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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


1 agosto 2011

LE RADICI DEL MALE

Sottotitolo: L’antisemitismo in Germania: da Bismark a Hitler

Questo invece è un libro serio, che vale la pena di leggere. Attraverso una rigorosa documentazione viene qui esaminato il passaggio dall’antigiudaismo su base religiosa all’antisemitismo su base razziale, fino alla sua forma più estrema, ossia quella eliminazionista, messa poi in atto dal nazismo. Sì, lo so, quasi mille pagine di storia non sono una passeggiata, ma se pensi a quanta gente ha letto le quasi mille pagine di spazzatura di insciallah, puoi anche fare lo sforzo di impegnarti per una cosa seria, no?

Massimo Ferrari Zumbini, Le radici del male, il Mulino

barbara


7 novembre 2010

E GLI ANNI PASSANO E I BIMBI CRESCONO

e le mamme imbiancano e imbiancano anche le figlie delle mamme e le mode cambiano e i modi si adeguano e così si evolvono anche gli stili dell’antisemitismo, vero che si evolvono? Nella Germania degli anni Trenta, per esempio, l’antisemitismo si manifestava così



mentre nella Giordania di oggi si manifesta così:



Vero che si vede che sono passati quasi ottant’anni?

barbara


3 novembre 2010

SPIGOLATURE A MARGINE

La bandiera israeliana – in faccia all’ambasciatore – ruotata di 90°, cosicché i due triangoli che formano la stella anziché in verticale, con le punte in alto e in basso, erano in orizzontale, con le punte a destra e a sinistra.



Il tipo esagitato che dribblando il servizio di sicurezza è piombato in sala urlando che non siamo una democrazia perché non permettiamo contraddittorio.
Le sorridenti suorine con le cuffiette candide tipo olandesina in processione a portare all’ambasciatore una scatola di mele e fiori e poi attentissime ascoltatrici dall’inizio alla fine.



Il giovane strafighissimo presidente – e appassionato oratore – del Makkabi di Francoforte.


(ma dal vivo è molto più migliore assai)

L’ambasciatore, uomo dotato di discreto fascino, di squisita cortesia, di ottimo inglese e di pessimo tedesco (da mal di pancia, a voler essere proprio precisi).



Il tipo accartocciato sulla sedia a rotelle (assomigliava a Hawking, ma lui per fortuna le mani le muoveva), che quando gli sono passata accanto mi ha energicamente strattonata per la giacca per segnalarmi che avevo dimenticato per terra, di fianco alla sua sedia a rotelle, la borsa, con dentro soldi, documenti, carta di credito, bancomat, specchio e rossetto.
L’incredibile quantità di gente venuta ad ascoltare.



Il finto occhio da pesce lesso del contrabassista e la quantità spaventosa di messaggi che, con quel suo occhio da finto pesce lesso, riusciva a mandare.



La disorganizzazione. Spaventosa. Caos totale. Chi conosce la “mitica organizzazione tedesca” solo per sentito dire, potrà forse essere stupito; io che, avendo studiato per un intero mese in Germania, la conosco per visto fare, non me ne sono stupita per niente. A Napoli, giusto per restare nei luoghi comuni, dubito fortemente che avrebbero potuto fare di peggio.
I “capi”. Qualcuno, fra i frequentatori di questo blog, ha un po’ di anni sulle spalle, e ricorda certamente le assemblee studentesche del cosiddetto sessantotto. E ricorderà anche quei microleaderini che cercavano di fabbricarsi un futuro da leader-di-un-livello-superiore, usando le assemblee del liceo o dell’università e le rivendicazioni degli studenti come palestra di addestramento. Alcuni poi ci sono riusciti, altri sono precipitati nel gorgo del terrorismo del decennio successivo. Gli uni e gli altri, come direbbe mia madre, dee gran figure porche. Mi ci hanno fatto pensare, si parva licet, quei capetti che si agitavano sulla scena del congresso di Francoforte.
La gentilissima – e molto bella – giovane signora dall’inglese impeccabile che ci ha aiutati a districarci fra i centomila treni che percorrono incessantemente le viscere di Francoforte, senza la quale non so se e quando saremmo riusciti a raggiungere l’aeroporto (che poi abbiamo comunque rischiato di mancare perché quando ci siamo arrivati, nonostante la gigantesca tabella FLUGHAFEN – AIRPORT, Emanuel si è per un tempo infinito ostinato a negare che quella fosse la stazione dell’aeroporto e non voleva saperne di scendere).

