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Diario


28 marzo 2010

MA COSA DOVREBBE FARE ISRAELE PER DIFENDERSI?

Da un articolo di Evelyn Gordon su Jerusalem Post, 20 febbraio 2001

Esiste una qualunque misura che Israele potrebbe adottare per difendere la propria popolazione dagli attacchi palestinesi e che sia considerata legittima da governi e osservatori occidentali? Nel corso degli ultimi mesi, di fonte alla vera e propria guerra di attrito che i palestinesi hanno scatenato in risposta a offerte negoziali senza precedenti, Israele ha tentato tutta una serie di tattiche diverse che sono state invariabilmente condannate, anche in Europa e negli Stati Uniti. All'inizio il governo israeliano adottò la tattica più semplice di tutte: disse semplicemente ai suoi soldati di rispondere al fuoco quando erano presi di mira. Ma, dal momento che i miliziani palestinesi adottarono sistematicamente la pratica di sparare dal bel mezzo di folle di civili più o meno aggressive, questa tattica si tradusse in un alto numero di vittime tra la popolazione, e non solo tra i miliziani armati. Ne seguì una condanna universale della "ferocia" d'Israele, con una sorta di invito implicito ai soldati israeliani a lasciarsi bersagliare senza reagire.
Israele decise poi di colpire le proprietà anziché le persone. In risposta ai più gravi attacchi palestinesi, venne dato l'ordine di distruggere edifici appartenenti alle organizzazioni responsabili, dopo averne avvertito gli occupanti e aver dato loro il tempo per mettersi al sicuro. Per garantire la minore quantità possibile di danni collaterali si fece ricorso a sistemi d'arma sofisticati, come gli elicotteri da combattimento. Risultato: condanna universale di Israele, questa volta per aver fatto uso di armi tecnologiche, benché fosse evidente che il loro utilizzo mirava proprio a evitare vittime civili.
Israele ha anche tentato la leva della pressione economica, una tattica cui spesso le nazioni fanno ricorso in caso di conflitti a bassa intensità come strumento alternativo allo scontro violento. Sembrava ovvio che Israele avesse il diritto di sospendere il trasferimento all'Autorità Palestinese dei fondi coi quali essa si procura le armi da guerra che poi vengono usate contro militari e civili israeliani, o finanzia le campagne di istigazione all'odio che poi scatenano attentati e violenze contro Israele. Impedire alla popolazione del campo avverso d'attraversare il confine e congelare i beni patrimoniali del nemico sono comportamenti assolutamente normali in caso di conflitto. Ma evidentemente non è così nel caso di Israele, criticato da tutti anche per queste misure di semplice prevenzione.
Infine, il governo israeliano ha optato per la tattica più difficile, quella di cercare di arrestare e, quando non è possibile, uccidere con precisione soltanto gli individui che si rendono responsabili di attacchi e violenze. Una tattica che non comporta danni né vittime tra la popolazione inerme perché le Forze di Difesa israeliane possono scegliere il momento e il luogo per colpire, quando non ci sono civili innocenti nei paraggi. Questo in genere significa sorprendere i terroristi mentre non sono concretamente impegnati in attività violente. In teoria, non ci sarebbe nulla di sbagliato: cogliere il nemico di sorpresa è una delle regole più ovvie della tattica militare. Nessuno si aspetta da un esercito in guerra che, in ogni singola occasione, prima di sparare aspetti che sia il nemico ad aprire il fuoco. Ma anche qui, sembra che le regole normali non valgano per Israele. E così una tattica che punta, a costo di maggiori rischi per i soldati israeliani, a colpire in modo mirato i responsabili evitando il più possibile vittime civili è stata condannata come una forma di brutale assassinio.
A questo punto sarebbe legittimo domandare a politici e osservatori occidentali secondo loro quale tattica sarebbe mai concessa a Israele, a parte quella di lasciare che i suoi cittadini, militari e non, vengano bersagliati senza muovere un dito per difenderli. Non c'è governo israeliano che non userebbe molto volentieri tattiche di difesa gradite all'occidente, se solo queste tattiche esistessero. Ma se, come pare, non esiste strumento di difesa che Israele possa adottare senza incorrere nella condanna universale, allora il governo israeliano - qualunque governo israeliano - non potrà fare altro che ignorare l'opinione pubblica internazionale e comportarsi come ritiene necessario. Giacché nessun governo israeliano, come nessun altro governo del mondo, può stare con le mani in mano mentre ogni giorno i suoi cittadini vengono aggrediti e minacciati di linciaggio.

