: che il deportato dell’ultimo campo di concentramento venga liberato.
Che lei torni a casa caporale Shalit. Lei ha l’età di mio figlio. Negli ultimi 5 anni mio figlio è stato negli Usa, di cui si è innamorato, in Israele, di cui si è innamorato, ha preso la maturità, fatto tre anni di università, ha trovato una giovane donna che lo ama e che lui ama.
Da cinque anni lei è rinchiuso, senza poter sentire nemmeno la voce di sua madre.
Shalom caporale Shalit.
Questo sarà l’anno della sua liberazione. Questo è il mio sogno. Ci sarà una festa straordinaria, verrò in Israele anche io e forse riuscirò a stringerle la mano.

Silvana De Mari, medico e scrittore

E ci sarò anch’io. Ci saremo tutti. Se quel giorno verrà. Se verrà...

                                                             

barbara


30 novembre 2010

30 NOVEMBRE 1939

L'annuncio della prima deportazione arrivò a Ko­nin, senza preavviso, giovedì 30 novembre. Gli Hahn sentirono un secco rumore di passi affrettati giù per la scala del loro seminterrato in Tepper Mark, ora ribat­tezzato Horst Wessel Platz: gli uomini della Gestapo sfondarono la porta e ordinarono a tutti di uscire. «Non avevamo nessun oggetto di valore da portare via - racconta Izzy - e nemmeno valigie per i vestiti: allora non si andava mica in vacanza come si fa adesso. Mia madre si mise un indumento sopra l'altro, mio padre indossò vari strati di giacche e anche noi ragazzi c'in­filammo quanta più roba possibile. Si dovette far tutto in un tempo brevissimo. Eravamo terrorizzati. Quelli della Gestapo erano molto alti, il nostro soffitto piut­tosto basso: t'immagini cosa potevano sembrare a noi bambini? Dei giganti. La mia sorellina cominciò a piangere, poi anche mamma. Non avevamo la minima idea di quello che ci sarebbe capitato o dove ci avreb­bero portati.»
I 1080 ebrei selezionati per la deportazione furono condotti nei centri di raccolta, tenuti lì fino a mezza­notte e poi trasportati con autocarri alla stazione. «Durante il tragitto gettammo un ultimo sguardo ai luoghi dov'eravamo vissuti.» Per i deportati era difficile capire che cosa stesse accadendo: fino al giorno prima avevano abitato nella propria casa, dormito nel proprio letto, mangiato al proprio tavolo. Ora si ritrovavano con quaranta o cinquanta altri prigionieri, stipati dentro un vagone merci o su un carro bestiame, rannicchiati o di­stesi sulle nude assi, stringendosi l'uno all'altro per combattere il gelo di dicembre. Erano affamati, oppressi dalla sete, costretti a respirare il fetore di secchi stracolmi, usati come latrina; i bambini piangevano, gli anziani si lamentavano, qualcuno sveniva. E tutto questo senza sapere a cosa andavano incontro.
Spesso il convoglio veniva deviato su binari morti per far passare i trasporti militari. A volte rimaneva fermo per ore e ore, e l'agonia era ancora più interminabile di quando si viaggiava. Il treno seguiva certi itinerari viziosi che lo riportavano spesso negli stessi luoghi, ma si dirigeva comunque verso est. La seconda mattina le guardie aprirono le porte e concessero ai passeggeri cinque minuti d'aria accanto ai vagoni. Felig Bulka, il medico di Konin, era fra i deportati e correva da un vagone all'altro per prodigare il suo aiuto. Il 3 dicembre il treno fece il suo ingresso nella stazione di Ostrowiec Swietokrzyski, città industriale nella Provincia di Kielce: c’erano voluti più di due giorni per percorrere i duecentosessanta chilometri che la separano da Konin. Ad accogliere inuovi arrivati, che uscivano barcollanti dal treno, c’era un comitato: distribuì pane e tè, e per tutti trovò una sistemazione in casa di ebrei.
La prima deportazione allontanò da Konin circa la metà degli ebrei che vi abitavano all'arrivo dei tedeschi. Nel luglio del 1940 venne deportata la restante metà, inizialmente verso Zagórów, Grodziec e altri villaggi della campagna a sud di Konin. Gli ebrei trovavano riparo dove potevano: nei granai, nelle stalle o in stan­ze prese in affitto dai contadini.
Sebbene tutta la popolazione polacca abbia patito pro­fondamente in questo periodo, il 1941 fu «rok zydowski», l'"anno degli ebrei", come lo definì Antoni Studzinski.
Convogli sempre più frequenti viaggiavano verso est, con il loro carico di deportati diretti ai Ghetti di Ostrowiec e di Józefów-Bilgorajski (nei territori del Governatorato generale della Polonia centrale), o raggiungevano di­rettamente Treblinka e gli altri campi della morte. Ma
a migliaia di famiglie ebree della regione di Konin fu­rono risparmiati questi terribili viaggi: vennero sempli­cemente massacrate nella foresta di Kazimierz Biskupi, a non più di quindici chilometri dalla Piazza Grande della città.
Verso la metà del 1942 i burocrati tedeschi potevano già esibire con orgoglio le loro statistiche con un sod­disfacente zero in corrispondenza di una delle voci: a Konin non c'era più un solo ebreo. (Konin, pp.138-140)