barbara


7 maggio 2010

INTERAMENTE DEDICATO AL TIZIO DELLA SERA

La sensibilità

Da un certo numero di anni la Germania sta facendo i conti con il suo passato nazista. Vi sono musei e importanti segni nella nuova architettura urbana, esistono dipartimenti universitari che si occupano della fenomenologia della catastrofe ebraica. C'è una pubblicistica che va dalla narrativa, alla saggistica, all'indagine giornalistica. Infine ci sono atti di amicizia verso Israele da parte del governo nazionale. Ma a ben guardare, esiste una sottile linea di silenzio su come fossero i tedeschi in quegli anni. Una barriera invisibile impedisce l'accesso al loro interno umano. Non sappiamo cosa in quegli anni orridi la gente avesse dentro. Ed esiste un silenzio ancora maggiore su cosa sentano oggi i tedeschi di questo passato genocida. Ad uno scrittore che si informava con operatori culturali tedeschi circa la possibilità di realizzare una fiction satirica sul nazismo, è stato spiegato che questo potrebbe avvenire solo con una piccola produzione e con personale artistico prettamente ebraico: attori e regista, ad esempio. I canali generalisti tedeschi, è stato spiegato educatamente a bassa voce, non si impegnerebbero mai in una satira televisiva sul nazismo. La motivazione risiede nel fatto che la nazione si offenderebbe. A riguardo, c'è molta sensibilità. E questo, commuove.

Il Tizio della Sera


La grande nuvola

I colloqui indiretti tra Israele e Palestina sono già una noia. Se ne presagisce l'amara inutilità. L'ossequio al loro svolgimento è legato al fatto di soddisfare il gusto etico-estetico di Obama, la sua idea tenue, quasi fanciullesca, di una democrazia planetaria poggiata sul carattere tenace degli uomini di buona volontà. E' questa la politica estera della più grande potenza mondiale. Noia nella noia, la stampa rovescia su Israele le solite accuse precostituite. La struttura ricorda quella dei tormentoni del varietà, che sono in pratica i ritornelli comici di uno spettacolo, quelli che danno il segnale quasi meccanico della risata: il pubblico ride e vuol dire che, come un buon motore, il tormentone funziona. Qui il tormentone sono i titoli dei giornali. Le parole proclamano didascalicamente che gli ebrei hanno torto; allora il pubblico dello spettacolo crede di avere delle idee, e dice compiaciuto: Israele ha torto, e porca miseria, io penso. Perché i giornali vellicano la vanità umana, inseguendola nei suoi atroci scantinati. Prendiamo il caso del quartiere di Gerusalemme est di cui parlano tutti i media perché Israele vuole costruirvi e perché alla stampa serve sempre un buon tormentone su Israele. Nessuno, come abbiamo detto in altre occasioni, conosce l'antica storia ebraica del quartiere, ma tutti sono pronti a riconoscere la lesione procurata al diritto palestinese. Attraverso il fantastico tormentone del quartiere est tutti possono capire con facilità che Israele ha torto. Negli uffici, molti giocano al ministro degli esteri e spiegano il M.O. ai colleghi. Ci sono aziende in cui all'ora di pranzo l'80 per cento degli impiegati aprono il pacchetto con il panino al tonno e maionese, e il 50 per cento di loro sono ministri degli esteri con delega su Israele e il tonno e capperi. Poi il tormentone svanirà, qualcuno farà notare che l'argomentazione del quartiere est di Gerusalemme era inconsistente. Poco importa, i media faranno spalluccia. Diranno: è inutile riparlarne. C'è invece un più grande tormento. L'immensa nuvola nera che non se ne va dai cieli della Storia. L'antisemitismo.

Il Tizio della Sera


Dichiarazione ufficiale

Tizio della Sera, ti amo.
Per quella sofferenza che non sempre l'ironia riesce a velare.
Per quell'ironia che spesso riesce a sdrammatizzare una sofferenza antica di millenni.
Per il sorriso che, in mezzo a tanta sofferenza, quasi sempre riesci a strappare.
Per la passione che traspare da ogni tua parola.
Per l'intelligenza che accompagna la passione.
Per le stupende perle, che ormai sono collana lunghissima, che continuamente ci regali.
Per il mistero che ti avvolge.
Per quella nostra Fiorentina che ho cominciato ad amare mezzo secolo fa e, anche se il tifo non lo faccio più da un pezzo, non ho mai smesso del tutto.

barbara

Poi, se c’è ancora qualche pellegrino vagabondo sperduto che non sia venuto a conoscenza dell’appello di Fiamma Nirenstein in risposta all’oscenità di jcall, è caldamente invitato (che in realtà è un eufemismo, perché se non lo fate vi meno) ad andare a leggerlo e firmarlo qui. Per leggere l’ultima meravigliosa cartolina dovete invece cliccare qui.

