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Diario


15 gennaio 2012

IRAN: NON SOLO BOMBE

Allarme sulla prevista esecuzione dei familiari imprigionati dei residenti di Ashraf e un appello per salvare le loro vite

Domenica 15 Gennaio 2012 17:39

CNRI - La Resistenza Iraniana mette in guardia sul rischio di esecuzione di un numero di prigionieri politici solo a causa della loro visita ad Ashraf prima del 2009, essendo familiari dei residenti di Ashraf, a sostegno dell’OMPI, o perché hanno dato soldi all’OMPI condannati di "Moharebeh" (lotta con Dio) secondo la fittizia accusa dei mullah. La Resistenza Iraniana chiede a tutte le istituzioni e alle organizzazioni per i diritti umani un'azione urgente per salvare le loro vite.
Il brutale giudice Salavati ha emesso una seconda sentenza di morte per il prigioniero politico Javad Lari, 56. Il signor Lari, un famoso mercante Bazar di Teheran, è stato arrestato il 15 settembre 2009 per la sua visita ad Ashraf. Il signor Lari che ha anche trascorso quattro anni in prigione nel 1980 per il suo sostegno all’OMPI, soffre di diverse malattie e ha avuto diversi attacchi di cuore in carcere.
Il ministero dell’Intelligence Iraniano sta pianificando di condannare a morte il prigioniero politico Ali Moezzi, 63 anni, in un tribunale illegale. E’ uno dei prigionieri politici del 1980 che è stato arrestato l'11 novembre 2008 a Teheran per aver visitato i suoi due figli ad Ashraf. Il 15 giugno 2011, è stato arrestato per la terza volta in condizioni di salute estremamente precarie pochi giorni dopo un intervento chirurgico per cancro.
In seguito è stato trasferito in isolamento nella sezione 209 della prigione di Evin. E’ stato arrestato a causa della sua partecipazione alla cerimonia di sepoltura di Mohsen Dogmechi che era un prigioniero politico sostenitore dell’OMPI che è stato straziato a morte privandolo delle cure mediche.
La vita di tre altri membri delle famiglie dei residenti di Ashraf e sostenitori dell’OMPI, Mohsen e Ahmad Daneshvar e Abdolreza Ghanbari che sono stati arrestati durante le rivolte del 1988 e sono stati condannati a morte, è in pericolo.
Daneshpour Mohsen, 67 anni, è stato arrestato insieme al figlio, alla moglie e a due suoi parenti il
??27 dicembre 2009. In seguito, lui e suo figlio, Ahmad Daneshpour, sono stati condannati a morte in un tribunale illegale dei mullah. La ragione di tali brutali sentenze era che suo figlio e suo fratello sono a Campo Ashraf. I suoi due fratelli, Morteza e Mostafa, sono stati giustiziati da parte del regime dei mullah nel 1981.
Gholamreza Khosravi Savadjani, un altro prigioniero politico, è nel braccio della morte con l'accusa di aver fornito assistenza finanziaria all’OMPI. E' stato in isolamento per più di 40 mesi.
Il vacillante regime iraniano ricorre a tali crimini al fine di intensificare l'atmosfera d’intimidazione nella società, per affrontare l'espansione delle proteste alla vigilia delle elezioni falsificate dei mullah, e al tempo stesso imporre pressioni sui residenti di Ashraf.
Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana
14 gennaio 2012

Dal sito delle donne iraniane democratiche in Italia.

(qui dovrebbero esserci le foto di Lari e di Ali Moezzi, ma il cannocchiale sta continuando a sabotare l'inserimento di immagini)

barbara


4 dicembre 2010

TORCERE IL MALE VERSO IL BENE

Mi sembra la cosa più giusta da mettere, dopo il ricordo di Jacques Stroumsa.