Adesso non è più consentito deportare ebrei dall’Europa; è per questo che sono costretti ad ammazzarli sul posto, dove li trovano: in sinagoghe, sedi di comunità, centri di studio, eccetera. Da Israele invece riescono ancora a deportarli: penetrano all’interno dello stato, qualcuno lo ammazzano subito, qualcuno se lo portano via. E, oggi come allora, la Croce Rossa non muove un dito per tentare di visitarli e le famiglie, dopo anni, ancora non hanno modo di sapere se siano vivi o morti.

barbara


25 giugno 2010

TORINO PER GILAD

 















barbara


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25 giugno 2010

ANGELA LANO

Lei, la pasionaria dell’odio antisemita. Lei, schierata anima e corpo coi terroristi palestinesi perché la “causa palestinese” le permette di fare finta di non essere antisemita – che poi ovviamente non se la beve nessuno, ma questa è un’altra storia. Lei, che scrive per un sito talmente antisemita da essere denunciato perfino da Paola Canarutto, una delle persone più visceralmente antiisraeliane – e, a guardar bene, anche discretamente antisemita - che mai abbiano calcato l’italico suolo. Lei, che è andata a tentare di sfondare il blocco navale a bordo di una nave che non trasportava né un’aspirina né un tozzo di pane (mentre le altre cinque navi, tra tutte insieme, trasportavano di aiuti umanitari circa un quarto di quello che Israele trasporta QUOTIDIANAMENTE a Gaza - ma solo pugnali e coltelli e bastoni e spranghe di ferro e biglie d’acciaio e fionde e asce e granate con le quali hanno selvaggiamente aggredito i soldati israeliani scesi praticamente a mani nude a controllare la nave, come il diritto internazionale consente, e dopo che dal governo turco era arrivata l’assicurazione che vi sarebbe stata unicamente resistenza passiva. Lei che, tornata in Italia, si è presentata davanti alle telecamere fresca come una rosa a raccontare di bestiali maltrattamenti da parte dei perfidissimi giudei, novelli nazisti con la stella di David (do you remember Cicciobello Agnoletto che raccontava delle terrificanti sevizie subite da parte dei suddetti perfidissimi senza riuscire ad esibire neanche un lividino grande come cinque lire?). Lei. Beh, tenetevi forte, gente: LEI mi conosce. LEI parla di me. LEI mi cita, o yes. Perché ha deciso di protestare contro il sindaco di Torino per il fatto che ha concesso lo spegnimento della Mole Antonelliana per ricordare Gilad Shalit (concessione accordata con questo ignobile comunicato). E sapete che cosa fa per portare argomenti alla sua santissima (santa quasi come il jihad) protesta? Linka un mio post. Quello, per la precisione in cui denunciavo il vergognoso RIFIUTO del sindaco di Torino di accogliere la richiesta della comunità ebraica di spegnere per un quarto d’ora la Mole Antonelliana. Perché lei è una ragazza studiata e sa perfettamente leggere e scrivere, o yes. Scommetto che ha già imparato quasi tutte le lettere dell’alfabeto, perché oltre che studiata lei è anche tanto tanto intelligente, o yes. Ecco. Qui potete trovare il suo straordinario pezzo di bravura. Che, se non fosse una mastodontica pisciata su migliaia di cadaveri, da una parte come dall’altra, sarebbe perfino esilarante.

barbara


24 giugno 2010

IN QUESTO MOMENTO SI RIACCENDE LA MOLE

È terminata in questo momento la manifestazione di Torino che, nonostante abbia goduto di scarsissima pubblicità, ha avuto un ottimo successo. Alla fine, grazie all’indefesso impegno di Emanuel Segre Amar, il comune ha accondisceso a spegnere la Mole per un quarto d’ora; i manifestanti, dopo l’arrivo dei rinforzi di polizia perché quelli presenti all’inizio non erano sufficienti a proteggerli dai pallestini assatanati accorsi in massa, hanno avuto modo di parlare con la gente affluita per la festa del santo patrono e di distribuire oltre un migliaio di volantini. Adesso sono tornati tutti a casa a cambiarsi gli abiti imbrattati dalle uova lanciate in gran quantità dai suddetti pallestini; il primo uovo ha – casualmente? – preso in piena faccia rav Somekh. Naturalmente, sempre grazie alla mancanza di pubblicità di cui ha "goduto" la manifestazione organizzata da Emanuel Segre Amar, nessun giornalista era presente. Appena mi arriveranno le foto sarà mia cura condividerle con voi.
Nel frattempo vi invito a guardare quelle della manifestazione di Parigi, di cui i giornali si sono ben guardati dal parlare.

barbara


24 giugno 2010

E SE NON ORA, QUANDO?