                          

barbara


15 dicembre 2008

STORIA DI UN TEDESCO

La storia che qui si vuole raccontare ha per argomento una specie di duello.
Si tratta di un duello impari tra due avversari molto diversi: tra uno stato oltremodo potente, forte e brutale, e un piccolo privato cittadino, anonimo e sconosciuto. Il duello non si svol­ge su quello che viene comunemente considerato il campo del­la politica; il privato cittadino non è in alcun modo un politico, né tanto meno un congiurato, un «nemico dello stato». Viene a trovarsi continuamente ed esclusivamente sulla difensiva. Non desidera altro se non proteggere ciò che, a torto o a ragione, considera la propria personalità, la propria vita e la propria pri­vata onorabilità. Tutto questo viene costantemente aggredito dallo stato in cui vive e col quale ha a che fare, con mezzi estremamente brutali, anche se abbastanza grossolani.
Tra terribili minacce, questo stato pretende che il suddetto privato cittadino abbandoni i suoi amici, lasci le sue ragazze, rinunci alle proprie idee, accetti idee imposte, saluti in modo diverso da come è abituato, mangi e beva cose diverse da quel­le che gli piacciono, impieghi il tempo libero in occupazioni che detesta, metta la propria persona a disposizione di avven­ture che rifiuta, rinneghi il proprio passato e il proprio Io, e, cosa fondamentale, mostri costantemente nei riguardi di tut­to questo il massimo entusiasmo e la massima riconoscenza.
Il privato cittadino non vuole. È poco preparato all'aggres­sione di cui è vittima, non è un eroe nato, e tanto meno un martire. È semplicemente un uomo qualunque, con le sue molte debolezze, e in più è il prodotto di un'epoca insidiosa: però non vuole. E allora si impegna nel duello... senza entu­siasmo, quasi facendo spallucce; ma con la tacita determina­zione di non cedere. Ovviamente è molto più debole del suo avversario, ma senza dubbio più flessibile. Si vedrà come ese­gue manovre diversive, si scansa, poi esegue un affondo im­provviso, come si tiene in equilibrio ed evita per un pelo le stoccate pericolose. Si dovrà convenire che nel complesso, per un uomo qualunque senza particolari tendenze all'eroismo o al martirio, resiste davvero valorosamente. Ma poi si vedrà co­me alla fine sia costretto a interrompere il combattimento o, se si vuole, a trasferirlo su un piano diverso.
Lo stato è il Reich tedesco, il privato cittadino sono io. La competizione tra di noi, come ogni competizione, può essere interessante da osservare. (Spero che sarà interessante!)

Impressionante – è l’unico aggettivo che viene in mente – la lucidità dell’analisi che troviamo in questo libro, scritto nel 1939, delle vicende che hanno travolto la Germania nel primo dopoguerra fino all’avvento del nazismo. Impressionante la chiarezza di idee di questo ragazzo che è riuscito a non farsene travolgere, nonostante “incidenti di percorso” come questo:

Intanto
un'uniforme bruna si avvicinò fermandosi davanti a me. «Lei è ariano?». Prima di poter riflettere, avevo già risposto «Sì». Un'occhiata indagatrice al mio naso, e quello si ritirò. Ma io avvampai. Con qualche secondo di ritardo avvertii la mortificazione, la sconfitta. Avevo detto «sì»! Certo, io ero «ariano», se il problema era questo. Non avevo mentito. Avevo permesso che accadesse qualcosa di molto peggio. Quale umiliazione chiarire puntualmente su richiesta di estranei che io ero ariano, cosa alla quale tra l'altro non attribuivo alcuna importanza. Che vergogna ottenere di essere lasciato in pace dietro le mie pratiche in questo modo! Colto alla sprovvista, anche adesso! Fallito alla prima prova! Mi sarei preso a schiaffi.

