.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


27 febbraio 2011

IL SALAFISMO IN DIECI DOMANDE

Perché la prima cosa da fare, se si vuole almeno sperare di poter sopravvivere, è conoscere il nemico.

Di Mohamed Sifaoui, giornalista e coautore con Philippe Bercovici di «Ben Laden dévoilé, la BD-attentat contre Al-Qaïda», Editions 12 Bis. È autore anche di «Pourquoi l’islamisme séduit-il?», Editions Armand Colin.

06/11/2009

Mentre si parla di velo integrale, di salafismo, di religioni e di identità nazionale, bisogna preoccuparsi della presenza in Francia di un movimento fondamentalista musulmano che molti definiscono estremista?


1. Chi sono i salafiti?

Il salafismo deriva dalla parola araba salaf, che significa letteralmente «i predecessori». Si parla di essalaf essalah, i «pii predecessori» per indicare i primi compagni del profeta Maometto. Oggi i salafiti li prendono come modelli e invocano un ritorno a «l’islam delle origini» ripulito dalla bidaa, dalle «biasimevoli innovazioni» che secondo loro pervertono la religione. Rifiutano pertanto tutte le influenze occidentali, tutte le idee umanistiche e i principi filosofici come la democrazia o la laicità. È la scuola di pensiero hanbalita, fondata dall’imam Ahmed ibn Hanbal (780-855) nel IX secolo che ha dato vita all’ideologia salafita. Due discepoli di questa dottrina, l'imam ibn Taymiya (1263-1328) e Mohamed ibn Abdelwahab (1703-1792), ne diventeranno in seguito i due riferimenti ideologici. Abdelwahab, fondatore del dogma wahhabita oltre che cofondatore della monarchia saudita, darà vita a questo «salafismo missionario» (oggetto della nostra inchiesta) diffuso dei nostri giorni: disuguaglianza fra uomini e donne, diritto penale basato sulle punizioni fisiche, rigorismo nei rapporti sociali, rifiuto dei diritti umani. Drogato a colpi di petrodollari, questo salafismo si è progressivamente diffuso in tutto il mondo.
Nel XX secolo questo pensiero salafita si politicizza e contemporaneamente si «riforma» sotto l’impulso dei Fratelli musulmani, una confraternita integralista fondata in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949). I Fratelli non esitano a creare partiti e a impegnarsi nella vita politica e associativa. Pur essendovi divergenze dottrinali con i sostenitori del wahabismo, non sono certo dei «progressisti»: anch’essi predicano l’applicazione della sharia (la legge coranica) e l’instaurazione di repubbliche islamiche. I Fratelli musulmani, chiamati talvolta «salafiti in giacca e cravatta» sono rappresentati in Francia dall’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (UOIF). Partigiani di una reislamizzazione «dolce», sono apparentemente più «aperti» dei «salafiti in barba e djellaba».
Altri salafiti, detti jihadisti, preferiscono la lotta. La loro dottrina è oggi seguita da una nebulosa come al-Qaida. Chiamati anche takfiri (quelli che praticano la scomunica), questi adepti della guerra santa hanno gli stessi riferimenti ideologici degli altri.


2. Che cosa vogliono?

Benché minoritari nel mondo musulmano, i salafiti hanno una grande visibilità grazie all’attivismo sfrenato dei loro militanti e altri ideologi. Il pensiero salafita oggi controlla molte moschee e gran parte della letteratura musulmana. Trattandosi dell’Occidente, fanno appello anche al comunitarismo, nella speranza di reislamizzare i membri della comunità musulmana e convertire il maggior numero possibile di persone sedotte da un’ideologia politico-religiosa incompatibile con i valori universali. Perciò, contrariamente a certe fantasie degli ambienti di estrema destra, l’obiettivo principale dei salafiti non è l’islamizzazione dell’Europa, bensì la realizzazione di condizioni che permettano loro di praticare la loro visione dell’islam così come lo intendono loro anche se questo è in contrasto con lo spirito dei Lumi. I Fratelli musulmani, da parte loro, desiderano formare un gruppo di pressione in grado di influire sui dibattiti nazionali e internazionali, e vogliono costituire una forza lobbistica capace di far nascere un «voto musulmano».