Come troppo spesso accade quando si parla di Israele, anche questo articolo, vecchio di quasi dieci anni, potrebbe essere stato scritto un quarto d’ora fa. Ed è infatti di oggi la cartolina di Ugo Volli, costretto ancora una volta ad occuparsi dello stesso drammatico problema.

barbara


20 agosto 2008

LA CULTURA DELLA VIOLENZA

Da un articolo di Evelyn Gordon

Vecchio l’articolo; non, purtroppo, il tema.

Praticamente non passa giorno, ultimamente, senza che qualche personaggio famoso dichiari che la soluzione del conflitto israelo-palestinese costituisce la chiave per risolvere tutti i problemi con il mondo islamico: da Kofi Annan (“Finché i palestinesi vivono sotto occupazione le passioni continueranno ad accendersi dovunque”), a Henry Kissinger (“il riavvio di un processo di pace palestinese giocherebbe un ruolo significativo nella soluzione della crisi nucleare iraniana”), a Tony Blair (“una composizione israelo-palestinese è il cuore di ogni sforzo per risolvere altri problemi mediorientali e sconfiggere l’estremismo globale”).
È sorprendente come tante persone intelligenti facciano propria una così evidente falsità. Credono davvero che musulmani sunniti e musulmani sciiti – che, per inciso, considerano Israele nello stesso identico modo – si stiano massacrando a vicenda in Iraq a causa del conflitto israelo-palestinese? O che politici anti-siriani in Libano – che non sono meno anti-israeliani dei libanesi filo-siriani – vengano assassinati dalla Siria e minacciati di colpo di stato da Hezbollah a causa del conflitto israelo-palestinese? Che arabi mussulmani si stiano macchiando di genocidio contro musulmani neri in Sudan a causa del conflitto israelo-palestinese? Che, in Afghanistan, musulmani talebani si diano all’assassinio di musulmani non-talebani a causa del conflitto israelo-palestinese? Che musulmani ceceni abbiano preso in ostaggio bambini russi in una scuola di Beslan a causa del conflitto israelo-palestinese? Che musulmani e indù si uccidano a vicenda nel Kashmir a causa del conflitto israelo-palestinese? Che musulmani in giro per il mondo diano vita a proteste violente contro vignette satiriche danesi a causa del conflitto israelo-palestinese? E si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Ma la teoria della centralità del conflitto israelo-palestinese non è solo falsa. È anche pericolosa, perché impedisce al mondo di affrontare la vera radice di tutti questi conflitti, compreso quello israelo-palestinese: che sta nella diffusa presenza, nel mondo islamico, di una cultura che considera la violenza e le minacce di usare la violenza come strumenti perfettamente legittimi per risolvere i contenziosi.
La crisi delle vignette costituisce un esempio particolarmente illuminante perché non è inquinato da alcun collegamento con qualche conflitto politico locale. Dopo che un giornale danese aveva pubblicato, l’anno scorso, delle vignette satiriche con la figura del profeta Maometto, folle di musulmani in tutto il mondo si sono scatenate per settimane in violentissime manifestazioni che hanno causato parecchi morti (oltre 50 tra Asia, Africa e
Medio Oriente). Si confronti questa reazione con quella dei cattolici di fronte alla satira fatta in Italia contro il papa e la Chiesa. Due settimane fa, ad esempio, sulla televisione italiana è andata in onda una scenetta satirica che metteva in ridicolo papa Benedetto XVI descrivendolo come talmente geloso del suo predecessore da darsi a una serie di gesti assolutamente ridicoli, come ballare il tip-tap ecc., chiedendo: “Lo sapeva fare, questo, papa Wojtyla?”. Durante un altro recente sketch, un comico italiano si prendeva gioco del dogma cattolico della Santa Trinità descrivendola mentre discute su dove fare un viaggio: il Padre proponeva l’Africa, il Figlio la Palestina e lo Spirito Santo il Vaticano. Alla domanda: perché in Vaticano, lo Spirito Santo spiegava: “Perché non ci sono mai stato”.
Con tutta evidenza, per un cattolico devoto questi scherni non sono meno offensivi di quanto non fossero le vignette su Maometto per un devoto musulmano. Eppure non ci sono stati spargimenti di sangue, né si sono sentiti leader religiosi cattolici incitare alla sommossa come avevano fatto invece tanti leader religiosi islamici in occasione delle vignette danesi. I cattolici si sono limitati a protestare a parole e per scritto, perché in una moderna cultura occidentale la violenza non è considerata una risposta accettabile di fronte a un’offesa.
