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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 febbraio 2012

ILAN, SEI ANNI FA

È un lunedì mattina grigio e piovoso, uno di quei lunedì di febbraio che si preferirebbe trascorrere a letto piuttosto che in macchina, ma Patricia G. deve andare a lavorare, è al volante della sua Citroën. Come me, fa la segretaria. Non so se sia sposata, se abbia figli. So semplicemente che è una giovane donna di trentotto anni, nera e francese, che percorre quotidianamente la strada da Longpont a Sainte-Geneviève-des-Bois per andare in ufficio. E allora, su questo tragitto così familiare, mentre i tergicristalli spazzano via la pioggia incessante, immagino che pensi al sole del suo Camerun natale. Alla serata precedente, o a quella del giorno dopo, o alla spesa, al bucato, sì, immagino che Patricia G. sia immersa nei propri pensieri quando vede sulla sua destra, giusto prima del cartello di entrata dell’abitato di Villemoisson-sur-Orge, una forma che assomiglia ad un corpo. Per un istante pensa di stare delirando, viaggia a cinquanta all’ora, potrebbe aver visto male... La scena è così sconvolgente che guarda una seconda volta per essere sicura; sì, ciò che vede lungo la linea della RER C è effettivamente un essere umano. L’uomo - o la donna, non sa – sembra nudo e accasciato. Patricia G. non aspetta di arrivare in ufficio per telefonare: chiama subito la polizia dal suo cellulare.
Grazie alla telefonata di questa automobilista, Ilan è stato rinvenuto lunedì 13 febbraio alle otto e cinquantacinque da due poliziotti di quartiere: un uomo e una giovane tirocinante, poco più grande di lui. I due agenti lo hanno trovato nudo, ammanettato, il corpo interamente bruciato, addossato alla rete metallica che impedisce l’accesso alle rotaie. La barriera era troppo alta per essere scavalcata, si sono dovuti allontanare per trovare un accesso più facile e ritornare fino a lui da una parte più agevole. Allora hanno visto che aveva del nastro adesivo intorno alla fronte e al collo. Hanno visto che era coperto di ematomi, di bruciature, che era ferito al tendine di Achille e alla gola. Alla gola la piaga formava un buco.
Ilan respirava ancora. Debolmente, ma respirava. Non si era arreso alle fiamme. Aveva cercato di vivere. Dopo l’inferno del sequestro, dopo la paura, il freddo, la fame e il dolore, dopo i colpi di taglierino e di coltello, dopo che gli hanno dato fuoco come una torcia, ha subito il calvario «dell’ultima marcia»... Il calvario di migliaia di ebrei prima di lui.
Il poliziotto è salito sul binario per ispezionare il luogo. La giovane tirocinante è rimasta vicino a mio figlio. È rimasta con lui fino all’arrivo dei pompieri alle nove e quindici, non era ancora morto e forse poteva sentirla, sì, è quello che mi ripeto per non diventare pazza, Ilan non è morto come un cane, ha sentito la voce di questa ragazza prima di morire, una voce dolce e fraterna, è tutto ciò che posso dirmi.
Dopo parecchi arresti, il suo cuore ha cessato di battere definitivamente, e il suo decesso è stato constatato a mezzogiorno all’ospedale Cochin. (Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp.86-87)

Ilan Halimi, ebreo francese, ventitrè anni: selezionato in quanto ebreo, adescato, rapito, selvaggiamente torturato, perché ebreo. Infine bruciato vivo, perché ebreo. E in tutti quegli interminabili ventiquattro giorni del suo sequestro la polizia francese ha impiegato tutte le proprie risorse per evitare di riconoscere la matrice antisemita del crimine, per evitare di arrivare a scoprire dove Ilan fosse nascosto, per evitare di mettere le mani sui suoi torturatori finché Ilan era ancora vivo. E oggi? Oggi tanto impegno profuso mentre Ilan era ancora vivo ha raggiunto il suo massimo coronamento, negandogli giustizia anche da morto.

barbara


8 novembre 2010

ODORE DI POLVERE

Vapore che si leva dai corpi nudi. Mani che si agitano con rapidi movimenti ritmici. I raggi di sole penetrano attra­verso due aperture sul soffitto conferendo a sederi, seni e cosce una luminosità pittorica. Nella stanza calda i corpi si intravedono appena, fino a che l'occhio non si abitua a questa magica luce. I volti hanno un'espressione di gran­de concentrazione. Questo non è divertimento, ma duro lavoro.
In due grandi sale, donne sdraiate, sedute o in piedi, stro­finano. Strofinano se stesse, le altre o i loro bambini. Alcu­ne sembrano uscite da un quadro di Rubens, altre sono tan­to scheletriche da avere le costole sporgenti. Con grandi guanti di canapa fatti a mano si sfregano a vicenda schiena, braccia e gambe. Grattano via dai piedi la pelle dura con la pietra pomice. Le madri strofinano le fìglie in età da marito osservandone attentamente il corpo. Non passerà molto tempo prima che queste ragazzine con un accenno di seno si trasformino in madri che allattano. Ci sono esili adole­scenti con profondi segni sulla pelle per aver messo al mon­do dei figli quando il corpo non era ancora maturo per far­lo. Quasi tutte le donne presentano ampie smagliature sul­l'addome dovute ai parti precoci e frequenti.
I bambini gridano e strillano, per la paura o per la gioia. Quelli che sono già stati strigliati e sciacquati giocano con i catini per l'acqua, altri urlano dal dolore e sgambettano come pesci che guizzano nella rete. Qui a nessuno viene messo un panno sugli occhi per evitare che il sapone, colando, li faccia bruciare. Col guanto di canapa le mam­me sfregano i sudici corpi color marrone scuro dei loro bambini fino a farli diventare di un rosso chiaro. Fare il bagno e lavarsi è una battaglia che i piccoli, nelle mani salde delle madri, hanno perso già in partenza.
Leila si strofina via rotolini di sporco e pelle morta. A forza di fregare, si toglie striscioline nere che rimangono nel guanto o cadono sul pavimento. Sono passate molte settimane dall'ultima volta che si è lavata a dovere e parecchi mesi da quando è andata allo hammam. A casa l'acqua c'è raramente e lei non vede il motivo di doversi lavare troppo spesso, tanto ci si sporca subito di nuovo.
Ma oggi è andata allo hammam con la mamma e le cugi­ne. Leila e le sue cugine, come tutte le giovani non ancora sposate, sono particolarmente vergognose e dunque sono rimaste in mutande e reggiseno. Il guanto di canapa evita queste zone, ma braccia, cosce, polpacci, schiena e collo subiscono un duro trattamento. Gocce di acqua e di sudore si mescolano sui loro volti, mentre strofinano, sfregano e grattano: tanto più forte, tanto più pulito.
[...]