Io il 24 Giugno, ci sarò. Se non io, chi per me?

Scrivo queste righe di getto, mentre si avvicina un appuntamento importante.
Il 24 Giugno, sotto l’ombra del Colosseo, oscurato per l’occasione, al centro di Roma capitale, il sindaco e le autorità esprimeranno alla famiglia Shalit, il loro sostegno nella vicenda dolorosa del rapimento del loro giovane figlio Gilad, appena 22enne.
Le tristi occasioni come questa, sono lo spartiacque tra quel pugno di amici sinceri su cui può contare il popolo ebraico, e “gli altri”. Perché è ormai consuetudine arrivare a contare tra i nostri amici anche cittadini dotati semplicemente di buon senso, che semplicemente proclamano i fatti così come sono, visto che anche la sola equidistanza tra le parti è diventata una rarità. Ed elemosinare l’attenzione di media, autorità e organizzazioni per una giusta causa è come scalare una montagna, quando sono gli ebrei a chiederlo esplicitamente (quando nell’altro buon 90% delle volte sono tirati per la giacchetta per interessi di parte. Di ogni parte.).
Ma la vicenda Shalit è chiara. Non c’è nulla di complesso da capire. Non c’è bisogno di essere esperti di geopolitica o di conoscere a fondo le ragioni del popolo di Israele o quelle dei movimenti palestinesi. Non siete obbligati a sapere chi è e cosa fa Hamas (anche se a dire il vero sarebbe interessante che lo sapeste), ricordare nomi complessi come quello del presidente iraniano (ma che ogni ebreo tristemente ormai conosce perfettamente) o saper indicare a memoria dove si trova in linea d’aria il muro di Gerusalemme. Non serve neppure guardarsi mezz’ora di video come nel caso della recente nave Marmara, per capire la risposta militare che ne è conseguita.
La vicenda Shalit è cristallina. C’è un ragazzo di 23 anni che è stato
prelevato semisvenuto dopo un attacco ad un convoglio militare. Che è stato trascinato via da un gruppo di guerriglieri armati e che è segregato da 4 anni senza la possibilità di poter comunicare con l’esterno. Senza la possibilità di essere visitato da un organizzazione internazionale (tipo Croce Rossa, per capirci). Senza un processo. E senza un accusa. Tranne una. Quella di essere ebreo. E israeliano. Per i rapitori di Hamas essere ebreoisraeliano giustifica il fatto di essere un detenuto privo di condizioni e diritti (e sottoposto a chissà cos’altro – che D.o lo protegga – tipo di sevizie).
Che c’è da capire, dunque? Sei
ebreoisraeliano, quindi non hai nessun diritto. Se Israele rapisse un giovane palestinese che passava “da quelle parti” e senza motivo lo tenesse lontano da madre e padre per 4 anni, io giuro andrei a manifestare. Per reclamare la sua libertà anche se io sono ebreosionista (anzi, forse proprio perché lo sono).
Quello che mi piacerebbe vedere – e so di essere un folle – sono altri arabi, musulmani, cristiani, buddisti, e quant’altro venire sotto al Colosseo. Tutti quanti a dire: quale che sia la mia idea sul governo d’Israele o sul conflitto mediorientale, un giovane 23enne rapito e rinchiuso senza lo straccio di un diritto non è una buona cosa. Vorrei che chiedessero il suo rilascio. E vorrei che manifestassero insieme a noi per la sua liberazione. Questo sarebbe davvero un gesto inatteso che potrebbe aprire scenari nuovi. Se non per la pace, almeno per una pacifica sopportazione lontano dal teatro della guerra.
Non so se verranno. Ma so già di certo chi non verrà. Non verranno organizzazioni come
Amnesty International, Emergency, e tante altre come loro. O i pacifisti delle varie flotille che hanno sdegnosamente rifiutato anche l’offerta della famiglia Shalit solo di “consigliare” ai rapitori di lasciar libero il ragazzo, in cambio di sostegno. “Loro” sono per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Salvaguardia con qualche SE e qualche MA. SE si parla di ebreisraeliani, non ci sono diritti che tengano, e non valgono nemmeno le palesi violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo o delle varie convenzioni. Essere ebrei significa essere portatori di un marchio indelebile.
Se gli importasse anche solo rispondere, magari si nasconderebbero dietro al fatto che Gilad in fondo è un militare, e come tale responsabile delle forze di occupazione (quale occupazione poi, visto che Gaza è libera da qualche anno). E tralasceranno di dirvi che non hanno mosso un baffo d’indignazione nemmeno per
Daniel Pearl, il giornalista ebreoamericano rapito e scannato come un vitello con un coltello da macellaio in Afghanistan in diretta video, o di Ilan Halimi, un commesso ebreofrancese rapito e torturato fino alla morte per tre settimane alla periferia di Parigi.
Tutti rei di possedere quel marchio d’infamia, non certo quello di essere soldati, giornalisti o commessi, ma quello di essere ebrei-
qualcosa. Qualsiasi cosa. Quindi anche ebreisraeliani.
Il
24 Giugno alle 21,30 al Colosseo io ci sarò. E insieme a me ci saranno tutti gli uomini e le donne di buona volontà di qualsiasi preferenza sessuale, colore della pelle, religione e appartenenza politica. Tutti a gridare “Ora basta! Liberate un ragazzo senza colpe. Subito! “. Se saremo tanti la nostra voce sarà più forte. Se saremo pochi, noi ebrei – insieme a quel pugno di pochi amici su cui sempre contiamo – faremo come al solito tutto da soli. Come la nostra storia plurimillenaria ci ha allenato a fare.
di
Alex Zarfati
per FocusOnIsrael.org