3. Quanti sono in Francia?

È difficile conoscere esattamente il numero dei salafiti presenti in Francia (e in Europa). Se ne può tuttavia avere un’idea sapendo che solo il 10% dei 5 milioni di musulmani della Francia sono praticanti e frequentano regolarmente le 1900 moschee e sale di preghiera. Coloro che hanno incentrato la propria vita sul luogo di culto rappresentano una forte minoranza fra i praticanti, ma danno l’impressione di essere maggioritari grazie al loro attivismo, ai loro incitamenti, alla loro presenza sulla rete, al loro abbigliamento ostentatamente islamico e attraverso il loro impegno nell’azione sociale nei quartieri. I salafiti hanno così mostrato il loro peso reale in occasione delle manifestazioni contro la legge che vieta i simboli religiosi a scuola. Un altro elemento di valutazione viene dagli incontri annuali di Bourget organizzati dall’UOIF, questa filiale francese del pensiero dei Fratelli musulmani, che fatica a raccogliere più di 20 000 persone, anche se pretende il contrario.
Ci saranno una cinquantina di moschee o di luoghi di preghiera tenuti dai seguaci del wahabismo saudita e del pensiero salafita dedito al proselitismo, e poche di più dirette dell’UOIF, che però non rappresentano che un terzo dei musulmani praticanti nelle istituzioni del Consiglio francese del culto musulmano (CFCM).
Le moschee salafite wahabite sono spesso insediate nel cuore di quartieri popolari. Ce ne sono nella regione parigina, in particolare a Sartrouville, Argenteuil o Gennevilliers, nella regione di Lione, al nord, così come a Marsiglia o Besançon. Ma se ne trovano anche nella Parigi «intra-muros», nel cuore dei quartieri di Belleville e di Barbès.


4. Chi finanzia la propagazione del salafismo?

Oltre all’Arabia Saudita che, attraverso la Lega islamica mondiale, da molto tempo finanzia questa ideologia, molti mecenati arabi del golfo Persico donano milioni di euro all’anno per diffondere nel mondo «il vero islam», come amano definire il salafismo. In Francia molte moschee sono state costruite con fondi provenienti dalle monarchie arabe e dalla Lega islamica mondiale: le moschee di Evry e di Mantes-la-Jolie, per esempio. L’Arabia Saudita diffonde il salafismo formando migliaia di studenti sauditi o stranieri nelle sue università di Riyad, della Mecca e di Medina. Questo salafismo «missionario» è stato diffuso anche tramite le scuole coraniche pachistane, soprattutto quella di Karachi, che insegna il pensiero detto deobandi, una versione indo-pakistana del salafismo, che ha partorito i famosi talebani. Quanto ai Fratelli musulmani, hanno a lungo goduto dell’aiuto dei sauditi, che hanno permesso l’apertura in Europa del Centro islamico di Ginevra, fondato da Said Ramadan (padre di Tariq Ramadan e genero di Hasan al-Banna). E quando degli islamisti tunisini e l’attivista libanese Feisal Mawlawi creano l’UOIF, all’inizio degli anni 80, l’organizzazione avrà a disposizione numerosi contributi provenienti dagli Emirati arabi uniti. Oggi l’UOIF riceverebbe, secondo le diverse stime, fra il 30 e il 60% dei suoi finanziamenti da Paesi o personalità arabe. Le associazioni legate all’UOIF derivano una parte del loro denaro dalla certificazione halal, un commercio che promuovono intensamente, tanto è redditizio.


