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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


3 ottobre 2010

DI BLOG E DI COSE ATTUALI

Nella mia vita quotidiana sono straordinariamente disordinata come sa chi mi conosce. Nel computer no: ho archivi ordinatissimi, con cartelle e sottocartelle, e sportelli scaffali cassetti raccoglitori scatole plichi eccetera eccetera. Vale anche per i blog: quelli che non solo leggo e consulto ma anche consiglio sono qui, nel blogroll. Poi ce ne sono molti altri che visito con maggiore o minore frequenza, ordinati, a seconda del valore, dell’interesse, e dell’assiduità di lettura, in cartelle che si chiamano blog a, blog b, blog c, blog d, blog r ossia rari, vale a dire che fanno tre post all’anno ma vale la pena di dare un’occhiata ogni tanto, e blog e: blog estinti, abbandonati da anni ma contenenti materiale che ogni tanto ho bisogno di consultare.
Ieri sera sono entrata in un blog a. Non ne dico il nome, e non dico il nome del titolare, personaggio di una certa notorietà nel mondo della comunicazione. Ci ho trovato un attacco a 360° a Fiamma Nirenstein, e fin qui passi: ognuno ha diritto alle proprie simpatie e antipatie. Ma la cosa sconvolgente erano gli argomenti, che da persona finora conosciuta come intelligente davvero non ti aspetteresti, e invece quando c’è in ballo Israele ti devi aspettare di tutto. Fiamma Nirenstein è estremista, dice, appena ti azzardi a muovere mezza critica a Israele ti dà dell’antisemita. Tu dici non è vero che sono antisemita e lei ti risponde che invece sì che lo sei anche se lo neghi (ma se un ebreo si sente offeso dall’interlocutore, chi è che deve decidere se l’offesa c’è stata o no: l’offeso o l’offensore?). Tu replichi che hai un sacco di amici ebrei e lei ti ribatte che la conosciamo bene la foglia di fico degli amici ebrei (in effetti non la conosce solo Fiamma Nirenstein: la conosciamo tutti quella squallida foglia di fico, e sappiamo anche che nessuno ricorrerebbe a quella foglia di fico se avesse qualche copertura più decente, ma i foglifichisti non se ne sono ancora accorti, eh già...), e questo è un atteggiamento “ingiusto, furbo e ricattatorio”. E il sostegno della destra a Israele è “acritico” mentre l’equilibratissima sinistra, o yes, ha sempre avuto “una linea prevalente di equidistanza fra Palestina e Israele” - perché è bello essere equidistanti fra chi tenta di attuare un programma di sterminio totale e chi tenta di difendersene – “se non di vicinanza al popolo palestinese” – perché è più bello ancora dedicarsi anima e corpo alla causa di chi sta cercando di completare l’opera di Hitler (e non parliamo poi delle cose scritte nei commenti...). Vabbè, indecisa se andare a vomitare o cercare di trattenere le deliziose orecchiette pugliesi mangiate per cena, ho comunque provveduto immediatamente ad eliminare il blog in questione.
Sono entrata, sempre ieri sera, in un altro blog, sempre della cartella “blog a” (e ora nel cestino), sempre di persona solitamente intelligente e riflessiva, in cui è detto che se dovesse sentire “la stracciatissima parola indignazione per la bestemmia detta da Berlusconi” ci viene a cercare casa per casa per appiccicarci sulla fronte un’etichetta con scritto “LA BINETTI VE LA MERITATE TUTTA”. Ora, a me la Binetti fa abbastanza senso, come credo di avere già avuto occasione di dire. E potendo scegliere liberamente, sceglierei di sicuro di farmi governare da un essere umano. Se poi il suddetto essere umano sapesse anche fare il politico, sarebbe l’apoteosi. Ma se fossi obbligata a scegliere fra quell’essere semiumano che è la Binetti e quell’ammasso di putredine, non non avrei davvero dubbi sulla scelta da compiere, e se quel signore verrà a bussare a casa mia, potrà tranquillamente risparmiarsi la fatica di portare l’etichetta, perché sulla mia fronte ce n’è già una, con scritto “FIERA DI MERITARMI LA BINETTI”. Quanto alla “barzelletta” su Rosy Bindi, non l’ho sentita e non l’ho letta, e non la voglio né sentire né leggere (interessante comunque il fatto che nel blog in questione molti commenti dicano che la barzelletta fa schiantare dalle risate e che la bestemmia finale ci sta meravigliosamente. Interessante il fatto che i suddetti commenti siano tutti maschili. Il che costringe ad osservare che, pur lontanissimi dal mondo islamico, anche da noi però di strada da fare per ripulire il mondo da questa feccia schifosa ce n’è ancora un bel po’). Per quanto riguarda invece quella sugli ebrei, qualcuno dovrebbe provvedere a informare l’ammasso di putredine che in quella originale il protagonista non è un ebreo, bensì un cristiano che si va a confessare; qualcuno dovrebbe provvedere a informare l’ammasso di putredine che gli ebrei, a quei tempi, erano quelli che scappavano e cercavano rifugi, non quelli che potevano permettersi il lusso di offrirli; qualcuno dovrebbe provvedere a informare l’ammasso di putredine che gli ebrei, a quei tempi, non erano quelli che si arricchivano offrendo ripari, bensì quelli che, se avevano due soldi, si svenavano e arricchivano i cristiani per tentare di sfuggire alle camere a gas. Qualcuno ci è riuscito, molti altri no. Ditelo, a quell’ammasso di putredine. (e già che ci sei leggiti anche questo)