NB: Per completezza si potrebbe dire che il convoglio militare è stato attaccato sul suolo sovrano d’Israele (e non nei territori contesi, per capirci) da un commando terroristico passato attraverso un tunnel, e che i sequestratori di Shalit fanno parte delle
Brigate Izzedin al-Qassam, del Comitato di Resistenza del Fronte Popolare e della Jihad Islamica. Sodali dei guerriglieri di Hamas che dittatorialmente malgovernano la Striscia di Gaza infliggendo terrore tra gli stessi palestinesi. Ma questo è già roba per quelli che hanno il tempo di approfondire la cosa. Gli altri è già un miracolo se hanno letto fin qui (Emanuel Baroz)

Io invece non aggiungo niente, perché niente vi è da aggiungere: ciò ce stanno facendo quelle belve in veste umana non richiede commenti, la solidarietà mondiale pressoché unanime per le suddette belve non richiede commenti, il dolore degli esseri umani degni di questo nome per Gilad e per la sua famiglia e il suo popolo tutto non richiede commenti. Solo due parole: RIDATECI GILAD.



barbara


21 giugno 2010

TORINO PER GILAD SHALIT



La Comunità Ebraica di Torino ha chiesto al Comune di aderire a una iniziativa in favore di Gilad Shalit il 24 giugno: spegnere per 15 minuti le luci della Mole Antonelliana o ritardare di 5 minuti i fuochi artificiali previsti quella sera per la festa di San Giovanni, patrono della città. La risposta è stata negativa: è stata addotta come scusa la "questione della flotilla" ......
Ieri in Comunità, dopo il Kiddush, Emanuel Segre Amar ha comunicato di aver organizzato una manifestazione per Gilad il 24 sera.
Come ha sottolineato Rav Alberto Moshe Somekh chi aderisce a questo tipo di iniziative partecipa per una frazione alla mitzvah del riscatto del prigioniero.
Rav Eliyahu Birnbaum (in questi giorni ospite a Torino) ha aperto la sua conferenza, su altri temi, con parole toccanti riguardo a Gilad e alla sua vicenda.

Chi intende partecipare e chi è disponibile a collaborare per la preparazione del materiale necessario mi contatti in privato.

APPUNTAMENTO A TORINO IL 24 GIUGNO ALLE ORE 20,30 IN CORSO CAIROLI ANGOLO VIA DEI MILLE.

PARTECIPATE NUMEROSI E DIFFONDETE LA NOTIZIA AGLI AMICI!!!!

Grazie
Patrizia

Invito caldamente tutti gli amici di Torino e dintorni a partecipare. Invito caldamente tutti gli altri a diffondere il più possibile la notizia e l’invito. Se ci sono amici di Torino disponibili a collaborare alla preparazione del materiale che non conoscono Patrizia, possono mettersi in contatto con lei tramite me. Grazie.

barbara

AGGIORNAMENTO: iniziative anche a Milano: dalle 21:45 alle 22:00 si spegneranno le luci del Castello Sforzesco. La comunità ebraica di Milano e il comune organizzeranno inoltre una fiaccolata davanti al Castello Sforzesco dalle 21:15 alle 22:00.
AGGIORNAMENTO 2: clicca qui, leggi e fa' il tuo dovere.


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26 aprile 2010

IERI 25 APRILE, COMMEMORAZIONE DELLA LIBERAZIONE

E poiché un ruolo imprescindibile nella nostra liberazione ha avuto la Brigata Ebraica, ne voglio ricordare qui l’istituzione.

I moderni Maccabei della Brigata Ebraica

Sessant’anni fa gli inglesi decisero, a malincuore, di istituire una forza armata ebraica che avrebbe preso parte alla parte finale del secondo conflitto mondiale a fianco degli Alleati contro la Germania nazista. Salutati come la moderna incarnazione dei Maccabei, i soldati della Brigata Ebraica lottarono per la sopravvivenza di Israele, sia dentro che fuori del campo di battaglia.
L’idea di un esercito ebraico moderno era ben presente nel pensiero di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, leader del movimento sionista revisionista (precursore del moderno Likud). Per lui la rinascita della forza militare ebraica era il necessario preludio della rinascita dello Stato ebraico, e nei suoi scritti, il giornalista scrittore e politico di Odessa, cita proprio i
Maccabei come modello ispiratore per i giovani della sua generazione.

