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Diario


22 marzo 2010

GUIDA (ITALIANA) ALLA GUERRA SANTA

Così il sito di un gruppo musulmano nel nostro Paese esalta l’esempio dei kamikaze

di GIAN ANTONIO STELLA

«L’allenamento militare è un obbligo islamico e non una opzione» per «ogni sano, maschio, maturo musulmano, che sia ricco o povero, che stia studiando o lavorando, sia che viva in un Paese musulmano o non-musulmano».
Proprio nei giorni in cui l’Occidente scosso dal massacro di New York tende la mano al mondo islamico riconoscendo l’abisso che c’è tra quanti si riconoscono nel Corano della pace e della tolleranza e quanti vi cercano parole di odio, un sito Internet italiano semina messaggi di minacciosa ambiguità. Si chiama «Islam Jihad Italia» (www.islamitalia.it), si vanta d’essere «il portale dei musulmani» nostrani, è il più visitato dai navigatori sia per AltaVista sia per Google ed è l’organo on-line dell’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). Un movimento che, spiega il libro «Islam, Italia» di Magdi Allam e Roberto Gritti, è minoritario nel panorama nazionale, ha il segretario nel convertito Hamza Roberto Piccardo e si riconosce nei Fratelli Musulmani.
I fratelli musulmani sono l’ala più dura e pura di quel fronte che punta apertamente a islamizzare l’Europa e l’Italia galleggiando sfuggente: né con Bin Laden, né contro Bin Laden. Con ripetuti ammiccamenti a tutte le jihad sparse per i continenti.
C’è tutto, nel sito. L’irrisione strafottente a un signore che chiede perché gli islamici rivendichino qui il diritto a convertire i cattolici quando non è permesso il contrario in Arabia: «Il paragone non è valido perché l’Arabia Saudita è uno Stato a regime islamico. L’Italia non è così, dunque non si può parlare di reciprocità: si tratta di una repubblica fondata sul lavoro e non sul Corano o sulla Bibbia!». La prescrizione alle donne a non uscire senza essere accompagnate da marito, fratello o figlio.
L’approvazione del processo ai cristiani accusati di proselitismo a Kabul: «È logico che ciò che è legale da noi può non esserlo in altri Stati». L’invito a finanziare la guerra santa dei talebani.
Per «Islam Jihad Italia» (le tre parole sono in bianco, rosso e verde) l’Afghanistan è in realtà «l’unico Paese nel mondo nel quale Allah ha riacceso il Jihad nel 20° secolo», dove «gli eruditi Islamici vivono vite semplici» e hanno «implementato con successo la Shariah», la legge islamica, «riportando la legge e l’ordine». Di più: quello di Kabul è «l’unico governo musulmano che si è rifiutato di prostrarsi sotto la pressione dei nemici di Allah». Tanto che la soluzione di «tutte le calamità» islamiche della Terra, dalla Palestina alla Cecenia, dal Kashmir alle Filippine e all’Indonesia, non sarà «niente se l’unico gruppo di Musulmani che si è alzato e ha implementato la Shariah dovesse cadere».
La parte più sconcertante del sito però, destinata ad accendere la polemica e sollevare le dissociazioni delle organizzazioni islamiche più responsabili, è quella che con un link si richiama alla guerra santa in Cecenia. E non tanto per le foto raggelanti di soldati russi mutilati per rappresaglia. Quanto perché la Cecenia è il punto di partenza per mettere a fuoco due temi generali: la liceità del suicidio dei kamikaze maomettani e la necessità che tutti i musulmani si allenino alla jihad poiché «chiunque muore senza avere combattuto in battaglia, e senza avere il sincero desiderio nel suo cuor di combattere in battaglia, muore su di un ramo di ipocrisia».