barbara


7 maggio 2010

INTERAMENTE DEDICATO AL TIZIO DELLA SERA

La sensibilità

Da un certo numero di anni la Germania sta facendo i conti con il suo passato nazista. Vi sono musei e importanti segni nella nuova architettura urbana, esistono dipartimenti universitari che si occupano della fenomenologia della catastrofe ebraica. C'è una pubblicistica che va dalla narrativa, alla saggistica, all'indagine giornalistica. Infine ci sono atti di amicizia verso Israele da parte del governo nazionale. Ma a ben guardare, esiste una sottile linea di silenzio su come fossero i tedeschi in quegli anni. Una barriera invisibile impedisce l'accesso al loro interno umano. Non sappiamo cosa in quegli anni orridi la gente avesse dentro. Ed esiste un silenzio ancora maggiore su cosa sentano oggi i tedeschi di questo passato genocida. Ad uno scrittore che si informava con operatori culturali tedeschi circa la possibilità di realizzare una fiction satirica sul nazismo, è stato spiegato che questo potrebbe avvenire solo con una piccola produzione e con personale artistico prettamente ebraico: attori e regista, ad esempio. I canali generalisti tedeschi, è stato spiegato educatamente a bassa voce, non si impegnerebbero mai in una satira televisiva sul nazismo. La motivazione risiede nel fatto che la nazione si offenderebbe. A riguardo, c'è molta sensibilità. E questo, commuove.

Il Tizio della Sera


La grande nuvola

I colloqui indiretti tra Israele e Palestina sono già una noia. Se ne presagisce l'amara inutilità. L'ossequio al loro svolgimento è legato al fatto di soddisfare il gusto etico-estetico di Obama, la sua idea tenue, quasi fanciullesca, di una democrazia planetaria poggiata sul carattere tenace degli uomini di buona volontà. E' questa la politica estera della più grande potenza mondiale. Noia nella noia, la stampa rovescia su Israele le solite accuse precostituite. La struttura ricorda quella dei tormentoni del varietà, che sono in pratica i ritornelli comici di uno spettacolo, quelli che danno il segnale quasi meccanico della risata: il pubblico ride e vuol dire che, come un buon motore, il tormentone funziona. Qui il tormentone sono i titoli dei giornali. Le parole proclamano didascalicamente che gli ebrei hanno torto; allora il pubblico dello spettacolo crede di avere delle idee, e dice compiaciuto: Israele ha torto, e porca miseria, io penso. Perché i giornali vellicano la vanità umana, inseguendola nei suoi atroci scantinati. Prendiamo il caso del quartiere di Gerusalemme est di cui parlano tutti i media perché Israele vuole costruirvi e perché alla stampa serve sempre un buon tormentone su Israele. Nessuno, come abbiamo detto in altre occasioni, conosce l'antica storia ebraica del quartiere, ma tutti sono pronti a riconoscere la lesione procurata al diritto palestinese. Attraverso il fantastico tormentone del quartiere est tutti possono capire con facilità che Israele ha torto. Negli uffici, molti giocano al ministro degli esteri e spiegano il M.O. ai colleghi. Ci sono aziende in cui all'ora di pranzo l'80 per cento degli impiegati aprono il pacchetto con il panino al tonno e maionese, e il 50 per cento di loro sono ministri degli esteri con delega su Israele e il tonno e capperi. Poi il tormentone svanirà, qualcuno farà notare che l'argomentazione del quartiere est di Gerusalemme era inconsistente. Poco importa, i media faranno spalluccia. Diranno: è inutile riparlarne. C'è invece un più grande tormento. L'immensa nuvola nera che non se ne va dai cieli della Storia. L'antisemitismo.

Il Tizio della Sera


Dichiarazione ufficiale

Tizio della Sera, ti amo.
Per quella sofferenza che non sempre l'ironia riesce a velare.
Per quell'ironia che spesso riesce a sdrammatizzare una sofferenza antica di millenni.
Per il sorriso che, in mezzo a tanta sofferenza, quasi sempre riesci a strappare.
Per la passione che traspare da ogni tua parola.
Per l'intelligenza che accompagna la passione.
Per le stupende perle, che ormai sono collana lunghissima, che continuamente ci regali.
Per il mistero che ti avvolge.
Per quella nostra Fiorentina che ho cominciato ad amare mezzo secolo fa e, anche se il tifo non lo faccio più da un pezzo, non ho mai smesso del tutto.

barbara

Poi, se c’è ancora qualche pellegrino vagabondo sperduto che non sia venuto a conoscenza dell’appello di Fiamma Nirenstein in risposta all’oscenità di jcall, è caldamente invitato (che in realtà è un eufemismo, perché se non lo fate vi meno) ad andare a leggerlo e firmarlo qui. Per leggere l’ultima meravigliosa cartolina dovete invece cliccare qui.

                          

barbara


12 novembre 2009

L’EBREO ISRAEL, L’EBREA NIRENSTEIN

Era stato in un blog notoriamente antisemita che era uscita quella brutta storiaccia in cui era stato additato come “puparo” delle decisioni del ministero della Pubblica Istruzione “l’ebreo Giorgio Israel”. E che un antisemita dica cose antisemite è indubbiamente cosa che può provocare preoccupazione, indignazione, rabbia, sdegno, ma non certo stupore. Ma che dire quando nelle pagine del primo quotidiano italiano un Maurizio Caprara, nel riferirci le reazioni alla candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri nella Ue, ritiene di dover scrivere Fiamma Nirenstein, deputata del «Popolo della libertà» di religione ebraica? Che dire quando lo stesso Giornalista una riga più in là nel riferire sulla posizione, identica a quella di Fiamma Nirenstein, di Margherita Boniver, evidentemente non ebrea, non ritiene necessario precisarne l’appartenenza?
A quando un bel Manifesto in cui finalmente ci si decida a prendere atto, con tutti i crismi della Scienza, che le razze esistono e che fra esse ve ne sono di superiori e di inferiori? A quando un bel Manifesto che permetta anche a noi, che pure poc’anzi non esitavamo a proclamare che Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, fatte da gente che ignorava la scrittura quando Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto (Bari, 6 settembre 1933), di dichiararci francamente razzisti?