Durante la prima guerra mondiale, Jabotinsky e altri dirigenti sionisti esercitarono pressioni su Londra per creare una forza militare ebraica in grado di contribuire allo sforzo bellico degli Alleati. Un volantino per il reclutamento nella Legione ebraica, dichiarava: "La stella di Davide che ha guidato l'esercito dei Maccabei, di gloriosa memoria, nelle battaglie per la liberazione di Israele più di 2.000 anni fa, può sventolare ora di nuovo per condurre gli uomini ebrei verso una libera terra di Israele, per un nuovo popolo libero. " E ciò avvenne - la Legione ebraica svolse un ruolo importante nella liberazione britannica della Palestina dai Turchi.
Dopo l'invasione tedesca della Polonia nel 1939 Jabotinsky chiese agli inglesi di creare una nuova forza armata ebraica, in grado di partecipare alla guerra contro Hitler. Londra inizialmente respinse la proposta, considerandola un avvio al processo di costituzione di uno Stato ebraico, paventando la reazione rabbiosa degli arabi. "Un esercito ebraico non può essere dissociato dal nazionalismo ebraico," disse funzionario dell'Ufficio Esteri ad un collega. "Una nazione ebraica, sostenuta da un esercito ebraico sotto una propria bandiera è solo il primo passo verso la piena realizzazione del sionismo
politico".
Jabotinsky quindi rivolse la sua attenzione verso Washington, compiendo un viaggio verso gli Stati Uniti, all'inizio del 1940, per cercare sostegno per l'idea di un esercito degli ebrei. Dopo la morte di Jabotinsky, la campagna ebraica per un esercito nazionale fu guidata da due dei suoi seguaci, Hillel Kook (meglio conosciuto come Peter Bergson) e Benzion Netanyahu (storico e padre dell’attuale Primo ministro di Israele).
Il loro "Comitato per un esercito degli ebrei palestinesi", utilizzò tattiche forse non ortodosse, ma sicuramente efficaci, come ad esempio annunci a tutta pagina sui giornali, e azione di lobbying verso membri del Congresso. La campagna per l’impegno militare ebraico attirò l'appoggio di numerosi esponenti politici, dirigenti sindacali e intellettuali di spicco. Ottenne con successo l’appoggio di molte stelle di Hollywood e Broadway, grazie agli sforzi del drammaturgo Ben Hecht e dell’attrice Stella Adler.


Il sostegno all’idea di un esercito ebraico attraversò l’opinione pubblica americana abbattendo le barriere razziali. I suoi sostenitori inclusero rappresentanti afro-americani come il leader laburista A. Philip Randolph, lo scrittore Langston Hughes e l'intellettuale W.E.B. DuBois.
Il Dipartimento di Stato si mostrò contrario alla proposta dell'esercito ebraico per il fatto che tale mobilitazione stava avendo un effetto "allarmante", suscitando il sentimento anti-americano nel mondo arabo. Ma Bergson raggiunse notevoli progressi nel conquistare simpatie presso il ministero della Guerra, ottenendo il sostegno del ministro della Guerra Henry Stimson, del Capo della Marina Frank Knox e del suo vice Adlai Stevenson.

Intanto i dirigenti sionisti proseguirono nel loro lavoro di convincimento verso i funzionari britannici. Grazie ai loro sforzi, alla fine Londra si convinse che la creazione di una forza combattente ebraica era necessaria per impressionare l'opinione pubblica americana. Winston Churchill spiegò la sua decisione del 1944, che portò alla creazione della Brigata Ebraica, in questi termini: "Mi piace l'idea degli ebrei vogliano combattere contro gli assassini dei loro connazionali in Europa, e penso che ciò, se si realizzasse, darebbe una grande soddisfazione agli Stati Uniti ".
I 5.500 soldati della Brigata Ebraica entrarono finalmente in azione nei primi mesi del 1945. Si distinsero nella lotta contro i tedeschi in diverse battaglie importanti. Nell’estate del 1945 presidiarono il confine austro-italiano, facilitando da questa posizione strategica il transito dei sopravvissuti dell'Olocausto verso la Palestina. Molti veterani della Brigata divennero membri attivi nel "Bricha" il movimento clandestino che permise l’immigrazione di migliaia di profughi ebrei in Terra Santa.
Più tardi, i veterani della Brigata hanno messo a disposizione la loro esperienza militare, guadagnata sui campi di battaglia d’Europa, per aiutare la sopravvivenza di Israele nella Guerra d'Indipendenza del 1948 contro gli eserciti arabi invasori.
Come i Maccabei dell’antichità, i soldati della Brigata Ebraica contribuirono alla libertà del loro popolo. Il loro straordinario coraggio e la devozione superarono ostacoli incredibili, e, ancora una volta, si può dire che i pochi prevalsero sui molti.