Le reazioni dei religiosi alla satira hanno veramente un qualche nesso con conflitti politici come quello israelo-palestinese? Certamente, e per almeno due ragioni.
Primo, perché fino a quando il mondo islamico continuerà a considerare la violenza una reazione appropriata di fronte a qualunque torto subito o percepito, né il conflitto israelo-palestinese né alcun altro conflitto delle decine che coinvolgono dei musulmani in giro per il mondo sarà mai risolvibile. Proprio il conflitto israelo-palestinese illustra bene questo punto. I palestinesi avrebbero potuto ottenere uno stato nel luglio 2000 se Yasser Arafat avesse espresso “alla occidentale” la sua insoddisfazione per la proposta israeliana avanzata a Camp David: e cioè presentando una controproposta. Il governo di Ehud Barak era chiaramente disponibile a fare ulteriori concessioni, tanto è vero che poi le fece nei colloqui dell’inverno 2000-2001 sia a Washington che a Taba. Ma i palestinesi scelsero di esprimere la loro insoddisfazione in modo violento, lanciando una guerra terroristica che ha provocato la morte di più di mille israeliani (e circa 4.000 palestinesi) nell’arco dei sei anni successivi. Risultato: gli israeliani congedarono Barak e lanciarono la controffensiva militare, mentre i negoziati si bloccavano del tutto.
Lo stesso è accaduto l’anno scorso quando Israele ha lasciato la striscia di Gaza. Poco dopo, gli israeliani elessero Ehud Olmert sulla base di una piattaforma politica che prevedeva di fare altri ritiri in Cisgiordania. Ma i palestinesi, anziché cogliere questa apertura proclamando un vero cessate il fuoco e negoziando ulteriori concessioni, ancora una volta optarono per la violenza. Trasformarono le zone sgomberate della striscia di Gaza in postazioni di lancio per bombardare il sud di Israele con razzi e missili, e
poi – per esser certi del risultato – mandarono al governo dell’Autorità Palestinese il movimento Hamas, che persegue apertamente la distruzione di Israele. Risultato: non solo i negoziati restarono bloccati, ma restò bloccato anche il ritiro dalla Cisgiordania proposto da Olmert.
Il secondo motivo per cui è cruciale affrontare la cultura delle violenza è che, quand’anche il conflitto israelo-palestinese venisse in qualche modo risolto, ciò non contribuirebbe affatto alla soluzione degli altri problemi sia all’interno del mondo islamico, sia tra mondo islamico e occidente: giacché il numero dei possibili torti subiti o percepiti è praticamente senza fine. Infatti vi possono rientrare diversità culturali (le vignette danesi), questioni economiche (i tumulti dello scorso anno in Francia), questioni di politica estera (Iraq, Afghanistan) e altro ancora.
L’idea dei Bair, dei Kissinger, dei Kofi Annan sembra essere che, se i musulmani avranno soddisfazione su Israele, allora ripudieranno la violenza su altre questioni. In realtà, la storia insegna che è vero esattamente il contrario: così come Hitler, lungi dall’essere appagato dalla cessione occidentale della Cecoslovacchia, ne concluse che poteva impadronirsi impunemente anche della Polonia scatenando così la seconda guerra mondiale, analogamente ogni concessione finora fatta alla violenza e al terrorismo di matrice islamica non ha fatto altro che convincere altri musulmani che la violenza paga.
Il ritiro di Israele da Gaza, che l’84% dei palestinesi vide come un successo del terrorismo, è stato uno dei fattori che ha favorito sia la vittoria elettorale di Hamas, principale organizzazione terroristica palestinese, sia il perdurante sostegno al terrorismo della maggioranza dei palestinesi. Il ritiro della Spagna dall’Iraq subito dopo gli attentati a Madrid incoraggiò al-Qaeda e soci a pianificare altri simili attentati in altri paesi. E musulmani un po’ in tutto il mondo attribuiscono al terrorismo iracheno l’atteso ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq.
Se l’occidente vuole veramente risolvere i suoi problemi con il mondo islamico deve adottare l’approccio esattamente opposto: mettere in chiaro che la violenza, lungi dal venire premiata, verrà anzi penalizzata. Cercando di rabbonire il mondo islamico facendone pagare il prezzo a Israele non fa che dimostrare, al contrario, che la violenza è utile. Suscitandone sempre di più. (Da: Jerusalem Post, 30.11.06)