(Nel frattempo, in mancanza di meglio, cerchiamo almeno di imitare la saggia Norvegia, come ci insegna lui)

barbara


18 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM (1)

Ancora un contributo alla conoscenza e alla comprensione di fatti e situazioni spesso mistificati da una non disinteressata propaganda, oggi disponibile anche in italiano grazie al prezioso lavoro di Paolo Mantellini. Trattandosi di un testo piuttosto lungo, lo dividerò in due parti, e la seconda la leggerete domani.

Schiavitù, Cristianesimo e Islàm

di Robert Spencer

Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5). Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver apparentemente accettato lo "status quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo). Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi, il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze, individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark Steyn, “lo insegna così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro che era arrivato come “servo a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni, in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù. La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù. Tipica di queste concezioni fu la dissertazione, presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson. Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica, morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Libertà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
Lo stesso Abramo Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e poi predicare, invece di questo, “Con il sudore del volto di un altro mangerai il pane”, a me sembra che non possa essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno, rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa; ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione, ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale, dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:

Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici

Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.

La schiavitù islamica
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per se stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).

Dite che Spencer e Mantellini che pensano e parlano male dell’islam sono cattivi? Avete ragione. Anzi, dirò di più: sono cattivissimi. Per fortuna nella nostra variegata società abbiamo anche persone come Urso, Fini e il cardinale Renato Raffaele Martino che hanno capito che l’islam è la cosa migliore che ci potesse capitare, come opportunamente ci segnala lui (solo – chiedo scusa se nella mia abissale inconsistenza oso permettermi – una piccolissima perplessità: in prima ho una bimba indiana di religione induista, in seconda ho un testimone di Geova e nella classe Montessori c’è un avventista del settimo giorno: cosa diavolo ne facciamo? Dove li sbattiamo? E, soprattutto: hanno il diritto di esistere?)
E poi, già che ci siete, andate a leggervi anche questo splendido articolo.


barbara


5 giugno 2009

OBAMA / PANELLA-NIRENSTEIN-NAFISI: BOTTA E RISPOSTA

Tutte le frasi a effetto di Barack Obama

NEW YORK (4 giugno) - Dall'«Assalaamu Alykum» iniziale, cioè la pace sia con voi in arabo, alle citazioni finali tratte dal «Sacro Corano», dal «Talmud» e dalla «Sacra Bibbia», il discorso pronunciato al Cairo dal presidente americano Barack Obama, è stato ricco di frasi a effetto.
Ecco una scelta di citazioni, nell'ordine in cui sono state pronunciate.

- «Le relazioni tra islam e occidente includono secoli di coesistenza e di cooperazione, ma anche conflitti e guerre religiose. Più recentemente le tensioni sono state alimentate dal colonialismo che ha negato diritti e opportunità a numerosi musulmani, e una guerra fredda durante la quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati troppo spesso ignorati».

- «Considero che sia parte della mia responsabilità di presidente degli Stati Uniti combattere contro gli stereotipi dell'Islam dovunque essi appaiano. Ma lo stesso principio deve applicarsi alla percezione musulmana dell'America. Esattamente come i musulmani non possono essere definiti con stereotipi crudi, l'America non è lo stereotipo crudo di un impero che cura soltanto i propri interessi. Gli Stati Uniti rappresentano una delle maggiori fonti di progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Siamo frutto di una rivoluzione contro un impero».

- In Afghanistan «non ci siamo andati per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che c'è ancora chi si pone domande o addirittura giustifica gli eventi dell'11 Settembre. Occorre la massima chiarezza: quel giorno al Qaida ha ucciso circa 3mila persone. Le vittime erano uomini, donne e bambini innocenti, dell'America e provenienti da numerosi altri paesi, che non hanno fatto nulla, non hanno attaccato nessuno».

- «I forti legami dell'America con Israele sono ben noti. Il legame non si spezzerà mai... Minacciare Israele di distruzione o ripetere vili stereotipi contro gli ebrei è profondamente sbagliato e serve soltanto ad evocare nelle menti degli israeliani i più dolorosi dei ricordi impedendo la pace che le popolazioni della regione meritano».

- «Che non ci siano dubbi: la situazione per il popolo palestinese è intollerabile... L'unica soluzione per le aspirazioni dei due popoli è attraverso due Stati, in cui israeliani e palestinesi vivano accanto in pace e in sicurezza. È nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo».

- «Tutte le nazioni, compreso l'Iran, dovrebbero avere il diritto di accedere all'energia nucleare pacifica se rispettano i propri impegni in seno al Trattato di non proliferazione nucleare. Questo impegno è il fulcro del Trattato: deve essere valido per tutti e rispettato appieno da tutti».

- «È più facile cominciare una guerra che finirla. È più facile incolpare gli altri che noi stessi. È più facile vedere cosa è differente piuttosto che cosa ci unisce. Ma dobbiamo scegliere la strada giusta, non quella più facile».