Kislev 26, 5765 / 09 December 04
Dr. Rafael Medof
Direttore del David S. Wyman Institute for Holocaust Studies (fonte)

E abbiamo visto, negli ultimi anni, presi a insulti e sputi questi gloriosi combattenti per la nostra libertà, abbiamo visto bruciare le loro bandiere, abbiamo visto prendere a insulti e sputi perfino i superstiti dei campi di sterminio, ma noi non ci arrendiamo, e la nostra bandiera continua e continuerà a sventolare alta nel cielo.


foto cortesemente fornita da Fuori dal Ghetto

E mentre gli uomini combattono con armi leali, i vermi che di putridume si nutrono e putridume producono, preferiscono combattere così.


barbara


1 ottobre 2009

AHMADINEJAD FA IL GANZO IN TV

Ahmadinejad ospite al Larry King Show
Il dittatore strizza l’occhio ai media americani


C’è un luogo che Mahmoud Ahmadinejad, presidente-dittatore della Repubblica Islamica dell’Iran, ama frequentare ogni volta che viene a New York a parlare (o sparlare) all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: il salotto del Larry King Show, uno dei programmi televisivi statunitensi più celebri e amati dal pubblico del piccolo schermo. Si sa, anche i dittatori curano la loro immagine, così “l’ultimo discendente del profeta Maometto” si è presentato negli studi televisivi del programma vestito di tutto punto, con un elegante vestito grigio a conferirgli tono, autorevolezza e una certa aria da mediorientale in viaggio d’affari in Occidente. Arredamento sobrio, bandiera iraniana sullo sfondo, a interloquire con il barbuto dittatore uno dei “santoni” del giornalismo americano, Larry King, nome d’arte per Lawrence Harvey Zeiger, oltre quarantamila interviste realizzate in carriera e otto matrimoni alle spalle. “Chissà quale sofferenza avrà provato l’antisemita Ahmadinejad nello stringere la mano ad un personaggio che impersona al meglio lo stereotipo dell’ebreo basso, brutto, gobbo e col nasone”, si chiede un blogger americano (non ebreo). Insofferenza abilmente nascosta durante l’intervista, che è stata comunque “una partita di scherma” (soprattutto nella seconda parte) tra i due, con stoccate da una parte e dall’altra. King, memore delle critiche ricevute per essere stato troppo morbido e conciliante con il suo scomodo ospite l’anno scorso, ha cercato, attraverso domande pungenti e dirette, di mettere in difficoltà Ahmadinejad sin dall’inizio. Così, a differenza della passata intervista, quando l’attacco fu molto soft (“Che cosa prova ad essere a New York?”), questa volta la trasmissione è iniziata con un video di Obama, nel quale il presidente americano ha accusato il dittatore iraniano di voler sviluppare un programma nucleare non regolamentato dalle leggi internazionali. Chiaro il riferimento al secondo impianto iraniano per l’arricchimento dell’uranio, attualmente in costruzione nelle vicinanze della città di Qom. Ahmadinejad, fingendosi quasi stupito, si è giustificato dicendo di non aver violato il regolamento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, “in quanto tale regolamento prevede l’obbligo di informare l’Agenzia solamente sei mesi prima che un impianto sia operativo. Siccome quello di Qom non sarà funzionante prima di un anno e mezzo, non ho fatto niente di male”. A contorno di queste affermazioni un sorriso sornione (che mostrerà più volte durante l’intervista) e una apparente rilassatezza, armi mediatiche diaboliche per cercare di allontanare i cattivi pensieri che aleggiano intorno al processo di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran. Alternando bastone e carota, Ahmadinejad ha poi lanciato chiari e minacciosi moniti all’Occidente (“l’epoca del colonialismo è finita, Francia e Gran Bretagna non si possono permettere di giudicare il mio paese”), seguiti da messaggi di apertura (“gli ispettori dell’Agenzia possono venire a Qom quando vogliono”). Non sono mancati anche tentativi di “arrampicarsi sugli specchi”, come quando King ha cercato di approfondire la questione del mancato rispetto dei diritti umani in Iran e delle sanguinose repressioni nei confronti degli oppositori del regime, ottenendo risposte sfuggenti ed evasive da Ahmadinejad. Assurdo, poi, il contrattacco del leader iraniano, che ha chiesto al presentatore lumi sul sistema carcerario americano e sul numero di prigionieri che muoiono ogni giorno nelle carcere statunitensi, come se King fosse Ministro della Giustizia e potesse rispondere a quelle domande. Ma è su Shoah ed Israele che lo scontro tra i due si è fatto ancora più acceso. Ahmadinejad non ha negato esplicitamente lo sterminio degli ebrei, dando risposte molto vaghe, del genere “sono uno storico, e come alcuni studiosi, ho opinioni differenti in proposito” o “perché non parliamo del genocidio del popolo palestinese?”. King ha mostrato apertamente il suo disappunto per le risposte ottenute, alzando più volte (e vanamente) la voce, scontrandosi contro il muro del silenzio eretto dal despota iraniano. Capitolo Israele: “Crede che sia possibile che l’esercito israeliano bombardi i vostri impianti nucleari?”, questa volta la domanda del settantaseienne giornalista di Brooklyn ottiene una risposta chiara da Ahmadinejad che, assunte le veci di insegnante di geografia, accenna alla differenza di estensione territoriale tra i due paesi, ritenendo Israele troppo piccola per impensierire il “gigante” iraniano. “Potrebbe, signor presidente, potrebbe”, mormora (con malcelata soddisfazione) King. Verrebbe quasi da ridere, se la sua battuta non prefigurasse scenari catastrofici, per il Medio Oriente e il mondo intero.
Adam Smulevich