Mentre si striglia e cicala con le cugine, Leila lancia a trat­ti rapide occhiate alla madre per assicurarsi che vada tut­to bene. Questa giovane di diciannove anni ha un corpo da adolescente, una via di mezzo tra quello di una ragaz­zina e quello di una donna fatta. Tutti nella famiglia Khan sono sul rotondetto, come vogliono i canoni afgani. Il grasso e l'olio che versano generosamente sulle pietanze influiscono sulla corporatura: frittelle, patate a pezzi che gocciolano grasso, carne ovina in salsa d'olio speziato. La carnagione di lei è pallida e priva di difetti, morbida come il culetto di un bambino. Il colorito del volto sfuma dal bianco al giallognolo al nero-grigio. Il tipo di vita che conduce si riflette in questa pelle da bambina, che non prende mai il sole, e nelle mani ruvide e consunte da vec­chia. Per molto tempo Leila si era sentita debole e mala­ticcia, poi si era finalmente decisa ad andare dal medico. Le aveva detto che necessitava di sole, vitamina D.
Alquanto paradossalmente, Kabul è una delle città più
soleggiate al mondo. Posta a 1800 metri di altezza sul livello del mare, quasi tutti i giorni dell'anno vi splende il sole: spacca la brulla terra, desertifica quelli che un tem­po erano stati fertili giardini e brucia la pelle dei bambini. Ma Leila il sole non lo vede. Là sotto, nell'appartamento a piano terra di Mikrorayan, non splende mai, e nemme­no dietro al burka. Non un solo, piccolo raggio salutare riesce a penetrare attraverso le maglie della griglia. Sola­mente quando va a trovare la sorella maggiore Mariam, che ha un cortile sul retro della sua casa in campagna, lascia che il sole le scaldi la pelle. Di rado, però, le capita di avere tempo per andarci.
Leila è quella che in famiglia si alza per prima e si corica per ultima. Con sottili rametti accende il fuoco nel for­no del soggiorno, mentre quelli che ci dormono russano ancora, poi accende quello del bagno e fa bollire l'acqua per cucinare, fare il bucato e lavare le stoviglie. È ancora buio quando riempie di acqua bottiglie, paioli e vasi. La corrente elettrica non c'è mai a quest'ora, così Leila si è dovuta abituare a muoversi nell'oscurità andando a tasto­ni. Di tanto in tanto si porta dietro una piccola lampada. Poi prepara il tè: dev'essere tassativamente pronto alle sei e mezzo, l'ora in cui gli uomini della casa si svegliano, altrimenti sono guai. Quando usa l'acqua di una brocca, Leila torna subito a riempirla. Fino a che ne arriva, è meglio approfittarne: non si può mai sapere quando ne interromperanno l'erogazione, a volte capita dopo un'o­ra, a volte dopo due.
[...]
Sbattere di porte e colpi sulle pareti. È come se nelle poche camere, nel corridoio e nella stanza da bagno fosse in corso una guerra. I figli di Sultan litigano, strillano e piangono. Sultan se ne sta quasi sempre per conto proprio, a bere il tè e fare colazione in compagnia della seconda moglie. Sonya si occupa di lui, Leila di tutto il resto. Riempie di acqua i catini, tira fuori i vestiti, versa il tè, frigge le uova, va a prendere il pane, pulisce le scarpe. I cinque uomini di casa devono andare al lavoro.
Con grande riluttanza, aiuta i suoi tre nipoti - Mansur, Eqbal e Aimal - a prepararsi per uscire. Da loro non ci si deve aspettare mai un grazie, mai un piccolo aiuto. "Ragazzacci maleducati", sibila Leila tra sé quando i tre, di pochi anni più giovani di lei, le ordinano di fare questo e quello.
"Non c'è latte? Ti avevo detto di comprarlo!" inveisce Mansur aggiungendo: "Parassita che non sei altro!" E se lei brontola, lui ha sempre pronta la stessa micidiale risposta: "Sta' zitta, donna!" Non si fa scrupoli ad alzare le mani e colpirla sullo stomaco o sulla schiena. "Questa non è casa tua, è casa mia! " le dice con voce dura. Nem­meno Leila la sente come la propria casa, ma come quella di Sultan, dei suoi figli e della sua seconda moglie. Lei, Bulbula, Bibi Gul e Yunus sentono tutti di non essere i benvenuti nella famiglia. Ma andarsene non è certo un'al­ternativa possibile: dividere una famiglia è uno scandalo. Oltretutto sono dei buoni servitori, Leila almeno lo è di sicuro.
[...]
Dopo il caos mattutino, quando Sultan e i suoi figli sono usciti, la ragazza può finalmente tirare un sospiro di sollievo, bere il tè e fare colazione. Poi ci sono da pulire le camere, la prima volta nell'arco della giornata. La ragazza procede china, con uno scopettino di paglia in mano, e spazza, spazza, spazza spostandosi di stanza in stanza. La maggior parte della polvere si solleva, svolazza qua e là e si posa di nuovo sul pavimento alle sue spalle. L'odore di polvere non lascia mai l'appartamento. Della polvere Leila non si libererà mai, si è posata sui suoi movimenti, sul suo corpo, sui suoi pensieri. Ma briciole di pane, residui di carta e rifiuti riesce a raccoglierli. Spaz­za le stanze diverse volte al giorno: dato che tutto lì si svolge sul pavimento, si sporca rapidamente.
È questa polvere di sporcizia che ora sta cercando di strofinare via dal suo corpo, è questa che si toglie di dos­so fregando e formando spessi rotolini. È la polvere che si incolla alla sua vita.
"Pensate se avessi una casa da spazzare solo una volta al giorno, una casa che si mantiene pulita per un'intera giornata, in modo da non essere costretta a scopare di nuovo prima della mattina successiva", dice Leila sospi­rando alle sue cugine. Loro annuiscono: in quanto ragaz­ze più giovani della famiglia, vivono anche loro la sua stessa vita.
Leila ha portato con sé alcuni capi di biancheria intima che vuole lavare nello hammam. Di solito il bucato lo fa su una panchetta accanto alla latrina del bagno, nella stanza semibuia. Si prepara diversi catini: uno con il sapo­ne, uno senza, uno per i capi colorati, uno per quelli chia­ri. In queste bacinelle lava lenzuola, tappeti, asciugamani e vestiti di tutti i membri della famiglia. Li strofina e li torce, poi li mette ad asciugare, compito arduo, soprat­tutto in inverno. Sono state tese delle corde davanti alle palazzine, ma capita spesso che qualcuno rubi i panni stesi, perciò Leila lì non ce li vuole lasciare, a meno che qual­cuno dei bambini non sia disposto a tenerli d'occhio fino a che non sono asciutti. In alternativa li appende stretti uno all'altro sui fili tesi sul piccolo balcone. Su questo ter­razzino di appena un paio di metri quadrati ci sono gene­ri alimentari e cianfrusaglie, una cassa di patate, un cesto di cipolle, uno di aglio, un grosso sacco di riso, cartoni, scarpe vecchie, alcuni stracci e altri oggetti che nessuno ha il coraggio di buttare via perché forse un giorno potrebbero servire a qualcuno.