(Il Messaggero, 4 giugno 2009)

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Quando i nodi verranno al pettine Obama scoprirà il vero volto dell'Islam

di Carlo Panella

Un grande evento mediatico, un'eccellente prova retorica e… un pugno di mosche. Questa l'estrema sintesi dell'impatto che avrà nei mesi a venire lo "storico" discorso che Obama ha tenuto stamane al Cairo. Il miglior commento ai voli pindarici del presidente è venuto dalla Cisgiordania e ha toccato proprio il nervo scoperto, il tallone d'Achille di tutta la sua retorica: quattro palestinesi si sono massacrati fra loro in uno degli scontri tra Hamas ed Al Fatah, ennesimo incidente di queste settimane che costituisce il vero, ineliminabile, nodo gordiano della questione israelo-palestinese.
E' inutile e ipocrita che Obama parli di "due popoli e due Stati", è pericoloso e sbilanciante che Obama condanni solo gli insediamenti - effettivamente illegali - di Israele e che poi non spenda una parola, una parola sola, neanche alla lontana sulla guerra civile fratricida che da tre anni insanguina le fazioni palestinesi (e che in realtà cova da sempre sotto la cenere).
Chi governerà lo Stato palestinese a cui Obama lavora: Hamas? Abu Mazen? E chi li obbligherà a smettere di massacrarsi tra loro, visto che l'ultimo tentativo di pacificazione, durato sei mesi, è appena fallito al Cairo e già decine sono i morti (e gli impiccati dopo orrendi "processi" a Gaza) dall'una e dall'altra parte?
La realtà è che nel conflitto che contrappone Hamas ad al Fatah si trova il nodo vero della crisi dell'Islam di oggi e che è fuorviante, ipocrita e anche da ignoranti pretendere che esso veda solo contrapporsi un grande Islam moderato e i "terroristi" di Osama bin Laden.
La visione del mondo jihadista che caratterizza Hamas si basa su una concezione della famiglia e della donna che sono ispirate a violenza e ineguaglianza e sono però condivise da larga parte del mondo islamico "moderato". Con scelta opportunistica, Obama è andato a propugnare la libertà di religione proprio da al Azhar, la più importante università coranica del mondo sunnita. Senza sapere probabilmente - ennesimo segno della sua ciarliera superficialità - che proprio i teologi di al Azhar ancora recentemente hanno stabilito che il musulmano che abiuri la sua fede e che lo faccia dando "pubblico scandalo" deve essere messo a morte!
E' facile tendere ramoscelli d'ulivo "parlando d'altro", evitando i nodi reali di civiltà che separano oggi l'occidente democratico non dai regimi islamici - che sono caduchi - ma dalla cultura islamica maggioritaria, che è inquisitoriale, che relega la donna ad un ruolo di subalternità civile, che è impregnata di cultura della morte.
Infine: l'ipocrisia. Come fa, come fa Obama a esortare i musulmani a non gioire più per le donne e i bimbi e i civili ebrei uccisi da attentatori suicidi in Israele - e questo ha fatto - senza accennare al fatto che proprio dall'aula in cui ha parlato si sono sempre levate le fatwa, i verdetti che legittimavano in pieno quelle morti e davano ai "martiri" l'onore del paradiso?
Insomma, uno stupendo, barocco, ricamo politically correct basato sull'equivoco, sull'ignoranza, sulla poco elegante - ma trasparente - brama di separare il proprio destino da quello del suo predecessore. Uno sforzo peraltro vano perché di qui a poco Obama, in Afghanistan, Palestina, Sudan e soprattutto Iran, dovrà prendere atto del fallimento del suo dialogare e decidere cosa fare, non cosa dire. E sarà un dramma.

(l'Occidentale, 4 giugno 2009)

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Obama nel paese delle buone intenzioni

Il Giornale, 5 giugno 2009

Sarebbe bello vivere nel mondo disegnato ieri da Obama al Cairo, ma il senso di realtà suggerisce che non sarà possibile. Tralasciamo le ovvie parole di apprezzamento per la volontà di pace e per il coraggio politico del presidente americano: chi potrebbe negarli. Obama ha tentato al Cairo di creare con la forza della sua magia una svolta epocale, quella in cui non esiste il conflitto fra islam e Occidente. Ne è risultato il ritratto un po’ banale di un giovane presidente buono. Obama immagina il mondo a partire da Obama, dalla sua autobiografia: non a caso non ha nemmeno citato la parola terrorismo. Il presidente americano si è presentato come la prova vivente della negazione del conflitto di civiltà, un giovane uomo cresciuto senza conflitto fra islam e cristianesimo, il padre e il nonno musulmani, la madre cristiana e bianca, gli Stati Uniti il porto d’arrivo, dove anche l’islam è una componente indispensabile. Obama ha parlato un’ora intera, ma il mondo ha sentito bene solo alcune cose: la prima riguarda il tono apologetico, io ho fatto del male a te, tu ne hai fatto a me, tu hai dei pregi e dei difetti, io ne ho altrettanti, parliamone, capiamoci, in fondo abbiamo principi simili, quelli dei diritti umani. Ma non è andata così.
Prima di tutto la storia dei diritti umani è saldamente ancorata all’Europa e agli Usa, non giace anche in qualche anfratto delle satrapie mediorientali pronta a saltare fuori. In secondo luogo la storia delle due culture è sempre stata conflittuale, e mentre le nostre masse lo hanno dimenticato quelle islamiche invece ne fanno la bandiera di ogni giorno, a scuola, in piazza. Non si tratta di fenomeni marginali: lo testimoniano le enormi piazze di Hamas e degli Hezbollah, la determinazione dei talebani e di Al Qaida, la laboriosa strategia atomica e terrorista dell’Iran che dal 2005 minaccia prima di tutto gli arabi moderati (per poco Mubarak non veniva deposto da una recente sovversione). Il più grande problema musulmano è la guerra intraislamica, non quella con gli Usa. Gli Usa, come Israele, non sono in guerra con l’islam, ne sono attaccati. Dal ’79, attacco all’ambasciata americana a Teheran, poi Nairobi nel ’98, la Tanzania, giù fino all’11 settembre, l’islam radicale ha attaccato, mentre si creava intorno agli attacchi un consenso di massa.
Obama misura dentro di sé l’equilibrio delle sue componenti e le proietta in un universo pacificato. Fa così anche sul conflitto israelo-palestinese che ha citato prima della questione iraniana, lasciando Israele di stucco: ha ribadito la forza del rapporto con Israele, ma ha anche messo sullo stesso piano il comportamento di due popoli di cui in realtà uno ha offerto molte volte di sgomberare i territori occupati per fare spazio a uno Stato palestinese e l’altro ha fatto del rifiuto la sua bandiera. Ed è difficile immaginare che proprio a Hamas, che fa della distruzione di Israele la sua ragione sociale, la proposta di Obama di due Stati possa suonare realistica. Non lo è stata ieri quando Arafat ha rifiutato tutte le offerte, non lo è stata poco fa quando Abu Mazen ha detto no a Olmert. Oggi che c’è di nuovo?
Quanto all’Iran, troppe poche parole ha dedicato Obama a quello che è oggi il Paese più pericoloso del mondo, l’islam più aggressivo e feroce. Forse è proprio la sua inconciliabilità con l’islam obamocentrico che lo ha spinto a dire che il Paese degli ayatollah può farsi la sua energia atomica per usi domestici. Risibile ipotesi. Manca lo sfondo: Obama quando parla della tolleranza islamica percorre luoghi comuni. La sua citazione della Spagna era sbagliata: Cordoba, Granada furono testimoni di eccidi musulmani di ebrei, come anche il Marocco, l’Algeria, la Libia, l’Irak, la Siria, l’Iran, lo Yemen, l’Egitto.
Lo scontro con il cristianesimo, poi, è così lungo e profondo che non basterà il viso contrito e deciso di Obama a portare pace. Abbiamo già visto Shimon Peres proclamare ai tempi dell’accordo di Oslo che il Nuovo Medio Oriente era stato realizzato. Ma l’attrattiva dei vantaggi della stabilità non ferma l’aspirazione islamica a primeggiare. Obama ha sbagliato a non farne una promessa all’Egitto: forse solo l’aiuto concreto contro l’estremismo iraniano potrebbe confederare l’islam in un sogno di pace.
Fiamma Nirenstein