5. Chi sono i loro ideologi?

Fra i contemporanei ci sono appartenenti ai Fratelli musulmani come Sayyid Qutb (1906-1966) o Youssouf al-Qaradawi, che non smette di giustificare gli attentati suicidi e l’instaurazione della sharia. Sebbene lo neghi, Tariq Ramadan, che talvolta si lascia compiacentemente attribuire il titolo di teologo, è in realtà un ideologo del pensiero salafita dei Fratelli musulmani. Non esita a fustigare il wahabismo saudita, ma questo non fa di lui un progressista o un liberale, né un riformatore. I suoi riferimenti ideologici restano i fondatori del pensiero dei Fratelli e i teorici che lo hanno sofisticato per farne uno strumento di lotta politico-ideologica, e poi il nonno Hasan al Banna, per il quale nutre un’ammirazione senza pari, o ancora il pakistano Abu al-Ala al-Mawdoudi (1903-1979). Tariq Ramadan si è specializzato nell’utilizzo di codici di linguaggio e di scrittura occidentali per propagare il pensioero dei Fratelli, e ha saputo adattare i suoi discorsi alle opinioni pubbliche europee. Ciò che propone è una versione del salafismo solo apparentemente più «dolce».
Altri «pensatori» sauditi hanno provveduto a diffondere il salafismo in tutto il mondo. È il caso dello sceicco Ibn Baz (1909-1999), che ha sempre predicato un islam puro e duro. Il saudita Salih bin Fawzan al-Fawzan è «apprezzato» dai salafiti europei : egli raccomanda ai suoi adepti di non «assomigliare ai miscredenti in ciò che li caratterizza». È di quelli che incitano le donne a portare il velo integrale, rifiutando persino il velo classico che permette di vedere il viso delle donne. Un altro guru molto ascoltato dai salafiti è lo sceicco Mohamed ibn Saleh al-Otheimine che vieta, tra l’altro, di «fare gli auguri ai miscredenti [soprattutto ebrei e cristiani] durante le loro feste religiose». Infine lo sceicco Nacereddine al-Albani (1914-1999), un ideologo albano-siriano, ha prodotto un florilegio di fatwa (editti religiosi) assolutamente integralisti, e soprattutto ha vietato l’uso della televisione e della radio.


6. Quali sono i loro canali mediatici?

Mentre alcuni ideologi vietano la televisione, altri raccomandano che sia usata unicamente per diffondere l’islam. È il caso, per esempio, di varie catene satellitari arabe che danno molto spazio a questi salafiti che predicano «la buona parola» sia verso le società musulmane che verso l’Occidente. I predicatori si avvicendano nelle catene che, dal Qatar all’Egitto e passando per gli Emirati, fanno a gara nel giocare sulle nozioni di lecito e illecito tanto care a Youssouf al-Qaradawi. Una volta la settimana egli anima il programma Al-Sharia oua Al-Hayat » (la sharia e la vita) sulla piattaforma della catena al-Jezira, nel corso del quale tratta di tutte le questioni d’attualità, talvolta con inaudita violenza. Detto questo, internet è diventato il mezzo principale per veicolare le idee salafite, sia quelle dei Fratelli musulmani che quelle degli wahabiti e persino quelle degli jihadisti. I siti e i forum si contano a centinaia e, anche lì, vengono affrontati tutti gli argomenti. Attualmente molti salafiti tentano di mobilitarsi sulla rete contro un’eventuale legge sul velo integrale. Mobilitazione che ha il suo prolungamento sul web 2.0 e soprattutto sulle reti sociali come Facebook, che raccoglie decine di profili che rivendicano chiaramente questa ideologia. Infine, le molte librerie indicate come musulmane diffondono in realtà l’ideologia salafita. È il caso di al-Tawhid à Lyon, che diffonde la letteratura dei fratelli Ramadan e quella degli studiosi della fratellanza, o di altri negozi che propongono le opere degli ideologi sauditi.


7. Il salafismo è compatibile con la repubblica?

I salafiti sono contro la mescolanza, rifiutano le minoranze religiose e sessuali, incoraggiano il comunitarismo, non riconoscono i valori di fraternità al di fuori della umma (la nazione islamica) e rifiutano qualunque nozione di libertà che contraddica la loro visione dell’islam. I testi salafiti mostrano l’abisso che separa questa ideologia totalitaria dai principi repubblicani. Lo sceicco Otheimine, per esempio, raccomanda alle donne musulmane di non lasciare la propria casa che in caso di necessità e con «l’autorizzazione del marito o del tutore». E precisa: «La donna è libera in casa propria, si reca in tutte le stanze della casa e lavora eseguendo i compiti domestici». E «Che queste donne temano Allah e abbandonino le propagande occidentali corruttrici!» Un altro sceicco, Salih bin Fawzan al-Fawzan, sostenitore del velo integrale, ha affermato in una delle sue fatwa che «il viso della donna è uneawrah (parte da nascondere) e che è obbligatorio coprirlo». Per lui «è la parte della massima tentazione». E lo stesso accade per altri principi fondamentali che costituiscono l’identità repubblicana e laica della Francia. Il salafismo, per esempio, non accetta la libertà di coscienza. Cerca di indottrinare e convertire i non musulmani, ma rifiuta categoricamente che un musulmano possa rinnegare l’islam per un’altra religione. Il responsabile di tale apostasia deve essere, secondo loro, condannato a morte. E come la libertà di espressione e di opinione, anche la critica dei dogmi e della religione è vietata.