Non che ci si illuda che qualcuno la smetterà di dire e di propagandare puttanate, me insomma ci si prova.


barbara


6 giugno 2008

PREVEGGENZA? NO, NON CE N’È BISOGNO

Basta conoscere la storia. E sapere con chi si ha a che fare.

Dal Libano a Gaza
Da un articolo di Evelyn Gordon
Come diceva giustamente un editoriale del Jerusalem Post, il primo ministro israeliano Ariel Sharon spera che il disimpegno procuri a Israele vantaggi diplomatici. “Ora tocca ai palestinesi l’onere della prova – ha detto Sharon la sera del 15 agosto rivolgendosi alla nazione – Devono combattere le organizzazioni terroristiche, smantellare le strutture del terrorismo e dimostrare sincere intenzioni di pace per poter sedere con noi al tavolo negoziale. Il mondo aspetta la risposta dei palestinesi”.
Ma l’editoriale notava, altrettanto giustamente, che il caso più simile all’attuale ritiro unilaterale da Gaza fu il ritiro unilaterale di Israele dal Libano meridionale nel 2000. E se c’è qualcosa che il ritiro dal Libano ha dimostrato in modo definitivo è proprio che non è in arrivo nessuno dei vantaggi diplomatici sperati.
Quando Israele lasciò il Libano nel maggio 2000, le Nazioni Unite certificarono formalmente che aveva effettivamente sgomberato ogni centimetro di territorio libanese. Di conseguenza Gerusalemme presumeva, proprio come Sharon presume oggi con Gaza, che l’onere ricadesse da quel momento in poi sul Libano: o Hezbollah avrebbe spontaneamente cessato gli attacchi contro Israele, oppure l’esercito libanese avrebbe dovuto schierarsi nel sud per impedire tali attacchi. Se non fosse accaduta né l’una né l’altra cosa, c’era da aspettarsi che il mondo trattasse il Libano e i suoi occupanti siriani come gli aggressori, appoggiando le reazioni militari israeliane.
In realtà, ecco quello che è accaduto. Hezbollah, facendosi beffe della certificazione ufficiale dell’Onu, ha iniziato a reclamare un ulteriore pezzetto di territorio controllato da Israele sostenendo che sarebbe territorio libanese occupato e usandolo come pretesto per continuare ad attaccare Israele. Nei cinque anni successivi, Hezbollah ha assassinato una ventina di israeliani, e ne ha sequestrati e uccisi altri quattro. L’esercito libanese si è semplicemente rifiutato di schierarsi nel sud del paese per impedire questi attacchi. Nonostante i continui attacchi a freddo, l’Unione Europea si rifiuta ancora di riconoscere Hezbollah come un’organizzazione terroristica. Ogni risposta militare israeliana agli attacchi Hezbollah continua a suscitare immediate condanne internazionali e da parte delle Nazioni Unite. La comunità internazionale si è rifiutata di esercitare qualunque pressione diplomatica o economica per spingere il Libano e la Siria (che di fatto controllava il Libano fino alla primavera scorsa) ad adoperarsi per mettere Hezbollah sotto controllo. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto effettivamente a Hezbollah di disarmarsi, ma né il Consiglio né qualunque stato membro ha minacciato alcuna conseguenza o sanzione in caso di inadempienza. Lo scorso luglio, dopo che la Siria ha ritirato le sue truppe dal Libano, Hezbollah è entrato formalmente nel governo libanese pur annunciando che non aveva alcuna intenzione di disarmarsi né di cessare “la resistenza” (leggi: gli attacchi armati) contro Israele. A quel punto il nuovo primo ministro libanese Fuad Saniora ha affermato che il suo governo sostiene la posizione di Hezbollah. Ma anche questa aperta sfida alla richiesta delle Nazioni Unite che Hezbollah si disarmasse non ha suscitato condanne né dall’Onu o da stati membri, né tanto meno pressioni su Beirut. Persino gli Stati Uniti, che pure considerano ufficialmente Hezbollah un’organizzazione terrorista, hanno reagito senza alcuno sdegno, anzi prodigando elogi al nuovo governo – “Non troverete un partner più favorevole degli Stati Uniti”, ha detto il segretario di stato Condoleezza Rice a Saniora incontrandolo a Beirut – e offrendo aiuti finanziari.