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«Dialogare va bene, ma facciamo luce sui diritti umani»
Intervista con Azar Nafisi

Corriere della Sera, 5 giugno 2009

NEW YORK— «Il discorso di Obama al Cairo mi ha delu­sa». Parla Azar Nafisi, la 53en­ne scrittrice iraniana dal '97 residente negli Usa (dove in­segna letteratura inglese alla Johns Hopkins di Washin­gton), autrice del bestseller Leggere Lolita a Teheran, tra­dotto in ben 32 lingue che l'ha consacrata come una delle più capaci e promettenti scrittrici iraniane della sua generazione.
Che cosa non le è piaciu­to del discorso?
«La sua vaghezza. Obama dice di voler riavviare il dialo­go col mondo islamico, eppu­re non ha indicato alcuna strategia su come farlo. Nell’era Obama la politica estera Usa continua a essere tattica, e, come in passato, più focalizzata a capovolgere le scel­te dei predecessori che non ad affrontare i problemi del momento. Dialogare è sem­pre una buona idea, non mi fraintenda. Ma le parole resteranno solo parole, se non seguite da piani concreti su come implementarle».
La maggior parte dei me­dia americani l'hanno defi­nito un discorso «storico».
«Penso che tra 20 anni sa­rà ricordato più per le sue omissioni, che per i suoi traguardi. Un vero dialogo implica il diritto di criticare, anche se civilmente, l'interlo­cutore. Obama non l’ha fatto».
Cosa avrebbe dovuto criti­care?
«Avrebbe dovuto usare il linguaggio sfumato della di­plomazia per lanciare agli op­pressi l'inequivocabile mes­saggio che egli capisce e so­stiene le loro lotte. Doveva puntare i riflettori sulle gravi e continue violazioni dei di­ritti umani in Paesi quali Iran, Arabia Saudita ed Egit­to».
Però ha difeso il diritto all'eguaglianza delle donne.
«Le donne che nel mondo islamico si battono contro la sharia si sono sentite abban­
donate. Obama ha parlato del loro diritto ad indossa­re il velo, rispettando la tra­dizione. Ma tranne forse la Turchia, in quei Paesi nessu­no vuole togliere alle donne il diritto di indossare il velo, il problema è tutt'altro». Quale?
«Che una donna veramen­te libera deve avere il diritto di scegliere. Girando in mini­gonna se vuole. Questo Oba­ma non l'ha detto. E visto che il fulcro del suo discorso è stato il rispetto, come don­na mi sarei sentita rispettata se avesse preso atto che an­che io ho gli stessi identici diritti degli altri. Sarebbe sta­to bello, inoltre, se avesse ri­cordato nel suo discorso che le donne egiziane del secolo scorso erano tra le più eman­cipate e innovatici del pia­neta».
Perché non l'ha fatto?
«Come il suo segretario di Stato Hillary Clinton ha già dimostrato in Cina, questa amministrazione è pronta a sacrificare i diritti umani sull'altare della Realpolitik. Se non fosse stato per i me­dia, gli avvocati dei diritti umani e gli attivisti che ri­schiano la vita nelle dittatu­re, Roxana Saberi e Haleh Esfandiari sarebbero ancora in carcere».
È d'accordo con la propo­sta di dialogo Usa-Iran rilanciata da Obama anche ie­ri?
«Se chiedi scusa all'Iran per aver contribuito alla ca­duta del governo democrati­co di Mossadeq negli Anni 50, non puoi allo stesso tem­po sostenere il regime teo­cratico che oggi in Iran sta distruggendo il suo stesso po­polo. Se l'America si autocri­tica per Abu Ghraib, deve an­che poter criticare i Paesi che continuano ad infliggere le stesse torture ai propri cit­tadini».
Molti nei mondo arabo hanno apprezzato il nuovo tono, rispettoso dell'Islam, e le tante citazioni dal Cora­no.
«Obama si è dimenticato però di citare i diritti delle minoranze che esistono tra mille difficoltà all'interno dell'Islam. Non una parola su cristiani, ebrei, atei, bahai e agnostici che da secoli fan­no parte della storia di quei Paesi. In Iraq, ad esempio, il gruppo più antico è rappresentato dai cristiani
Deve ammettere, però, che il dialogo ora può ripar­tire...
«Certo, estremismo gene­ra estremismo e da oggi cer­ti leader non si potranno più nascondere dietro i toni bel­licosi di un Bush per giustifi­care il proprio odio. Resta il fatto che Obama si è rivolto soltanto a loro, snobbando la piazza islamica. Se io fossi un cittadino della Malaysia o della Turchia mi sentirei completamente escluso».
Come sarà recepito il di­scorso dall'opinione pubbli­ca di quei Paesi?
«Come tanti media e politi­ci occidentali, Obama si è ri­volto al "mondo arabo" come se fosse un'unica entità omo­genea. È un grossolano erro­re che ferirà molte sensibilità perché le realtà storiche, culturali e politiche di Paesi qua­li Egitto, Iran e Arabia Saudi­ta non potrebbero essere più diverse fra loro. Non dimenti­chiamoci poi che la maggio­ranza dei musulmani oggi non vive in Medio Oriente ma in Indonesia».
Alessandra Farkas