8. Il salafismo è violento?

Le diverse correnti salafite rappresentano differenti livelli di pericolosità. I jihadisti o i takfiri predicano la jihad e dunque le azioni terroristiche. In questi ultimi anni molti di loro sono stati arrestati e condannati per reati «di associazione per delinquere connessa a impresa terroristica». Ma sulla questione della violenza sono molto più riservati. Questi fondamentalisti missionari preferiscono di solito riaffermare la loro fede e talvolta considerano che date le divergenze esistenti fra i «teologi» a proposito della jihad, non è permesso impegnarsi su questa strada. Tuttavia rappresentano un pericolo per la convivenza, e la loro visione dell’islam è incompatibile con le regole di una società laica e democratica. In effetti tutti i salafiti, compresi quelli che affermano il contrario, rifiutano la laicità. Non ci può essere, secondo i loro ideologi, separazione fra la chiesa e lo stato, dato che per loro «l’islam è un sistema completo che deve governare tutta la vita del musulmano». Idem per la democrazia, considerata come un’eresia in quanto consacra il principio della sovranità del popolo, mentre essi ritengono che «la sovranità spetta a Dio e a Dio soltanto».
I Fratelli musulmani ufficialmente affermano di accettare questi due valori. Il cosiddetto salafismo riformista che essi incarnano partecipa, in effetti, al gioco democratico quando si tratta di elezioni. È il caso dei Fratelli musulmani egiziani o dell’Hamas palestinese. Detto questo, essi strumentalizzano la democrazia nella speranza di impadronirsi del potere, e non la considerano certo come un sistema che consacra tutte le uguaglianze e tutte le libertà.



9. Il velo è un obbligo islamico?

All’indomani della rivoluzione iraniana nel 1979, il velo è diventato, nell’immaginario collettivo, il simbolo dell’oppressione della donna e soprattutto della militanza politica. Da un punto di vista teologico, i salafiti ne fanno una vera e propria ossessione, benché esistano solo due versetti coranici che, in maniera poco esplicita, evocano il velo senza determinarne la forma esatta: «O Profeta! Di’ alle tue mogli e alle tue figlie e alle donne dei credenti di posare su di loro i loro grandi veli: così saranno riconosciute subito ed eviteranno di essere offese. Dio è Indulgente e Misericordioso.» (sura 33, versetto 59) ; e «E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi, di conservare la castità, di mostrare dei loro ornamenti solo quelli esterni e di posare un velo sui loro petti; e di mostrare i loro ornamenti solo ai loro mariti, o ai loro padri, o ai padri dei loro mariti, o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle donne musulmane, o agli schiavi di loro proprietà, o ai servi maschi impotenti, o ai ragazzi impuberi che ignorano tutto delle parti nascoste delle donne. E che non battano i piedi così che si scorgano i loro ornamenti nascosti. E pentitevi davanti a Dio, o credenti, affinché possiate prosperare.» (sura 24, versetto 31)
Per i sostenitori della interpretazione letterale, questi versetti sarebbero «chiari» ed esigerebbero l’uso del velo o del niqab, ma per molti studiosi e razionalisti musulmani, l’uso del velo non è un obbligo. Gamal al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli musulmani, ritiene che ai nostri giorni il velo non sia più valido dato che questi versetti si rivolgevano a donne che vivevano in un tempo in cui tutte le donne, da Medina ad Atene, erano velate. D’altra parte molte musulmane, in Tunisia o in Turchia, anche ferventi praticanti, lo mettono solo durante la preghiera; altre, più anziane, lo portano per tradizione o per pudore. Recentemente lo sceicco di al-Azhar, il grande istituto di teologia del Cairo, ha dichiarato che l’uso del velo integrale dipende da «una tradizione e non dal culto». Lo sceicco Khaled Bentounès, guida spirituale del sufismo magrebino, ha affermato che «si è fatto del velo uno strumento ideologico per avere uno stereotipo di donna modello», denunciando così questa uniforme dell’ideologia salafita. In ogni caso il ritorno del velo, sotto i suoi diversi aspetti, coincide con l’avvento del salafismo contemporaneo.


10. È applicabile una legge contro il velo integrale?