Lettura importante anche per capire come mai una nazione in cui alle elezioni del 1933, nonostante le intimidazioni, nonostante gli assassini, nonostante le violenze di ogni sorta perpetrate dai gruppuscoli nazisti, nonostante tutto questo la maggioranza della popolazione NON aveva votato per Hitler e il suo partito, pochi mesi dopo fosse praticamente tutta entusiasticamente nazista. Noi ce lo siamo sempre chiesti: Haffner, ora, ce lo spiega nel modo più chiaro.

Sebastian Haffner, Storia di un tedesco, Garzanti



barbara


3 giugno 2008

VITA DI FAMIGLIA

Che non è una famiglia come tutte le altre, no. Perché qui c’è un papà che per amore – e per senso di giustizia – ha sfidato la propria famiglia e le leggi razziali, ha affrontato la Gestapo e la prigione e la tortura. E c’è una mamma che ha rabbiosamente abbandonato la propria comunità che si era rifiutata di accogliere nel proprio seno un uomo tanto giusto. E c’è una ragazzina capace di scrivere correttamente in inglese e in spagnolo e in ebraico ma non in tedesco, al punto da diventare lo zimbello della classe per la quantità e l’enormità dei suoi errori di ortografia. E c’è una nonna costretta ad assumersi il compito di trasmettere l’ebraismo alle proprie nipoti, visto che la mamma non ne vuole sapere. E c’è una zia che proprio non riesce a digerire che la Germania, con la scusa del risarcimento, debba dare un sacco dei propri soldi agli ebrei. E ci sono i ricordi e i rimpianti e i rancori, visti attraverso gli occhi della figlia minore, mescolati alle esperienze quotidiane e ai pensieri e ai sogni e alle elucubrazioni e alle fantasie. E c’è il microcosmo dei vicini, nei confronti dei quali sempre rimane sospesa la fatidica domanda: che cosa facevano allora? Da che parte stavano? Salvo per qualcuno di cui si sa fin troppo bene da che parte stava e che cosa faceva. E ci sono le vecchie signore di Theresienstadt, e i soldi che non bastano e il ripudio di Soraya e le pettinature cotonate e una signora che suona il piano e la drammatica foto di una bambina dai tratti orientali che corre nuda urlando di dolore e di terrore e di disperazione e la tragica constatazione che anche loro, i liberatori, i salvatori, possono fare cose brutte, e la guerra dei Sei giorni e questo piccolo, fragile Paese in pericolo e la disinformazione che da subito comincia a farsi strada fra le notizie e amicizie che si spezzano. In breve: un libro ricco e intenso, da leggere e da godere, dalla prima all’ultima pagina.

Viola Roggenkamp, Vita di famiglia, Mondadori



barbara


16 maggio 2008

DUE PESI E DUE MISURE? NOOOOO, MA QUANDO MAI!!

1. L’Italia ha aggredito la Yugoslavia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso l’Istria e la Dalmazia, passate alla Yugoslavia. Centinaia di migliaia di italiani hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre all’Italia. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
2. La Germania ha aggredito la Polonia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso la Prussia orientale, passata alla Polonia. Milioni di tedeschi hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre alla Germania. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
3. Il Giappone NON ha aggredito l’Unione Sovietica. Però ha perso la guerra. E ha dovuto cedere le isole Kurili all’Unione Sovietica, che gli aveva dichiarato guerra pochi giorni prima della capitolazione, all’unico scopo di impossessarsi di quelle isole. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle isole al Giappone.
4. Il numero quattro completatelo voi, che siete sicuramente molto più bravi di me.

barbara


18 agosto 2007

UN ALTRO ESEMPIO DELLA REGOLA «DUE PESI E DUE MISURE»

Ancora un articolo vecchio (è davvero un pozzo senza fondo, quello dei miei archivi!) ma sempre utile.