Tre commenti allo “storico discorso” di Obama. Tre risposte articolate e argomentate, alle quali non ho molto da aggiungere, tranne qualche dettaglio. Non so, tanto per cominciare, se si possa condividere l’ottimistica convinzione di Carlo Panella che Obama ignori “il vero volto dell’islam”, nel qual caso si potrebbe ancora nutrire qualche speranza di resipiscenza e conseguente cambio di rotta: io sono invece convinta che lo conosca benissimo e gli vada bene così o, nel migliore dei casi, che le sue priorità siano altre. E altre resteranno. Quello che invece Obama sembra davvero ignorare è che la tanto decantata e invocata soluzione “due popoli due stati” è esattamente quella che era stata proposta dall’Onu 62 anni fa, e che gli ebrei, futuri cittadini di uno dei due stati, quella soluzione l’avevano accettata senza riserve, nonostante lo stato loro assegnato non rappresentasse che un misero 10% della fatidica “Terra promessa”. Il motivo per cui tale progetto non si è realizzato è che gli arabi lo hanno rifiutato, perché ciò che loro vogliono è nessuno stato per un solo popolo, e l’altro popolo a mare - e da sessantadue anni lo stanno ininterrottamente dimostrando con le parole e con i fatti. E da questo rifiuto, solo da questo, è nato il conflitto arabo-israeliano che nel giugno del 1967 è stato trasformato a tavolino in conflitto israelo-palestinese.
Niente da aggiungere o rettificare invece alle splendide e lucidissime parole di Azar Nafisi.



    


barbara


4 dicembre 2008

EBREI SEMPRE NEL MIRINO

Fiamma Nirenstein

Il Giornale, 30 novembre
2008

Fra i 26 stranieri innocenti trucidati a Mumbai, otto, anche se i numeri sono ancora tutti da verificare, sono ebrei. Se fossero israeliani o meno non importava niente ai terroristi che avevano messo la casa dei Chabad «Nariman House» fra gli obiettivi. I macellai avevano due scopi generici: uccidere gli occidentali, specialmente americani e inglesi, i nemici imperialisti dell’islam; uccidere i cittadini dell’India, Paese traditore asservito all’imperialismo. E poi, un obiettivo specifico, uno solo: uccidere gli ebrei. Fra dieci obiettivi di massa come la stazione, due ospedali, svariati centri cittadini, i grandi hotel Oberoi e Taj ce n’era uno, invece, apparentemente insignificante, la casa ebraica dei Chabad, un centro guidato da un rabbino ventisettenne con una moglie di 26 anni e un bambino di 2.
Una casa dei Chabad è un punto di raccolta per pecorelle smarrite, diremmo noi, un luogo in cui persone molto religiose, in questo caso appunto i Chabad, cercano di raccogliere ragazzi in viaggio, che spesso sono israeliani, che si perdono dentro il fascino troppo profumato dell’India; là si dorme, si mangia kosher, si canta insieme, si viene richiesti di stare tranquilli (niente musica rock, niente sesso) e di unirsi a qualche preghiera. A Pasqua e a Kippur, per le grandi feste, questo è un rifugio per ebrei di ogni età e provenienza.
La scena della baby sitter che fugge con un bambino in braccio mentre i genitori ebrei vengono trucidati, è talmente iconografica, talmente classica che ognuno di noi ha in mente troppi film e libri in cui si compie un simile pogrom, in molte epoche diverse. Oggi, dopo il 1945, nonostante tanto scrivere e chiacchierare su questo, gli ebrei si sono abituati tuttavia di nuovo ad essere cacciati in tutto il mondo, ad essere presi di sorpresa: quando pregano (a Roma nel 1982, chi può dimenticare il bambino Stefano Tachè ucciso dai terroristi palestinesi); a Monaco, quando nel 1972 gli atleti israeliani furono sequestrati e poi trucidati uno a uno durante le Olimpiadi; a Entebbe, nel 1976, quando la selezione degli ebrei avvenne in base ai nomi sui passaporti; in decine di altri sequestri aerei; sulla nave Achille Lauro, 1985, quando un ebreo sulla sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, fu gettato in mare dai terroristi palestinesi, selezionato fra tutti gli altri passeggeri; a Mombasa, nel 2002, in un albergo meta di turismo israeliano, quando tutti gli ospiti furono uccisi da una bomba nella hall; nelle città israeliane a tiro di katiusha e qassam di Hezbollah o di Hamas, dove sei un obiettivo anche se bambino, soltanto perché sei ebreo e ti insegue la citazione coranica: «Se l’ebreo si nasconderà dietro un cespuglio o una pietra - dice più o meno, senza che troviamo la voglia di andarlo a ricercare sulla carta fondativa di Hamas -, essi lo indicheranno al buon musulmano e gli diranno: “Uccidilo”».
La minaccia insegue gli ebrei quasi ovunque viaggino, gli toglie la libertà di movimento, crea in Israele lunghe liste di Paesi non visitabili e carica il paese di una responsabilità inaffrontabile che riguarda ogni sinagoga e ogni scuola ebraica, rende impossibile far fronte a quella che è la più repellente minaccia globale poiché è la più efficacemente sperimentata dalla storia. Intendiamo dire con questo che finora vi è una responsabilità generica nella lotta al terrorismo, che invece va preso finalmente sul serio. E poi c’è la responsabilità specifica, quella del mondo attaccato dal terrorismo, di combattere coralmente in difesa del popolo ebraico condannato a morte dalla Jihad a ogni latitudine.
Come nella Seconda guerra mondiale gli alleati salvando parte degli ebrei alla fine salvarono la democrazia, così oggi porsi il problema di come affrontare questo terribile e delicato capitolo può salvare la vita dell’intero Occidente.

                 

Niente da aggiungere alla lucida e allo stesso tempo accorata analisi di Fiamma Nirenstein, solo l’invito ad andare a leggere anche questo.



barbara


18 marzo 2008

VAURO CONTRO NIRENSTEIN: LA DISUMANIZZAZIONE DELL’AVVERSARIO

Comunicato Honest Reporting Italia 17 marzo 2008

Honest Reporting Italia non fa campagna elettorale. Honest Reporting Italia non sostiene candidati, né parti politiche. Honest Reporting Italia non si permette di criticare la satira, chiunque ne sia il bersaglio. Ma quando la satira diventa demonizzazione, quando la satira disumanizza, quando la satira usa i più beceri stereotipi in circolazione, allora, riteniamo, non ha più il diritto di chiamarsi satira. È quanto è accaduto su "il manifesto" di giovedì 13 marzo con questa vignetta di Vauro, intitolata "Mostri elettorali" e con la didascalia "Fiamma Frankenstein", rappresentante Fiamma Nirenstein in versione, appunto, Frankenstein, con sul corpo una stella di David e un fascio littorio: ciò che fa Vauro, dunque, non è una critica - sempre legittima - alle scelte politiche di una persona, bensì la trasformazione di questa persona in una entità non-umana. A questa si aggiunge l'accostamento di un simbolo ebraico e israeliano a un simbolo fascista, che ricalca l'accostamento svastica/stella di David, tanto caro ai demonizzatori di Israele. Honest Reporting Italia ritiene che questo non sia un modo legittimo di attaccare un avversario politico. Honest Reporting Italia ritiene che la disumanizzazione dell'avversario non sia un modo legittimo di fare satira politica. Honest Reporting Italia ritiene che Vauro, e il manifesto, siano andati al di là di ciò che è consentito fare in campagna elettorale: se si ritengono inaccettabili le scelte politiche di un candidato, si provveda a criticare le sue scelte politiche, e non a fabbricare mostri. Invitiamo i nostri lettori a leggere questa presa di posizione di Fiamma Nirenstein e quindi a scrivere non solo al manifesto (redazione@ilmanifesto.it) ma anche a tutti i propri giornali di riferimento per segnalare questo ignobile attacco nei confronti di una giornalista che, non dimentichiamolo, deve già fare i conti con le minacce del terrorismo islamico.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

* Vi consigliamo di scrivere sempre con le proprie parole; inoltre potete finire la vostra lettera con: "Gradirei una risposta che mi aiuti a capire come un giornale notoriamente equilibrato e pertinente come il Vostro possa cadere in questi grossolani errori".

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barbara


15 marzo 2008

IL MIO VIAGGIO COL MACELLAIO DELLA JIHAD

di Fiamma Nirenstein

Ucciso dagli israeliani Mohammed Shahade, 43 anni: era la mente dell'attacco alla scuola rabbinica di Gerusalemme costato la vita a otto giovani studenti israeliani. Era uno dei capi della Jihad islamica, ricercato da otto anni per numerosi attentati