La questione è attualmente in fase di dibattito. La commissione d’inchiesta parlamentare darà il suo parere nel gennaio 2010. Al momento si stanno ascoltando varie associazioni e personalità della società civile. Forse sarebbe stato meglio creare una vera commissione d’inchiesta per meglio conoscere l’ideologia salafita e il suo ancoraggio nella società francese. In caso di approvazione di una legge, da oggi al momento della Sua applicazione bisognerebbe riflettere. Ci troviamo di fronte a una situazione sensibilmente diversa da quella che aveva prevalso durante la polemica sul velo a scuola, poiché il divieto di quest’altro «simbolo» dell’islamismo fu applicato dai responsabili degli istituti scolastici. Il rispetto di una misura volta a vietare il velo integrale dovrà questa volta essere assicurato dalla forza pubblica, che dovrà multare o arrestare le eventuali recalcitranti. E ce ne saranno! E bisognerebbe inoltre avere la certezza che questa legge, una volta promulgata, verrà applicata anche durante l’estate, quando le mogli e le figlie e le domestiche dei ricchi principi sauditi o del Qatar passeggeranno sugli Champs-Elysées. (Traduzione mia)

A questo testo, chiaro quanto basta da non avere bisogno di commenti, voglio aggiungere solo un’annotazione relativa a uno dei versetti sull’uso del velo: notate che fra coloro di fronte ai quali la donna può liberamente mostrare i suoi “ornamenti” – e ognuno intenda il termine come crede – oltre ai parenti stretti, alle donne musulmane e ai servitori impotenti, sono indicati anche gli schiavi: così come neppure la più pudica di noi avrebbe problemi ad esporre i propri “ornamenti” in presenza del criceto o del canarino, così sarebbe semplicemente assurdo provare sentimenti di pudore in presenza di uno schiavo, come se questo fosse un essere umano.


barbara


22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


15 febbraio 2011

LETTERA APERTA A UN INTELLETTUALE EGIZIANO

Di Yair Lapid

Ho cercato il tuo viso fra le masse, in tv, per più di due settimane. Per un attimo mi è sembrato di vederti in piazza al-Tahrir, circondato da estranei, mentre fotografavi i soldati con il tuo cellulare, ma forse è stata solo la mia immaginazione.
Come molti israeliani, la vostra rivoluzione mi riempie sia di speranza che di preoccupazione. Spero che funzioni, perché ve la meritate, esattamente come ogni persona al mondo si merita di vivere da libero cittadino, in un regime democratico, con la possibilità di determinare il proprio destino. Tuttavia sono anche preoccupato, e lo sono proprio a causa tua e dei tuoi colleghi, gli intellettuali egiziani, che per anni sono stati alla testa delle campagne di odio e di paura contro Israele. E non posso fare a meno di domandarmi: è in questa direzione che intendete portare il vostro nuovo Egitto?
Annullerete il nostro trattato di pace? Intendete continuare a dare agli israeliani la colpa di tutti gli insuccessi del vostro paese? Andrete a unire le vostre forze a quelle dei Fratelli Musulmani per dare vita a un altro bellicoso stato mediorientale, fondato sull’odio contro le donne, contro la democrazia, contro gli ebrei? O forse dovrei innanzitutto farti un’altra domanda: qual è la tua definizione di intellettuale?
Non mi aspetto neanche per un momento che tu condivida la nostra politica verso i palestinesi. Spesso non la condivido neppure io. Ma gli intellettuali sono persone che dovrebbero essere in grado di rispondere alla domanda “chi sono io?” non soltanto rispondendo alla domanda “contro chi sono io?”. Gli intellettuali dovrebbero saper rispondere alla domanda “in che Dio credo?” non solo dicendo “quale Dio detesto”. Gli intellettuali dovrebbero poter rispondere alla domanda “quale bandiera impugno?” senza dover dire “quale bandiera do alle fiamme”.
L’Egitto esiste da più di cinquemila anni, avete inventato la geometria, l’astronomia e la carta; siete un popolo antico e fiero, responsabile del proprio destino. Nessuno, tranne voi stessi, è responsabile di ciò che vi è accaduto. Nessuno, tranne voi stessi, è responsabile per ciò che deve ancora avvenire.
Leggo pubblicazioni cariche di odio sui vostri giornali, appelli al boicottaggio, proclami apertamente antisemiti, e invece di arrabbiarmi mi domando: come può essere che la pretesa di dare agli israeliani la colpa di tutti i vostri guai non risulti insultante innanzitutto a te stesso? Sei una persona istruita, amico mio, hai letto tutte le grandi opere dal “Contratto sociale” di Rousseau alla “Trilogia del Cairo” di Naguib Mahfouz, e sai bene quanto me – forse anche più di me – che l’odio è la consolazione patetica e pericolosa di coloro che non stimano se stessi. Guardati dentro per un momento, dai un lungo sguardo in profondità e dimmi: è davvero Israele la causa di tutti le pene dell’Egitto? Non hai consapevolezza, in fondo al cuore, che si tratta di una pretesa ridicola? È forse Israele che impedisce ai giovani egiziani di trovare un onesto lavoro che dia loro uno stipendio decoroso? Siamo forse noi israeliani che spingiamo i vostri funzionari pubblici a saccheggiare le casse dello stato? Siamo forse noi che abbiamo contraffatto i risultati delle vostre elezioni? Siamo stati forse noi ad impedirvi di realizzare un sistema sanitario pubblico? E che dire di un sistema educativo? Di una agricoltura moderna? Di un’industria sviluppata? E se anche avessimo voluto fare tutto questo, pensi davvero che ne avremmo avuto modo? Credimi, amico mio, non siamo poi così capaci. Anche noi abbiamo i nostri problemi, i nostri poveri, e persino le pallottole che uccidono leader che hanno osato inseguire un sogno.
Voi oggi avete l’opportunità di ricostruire il vostro paese. Ma volete fondarlo sulla verità, o su una menzogna perversa e patetica che vi condannerebbe ad altri cento anni di inutile rabbia? Il nostro comune antenato Abramo disse: “Non ci sia discordia tra me e te, né tra i miei pastori e i tuoi pastori, perché siamo fratelli”. Non c’è nessun conflitto fra noi, amico mio. E non abbiamo alcuna pretesa di decidere al vostro posto come debba essere il vostro paese, o chi debba governarlo. Vi offriamo la nostra amicizia, la continuazione della pace fra eguali che predomina fra noi, e il nostro riconoscimento del fatto che nessuno, tranne voi, può gestire la vostra vita da uomini liberi.
La risposta che ci offrirete sarà decisiva per molto più che non semplicemente le future relazioni con un piccolo stato separato da voi da un deserto; giacché, dopo che avrete completato la vostra battaglia contro il regime, avrà inizio una battaglia molto più grande: in che genere di paese tipo volete vivere? Su quali principi sarà fondato? Quale sarà il suo carattere? Sceglierete la facile soluzione di addossare ad altri tutta la colpa dei vostri problemi? O sceglierete la soluzione difficile e coraggiosa di guardare in faccia la vostra gente e dire: dipende soltanto da noi.

