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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


21 ottobre 2011

PICCOLA RIFLESSIONE

Vittorio Emanuele III. Ha voluto la prima guerra mondiale, con la quale ha mandato al macello un centinaio di migliaia di italiani per ottenere meno di quello che avrebbe ottenuto con la neutralità. Ha regalato l’Italia al fascismo, con tutto ciò che questa scelta ha comportato. Ha firmato le leggi razziali, con le quali, oltre all’immediata discriminazione di tutti i cittadini italiani ebrei, oltre all’immediata messa al bando, oltre ad averli ridotti in condizioni miserabili, ha contribuito a mandare al macello un quarto dei nostri ebrei. Quando le cose si sono messe male si è dato alla fuga, lasciando un’intera nazione allo sbando.

Mussolini. Dopo avere annientato le libertà, dopo avere mandato gli italiani a morire in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Albania, in Grecia (per non parlare dei massacri messi in atto in queste “campagne”), dopo avere progettato l’annientamento dell’ebraismo italiano, dopo avere voluto entrare nella seconda guerra mondiale per avere “qualche migliaio di morti da buttare sul tavolo della pace” con la quale ha mandato al macello centinaia di migliaia di italiani e avere ridotto alla fame e a una montagna di macerie l’Italia intera, si è fatto beccare a scappare travestito.

Hitler. Dopo avere pianificato l’annientamento dell’intero ebraismo mondiale, dopo avere voluto una guerra che ha provocato decine di milioni di morti e distrutto un intero continente, mentre tutti i tedeschi morivano come mosche di fame, di malattie e di bombe alleate, se ne stava rintanato nel suo confortevole bunker con scorte di viveri sufficienti per anni, ordinando agli altri di resistere ad oltranza e di distruggere tutto. Alla fine si è sottratto alla giustizia con l’ultima fuga, il suicidio – per mettere in atto il quale pare ci abbia messo un tempo infinito perché era talmente terrorizzato all’idea di dover morire che gli tremavano violentemente le mani e non si decideva a trovare il coraggio di tirare il grilletto.

Saddam Hussein. Dopo aver tolto al suo popolo anche l’aria da respirare, dopo aver voluto la guerra con l’Iran (un milione di morti? O erano di più?), dopo aver gassato i curdi uccidendone migliaia, dopo aver invaso il Kuwait (massacri, stupri, neonati prematuri nelle culle termiche scaraventati dalle finestre eccetera eccetera), dopo avere terrorizzato e sterminato in gran numero la propria popolazione per decenni, dopo avere pagato 25.000 dollari alle famiglie di ogni palestinese che andasse a farsi esplodere in qualche mercato, ristorante, autobus, scuola, asilo, dopo avere fieramente proclamato, nel 2003, “combatteremo fino all’ultimo bambino” (e a quanto ne so, pare che solo io e Deborah Fait ci siamo scandalizzate), quando si è messa male è scappato a gambe levate e si è fatto beccare nascosto in un buco come un topo di fogna.

Gheddafi. Dopo avere terrorizzato la propria popolazione per decenni, dopo avere tolto ogni libertà, dopo avere sponsorizzato il terrorismo internazionale, dopo aver provocato un numero difficilmente calcolabile di morti, dopo avere predicato odio e morte e distruzione, dopo avere decretato il macello sia dei ribelli che dei fedeli, alla fine si è dato alla fuga, e si è fatto beccare nascosto in un buco come un topo di fogna – implorando non sparare a chi gli stava di fronte.

Non aggiungo commenti, perché non credo davvero che servano.

barbara


21 ottobre 2011

DIO NON PAGA IL SABATO

A volte paga anche a metà settimana.



barbara


4 agosto 2011

E NON LO SO

Non mi capita spesso – chi mi frequenta lo sa – di non avere le idee chiare su qualcosa. Adesso però è capitato, ed è per questo che non ho mai parlato della guerra – o intervento, o come altro lo vogliamo chiamare - in Libia. Cioè il senso, lo scopo, i risultati ottenuti. Era perfettamente chiaro in Afghanistan: lì era la principale culla del terrorismo, e lì bisognava andare a combatterlo. Era chiaro in Iraq: Saddam sponsorizzava il terrorismo, lo pagava profumatamente, e andava tolto di mezzo. OK. Qualcuno era ed è d’accordo, e qualcuno no. Qualcuno lo ha trovato e lo trova giusto e qualcuno no. Qualcuno ha ritenuto e ritiene che i motivi fossero validi e qualcuno no. Però è chiaro perché si è fatto quello che si è fatto. Ma in Libia? Sponsorizza il terrorismo? Vero, ma lo faceva anche quando gli si baciavano le mani, e sicuramente lo faceva molto di più di quanto lo stia facendo adesso con le gatte da pelare che ha. Massacra la sua gente? Vero – anche tenendo conto delle colossali bufale a cui abbiamo dovuto assistere almeno all’inizio, come le fosse comuni mai esistite, e altre quisquilie del genere. Ma le migliaia di morti in Siria, dove oltretutto il massacro è molto più unilaterale che in Libia? Le centinaia di migliaia nel Darfur? I CINQUE MILIONI (dato non aggiornato) in Congo? La Libia ha il petrolio? Vero, ma credo che sotto la crosta del Congo ci sia, a volerlo e saperlo sfruttare, quanto basta per far vivere di rendita per almeno mezzo secolo l’intero pianeta. E quanto ai risultati? In Afghanistan i talebani sono stati in brevissimo tempo costretti a retrocedere da tutti i fronti (poi, sì, sono stati commessi un’infinità di drammatici errori che hanno pesantemente ridimensionato i successi ottenuti, ma ciò non toglie che fossero stati effettivamente conseguiti); in Iraq Saddam è stato quasi subito costretto alla fuga e infine catturato. E in Libia? Gheddafi è ancora lì, gli scontri tra fedeli e insorti continuano, un giorno avanzano questi e un giorno avanzano quelli, di notizie non ne arrivano quasi più, e io continuo a non avere risposta alla domanda: ma noi, lì, cosa diavolo ci siamo andati a fare?

barbara


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27 maggio 2011

LEGITTIMITÀ

Dice il signor Sarkozy, nella conferenza stampa congiunta col signor Obama, che il colonnello Muammar Gheddafi “ha perduto ogni legittimità”. Ora, la notizia, lo ammetterete, è terrificante, di quelle da perderci o suonno e a fantasia, e non so se riuscirò mai a capacitarmene e a farmene una ragione. Quello che però mi chiedo, e chiedo ai miei fedeli lettori, è: prima in che cosa esattamente consisteva la sua legittimazione? Era stato votato dal popolo libico in elezioni dirette? Aveva ricevuto l’incarico da un parlamento composto da membri votati in regolari elezioni? Era stato insediato per acclamazione popolare come si faceva per gli imperatori-generali romani? Ha ricevuto l’investitura per grazia divina? Ammetto che è colpa mia: quando ha assunto la guida del Paese libico ero molto giovane, ma non una bambina, e dunque è solo colpa mia se non mi interessavo di politica. Resta il fatto che oggi sono divenuta cosciente di tale biasimevole lacuna, e chiedo dunque l’aiuto di tutti per riempirla.

barbara


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5 maggio 2011

UNA COSA È CERTA

Al di là di qualunque considerazione etica o giuridica, anche a volerla considerare unicamente dal punto di vista pratico, lasciare viva e libera la belva e ammazzarle figlio e nipoti è una coglionata di proporzioni stratosferiche. E ho idea che la pagheremo tutti parecchio cara.

barbara


24 febbraio 2011

I HAVE A DREAM

Gheddafi (momentaneamente) vivo in mano alla folla degli insorti.



barbara


11 ottobre 2010

E PARLIAMO DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA

C’era una volta la diccì, do you remember? Quella che nel segreto dell’urna Dio ti vede e Stalin no. A quel tempo la politica estera italiana era filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. È il tempo degli abbracci fra Andreotti e il terrorista Arafat, è il tempo del “lodo Moro” (quel Moro complice attivo di terrorismo, quel Moro complice attivo di assassinio e di strage che qualcuno ancora vorrebbe onorare come martire, come politico esemplare, come grande statista), in base al quale viene concesso ai terroristi palestinesi diritto incondizionato di caccia nei confronti degli ebrei italiani. In politica interna, intanto, è il tempo in cui viene assassinata Giorgiana Masi, mentre il signor KoSSiga – quel Cossiga che fino all’ultimo dei suoi giorni ha continuato a sputare nel piatto, senza peraltro rinunciare a mangiarvi, quel Cossiga che ha inaugurato il vezzo di andare all’estero per insultare gli avversari politici italiani, di fronte a giornalisti e politici esterrefatti che mai, in tutta la loro vita, avevano visto un simile scempio della politica – il signor KoSSiga, dicevo, ripete fino allo sfinimento che le forze dell’ordine non avevano armi da fuoco.
Finisce finalmente l’era diccì e vanno al governo i socialisti. A partire da quel momento la politica estera italiana diventa filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. La caccia all’ebreo è libera e incondizionata, all’unica condizione che si lascino in pace gli altri italiani, quelli per bene, quelli meritevoli di vivere. Si chiama selezione, questa cosa qui. Come ad Auschwitz. Ossia si prende una carrettata di ebrei e si fanno fuori, stando attenti a non fare fuori gli altri che non c’entrano. Succede a Entebbe, succede in Francia, succede in Argentina, succede un po’ dappertutto. Poi qualcuno se ne esce a dire ma guarda un po’ che disdetta, volevano ammazzare gli ebrei e invece sono morti dei cittadini innocenti. Più o meno come nell’attentato a Carlo Palermo, quando è capitato di sentir dire, fra i commenti alla notizia, che volevano uccidere il giudice e invece sono morti tre innocenti, una donna e i suoi due gemellini. Carlo Palermo, già. Impegnato a indagare su terrorismo e traffico d’armi. E un bel giorno tra le carte su cui riesce a mettere le mani sbuca fuori il nome di Craxi, e istantaneamente gli viene sottratta l’inchiesta, viene trasferito in Sicilia e lì, sicuramente molto meglio di quanto avrebbero potuto fare a Trento, gli organizzano un bell’attentato con autobomba. Ed è così che fra i crimini documentati del latitante Craxi, quello della complicità nel terrorismo internazionale non è riuscito ad approdare. Tutto come nell’era diccì, dunque? Non del tutto. Perché adesso, nell’era del sol dell’avvenir, si fa un passo avanti, e si mobilitano massicciamente le forze dell’ordine per impedire che i terroristi palestinesi, rei di massacri, vengano consegnati alla giustizia (uno e due).
E poi... E poi gli anni passano e i bimbi crescono e le mamme imbiancano e imbiancano anche i politici e le ere si succedono alle ere e arrivano al governo i comunisti che secondo loro bisognerebbe dire ex comunisti ma si sa che il comunista, come il maestro dell’immortale Paolo Conte, è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà (sì, certo, anche il fascista, ma occupiamoci di una perversione per volta, pliz). E che cosa succede quando agli esteri siede il comunista D’Alema? Eh, ne succedono di cose! Tanto per cominciare succede che la politica estera italiana diventa filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. Poi, per quanto riguarda personalmente il signor ministro, possiamo registrare che, oltre a farsi fotografare a braccetto, in corrispondenza d’amorosi sensi, coi capi del terrorismo antiisraeliano, si lancia in una serie di attacchi antiisraeliani senza precedenti nella pur antiisraelianissima storia della politica estera italiana. Volendo si potrebbe parlare anche dell’infinita serie di battute antisemite che, essendo nonostante tutto un politico e non un buffone, si premura di fare ben lontano dai microfoni e dalle telecamere, ma che non per questo riescono a passare inosservate. Ma non voglio rinunciare a parlare di quella che è forse l’apoteosi della sua politica estera. Mi riferisco all’episodio del medico palestinese e delle infermiere bulgare arrestati in Libia con l’accusa di avere infettato con il virus Hiv oltre quattrocento persone – documentatamente ammalatesi tre anni prima che medico e infermiere mettessero piede in Libia – tenuti in prigione per anni, torturati e infine condannati a morte. E che cosa fa l’Ineffabile? Invoca clemenza. Evidentemente non sa, l’Immarcescibile, che la clemenza si invoca per i colpevoli. Evidentemente ignora, l’Incommensurabile, che gli innocenti hanno DIRITTO alla GIUSTIZIA. O forse la questione è un’altra: il Nostro ama infinitamente i palestinesi, ai quali è molto più equivicino che agli israeliani, a patto che facciano i palestinesi. Ora, un palestinese che invece che andare a far massacri di ebrei, come è suo sacrosanto dovere, fa onestamente un onesto mestiere di medico, che razza di palestinese è? Perché mai il signor D’Alema dovrebbe occuparsi dei suoi diritti? Perché mai dovrebbe chiedere giustizia per lui?
E veniamo ai giorni nostri. Adesso al centrosinistra è succeduto il centrodestra, e al governo abbiamo il maggico Berlusconi, mentre degli esteri si occupa quel bel pupo del signor Frattini. Ebbene, immediatamente a ridosso dell’11 settembre Berlusconi afferma che la nostra civiltà è superiore a quella islamica, ma appena uno sceicco inarca un quarto di sopracciglio si precipita a dichiarare che è stato frainteso, che le sue parole e le sue intenzioni sono state travisate (maledetti giornalisti comunisti!) e che no, assolutamente no, mai mai mai neanche per un istante si è sognato di pensare una simile mostruosità! E poi gli anni passano e i bimbi crescono eccetera eccetera e l’Immaginifico li passa, gli anni, a raccontare barzellette antisemite, una più becera dell’altra, a fare battute antisemite, una più becera dell’altra, ad aumentare vertiginosamente il giro d’affari con l’Iran, a fare patti di ferro con Gheddafi, il capo di stato più antiisraeliano del pianeta. Esibendosi nel frattempo, nell’illusione di salvare le apparenze e rifarsi una verginità, con la faccina compunta e la kippah in testa, a Yad Vashem (dove, ricordiamolo, NON ci sono i morti, e quindi la kippah non è affatto d’obbligo). E il Fratino? Si spende, il Fratino, si spende tantissimo. A raccomandare a Israele di stare calmo. Di non reagire. Di non provocare. Di non rispondere. Vi ricordate quella vecchia battuta, “Non agitarti che fai il gioco del nemico”? È una battuta oscena, nel caso qualcuno non lo sapesse. Significa: mentre te lo mettono in culo stai fermo, che se no l’inculatore gode ancora di più. Ecco, questo è ciò che il fratino sta chiedendo a Israele: di stare fermo mentre il terrorismo glielo mette in culo. Detto così è volgare, lo so, ma è esattamente di questo che si tratta, ed è inutile girarci intorno. E al di fuori di Israele? Al di fuori di Israele succede che vince il Nobel per la pace un dissidente cinese in galera per reati di opinione, e il fratino non ci pensa neanche di striscio a chiederne la scarcerazione: gli affari sono affari, che diamine, e noi con la Cina ne abbiamo, di affari, oh se ne abbiamo! Ecco, adesso che la Farnesina è dominio del centrodestra e non più del centrosinistra, funziona così.
Vero che è bello vedere come le cose, nel corso degli anni e dei decenni, mutano e si evolvono?

barbara


12 settembre 2010

E ADESSO MUSICA MAESTRO!

Eurabia, dici? No, ma quale Eurabia, Eurabia non esiste! È un’invenzione del perfido Occidente, sai, islamofobi assatanati, anzi, dirò di più, è un’invenzione dei sionisti, quelli, pur di gettare veleno, guarda, anzi, dirò di più, anche se non sta bene dirlo, ma io non ho mica paura di nessuno, sai: per me è un’invenzione dei perfidi giudei, ecco, l’ho detto.

Da molti anni “Settembre musica” riscuote un successo sempre maggiore tra gli appassionati di musica di Torino e Milano. Quale strada migliore per far penetrare anche tra questi appassionati musicofili il verbo dell'islam? In fondo il dittatore Gheddafi ha recentemente dichiarato che la Turchia sarà il cavallo di Troia [absit iniuria verbis, ndb] dell'islam in Europa.
Ecco che allora questi sono i frutti che possiamo cogliere in EURABIA, sotto casa nostra.

Dal programma di “Settembre musica” di Torino:

Tradizioni musicali di Turchia: l'Occidente dell'Oriente, l'Oriente dell'Occidente.
Retrospettiva Fatih Akin
La stagione delle turcherie
Presentazione del volume: Musiche di Turchia
Lo splendore della musica classica ottomana
La cerimonia dei dervisci rotanti
Mehter, le musiche marziali dei Giannizzeri
Idem, con grande parata della fanfara tradizionale
Istanbul 1710
Da Bisanzio a Istanbul; canti liturgici cristiano ortodossi e musulmani
Kirika
Orient expressions
Kilink Istanbul'da
Istanbul sessions



Grazie all’amico Emanuel Segre Amar per la segnalazione.

barbara


29 marzo 2010

HA VISTO IL MURO?

Avevo scelto di non parlarne a botta calda, riservandomi di farlo in un secondo momento. Bene, il secondo momento è arrivato.
Abu Mazen gli aveva chiesto, al suo arrivo: “Ha visto il muro?” Se avesse risposto qualcosa come: “Ho visto la barriera che Israele è stato costretto ad erigere per fermare quei terroristi che Lei non ha mai voluto fermare, e ho visto il muro che in alcuni punti, soprattutto lungo le strade, ha dovuto prendere il posto della barriera metallica per impedire che quei cecchini che Lei non ha mai voluto fermare facessero il tiro al piccione sugli automobilisti di passaggio”; se avesse risposto così avrebbe dimostrato di essere un Uomo coi Coglioni.
Se avesse detto: “Ho visto quello che c’era da vedere”, avrebbe dimostrato di essere un politico prudente e accorto.
Invece ha risposto: “No, non l’ho visto perché ero occupato a prendere appunti”, e con ciò ha dimostrato, una volta di più, di essere quel miserevole coglioncello che abbiamo sempre saputo. Qualcuno, con tonnellate di prosciutto per niente kasher sugli occhi, ha voluto vedere in quella infelice e squallida risposta la tempra del grande statista e ha continuato a crederlo amico.
Ora il Grande Amico di Israele, colui che non ha paura di cantarle chiare a chicchessia, è andato in casa d’altri per prendere l’amico Israele a sonori calci in culo, ha – riuscendo a superare perfino D’Alema – devotamente baciato una delle mani più insanguinate del pianeta, ha svenduto il proprio culo e quello dei presunti amici. Quale scusa riuscirete a inventarvi questa volta per evitare di guardare in faccia la realtà?



barbara


13 ottobre 2009

IL NUOVO MONDO

Il colonnello Gheddafi e il meno celebre ex ministro egiziano della cultura, il signor Hosni, sono accolti dalla comunità internazionale e dalla stessa Israele senza che abbiano mostrato segno di pentimento. Si tratta del dispiegarsi della nuova parabola del figliol prodigo. Il figliol prodigo, orgoglioso di essere un mostro, torna a casa. Il padre festeggia il mancato pentimento, offrendo un grandioso banchetto a tutti i ladri e assassini del circondario. Commosso dall’accoglienza, il figlio bastona il genitore per alcuni giorni. Al telegiornale, il padre ha dichiarato di essere rimasto davvero colpito.

Il Tizio della Sera


Beh, non so a voi ma a me questo Tizio della Sera mi fa schiantare, e quindi lo regalo anche a voi. E, perfettamente in tema con questa storia di figlioli prodighi a cui di pentirsi non passa neanche per l’anticamera del cervello, è la cartolina odierna, che stavolta vi propongo integralmente.


Pacifisti, ovvero come fare turismo a spese dei contribuenti

Cari amici, vi ricordate quello slogan che un tempo si trovava sui manifesti per il reclutamento: "Vieni in Marina, imparerai un mestiere e girerai il mondo?" Be' il mestiere no, oggi non è di moda, ma un po' di sano turismo si può fare oggi non necessariamente in marina ma anche solo diventando pacifisti, naturalmente a spese dei contribuenti. Oltretutto una manifestazione fa molto più fino di un alzabandiera.
Prendete per esempio quella fantastica iniziativa in corso che si chiama "Time for Responsibilities" (cioè tempo per le responsabilità al plurale, non si capisce bene cosa vuol dire), di cui abbiamo già parlato: si presenta come la trasposizione della marcia per la pace di Assisi in Terrasanta. Mi hanno inoltrato alcuni trionfali comunicati stampa. I numeri che vantano sono questi: "401 Partecipanti / 127 Città rappresentate / 96 Giovani / 84 amministratori locali / 49 Comuni, Province e Regioni / 176 esponenti di 109 associazioni / 1 scuola Liceo Classico Maffei di Verona / 1 Squadra di calcio Allievi dell´Umbria / 174 Adesioni" Ci sono alcune evidenti anomalie (quasi tanti giovani quanti amministratori, per esempio, il che non testimonia a favore dell'appeal popolare della manifestazione; ma soprattutto un numero doppio di "città rappresentate" rispetto al numero complessivo degli enti locali elencati, eccetera.) Ma non formalizziamoci. Ci sono 401 persone che sono andate per una settimana nei Territori. A spese di chi?
Questo è un mistero più interessante che mi dà la tentazione di dire, secondo il modello del Leporello di Don Giovanni, "voglio fare il pacifista e non voglio più soffrir". La risposta è accennata in questa frase del comunicato stampa: "Il progetto è in larga parte autofinanziato dai partecipanti o dalle organizzazioni ed enti di appartenenza." Se capisco l'italiano, questo significa che gli organizzatori hanno messo un po' dei soldi pubblici che ricevono probabilmente grazie al vantato "patrocinio del Parlamento Europeo, del Ministero degli Affari Esteri Italiano, del Comitato delle Regioni, del Congresso dei Poteri Locali e Regionali del Consiglio d´Europa, del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d´Europa e dell´associazione mondiale Città e Governi Locali Uniti", tutti enti che prendono fondi dalle nostre tasse; ma la maggior parte dei soldi li hanno messi enti locali e associazioni, che istituzionalmente dovrebbero occuparsi di cose un po' diverse che fare le agenzie di viaggio per i propri assessori, funzionari e dirigenti.
Magari potreste chiedere direttamente che ragione hanno fatto i vostri soldi. Se siete membro di una delle seguenti associazioni o elettori delle città elencate nel comunicato stampa, chiedete a loro: "Acli, Arci, Pax Christi, Libera-Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie, Confronti, Cgil, Cisl, Aiccre, Anpi, Cittadinanzattiva, Legambiente, F.i.s.h. Federazione italiana superamento handicap, Fuci, Misef-Missionari senza frontiere, i Comuni di Genova, Spezia, Ancona, Modena, Napoli, Perugia, Potenza, Sondrio, le Province di Perugia, Ancona, Gorizia, Mantova, Rimini, Siena e le Regioni Umbria, Campania, Liguria, Marche, Molise."
Voi direte, ma è una nobile "iniziativa di pace", vale la pena di finanziarla per allontanare la guerra. Certo, se fosse vero. Ma che cosa fanno davvero i partecipanti in cambio del viaggio? Mah, direi una bella vacanza: voglio fare il pacifista e non voglio più soffrir. Sul programma ci sono un paio di giorni di "visite e incontri" con varie località del West Bank e di Israele (quasi solo le città arabe). Fin qui, possiamo pensare che chiacchierare con propagandisti palestinesi non sia particolarmente attraente. E c'è un giorno di convegno, in cui gli stessi partecipanti parleranno: anche qui una noia mortale. Ma ci sono anche alcuni giorni di visite turistiche vere e proprie e perfino, questa sera alle 20.30, un giro di "Jerusalem by night" (così il depliant di Time per responsibilities, evidentemente pensando che ci sono i tempi per le responsabilità e quelli per il divertimento): questo certamente aiuta molto l'arrivo della pace. Giovedì invece è prevista una "notte delle candele" nella piazza di Betlemme (certamente un bel vedere...) e venerdì alle ore 12 un "Viaggio alle radici della Terra. Visita nel deserto al Monastero di S. Giorgio, a Gerico (la città più antica del mondo) fino al Mar Morto (a più di 400 metri sotto il livello del mare) dove sarà possibile fare un bagno nel lago più salato del mondo": Un bel bagno molto responsabile e pacifico, oltretutto molto salutare, dato che le acque del Mar Morto fanno bene. E' caratteristico che sia seguito da un evento che devo segnalarvi come particolarmente patetico: alle ore 17.00: Dal punto più basso della terra "In piedi contro la povertà". Qualunque cosa sia, immagino che i Partecipanti si levino dalle sdraio e facciano un pensierino alla povertà, è da non perdere. Magari l'anno prossimo staranno in piedi nella stazione a monte della funivia più alta d'Italia, sempre pensando alla povertà, e l'anno dopo si daranno alla vela, al golf, insomma a cose molto responsabili, pacifiste e soprattutto utili.
Bello, no? Peccato che sia un'occasione riservata a pochi pacifisti supersacrificali che soffrono terribilmente per produrre la pace in Medio Oriente facendo il bagno nel Mar Morto (e infatti, nei loro slogan, si definiscono "non buonisti ma realisti"). Ma non disperate. Se siete anche voi dei realisti e però non avete la fortuna di essere stati assunti come funzionari della regione Campania, del Comune di Napoli o di quello di Potenza, o non siete dirigenti della Cgil o della Cisl, che ci azzeccano moltissimo con Betlemme, e soprattutto non hanno alcun problema da risolvere a casa loro, se proprio volete spostarvi per esprimere il vostro pacifismo, potete partecipare come premio di consolazione all'utilissima biciclettata "per la pace" di domenica del comune di Vimodrone.
Ecco qualche notizia: "la biciclettata della Pace: [...] l´Ufficio Pace di Vimodrone, in sinergia con il Coordinamento Pace in Comune, di cui fanno parte le Acli di Milano, le maggiori Associazioni e oltre 35 Comuni della Provincia di Milano parte! Con questa manifestazione a cadenza annuale, vogliamo sottolineare come la lotta alla povertà a livello globale e a livello locale non siano in concorrenza [...] La fermata vimodronese è l´ultima tappa prima di ripartire tutti assieme per Piazza Duomo a Milano. Oltre all´allestimento di un punto ristorazione a Vimodrone, saranno anche distribuiti ai partecipanti, i palloncini, i megafoni e le fascette di stoffa che formeranno in piazza Duomo un unico "cordone"."
Insomma, niente bagno nel Mar Morto, ma la bicicletta fa bene alla salute. E vi daranno dei bellissimi palloncini, con fascette di stoffa e altri gadget: non sono aerei, ma sempre a spese del comune. Quel che conta è il movimento. A nuoto, in bici, in aereo, il risultato è garantito. La pace non mancherà di commuoversi, se almeno è un po' responsabile anche lei.
Ugo Volli

Prima o poi riuscirò a incontrarlo anche di persona, quest’uomo che riesce sempre a dire le cose stramaledettamente meglio di me, e allora lo picchierò, garantito che lo picchierò, così impara. Nel frattempo
MEMENTO: +43.

barbara


6 ottobre 2009

6 ottobre 1981

Ricordo il leader dell’OLP, Yasser Arafat, in una fotografia, con la mano alzata in segno di vittoria; mi dissero che Gheddafi aveva rivendicato la sua partecipazione all’assassinio di mio padre. Pensai all’assurdità di quegli arabi in festa per la morte di Sadat mentre il leader israeliano Menachem Begin, l’avversario di sempre, era quasi in lacrime. Mai nella mia vita avevo pensato di uccidere qualcuno, ma quella sera avrei potuto ammazzare gli assassini di mio padre. (Camelia Sadat in Gheddafi di Angelo del Boca, p. 85)



Chiunque abbia seriamente voluto la pace con Israele ha SEMPRE pagato con la vita, dai membri dell’OLP ai palestinesi di altre fazioni agli altri arabi non palestinesi. Unica eccezione, re Hussein di Giordania, sfuggito perché è arrivato prima il cancro. Rendiamo dunque onore a questo grandissimo uomo che, sapendo che il prezzo sarebbe stata la sua vita, ha ugualmente voluto perseguire la pace.
Sempre sulla sublime superiorità dell’etica arabo/islamica va poi come al solito letto lui, e poi

MEMENTO: +36.

barbara


3 settembre 2009

GHEDDAFI E IL TERRORISMO

L'8 gennaio 1985 il Dipartimento di Stato americano pubblica un Libro Bianco sull'opera di eversione e destabilizzazione della Libia. Si legge nel documento:

Gheddafi ha utilizzato il terrorismo come uno dei principali strumenti della sua politica estera, ed appoggia i gruppi estremisti che fanno uso di tattiche terroristiche. Tripoli gestisce numerosi campi di addestramento, do­ve gruppi dissidenti stranieri imparano a maneggiare esplosivi, ad effettua­re dirottamenti ed assassinii, e ad usare le tecniche dei commando e della guerriglia. La Libia, inoltre, usa illegalmente i privilegi diplomatici, di cui si serve per accumulare armi ed esplosivi nelle sue sedi diplomatiche […]. Gheddafi ha nel mirino anche i governi arabi moderati, colpevoli, ai suoi occhi, di non voler proseguire la lotta militare contro Israele e di intratte­nere rapporti con i paesi occidentali. Esistono prove che la Libia ha soste­nuto piani per assassinare leader arabi come il presidente egiziano Mubarak e l'ex presidente sudanese Nimeiry [...]. Gheddafi nutre una particolare sim­patia per il gruppo di Abu Nidal, a causa dell'alto numero di successi da lui riportati nelle azioni terroristiche. La Libia ha poi dato asilo al famigera­to terrorista Carlos, che ha diretto una rete di terroristi mercenari. Il suo gruppo è responsabile di numerose azioni, fra cui la cattura dei ministri dell'OPEC tenuti in ostaggio a Vienna nel 1975. La ferma volontà di Ghed­dafi di colpire gli interessi degli Stati Uniti e di diffondere la sua filosofia ri­voluzionaria è alla base dell'ingerenza libica nell'America Latina. Tripoli considera il Nicaragua alla stregua di una propria base nell'America Cen­trale e, di conseguenza, tenta di rafforzare il regime sandinista di Managua.

In altri rapporti, pubblici o riservati, Gheddafi viene inoltre ac­cusato di sovvenzionare o di armare, in Spagna, l'ETA basca; in Ger­mania, la banda Baader-Meinhof; in Italia, i terroristi di Ordine Nuo­vo, di Prima Linea, delle Brigate Rosse e alcuni gruppi sardi e si­ciliani con velleità secessionistiche; in Francia, il movimento che si batte per l'indipendenza della Corsica. Il regime libico è inoltre con­dannato per essersi servito, fra il 1976 e il 1979, di ex agenti della ClA, come Edwin P. Wilson e Francis E. Terpil, per procurarsi armi e strumenti sofisticati e per addestrare i terroristi arabi. Nel marzo del 1985 la ClA elabora un rapporto di ventitré pagine, che dovreb­be restare segreto e che si intitola: Gheddafi e la Libia: una sfida agli Stati Uniti e agli interessi occidentali. Nel rapporto si sostiene che la Libia fornisce «denaro, armi, base operativa, assistenza di viaggio e addestramento a circa trenta gruppi eversivi, dislocati in Guatemala, El Salvador, Colombia, Cile, Repubblica Domenicana, Spagna, Tur­chia, Iraq, Libano, Pakistan, Bangladesh, Thailandia, Filippine, Niger, Ciad, Sudan, Namibia e altre otto nazioni africane. Interferenze di Gheddafi, sotto forma di aiuto finanziario all'opposizione o a esponenti di sinistra, sono rilevate in Austria, Gran Bretagna, Saint Lucia, Costarica, Dominica, Antigua e Australia».
Altre accuse al regime di Tripoli vengono mosse dagli oppositori di Gheddafi, che si sono rifugiati in vari paesi, fra i quali l'Egitto, il Marocco, la Gran Bretagna, l'Italia e gli Stati Uniti. Essi denunciano un tentativo di sequestro ai danni di Abdel Monein al-Huni, il 6 mar­zo 1976, e il tentativo di assassinare l'ex primo ministro di re Idris, Abdel Hamid al Baccusc, e l'ex membro del CCR, Mohamed al-Mugarieff, l'11 marzo 1985, alle porte di Alessandria d'Egitto. Anche la misteriosa scomparsa dell’iman Moussa Sadr finisce sul conto di Gheddafi. Secondo ricostruzioni abbastanza attendibili, egli sarebbe stato ucciso a Tripoli per errore, nell'agosto del 1978. In seguito, per cancellare le tracce del delitto, si sarebbe inscenata una finta partenza dell’iman per Roma, con il volo 881 dell'Alitalia. Ma a Roma Mous­sa Sadr non è mai giunto. (Da Gheddafi di Angelo del Boca, pp. 102-103)



Magari qualcuna di queste cose sarà stata un po’ esagerata, qualcuno di questi dati un po’ gonfiato, qualche dettaglio intrufolato abusivamente. Ma se anche solo la metà fosse vera, o un quarto, o addirittura un decimo, credo che potrebbe essere sufficiente per rifiutarsi di stringere la mano a quest’uomo. E di fare affari con lui. E stipulare accordi. Soprattutto quando si tratti di accordi che riguardano vite umane. E, a proposito di vite umane, andate a guardarvi questo filmato, che non credo abbia avuto grandissima pubblicità, per lo meno in Italia.

barbara


2 settembre 2009

GHEDDAFI

E dopo la storia romanzata, la Storia-Storia, in queste ricche pagine di Angelo Del Boca: la storia di Gheddafi tutta intera, senza sconti né per lui, né per i suoi avversari. Gheddafi poverissimo figlio di beduini cresciuto in una tenda – e la tenda, anche in vecchiaia, continuerà a preferire alle costruzioni in muratura, per alloggiarvi e dormirvi. Gheddafi che con sacrifici immensi riesce a studiare. Gheddafi con un nonno e un prozio uccisi dagli italiani in scontri a fuoco, un prozio impiccato dagli italiani, il padre ferito dagli italiani, lui, bambino, ferito e due cuginetti uccisi dall’esplosione di una mina italiana (tra noi e gli inglesi ne abbiamo lasciate 15.000.000, QUINDICI MILIONI). Gheddafi dalla profonda e intensa religiosità. Gheddafi che progetta e organizza e guida un colpo di stato per spazzare via la corruzione, per inaugurare una società giusta, con le coscienze guidate dalla religione e la politica governata da leggi eque mentre la sharia rimane fuori dalla porta. E … Gheddafi che ad un certo punto cambia traiettoria. Gheddafi ondivago che alterna discorsi violentissimi e minacciosi a inaspettate mani tese di cui, a questo punto, nessuno si fida. Gheddafi che comincia a non tollerare più alcuna opposizione, in un crescendo che arriverà fino all’eliminazione fisica, in patria e all’estero, di ogni oppositore. Gheddafi che diventa a poco a poco dittatore e padrone assoluto della Libia. Gheddafi che sostiene e finanzia organizzazioni terroristiche in tutto il pianeta. Gheddafi che accentua e snatura la propria devozione religiosa fino a trasformarla in fanatismo.
In una sola cosa, dalla prima giovinezza alla vecchiaia, Gheddafi non cambia mai: la propria ossessione antiisraeliana. Che non è serena critica di eventuali errori o torti di Israele; non è sollecitudine per i fratelli palestinesi; non è desiderio di pace in quella tormentata regione, no: è proprio ossessione isterica, che lo porta a reagire violentemente a ogni tentativo di arrivare a un accordo di pace, dato che l’unico obiettivo da perseguire, per lui, è la distruzione di Israele.
Angelo Del Boca, dalle dichiarate e manifeste simpatie terzomondiste, non risparmia certo critiche e strali agli avversari di Gheddafi, ma è storico troppo onesto per non riportare i fatti con la massima oggettività possibile concedendosi, al massimo, la soggettività di qualche giudizio a margine. Per questo anche il libro su Gheddafi, come tutti gli altri suoi, merita un’attenta lettura.

Angelo Del Boca, Gheddafi, Laterza

(E poi, naturalmente, vai a leggere qui)

barbara


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1 settembre 2009

GHIBLI

Questo libro è nato da un’immagine, un uomo che torna a casa, dopo trent’anni all’estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio.
È nato anche dai ricordi di una donna cui miseria fascismo guerra emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia madre.


È il primo settembre 1969, quando Gheddafi, con un colpo di stato, prende il potere, detronizza re Idris e diventa il padrone assoluto della Libia. E inizia la sua guerra contro gli italiani, che nel giro di un anno verranno cacciati tutti, dal primo all’ultimo, i loro beni confiscati, sbattuto in galera ogni traditore sorpreso ad aiutarli. Romanzo, questo libro, ma pieno di storia: le fughe rocambolesche, gli arresti arbitrari, la certezza che andrà a finir male ricordando la storia passata, i pogrom che avevano fatto piazza pulita degli ebrei, nel ’67 con la guerra dei Sei giorni ma anche prima, nel ’48, con la proclamazione dello stato di Israele, e prima ancora, nel ’45, perché qualche buon motivo per far fuori un po’ di ebrei si trova sempre. E poi squarci di storia passata, senza sconti per gli immani crimini della colonizzazione italiana, i campi di sterminio senza sopravvissuti, le deportazioni attraverso il deserto come gli armeni in Turchia, i gas, l’oscena impiccagione dell’eroe della resistenza libica Omar al Mukhtar ultrasettantenne – ma, come troppo spesso accade nella storia, non è sui responsabili di questi crimini che si abbatte, inesorabile e spietata, la vendetta di Gheddafi - e poi ancora il petrolio, i traballanti governi italiani, e le tante tragedie, grandi e piccole, che travolgono infinite esistenze, gli addii che si sa che saranno per sempre e straziano l’anima e le budella e li conosco, sì, li conosco questi addii per sempre che ti fanno a brandelli la carne e lo spirito e ripartire da zero, perché sei scappato con nient’altro che i vestiti che avevi addosso, e chi sa se avrai la forza di ricominciare. E poi il ghibli, il rovente vento del deserto che avvolge tutto e tutti in un’accecante polvere d’oro, e ottunde la mente e annichilisce il pensiero e fa venir voglia di rimandare tutto a dopo, quando sarà passato, ma non tutto si può rimandare a dopo, non tutto …
È un libro bellissimo, e drammaticamente vero: leggetelo.

Luciana Capretti, Ghibli, Rizzoli



barbara


26 agosto 2009

NIENTE LINK PER UGO VOLLI OGGI

Perché quello che è troppo è troppo: anche alla grandezza che si può inscatolare in un link c’è un limite. Ebbene, la grandezza del suo scritto di oggi supera tale limite, e bisogna dunque metterlo in vetrina.

Caro Frattini, dato che lei appare come incapace di pudore, mi vergogno io per lei

Cari amici, sapete che cos'hanno in comune l'Italia e la Gran Bretagna? Indovinate. Non il gusto del cibo, naturalmente, non il clima, non la costituzione repubblicana e neppure lo schieramento politico al governo. Naturalmente sono entrambi paesi membri onorati di Eurabia, con tutti i problemi che sappiamo. Ma non voglio parlarvi proprio di questo, oggi, anche se c'entra.
C'è qualcosa di più attuale che mette insieme i paesi governati da Gordon Brown e Berlusconi: l'irresistibile tendenza a leccare gli stivali (o i sandali o i piedi nudi o altro ancora che non voglio nominare, quel che sia) del colonnello Gheddafi. La Gran Bretagna gli ha appena consegnato Abdel Basset Ali Mohmet al-Megrahi, un terrorista assassino, autore dell'attentato che ha ucciso qualche centinaio di persone in un aereo sui cieli scozzesi una ventina d'anni fa. Gheddafi ha ammesso a suo tempo il proprio coinvolgimento nella faccenda pagando ai parenti delle vittime un risarcimento miliardario (in dollari).
Ora per "ragioni umanitarie" a quanto pare contrattate all'ultimo G8 dell'Aquila, e naturalmente connesse al petrolio, che oggi è certamente la misura di tutte le cose, anche dell'umanità, la Gran Bretagna ha restituito alla Libia libero l'esecutore materiale del suo attentato di Stato. Naturalmente per ragioni umanitarie, il poverino era malatissimo secondo gli scozzesi che lo custodivano (dato che l'attentato è avvenuto nel loro cielo, non ai danni dei loro cittadini - e anche questo c'entra). Com'era prevedibile, Gheddafi non ha affatto tenuto il basso profilo promesso, ringraziando umilmente per il piacere, ma ha presentato al mondo la liberazione del sicario come un trionfo personale e l'assoluzione del suo regime, organizzando grandi manifestazioni per onorare se stesso e l'assassino, o piuttosto se stesso come assassino impunito. Prevedibile e previsto. Ora Gordon Brown si proclama "disgustato" per queste manifestazioni, ma nel frattempo viene fuori dalle avanzatissime cliniche oncologiche libiche che il criminale liberato non era affatto un malato terminale di cancro, forse non è affatto destinato a morire entro tre mesi (come la legge britannica richiede per le liberazioni umanitarie) ma fra sei mesi o più. Del resto gli uomini sono mortali e anche per Basset Ali Mohmet al-Megrahi verrà il suo turno, perché fare fretta alla sorte? Anche questo si poteva prevedere. È dai tempi delle verifiche a scuola che un certificato medico un po' gonfiato è il miglior modo di evadere gratis.
Di fronte allo scomposto trionfo libico sui cadaveri dei passeggeri del volo Pan Am, si è scatenata anche una polemica contro la partecipazione di Berlusconi al compleanno della rivoluzione islamica di Gheddafi, prevista nei prossimi giorni: la prima visita di un leader occidentale dopo lo spernacchio gheddafiano. Una partecipazione che è stata difesa come "importantissima" dal ministro degli esteri Frattini. Importantissima. Sarà. Noi non siamo affatto sicuri che sia opportuno celebrare (addirittura con le Frecce tricolori), l'instaurazione di un regime totalitario puro e duro, tendenzialmente anti-italiano e deliberatamente antisemita. Ma sarà importantissima.
Ammettiamo dunque che la real politik abbia le sue esigenze. Ma allora non vale almeno la pena di chiedere che ci sia consegnato un altro terrorista, Al Zomar, quello che trent'anni fa fece un attentato al tempio ebraico di Roma, ferendo molte persone e ammazzando un bambino di due anni? Fu condannato in contumacia dai tribunali italiani, scovato in Grecia e consegnato dal governo greco non all'Italia ma guarda un po' alla Libia (lo stesso piacere che fece Craxi ai palestinesi a Sigonella: si sa che uccidere ebrei non è un reato che meriti un'attività internazionale; del resto fu lo stesso Craxi a mandare a monte l'attacco americano contro Gheddafi, avvertendolo appena in tempo).
È quel che ha chiesto in maniera peraltro molto gentile ed educata Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: "Non vogliamo entrare nel merito né nel giudizio se sia utile o meno questo viaggio a Tripoli - dice Pacifici - ma per noi rimane aperto questo problema. Siamo fiduciosi che il premier, amico di Israele e soprattutto della comunità ebraica, non dimenticherà di porlo sul tavolo degli incontri con Gheddafi". Pacifici ha ricordato che nell'attacco alla sinagoga, oltre a numerosi feriti, morì Stefano Gay Taché "un ragazzino di due anni. Un ebreo italiano colpevole di essere soltanto ebreo. Il palestinese Al Zomar è stato condannato in contumacia dai tribunali italiani nel 1988 ed è stato estradato dalla Grecia in Libia".
Ora leggete la risposta di Frattini in questo lancio Ansa di oggi. È un testo agghiacciante per la sua fredda presunzione e maleducazione: "La Libia è uno stato indipendente e le regole della giustizia libica non hanno previsto finora l'estradizione" di Osama Abdel Al Zomar. Così il ministro degli Esteri Franco Frattini commenta le parole del presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici che oggi ha chiesto, in vista del viaggio a Tripoli del premier Silvio Berlusconi, che il terrorista Al Zomar, autore dell'attentato della sinagoga di Roma del 1982, sia estradato dalla Libia e sconti l'ergastolo in Italia. "Se noi immaginiamo che la Libia sia uno stato indipendente - prosegue Frattini - e che abbia i suoi organi giudiziari, dobbiamo chiedere a quegli organi giudiziari se l'estradizione sia consentita e sia possibile. Ma se pensiamo ancora che la Libia sia una colonia italiana allora ci prendiamo questa persona e ce la processiamo in Italia". Il ministro degli Esteri, evidenziando che l'Italia "non è certo sospetta di non essere amica degli ebrei", ha spiegato di volere "una giustizia seria, che punisca con grande severità questa persona, se responsabile", ribadendo però che "ci sono delle regole da rispettare" e che "la Libia ci ha fatto sapere, finora, che questa persona non sarà estradata".
Vi ricorda qualcosa? A me sembra proprio lo stile di D'Alema. Quel tono didattico e sfottente, quell'idea che gli altri siano tutti cretini... L'idea che la politica debba seguire la sua strada e che non si possa neanche far frenare un po' dall'etica... Chissà se i due ministri degli esteri si siano scambiati in segreto le maschere. Oltre a essere entrambi derogatori nei confronti del mondo ebraico (non è un capolavoro quella frase sull'Italia "non è certo sospetta di non essere amica degli ebrei"), pensano di essere furbi a leccare gli stivali (be', gli stivali...) al bullo di turno, se ha appena un po' di potere – o di petrolio... Ma non si rendono conto che le conseguenze di un atteggiamento del genere sono più terrorismo, più ricatti, perfino più barconi di emigranti (è questa la minaccia di Gheddafi, no?). Non capiscono che restituire terroristi a Gheddafi, o neppure chiederli col rischio di sentirsi dire di no, sia un errore. Per dirla con Taillerand la posizione di Frattini è peggio che criminale, è stupida. Caro Frattini, (be' caro: caro di prezzo, forse, non certo caro d'affetto) a un presuntuoso maleducato come lei non importa nulla, ma sappia che dato che lei appare come incapace di pudore, mi vergogno io per lei