Naturalmente vogliamo tutti deprecare la mefistofelica cattiveria di Larry King, cattiveria che peraltro non ci stupisce, trattandosi di un perfido giudeo. E ancora di più risalta, a fronte di tanta malvagità, la bontà di Sergio Romano: lui sì che ha capito tutto dell’ineffabile Ahmadinejad. Poi già che ci siete andate a vedere come quegli altri amici del buon Ahmy, i bravi ragazzi di Hamas, hanno genialmente trovato un modo semplice ed efficace per insegnare ai loro bambini come prendere per il culo quel pirla di Gilad Shalit che frigna mamma mamma. Quindi per proseguire bene la giornata andate a leggere la buona notizia sulle meravigliose invenzioni islamiche che vi dà lui, e infine
MEMENTO: +31.

barbara


27 giugno 2009

RICORDIAMO

Tre anni fa, con un’incursione armata in territorio israeliano, terroristi palestinesi rapivano il caporale Gilad Shalit,

              

che LA CROCE ROSSA INTERNAZIONALE NON HA MAI CERCATO DI VISITARE, e per questo non abbiamo, di lui, alcuna notizia certa. Nel corso del medesimo attacco terroristico proveniente dal territorio NON PIÙ OCCUPATO di Gaza, sono stati assassinati i suoi commilitoni Paul Slutzker e Hanan Barak.

   

In quegli stessi giorni veniva rapito anche il diciottenne Eliahu Asheri, mentre faceva autostop. 

                                            

Per giorni e giorni le bestie immonde che si erano impadronite di lui hanno continuato a ripetere “Se lo rivolete vivo dovete fare questo”, “Se non fate quest’altro lo uccidiamo”. Invece lo avevano già ucciso subito.

                              

E il mondo intero si commuove per loro, si mobilita per loro, si attiva per loro, si straccia le vesti per loro, per questa putredine in sembianze umane. Qualcuno, un giorno, dovrà renderne conto, spero.

barbara

AGGIORNAMENTO: di Gilad si è nuovamente occupato Ugo Volli, virtuoso insuperabile nell’arte di affondare le mani nel più putrido letame e farne scaturire degli splendidi fiori come questo.


24 giugno 2009

UN EROE BORGHESE

                                       

L’eroe è Giorgio Ambrosoli, assassinato per avere messo le mani su affari troppo grossi e troppo sporchi. Assassinato per avere ascoltato la propria coscienza e il proprio senso del dovere anziché i solleciti buoni consigli che da ogni parte premurosamente gli si facevano arrivare. Assassinato con tale lampante prevedibilità di indurlo a scrivere, già tre anni prima, una lettera-testamento all’amatissima moglie. Ed è particolarmente interessante rileggere questo libro un po’ datato proprio in questo momento di crisi economica, di giochi sporchi, di affari loschi, di personaggi equivoci che si aggirano sulla scena: rileggere la vicenda umana e professionale di quest’uomo, le pesantissime pressioni per farlo deviare dal compito che sta perseguendo, l’ombra fosca della P2 che inquina ogni sfera della vita pubblica, e onnipresente, naturalmente, lui, il potentissimo senatore democristiano, l’uomo dai mille tentacoli e dai mille legami; rileggerlo alla luce di quanto sta accadendo oggi, dei personaggi che si aggirano sulla scena oggi, dei giochi e dei traffici in atto oggi, è davvero un utile esercizio. Che raccomando a tutti.

Corrado Stajano, Un eroe borghese, Einaudi



(E poi vai a leggerti questo. Che cosa c’entra? C’entra, c’entra, fidati)