A casa Leila indossa vecchi maglioni pelosi e con le frange, camicie tutte macchiate e gonne che strisciano per terra e raccolgono lo sporco che lei non è riuscita a spaz­zare via. Ai piedi porta logori sandali in plastica e sul capo un piccolo foulard. L'unica cosa che dà un po' di luce sono i grandi orecchini dorati e i lucidi braccialetti.
[...]
L'acqua inizia a raffreddarsi. I bambini che ancora non sono stati completamente lavati strillano più forte che mai. Presto non rimarrà che acqua fredda nello hammam fino a poco prima pieno di vapore. Le donne lasciano il bagno e a mano a mano che se ne vanno lo sporco diven­ta visibile. Negli angoli ci sono gusci d'uovo e mele mar­ce. Sul pavimento sono rimaste strisce di sporcizia: nello hammam le donne portano gli stessi sandali di plastica che usano sui sentieri di campagna, nei bagni all'aperto e nei cortili sul retro delle loro abitazioni.
Bibi Gul si trascina fuori, con Leila e le sue cugine al seguito. È il momento di rivestirsi. Nessuna ha portato un cambio, si rimettono tutte addosso gli stessi abiti con cui sono arrivate. Alla fine si adagiano il burka sui capelli appena lavati. Il burka con il suo inconfondibile odore: ognuno ne possiede uno proprio e caratteristico, dato che poca aria riesce a penetrare attraverso la stoffa. Il burka di Bibi Gul ha lo stesso lezzo che esala da lei: alito di vec­chia frammisto a fiori dolciastri e una punta di acidulo. Leila sa di sudore giovane e puzzo di cibo. A dire il vero tutti i burka della famiglia Khan sono impregnati di puz­zo di cibo, perché li tengono appesi a un chiodo davanti alla cucina. Sotto il burka e gli altri vestiti, adesso, le don­ne sono linde e profumate, ma perché il sapone verde e lo shampoo rosa abbiano la meglio si prospetta una dura battaglia. Tra breve riacquisteranno il loro odore, il burka glielo ricaccia addosso, odore di vecchia schiava, odore di giovane schiava.
Bibi Gul procede davanti a tutte, per una volta tanto sono le tre ragazze a rimanere indietro. Camminano una accanto all'altra, ridacchiando sommessamente. In una strada quasi deserta si alzano il burka sopra la testa: tanto lì in giro ci sono solo bambini e cani. Il vento fresco fa bene alla pelle ancora madida di sudore, ma non è certo aria buona. Le strade secondarie e i vicoli di Kabul puzzano di immondizia e di fogna. Un sudicio canaletto di scolo costeggia la strada di terra battuta tra le casupole in argilla. Ma le ragazze non si accorgono nemmeno del tanfo che ne fuoriesce, né della polvere che, a poco a poco, si appiccica alla pelle otturandone i pori. Si godono i raggi del sole e ridono. All'improvviso sbuca fuori un uomo in bicicletta.
"Copritevi, ragazze! Sono tutto un ardore! " grida supe­randole. Le tre si guardano e scoppiano in una risata per la sua divertente mimica facciale, ma quando pedalando ritorna verso di loro, si abbassano il burka.
"Quando il re farà ritorno, non indosserò più il burka, mai più", afferma Leila fattasi di colpo seria. "Perché allora vivremo in un Paese in pace."
"Non tornerà mai", replica la cugina, velata anche lei.
"Si dice che ritornerà questa primavera", ribatte Leila.
Fino a quel momento, comunque, è meglio andare in giro coperte, tanto più adesso che le tre ragazze sono da sole.
Completamente da sola Leila non va da nessuna parte. Non sta bene che una giovane esca senza essere accompa­gnata. Chi può sapere con certezza dove è diretta? Maga­ri ha intenzione di incontrarsi con qualcuno, magari sta andando a peccare. Nemmeno al mercato della verdura, che dista solo alcuni minuti a piedi da casa, Leila ci va da sola. Come minimo si porta dietro un bambino del vici­nato. Oppure chiede a uno di loro di svolgere per lei la commissione. "Da sola" è un concetto che non esiste per lei. Mai e in nessun posto le è capitato di stare da sola. Non è mai stata da sola nell'appartamento, non è mai andata da sola da nessuna parte, non è mai rimasta da sola in nessun posto, non ha mai dormito da sola. Ogni singola notte l'ha trascorsa sulla stuoia accanto alla madre, Leila non sa cosa significhi essere da sola, ma non le manca neanche. L'unica cosa che potrebbe desiderare è un po' più di tranquillità e un po' meno da fare.
[...]
Leila deve andare in cucina a preparare la cena. [...]
Sbuccia le cipolle e questo le fa scendere lacrime amare lungo le guance. Di lacrime vere ne piange poche: ha rimosso desideri, nostalgie e delusioni. Il profumo fresco del sapone dello hammam è svanito già da un pezzo. L'olio della padella le schizza sui capelli diffondendo un odore acre. Le ruvide mani sof­frono quando il succo di peperoncino penetra attraverso la pelle screpolata.
[...]
Verso mezzanot­
te sono tutti sdraiati sulle loro stuoie. Tutti tranne una. Leila è in cucina alla luce di una candela. Domani Sultan vuole avere cibo fatto in casa da portarsi al lavoro. Frigge un pollo nell'olio, cuoce il riso, prepara una salsa di verdure. Nel frattempo lava le stoviglie. La fiamma del­la candela le illumina il volto. Ha grandi occhiaie scure. Quando le pietanze sono cotte, toglie le pentole dai for­nelli, le avvolge in grandi panni annodandoli saldamente di modo che i coperchi non cadano quando Sultan e i suoi figli le prenderanno l'indomani. Si lava via l'olio dal­le dita e va a coricarsi con indosso gli stessi vestiti che ha portato tutto il giorno. Srotola la sua stuoia, si distende sopra una coperta e dorme fino a che, poche ore dopo, il mullah non la sveglia e inizia così una nuova giornata al suono di "Allahu akbar - Dio è grande".
Ancora una giornata con lo stesso odore e lo stesso sapore di tutte le altre. Polvere. (Il libraio di Kabul, pp.189-207)