EVIN, CARCERE IRANIANO, non è famoso come Guantanamo. È molto peggio, però. Chi ci è passato racconta il puro orro­re. Come Marina Nemat: due anni, lì, dai 16 ai 18. Torture, stupri, e la minaccia costante della morte. Marina non è finita a Evin perché era una militante politica. Era solo una ragazzina cui piaceva studiare. Ma dopo la rivoluzio­ne khomeinista anche questo, che tu vo­lessi imparare il teorema di Euclide invece che sorbirti il catechismo delle Guardie della Rivoluzione, diventò un crimine. Due anni in cella, i piedi maciullati dalle vergate e tutto il resto. La sua storia, e quella di molti altri ragazzi come lei, Marina Nemat l'ha raccontata in Prigioniera di Teheran, bestseller tradotto in 25 lingue. Nel suo nuovo libro Dopo Tehe­ran (Cairo editore) Nemat, che oggi vive in Canada, parla della necessità di raccontare per guarire. Ci sono voluti anni per ricor­dare l'Inferno, passando attraverso il lim­bo della rimozione. «La sera in cui mi rilasciarono» racconta «i miei organizzarono una cena. C'erano due loro amici e Andre, il mio futuro ma­rito. Si è parlato solo del tempo e di altre stupidaggini. Nessuno mi ha chiesto nul­la. Nessuno ha voluto sapere che cosa mi fosse capitato. Più facile tacere e guardare altrove».
Perché? Per paura? Per vergogna? Per un malinteso senso dell'onore?
Molti anni dopo l'ho chiesto a mio padre. Io non ero pronta a dire, ma sarebbe sta­to importante sapere che qualcuno era pronto ad ascoltare. Lui mi ha risposto: sapevamo che avevi avuto esperienze ter­ribili, ma abbiamo taciuto perché parlar­ne ci avrebbe fatto solo male e non sareb­be servito.
Dopo Evin, la prigione del silenzio.
Quella non era più la mia casa. Era un posto sconosciuto dove le persone non si parlavano e fuggivano l'una dall'altra. Suc­cede sempre così: per le vittime dell'Olo­causto, del genocidio in Rwanda, per le donne stuprate del Congo. Nessuno vuole sapere. Si ha paura di doversi assumere delle responsabilità. Di doversi chiedere: dov'ero io quando stava capitando? Perché non ho fatto niente per prevenirlo?
Si poteva prevenire la rivoluzione di Khomeini?
Anche una rivoluzione ha bisogno di tem­po. Non capita tutto subito. Prima la chiu­sura di giornali e riviste. Poi Jane Austen fuori legge. La poesia. Gli abiti dai colori sgargianti. Il ballo. Il canto. Ogni forma d'arte, sublime ed estrema forma di liber­tà. Tutto quello che fa l'umanità, in poche parole, viene bandito. Se di volta in volta avessimo parlato, se ci fossimo opposti, non saremmo arrivati a quel punto. Quan­do ci siamo resi conto della gravità della situazione, ormai era troppo tardi. E ribel­larsi sarebbe stato uguale a morire.
Non soltanto la sua famiglia ha rimosso il
passato...
Tutto l'Iran si è comportato allo stesso modo. I giovani arrestati, torturati e uccisi sono stati migliaia. Evin sembrava un orri­do liceo, ed è ancora così. Ma il Paese ha voltato la faccia. E continua a non voler sa­pere. La memoria esiste, ma nessuno vuo­le accedervi. Oggi se vai in Iran ti sembra che le cose siano cambiate. Ci sono aiuole per le strade, la metropolitana funziona, il Paese è ricco ed efficiente. Anche la tor­tura è più efficiente. Ma è solo cosmesi. L'Iran è tale e quale. Che il presidente sia Ahmadinejad o Mousavi cambia poco. Il leader supremo resta l'ayatollah Khamenei. Questo è il problema.
Il ricordo è stato una dolorosissima con­
quista anche per lei.
Quando il nodo ha cominciato a sciogliersi ho sofferto di sintomi psicotici. Lancinan­ti flashback che mi facevano gridare. La terapia è stata la narrazione. E il perdono.
Chi ha dovuto perdonare?
La mia famiglia. E Ali, il mio primo mari­to: una guardia della Rivoluzione che ho sposato in carcere in cambio della vita... "Lo amavi o lo odiavi?" mi hanno chiesto in molti. Né una cosa né l'altra: lo capivo. Era un torturatore, il suo mestiere era uc­cidere. E mi ha stuprata legalmente a 17 anni. Ma a sua volta era stato torturato sotto il regime dello scià. Un ciclo infinito di odio in cui la vittima diventa carnefice. Perdonare Ali ha voluto dire interrompe­re la catena. Darmi il potere di tenermi fuori da questo destino di dolore. Quando vivi un terribile trauma, com'è capitato a me, non puoi cambiare quello che è stato. L'unica cosa che puoi fare è cercare di tra­sformare tutto questo male in qualcosa di buono. Torcere il male verso il bene.
(Marina Terragni, Io donna, 4.12.10)