Sia chiaro: il movimento coordinato da Piccardo (che come tutti i Fratelli Musulmani ha stretto un patto di obbedienza, la bayaa, che si basa, come spiega Allam, «sull’accettazione da parte dell’adepto a prestare obbedienza al proprio capo spirituale considerandola pari all’obbedienza al profeta Maometto e quindi pari a Dio») ha detto subito parole di censura sull’attentato a New York. È vero che ha dato spazio all’ipotesi che a fare la strage siano stati gli israeliani: «Solo loro han ricavato guadagno da tutto ciò che è successo. (...) La gente americana, generalmente, è beatamente inconsapevole della macchinazione israeliana, è condotta dal naso dei media che è dominato dagli ebrei». Ma la presa di distanza c’è stata. E va registrata.
La teorizzazione del suicidio nel nome di Allah, però, è resa esplicita con parole che vanno oltre il conflitto ceceno e non lasciano margini a dubbi e distinguo. Spiega infatti il sito, sotto il titolo «Giudizio Islamico Circa la Permissibilità di Operazioni di Martirio», che «il nome "operazioni di suicidio" usato da alcuni è inaccurato, infatti questo nome è stato scelto dagli Ebrei al fine di scoraggiare la gente da tali imprese» poiché «non c’è alcun’altra tecnica che diffonda così tanto terrore nei loro cuori». L’obiettivo, spiega Islam Jihad Italia, cantando il sacrificio della cecena Hawa Barayev, «una delle poche donne il cui nome sarà registrato nella storia», è chiaro: «Cercare il martirio. Infliggere perdite sul nemico. Incoraggiare i Musulmani ad attaccare. Demoralizzare il nemico, mostrando loro che se un uomo può fare ciò, allora cosa è capace di fare la totalità!».
L’importante, precisano tutti i saggi, è non morire inutilmente: «Se, ad ogni modo, egli sa che non infliggerà alcune perdite al nemico, non è permissibile per lui di attaccarli, in quanto non contribuirebbe al rafforzamento della religione». Allora il suicidio torna a essere un peccato perché non porta «alcun beneficio ai Musulmani». Ma se i «miscredenti» destinati a saltare per aria sono tanti, allora Allah sarà misericordioso: «Purché ottenga qualche cosa, come uccidere, ferire o sconfiggere il nemico».
Vale per l’Afghanistan, la Cecenia, la Palestina o il mondo intero? Rispondono le pagine on-line dedicate al tema: «Come posso allenarmi per Jihad ». Dove la parola, dopo le seccate precisazioni intorno al «vero significato» che sarebbe quello di «combattimento interiore», assume un senso differente. Più vicino alle idee bellicose di Bin Laden che a quelle degli islamici sinceramente moderati e tolleranti che costituiscono la grande maggioranza del panorama italiano e internazionale.
L’interpretazione del versetto (8.60: «Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete (raccogliere) e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah...») è affidata a «Sahih Muslim», cioè l’«opera omnia genuina di Muslim», uno dei grandi interpreti del Corano. Ed è secca: «La forza è sparare, la forza è sparare, la forza è sparare». Precisa tuttavia il sito che a tanto si arriverà dopo. Prima c’è l’allenamento. Corse. Flessioni. Iscrizioni a «club che insegnano armi come il combattimento con la spada o il coltello». Fino ad arrivare all’«addestramento su armi da fuoco». Spiegazioni in dettaglio: «In alcuni Stati degli Usa o Sud Africa, è perfettamente legale per componenti del pubblico di possedere certi tipi di armi da fuoco. Se vivete in tali Paesi, ottenete un fucile d’assalto legalmente, preferibilmente AK-47 o variazioni, imparate come usarlo appropriatamente...».
Corriere della Sera 20/9/2001