Non aggiungo parole di commento a questa stupenda pagina. L’unica cosa che aggiungo è l’invito a leggere la cartolina di oggi dell’imprescindibile Ugo Volli notevolmente in tema (e magari, se vi avanza qualche minuto, anche l’ulteriore scambio con la sua severa bacchettatrice), e poi, imperativo categorico, vedere questo video, che in Francia è stato censurato, motivo per cui invito chiunque passi di qui a diffonderlo il più possibile.


barbara


25 agosto 2010

LA BAMBINA CON I SANDALI BIANCHI

A voi infelici, umiliati, feriti, reclusi nelle galere della Repubblica o nei pregiudizi dei suoi cittadini; a voi che avete sofferto e ancora soffrite dico forte: alzate la testa! Sognate! Credeteci! Progredite!

Attraversare l’inferno – la miseria delle bidonville, una madre ostile e sadica, una famiglia, nel migliore dei casi, insensibile, un ambiente più o meno larvatamente razzista, un incidente che le ruberà anni di vita e la lascerà segnata per sempre, una famiglia araba musulmana che rivendica la proprietà delle figlie femmine e il diritto di decidere la loro sorte (impressionante quando, ancora giovanissima, si fa deflorare dal primo che le capita a tiro all’unico scopo di non essere più spendibile sul mercato dei matrimoni combinati; e quando, arrivato il momento, comunica che non possono farla sposare al cugino che lei ha soprannominato “rasoterra” perché, appunto, non è più vergine, prima il fratello la riempie di botte, poi la madre molto tranquillamente dice che non importa, basterà che al momento opportuno si infili un pezzetto di vetro nella vagina, e quello la farà sanguinare quanto basta per ingannare il marito) – e riuscire a riemergere. Riuscire a sconfiggere, oltre all’inferno intorno, anche l’inferno dentro. Lottando con tutte le proprie forze. Con indomabile volontà. Con inesauribile energia. E con una indistruttibile fede in se stessa e nelle proprie capacità (perché, come diceva quel tale, Se lo vorrete non sarà un sogno). È un libro forte che può dare qualche importante lezione anche a ciascuno di noi.

Malika Bellaribi, La bambina con i sandali bianchi, Piemme



barbara


16 agosto 2008

SUITE FRANCESE

Un’idea grandiosa: una sequenza di cinque libri, un immenso affresco di un evento storico ancora in divenire, ossia la seconda guerra mondiale, l’invasione e l’occupazione tedesca, la miseria morale di parte non piccola della nazione francese – senza troppe differenze fra popolo, borghesia e aristocrazia – e la piaga del più abietto collaborazionismo. Un quadro vivo e spietato, a tratti addirittura epico – ma la storia incalza, il destino incombe, Auschwitz è alle porte, e di libri ha il tempo di scriverne solo due.
Singolare destino, quello di questa donna, intrisa dei peggiori pregiudizi antisemiti (capelli crespi, naso adunco, mano molle, dita e unghie a uncino, colorito scuro, giallo o olivastro, occhi neri, ravvicinati e melliflui, corporatura gracile, guance livide, denti irregolari, narici mobili, sete di guadagno, isteria, atavica abilità nel vendere e comprare paccottiglia, fare traffico di valuta, improvvisarsi commessi viaggiatori, rappresentanti di finti merletti o munizioni di contrabbando, gentaglia ebrea, bisogno quasi selvaggio di ottenere le cose desiderate, disprezzo cieco per ciò che possono pensare gli altri, insolenza ebraica) e che tuttavia, consapevole che ciò le potrà costare la deportazione e la vita, non esita a qualificarsi come persona “di razza ebraica”. E come tale conclude la sua breve vita in una camera a gas.
Singolare anche la sua scrittura, in un francese così ricco, brillante, cristallino – nonostante sia da pochi anni immigrata dalla Bielorussia, in fuga dalla rivoluzione – da indurre i suoi primi editori a sospettare che si tratti di un prestanome per qualche scrittore famoso desideroso di pubblicare qualcosa in incognito. Ed è una scrittura veramente magistrale che, unita a una sublime perfidia, rende la sua opera assolutamente meritevole di essere letta.

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi



barbara


20 marzo 2008

SCHIUMA DELLA TERRA

Di nuovo una metà circa dell’assemblea fu caricata sui cellulari e portata via; soltanto una trentina di noi erano rimasti a passare la seconda notte nella cantina del carbone, per ritornare la mattina dopo, come una processione di spettri, neri di polvere di carbone e di sudiciume, col prurito addosso, gli occhi infiammati, istupiditi dalla mancanza di sonno e dalla nausea, alle vuote file di sedili di quel cinema spettrale. I flics, lavati di fresco, nelle loro linde uniformi ci guardavano con sprezzante disgusto. Leggevano i giornali del mattino, e proprio quella mattina tutti i giornali pubblicavano un comunicato ufficiale che spiegava come la folla di stranieri di cui era stata fatta una retata negli ultimi due giorni dalla «nostra vigile polizia» comprendeva gli elementi più pericolosi dei bassifondi parigini – la vera schiuma della terra.

Parigi, 1940. Seconda guerra mondiale, invasione e occupazione della Francia da parte dell’esercito tedesco. Ad essere ebrei, non c’è da dormire sonni tranquilli. Meno che mai c’è da dormire sonni tranquilli in una Francia dall’inquietante passato, per quanto riguarda l’antisemitismo, che tanto passato non sembra affatto; una Francia che sembra mostrare molta più simpatia per il nemico invasore che per l’alleato; una Francia che, come primo atto all’inizio della guerra, non trova di meglio che arrestare tutti coloro che per motivi politici o per motivi “razziali” da quel nemico era fuggito, cercando lì riparo. Trattandoli da canagliume – la schiuma della terra, appunto. Meno noto del bellissimo “Buio a mezzogiorno” ma non meno valido, “Schiuma della terra” ci racconta molte storie che nella Storia raramente trovano posto e tuttavia autentiche, importanti e meritevoli di essere conosciute.

Arthur Koestler, Schiuma della terra, il Mulino (pubblicato su LibMagazine)



barbara


13 ottobre 2007

L'AFFARE DREYFUS (1894-1906)

Avrei potuto scegliere per questo post il 31 ottobre, data in cui la notizia dell’arresto venne pubblicata e divenne di pubblico dominio, dando il via alle pubbliche manifestazioni antiebraiche; o il 19 dicembre, data di inizio del processo; o il 22 dicembre, data della sentenza di condanna; o il 5 gennaio, data della cerimonia di degradazione; avrei potuto scegliere una qualsiasi delle tante date che contrassegnano questa storia vergognosa. Ho scelto quella del 13 ottobre: l’inizio di tutto.



La drammatica vicenda del capitano d'artiglieria dell'esercito francese, Alfred Dreyfus, ebbe inizio nel 1894, con la scoperta di un biglietto anonimo e non datato (bordereau) in cui un ufficiale di stato maggiore francese comunicava a M. von Schwartzkoppen, addetto militare dell'ambasciata tedesca di Parigi, un elenco di documenti da inviare, relativi all'organizzazione militare francese. L'elenco era stato trovato, in mille pezzi, dentro il cestino della carta straccia da Marie Bastian, una donna delle pulizie in servizio presso l'ambasciata tedesca (in realtà agente del controspionaggio francese). La donna fece pervenire il biglietto al maggiore H.J. Henry. Il 13 ottobre 1894 fu arrestato il trentacinquenne Dreyfus. Sembrava una comune vicenda di spionaggio. In realtà la vicenda sarebbe durata ben 12 anni.
La scoperta non giunse inaspettata: nei ranghi dell'esercito francese echeggiava con insistenza, fin dal 1870, la parola "tradimento", con cui si cercava di spiegare la sconfitta subìta a Sédan nella guerra contro la Prussia e la crisi boulangista degli anni 1886-89. La Francia era in pessimi rapporti non solo con la Germania e tutto l'impero austro-ungarico, ma, a causa delle contrapposte politiche coloniali afroasiatiche, anche con l'Italia e con l'Inghilterra. Nel 1882 era fallito l'Istituto di credito cattolico Union Générale e dieci anni dopo i piccoli risparmiatori erano stati inoltre rovinati dal fallimento della Compagnia che doveva gestire il Canale di Panama. Nel 1886 era apparso il libro antisemita di E. Drumon, La France juive, che con la sua equazione "ebreo=traditore per definizione", ebbe un gran successo. Nei primi anni '90 si era radicalizzato il nazionalismo in chiave aggressiva, nei confronti dei lavoratori stranieri immigrati (in particolar modo gli italiani, presenti in gran numero nella Francia meridionale: sanguinosi episodi vi furono nel 1893 ad Aigues-Mortes e a Lione nel '94).
Ovviamente non si poteva pensare di trovare un "traditore" tra gli ufficiali dello stato maggiore, ch'era una casta rigidamente selezionata (di origine prevalentemente nobiliare). Si pensò quindi che il "colpevole" potesse annidarsi fra i giovani ufficiali che svolgevano il loro tirocinio presso lo stato maggiore e fra questi spiccò subito un nome che nobile non era, ma suonava piuttosto come ebreo e come tedesco: Alfred Dreyfus (egli infatti era di origine alsaziana).
Dei cinque esperti calligrafi chiamati a consulto dallo stesso ministro della guerra, Mercier, che aveva affidato le indagini al maggiore d'Omerscheville, solo tre si dichiararono favorevoli a riconoscere in Dreyfus l'autore dell'elenco. Ciononostante, a conclusione dell'inchiesta si ritenne che le prove fossero sufficienti per portare Dreyfus davanti alla Corte marziale con l'accusa di alto tradimento. Le alte gerarchie, il presidente della Repubblica, Casimir Périer (succeduto a Sadi Carnot, assassinato da un anarchico il 24 giugno precedente) e un'opinione pubblica infettata da idee xenofobe e acceso nazionalismo, spingevano a fare di Dreyfus il colpevole.
Il 31 ottobre la notizia dell'arresto venne diffusa dai giornali francesi. Il processo militare si svolge a porte chiuse fra il 19 e il 22 dicembre: il governo si giustifica dicendo che non vuol far conoscere i documenti venduti né le nazioni acquirenti. La stampa è tutta favorevole a una condanna esemplare: in molti giornali sono apparse notizie secondo cui Dreyfus era sommerso da debiti di gioco, che fu incitato al tradimento dalla sua amante (Dreyfus era sposato e padre di due figli), che la situazione dei Dreyfus avrebbe dovuto essere molto critica dopo il rifiuto da parte della compagnia di assicurazione di coprire le spese del danno causato dall'incendio della loro fabbrica di Mulhouse, ma che in realtà essi si erano ripresi grazie al governatore di Strasburgo. Fu inoltre trovato nella Senna il cadavere di un impiegato di uno stabilimento militare che aveva nelle tasche l'indirizzo di Dreyfus, per cui si supponeva fosse suo complice. La stampa di destra inoltre sosteneva che non si sarebbe potuto assolvere Dreyfus senza sconfessare il ministro della guerra e lo Stato maggiore in un momento in cui la Francia era minacciata dalla Triplice Alleanza e dalla rivalità coloniale con l'Inghilterra.
Il Consiglio di guerra, presieduto dal colonnello Maurel e composto da sette giudici emette all'unanimità un verdetto di colpevolezza e condanna l'ufficiale alla degradazione e alla deportazione perpetua in una fortezza della Nuova Caledonia (Guyana). La stampa pensò che non fu comminata la pena di morte sia perché essa era stata abolita per i delitti politici nel 1848, sia perché il tradimento non era stato commesso in tempo di guerra. Le uniche due prove esibite furono il suddetto biglietto e un dossier segreto, di cui non era a conoscenza né Dreyfus né la sua difesa; dell'esistenza di questo dossier si verrà a conoscenza solo al momento dello scoppio dell'affaire vero e proprio e sarà uno degli elementi fondamentali sui quali si baserà la difesa di Dreyfus per richiedere la revisione del processo. D'altra parte interrogatori e perquisizioni non avevano portato ad alcun risultato; per di più mancava un valido movente: figlio di un industriale alsaziano che aveva optato per la nazionalità francese nel 1871, Dreyfus era ricco (apparteneva alla borghesia ebraica di recente crescita sociale), patriota (aveva scelto la carriera militare proprio per riscattare l'Alsazia allora occupata dai tedeschi) e benpensante (credeva nei valori della giovane repubblica, tra cui quello del laicismo. Si era laureato al Politecnico).
La cerimonia di degradazione ha luogo il 5 gennaio 1895, all'interno del cortile della Scuola Militare: a Dreyfus vengono strappati i gradi e spezzata la spada di ordinanza.