Da Mohammed Shahade mi portarono su una macchina scassata facendomi fare mille giri dentro e fuori Betlemme. Mi aspettava, un tipo atletico di 42 anni, un gigante con la barba nera seduto su un divanetto in una casa a due piani, con le galline nel cortile e voci di ragazzini al piano superiore. Aveva l'aria sbattuta, le occhiaie nere, l'M16 a fianco; mi parlò con tono gentile, si scusò nel dirmi: «Ci dovremo spostare fra quaranta minuti, sono quindici anni che mi cercano, ormai mi sanno individuare alla svelta, qualcuno che mi ha visto qui potrebbe telefonare agli israeliani». I suoi uomini sogghignano, si agitano un po', mi controllano i documenti, cominciano ad abbozzare qualche domanda su quel cognome così strano per essere italiano. Shahade era uno dei grandi capi della Jihad islamica: lo cercai fino a trovarlo il 25 gennaio del 2006 perché, da latitante super ricercato, aveva fatto una strana scelta: candidarsi alle elezioni dell'Autonomia palestinese. Aveva fatto attaccare i manifesti nelle vie di Betlemme in cui il suo faccione feroce prometteva unità: già, lui non era né di Fatah né di Hamas, ed era un buon voto in favore del terrorismo religioso comunque. Sapevo che era stato implicato in due attentati grossi nel dicembre 2001 e nel marzo del 2002, più in molti altri attacchi, era un maestro in bombe, brandelli di corpi che volano, cinture. Un perfetto mandante, e anche uno che non faceva lo schizzinoso nell'agire personalmente. Sapevo anche che si era fatto sciita, una cosa straordinaria, quasi un tradimento per un sunnita: le due parti infatti si odiano. Lui lo ammise malvolentieri. Conosceva bene l'importanza politica della cosa: era il primo di quei palestinesi «iraniani» che hanno segnato il nuovo corso del terrorismo. La notizia di questa conversione, dopo la mia intervista, finì sul tavolo di Cheney per mano di un suo consigliere, l'orientalista David Wurmser. E fu studiata a fondo, secondo Wurmser.
Shahade mi spiegò con voce bassa, esausta, mentre io sedevo rigida su una poltrona alla sua destra e il mio stringer Nadem sudava, ambedue nel mirino di tre uomini che non si misero mai a sedere durante la nostra conversazione, che aveva 7 figli ed era stufo di scappare sempre; quindi, se Abu Mazen fosse riuscito a trattare con Israele la riabilitazione dei ricercati, lui era pronto a cedere le armi. Armi affilate, che nell'80 gli erano costate 25 anni di prigione, interrotta da uno scambio di prigionieri nell'85. Non mangiò nulla mentre i suoi uomini addentavano un panino con la shawarma; assaggiò alla fine un po' di yogurt, svogliatamente, mi disse che anche se ricercato aveva sempre comunicato con mezzi elettronici e così avrebbe seguitato a fare in Parlamento. Parlava molto rapidamente. Si agitò molto quando gli chiesi se era vero che si era convertito alla Shia. Era vero, disse, ma che c'entra?
Passarono quaranta minuti. Grande e grosso, imbacuccato in una giacca di pelle nera, sollevò appena le palpebre quando i suoi gli mostrarono l'orologio: «Via, fuori di qui». Andiamo, mi caricano su un vecchio pulmino scassato, tutti tengono il mitra puntato fuori, comincia un interrogatorio serrato sul mio cognome, dico che ci sono tanti immigrati con cognomi stranieri in Italia. Uno di loro insiste: chiede se ci sono ebrei in Italia. Fu per fortuna che mentre mugugnavo «Pochi», una macchina rossa ci venne incontro troppo velocemente. L'attenzione cambio focus. Bloccarono di schianto, spalancarono le porte, saltarono giù pronti a sparare temendo che si trattasse di una pattuglia israeliana: penso sia stata la stessa scena esatta di ieri. Ma quella volta, la macchina rossa era, o finse di essere perché vide me e il mio stringer sull'ultimo sedile, una macchina normale. Ieri, è andata diversamente. Il terrorista della Jihad Islamica Mohammed Shahade, che aveva coltivato per qualche giorno nel 2006 l'idea di smettere di spostarsi ogni 40 minuti, è stato eliminato. (Il Giornale, 13 marzo 2008)

Si noti che non cercano di capire se per caso possa essere israeliana: vogliono sapere se è EBREA – ma tanto lo sappiamo che chi non ha voglia di capire continuerà a non lasciarsi distrarre dai fatti.


barbara


29 febbraio 2008

ANCHE ASHKELON SI TINGE DI ROSSO

È semplicemente pazzesco che Ashkelon, una florida e tranquilla città industriale di mare che non ha mai fatto male ad anima viva e che sta nei confini riconosciuti di Israele, una città di centoventimila abitanti con scuole, uffici, fabbriche, sia costretta da stamani a chiedere ai suoi cittadini di costruirsi in fretta e furia rifugi domestici “nella stanza più sicura della casa”, che il sindaco debba ordinare, dopo la pioggia di missili di ieri, il rafforzamento delle finestre delle scuole e degli ospedali, che la gente debba vivere del terrore del prossimo missile grad proveniente da Gaza, probabilmente fornito a Hamas dall’Iran tramite gli Hezbollah. Da oggi, anche ad Ashkelon verrà attivata la sirena dell'allarme antimissile "Zeva Adom" (colore rosso), che dà ai civili circa 15 secondi di tempo per trovarsi il migliore riparo dal prossimo qassam in arrivo.
Gaza non è occupata, è stata lasciata ormai da due anni e mezzo e per di più arricchita di strutture industriali e agrarie, finanziata nel suo sviluppo dai contributi internazionali. La feroce e continuata azione dei terroristi di Hamas nel conculcare i diritti umani della propria stessa popolazione imponendo una dittatura religiosa espansionista e aggressiva, che ha precedenti solo in Iran, nella continua aggressione della popolazione civile israeliana e nell’uso della popria popolazione civile per coprire la strategia di una guerra balistica contro i cittadini israeliani, è inaccettabile da parte di qualsiasi persona civile. (Fiamma Nirenstein, qui, venerdì 29 febbraio 2008).

Non preoccuparti, cara Fiamma: vedrai che qualche argomento per giustificarlo riusciranno a trovarlo in ogni caso.



barbara


18 gennaio 2008

ISRAELE SIAMO NOI

Fiamma Nirenstein, la conosciamo, è passionale e irruenta. E passionale e irruento è questo libro, autentico fiume in piena di passione e di rabbia e di dolore e di amore e di indignazione e di speranza e di delusione e di gioia e di disperazione e poi però ancora di speranza, nonostante tutto. Oltre che di storia e di storie e di cronaca e di notizie recenti e passate, più note e meno note. Leggetelo: vi farà bene.

Fiamma Nirenstein, Israele siamo noi, Rizzoli



barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









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