Tutto noto, tutto documentato, tutto esplicitamente dichiarato nero su bianco già quasi dieci anni fa. E qualcuno ancora si affanna a dimostrare che saremmo noi gli esaltati, che saremmo noi i visionari, che saremmo noi i fissati.
Nel frattempo, tanto per restare tra fissati, andate a leggere anche questo e questo.


barbara


4 febbraio 2010

UMORISMO

Se per caso qualcuno si immagina che dell’umorismo abbiamo l’esclusiva gli ebrei, beh, si sbaglia …

"Dal paese dove se non ti piace il Corano ti processano"

Cari amici, sappiamo tutti per esperienza che la mamma dei cretini è sempre incinta. E anche quella degli antisemiti, ammettendo che si tratti di due mamme diverse. Quel che non sapevamo, forse, è che queste mamme partoriscono spesso dei grandi umoristi involontari. Vi ho raccontato l'altro giorno della bella battuta del sindaco di Malmoe per cui in sostanza il sionismo è una forma di antisemitismo (e viceversa?). Infatti "sono tutt'e due estremismi". E allora, se Goering e le SS erano autentici sionisti, come la mettiamo con gli antisemiti "moderati", quelli che non farebbero mai il lavoro sporco ad Auschwitz, perché sono signori educati, ma insomma "questi ebrei hanno davvero troppe pretese, e poi comandano loro in finanza, sui giornali, dappertutto, bisognerebbe che la smettessero"? Mah, chissà, un comico non è obbligato alla coerenza intellettuale, specialmente se di mestiere fa il politico.
E però ho trovato qualcuno ancora più (involontariamente) spiritoso del sindaco Ilmar Reepalu. Lui, anzi lei, perché si tratta di una signora, una vera signora, si chiama Gretta Duisenberg, abita nella fertile contrada eurabica d'Olanda, dove se non ti piace il Corano ti processano (a proposito, com'è finito il giudizio di Geert Wilders?). Di mestiere fa la vedova del primo presidente della banca europea, l'amica della regina d'Olanda e la protettrice degli islamisti nell'alta società olandese. È abituata a ripetere le solite cose connesse a quest'ultimo mestiere, per esempio queste citate da http://www.haaretz.com/hasen/spages/1146333.html: "la potente lobby ebraica gioca sul senso di colpa del paese per l'Olocausto" ... "è molto forte e potente e ancora specula sui nostri sentimenti anche se sono passati 63 anni dall'Olocausto" (magari con qualche errore di aritmetica che getta forse qualche luce sui problemi venuti fuori quando l'Euro fu istituito con la supervisione del marito: 2010 meno 63 a casa mia fa 1947, il nazismo secondo tutti i libri di storia cadde nel '45, ci sono due anni che ballano, o la signora vive una storia tutta sua o non sa far di conto... fate un po' voi). Ma poi nell'articolo aggiunge una piccola frase, anch'essa citata da Haaretz che le meriterebbe l'ingresso in un'edizione europea delle "formiche nel loro piccolo". Dice dunque la signora Duisberg che non se ne può più, "ogni volta che ce l'avete con gli ebrei, in Olanda vi chiamano antisemita" ("whenever you have something against the Jewish people in Holland they call you an anti-Semite."). Geniale, signora, ecceziunale veramente. Mi saluti la sua mamma e se se la sente, le regali la pillola del giorno dopo.

Ugo Volli



Effettivamente non si capisce perché ci sia gente che abbia la strana abitudine di chiamare antisemiti quelli che odiano gli ebrei, ma si sa che la gente è strana. E mentre ci sforziamo di abituarci a tutti queste stranezze, andiamo a leggerci l’ennesima perla del grande, sempre più grande, Gian Antonio Stella.