Egli si proclama innocente e patriota. La folla che assisteva fuori del cortile e che ha sempre gridato: "Morte al traditore", appena egli uscì sotto scorta lo prese a bastonate, pugni e calci e solo con grande fatica la scorta riuscì a evitargli il linciaggio e a farlo partire per l'isola del Diavolo, al largo della costa della Caienna. Dreyfus dichiarò al direttore delle carceri dell'isola che se entro tre anni non si fosse riconosciuta la sua innocenza avrebbe preferito suicidarsi. Nell'isola fu proibito l'accesso a chiunque e Dreyfus veniva sorvegliato giorno e notte: non gli venne imposto alcun lavoro ma gli fu negata la possibilità di scrivere qualunque cosa.
Il 18 gennaio si dimette improvvisamente il presidente della Repubblica, Périer, con la motivazione che non riesce più a sopportare la campagna di diffamazione e ingiurie contro l'esercito, la magistratura, il Parlamento e lui stesso. Lo sostituisce Felix Faure (repubblicano moderato), eletto coi voti della destra.
Subito dopo la deportazione, la moglie e il fratello di Dreyfus, con l'aiuto dello scrittore ebreo Bernard Lazare, si mobilitano per cercare di riaprire il processo. Tuttavia, nazionalisti e socialisti erano concordi nel ritenere che Dreyfus avrebbe meritato la pena di morte e gli stessi ambienti israeliti non gradivano la riapertura di un caso che gettava ombra sulla loro onorabilità. Grande incertezza regna nelle file del partito operaio. La linea di tendenza dominante è quella di considerare il caso come un conflitto interno alla borghesia. Anche personalità socialiste indipendenti, come p.es. J. Jaurès, denunciano in Parlamento l'eccessiva indulgenza del tribunale militare che avrebbe dovuto comminare la pena di morte.
Intanto nel luglio 1895 il tenente colonnello Georges Picquart subentra al colonnello Sandherr a capo dei Servizio Informazioni dello Stato maggiore e scopre nel marzo del '96 che l'ambasciata tedesca era da tempo in contatto col maggiore M.Ch. Walsin-Esterhazy, un nobile di origine ungherese, giocatore pieno e debiti e spesso invischiato in affari loschi. Il rapporto di una agente francese a Berlino asseriva che i servizi segreti tedeschi non sapevano nulla circa il capitano Dreyfus e che il loro informatore era un maggiore dell'esercito, nobile e decorato. Il servizio intercetta frammenti di un telegramma che, ricostruito, diventa una comunicazione riservata dell'addetto militare tedesco Schwartzkoppen al maggiore Esterhazy. Picquart riesce anche ad avere la certezza che la calligrafia del bordereau è la stessa di Esterhazy. Decide dunque, nonostante le resistenze dei vertici militari (soprattutto del colonnello Henry, che produsse anche dei documenti falsi) e del ministro della guerra Billot, di riaprire il dossier Dreyfus.
Il 3 settembre 1896 Mathieu Dreyfus diffonde, attraverso un quotidiano londinese, la falsa notizia della fuga del fratello, per suscitare nuovamente l'attenzione della stampa sul caso. Il 14 infatti "L'Eclair" afferma che Dreyfus sarebbe stato condannato sulla base di documenti segreti. Scendono nuovamente in campo i nazionalisti (Drumont, Rochefort…) per denunciare le trame del cd. "sindacato ebraico". Il Parlamento, con soli cinque voti contrari, respinge la domanda di revisione del processo avanzata dalla moglie Lucie e dal fratello di Dreyfus. Il ministro della Giustizia dispone che di notte il prigioniero sia legato a un letto di contenzione. L'unico a non arrendersi è l'anziano vicepresidente del Senato A. Scheurer-Kestner, che conosceva le scoperte di Picquart. Dal canto suo Esterhazy chiede di essere giudicato da un tribunale militare per fugare ogni sospetto su di lui. Il 6 novembre 1896 Lazare pubblica a Bruxelles, poi a Parigi, un pamphlet in cui ricostruisce l'incredibile vicenda giudiziaria.
Il 10 novembre due giornali conservatori, "Le Matin" e "L'éclair" pubblicano un facsimile del bordereau, nonché alcuni documenti del dossier segreto, pensando di chiudere definitivamente il caso; in realtà ottengono l'effetto contrario, poiché risulta evidente la differenza della calligrafia con quella di Dreyfus. Infatti alcuni intellettuali cominciano a prendere le sue difese: il filosofo Lucien Herr, gli storici Albert Mathiez, Paul Mantoux e Leon Blum, i sociologi Lévy-Bruhl e Durkheim, il politologo Sorel, l'economista Simiand, letterati quali Charles Peguy, Marcel Proust, Anatole France, Sarah Bernhardt, A. Gide, pittori come Monet, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Signac… Violenta diventa la campagna di stampa antidreyfusarda: quotidiani come "L'Intransigeant" e la "Libre Parole" per almeno tre anni attaccheranno duramente gli ebrei, i democratici, i socialisti… L'ostile campagna lanciata contro gli ufficiali ebrei provocherà anche molti duelli tra i militari.
Il 16 il generale Boisdeffre allontana Picquart da Parigi col pretesto d'una missione in Algeria e in Tunisia, in territori infestati da tribù ribelli. Ma nel giugno del '97 in congedo a Parigi, Picquart rivela all'amico e avvocato L. Leblois i suoi sospetti su Esterhazy; Leblois a sua volta informa della cosa il vicepresidente del Senato, Scheurer-Kestner, che ottiene il 29 ottobre d'essere ricevuto dal presidente della Repubblica Faure. Il 15 novembre il fratello di Dreyfus invia una lettera al ministro della guerra accusando esplicitamente Esterhazy d'essere l'autore del bordereau. Il 4 dicembre di fronte alle Camere riunite il primo ministro Méline dichiara che "non esiste alcun affaire Dreyfus". Infatti il 10-11 gennaio 1898 Esterhazy viene assolto con formula piena e diventa l'eroe del momento.

LA SVOLTA

Una svolta improvvisa, assolutamente inaspettata, per la destra, al corso degli avvenimenti, fu causata dal pamphlet J'accuse di Emile Zola. In realtà sin dal 16 maggio 1896 Zola aveva cominciato a pubblicare su "Le Figaro" degli articoli in difesa della questione ebraica. P.es. in quello intitolato Per gli ebrei, pur senza citare Dreyfus, egli si era energicamente opposto alle tesi antisemite di E. Dumont che costantemente venivano pubblicate sul giornale "La Libre Parole". Verso la fine del '96 Zola si era incontrato con Lazare, che aveva appena pubblicato il suo pamphlet, e nel '97 aveva incontrato gli avvocati di Dreyfus e di Picquart, nonché il vicepresidente del Senato Scheurer-Kestner. Il 25 novembre 1897 aveva preso le difese di quest'ultimo con un articolo su "Le Figaro". Zola in realtà aveva scritto molti articoli prima di quello famoso che determinò la svolta. Gli ultimi erano stati due opuscoli, Lettera alla gioventù e Lettera alla Francia, con cui esortava i giovani francesi a battersi per la verità e la giustizia. Tuttavia con nessuno di essi era riuscito a smuovere veramente le acque. Fu allora che capì d'aver sbagliato strategia e che doveva decidersi per un attacco diretto contro la gerarchia militare e politica, citando nomi e cognomi.
Fu la sfrontatezza del processo Esterhazy a spingerlo nella decisione d'inviare il 13 gennaio 1898 a "L'Aurore" (il giornale di Clemenceau) una lettera aperta al presidente della Repubblica, al fine di dimostrare l'innocenza di Dreyfus.



