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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


25 maggio 2011

UNA SOTTILE LINEA DI DEMARCAZIONE

1938. Una sottile linea di demarcazione, un invisibile confine, divide il mondo ebraico dal resto dell’universo.  Un universo capace di rimanere silente  di fronte al massacro di sei milioni di vite. Un universo che ha deciso di schierarsi al fianco dello sterminatore. Un universo desideroso di ascoltare, obbedire, offrire intere città, concedere immensi territori, al Male in persona. All’ideatore delle camere a gas. Al pianificatore del minuzioso progetto di sterminio del popolo ebraico. Il confine è ancora lì. E si chiama identità ebraica. 1967. Una sottile linea di demarcazione, un invisibile confine, divide il mondo ebraico dal resto dell’universo. Un universo capace di rimanere silente di fronte alle minacce quotidiane di leader arabi secondo i quali “il pericolo di Israele consiste nella mera esistenza di Israele, in ciò che è e ciò che rappresenta" [1]. Un universo che ha deciso di schierarsi al fianco di regnanti che vogliono vedere “Israele allagata di sangue ebraico”. Un universo in cui anche gli alleati storici, di nome Stati Uniti, a pochi giorni da una prima dichiarazione “in questa guerra Israele non sarà solo”, allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, cambiano strategia e annunciano “la nostra posizione sarà neutrale nel pensiero, nelle parole e nell’azione”. Alleati capaci di dichiarare l’embargo di armi nella regione proprio quando i nemici di Israele vengono foraggiati dalla Russia. Il confine è ancora lì. E si chiama ime in ani lì, mi li.  Se non sono io per me, chi sarà per me. 2011. Una sottile linea di demarcazione, un invisibile confine, divide il mondo ebraico dal resto dell’universo. Un universo capace di cambiare etichetta e denominazione a terroristi macchiati di sangue ebraico elevandoli al rango di interlocutori politici. Un universo desideroso di ingraziarsi, inginocchiarsi, annullare la propria identità civile concedendola al terrorismo in persona. Il confine è ancora lì. E nessuno è disposto a metterlo in discussione. Perché costruito col sangue di soldati desiderosi di dare una terra sicura ai propri fratelli. Perché basato sulla Halachà, la legge ebraica, che impone di salvaguardare la vita degli abitanti. Perché prescritto dalla Torà, che lo esige di  “ferro e rame” affinché  nessun nemico possa aprirsi un varco nella terra d’Israele. Il confine è ancora lì. E nessun alleato presunto, nessuna autorità contingente, nessun amico sedicente, potrà mai deciderne il destino.

Gheula Canarutto Nemni

[1] Yehoshafat Harkabi, Arab Attitudes To Israel, (Gerusalemme: Keter Publishing House, 1972), p. 27.

Non aggiungo commenti, perché la verità non ha bisogno di essere commentata, ma solo conosciuta.

barbara


14 marzo 2011

DEDICATO AGLI ULTIMI MARTIRI EBREI



Shabat shalom Yoav. Shabat shalom Elad.
Shabat shalom Hadas. Buonanotte miei piccoli bimbi. Tra poche ore ci ritroveremo in un posto migliore. Dove gli uomini non verranno a coglierci nel cuore della notte con un pugnale in mano. Spinti dalla sete di sangue ebraico. Fatevi dare l’ultimo bacio della buonanotte Tamar, Roy e Shai. Mamma Ruth e e papà Udi continueranno a guardarvi da lassù. E a cercare di proteggervi. Dalla crudeltà umana che si accanisce contro un neonato. Dall’ipocrisia di un mondo che non ci rispetta nemmeno da morti. Chiamandoci coloni. E non israeliani. Coloni. E non esseri umani. Perché viviamo in territori conquistati col sangue dei nostri fratelli. Durante guerre di difesa dai propri nemici. Territori messi in discussione da stati che non rispettano i diritti umani. Ma si permettono di dichiarare che le nostre guerre non valgono come quelle del mondo. Stati che impiccano, lapidano, frustano. Ma che vengono ascoltati e ossequiati quando vogliono decidere del futuro dello Stato di Israele. Spero che capiate la nostra scelta. Che ci ha portato a vivere lontano dai comfort e in costante pericolo. Che ci ha tolto l’onore di passare alla cronaca come “vittime” e ha dato il privilegio al nostro assassino di non venire chiamato come tale. E’ stata una scelta di guerra. Combattuta con armi che si chiamano case, giardini, scuole e bambini. E’ stata una scelta ideologica. Una scelta valoriale. Una scelta di vita. E di morte. Dettata dal fatto che riteniamo che questa terra appartenga al popolo ebraico. E a nessun altro. Fondata sulla consapevolezza che quando D-o dà miracolosamente al popolo di Israele un pezzo della sua storia, non vuole che questa venga regalata ai nemici. Buonanotte bimbi miei. Addio miei adorati. Continuate a portare alto l’onore del vostro popolo. Non gridate vendetta. Non maledite i nostri assassini. Costruite altre case, piantate nuovi alberi, riempite le scuole con i vostri bambini. Questo è il modo di combattere di un vero ebreo. O chiamatelo pure colono. Quassù, sotto al Trono Celeste, sono semplicemente un’anima ebraica. E nessun giornalista, nessun politico, nessun fanatico, nessun assassino, mi potrà privare di questo eterno onore.