barbara


28 gennaio 2010

OGGI PARLO DI CALCIO

Con le parole del grande Gian Antonio Stella


Weisz e l'occasione che il calcio ha perso


Nel derby non c' è stato un minuto per ricordare il tecnico morto ad Auschwitz

Peccato. Poteva essere l'occasione giusta, il derby, perché l'Inter ricordasse la tragedia di uno dei suoi allenatori più grandi. Perché la partita con il Milan era proprio alla vigilia del Giorno della Memoria, celebrato oggi. Perché da mesi è in corso un'indecente offensiva razzista contro Mario Balottelli. Perché, infine, si giocava nello stadio intitolato a Pepin Meazza, il più famoso dei fuoriclasse scoperti dall'uomo straordinario di cui stiamo parlando: l'ebreo Árpád Weisz, morto ad Auschwitz nel 1944 dopo essere sopravvissuto qualche anno allo sterminio della moglie e dei due figli. Bastava un minuto di silenzio. Solo un minuto di silenzio. Macché. Ancora una volta, nonostante la sempre più ammorbante spazzatura negazionista quotidianamente rovesciata in internet suggerisse la necessità di un forte gesto simbolico, non solo la Lega, la Figc, il mondo del calcio in generale (che si limita nel ricordo da pochi anni all'organizzazione di un torneo giovanile a Roma...) ma anche l'Inter multietnica di Massimo Moratti hanno totalmente dimenticato quel pezzo del loro passato. Non era uno qualunque, Árpád Weisz. Intendiamoci, l'infamia del suo assassinio sarebbe stata uguale se fosse stato un mediocre «mister» di una mediocre squadretta di mediocri dilettanti. Ma Árpád Weisz, ungherese, giocatore del Padova, dell'Inter e della nazionale magiara prima di appendere le scarpette al chiodo, fu un grande. Che non solo scoprì eccezionali talenti come appunto Giuseppe Meazza, ma vinse tre scudetti negli anni d'oro del calcio italiano: uno nella stagione 1929-30 con l'Inter (allora Ambrosiana) e due, nel 1935-36 e nel 1936-37, col Bologna. Altra società che di nuovo si è scordata di lui nonostante Weisz l'avesse portata nel '37 a vincere a Parigi quella che allora era una specie di Coppa dei Campioni, la Coppa dell'Esposizione, stracciando per 4 a 1 in finale i «maestri» inglesi del Chelsea. Era ai vertici del calcio italiano e non solo, Árpád Weisz, quando vennero varate nel 1938 le leggi razziali fasciste. Anche per aver scritto con Aldo Molinari un famoso manuale, «Il Giuoco del calcio», con la prefazione di Vittorio Pozzo. Eppure, quando l'anno dopo il trionfo europeo fu costretto ad andarsene dal Bologna, sparì nel nulla come spariscono i pali e le reti e le strisce bianche dei campi quando, dopo le partite in notturna, un clic dell'interruttore spegne i fari. Così come, contemporaneamente, si spegnevano i fari sulle più celebri cantanti dell'epoca, Alexandrina, Judith e Kathrina Leschan, il Trio Lescano, loro stesse «colpevoli» di essere ebree. Eppure lo sanno, Moratti e Abete e Beretta e tutti quanti, quale fu il destino di Árpád Weisz. Lo sanno almeno da quando un paio di anni fa, il direttore del Guerin sportivo Matteo Marani raccontò la sua tragedia nel libro «Dallo scudetto ad Auschwitz» (Aliberti). Era così difficile fare, di questi tempi, un piccolo sforzo di memoria?

Stella Gian Antonio



Già, la memoria si onora solo quando se ne possono ricavare credenziali politiche, o altri utili dividendi. Qualche altra notizia su Árpád Weisz qui, dove ho anche rubato la foto.

barbara


21 gennaio 2010

I VOLTI DELLA MEMORIA

Gli articoli di Gian Antonio Stella sono sempre stupendi. Qualche volta sono anche qualcosa di più che stupendi.Questa è una di quelle volte.

L’ossario digitale dei bimbi ebrei. Rastrellati in 288, uno solo tornò

C'è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini».
Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa «Vittoria delle armi, vittoria del bambino» o i proclami nel «Mein Kampf» di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’istituzione nel 2000 del Giorno della Memoria, il Cdec, il Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, ha deciso di metterle on line.
È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano «L’olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’Israele, terra maledetta! / I popoli d’Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe...». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’uomo.
Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato Ricerche Deportati Ebrei che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele...» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie...» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo...» Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’orrore.
Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro. Dei 1023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ottobre ’43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne «Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini», è «l’altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115.
Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’archivio del Cdec.
Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne «Il libro della memoria — Gli ebrei deportati dall’Italia» quella Liliana Picciotto di cui è in uscita «L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944», vuol dire strappare ciascuno di loro all’umiliazione supplementare. L’essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’uno dall’altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio.
Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli.
Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità.
Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’indirizzo www.cdec.it/voltidellamemoria/. Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne «La notte» lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede».
Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni...».

E poiché, come purtroppo sappiamo fin troppo bene, l’antisemitismo non è nato col Mein Kampf e non è rimasto sepolto fra le ceneri di Auschwitz, Ugo volli ci ricorda che ai giorni nostri succede anche questo.








Foto pubblicate qui.


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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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