Il celebre J'accuse rimase un pamphlet unico in tutta la letteratura polemica del XIX secolo: non si era mai visto un coraggio del genere. L'affaire Dreyfus nasceva praticamente con quell'articolo. Nello stesso giorno Jaurès, convintosi dell'innocenza di Dreyfus, aveva pronunciato in Parlamento un atto di accusa contro il governo.
Viceversa il partito operaio guidato da Jules Guesde resta ancora neutrale e non sa cogliere le contraddizioni interne alla borghesia, né l'importanza di sfruttare tali contraddizioni per conquistarsi il consenso delle masse. Anche la neutralità della Confederazione generale del lavoro contribuisce ad allontanare ampi settori della classe operaia dalla battaglia innocentista. Della forte stampa repubblicana solo alcuni quotidiani, come "La Lanterne", "Pétite République", "Le Siècle", "Le Figaro", "Le Rappel" e altri minori appoggiano la causa dreyfusarda. Molti dirigenti repubblicani temono che eventuali rivelazioni relative alla manipolazione delle prove contro Dreyfus possano travolgere il governo repubblicano e riportare al potere la destra monarchica e orleanista. Non sono inoltre esclusi i pregiudizi antisemiti. E comunque il 15 gennaio viene reso pubblico il primo appello di intellettuali e uomini di cultura che chiedono la revisione del processo.
Il 17-18 gennaio si scatenano manifestazioni antisemite (con tanto di saccheggi) nelle province francesi e in Algeria (pogrom). Il giorno dopo il quotidiano "Le Siècle" inizia la pubblicazione delle Lettere di un innocente di Dreyfus. Il potere politico-militare non vuole dare la sensazione di debolezza evitando di perseguire Zola, però teme di offrire una tribuna ai dreyfusardi. Dal 7 al 23 febbraio si svolge il processo a carico di Zola, che viene condannato (insieme al direttore dell'"Aurore") per vilipendio delle forze armate al massimo della pena: un anno di carcere e a una multa di 3.000 franchi. La sentenza fece scalpore all'estero ma venne applaudita dai parigini e dal Parlamento.
La nazione tende ormai a spaccarsi in due schieramenti contrapposti: gli ambienti anticlericali, i liberi pensatori, la borghesia radicale appoggia la causa di Dreyfus (i socialisti restano neutrali), poi vi è un piccolo gruppo raccolto nel "Comitato cattolico per la difesa del diritto", capeggiato da Ch. Peguy e Paul Viollet. La "Lega dei patrioti" e la "Lega per la difesa dei diritti dell'uomo" esercitano una certa influenza sui professori e sugli studenti dell'Istituto Pasteur, del Collegio di Francia e della Scuola di alti studi.
In campo opposto erano allineati ambienti militaristi e nazionalisti, legittimisti (monarchici), alti gradi della magistratura e congregazioni cattoliche. Le due leghe più importanti sono quella della "Patria francese" (con oltre 100.000 aderenti) e quella "antisemitica" di Henri Drumont. Professori e studenti universitari della Sorbona (salvo la facoltà di lettere e alcune facoltà scientifiche) sono schierati a maggioranza contro la revisione del processo. Tra i cattolici, importanti scrittori come Alphonse Daudet, Maurice Barrès, Charles Maurras, Paul Valery sono antidreyfusardi. Vi si trovano anche i nomi di Jules Verne e F. Mistral, di Renoir, Cèzanne e Degas. Così pure quotidiani di larga tiratura come "La Croix" (dei padri agostiniani) e "Le Pélerin". Il più significativo prodotto dell'affaire, in campo cattolico-conservatore, fu l'Action française, il movimento sorto nel 1899 intorno all'omonima rivista di Charles Maurras, la cui adesione alle idee di Nietzsche sfociava in una concezione del cattolicesimo come prodotto della civiltà occidentale, depurato dagli elementi originali del giudaismo-cristiano.
Il 2 aprile 1898 viene annullato, per vizi procedurali, il verdetto del processo a carico di Zola, il quale ritorna in tribunale il 18 luglio, e, dopo aver annunciato la propria contumacia, abbandona l'udienza. Gli viene inflitta la stessa pena e Zola esilia a Londra. Dieci giorni prima il ministro della Guerra, Cavaignac, aveva ribadito alle Camere la colpevolezza di Dreyfus, confermando la presenza di un dossier segreto. In risposta a un'interpellanza parlamentare, è costretto a dare lettura integrale dei documenti del dossier. L'evidenza del falso fabbricato dal colonnello Henry non tarda a rivelarsi. Il 12 luglio era già stato arrestato Esterhazy per truffa e radiato dall'esercito. Anche Picquart viene arrestato per aver divulgato dei documenti riservati e per aver fabbricato documenti per accusare Esterhazy. Scheurer-Kestner invece viene privato della sua carica parlamentare. Alla fine dell'agosto Cavaignac è costretto ad arrestare il colonnello Henry, successore di Picquart nei Servizi d'Informazione: egli confessa le sue responsabilità e il giorno dopo si uccide in carcere. Esterhazy fugge in Inghilterra. Viene arrestato Du Paty de Clam che aveva collaborato con Henry a produrre il falso dossier e a incriminare Dreyfus. Cavaignac decide di dimettersi. Alla fine dell'ottobre la Corte di cassazione accoglie la richiesta di revisione del processo a carico di Dreyfus. Nell'agosto Jaurès pubblica sulla "Petite république" una serie di articoli intitolati La prova dell'innocenza di Dreyfus.
La destra di spaventa. Maurras afferma che per la Francia minacciata da nemici interni ed esterni, l'esercito era l'estrema garanzia di sopravvivenza. Quindi i dreyfusardi diventavano pericolosi proprio se Dreyfus era innocente, perché rischiavano di demolire il prestigio delle forze armate. I nazionalisti Déroulède e Guérin approfittano dell'improvvisa morte del presidente della Repubblica, Faure (16 febbraio 1899), sostituito il 18 da Loubet, per tentare un colpo di stato, incitando le truppe del generale Roget a marciare sull'Eliseo, ma il generale rifiuta. Il 3 giugno in un'intervista a "Le Matin" Esterhazy confessa di essere l'autore del bordereau, aggiungendo però che si trattava di un'esca predisposta dai servizi segreti francesi per scoprire la centrale dello spionaggio tedesco. (Nel 1930 la pubblicazione postuma delle memorie di Schwartzkoppen confermerà che i documenti militari segreti gli erano stati consegnati a più riprese da Esterhazy, il quale, a causa di rovesci finanziari, aveva impellente necessità di denaro. Tuttavia l'addetto militare tedesco affermò di non aver mai ricevuto il bordereau. È dunque probabile che la vera spia fosse proprio il colonnello Henry, che, non potendo occultare il bordereau, intercettato da qualche suo agente, affermò di averlo rinvenuto nel famoso cestino dell'ambasciata tedesca. Esterhazy dunque non era che un uomo di paglia dello stesso Henry, e non è escluso che questi coprisse un alto generale francese. Ciò comunque significa che l'affare Dreyfus non sarebbe mai stato, neppure alle origini, un errore giudiziario, ma una macchinazione ordita per trovare un capro espiatorio).
Nel luglio del '99 Dreyfus viene rimpatriato, ma la situazione è ancora critica. Il presidente Loubet ha subìto il 4 giugno un attentato monarchico (fu colpito da un bastone); il fronte antidreyfusardo ha intenzione di linciare lo stesso Dreyfus, che per questa ragione viene nuovamente rinchiuso in carcere. Ora finalmente gli operai scendono in piazza e il Parlamento si sposta progressivamente a sinistra. Zola intanto è tornato in Francia. Nasce assai presto il governo di "difesa repubblicana" guidato da Waldeck-Rousseau: è la prima volta che si forma un governo di sinistra (gambettiani, moderati radicali e socialisti). Questo governo sottrae allo stato maggiore la nomina dei generali.
Il 7 agosto 1899 inizia il secondo processo a Dreyfus. Rennes, la cittadina bretone, fu invasa dai giornalisti di tutto il mondo: all'estero l'innocenza dell'imputato era un fatto scontato. La scelta di essere nuovamente giudicato dalla giustizia militare viene sostenuta dalla stessa famiglia Dreyfus, che vuole la piena riabilitazione nell'esercito. Tuttavia i generali sostennero che c'erano prove così segrete che non si potevano esibire, poiché contenevano un'annotazione dell'imperatore Guglielmo II. Ora, accusare il Kaiser di aver personalmente commissionato azioni di spionaggio, equivaleva a una dichiarazione di guerra. Ecco perché il tribunale di guerra (5 giudici contro 2) dichiarò nuovamente colpevole Dreyfus di tradimento, anche se gli riconobbe le circostanze attenuanti e lo condannò a 10 anni di lavori forzati. L'indignazione scoppiò in tutto il mondo con manifestazioni davanti alle ambasciate francesi. Il 19 settembre il presidente Loubet concede la grazia a Dreyfus, che però gli è concessa solo per gli anni che gli restano da scontare dopo la doppia condanna e che è vincolata alla rinuncia, da parte sua, a fare ricorso contro la seconda sentenza.
Nel dicembre del 1900 viene approvata una legge di amnistia per tutti i reati commessi in relazione all'Affaire. Zola e Picquart sono dunque amnistiati, ma anche tutti i militari coinvolti.
Nel 1902 il voto della provincia francese determina la vittoria del blocco delle sinistre alle elezioni legislative. A Waldeck-Rousseau succede il governo Combes che sottopone le congregazioni religiose al controllo dello Stato e in molti casi ne impone la soppressione. Nel 1905 ci sarà la legge di separazione tra Stato e chiesa. Bernard Lazare dirà che il governo faceva pagare alla chiesa cattolica i conti della destra nazionalista. Il 5 ottobre muore Zola per un'asfissia provocata dalla volontaria manomissione del camino da parte di un fumista.
Il 6 aprile 1903 Jaurès chiede in Parlamento la revisione della sentenza di Rennes, l'abolizione del Servizio di Informazioni dell'esercito e l'avvio di una inchiesta sull'operato dei servizi. Ma negli archivi si troveranno solo grossolane contraffazioni, niente di veramente compromettente.
Il 12 luglio 1906 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di Rennes e Dreyfus viene reintegrato nell'esercito col grado di maggiore, ricevendo anche la croce di cavaliere della Legione d'onore.