barbara


28 agosto 2008

DARFUR LA POLITICA DEI PASSI INDIETRO

Capitolo primo. Da quasi cinque anni il Darfur, regione del Sudan, vive quello che il Dipartimento di Stato Usa ha definito "un genocidio". Nella crociata dei governativi (arabi del nord) contro le popolazioni africane e nomadi, i morti sono stati tra i 250 e i 300mila. Centinaia di villaggi sono stati distrutti. La violenza sulle donne è stata adottata come tattica di guerra. Due milioni e mezzo di persone sono fuggite nel confinante Ciad, dove vivono in campi assai poco sicuri.
Capitolo secondo. Dopo anni di passività l’Onu entra in campo. L'inefficace forza di pace dell'Unione africana lascia il posto, il 31 dicembre 2007, a una nuova missione chiamata Minaud composta da 20mila soldati e da seimila poliziotti. Il governo di Khartoum mette i bastoni tra le ruote ma alla fine concede il suo assenso.
Capitolo terzo. Dei 26mila previsti, la Minaud può contare oggi su ottomila uomini. Quasi tutti africani (come prima della "storica" decisione dell'Onu) perché i paesi occidentali si sono bellamente tirati indietro. Solo gli europei hanno mandato qualcosa, ma in Ciad e non in Darfur. Mancano anche i mezzi, in particolare gli elicotteri, senza i quali i movimenti sul terreno sono ardui. Gli attacchi e i massacri continuano come se nulla fosse stato deciso. E vengono colpiti anche i militari della Minaud, più impotenti che mai.
Capitolo quarto. L'argentino Luis Moreno-Ocampo, procuratore del Tribunale penale internazionale istituito a Roma nel 1998, chiede l'incriminazione del presidente sudanese Ornar al-Bashir per genocidio e crimini contro l'umanità. Molti criticano il magistrato, perché, dicono, l'arresto è materialmente impossibile e si rischia di aggravare ancora la situazione in Darfur.
Capitolo quinto. Incredibilmente la Minaud comincia a
evacuare il "personale non essenziale" temendo tempi peggiori. La Cina, che acquista gran parte del petrolio sudanese e nel contempo vuole proteggere le sue Olimpiadi, continua a fare il pesce in barile.
Capitolo sesto. Il governo sudanese avverte di non poter garantire la sicurezza dei cittadini stranieri in Darfur. Grazie, lo sospettavamo, E l'Onu, cosa può garantire? (Franco Venturini, Io donna, 23 agosto 2008)

E vai a leggere anche questo.
(Poi, volendo, ci si potrebbe anche chiedere come mai a quelle anime sensibili che vanno in barca a portare generi di conforto, oltre che solidarietà morale, a gente decisamente ben pasciuta e ben vestita, nonché abbondantemente fornita di tecnologia, non viene l’idea di fare un giro anche da queste parti).



barbara


25 giugno 2008

25 GIUGNO 2008: DA DUE ANNI GILAD SHALIT È IN MANO AI CARNEFICI

Appello per la liberazione di Ghilad Shalit a due anni dal suo rapimento

24 giugno 2008

Il 25 giugno del 2006 il soldato oggi ventiduenne di Tzahal, Ghilad Shalit, veniva rapito in territorio sovrano israeliano, al confine con la Striscia di Gaza, da terroristi di Hamas. Sono due anni che questo ragazzo è stato privato della sua libertà mentre compiva il suo dovere di servire lo Stato. Da allora non sono pervenute notizie accreditate circa il suo stato di salute e nemmeno la Croce Rossa Internazionale è mai stata autorizzata a visitarlo, così come nel caso di Eldad Reghev e Ehud Goldwasser, i due soldati rapiti sul fronte settentrionale da Hezbollah, 17 giorni dopo Ghilad Shalit.
In questi giorni, il governo israeliano e quello egiziano – che funge da mediatore nelle trattative con Hamas – stanno intensificando i contatti per includere la liberazione di Shalit negli accordi di tregua. Tregua che è stata oggi violata con il lancio di 4 razzi Qassam sulle città israeliane del Neghev occidentale. Tra le richieste di Hamas, quella di rilasciare 450 detenuti palestinesi, molti dei quali con sangue sulle mani, oltre a rappresentare una contropartita sproporzionata per garantire la libertà di un soldato e cittadino israeliano, è un prezzo estremamente alto per la sicurezza stessa dello Stato d'Israele.
In un'ultima lettera presumibilmente di pugno di Ghilad Shalit, recapitata alla sua famiglia il 9 giugno scorso, il soldato esprimeva tutta la sofferenza e le difficoltà di salute, oltre che psicologiche, in cui si trova. Il momento è critico e auspichiamo che le trattative non vengano interrotte e che la mediazione egiziana possa portare ad esiti soddisfacenti. Ci rivolgiamo quindi al governo e alla società italiani affinché, in questa delicata situazione in cui le trattative su entrambi i fronti sembrano essere più che mai aperte, si mobilitino per rompere l'isolamento in cui si trovano Ghilad Shalit, nelle mani di Hamas, e Golwasser e Reghev, nelle mani di Hezbollah, a ormai due anni dal loro allontanamento forzato da casa.

È possibile aderire all'appello qui.

barbara


19 aprile 2008

HAG PESACH SAMEACH

Nel ricordare che fummo schiavi in Egitto e ora, baruch ha-Shem, non lo siamo più; nel rinnovare una fede capace di aprire i mari e varcare i millenni; nel gioire per la patria rinata che difenderemo e che ci difenderà, un pensiero vada anche a quei nostri fratelli che, schiavi ancora nelle mani del nemico, di questa festa non potranno godere.
Hag Pesach sameach a tutti.



barbara

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Un proposito:
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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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