Così il ritiro dal Libano, benché a suo tempo celebrato dal mondo intero, non ha prodotto né pressione internazionale sul Libano perché cessino gli attacchi contro Israele, né una maggior comprensione internazionale per le azioni militari che Israele intraprende in reazione a questi attacchi.
Oggi la comunità internazionale non cerca nemmeno di fingere che la sua reazione al ritiro da Gaza possa essere diversa. Anzi, il mondo ha già messo in chiaro che, lungi dall’aspettare, ora, “la risposta dei palestinesi” al gesto di Israele, ciò che si aspetta subito sono ulteriori concessioni israeliane. L’Onu, Unione Europea e gli Stati Uniti hanno tutti affermato apertamente nelle scorse settimane che, dopo il ritiro, ciò che si attendono è che Israele passi rapidamente a realizzare il piano della Road Map per uno stato palestinese su tutta la Cisgiordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme est. Nessuno dei tre ha condizionato questa richiesta al fatto che si registrino sviluppi positivi nella striscia di Gaza dopo il ritiro. Di più. Perseguendo quell’obiettivo, hanno già stilato una lista di concessioni che si aspettano che Israele faccia immediatamente dopo il ritiro, tutte potenzialmente devastanti per la sicurezza d’Israele. Anche gli Stati Uniti, tradizionalmente sensibili alle preoccupazioni israeliane per la sicurezza e più duri col terrorismo palestinese, hanno dichiarato che Israele deve fare queste concessioni anche se l’Autorità Palestinese non ha nemmeno iniziato a fare qualcosa contro i gruppi terroristi.
Così Israele deve cedere all’Autorità Palestinese il pieno controllo del confine fra Egitto e striscia di Gaza, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire l’afflusso di armi e terroristi verso Gaza dopo il ritiro. Israele deve creare un “passaggio garantito” fra Gaza e Cisgiordania, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire il flusso di armi e terroristi da Gaza verso Cisgiordania. Israele deve preservare l’unione doganale fra Gaza e Israele che permette alle merci di muoversi fra i due territori senza ispezioni doganali, e porre anche fine alle rigorose ispezioni di sicurezza che ha istituito al posto di quei controlli, perdendo in questo modo qualunque possibilità di impedire che armi ed esplosivi affluiscano da Gaza fin dentro Israele. Israele deve aumentare significativamente il numero di palestinesi di Gaza cui è premesso lavorare all’interno di Israele, aumentando in questo modo la probabilità che i terroristi entrino in Israele spacciandosi per lavoratori pendolari. Israele deve permettere alle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese di acquisire grandi quantità di armi, anche se il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha ripetutamente affermato che tali armi non verranno mai usate contro le organizzazioni terroristiche, e nonostante il fatto che fino ad oggi le armi dell’Autorità Palestinese siano state usate quasi esclusivamente contro Israele.
In breve, lungi dal mostrare maggior comprensione per le esigenze di sicurezza di Israele dopo il disimpegno, la reazione della comunità internazionale è stata quella di pretendere che Israele conceda tutte le principali misure di salvaguardia della sua sicurezza post-ritiro. Ma, dato il precedente libanese, non è questo che sorprende. L’unica cosa che sorprende è che qualcuno possa essersi aspettato qualcosa di diverso. (Da: Jerusalem Post, 18.08.05)

Ecco: c’è chi lo sapeva già tre anni fa, e chi fa finta di non accorgersene neanche adesso.





              

barbara

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