Carcere, tortura, violenze di ogni sorta, infine condannata a morte, per un paio di articoletti scritti nel giornalino del liceo, salvata in extremis dal carceriere-innamorato-marito-stupratore, e ancora con la voglia e la forza di sorridere, di “trasformare tutto questo male in qualcosa di buono”. E davvero non si sa se stupirsi di più per l’abiezione di una parte della specie umana, o per l’incredibile coraggio, per la straordinaria forza, per l’incommensurabile grandezza di almeno una parte delle vittime. Come Jacques Stroumsa. O come Marina Nemat. Alla quale auguriamo di vivere a lungo almeno quanto Jacques, per potere, egoisticamente, godere di tutto il bene che una donna come lei sarà capace di tirare fuori da tutto il male subito.



barbara


7 giugno 2008

È TORNATO AHMAD BATEBI

A molti di noi probabilmente questo nome non dirà molto ma tutti, sicuramente, ricordiamo molto bene questa foto.



È stato in prigione, per questa foto, e noi non ne abbiamo saputo niente, come di tante cose che accadono in Iran non veniamo a sapere. Ora Ahmed è uscito, e ha raccontato la sua storia a Magazine del Corriere della Sera, che ora vi propongo.

NEL '99 FU ARRESTATO PER UNA FOTO CHE DIVENNE IL SIMBOLO DELLA RIVOLTA STUDENTESCA AGLI AYATOLLAH. DOPO 8 ANNI DI TORTURE, USCITO DI PRIGIONE È DIVENTATO FOTOGRAFO «PER RACCONTARE LA MIA TEHERAN». ORA È SCAPPATO IN SEGRETO IN OCCIDENTE. E AL MAGAZINE DICE: «CHIEDO ASILO»

Aveva 21 anni quando è stato arrestato, torturato, processato senza avvocato e condannato. Ha passato otto anni in prigione per una fotografia, un singolo scatto capace di marcare un evento, ma pur sempre una foto. Lo si vede che mostra a braccia tese la maglietta macchiata dal sangue di uno studente ribelle come lui, una specie di sindone pagana. L’Economist gli dedicò la prima pagina, ma il protagonista fu condannato a morte due volte sempre con lo stesso rituale alla Dostoevsky: prima gli mettevano la corda al collo e impiccavano davanti ai suoi occhi altri prigionieri, poi lo bendavano e stringevano il nodo del cappio. All'ultimo momento, però, quella foto lo salvava. Ahmad Batebi è l'icona della rivolta studentesca del '99 a Teheran. Troppo famoso per sparire nel silenzio del carcere di Evin. L'unico dissidente iraniano assieme al giornalista Akbar Ganji a essere stato citato dai Grande Satana in persona George W. Bush, Batebi ha il physique du rôle della star mediatica: alto, massiccio, con un pizzetto che sa più di moda che di precetto islamico. Quel giorno aveva i lunghi capelli neri fermati sulla fronte da indiano metropolitano. Sembrava un figlio dei fiori, non un germoglio della Rivoluzione khomeinista. In Occidente scattò il riflesso di identificazione.