(Da: YnetNews, 12.2.11, qui)

La speranza, si sa, è l’ultima a morire. Speriamo solo che alla fine non debba morire anche lei.

barbara


5 febbraio 2011

SE QUESTO È UN PRESIDENTE

“Il processo di transizione verso la democrazia deve iniziare adesso” dice il signor Obama. “E deve essere basato sul pieno rispetto dei diritti umani” aggiunge il signor Obama. Ora, io vorrei chiedere al signor Obama: e dieci giorni fa, quando il suo sostegno a Mubarak era totale, dieci giorni fa gli egiziani non avevano diritto al rispetto dei diritti umani? Un mese fa, un anno fa, due anni fa mentre garantiva la sua completa solidarietà al “dittatore”, al “faraone”, al “corrotto” e gli forniva due miliardi di dollari all’anno, in tutto questo tempo cosa se ne faceva il signor Obama dei diritti umani degli egiziani? Dove le la infilava, il signor Obama, la democrazia? E quanto alle pressanti, categoriche richieste rivolte a colui che ha trattato da amico finché è stato saldo in sella per poi, veloce come un siluro, voltargli le spalle non appena il trono ha cominciato a vacillare, se il signor Obama fosse un politico – non dico uno statista ma semplicemente un politico, anche solo di medio calibro – invece che un pericoloso cialtrone, saprebbe che le concessioni si fanno da posizioni di forza, non da posizioni di debolezza. E come grazie al pericoloso cialtrone Carter abbiamo avuto l’Iran di Khomeini, aspettiamoci ora, grazie al pericoloso cialtrone Obama, di avere presto l’Egitto dei Fratelli Musulmani. Con tutto ciò che ne conseguirà per l’equilibrio e la pace nell’intero pianeta.

barbara


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella

sfoglia     gennaio        marzo
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA