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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 gennaio 2012

REGALIAMOCI UN RIPASSINO DI STORIA

Che ogni tanto fa bene: per chi la storia la sa ma gli manca qualche dettaglio; per chi la sapeva ma l’ha un po’ dimenticata; per chi più o meno la sa ma con tutte le menzogne che girano è un po’ frastornato; per chi non la sa ma la vorrebbe sapere; per chi l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera.

Restituzione e pulizia etnica

Cari amici,
durante una discussione con un lettore di IC, non proprio d'accordo con la nostra linea, è emerso un argomento importante, che mi accorgo di non aver mai trattato a sufficienza. Cerco di esporvelo qui, perché mi sembra che non solo io non ne parli abbastanza, ma sia proprio rimosso.
Il fatto è questo. Durante le trattative, e la propaganda infinitamente ripetuta che praticano secondo la ricetta di Goebbels ("mentite, mentite, alla fine vi crederanno tutti"), i "moderati" dell'Autorità Palestinese ripetono che precondizione delle trattative (che hanno appena abbandonato di nuovo "definitivamente", lo sapevate?
http://www.haaretz.com/print-edition/news/palestinians-peace-negotiations-with-israel-have-ended-1.409229) la "restituzione" dei "territori occupati" da Israele nei "confini" del "67".
Ora, sappiamo tutti che non si tratta di "confini", ma di linee armistiziali, come gli stessi stati arabi vollero precisare esplicitamente negli accordi armistiziali del '49, evidentemente con l'idea di cercare presto la rivincita per cancellarli. E sappiamo anche che non sono del '67, ma del '49, non la premessa di una guerra di conquista di Israele, che non c'è mai stata, ma la conclusione di una durissima e sanguinosissima autodifesa contro la "guerra di sterminio e di massacro" (così definita dal segretario della Lega Araba d'allora, 'Abd al-Rahman 'Azzam Pascià: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele).
Ma vale la pena di concentrarsi sull'altro elemento propagandistico: "restituzione". Si restituisce una cosa a qualcuno che l'aveva. Ma fra il '49 e il '67 chi aveva quei territori era uno stato che si chiamava Transgiordania, ritagliato abusivamente dagli inglesi nel '22 dal mandato che era stato loro affidato dalla conferenza di San Remo allo scopo di realizzarvi "la patria nazionale ebraica" (Jewish National Home). La Transgiordania si annesse la "Cisgiordania" e si fece chiamare da allora Giordania. Ma anche se la maggioranza dei suoi cittadini è più o meno parente o ha origini analoghe a quelle degli arabi che vivono dall'altra parte del Giordano, ha sempre rifiutato, ora come cinquant'anni fa, di dichiararsi "stato palestinese". Sono "hashemiti", dicono, legati a origini arabe (il che è vero per la dinastia regnante) e alla cultura beduina. Hanno anche rinunciato a ogni pretesa sulla "Cisgiordania" e stanno cercando di togliere la cittadinanza ai "palestinesi", stanziati lì da sempre.
E allora perché "restituzione"? Perché sono arabi anche loro, com'erano arabi anche gli egiziani che occuparono Gaza nello stesso periodo, senza però annetterla. Si tratta dunque di "restituire" agli arabi una terra che come arabi non avevano più governato dal tempo delle Crociate (quando era passata di mano dal califfato di Baghdad, arabo benché lontano) ai Mammelucchi e poi agli ottomani, entrambe dinastie turche). La richiesta della "restituzione" getta dunque molte ombre sull'autonomia nazionale "palestinese". Quel che conta è un governo arabo o anche solo islamico - tant'è vero che i "palestinesi" non hanno mai fatto "resistenza" contro giordani ed egiziani, certamente occupanti e con minor titolo degli israeliani, visto che col mandato internazionale di Palestina non avevano a che spartire.
Ma c'è di più, qualcos'altro che la dirigenza "palestinese" rimpiange e cui vuole con tutte le sue forze ritornare. Durante l'occupazione giordana, la situazione era questa: nella "Cisgiordania" non c'erano ebrei, non uno solo, non era loro permesso neanche venire in visita alle tombe, tanto meno pregare nei luoghi sacri. In Israele invece gli arabi c'erano, stavano bene e crescevano. Insomma, la situazione ideale, la stessa che ora vorrebbe Abu Mazen: un territorio "judenrein" (per dirla coi nazisti) in mano agli arabi, se non ai palestinesi, e una Israele che sarebbe stata prima o poi "conquistata dal ventre delle donne", come si espresse Arafat, se non dalle armi. Perché non c'erano ebrei nella "Cisgiordania" occupata dai giordani? Perché erano stati cacciati a suo tempo dai Romani, dai bizantini, dagli Abbassidi, dai Crociati, dai Mammelucchi ecc. ? Tutte queste cacciate erano avvenute, ma gli ebrei non si erano mai del tutto staccati dalla loro terra (che più delle pianure costiere che formano buona parte dello stato di Israele erano state proprio le colline di Giudea e Samaria). Ci erano sempre ostinatamente tornati.
No, c'era stata un'altra cacciata, una vera e propria pulizia etnica, l'ultima (o nelle speranze di Abu Mazen e dei "pacifisti", la penultima). Quella realizzata dai Giordani (e dai loro "consiglieri" britannici che ne inquadravano l'esercito secondo le tipiche modalità colonialiste). Durante la Guerra d'Indipendenza i giordani "ripulirono" sistematicamente tutte le antichissime residenze ebraiche (Gerusalemme, Hebron ecc.) e naturalmente anche i numerosi insediamenti moderni, le fattorie e i villaggi (buona parte dei quali è stata di nuovo popolata dopo il '67 diventando nel gergo arabo e "pacifista" le "colonie"). Si trattò di un'azione molto violenta che comportò per esempio la distruzione di tutte le sinagoghe del quartiere ebraico di Gerusalemme, la devastazione di tutte le case ebraiche ecc. (http://www.zionism-israel.com/his/Hadassah_convoy_Massacre-4.htm)
Fu un caso? Il frutto delle cieche violenze della guerra? Niente affatto. Il colonnello Abdullah el Tell, comandante locale della Legione Araba giordana, ha descritto la distruzione del quartiere ebraico, nelle sue Memorie: "Le operazioni di distruzione calcolati furono messe in moto...  Sapevo che il quartiere ebraico era densamente popolato da ebrei... Ho iniziato, pertanto, il bombardamento del quartiere con mortai, attuando danni e distruzione... Solo quattro giorni dopo il nostro ingresso in Gerusalemme il quartiere ebraico era diventato il loro cimitero. Morte e distruzione regnavano su di esso... All'alba di venerdì 28 Maggio 1948, il quartiere ebraico emerse distrutto in una nera nuvola, una nuvola di morte e agonia..." Il comandante giordano riferì ai suoi superiori: "Per la prima volta in 1.000 anni, non un singolo Ebreo rimane nel quartiere ebraico. Non un singolo edificio rimane intatto. Questo renderà impossibile agli ebrei tornare qui" (http://www.israpundit.com/archives/38787). Insomma fu una vera e propria deliberata pulizia etnica. Guardate qui alcune foto: http://proisraelbaybloggers.blogspot.com/2011/11/ethnic-cleansing-of-jerusalem.html.
"Anche se solo il Pakistan e la Gran Bretagna riconobbero la sovranità di Hussein su quello che i media mondiali continauano a chiamare, secondo l'ottica giordana "West Bank" "Cisgiordania" e "Gerusalemme Est", la parte orientale di Gerusalemme e il resto di Giudea e Samaria fu oggetto di una vera e propria pulizia etnica dei suoi ebrei.
Ebrei vissero in tutte le parti di Gerusalemme da secoli, tutt'intorno al  Monte del Tempio, fino al 1948 quando i soldati di re Hussein ne uccisero molti e costretto il resto fuori. Per 19 anni il re Hussein di Giordania non solo ha reso la parte orientale di Gerusalemme (la sola su cui aveva potere, lo avrebbe fatto dappertutto se avesse potuto) "judenrein", ma ha sradicato i simboli ebraici. I cimiteri furono vandalizzati. Lapidi ebraiche furono utilizzate per strade e servizi igienici. 58 sinagoghe ebraiche nella Città vecchia distrutte o trasformate in stalle per cavalli. Il tentativo giordano di cancellare ogni traccia di presenza ebraica quasi riuscì, ma fu sconfitto dagli israeliani nel giugno del 1967." (http://www.palestinefacts.org/pf_independence_jerusalem.php). Per questo è sbagliato parlare di occupazione israeliana di Gerusalemme e bisogna capire che fu una liberazione.
Il paradosso vuole che i "nuovi storici" israeliani hanno attentamente analizzato ogni traccia di un presunto tentativo israeliano di fare pulizia etnica nel '48-49 dai territori su cui avevano potere (trovando tracce di qualche incidente, ma nulla di più, come provano le centinaia di migliaia di arabi che non accolsero l'appello degli eserciti arabi a fuggire dalle loro case e sono rimasti indisturbati da allora, moltiplicando numeri e ricchezza. E oggi i palestinesi e i loro amici all'Onu e nei giornali di sinistra accusano Israele di voler "giudeizzare" Gerusalemme. Ma la pulizia etnica giordana non è ricordata, né indagata dagli storici. E soprattutto non si parla del progetto "palestinese" di ripeterla sui territori che saranno loro assegnati e possibilmente su tutta Israele.
la questione delle "colonie" è tutta qui, un affare di pulizia etnica, la riproduzione oggi di quel che  avvenne in passato, di quel che progettava instancabilmente Amin Al Husseini, il muftì di Gerusalemme amico di Hitler (http://blogs.jpost.com/content/same-message-different-mufti-rhetoric-1940s-2012). Non dimentichiamolo, la restituzione della terra vuol dire per gli arabi la sua pulizia etnica.

Ugo Volli  (informazione corretta)

Sì, la questione è davvero tutta qui: i nuovi nazisti hanno tentato di portare a termine l’opera dei vecchi nazisti di Hitler, non ci sono riusciti, e allora stanno continuando a chiedere al mondo di aiutarli a farlo. E il mondo sta continuando a cercare il modo di farlo senza farsi notare troppo. Pare che Hitler abbia detto una volta: “Il mondo ci ringrazierà per avergli fatto il lavoro sporco”. Non si sbagliava.

barbara


25 novembre 2011

SHABBAT SHALOM

E un saluto da Gerusalemme 

 

barbara


11 ottobre 2011

NON TACERÒ

 

“In favore di Sion non tacerò, in favore di Gerusalemme non resterò inerte, fino a che il suo diritto non apparisca come lo splendore degli astri e la sua salvezza come una fiaccola ardente” (Isaia, 62)

E per cominciare non tacerò ciò che non tacciono i palestinesi quando parlano in arabo, come questo alto dirigente di al-Fatah che annuncia apertamente l’obiettivo finale della politica palestinese: l’annientamento di Israele.
E non tacerò ciò che è da sempre il programma dichiarato di quella gente: dopo il sabato, la domenica. Ne stiamo vedendo la concreta attuazione in Egitto dove, finito di eliminare gli ebrei, ora sono intensamente occupati a sterminare i cristiani. E far finta di non vedere, far finta di non sapere, far finta di non capire non è una buona tattica. Sarebbe invece buona cosa rendersi conto che non impedire, se non addirittura incoraggiare e favorire, il macello degli ebrei non ci conviene tanto, perché prima finiscono con loro, e prima cominciano con gli altri, per cui se non per amore degli ebrei, se non per amore della giustizia, bisognerebbe darsi da fare almeno per amore della propria pelle.
E non tacerò l’orrore per l’infamia che Netanyahu, per ragioni elettorali immagino, sta perpetrando ai danni di tutti gli innocenti israeliani: liberare mille terroristi assassini che immediatamente provvederanno – non è un’ipotesi: lo hanno SEMPRE fatto – ad assassinare, a rapire, a torturare uomini e donne, vecchi e bambini, scolari sui banchi e neonati nella culla. Magari, perché no? lo stesso Gilad un’altra volta. Poiché la speranza è l’ultima a morire, spero con tutte le mie forze che ciò non accada e che l’infame proposito venga bloccato prima che sia troppo tardi, ma se dovesse accadere non tacerò, e con tutte le mie forze griderò che il sangue di tutti quegli innocenti ricadrà sulle mani di Netanyahu.

barbara


30 settembre 2011

QUESTIONE DI CULO – CON RISPETTO PARLANDO

Il progetto originario, quando la mattina del mio arrivo ci siamo incontrate alla stazione degli autobus di Tel Aviv, era di andare sul mar Morto, fermarci un giorno, poi andare a Mitzpè Ramon per un altro giorno, e poi due giorni a Eilat. Poi è successo che gli orari degli autobus per il mar Morto non ci andavano bene, più un paio di altri dettagli, e in tre secondi abbiamo deciso di andare direttamente a Eilat e fermarci lì tutti i quattro giorni. Poi il giorno dopo ci sono stati gli attentati e la strada è stata chiusa: se fossimo andate sul mar Morto saremmo rimaste bloccate lì.



Ho già detto della interminabile ricerca di un alloggio. Ad un certo punto un albergo con stanze libere lo avremmo trovato, ma costava quasi quanto avevamo programmato di spendere per tutti i quattro giorni. Io, sfinita per il viaggio notturno e tutto il resto, ero quasi pronta ad arrendermi: ci fermiamo qui, domani ci facciamo l’intera mattinata in spiaggia e il pomeriggio rientriamo a Tel Aviv. Lei no, ha continuato testardamente a cercare fino a quando non ha trovato la meraviglia che vi ho mostrato. La mattina dopo ci sono stati gli attentati; verso l’una e mezza, di ritorno dalla spiaggia, ci siamo fermate alla stazione per chiedere un’informazione, e ci abbiamo trovato il caos più totale: centinaia di ragazzi seduti per terra coi loro bagagli, tutti i passaggi intasati, personale esausto... Era successo che a causa degli attentati, poiché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, oltre a chiudere la strada avevano anche annullato una o più (non abbiamo potuto avere notizie precise) corse. Se lei non avesse rifiutato di arrendersi e avesse accettato la mia opzione, saremmo rimaste bloccate lì.



La telenovela del tram di Gerusalemme la conoscete tutti: polemiche a non finire quando si è deciso di farlo, difficoltà tecniche in sede di realizzazione, una mostruosa quantità di soldi investiti, tempi biblici per portare a termine i lavori, e quando finalmente si sono conclusi, il tram ha continuato a girare vuoto e a vuoto per mesi e mesi e mesi e mesi... Poi evidentemente dev’essere giunta la notizia che stavo arrivando io e finalmente lo hanno messo in funzione. Gratis, oltretutto, per un paio di settimane. E con simpatici ragazzi alle fermate che distribuivano opuscoli informativi e gadgets.

Avevamo deciso, a Gerusalemme, di andare a visitare la tomba di Ilan; pensavamo, ingenuamente, che fosse sufficiente sapere in quale cimitero è sepolto. Per fortuna succede che prima di andarci incontriamo lui, che provvede a toglierci tale pericolosa illusione (abbiamo appreso in seguito che nel cimitero di Givat Shaul ci sono oltre un milione di tombe); ci siamo così messe alla ricerca di chi potesse darci informazioni, senza esito, ma almeno con le idee un po’ più chiare su come muoverci. Poi, arrivate al cimitero, abbiamo avuto la fortuna di trovare un tizio che sapeva esattamente dove si trovava la tomba e ci ha offerto di portarci lì in macchina (il cimitero è abbarbicato su una collina, con strade stradine biforcazioni e tornanti che si snodano per parecchi chilometri). È vero che ha preteso di essere pagato e probabilmente quello era il suo mestiere e quindi non avrebbe dovuto, ma insomma con un euro a testa ce la siamo cavata. Gli avremmo dovuto dare altrettanto se gli fosse capitato di ritrovarsi da quelle parti quando avessimo deciso di trornare, e ci avesse riportate alla base, ma non lo abbiamo visto: così ci siamo avviate a piedi, e quasi subito è passato un furgone: abbiamo fatto autostop e siamo così arrivate alla fermata dell’autobus in tempo per poter usufruire ancora del biglietto fatto all’andata, senza doverlo rifare (in Israele i trasporti, sia in treno che in taxi e in autobus extraurbani, sono decisamente economici, ma gli autobus urbani sono relativamente cari). E così ci è andata bene anche su quel fronte.



A Naharia ci sono andata in treno, da Tel Aviv, e anche questa, del viaggio in treno, è stata un’esperienza nuova. La data di questo viaggio per l’ultima tappa del mio soggiorno l’ho decisa in corso d’opera, dopo avere combinato tutti gli incastri di visite, incontri eccetera. Poi ho saputo che quello era l’ultimo giorno di funzionamento: a partire dal giorno dopo l’ultimo tratto di ferrovia è stato chiuso, per lavori di manutenzione, per dieci giorni.



Questione di culo, appunto, che ha fatto il suo dovere per tutto il viaggio.

barbara


8 settembre 2011

GERUSALEMME

Naturalmente sapete tutti che a Gerusalemme hanno fatto il tram, che è costato pacchi di soldi e ci hanno messo ere geologiche a farlo e poi ha continuato per mesi e mesi e mesi e mesi a girare vuoto perché mancava il collaudo o non so cos’altro. Beh, poi ad un certo momento hanno saputo che arrivavo io e allora si sono finalmente decisi a inaugurarlo, così (in realtà quando ci siamo salite noi c’era molta ma molta ma molta più gente), e già che c’erano hanno anche deciso di farlo gratis per un paio di settimane.
Purtroppo il bellissimo ostello che ci era stato segnalato era pieno e così siamo finite in un ostello arabo all’ingresso della Città Vecchia che oltretutto costava anche di più e gli asciugamani erano un po’ sporchini e puzzicchiavano pure e lo scarico in bagno non era neanche un po’ in pendenza sicché l’acqua delle nostre due docce la mattina dopo era ancora tutta lì ma insomma vabbè, per una notte non è la fine del mondo. Poi la mattina, prima di uscire, siamo salite sul tetto dove, volendo, per quattro euro e mezzo a notte è possibile affittare un materasso e dormire all’aperto, godendosi poi lo strepitoso spettacolo – come ci ha raccontato la ragazza tedesca con cui ci siamo fermate a parlare – del sorgere del sole su Gerusalemme.
Ci siamo state poco, ma davvero non si può andare in Israele e non passare per Gerusalemme, e abbiamo comunque fatto l’essenziale: incontrato amici preziosi, visto le novità a Mamila ossia le statue installate lungo tutto il percorso, e l’Arca ricostruita esattamente come descritta nella Bibbia, percorso l’imprescindibile Ben Yehuda,



fatto interessanti chiacchierate con gente per strada, sull’autobus, alla fermata del tram, e poi siamo andate a trovare lui,



finalmente “a casa”, come ha scritto sua madre nel libro, dopo tanta disumana sofferenza; a casa, dove nessuno, finito di scontare la pena, andrà a sputare sulla sua tomba; a casa, dove, andando a visitare la sua tomba, nessuno rischierà di trovarsi faccia a faccia con quelle belve in sembianze umane che per ventiquattro interminabili giorni gli hanno inflitto le più bestiali torture per poi dargli, alla fine, la più orribile delle morti.
Nessuna di noi due sapeva la preghiera ebraica per i morti, così gli ho detto l’eterno riposo, e siamo sicure, entrambe, che andava bene anche così.

barbara


25 marzo 2011

UN PO’ DI TIZIO DELLA SERA

di cui sono rimasta vergognosamente in arretrato, per cui adesso vi scodello un po’ di roba recuperata.


L'ingorgo

Il fatto è, pensa il Tizio alla finestra mangiando i taralli salati di zia Marghitta, che la Storia sta ancora facendo le sue domande e noi vorremmo già avere le nostre risposte. E' quasi sera e dal davanzale guarda il serpeggiare del viale. Col crepuscolo, sfuggono i pini e le macchine incolonnate che vanno avanti a sussulti. Mastica i taralli. Da giorni e giorni ci sono parole incolonnate e brividi surriscaldati. Se poi Gheddafi vince, se il popolo perde la libertà o se finalmente  la conquista; se la loro libertà e quella conquistata al Cairo non fossero quello che intendiamo noi, lo vedi che hanno riammazzato i cristiani; pensa proprio  "la loro libertà" e un poco si vergogna, perché la libertà è di tutti e gli dispiace essere così guardingo.
Giù per l'esofago un altro tarallo dal pacco di quelli piccanti: se sia giusto pensare che la libertà, sgranocchia il Tizio, percorra solo le strade che dice il telegiornale; e se dietro la gigantesca turbolenza che non cessa, ci sia davvero Al Quaeda e il Manigoldo dice la verità; e come sia, si domanda il Tizio bevendo dal bicchiere appannato un sorso di struggente coca ghiacciata, e come sia  la verità eventualmente detta dal Manigoldo, e come sia bere la coca deliziosa mentre a poche centinaia di chilometri i mig vecchi ma efficaci bombardano le città; se sia possibile che un tiranno sia meno carogna di altre carogne e in che strettoia siamo finiti. E se la libertà di un popolo possa avere colore, o l'esigenza di pensare senza essere frenati sia da considerare superiore a qualsiasi ideologia ed è giusto proteggere questa esigenza dei popoli, e se a proteggerla ci sia il rischio che un giorno questa tolleranza si ritorca contro l'Occidente, gli Ebrei, i Cristiani, l'Europa, l'Italia solitaria davanti all'Africa e contro il Tizio alla finestra che mangia i taralli - e così i taralli vengono proibiti per sempre. O potrebbe succedere che l'ondata della libertà araba cambi il nostro tempo in un tempo nuovo, di inesplorate possibilità.
E' buio. Nel viale, gli autobus e le auto hanno le luci accese. Ah, sapere già tutto.  

Il Tizio della Sera


Questioni di stile

Lo stilista John Galliano, celebre per le creazioni con Dior, e ora per l'antisemitismo che ha creato in un bar sotto Dior, è divenuto altresì celebre per il suo immediato licenziamento avvenuto qualche piano sopra il bar, negli uffici di Dior, e per la rapidità estrema delle sue scuse agli ebrei, e probabilmente a Dior, forse nell'ascensore di Dior.
Dopo avere negato di avere mai detto le frasi antisemite nel bar sotto Dior che frequenta tutti giorni, litro dopo litro, ha chiesto subito scusa per le frasi antisemite dette nel bar sotto Dior. Ci si domanda come faccia uno stilista a mancare così tanto di stile. Forse è il suo stile. In ogni caso, gli rivolgiamo l'estremo saluto. Addior.

Il Tizio della Sera



Cinema 

Il tempo si riavvolge come una vecchia pellicola e riparte il film. La fermata degli autobus, barelle che passano, Gerusalemme. Lo sguardo si appunta su chi è vivo: un hassid è uguale ad altri hassidim; un giovane con la barba incolta urla a un poliziotto, il poliziotto non fa niente; un infermiere si muove con calma tra le lamiere contorte, come in un familiare spazio domestico: al posto dei mobili, macerie.    
La vita è bella?   

Il Tizio della Sera

Non aggiungo commenti. Non posso farne, non ho parole per farli quando c’è chi massacra per il gusto di massacrare,



quando vedo, come troppe volte ho visto, ripartire l’inarrestabile escalation di violenza, di missili lanciati, di innocenti assassinati, di attacchi terroristici,che lasciano sul terreno morti



e feriti,  e al di là della linea di confine freneticamente festeggiare, come documenta questa foto presa dal Palestine Time



(e se andate qui potete trovare l’articolo in arabo, che in google translate vi spiegherà quanta ragione hanno di festeggiare, visto che da così tanto tempo i poverini erano digiuni di un bell’attentato su un autobus). No, non farò commenti. Mi limito a invitarvi, se ve la cavate con l’inglese, a leggere questo e a dedicare alle vittime, rubandola al dolcissimo Giulio Meotti, questa musica sublime.


barbara


19 febbraio 2011

E QUATTRO (20)

Ritagli rimasugli frattaglie 3

E poi abbiamo visto il museo d’Israele da poco riaperto, col miracolo dei rotoli del mar Morto miracolosamente riemersi grazie a una capra beduina che si era data alla fuga e al pastore intenzionato a recuperarla a qualunque costo, e le sinagoghe di varie comunità della diaspora ricostruite nello stile originario e arredate con gli arredi originali donati dalle comunità stesse (assolutamente strepitosa quella dei Caraibi, tutta di un bianco abbagliante e col pavimento ricoperto di sabbia candida e sottile come farina per purificarsi quando si entrava).
E la vecchia stazione di Tel Aviv ricostruita come luogo di intrattenimento, con locali e negozi e alberi giganteschi e i capannoni in cui avevano alloggiato gli inglesi al tempo del mandato britannico.
E la danza improvvisata in Ben Yehuda a Gerusalemme da un gruppo di ragazzi fra cui una deliziosa soldatina dal viso pieno di lentiggini.
E il locale di Max Brenner, da cui si esce letteralmente strafatti di cioccolata – e magari, approfittando di quella magica invenzione che è la carta di credito, con una borsa stracolma di dolci e cosmetici al cioccolato, oltre che delle più strepitose scatole mai viste da occhio umano.
E gli stambecchi dell’oasi naturale di Ein Gedi, vicino al mar Morto.



E le alture del Golan, da cui i cecchini siriani facevano il tiro al piccione sui contadini e sugli abitanti dei villaggi sottostanti









e di cui le anime belle, incuranti di questi precedenti, incuranti del fatto che dalla Siria continuino ad arrivare segnali non solo tutt’altro che rassicuranti, ma anche sempre più minacciosi su ciò che accadrebbe se riavessero in mano quelle alture, e incuranti dell’infinità di reperti archeologici di insediamenti ebraici antichissimi – ossia risalenti a molto prima dell’invasione araba, con relativa pulizia etnica delle popolazioni autoctone - trovati in tutta l’area, continuano a chiedere a gran voce la restituzione – guardandosi bene, naturalmente, dal chiedere alcunché alla controparte.
E poi l’incanto del golfo di Haifa – sì, lo so, ve l’ho già mostrato, ma non così – immerso nelle brume del crepuscolo.



E poi Giaffa e le sue case antiche e i suoi vicoli lastricati e le sue scale e le sue piazzette e le sue palme e il Mediterraneo verso Tel Aviv









e infine lui



che non si sa se stia arrivando o partendo o passando, a me comunque è piaciuto e l’ho fotografato e adesso lo regalo anche a voi. E arrivederci al prossimo viaggio.

barbara


17 febbraio 2011

E QUATTRO (19)

Ritagli rimasugli frattaglie 2

Vi ho già detto che siamo stati dai circassi, ma non vi ho raccontato come ci siamo arrivati. E dunque arriviamo nel loro villaggio, scendiamo dall’autobus, percorriamo le poche stradine per arrivare al loro museo e... il museo non c’è. Non c’è proprio niente di niente. Angela dice eppure mi pare proprio che dovrebbe essere qui, io dico sì, anche a me pare che fosse qui, da quella terrazza là ho fatto le foto quando siamo usciti, l’altra volta... Però il museo non c’è, e questo è un fatto. Prende il cellulare, chiama, e le dicono ah sì, ci siamo trasferiti, prendete quella strada così e così che adesso veniamo a prendervi. E difatti di lì a un po’ che però era un po’ abbastanza tanto arriva una signora in macchina che ci dice di riprendere l’autobus e poi lei si mette davanti all’autobus e insomma abbiamo girato per strade e stradine a non finire per raggiungere la nuova sede del museo, della quale, al momento della prenotazione della visita, non era stato fatto il minimo cenno. E poi mi ero dimenticata anche di raccontarvi della lingua ma niente paura, tra le frattaglie adesso raccattiamo su anche quella. E dovete dunque sapere che l’alfabeto circasso originariamente aveva un numero di lettere che adesso non mi ricordo di preciso ma più o meno doveva essere sulle centocinquanta o giù di lì. Poi un bel giorno hanno detto basta con sto macello, semplifichiamo! E così adesso sono solo poco più di una sessantina. Altra caratteristica della lingua circassa è che non gli è mai venuta l’idea di attaccare le sillabe tra di loro, e quindi tutte le parole circasse sono monosillabiche. Va da sé che le sillabe possibili, anche con tutte quelle lettere, non sono illimitate, per cui le sillabe hanno più di un significato. Mooolto più di uno, e per dimostrarlo ci ha fatto l’esempio di una bella frase lunga, completa, con soggetto e verbo e un po’ di complementi col loro accompagnamento di aggettivi, tutti consistenti in un’unica sillaba ripetuta tipo scioglilingua. Forse sarà per quello che uomini e donne, per scegliersi, usano la danza con tutti i vari movimenti del corpo e delle braccia e delle mani: evidentemente così sono più sicuri di capirsi.

E l’orgia di colori delle meravigliose opere di artigianato sulle bancarelle di Nahalat Benjamin, di cui nel 1910 si sono cominciate a scavare le fondamenta



e nel 1914 era così



e oggi è così.



E l’altra orgia di colori, profumati questa volta, di Mahane Yehuda, il grande mercato di Gerusalemme – e Paolo il Grande che non è stato neanche un po’ contento e anzi ha anche fatto una faccia strana quando gli ho detto ma lo sai che qua ci sono stati un sacco di attentati terroristici, perché insomma, a me sembra che a uno dovrebbe interessare di conoscere la storia dei posti che sta vedendo, no? E lui ha detto che sì, però magari era meglio se glielo dicevo dopo. Io comunque mi sono rimpinzata di fragole fresche profumatissime e di dolcissimi datteri e un sacco di altre cose che non mi ricordo più. C’erano anche le uova col guscio bianco, che da noi non si vedono praticamente più. Cinzia, che lavora nel ramo, ha spiegato che il guscio, siccome è poroso, trattiene la polvere che vi si posa; siccome sul bianco la polvere è chiaramente visibile, un occhio esperto è in grado di calcolare, dalla quantità di polvere trattenuta, quanto è vecchio l’uovo, e per questo sono state selezionate quelle uova dal guscio circa ocra, in cui tutto questo non si vede.
E poi quell’altra orgia di colori ancora delle vetrate di Chagall nella sinagoga dell’ospedale Hadassah, dedicate ai dodici discendenti di Giacobbe che hanno dato origine alle dodici tribù di Israele,



una delle quali colpita dai giordani durante la guerra dei Sei giorni, e per questo ora protette e non più visibili dall’esterno. Ed è per questo motivo che quando mi ci ha portata il tassista di Fiamma Nirenstein la volta che ho girato mezzo Israele con tutte e due le zampe rotte, non le ho potute vedere, ma adesso per fortuna ho finalmente potuto riempire anche quella lacuna.

barbara


13 febbraio 2011

E QUATTRO (18)

Ritagli rimasugli frattaglie 1

Il giallo dei bagagli in transito, tanto per cominciare. A Bolzano la tipa del check-in guarda il biglietto e chiede: “Tel Aviv?” Rispondo: “Vado a Tel Aviv ma la valigia la devo ritirare a Roma, perché questa notte mi fermo lì.” Riguarda il biglietto e dice: “Ah già, il proseguimento è domani” e manda la valigia a Roma. Al ritorno, al Ben Gurion, al momento di presentare il biglietto dico subito che la valigia deve essere mandata a Roma. La tipa controlla il biglietto e dice: “Bolzano”. Dico sì, ma per Bolzano proseguo domani, questa notte mi fermo a Roma e quindi devo ritirare la valigia lì perché mi serve. Impossibile, dice, la valigia deve andare direttamente alla destinazione finale. Impossibile, dico, la valigia stasera deve venire con me in albergo perché ne ho bisogno. Si attacca al telefono, ci parla per un tempo biblico (embè, certo, siamo in Israele, che altri tempi ci dovrebbero essere?) e alla fine dice va bene, può ritirarla a Roma. Infatti la ritiro a Roma, vado in albergo, la mattina dopo torno in aeroporto, vado al check-in, il tipo digita il mio numero sul computer, guarda lo schermo e dice: “Lei ha un bagaglio in transito”.  No, dico, l’ho ritirato ieri sera qui perché eccetera eccetera. Ah, dice, allora aspetti che glielo cancello. Digita, clicca, smanetta, alla fine annuncia: “Non si cancella”. Prova a rifare l’operazione su un altro computer. Non si cancella. In conclusione ho tenuto la fila bloccata per oltre un quarto d’ora perché in tre riuscissero a risolvere il problema ed eliminare la registrazione di un bagaglio in transito sul mio conto. Ma il mistero no, quello non c’è stato modo di spiegarlo.
Prima del check-in al Ben Gurion, ma quando già eravamo in fila per il controllo della valigia e il nastro in fondo era stato chiuso, è arrivato David, venuto a salutarmi. Si è rivolto al tizio della sicurezza che controllava l’accesso – uno di quegli orribilissimi nonché sadici e perfidi mostri che tanto hanno fatto stizzire il povero Vittorio Sgarbi da trasformarlo da amicissimo di Israele in uno che non ci metterà mai più piede – gli ha spiegato che doveva entrare per salutare un’amica che stava partendo, io ho alzato un braccio per farmi individuare e il mostro ha aperto il nastro e lo ha fatto entrare. Ed è stato mentre eravamo lì a scambiare due chiacchiere che nella fila di fianco c’è stata la scena da Achille e la tartaruga: la ragazza della sicurezza, dopo aver fatto al passeggero di turno le domande di rito, appiccica l’etichetta sulla valigia, si china per appiccicarne un’altra sulla borsa da viaggio che sta per terra ma il ragazzo non se ne accorge e con un calcio la spinge avanti. La ragazza, sbilanciata in avanti, quasi perde l’equilibrio, lo recupera, si rialza solo a metà, con l’etichetta in mano e sempre chinata in avanti fa due passi, e nel momento in cui la sua mano sta per raggiungere la borsa la coda avanza, il ragazzo ha un buon mezzo metro libero davanti a sé e con un altro calcio spinge ulteriormente in avanti la borsa, e così per tre volte di fila, ed è stato a questo punto che siamo tutti scoppiati a ridere per questa scena da ridolini, compresa la ragazza della sicurezza (quegli orribilissimi nonché sadici e perfidi mostri, you know), sempre piegata e sbilanciata in avanti, sempre con la sua etichetta in mano, e il ragazzo che fino a quel momento non si era accorto di niente che si ritrova con tutti intorno che si scompisciano dalle risate e la ragazza della sicurezza che quasi gli casca addosso.
E poi niente, controllo quasi inesistente, come al solito, per via che il Mossad mi conosce e mi ama e mi vizia e mi coccola e comunque non ho la faccia da galera che si ritrova Sgarbi, e poi partenza, col tramonto mozzafiato che vi ho mostrato all’inizio. Oggi invece, per chiudere questo post, vi regalo qualche immagine di Gerusalemme com’era.









barbara


10 febbraio 2011

E QUATTRO (17)

I suoni e le luci e la magia

Il sabato mattina mi è improvvisamente piombato addosso un micidiale attacco di artrosi lombare, che mi ha letteralmente paralizzata, oltre che martellata con dolori disumani. Sono stata così costretta a rinunciare alle visite della giornata e a restarmene tutto il giorno immobile a letto, impasticcandomi peggio di una quindicenne discotecara sgallettata per poter sopportare il dolore e recuperare un minimo di movimento.
La sera piovigginava – anzi, spiovizzicava, come disse una volta con una simpatica invenzione una giornalista sportiva, ingiustamente, a mio avviso, bacchettata dai beghini della lingua italiana – e minacciava di fare peggio, e qualcuno del gruppo ha rinunciato allo spettacolo, che si teneva all’aperto, ma io, che quello spettacolo lo conoscevo per averlo visto due anni fa, per niente al mondo avrei rinunciato a rivederlo, e così, pur muovendomi ancora con notevole fatica, aggrappata al braccio di Paolo il Grande per poter percorrere le poche decine di metri da fare a piedi, barcollante e dolorante, con un paio di maglie di lana addosso e un’altra avvolta intorno alla vita per tenere ulteriormente al caldo la schiena, sono andata a rivederlo, a rivedere la storia di Gerusalemme scorrere sulla torre di David e sulle mura adiacenti... E poiché qualcuno ha avuto la brillante idea di fermare alcune di quelle immagini e farne un power point, io a mia volta ho sottratto e ridimensionato le più significative, per dare anche a voi almeno un’idea dell’incanto di quello spettacolo, che meritava davvero una battaglia all’ultimo sangue con l’artrosi lombare.



































barbara


7 febbraio 2011

E QUATTRO (16)

Con quella faccia un po’ così 



quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo infilato le zampe nel mar Morto... Solo quelle perché è stata una sosta breve, ma come resistere al richiamo di quell’acqua tutta speciale, all’incanto della sua levigatezza, alla seduzione del suo profumo, alla poesia della sua sussurrante frescura... Ed eccomi là, dunque, in quella luce unica, con quella faccia un po’ così, con quell’espressione un po’ imbambolata, un po’ trasognata, un po’ stordita, un po’ svagata, con la sensazione di essere leggera come una piuma dopo aver tolto scarpe e calze e rimboccato la gonna e camminato avanti e indietro, immersa ma come sospesa, galleggiante, anzi veleggiante, virante, come un aliante...
E visto che sto parlando di acqua, devo aggiungere che proprio durante la nostra visita abbiamo avuto la gioia di vedere la Terra d’Israele finalmente benedetta dal dono della pioggia, che non è sempre stata così, no: l’abbiamo vista anche dolce e benefica baciare la terra e profumare di fresco l’aria e sfumare i contorni dei paesaggi, così:











barbara


28 gennaio 2011

HO DECISO DI FARE UN REGALO AI MIEI NEMICI



Così non rischieranno di sparare alla persona sbagliata e finire in galera per niente.

barbara


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24 gennaio 2011

LETTERA APERTA A PADRE PIERBATTISTA PIZZABALLA

Padre,
ho ascoltato con grande interesse e, non le nascondo, con stupore misto a commozione, le parole da lei pronunciate di fronte ad un gruppo di italiani, amici di Israele, che sono venuti ad incontrarla a Gerusalemme. Dopo avere sentito per lunghi anni le parole regolarmente dette dal suo predecessore, padre Giovanni Battistelli, di sicuro non amico dei cittadini di Israele, il
fatto di sentirla riconoscere, finalmente, che quello della Basilica della Natività non fu certamente un assedio dei soldati di Tsahal, o che i cristiani in Israele stanno effettivamente non solo bene, ma meglio che in tutte le terre limitrofe, mi ha, ripeto, commosso e fatto sperare che finalmente, con lei, si possa iniziare davvero un dialogo serio e proficuo (le assicuro che sarò ben lieto di fare tutto quanto nelle mie possibilità per favorirlo).
Padre, se le scrivo oggi è perché le devo segnalare alcuni fatti che, devo presumere, sono sfuggiti alla sua attenzione. Nel sito
http://www.custodia.org/ è riportata una carta geografica, messa in rete nel 2007, nella quale si vedono le terre che si affacciano sul Mediterraneo orientale. Ebbene, in tale carta sono segnate le capitali di nazioni nelle quali la Sua Missione, che ha ricevuto da tempi antichi la denominazione di Custodia di Terra Santa, oggi come ieri vi continua la sua preziosa opera, fedele alla condizione propria di missionari e di profeti di
riconciliazione e di pace; tra le capitali si vedono Beirut, Damasco, Amman, Il Cairo; non figura Gerusalemme, mentre figura una città denominata Tel Aviv Giaffa, strana unione di due città adiacenti, una, in un certo senso, madre dell'altra. Ma non vi è traccia della città alla quale sono più legato, anche perché mi ha dato i natali: Gerusalemme. Non posso pensare che la Sua Missione abbia intenzione, oggi, sotto la sua Custodia, di fare quel discorso politico che, in un certo senso, contrasta con le parole da lei pronunciate, appunto, di fronte alla delegazione di italiani amici di Israele. Ma vede, padre, non si può neppure pensare che in quella carta siano indicate solo città capitali (argomento che, ripeto, poco avrebbe a che vedere con il compito di missionario); infatti, oltre alla già ricordata Giaffa, figurano, ad esempio, le città di Alessandria e di Rodi che non mi risultano essere città capitali di alcuno stato. Ed allora davvero Gerusalemme è stata dimenticata, come se facesse parte di un altro mondo (quello celeste, forse?) Ma come è possibile? La prego, padre, la faccia subito segnare, in grande evidenza, sulla carta geografica riportata in questo sito.
Mi permetta, poi, giacché mi sono permesso di scriverle, di chiederle un secondo favore. Lei non può certo ignorare che un numero sempre crescente di pellegrini vengono a visitare Gerusalemme e le altre località della "Terra Santa"; purtroppo le guide che accompagnano questi visitatori falsificano in modo vergognoso le realtà non strettamente legate al mondo cristiano. Basterebbero pochi esempi, ma gliene voglio segnalare uno soltanto, forse nemmeno il più grave: al cospetto delle 6 luci sempre accese di fronte al Kotel, viene detto ai pellegrini che sono in ricordo "della guerra dei sei giorni". Capisce, padre, nemmeno un minimo di riguardo per i sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazi-fascista ai quali le luci sono dedicate. Mi creda, padre, tante volte è proprio iniziando dalle piccole cose che si arriva a grandi risultati; magari perfino a rilanciare, finalmente, quel dialogo tra ebrei e cristiani del quale il mondo occidentale, come lei ben ha dimostrato di sapere, ha tanto bisogno.
Un cordiale shalom
Emanuel Segre Amar


21 gennaio 2011

E QUATTRO (12)

E bisogna riparlare di Luzzati

È stato a Gerusalemme, presso il Tempio italiano: è lì che la comunità italiana (grazie, credo, principalmente se non esclusivamente, a Cecilia Nizza) ha organizzato una splendida serata che siamo arrivati giusto in tempo a gustare. Bisognerà, certo, stendere almeno un velo pietoso sull’abbigliamento della pur brava pianista, nell’impossibilità di stendere una coperta matrimoniale sulle sue considerevoli grazie esposte, ma, a parte questo, è stata una serata davvero memorabile. Abbiamo ascoltato, in pregevoli interpretazioni, arie di Rossini, Bellini, Puccini, Donizetti, Verdi. Abbiamo avuto la gradita sorpresa di un tenore scovato casualmente all’ultimo momento che con il soprano ci ha gratificati, fuori programma, del duetto Croce e delizia. Ma soprattutto abbiamo avuto il grande, immaginifico, geniale Lele Luzzati, le sue animazioni nei cortometraggi del Temporale dal Barbiere di Siviglia, l’Ouverture dell’Italiana in Algeri,







il Duetto dei gatti, e l’Ouverture della Gazza ladra. E se tutto il resto ha raccolto il massimo apprezzamento, l’animazione della Gazza ladra ha scatenato un autentico delirio. E poiché non esistono parole umane per descrivere un tale capolavoro, vi dico una cosa sola: guardatelo!

barbara


14 gennaio 2011

E QUATTRO (7)

Pierbattista Pizzaballa

Sinceramente, non me l’aspettavo. Perché conosco la storia. E conosco, nello specifico, la triste e trista storia dei francescani. I secoli passati a battere palmo a palmo tutta l’Europa, città per città, villaggio per villaggio, parrocchia per parrocchia, vomitando le loro prediche infiammate e infiammanti, scatenando sistematicamente micidiali pogrom, seminando sul proprio cammino morte e distruzione. E i trecento francescani che con le armi benedette da Sua Eminenza Aloisius Stepinac, arcivescovo di Zagabria, elevato all’onore degli altari da Sua Santità Giovanni Paolo II (santo subito!) – quello che tuonava “non muri ma ponti” (santo subito!) perché i muri impediscono ai terroristi di macellare gli ebrei, e ciò è male; quello della “terra del Risorto messa a ferro e fuoco” (santo subito!); quello della “occupazione che si fa sterminio” (santo subito!) e mai una parola sul terrorismo (santo subito!) – i trecento francescani, dicevo, che con quelle armi andavano insieme agli ustascia a fare strage di serbi e di ebrei nei campi di sterminio croati. E il predecessore di Pierbattista Pizzaballa, Giovanni Battistelli – sia cancellato il suo nome – e il suo odio e le sue menzogne, anche lui conosciamo fin troppo bene. E dunque, ecco, non me lo aspettavo, e quando ho saputo che avremmo incontrato il Custode di Terrasanta avevo promesso: gli farò vedere i sorci verdi. E invece no: padre Pizzaballa è una persona degna del massimo rispetto. Non ci ha propinato il solito, frusto mantra che “i cristiani in terrasanta continuano a diminuire” ma ha detto, correttamente, che i cristiani continuano a diminuire a Gaza e in Cisgiordana, e in Israele invece no. Non ha tentato di raccontarci la storiella che i disagi dei cristiani dipendono dal “muro”: ha detto che il problema è il fondamentalismo islamico. E ha persino osato parlare del COSIDDETTO assedio della Natività (sì, proprio così: marcando la parola). E ha confessato di essere arrivato lì, come tanti, con un sacco di pregiudizi, e di aver dovuto fare un duro lavoro su se stesso per liberarsene. Potrebbe sorgere spontaneo il sospetto che adatti, ipocritamente, le proprie esternazioni a seconda del pubblico che ha di fronte, ma ciò che ha detto a noi, lo ha detto davanti a due registratori, cioè sapendo che ogni sua parola poteva essere diffusa e documentata. In breve, è stato un incontro bello e appagante, che neanche per un momento mi ha ispirato la tentazione di essere cattiva – e chi mi conosce si renderà conto di che cosa ciò significhi. E per definire padre Pizzaballa mi viene un solo aggettivo: una persona onesta, qualità che tutti gli riconoscono. Cioè, tutti tranne uno, che non nominerò, per non rischiare di provocare un infarto a chi lo considera una specie di dio in terra, nel caso dovesse capitare da queste parti. Devo però dire che alla cena di Shabbat e in alcuni altri incontri ho avuto il conforto di verificare che non sono l’unica persona al mondo ad essere impermeabile al sorriso smagliante e al sapiente gigioneggiare dell’illustre cattedratico e a scorgere, dietro le dotte – ma non sempre oneste e veritiere - parole accuratamente allineate, una notevole quantità di aria. Che poi, a voler andare un po’ a fondo,

anche sull’intelligenza c’è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
lesse un articolo senza un cavicchio capi i-i-i i-i-re.


Anzi, a voler essere proprio proprio pignoli, di cose lette e non capite, ce ne sarebbero due. E se ne ho beccate due in poco tempo io che non lo frequento, chissà quante se ne troverebbero a volere un pochino indagare. Ma preferisco fermarmi qui, che tanta attenzione un tale personaggetto non la merita davvero, e ritornare, per concludere, a padre Pierbattista Pizzaballa, che in questo bellissimo viaggio, contrariamente a quanto mi aspettavo, anziché il neo ha rappresentato una perla di non secondaria grandezza.



barbara


13 gennaio 2011

E QUATTRO (6)

Ma guardate come siamo belli!



(Miiiiriaaaaaam! Dove diavolo ti sei cacciata?!)

barbara


3 dicembre 2010

UN RICORDO

Jacques Stroumsa, Il violinista di Auschwitz

Caro amico Jacques, caro amico lontano, figlio di quel popolo che viene da lontano, come i trovatori di altri tempi hai percorso le nostre città spostandoti da un luogo all’altro, invitato d’onore, testimone e depositario di tristi verità.
“Che vengano a dirmi che non è vero. Scelgano anche il luogo, a Parigi, a Londra o in qualsiasi altro posto, a me va bene. Che scelgano anche la data e l’ora ed io verrò. Ma non per dieci minuti, che mi si lasci parlare per almeno due ore. E che mi dicano che non è vero, che me lo dicano in faccia. Ma non osano”.
Coraggioso e sventurato trovatore dei tempi moderni non avevi da offrire versi d’amore per i cuori ardenti di passioni né tanto meno rime epiche per esaltare l’orgoglio di nobili condottieri in cerca di avventure. La nobiltà di duelli leali non rimava più con l’umanità.
La tua canzone e il violino, tuo fedele compagno, privati del soffio vitale della creatività, attingevano la propria ispirazione nel fondo delle tue viscere sigillate con la forza della violenza, visibile e leggibile sulla carne del tuo braccio rattrappito sui cui appariva il marchio dell’umiliazione e della vergogna. Un giorno, non così tanto remoto, privato del nome, ti avevano dichiarato un numero, il 124097. “Il numero lo dovevamo sapere in polacco, perché i Kapo parlavano polacco”.
E’ la storia di questo numero che ci hai dovuto svelare e rendere intellegibile. Latore di questo sciagurato sigillo ti sei presentato nei nostri auditorium, nelle aule magne delle nostre scuole, per raccontare un piccolo doloroso tassello di questa spaventosa storia di cui tu Jacques, figlio di questo popolo antico, dovevi figurare tra i protagonisti, quelle false comparse di un dramma dove, dietro le quinte, in sordina, dovevate, tu e il tuo popolo, a tutti i costi perire. Parlando di te, hai parlato per gli altri, per quelli che non potevano e per quelli ancora, come la tua amata sposa Laura, che non ci riuscivano, preferendo il silenzio.
Hai voluto e dovuto parlare, risucchiato per sempre, fino alla fine in un vortice infernale e implacabile. Sfortunatamente facevi parte di quel gruppo e sventurata generazione ma, per prima cosa, dettaglio non da poco, il tuo torto fu di essere un figlio di quel popolo odioso e maledetto a cui non era mai stato concesso il diritto di scegliere.
Ciò nonostante, e nei labili margini di manovra di cui hai potuto disporre, hai sempre scelto la vita. Amante della vita sei sempre stato sensibile alle sofferenze degli altri e non hai mai preteso di aver sofferto più di altri. “Appena finita la guerra l’umanità era ferita. Nessuno voleva ascoltarci. Ci chiedevano di tacere. Vi diamo tutto quello che volete, ma, per favore, state zitti”. Il destino, in quest’ultima tappa della tua vita ti ha voluto lasciare il tempo necessario per riprendere le fila della tua storia e concederti la possibilità di svelarci ciò che avevi creduto, saggiamente, per un certo periodo, di tacere.
“Nessuno può conoscere in anticipo il proprio destino, e io Jacques Stroumsa, nato nel 1913, a Salonicco, non avrei mai potuto immaginare che nel mio secolo e dal mio paese natale la Grecia, culla della civiltà europea, il mio destino m’avrebbe portato a conoscere la deportazione, l’umiliazione nei campi di concentramento.
Nessuno mi avrebbe potuto predire che sarei stato internato nel famigerato lager di Auschwitz, diventando il numero 124097.” La spietata legge della soluzione finale però non prevedeva eccezioni e tutti gli ebrei caduti nelle grinfie dei nazisti dovevano essere eliminati. Perfino a Rodi e nelle isole circostanti del Dodecaneso i nazisti allestirono delle navi per deportare ed uccidere le piccole comunità ebraiche locali.
Tribuno di questa orribile Memoria, la tua vita si è intrecciata lungo un sottilissimo filo che ti ha scaraventato, nei migliori anni della tua vita, nel mezzo di una delle peggiori catastrofi che l’essere umano abbia mai conosciuto: la deportazione, l’umiliazione, l’abbandono, la frustrazione e la schiavitù. Voi sopravvissuti ne siete usciti esangui e disorientati.
Figli sventurati avevate perso la bussola e quei riferimenti minimi che, sin dall’infanzia ci fanno temere e allo stesso tempo amare la vita, con le sue gioie e preoccupazioni quotidiane ma che, nonostante tutto, ci spinge ad accettare il gioco, a credere nelle nostre forze, anche fragili, confortati dal calore umano che emana dai nostri compagni di viaggio.
L’uomo, infatti, non è un’isola. All’uscita dei campi, soli ed abbandonati, non sapevate più se eravate ancora degli uomini. Ce l’avevate fatta, ma a che prezzo? A te Jacques, come agli altri sventurati, questo passato vi ha perseguitato e ossessionato gettando un’ombra e compromettendo, a posteriori, la vostra esistenza come uomini liberi.
Poco importa infatti, se l’esistenza da uomo libero sia stata, fortunatamente molto più lunga. L’uomo non è una semplice somma di anni vissuti. L’esperienza concentrazionaria ha annientato e roso come un tarlo i migliori dei vostri. Poco prima di porre fine ai suoi giorni, Primo Levi si chiedeva, con tormento e vergogna, se, sopravvivendo, non avesse usurpato il posto di qualcun altro più meritevole di lui.
“Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere…. Sopravvivevano i peggiori, e cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”. Un tarlo doloroso e fatale di cui gli assassini, i nazisti, erano perfettamente consci, così abili a usurare gli uomini, ricattandoli e mettendo a nudo la profonda fragilità dell’essere umano.
“Rimpiango di non averlo conosciuto. Di passaggio a Torino, dopo la sua scomparsa, mi sono recato sulla sua tomba per una piccola preghiera. Il cimitero era chiuso, a causa di una festività ebraica. Il custode non voleva assolutamente farmi entrare.
Per convincerlo gli ho allora mostrato il mio braccio su cui era inciso il mio numero. Impietositosi mi ha fatto entrare e così ho potuto chinarmi sulla sua tomba e fare una piccola preghiera. Nessuno di noi deve sentirsi in colpa per essere sopravvissuto. Non siamo noi i responsabili. Perché mai dovremmo sentirci in colpa?
Qualcuno di noi doveva sopravvivere per poter raccontare. Ce lo dicevamo, era un patto. Chi sarebbe sopravvissuto avrebbe poi dovuto testimoniare” Sopravvivere non è stata una vittoria, ma una sconfitta. La pesante eredità di Auschwitz l’avete dovuta portare fino alla fine. I nazisti il loro obiettivo l’hanno raggiunto, le loro prede non sono riuscite a fuggire. Siete tutti caduti nella loro trappola mortale, come topi.
Sei milioni dei vostri assassinati in così poco tempo. A chi importava la vostra morte? Per l’umanità si trattava di una misera manciata di ebrei e per un po’ l’umanità si è sentita sollevata.
Risorti dalla catastrofe la loro presenza è però diventata di nuovo ingombrante, e il cuore antisemita ha ripreso a vociferare, ritrovando le sue piazze. I carnefici di ieri sono invece tranquilli e fiduciosi del loro avvenire.
A parte qualche rimprovero qua e la sulla loro colpa e responsabilità collettiva, hanno ripreso velocemente il loro posto in seno alle nazioni, sfuggendo dal banco degli imputati.
Loro, non hanno commesso alcun peccato originale. Nessuno osa contestare il loro diritto ad esistere. Nessuno osa metterli pubblicamente alla gogna. Nessuno osa boicottare i loro prodotti o i loro atleti. Nessuno pianifica attentati o rapimenti per proporre obbrobriosi e mostruosi ricatti. Nessuno invoca la distruzione e l’annientamento della loro nazione.
Da parte tua Jacques mai però una parola di odio o di rancore nei confronti dei figli dei carnefici. Trovatore della Memoria non venivi alla ricerca di vendette postume. “Sono i nazisti colpevoli, non i tedeschi”, hai tenuto spesso a sottolineare, nel corso delle tue conferenze. Senza rancore hai visitato a più riprese il paese e le città dei tuoi carnefici, recandoti sempre in veste di sopravvissuto e testimone.
Non hai rifiutato alcun invito. Hai avuto la forza morale di affrontarli e ricordare loro senza ambiguità e false cautele, nella loro lingua, il tedesco, ciò che sapevano già, i crimini dei loro padri. Nonostante l’età avanzata e la tua piccola statura non ti sei fatto intimorire dagli sguardi loschi di piccoli simpatizzanti neonazisti.
Erano loro a dover aver paura di te. Sapevi, perché purtroppo l’avevi sperimentato sulla tua pelle, che i nazisti erano e sono dei vigliacchi. Di fronte ad un professore impaurito e un po’ ignavo che voleva metterti in guardia sulla presenza minacciosa di qualche suo alunno, il tuo braccio non tremava e spettava ancora a te insegnargli la forza della determinazione e del coraggio.
“Sbatteteli fuori. Che cosa aspetta? E’ lei l’insegnante. Se si permettono d’infastidirmi li prendo e li butto giù dalla finestra. Quando sono stato deportato nessuno mi ha chiesto se ero d’accordo. Io faccio quello che voglio. Quale tribunale tedesco oserebbe condannarmi?”
Sì Jacques, ci mancherai. Ci mancherà la tua presenza capace di mettere a nudo la nostra codardia ed ignavia. Sei venuto e tornato, anno dopo anno, per presentare il tuo libro “Violinista ad Auschwitz”, edito in numerose lingue, disponibile ad incontrare e a parlare davanti a qualsiasi pubblico: ragazzini delle medie, liceali, adulti e storici rinomati. In alcuni casi i tuoi viaggi sono stati delle vere e proprie tournées. Tenori e musicisti hanno avuto il piacere di accompagnare le tue esibizioni al violino.
“Sono stato fortunato. Ad Auschwitz si poteva morire da un momento all’altro. La morte era sempre in agguato. Se sono ancora vivo, qui con voi, è perché ho avuto molta fortuna: ero ingegnere, sapevo molte lingue e sapevo tocar il violino. Questa fortuna implica però un dovere, il dovere di testimoniare e di raccontare quello che ho vissuto. La mia vita ha un senso solo se utilizzata per continuare a testimoniare, in ricordo dei miei compagni scomparsi, assassinati, affinché essi non siano morti invano.”
Quando parlavi la tua voce vibrava forte e profonda, quasi arcana, come se provenisse da un tempo lontano e infinito, e il pubblico ti ascoltava in silenzio. E tu, nonostante l’aspetto un po’ buffo, dall’età indefinita, non sembravi per nulla affaticato e davi l’impressione che avresti continuato a lungo. Man mano che andavi avanti col racconto il tuo corpo si rinvigoriva, la tua mente lucida riscopriva ricordi e dettagli reconditi che a loro volta ne richiamavano tanti altri.
“Potremmo continuare a parlare tutta la notte e i giorni successivi senza mai riuscire ad esaurire il discorso”.
Con queste parole eri solito concludere le tue conferenze per poi accingerti ad eseguire un breve brano musicale con il tuo violino. Figlio del Mediterraneo, uomini cresciuti all’insegna dell’odio e nel culto della morte avrebbero voluto che “crepassi” nelle paludi dell’Europa orientale ridotto ad un pugno di cenere. Tu Jacques Stroumsa non ti rassegnasti e, aiutato dalla fortuna riuscisti a resistere ed aspettare con pazienza il momento della liberazione. Anni dopo il Mediterraneo ti richiamò offrendoti un’altra sponda, laggiù, nell’antica terra dei tuoi progenitori, per ricostruire quella famiglia che l’Europa ti aveva vigliaccamente sottratto e per contribuire alla rinascita della tua nazione, progettando e realizzando, tra le altre cose, l’impianto d’illuminazione della vostra capitale, Gerusalemme.
Fino all’ultimo hai continuato a testimoniare, debitore della lunga vita che il destino ti aveva voluto concedere: “Per parlare della Shoah potremmo continuare all’infinito senza riuscire mai a mettere la parola fine.” Ci riusciremo noi, un giorno? La Shoah per un verso e per l’altro continua a far parlare di sé. Tra negazionismo e perverse strumentalizzazioni, le tristi sequele continuano ad avvelenare il tormentato rapporto che il mondo intrattiene e vuole intrattenere con il popolo ebraico e d’Israele.
Nonostante la Shoah l’antisemitismo non è scomparso e l’odio e sentimento antiebraico sono sempre in agguato.
Nonostante la Shoah il popolo ebraico non è al riparo da una nuova e reiterata voglia di annientamento.
Domenica 14 novembre 2010 si è conclusa una piccola e grande pagina della storia. Alle ore 10:30, all’età di 97 anni, si è spento a Gerusalemme il dr. Jacques Stroumsa.

Lanfranco Di Genio (pubblicato in Informazione Corretta)

E mi viene da dire: meno male che se n’è andato in tempo, risparmiandosi di vedere ciò che stiamo vedendo in questi giorni nella sua e nostra amata terra. Ciao Jacques, riposa in pace: lo hai meritato.

      

barbara


20 ottobre 2010

AMICI MIEI LASCIATE CHE VE LO DICA

Le voci che avevamo negli anni Sessanta oggi ve le scordate! Questa invece non è una grandissima voce, ma la canzone dopo quasi mezzo secolo è ancora bellissima.
(E poi c’è da leggere questo e questo)

 

barbara


10 ottobre 2010

COME SI FABBRICANO I MITI

Quello degli israeliani cattivi, per esempio, colonialisti, violenti, razzisti, disumani. Qui la notizia del politico israeliano che investe spietatamente due poveri ragazzini palestinesi con la propria auto, ferendoli piuttosto seriamente e senza farmarsi a soccorrerli (grazie alla segnalazione di Marcello), con tanto di “warning” per la crudezza delle immagini che ci accingiamo a vedere; e qui il video completo, comprensivo delle sequenze tagliate dalla messinscena, e con fermo-immagine e rallentamenti che ci permettono di capire che cosa esattamente è successo (grazie a Marco Reis per la ricerca). E dunque ancora una volta, per l’ennesima volta, un tentativo palestinese – questa volta per fortuna fallito – di assassinare degli israeliani (il politico e il bambino seduto al suo fianco) viene spacciato per un tentativo israeliano di assassinare dei palestinesi.

barbara


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


31 agosto 2010

QUALCUNO CON CUI CORRERE

Quando ho cominciato a leggerlo, dico la verità, non avevo mica intenzione di scriverne la recensione. Anzi, non avevo neanche intenzione di finirlo, perché la storia, diciamolo, è di una cretinitudine unica (il cane che sa che è domenica e che bisogna andare a prendere la pizza, ma per piacere!). Finisco il capitolo, giusto per sentire cosa dice la monaca folle, e poi lo mollo. Ancora due pagine, per vedere se il poliziotto sadico arriva ad accorgersi che non è lui, e poi lo mollo. Ancora dieci pagine, vediamo se riesco a capire perché quella pazza deve per forza andare a cantare in Ben Yehuda... E poi ho letto tutta la notte fino alle nove e mezza di mattina, quando sono arrivata alla pagina 362 e ho potuto finalmente chiudere il libro. E lo so, sì, che oltretutto è anche spaventosamente banale una storia in cui quando tutto sembra perduto arrivano i nostri – e tu che leggi, naturalmente, lo sai benissimo che adesso qualcosa deve per forza succedere, perché un romanzo che si rispetti non può mica finire con una carneficina, una strage di innocenti e il male che trionfa e il bene che soccombe, e che diamine! – ma poi devi anche fare i conti con la commozione che ti prende con la scazzottata della piscina, un mezzo massacro, se vogliamo proprio essere onesti, e quando lui ricorda i segni, e l’innamorato della sorella, e allora perdoni tutto e quasi quasi, se solo ne avessi il tempo, lo riapriresti alla prima pagina e ricominceresti da capo.

David Grossman, Qualcuno con cui correre, Mondadori



barbara


30 agosto 2010

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…

La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.
Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più?
Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.
Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.
Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.
In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell.
E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.
Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.
Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace.
Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


23 agosto 2010

INTERLOCUTORI PER LA PACE

Gerusalemme

Questa è la storia di Gerusalemme pubblicata nel sito dell’Autorità Palestinese (quella buona, non i cattivi estremisti fanatici di Hamas), con cui Israele deve fare la pace.

E
' una delle piu' antiche citta' del mondo ed i monumenti ivi lasciati dagli originali abitatori, i Gebusiti, appartenenti alla tribu' dei Cananei, stanziatisi in Palestina dalla penisola arabica, testimoniano che la citta' fu fondata intorno al 3000 avanti Cristo. Il suo nome risale a Salem, insieme a Sahar il dio cui gli abitanti della citta' rendevano culto. Fu durante il primo periodo della sua storia che, attorno a Gerusalemme, furono erette mura fortificate per proteggere la citta' dall'attacco dei popoli invasori. Il nucleo della vecchia citta' fortificata rappresenta oggi il cuore di Gerusalemme est, la citta' della pace. La storia ci testimonia che lo stanziamento dei Gebusiti nell'area dell'attuale Gerusalemme e' precedente di almeno un millennio e mezzo l'avvento del re Davide e del cosiddetto "regno d'Israele", se c'e' mai stato.
La storia di Gerusalemme e' continuata in epoca greca, romana e bizantina, per raggiungere il massimo splendore in epoca islamica. Intorno alla meta' del 1900, diverse equipes di archeologi, studiosi, scolari biblici e ricercatori hanno cominciato ad effettuare scavi archeologici attorno alla citta' e al di sotto di essa, in particolare nella zona di Haram esh-Sharif (la spianata delle moschee) portando alla luce resti di molte civilizzazioni e culture, particolarmente di quella islamica. Molte di queste ricerche sono state finanziate dagli stessi governi israeliani succedutisi negli ultimi trent'anni: la ricerca dei resti del Tempio di Salomone non ha dato risultati. Il 7 giugno 1967, l'esercito d'Israele occupa la spianata delle moschee di Al Aqsa e della Cupola della Roccia - che gli ebrei chiamano monte del Tempio - nonche' tutta Gerusalemme est.
L'8 ottobre 1990, fu compiuto uno dei peggiori massacri della storia di Gerusalemme; qualche giorno prima della strage un gruppo di fanatici ebrei ortodossi progettarono una marcia sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme per sistemare la pietra miliare del "Terzo Tempio" che di li' a poco avrebbero costruito. Alla marcia parteciparono circa 200.000 israeliani scortati dall'esercito, mentre le forze d'occupazione sbarravano le vie d'accesso alla citta'. Inoltre chiusero le porte d'ingresso della moschea, in cui migliaia di palestinesi erano giunte per resistere alla prepotenza degli occupanti. Allorche' I fedeli musulmani si opposero e tentarono d'impedire la sistemazione della pietra nella spianata delle Moschee, le forze d'occupazione iniziarono il massacro, usando tutte le armi che avevano a disposizione, compreso il micidiale gas nervino. I coloni ebrei che partecipavano alla marcia parteciparono al massacro, che vide la morte di 23 palestinesi e il ferimento di altri 850.

Non aggiungo commenti.

barbara


30 giugno 2010

IL PREGIUDIZIO ANTISEMITA

Un bell’articolo di Emanuele Ottolenghi di due anni fa. Che naturalmente non farà intendere chi non vuole intendere, ma che sicuramente aiuterà chi intende ad argomentare meglio le proprie posizioni.

Le Cinque Bugie su Israele

Come si stravolge la storia per demonizzare l'unica democrazia in Medioriente.

di Emanuele Ottolenghi

Il pregiudizio antisemita si è nutrito per secoli di menzogne che nella letteratura e nella credenza popolare erano considerate verità inappellabili. La propaganda antisraeliana si nutre similmente di bugie che, stravolgendo la storia e insinuando nefandezze, mirano a delegittimare e demonizzare Israele come un tempo si demonizzavano gli ebrei. Delle tante bugie dette e ridette fino a renderle incontestabili assiomi, se ne riportano di seguito cinque, con la necessaria rettifica storica a buon uso del lettore.

1) Il sionismo è un movimento razzista.
Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, e come tutti i movimenti di liberazione nazionale, è stato storicamente caratterizzato da una grande diversità di opinioni sulle modalità, i tempi e persino il luogo d'attuazione del suo programma, oltre che sulla natura e il carattere della futura società e Stato che aspirava a creare. Col tempo, la maggioranza dei sionisti sostenne il ritorno del popolo ebraico nell'antica terra d'Israele come la rivendicazione essenziale del movimento, ma fino al 1903 esistevano tra i sionisti anche coloro che sostenevano la necessità di creare uno Stato ebraico ovunque si rendesse disponibile un territorio e tra i luoghi considerati c'erano l'Africa Orientale (la cosiddetta Opzione Uganda), un'area costiera del Sinai nell'odierno Egitto, una provincia argentina e persino un territorio nel Nord-Est dell'Australia. La terra d'Israele prevalse per il profondo legame storico ed emotivo con il popolo ebraico. Ma in nessun caso il sionismo postulò che l'affermazione del proprio progetto nazionale dovesse avvenire a spese dei diritti degli arabi che vivevano in Palestina, proclamando invece la necessità di trovare una soluzione pacifica e forme di convivenza tra ebrei e arabi. Fino all'ultimo, la leadership sionista cercò un compromesso con la controparte araba, ma senza successo, e a ogni occasione furono i sionisti, piuttosto che gli arabi, ad accettare le soluzioni di compromesso territoriale e politico ripetutamente proposte dalla comunità internazionale: la spartizione della Palestina in due stati fu proposta dalla Commissione Peel nel 1937 e dall'Onu nel 1947, ma fu rifiutata dagli arabi (i sionisti accettarono entrambe le proposte), mentre l'idea di uno Stato binazionale fu proposta da due movimenti sionisti negli Anni Trenta e respinta dalla leadership araba.

2) La Palestina, come suggerisce il nome, è la terra dei palestinesi, che gli ebrei hanno usurpato.
In realtà il termine Palestina si riferiva, nell'antichità, solo a una stretta striscia litoranea di territorio che corrisponde circa con l'attuale Striscia di Gaza e che era così chiamata perchè abitata un tempo dai Filistei. Il nome del territorio su cui oggi sorge lo stato d'Israele e parte dei territori era la Giudea – tant'è vero che nelle monete commemorative della vittoria di Tito e Vespasiano sui rivoltosi ebrei nel 70 dC si legge "Iudaea capta est". Il termine Palestina segue l'occupazione romana e il tentativo di estirpare ogni focolaio di rivolta ebraico dopo la distruzione del Secondo Tempio, ma non assume mai un carattere politico fino alla creazione del mandato britannico sulla Palestina nel 1922, Mandato che ha come obbiettivo l'attuazione della Dichiarazione Balfour, ovvero la promessa del governo inglese di creare un territorio autonomo per gli ebrei. I confini attuali della terra contesa sono stati tracciati tra il 1918 e il 1922 e non riflettono una precedente realtà politica. In quanto ai palestinesi, non è mai esistito uno Stato, o un regno, o una provincia, o un califfato palestinese. Dalla conquista romana il territorio è passato ai bizantini, agli arabi, ai crociati, ai mammalucchi, ai turchi e agli inglesi. I confini sono cambiati mille volte e non esisteva, all'arrivo dei primi sionisti nella seconda metà dell'Ottocento, un'identità nazionale o una rivendicazione nazionale palestinese.

3) Il controllo israeliano di Gerusalemme minaccia la libertà religiosa e l'accesso ai luoghi sacri.
Pur costituendo la maggioranza dei residenti, gli ebrei – e gli israeliani dal 1948 al 1967 – non hanno avuto la sovranità dei luoghi santi fino al 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia di Gerusalemme, oltre che i luoghi santi cristiani e mussulmani in Cisgiordania. Solo a partire dal 1967 l'accesso pieno ai luoghi santi avviene in piena libertà e con la tutela dell'autonomia religiosa delle varie comunità, mentre prima del 1967, durante tutta la dominazione musulmana, importanti restrizioni avvenivano nei confronti dei non musulmani e per quasi vent'anni gli ebrei non ebbero alcun accesso a due delle quattro città sante dell'ebraismo.

4) Se Israele ponesse fine all'occupazione dei territori
palestinesi ci sarebbe la pace in Medio Oriente. Sarebbe bello fosse così semplice! Ma a parte il fatto che i problemi del Medio Oriente sono molteplici e nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese: si pensi al genocidio in Darfur, all'oppressione di donne e omosessuali in Arabia Saudita, alla persecuzione contro i cristiani da parte del fondamentalismo islamico, al conflitto tra sciiti e sunniti, alle tensioni tra Iran e mondo arabo sunnita, alla povertà endemica della regione nonostante le ricchezze energetiche, al diniego di diritti nazionali da parte araba per curdi e berberi, e alla mancanza di libertà religiosa in tutta la regione salvo Israele. Il problema è il rifiuto dell'esistenza d'Israele da parte di una significativa parte del mondo arabo e dei palestinesi. In fondo, i territori oggetto del contendere Israele li ha conquistati nel 1967, ma dal 1948 al 1967 erano sotto dominio arabo eppure i palestinesi non li rivendicavano per loro e i regnanti arabi non si sognavano neanche di farne uno Stato per i palestinesi. Israele ha dimostrato più volte di volere la pace e di essere pronto a rinunce, sacrifici e compromessi. Non altrettanto si può dire da parte palestinese: se Hamas oggi rappresenta veramente la maggioranza dei palestinesi, con la sua retorica antisemita, la sua alleanza con l'Iran e il suo ricorso a terrorismo contro civili dentro Israele, dimostra come non si tratta solo di una disputa territoriale ma di un conflitto esistenziale.

5) L'unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di uno stato binazionale dove i due popoli condividono la stessa terra.
Ci sono quattro motivi per cui questo modello politico è un'utopia. Primo, perché le due nazioni difficilmente accetterebbero di vivere insieme in armonia condividendo potere e interessi. Costringere i due contendenti a una convivenza così difficile porterebbe a nuovi conflitti – si guardi alla ex-Yugoslavia – specie se si pensa al secondo motivo: le grandi differenze socioeconomiche e culturali. Gli israeliani guardano a occidente, sono integrati nell'economia occidentale e nella globalizzazione; sono una società laica e moderna, dinamica ed economicamente avanzata; dove le donne sono emancipate e la libertà sessuale, la mobilità sociale e la meritocrazia hanno preso piede fermamente; i palestinesi per contro sono ancora una società religiosa e tradizionale che vive principalmente di agricoltura e di manifattura, dove la cultura e i valori sociali sono tradizionali e tradizionalisti, e difficilmente tollererebbero le influenze del settore ebraico; mentre le strutture familiari e tribali sono ancora dominanti rispetto al merito e alla mobilità fondata sulle risorse economiche del singolo. Insomma, difficilmente le due società andrebbero d'accordo, e queste differenze portano al terzo motivo per cui lo stato binazionale è una cattiva idea: l'orientamento politico e culturale palestinese spingerebbe un futuro Stato in comune verso alleanze con il mondo arabo, in pieno contrasto con gli interessi del settore ebraico che sarebbero orientati verso l'America, l'Europa, l'India e l'estremo oriente. Ma la ragione che più di ogni altra rende l'idea improbabile è che uno Stato binazionale sarebbe antidemocratico perché la stragrande maggioranza di israeliani e palestinesi vuole – com'era vero settant'anni fa – uno Stato nazionale. Imporre una soluzione diversa violerebbe il diritto d'autodeterminazione dei popoli.

(Liberal, 14 maggio 2008 - da Informazione Corretta)

Lo sappiamo: l’odio continuerà a stravolgere i fatti. L’odio continuerà a stravolgere la storia. L’odio continuerà a stravolgere la realtà. Ma noi non ci arrenderemo. Noi non ci stancheremo di lottare. Noi non smetteremo, finché avremo vita, di gridare la verità.


barbara


12 aprile 2010

GERUSALEMME! GERUSALEMME!

È uno dei temi caldi del momento, Gerusalemme: chi, dopo aver esultato per la riunificazione di Berlino, ne auspica la divisione; chi, senza averci mai messo piede, sa con assoluta certezza che cosa è o non è giusto farne; chi, arrivato per ultimo, pretende che sia tutto suo; e poi ancora chi romanza la storia e chi inventa favole e chi crea leggende e chi manda un bacio chi getta un fiore chi si prenota per due ore ... Forse è arrivato il momento di cominciare a fare un po’ di chiarezza, di sbrogliare qualche matassa, di buttare nella spazzatura un po’ di ciarpame, di chiudere la bocca ai ciarlatani e lasciar parlare la Storia, i fatti, i documenti.
E cominciamo con questo importantissimo documento, alla cui traduzione mi onoro di avere collaborato. Un’avvertenza soprattutto agli “addetti al lavori”: all’inizio troverete cose che sostanzialmente sappiamo tutti; leggetelo lo stesso, perché più avanti troverete cose davvero pochissimo conosciute. È un documento lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto. Poi per chi mastica un po’ di inglese è sicuramente interessante da leggere questo, dove si scopre che quelli che rivendicano i propri antichissimi diritti su Gerusalemme “terza città santa dell’islam” sono un po’ come quel marito che dice giù le mani dalla mia donna, se solo ti azzardi a guardarla sei un uomo morto, poi si va un po’ a ficcare il naso negli affari suoi e comincia a venir fuori quella volta che non aveva soldi da andare in crociera e l’ha mandata a battere, e quella volta che è andato in vacanza con l’amante e si è dimenticato di lasciarle i soldi per mangiare e le è toccato andare a chiedere l’elemosina, e quella volta che se l’è giocata a poker ... Sì, dirà qualcuno, ma il fatto è che adesso gli arabi a Gerusalemme ci sono: ne vogliamo tenere conto sì o no? Certo che ne tengo conto. Anzi, ne tengo talmente conto che lascio addirittura la parola a loro.
Ecco, adesso forse abbiamo le idee un po’ più chiare. Poi, certo, chi alla Storia preferisce le storielle, chi all’informazione preferisce la propaganda, chi ai fatti preferisce le favole, quelli ci saranno sempre ma, si sa, c’è anche chi è convinto che coi fiori di Bach si cura qualunque malattia e che se sei del capricorno non puoi sposare un gemelli e che la malachite va bene per toro e scorpione ma non per il sagittario ... E vabbè, cercheremo di essere comprensivi e tolleranti nei confronti di questi nostri poveri fratelli meno fortunati ...


Gerusalemme, quartiere ebraico visto da nord-est, 1870 (quello che adesso gli ebrei non ci possono costruire perché è roba di quegli altri ...)

barbara


31 marzo 2010

HAG SAMEACH BERLUSCONI!

Ieri sera tutto il popolo di Israele, in Israele e nella diaspora, ha celebrato la fine della schiavitù e tutti alla fine del Seder (la cena rituale) hanno detto a voce alta "Le Shanà abaà be Yerushalaim", augurio che gli ebrei si sono detti l'un l'altro per 2000 anni rivolti verso la Città Santa, capitale dell'ebraismo, per 3000 anni Capitale di Israele Popolo e per 1000 anni capitale di Israele Regno e da 65 anni Capitale di Israele Stato.
Una storia di dolore, di miracoli, di schiavitù, di morti e di libertà, una storia nostra, solo nostra, solo degli ebrei che altri popoli hanno voluto distruggere per puro e indistruttibile odio.
Uno dei più grandi miracoli del Popolo ebraico è stata la ri-fondazione nella sua terra dello Stato di Israele dopo più di 20 secoli di persecuzioni e massacri, dopo tanta disperazione e tanta speranza eppure questo miracolo ha fatto cadere nel tunnel dell'odio e dell'invidia altri popoli, quelli europei e quelli arabi e islamici, un odio e un'invidia che si sono espressi nel desiderio di distruggere questo piccolo Stato desideroso solo di pace e di sicurezza.
Un piccolo Stato trasformato in pochi decenni, da deserto quale era diventato nei secoli di abbandono, in un paese all'avanguardia in tutti i campi, dall'agricoltura alla medicina, dalla tecnologia alla scienza.
Un piccolo Stato sempre sotto pericolo di estinzione per l'odio dei suoi vicini e dei suoi lontani.
Un piccolo Stato che è d'esempio a tutto il mondo di come si può diventare se si ama il proprio Paese, se lo si vuole sviluppare, se si è legati anima e corpo alla Terra da cui si proviene e dove si è implorato il ritorno per tutto il periodo dell'esilio e delle persecuzioni.
Sì, ieri sera abbiamo celebrato la fine della Schiavitù in Egitto, "schiavi eravamo, ora siamo liberi in Erez Israel".
Azzam Pascià della Lega Araba diceva nel 1948: "Inizieremo una guerra di sterminio e di massacri".
Radio Bagdad gridava nel 1967: "Siamo risoluti a raggiungere il nostro obiettivo: cancellare Israele dalla Carta Geografica".
Radio Cairo nel 1967: "Uccideteli tutti, non lasciate vivo nemmeno uno..."
Yasser Arafat nel 1974: "Nessuno ci fermerà finché Israele non sarà distrutto. Per noi la pace è la distruzione di Israele."
Yasser Arafat nel 1979: "Gli israeliani devono ricordare che il loro stato non durerà piu' di 70 anni e 32 sono già passati."
Yasser Arafat nel 1985: "Il popolo palestinese combatterà i sionisti fino all'ultimo bambino nel ventre di sua madre".

Dall'epoca di queste dichiarazioni di odio, distruzione e morte sono passati anni, abbiamo sofferto molte guerre e un terrorismo spaventoso ma le cose non sono cambiate nel senso che vi sono leader occidentali che avallano tali dichiarazioni e, a differenza degli arabi, le avallano parlando di in modo ipocrita e disgustoso di pace che nella loro lingua significa "Israele lascia tutto ai palestinesi e rassegnati".
Quindi abbiamo Obama, presidente USA, nostro alleato, che incolpa Israele di tutto quello che succede perché Israele costruisce case per la popolazione a Gerusalemme Capitale come ogni nazione del mondo fa nelle proprie capitali e nelle proprie città.
Obama ha bisogno di prendere a calci Israele per accattivarsi le simpatie arabe e lo fa senza remore, senza pentimenti, senza vergogna, poi partecipa al Seder alla Casa Bianca senza mettersi, in segno di rispetto, la kippà in testa... si arrabbierebbero troppo gli arabi amici suoi.
Napolitano, presidente italiano, va in un paese nemico come la Siria a blaterare che Israele deve rerstituire i territori contestati (per lui e gli altri "occupati") e naturalmente il Golan.
Dulcis in fundo, ciliegina sulla torta, il nostro amico Silvio Berlusconi che ha gettato via anni di amicizia proclamando, come Napolitano, che Israele deve lasciare i territori e il Golan e ha concluso queste oscenità baciando la mano a Gheddafi.
Ma Berlusconi, ma come si fa!
Ma Berlusconi!
Non lo sa che l'Italia non è più quella vergogna che era all'epoca dei governi Craxi-Andreotti in cui venivano protetti i terroristi palestinesi, li si faceva scappare dall'Italia dopo aver ammazzato cittadini italiani e si nascondeva Arafat in Parlamento per proteggerlo dalla Interpol.
L'Italia non è più neanche quella dei governi comunisti e cattocomunisti quando per le strade italiane si facevano cortei oceanici urlando "A MORTE ISRAELE" e si bruciavano decine di bandiere di Israele e si bastonavano gli ebrei per le strade (nel resto d'Europa, è vero, li ammazzavano).
L'Italia non è più l'Italia di Dalema, Prodi, Diliberto, non è più l'Italia dell'odio.
L'Italia di Berlusconi è amica di Israele, non se lo ricorda più?
E allora perché va nei paesi nemici, in braccio alla lega Araba, a baciare le mani a un luridissimo terrorista e a dire che la democratica Israele deve... deve... deve!
Non le rifaccio la storia, Cavaliere, ma le ricordo che Israele è stata attaccata dalla Siria due volte per la distruzione e il Golan è stato conquistato da Israele perché aveva vinto la guerra.
Da quell'altipiano per 20 anni i siriani hanno sparato contro i nostri agricoltori e cittadini che vivevano in pianura.
Il Golan è per Israele la sicurezza e lei, come Napolitano, come Obama, vorrebbe che noi lo regalassimo alla Siria? E lo va a dire al signor Gheddafi, nostro ferale nemico e assassino di molti europei? E poi gli bacia anche le mani? Credeva di essere di fronte al Papa perché il dittatore libico si veste quasi uguale?
Cavaliere, lei è una grande delusione per me ma so che nonostante questi tremendi errori e schiaffi senza pietè a Israele, il governo italiano è ancora nostro amico.
Sono sicura che lo sia anche lei, Cavaliere, solo che sta cedendo ai ricatti e questo per un leader non è un atteggiamento dignitoso.
Il Golan è Israele, Cavaliere, come lo è Gerusalemme, tutta intera, senza est, ovest o nord e sud!
Le Shanà Abaà be Yerushalaym, l'anno prossimo a Gerusalemme, lo abbiamo detto piangendo per 2000 anni, oggi lo diaciamo con orgoglio e a testa alta.
Se lo ricordi Berlusconi, se lo ricordi Napolitano e soprattutto se lo ricordi Obama!
Gerusalemme è la nostra capitale e non la daremo a nessuno.
Hag Sameach, Berlusconi, noi siamo a Gerusalemme!
Deborah Fait

Naturalmente non condivido neppure mezza briciola della sorpresa di Deborah per quello che a lei è sembrato un voltafaccia dell’amatissimo Silvio (impressionanti, a questo proposito, le reazioni isteriche e sgangherate del Signore e Padrone di informazione corretta ad ogni accenno di critica al suddetto amatissimo) e che è invece nient’altro che una dimostrazione di perfetta coerenza con ciò che l’uomo – si fa per dire – è sempre stato, fin da quando a scuola si faceva pagare per passare ai compagni più deboli i compiti delle materie in cui era più ferrato. Ma a parte questo, per il resto condivido assolutamente tutto. Così come condivido questo e questo.

                       

barbara


18 marzo 2010

DI GERUSALEMME E DI CASE E DI SINAGOGHE E DI ALTRO

"Tema: Chi sa dove si trova Gerusallemmest e a cosa serve?"

Cari amici,
ogni tanto ci chiediamo tutti che cosa vogliono davvero i palestinesi, quali sono i loro obiettivi. Sappiamo che sono buoni, che hanno ragione loro, che la buona buonissima amministrazione del presidente Osama (Nobel preventivo e santo subito) li appoggia senza esitazione. Dato ormai per scontato che le "colonie" sono cattive cattivissime, e vanno prima fermate e poi distrutte, perché "occupano", adesso è la volta di Gerusalemme. Anzi, per il momento di Gerusalemmest, una nuova entità storico/geografica: il problema a Gerusalemmovest si porrà in seguito, appena chiarita la questione a Est. Tanto sappiamo che i confini non contano. Gerusalemme (Est o Ovest, Nord o Sud che sia) non è mai stata assegnata ai Palestinesi dall'Onu, nei piani del '47 doveva essere un territorio a parte, ha una maggioranza ebraica documentata dai censimenti almeno da centocinquant'anni, e naturalmente una presenza ebraica altrettanto documentata che risale a un millennio e mezzo prima che nascesse due o tremila chilometri più a Est un tizio che oggi conosciamo come Maometto - ammesso che ci sia mai stato, cosa di cui gli studiosi blasfemi dubitano.
Ma non importa, Gerusalemmest è dei palestinesi, "perché essi aspirano a farvi la capitale del loro futuro stato". E' un ottimo principio. Anch'io aspirerei di fare della reggia di Versailles il mio futuro pied-à-terre in Francia, non l'ho costruito io, questo no... ma pensate che l'ho visitato da ragazzo, mi è sempre piaciuta moltissimo, così modesta e funzionale... non capisco perché lo Stato Francese continua a pretendere di possederla... forse farò un'intifada, che almeno mi diano Versaillest...
Ma non divaghiamo. I palestinesi vogliono gli insediamenti ebraici oltre la linea verde e vogliono anche Gerusalemme (Gerusallemmest, per ora). Per stabilire che è loro hanno trovato il mezzo del blocco delle costruzioni: sapete le costruzioni sono rumorose, fanno polvere, "mangiano la terra". E naturalmente chi decide in un territorio se si può costruire ne è il proprietario. Geniale, no? Dato che aspirano alla proprietà di Gerusalemme (Est), ogni cosa che venga costruita in quel luogo è colonia. Ma dov'è esattamente Gersualemmest? Somiglia un po' all'isola che non c'è, o a quelle città di Calvino o di Escher, la cui impossibilità è presupposta. Siamo concreti, sapete voi dov'è Gerusalemmest? Dove finiscono i suoi confini?
Be' i palestinesi hanno questo in comune con Ahamadinedjad, e anche con la buonanima di Adolf, che non nascondono le loro intenzioni. A modo loro, sono onesti. L'hanno sempre detto che intendevano cacciare in mare i giudei, e anche quando dicono pace non smentiscono. Dunque per capire la questione geografica di Gerusallemmest, basta leggerli. Per esempio qui, in un delizioso pastiche pseudogiuridico che sembra proprio uscito dalla penna di Raymond Queneau:
http://www.pchrgaza.org/portal/en/index.php?option=com_content&view=article&id=6297:pchr-strongly-condemns-inauguration-of-synagogue-in-occupied-east-jerusalem-&catid=36:pchrpressreleases&Itemid=194.
Quel che dicono i bravuomini è che "PCHR also confirms that East Jerusalem constitutes an integral part of the OPT" (il Centro Palestinese dei Diritti Umani (fortemente finanziato da Eurabia, questo è chiaro, perché anche Eurabia è buona) costituisce parte integrante di una cosa che loro chiamano Opt (Territori palestinesi occupati): certamente è un'"optima" idea.
Questo lo sappiamo: "aspirano" a Gerusalemmest. Il punto viene ora: "The inauguration of a Jewish synagogue in East Jerusalem is considered a form of settlement activity, and thus constitutes a war crime under international humanitarian law." L'inaugurazione di una sinagoga ebraica a Gerusalemmest è un'attività di colonizzazione e costituisce una crimine di guerra sulla base delle legge umanitaria internazionale."
Non voglio discutere qui e ora la geniale applicazione creativa della Quarta Convenzione di Ginevra da parte dei palestinesi e dei loro amici. Voglio solo sottolinearvi che Gerusalemmest per loro comprende non solo la città vecchia di Gerusalemme, ma anche il suo quartiere ebraico, al cui centro è stata inaugurata ieri la ricostruita sinagoga Hurva. Perché ricostruita? Perché stava lì da sempre e, anche senza andare troppo indietro gli arabi l'hanno distrutta due volte, la prima due secoli fa, la seconda sessant'anni fa, dopo che Gerusalemme fu occupata dalle truppe giordane (guidate dagli inglesi, guardate un po' com'è costante la tradizione di Eurabia). E i giordani stabilirono allora, da bravi difensori dei diritti umani e della libertà di religione che era proibito agli ebrei entrare a Gerusalemme e tanto per chiarire la questione, tirarono giù tutto il quartiere ebraico inclusa la sinagoga (che non a caso si chiama Hurva, cioè rovine) e pavimentarono le strade con le lastre tombali ebraiche del cimitero millenario del Monte degli ulivi.
Dunque, bisogna capirli: dove comandano loro abbattere sinagoghe va bene, non è un problema; è riscostruirle che è un crimine di guerra. Ecco, abbiamo finalmente capito dove sta e a cosa serve Gerusalemmest: a impedire che nel quartiere ebraico ci siano gli ebrei e anche le sinagoghe: l'esistenza degli uni e degli altri è un crimine di guerra! Siamo sicuri che zio Adolf, giù dal cielo da dove guarda benigno Eurabia e palestina, sorride e acconsente, anche in memoria del suo amico Gran Muftì di Gerusalemme. Il solo dubbio è se l' "americo Amleto" il buon presidente Hussein Obama abbia capito fino in fondo il gioco che sta giocando. E' vero che tutti dicono che è intelligentissimo, ma a me pare soprattutto buono: come dicono dalle mie parti, tre volte buono.

Ugo Volli


La sinagoga Hurva prima del 1948


La sinagoga Hurva in mano alla Legione giordana, nel 1948


La sinagoga Hurva sotto la dominazione giordana, fra il 1948 e il 1967


La sinagoga Hurva restaurata da Israele (foto trovate qui)

Anche dalle mie parti, benché distino un buon paio di centinaia di chilometri da quelle di Ugo Volli, si dice tre volte buono, ma in questo caso davvero non so se sia più la tontaggine o il freddo cinismo. Verrebbe da dire “ai posteri …” ma nel frattempo, fino a quando arriverà una risposta, quanti morti avranno causato le sue scelte sciagurate?
E sempre in tema di sinagoghe, andate a leggere anche questo, che è davvero un gran bell’articolo.


barbara


16 marzo 2010

THE CIRCLE OF LIFE

A proposito di settimane del boicottaggio e giornate dell’odio e decenni della vendetta anche se non si sa bene di che e dintorni e affini e annessi e connessi.

Tu sei più forte di me ma io un pugno te lo do lo stesso perché ti odio. Ma non ti faccio molto male. Tu magari alzi il braccio per non prendere il mio pugno e non sei cristiano e non porgi l'altra guancia. Al decimo mio pugno ti stufi e mi rifili uno sganassone che mi fai un male bestia. Perdo qualche dente che mostro incazzato e un po' piangente alla telecamera politically correct a cui dico che sei cattivo cattivo. Se il mio dente è da latte fa ancora più impressione soprattutto al pubblico dello Zecchino d'Oro e delle telenovela.
Porto il dente in processione.
Dichiaro una giornata dell'odio.
Durante la giornata dell'odio ci riprovo e perdo un altro dente.
Ri-dichiaro un'altra giornata dell'odio.
Rimango così senza denti.
Smettiamo per un po' fino a quando i miei amici e i telespettatori mi danno un po' di soldi per comprare una dentiera nuova: alcuni lo fanno perché io possa mangiare, altri perché hanno bisogno di processioni.
Poi ricominciamo.
The circle of life direbbe il re leone.

Scritta un po’ più di nove anni fa dallo straordinario, insuperabile, mitico Toni. Come si suol dire: il tempo passa e neanche te ne accorgi che sia passato. Poi, sempre in tema, leggi anche questo.

barbara


9 dicembre 2009

GERUSALEMME: IL MURO CHE VUOLE EURABIA

C'era una volta una città storica e nobile, che per le circostanze della storia fu divisa fra eserciti nemici. Un muro fu eretto fra il centro storico e i quartieri residenziali. Chi cercava di passarlo era ucciso. Un assedio isolò la città o qualche suo quartiere, le vecchie case che davano fastidio ai nuovi padroni furono abbattute. Si sparava quasi tutti i giorni Poi venne un evento storico, un grande rovesciamento delle forze, e la città fu riunificata. Grandi lavori furono compiuti per riportarla all'antico splendore. Ma c'è ancora qualcuno che mormora e che vorrebbe tornare all'antica divisione.

Una favola? No, una storia vera. Qual è la città? Mah, fate voi. Potrebbe essere Berlino, col muro caduto vent'anni fa. Potrebbe essere (un po' più impropriamente) perfino Gorizia, divisa nel 45 e finalmente liberata dal confine che la divideva due anni fa con l'adesione della Slovenia a Schengen. E invece no, è Gerusalemme, la capitale storica del popolo ebraico, da cui gli ebrei non si sono mai del tutto allontanati nonostante le violenze egiziane, babilonesi, persiane, romane, arabe, crociate, turche; che aveva di nuovo una maggioranza ebraica già dalla metà dell'Ottocento, sparsa nella città vecchia e in tutti i quartieri periferici, a Est come a Ovest del centro. Nel 1948, nonostante l'eroica avanzata dei volontari ebrei lungo la stretta valle che unisce la città alla costa, il cuore antico della città fu occupato dalle truppe giordane inquadrate e armate dall'Inghilterra. I giordani distrussero fisicamente il quartiere ebraico della città vecchia, sistemarono latrine lungo il "Muro del pianto", assediarono a lungo l'università ebraica del Monte Scopus, commisero stragi (particolarmente efferata una di medici e infermieri su un autobus diretto all'ospedale), infine eressero usarono le mura di Solimano come fortificazione per sparare sul centro moderno della città e lo prolungarono per tagliare tutta la periferia. Dove oggi corre Jafo Street, Ha Tzamaim, dove ci sono i giardini Bonei Yerushalaim e Mitchell, per esempio, c'era una pericolosa terra di nessuno, su cui i giordani sparavano dall'alto. Agli ebrei, cacciati con violenza e stragi dal resto della città, restarono i quartieri moderni verso il mare.
Tutto questo è finito nel '67, quando la città è stata liberata dalle truppe di Moshé Dayan e finalmente riunificata. Gradualmente la ferita urbanistica è stata suturata, gli ebrei sono tornati alle loro case, il muro è stato abbattuto, dove si sparava sono sorti giardini, strade, e ora una metropolitana leggera che congiungerà tutta la città. Gli arabi non sono stati cacciati dai loro quartieri, come invece lo erano stati gli ebrei; i luoghi sacri musulmani non sono stati toccati come lo erano stati quelli ebraici. Tutti hanno diritto di frequentare i loro spazi religioso, al solo patto di non creare disordini. Tutti possono votare, gli arabi come gli ebrei. Alcuni quartieri periferici sono stati aggiunti alla città, che si trattasse di nuove urbanizzazioni ebraiche o di vecchi villaggi arabi. La tensione c'è, ovviamente, c'è stato tanto terrorismo, ma oggi, non cinquant'anni fa sotto il dominio giordano, Gerusalemme è un tentativo di convivenza, un luogo libero dove tutti possono esprimersi e organizzarsi politicamente in maniera pacifica. Vi sono musei, teatri, spazi turistici, e anche gli estremisti ultrareligiosi, la cui intolleranza è tenuta a freno con fatica.
Tutto bene, allora? Ma no, lo sapete. Gli islamici, un giorno sì e l'altro pure, lamentano la "giudeizzazione" di Gerusalemme, che non è altro se non la sua modernizzazione e organizzazione civile; si inventano complotti per abbattere la moschea di Al Aqsa, prendono ogni costruzione di un appartamento o ogni disputa sulla proprietà di una casa come pretesto di scontro.
Ma questo è normale. La cosa più strana è che oggi, quarant'anni dopo la caduta del Muro di Gerusalemme, buona parte del mondo (l'America di Obama, Eurabia anche nella dichiarazione approvata ieri) voglia dividere di nuovo la città, erigere un altro muro, provocare nuove sparatorie di confine, affidare i luoghi santi a quegli islamici che hanno dato tanta buona prova della propria tolleranza nel passato e che per esempio trattano tanto bene i cristiani nei territori palestinesi, in Iraq, in Turchia. Insomma vogliono un altro muro a Gerusalemme. Israele farebbe bene a rispondere: senz'altro faremo come consigliate. Benissimo: voi costruite un nuovo muro a Berlino e ingaggiate nuovi Vopos per ammazzare chi tenta di passare. Restaurate la DDR e la Stasi e magari anche l'Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Invadete di nuovo l'Ungheria e Praga. Se voi fate questo, noi riedifichiamo subito quel muro di Gerusalemme che vi piace tanto.

Ugo Volli

È strano il mondo, in effetti. Dicono che le regole devono valere per tutti ma poi per Israele fabbricano regole diverse. Dicono che ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione ma gli ebrei no, questo diritto non ce l’hanno. Ogni stato e ogni religione riconosce il diritto alla legittima difesa ma gli ebrei, e specialmente quelli che stanno in Israele, loro no, questo diritto non lo hanno. Dicono che ognuno deve stare a casa sua ma gli ebrei no, nella loro casa che se scavate ci trovate le loro tombe vecchie di tremila anni loro no, a casa loro non ci devono stare – e neanche in casa degli altri, perché là sono degli intrusi e non devono stare neanche là. E muri e separazioni sono brutti, bruttissimi, orrendissimi, creano odio, sono una vergogna, producono apartheid, fomentano guerra e terrorismo … a meno che non servano a spaccare in due la città più sacra del mondo e allora sì, anche i muri diventano cosa buona e giusta. Ma finché avremo forza per lottare e fiato per gridare, Gerusalemme resterà UNA, come è stata per tremila anni, tranne per i diciannove anni di illegale occupazione giordana. Nel frattempo godetevi queste indimenticabili immagini della Gerusalemme liberata.


Il muro che divideva Gerusalemme prima della liberazione nel 1967



E poi MEMENTO: +100!

barbara


23 novembre 2009

SARÀ UN CASO?

La mia seconda è una classe che si può tranquillamente definire catastrofica: livello di conoscenze bassissimo in tutte le materie, voglia di lavorare saltami addosso, interessi prossimi allo zero, disciplina meglio non parlarne … Questo per dire che se salta fuori che c’è una cosa che sanno in parecchi, vuol dire che è proprio una cosa che “si sa”. Bene, oggi viene fuori una cosa relativa ai campi di concentramento, e prima di procedere ho bisogno di capire se sanno di che cosa si sta parlando. E dunque chiedo se hanno sentito parlare di campi di concentramento, e in parecchi dicono di sì; chiedo chi li ha fatti, rispondono: la Germania (“rispondono” significa che uno ha risposto e probabilmente anche qualcun altro lo sapeva, e infatti le varie risposte sono state date da scolari in parte diversi); chiedo chi ci finiva, rispondono: gli ebrei; chiedo quanti ne hanno ammazzati, rispondono: milioni; chiedo come, rispondono: con il gas; chiedo se conoscono il nome di qualche campo di concentramento, uno dice Auschwitz, uno dice Buchenwald, uno dice Dachau, uno dice Mauthausen, uno dice Augsburg, il musulmano dice Gerusalemme.

(E poi, come al solito, andate a leggere lui, che tutto sommato c’entra, ma anche se non c’entrasse sarebbe da leggere lo stesso, perché i geni vanno letti sempre)

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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