L'Unione Europea si oppone al "diritto al ritorno" di
Steven Plaut

Il "diritto al ritorno" ha interessato una gran parte della stampa mondiale nelle ultime settimane, ma questa volta - tanto per cambiare - NON si tratta del preteso "diritto" dei palestinesi a ritornare sul territorio d'Israele. Il dibattito, del tutto nuovo, riguarda il diritto al ritorno dei tedeschi etnici, di cui almeno 15 milioni sono stati espulsi dalla loro patria alla fine della seconda guerra mondiale. Improvvisamente sono diventati oggetto d'interesse per il semplice motivo che molti paesi che li hanno espulsi dopo la seconda guerra mondiale sono diventati membri a pieno titolo dell'Unione Europea, o sono in procinto di diventarlo.
Si è sollevata un'ondata di tentativi, da parte dei tedeschi etnici espulsi da quei paesi, di recuperare i loro beni e in qualche caso perfino, se possibile, di rientrare nelle loro vecchie case. Ma le loro chances di riuscirci sono minime. Questo perché l'Unione Europea, guidata in questo dalla stessa Germania, si è irrevocabilmente opposta ad ogni "diritto al ritorno" per i profughi d'origine tedesca. Sì, la stessa Unione Europea che insiste nel dire che i "profughi palestinesi" hanno un diritto inalienabile a ritornare nei territori d'Israele, non riconosce lo stesso diritto ai profughi d'origine tedesca.
Prima della seconda guerra mondiale, c'è stata una grande diaspora di tedeschi etnici in tutta l'Europa centrale e orientale. Molti provenivano da famiglie che erano emigrate al tempo del Medio Evo e anche prima. Abitavano in Polonia, Russia, Cecoslovacchia, Paesi Baltici, Ungheria e Balcani. In certe zone si erano insediati quando quei paesi erano stati assorbiti nell'Impero Asburgico o liberati dalla dominazione ottomana. Erano arrivati come mercanti, funzionari civili istruiti, bottegai, mercenari, missionari o altro. In maggior parte vivevano nelle città ed erano quasi i soli artigiani non agricoli nelle città dei paesi sottosviluppati. Spesso dominavano le corporazioni. Per una di quelle deliziose ironie della storia, i cristiani tedeschi spesso emigravano verso città e villaggi dell'Europa orientale e centrale fianco a fianco con ebrei germanizzati, e svolgevano spesso le stesse attività commerciali.
Il periodo tra le due guerre mondiali ha visto la radicalizzazione e la nazistificazione di molti di questi tedeschi. La storia più conosciuta è quella dei tedeschi dei Sudeti, che hanno giocato un ruolo importante nell'annientamento della Cecoslovacchia. Quando ricevettero da Hitler il segnale, i tedeschi dei Sudeti scatenarono pogrom, atrocità terroristiche e sollevamenti armati contro la Cecoslovacchia, tutto questo nel nome dell'"autodeterminazione", ma, in realtà, per fornire un alibi all'aggressione nazista. Pretendendo di essere "oppressi" e "occupati" (suona familiare ai partigiani del Medio Oriente?) dalla democratica Cecoslovacchia, la loro "penosa situazione" era la foglia di fico che copriva l'aggressione fascista perpetrata dalla Germania.
La storia si ripeterà ampiamente più tardi, quando saranno i "palestinesi" a giocare il ruolo dei Sudeti, e la loro "penosa situazione" servirà di copertura all'aggressione fatta dagli Stati arabi fascisti contro Israele.
Meno ben conosciute sono le storie di insurrezioni simili e di sedizioni fomentate dalle minoranze tedesche nel resto dell'Europa prima della seconda guerra mondiale. Anche se non tutti i tedeschi etnici hanno apertamente sostenuto e aiutato Hitler, furono comunque parecchi. Dopo la guerra, la maggior parte dei tedeschi etnici furono espulsi, a forza di baionette, dai paesi nei quali avevano vissuto per generazioni, e i profughi furono "rimpatriati" nella Repubblica Federale Tedesca (e, in misura minore, in Austria). Stalin deportò un gran numero di tedeschi etnici della Russia in Siberia e in altre regioni orientali.
A conti fatti, si stima che 15 milioni di tedeschi etnici sono stati espulsi dagli Stati non tedeschi dell'Europa orientale e centrale, tre quarti dei quali provenienti dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia (nello stesso periodo, giapponesi etnici sono stati espulsi dalla Manciuria e dalla Corea, essenzialmente per le medesime ragioni).