Gheula Canarutto Nemni

I macellai di carne umana ci sono sempre stati, certo, nessuna novità su questo fronte, e tuttavia qualche cosa di nuovo, in questa orrida vicenda, lo possiamo trovare. Nuovo, e sconvolgente, è l’accordo di tutti i mass media nel rifiutarsi di scrivere che sono state assassinate delle persone: gli agnelli macellati sono tutti “coloni”, compresa la neonata. Dimostrando oltretutto una abissale ignoranza sul significato dei termini “colonia” e “colono”. E fornendo, se non proprio una giustificazione, almeno cospicue attenuanti ai macellai di carne umana. E un’altra cosa va detta: i tedeschi erano ben contenti di sbarazzarsi degli ebrei, ma non scendevano in piazza a festeggiare ad ogni massacro di neonati.





 (qui)

E non si possono non condividere le parole di Mordekhay Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi...e se un giorno riusciranno a "realizzarsi", noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi....».
Le immagini del massacro, dopo lunga riflessione, ho deciso di non postarle: sono convinta di non avere il diritto di sbattere tanto orrore in faccia a chi entra qui, senza tenere in alcun conto la sensibilità di ognuno. Chi ancora non le avesse viste e desiderasse avere le idee un po’ più precise sulla bestialità – e chiedo scusa alle bestie – di questi esseri, le può trovare qui. Vi invito invece a guardare le immagini dei funerali, in cui il disumano dolore dei partecipanti non fa venire meno la consueta compostezza. E a ricordare, visto che “loro” non perdono occasione per ricordarlo, che dopo il sabato viene la domenica. Sempre.


barbara


14 febbraio 2011

CHE COS’È LA LIBERTÀ

Nathan Sharansky, 25 anni di libertà

Anatoly Natan Sharansky. Lei è in arresto. Da domani non sarà più un uomo libero. Per i prossimi 13 anni la sua dimora fissa sarà una cella buia di un gulag sovietico. Non le è permesso tenere nessun oggetto privato. Nemmeno la mia raccolta di poesie popolari ebraiche? Soprattutto quella è vietata.
Privo della libertà di camminare, di pensare e di lottare, Natan Sharansky a una cosa non vuole rinunciare. Alla libertà di pregare. Quel piccolo libro di Tehilim, di Salmi, fatti pervenire per vie traverse dalla moglie Avital, sono la luce quotidiana in una cella priva di finestre. Quei caratteri microscopici quasi impossibili da leggere per un uomo tenuto al buio giorno e notte, sono identità, legame col passato, ossigeno per il presente. E unica speranza di avere un futuro.
Perché tutte la forza per combattere per la libertà deriva dalla mia identità ebraica, pensa dentro di sé Natan quando domanda per tre anni, senza sosta, che gli venga restituito il suo libro. Anche se camminerò nella valle dell’ombra della morte, non temerò il male perché sei con me D-o. Sei nelle frasi, nelle lettere, nelle parole. Mi leghi a mia madre che piange in Russia, a mio padre che non ha avuto un kaddish dopo morto, a mia moglie che lotta disperata per la mia liberazione.
La libertà arriva nove anni dopo. Venticinque anni fa, l’11 febbraio. Anatoly Nathan Sharansky è un uomo libero. Di essere ebreo. Di aprire un libro di preghiera, un Tehillim, e di pregare. Non rischia più 100 giorni di cella di isolamento per lo sciopero della fame indetto per poter rientrare in possesso del suo libro.
Quando ti privano di tutto lotti per ciò che davvero vale. Quando hai tutto talvolta dimentichi per cosa vale la pena lottare.

Gheula Canarutto Nemni

E noi che siamo liberi grazie a uomini e donne coraggiosi che hanno combattuto e hanno pagato anche con la vita in nome della libertà, noi che siamo liberi di professare la nostra religione o di non professarne alcuna, noi che siamo liberi di esprimere le nostre opinioni e di compiere le nostre scelte di vita, cerchiamo di difendere questa nostra libertà, cerchiamo di conservarla, cerchiamo di non svenderla, in nome di un buonismo e di un terzomondismo d’accatto, a chi ci vuole imporre un’ideologia di morte.


barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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