Anche Picquart viene reintegrato e promosso generale di brigata e nominato ministro della Guerra dal nuovo governo Clemenceau.
Il 4 giugno 1908 le ceneri di Zola vengono traslate al Pantheon. Dreyfus, che assiste alla cerimonia, viene ferito in un attentato. Il tribunale della Senna pronuncia un verdetto di assoluzione nei confronti dell'attentatore.
Dreyfus muore nel 1935.



Nel 1940 un nuovo Statuto per gli ebrei li escluderà da qualsiasi impiego pubblico e da numerose professioni (preavviso delle successive deportazioni verso i lager). Una nipote di Dreyfus, Madeleine, appartenente alla resistenza francese, verrà deportata e uccisa ad Auschwitz.
Nel 1985 il ministro socialista della cultura, Jack Lang, volle piazzare un monumento a Dreyfus nel cortile della Scuola Militare di Parigi, ma i militari posero il veto: la statua è ora visibile alle Tuileries.



Nel settembre 1995 l'esercito francese, a nome dello storico ufficiale dell'esercito, Jean-Louis Mourrut, ammette definitivamente l'innocenza di Dreyfus, dopo aver sostenuto fino ad oggi che "nessuno è in grado di dire se Dreyfus fosse una vittima cosciente o incosciente". Tuttavia, il ministro della difesa, F. Léotard, è stato costretto a licenziare in tronco il capitano Paul Gauyac, responsabile del servizio storico dell'esercito francese, perché aveva fatto pubblicare nel settimanale dell'esercito Sirpa Actualités, un testo antidreyfusardo. (qui)

La Francia di Vichy. La Francia che ancora non ha fatto i conti col proprio passato collaborazionista. La Francia in cui accade che una studentessa ebrea venga picchiata dai compagni non ebrei e i suoi genitori, che avevano denunciato il fatto, condannati a pagare una multa di 4000 euro al preside del collegio per “costituzione abusiva di parte civile” (l’episodio è del 2002, la sentenza del 2003. Purtroppo il documento non è più presente in rete e il link, di conseguenza, non funziona più, ma a chi lo desiderasse posso fornire il testo completo). La Francia dei cimiteri profanati, delle sinagoghe devastate, incendiate, distrutte, degli ebrei aggrediti per strada, e si stenta a chiamarli attacchi antisemiti. La Francia che ha fornito a Saddam Hussein la tecnologia e il materiale per costruire la centrale nucleare mentre, contemporaneamente, negava a Israele la fornitura di pallottole di gomma che permettono di fermare gruppi di attaccanti senza ucciderli. La Francia dai mille scheletri nell’armadio, in fatto di antisemitismo. E chissà se ci hanno mai pensato, gli antisemiti, che lo stato di Israele è una filiazione diretta del caso Dreyfus. Chissà … (a proposito, qui potete vedere qualcosa che forse potrà essere di qualche interesse)


barbara

AGGIORNAMENTO: mi è arrivato per e-mail questo quesito: perché diavolo la Francia è considerata "potenza vincitrice" della seconda guerra mondiale? Con tutto quel che ne consegue, in primis il posto permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. È stata invasa, ha capitolato, c'era un governo collaborazionista (come in altri paesi dell'est Europa), la popolazione e la polizia locale partecipavano volentieri ai rastrellamenti, ecc.... Alla fine è stata liberata dagli anglo-americani, come l'Italia (che almeno aveva cambiato ufficialmente fronte mollando i nazifascisti nel '43), come il resto d'Europa. E dunque? Vincitrice "de che"?
Dove sbaglio?

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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