I profughi tedeschi sono stati assorbiti e reinsediati sul loro suolo dalla Germania (soprattutto dalla Repubblica Federale Tedesca), e senza un centesimo di aiuto dall'UNRWA, l'agenzia dell'Onu per l'aiuto ai profughi che per decenni ha versato somme enormi di denaro contante ai palestinesi. Come i palestinesi, quei tedeschi etnici erano diventati profughi in conseguenza di una guerra d'aggressione scatenata dai loro compatrioti tedeschi, una guerra in cui si sono trovati dalla parte degli sconfitti. Ma, a differenza della maggior parte dei "profughi" palestinesi che divennero profughi perché scapparono dalle zone di combattimento su ordine dei capi della milizia araba al tempo della guerra israeliana d'indipendenza, quei tedeschi sono diventati profughi perché sono stati cacciati di forza dai paesi che li ospitavano DOPO la fine della seconda guerra mondiale. I tedeschi hanno lasciato dietro di loro grandi quantità di beni, mentre quasi tutti i "profughi" palestinesi erano contadini poveri che lavoravano per conto di aristocratici arabi feudali, e che hanno lasciato dietro di loro ben pochi beni o assolutamente nulla.
Ancora più importante è il fatto che la Germania e l'Austria hanno rifiutato a tutti i profughi di nazionalità tedesca il diritto a ritornare nelle loro precedenti nazioni e perfino a ricevere da quei paesi qualsiasi risarcimento, sotto qualsiasi forma. Al contrario, la Germania (ma non l'Austria) ha pagato delle riparazioni ai paesi stessi che hanno espulso i profughi. Eppure, a dire il vero, molti profughi d'origine tedesca erano stati soltanto spettatori innocenti che non erano mai stati nazisti e non avevano maltrattato nessuno.
Ma oggi il governo tedesco e gli eurocrati dicono: niente da fare. Questi profughi tedeschi non sono che pochi milioni di vittime in più oltre ai molti milioni di vittime anonime dei crimini della Germania, e devono semplicemente continuare a vivere senza elemosine. Il loro "risarcimento" consiste nel loro reinsediamento in una Germania libera, democratica, capitalista e prospera.
La Germania stessa ha promulgato la sua propria Legge del Ritorno che consente a tutti i tedeschi etnici di ottenere la cittadinanza di questo paese. Gli stessi eurocrati e i sapientoni dei media che accusano Israele di "razzismo" a causa della sua Legge del Ritorno che accorda automaticamente la cittadinanza agli ebrei che lo richiedono, non hanno mai avuto problemi con una legge "razzista" tedesca dello stesso tipo. Nel frattempo, perfino la commemorazione della situazione dei profughi tedeschi etnici ha incontrato una forte resistenza in Europa.
C'è una lezione da trarre da tutto questo nel 2004. In fin dei conti, per quei tedeschi etnici i motivi legittimi per un risarcimento e per il riottenimento delle loro proprietà sono molto più forti di ogni pretesa "palestinese" a dichiararsi "profugo". I palestinesi hanno giocato esattamente lo stesso ruolo dei tedeschi dei Sudeti, e le pretese di un "diritto all'autodeterminazione" dei palestinesi fanno eco a simili pretese dei tedeschi dei Sudeti negli anni '30. In entrambi i casi, le richieste non sono altro che una foglia di fico che nasconde l'aggressione fascista a una democrazia.
Come i Tories lealisti che fuggirono dai giovani Stati Uniti, non si è mai pensato che i profughi tedeschi etnici dovessero ottenere qualsiasi forma di risarcimento dai paesi da cui sono fuggiti o che li hanno espulsi. Non solo non hanno ricevuto alcun risarcimento da quei paesi, ma la Germania stessa ha pagato dei risarcimenti ai paesi che avevano espulso quei tedeschi etnici, e che erano state vittime dell'aggressione nazista.
Gli stessi dirigenti mondiali e commentatori dei media che esigono che Israele risarcisca i "palestinesi" e consenta loro di "ritornare", dopo quasi sessant'anni, sui territori israeliani, i territori su cui Israele è stato vittima dell'aggressione araba e fascista, non riescono a capire il motivo per cui il problema di questi "profughi palestinesi" dovrebbe cadere esattamente come quello dei profughi etnici tedeschi della fine degli anni '40.
Qual è dunque il vero motivo che spinge gli euro-clowns a disinteressarsi del "diritto al ritorno" dei tedeschi etnici, ma a richiederlo per i "palestinesi"?
La risposta è semplice. La garanzia di un tale diritto ai tedeschi etnici non avrebbe come conseguenza la morte d'Israele. Per questo gli europei non sono interessati.
(FrontPageMagazine.com, 26.08.2004 - trad. www.ilvangelo.org)

Sempre utile, dicevo: perché i nostri giornali queste cose non le scrivono, e la maggior parte della gente non le sa (poi hanno anche il coraggio di accusare noi di fare due pesi e due misure!).


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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