Ugo Volli

Ecco, queste cose è senz’altro meglio che le scriva Ugo Volli, che è un signore e dice: “leccare gli stivali (o i sandali o i piedi nudi o altro ancora che non voglio nominare, quel che sia)”: io, come certamente non può dubitare chi mi conosce, avrei nominato, eccome se avrei nominato. E anche sul “caro Frattini” forse mi sarei lasciata andare a un modo di dire un tantino triviale che si usa dalle mie parti. E dunque è meglio che al posto della mia indignazione e della mia rabbia, lasci spazio a quelle del Grande Ugo.



barbara


11 giugno 2009

LETTERA AL COLONNELLO GHEDDAFI

Al Leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista

(Per conoscenza, alle e ai rappresentati del governo italiano e dell'Unione europea)

Gentile Muammar Gheddafi,

noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare il 12 giugno durante la sua visita in Italia. Siamo, infatti, donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo Paese, con la complicità dell'Italia e dell'Unione europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l'intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l'Europa. Siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere Sud del suo paese, delle violenze, della "vendita" di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell'impedire il transito delle e dei migranti. Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall'Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e. Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati. Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato, scegliamo quelli che anche Lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare.
Fatawhit, Eritrea : "Il trasferimento da una prigione all'altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c'erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l'urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…) Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L'unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare." (http://www.storiemigranti.org/spip.php?article67 ).
Saberen, Eritrea: "Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari." (http://www.storiemigranti.org/spip.php?article67 ).
Tifirke, Etiopia: "Siamo state picchiate e abusate, è così per tutte le donne". (Dal film "Come un uomo sulla terra").
Siamo consapevoli, anche, che Lei e il suo Paese non siete gli unici responsabili di tali politiche, dal momento che gli accordi da Lei sottoscritti con il governo italiano prevedono ingenti finanziamenti da parte dell'Italia affinché esse continuino ad attuarsi e si inaspriscano nei prossimi mesi e anni in modo da bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane; dal momento, inoltre, che l'Unione europea, attraverso le sue massime cariche, si è espressa in diverse occasioni a favore di una maggiore collaborazione con il suo Paese per fermare le migrazioni verso l'Europa. Facciamo presente innanzitutto a Lei, però, e per conoscenza alle e ai rappresentati del governo italiano, alle ministre e alle altre rappresentanti del popolo italiano che Lei incontrerà in questa occasione, così come alle e ai rappresentanti dell'Unione europea, una nostra ulteriore consapevolezza: quella per cui fare parte della comunità umana, composta da donne e uomini di diverse parti del mondo, significa condividere le condizioni di possibilità della sua esistenza. Tra queste, la prima e fondamentale, è che ogni donna, ogni uomo, ogni bambino, venga considerato un essere umano e rispettato/a in quanto tale. Finché tale condizione non verrà considerata da Lei né dalle autorità italiane ed europee noi continueremo a contestare e a combattere le politiche dell'Italia, della Libia e dell'Unione europea che violano costantemente i principi che stanno alla base della sua esistenza e fino a quel momento, quindi, non avremo alcuna voglia di incontrarla ritenendo Lei uno dei principali e diretti responsabili delle pratiche disumane nei confronti di una parte dell'umanità.
(Qui, dove potete leggere anche l’elenco delle firmatarie. Per adesioni individuali: semir@libero.it)

Io ho firmato. Fatelo anche voi.


barbara


2 aprile 2009

ATTONITI

Un po’ anche per tutti quei morti, certo, ma soprattutto, a quanto pare, per il sospetto, che qualcuno ha inspiegabilmente formulato, che Gheddafi possa avere una qualche responsabilità. Lamberto Dini, per esempio – quello che mentre gli israeliani, nel corso di una tregua proclamata unilateralmente e tenacemente mantenuta e osservata, stavano raccattando su da muri e marciapiedi i brandelli dei ragazzini della discoteca Dolphinarium li invitava energicamente a darsi una calmata – tende decisamente a escluderlo perché “lui c’era quando fu siglato il trattato Italia-Libia”, mica cazzi, e sa benissimo che “Gheddafi dà molta importanza al rapporto di amicizia privilegiata con l’Italia” - e chi mai potrebbe dubitarne, con tutte le prove che ne abbiamo avute? – e non dimentichiamo che “ha preso un impegno solenne”, e non vorremo mica insinuare che il nostro Gheddafi nei secoli fedele possa venir meno a un impegno solenne, preso oltretutto con un Dini che c’era, no? E anche Nicola Latorre ritiene che occorra “acquisire elementi più seri di quelli che abbiamo attualmente prima di dare giudizi politici”: eccerto! Aspettiamo di vedere il documento con firma autografa dell’amico felicemente sdoganato che ordina di mandare i barconi in mare, prima di permetterci di sospettare che lui abbia qualcosa a che fare con tutta la baracca, e come no! Un pelino più severo l’ineffabile Vittorio Sgarbi, quello che può vantarsi di avere “scelto di metterlo in soggezione” – e il povero Gheddafi che se la faceva sotto, dalla soggezione, ve lo ricordate? – vuole fargli sapere che “noi non ci facciamo prendere in giro” - e infatti quando mai ci siamo fatti prendere in giro da Gheddafi, noi! – ammonendo però che “Gheddafi non va demonizzato”. Insomma, per concludere, se sotto il naso di Gheddafi passano quotidianamente migliaia di persone che dalle sue coste si imbarcano per l’Italia, questo non significa mica che lui debba per forza accorgersene: mica sarà il padrone della Libia, da dover sapere tutto quello che succede lì, e che diamine!

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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