GIOVENTÙ RUBATA
«Scrivi quel che ti dico, non aver paura di quel che può succedere a me: la cosa meno grave che può farmi questo governo islamico è uccidermi. Hanno rubato la mia giovinezza, ma all'Iran hanno fatto di peggio. Scrivi, per favore, che questa mullahcrazia ha tolto agli iraniani il rispetto e la considerazione del mondo. Sembriamo una nazione di retrogradi, violenti, fondamentalisti». Uscito di prigione da appena otto mesi, l'ex studente è seduto al Caffè del Parco degli Artisti di Teheran. Subito dopo questa intervista non si è presentato alla firma in Questura. È scomparso, probabilmente all'estero. Vuol chiedere asilo politico. Da un giorno all'altro comparirà in qualche capitale occidentale e ricomincerà a denunciare il regime che l'ha incarcerato. Intanto nella sua ultima intervista in Iran, si racconta così al Corriere Magazine.
«Vedi quei due ragazzi? Lei è col chador, lui senza. Eppure sono persone normali. È il regime, manipolando la religione, che li costringe a travestirsi. Voi, dall'estero, non percepite l'Iran che c'è sotto il velo della dittatura: lo scambio di affetti, il rispetto, l'intelligenza delle persone che sfugge al controllo del regime. Le moschee, i chador, le barbe e i turbanti, ciò che vedete voi stranieri, non è quello che vivono gli iraniani. Come ho resistito alle torture? Sapevo che chi mi colpiva non rappresentava il mio popolo. Mi aggrappavo all'idea che un giorno accadesse quel che sta succedendo in questo momento. Che un giornalista chiedesse delle torture e io gli raccontassi dell'amore del popolo. Noi iraniani non siamo nemici, non odiamo Israele, l'America, il resto del mondo non sciita. È solo un regime, come tanti nella storia, che difende se stesso». Batebi è un rivoluzionario istintivo, nazionalista, ribelle oltre il limite della ragionevolezza, perseverante in tutto, fino nel look. Otto anni di carcere duro non sono bastati a convincerlo neppure a tagliarsi i capelli. A osservarlo pare che della cella gli siano rimaste addosso solo le spesse cicatrici delle torture, «a causa del sale messo sulle ferite per tenermi sveglio con il dolore». Invece ha avuto un ictus cerebrale, due ulcere, tre ernie del disco, sviluppato un'insufficienza renale, un tic alla spalla sinistra, insonnia e incubi da curare con dosi massicce di tranquillanti. «Era l'epoca del presidente Khatami. C'era più libertà, più speranza rispetto a oggi con Ahmadinejad. Noi studenti ci stavamo organizzando e le manifestazioni riuscivano sempre meglio. Ma a un certo punto la Sicurezza Nazionale ha scavalcato Khatami e ha cominciato ad arrestarci uno per uno, smantellando il Movimento. Fecero dai 4 ai 7mila arresti in un solo anno».
Si ferma, guarda tra i viottoli del parco, oltre la balaustra del Caffè degli Artisti. «Per me, la scusa fu una foto che in nessun altro Paese al mondo sarebbe stata un reato. Stavamo discutendo dentro l'università su come evitare la trappola di chi voleva far credere che gli studenti fossero solo dei fracassoni. A un tratto la polizia spara al cancello. Io ero nel servizio di pronto soccorso del Movimento e corro fuori. Mi metto dietro il muro di cinta aspettando di raccogliere i feriti. Un colpo di rimbalzo colpisce il ragazzo che è con me. Siccome il proiettile era già schiacciato e rallentato, non entra in profondità. Ricordo di averglielo tolto dal braccio con le unghie. Per pulire il sangue uso la maglietta che avevo sotto la camicia. Poi vedo altri studenti andare verso il cancello. Grido di fermarsi perché la polizia sta sparando. Quelli non mi sentono e per farmi capire alzo la maglietta insanguinata».

L'AUTOGOL DI "300"
II messaggio di pericolo arriva in tutto il mondo. Non ci fosse stato il fotografo Jamshid Bayrami, non sarebbe successo. «Nei miei otto anni di carcere Jamshid ha smesso di fotografare per il senso di colpa. Da quando sono uscito, però, siamo diventati amici. Lui non ha responsabilità. Jamshid cercava di mostrare quanto noi studenti fossimo sotto pressione. Lavoravamo nella stessa direzione. Anch'io, uscito di prigione, ho cominciato a fotografare. Voglio mostrare i millenni di civiltà, la cultura che sopravvive in questo Paese a dispetto del fondamentalismo sciita che vorrebbe cancellare tutto. Voi in Occidente non potete sapere. Persino il film americano 300 ha fatto il loro gioco: mostra i Persiani come barbari violenti, mentre la verità è che Ciro il Grande ha scritto la prima Dichiarazione dei diritti dell'Uomo 539 anni prima di Cristo. Noi iraniani siamo ostaggi di questo regime religioso. Dentro o fuori della mia patria continuerò a combatterlo».
Andrea Nicastro

Stupisce e commuove la forza di questo ragazzo di neanche trent’anni che carcere, tortura e condanna a morte non sono riusciti a piegare (e lo conosco, il macabro gioco dei macellai iraniani di fingere di giustiziare coloro che non possono giustiziare, lo conosco bene). Stupisce e commuove la bellezza, esteriore e interiore, di questa splendida persona, la sua pulizia morale, il suo rigore etico, il suo straordinario coraggio.
Voglio, con l’occasione, ricordare l’amica “lilit”, tornata in Iran dopo anni di esilio per “tentare di fare qualcosa di più utile” e della quale da troppo tempo mancano notizie. E voglio ricordare il martirio di Zahra Kazemi, anch’esso nella prigione di Evin, di cui fra pochi giorni ricorre il quinto anniversario.


barbara

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