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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 giugno 2010

IL PREGIUDIZIO ANTISEMITA

Un bell’articolo di Emanuele Ottolenghi di due anni fa. Che naturalmente non farà intendere chi non vuole intendere, ma che sicuramente aiuterà chi intende ad argomentare meglio le proprie posizioni.

Le Cinque Bugie su Israele

Come si stravolge la storia per demonizzare l'unica democrazia in Medioriente.

di Emanuele Ottolenghi

Il pregiudizio antisemita si è nutrito per secoli di menzogne che nella letteratura e nella credenza popolare erano considerate verità inappellabili. La propaganda antisraeliana si nutre similmente di bugie che, stravolgendo la storia e insinuando nefandezze, mirano a delegittimare e demonizzare Israele come un tempo si demonizzavano gli ebrei. Delle tante bugie dette e ridette fino a renderle incontestabili assiomi, se ne riportano di seguito cinque, con la necessaria rettifica storica a buon uso del lettore.

1) Il sionismo è un movimento razzista.
Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, e come tutti i movimenti di liberazione nazionale, è stato storicamente caratterizzato da una grande diversità di opinioni sulle modalità, i tempi e persino il luogo d'attuazione del suo programma, oltre che sulla natura e il carattere della futura società e Stato che aspirava a creare. Col tempo, la maggioranza dei sionisti sostenne il ritorno del popolo ebraico nell'antica terra d'Israele come la rivendicazione essenziale del movimento, ma fino al 1903 esistevano tra i sionisti anche coloro che sostenevano la necessità di creare uno Stato ebraico ovunque si rendesse disponibile un territorio e tra i luoghi considerati c'erano l'Africa Orientale (la cosiddetta Opzione Uganda), un'area costiera del Sinai nell'odierno Egitto, una provincia argentina e persino un territorio nel Nord-Est dell'Australia. La terra d'Israele prevalse per il profondo legame storico ed emotivo con il popolo ebraico. Ma in nessun caso il sionismo postulò che l'affermazione del proprio progetto nazionale dovesse avvenire a spese dei diritti degli arabi che vivevano in Palestina, proclamando invece la necessità di trovare una soluzione pacifica e forme di convivenza tra ebrei e arabi. Fino all'ultimo, la leadership sionista cercò un compromesso con la controparte araba, ma senza successo, e a ogni occasione furono i sionisti, piuttosto che gli arabi, ad accettare le soluzioni di compromesso territoriale e politico ripetutamente proposte dalla comunità internazionale: la spartizione della Palestina in due stati fu proposta dalla Commissione Peel nel 1937 e dall'Onu nel 1947, ma fu rifiutata dagli arabi (i sionisti accettarono entrambe le proposte), mentre l'idea di uno Stato binazionale fu proposta da due movimenti sionisti negli Anni Trenta e respinta dalla leadership araba.

2) La Palestina, come suggerisce il nome, è la terra dei palestinesi, che gli ebrei hanno usurpato.
In realtà il termine Palestina si riferiva, nell'antichità, solo a una stretta striscia litoranea di territorio che corrisponde circa con l'attuale Striscia di Gaza e che era così chiamata perchè abitata un tempo dai Filistei. Il nome del territorio su cui oggi sorge lo stato d'Israele e parte dei territori era la Giudea – tant'è vero che nelle monete commemorative della vittoria di Tito e Vespasiano sui rivoltosi ebrei nel 70 dC si legge "Iudaea capta est". Il termine Palestina segue l'occupazione romana e il tentativo di estirpare ogni focolaio di rivolta ebraico dopo la distruzione del Secondo Tempio, ma non assume mai un carattere politico fino alla creazione del mandato britannico sulla Palestina nel 1922, Mandato che ha come obbiettivo l'attuazione della Dichiarazione Balfour, ovvero la promessa del governo inglese di creare un territorio autonomo per gli ebrei. I confini attuali della terra contesa sono stati tracciati tra il 1918 e il 1922 e non riflettono una precedente realtà politica. In quanto ai palestinesi, non è mai esistito uno Stato, o un regno, o una provincia, o un califfato palestinese. Dalla conquista romana il territorio è passato ai bizantini, agli arabi, ai crociati, ai mammalucchi, ai turchi e agli inglesi. I confini sono cambiati mille volte e non esisteva, all'arrivo dei primi sionisti nella seconda metà dell'Ottocento, un'identità nazionale o una rivendicazione nazionale palestinese.

3) Il controllo israeliano di Gerusalemme minaccia la libertà religiosa e l'accesso ai luoghi sacri.
Pur costituendo la maggioranza dei residenti, gli ebrei – e gli israeliani dal 1948 al 1967 – non hanno avuto la sovranità dei luoghi santi fino al 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia di Gerusalemme, oltre che i luoghi santi cristiani e mussulmani in Cisgiordania. Solo a partire dal 1967 l'accesso pieno ai luoghi santi avviene in piena libertà e con la tutela dell'autonomia religiosa delle varie comunità, mentre prima del 1967, durante tutta la dominazione musulmana, importanti restrizioni avvenivano nei confronti dei non musulmani e per quasi vent'anni gli ebrei non ebbero alcun accesso a due delle quattro città sante dell'ebraismo.

4) Se Israele ponesse fine all'occupazione dei territori
palestinesi ci sarebbe la pace in Medio Oriente. Sarebbe bello fosse così semplice! Ma a parte il fatto che i problemi del Medio Oriente sono molteplici e nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese: si pensi al genocidio in Darfur, all'oppressione di donne e omosessuali in Arabia Saudita, alla persecuzione contro i cristiani da parte del fondamentalismo islamico, al conflitto tra sciiti e sunniti, alle tensioni tra Iran e mondo arabo sunnita, alla povertà endemica della regione nonostante le ricchezze energetiche, al diniego di diritti nazionali da parte araba per curdi e berberi, e alla mancanza di libertà religiosa in tutta la regione salvo Israele. Il problema è il rifiuto dell'esistenza d'Israele da parte di una significativa parte del mondo arabo e dei palestinesi. In fondo, i territori oggetto del contendere Israele li ha conquistati nel 1967, ma dal 1948 al 1967 erano sotto dominio arabo eppure i palestinesi non li rivendicavano per loro e i regnanti arabi non si sognavano neanche di farne uno Stato per i palestinesi. Israele ha dimostrato più volte di volere la pace e di essere pronto a rinunce, sacrifici e compromessi. Non altrettanto si può dire da parte palestinese: se Hamas oggi rappresenta veramente la maggioranza dei palestinesi, con la sua retorica antisemita, la sua alleanza con l'Iran e il suo ricorso a terrorismo contro civili dentro Israele, dimostra come non si tratta solo di una disputa territoriale ma di un conflitto esistenziale.

5) L'unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di uno stato binazionale dove i due popoli condividono la stessa terra.
Ci sono quattro motivi per cui questo modello politico è un'utopia. Primo, perché le due nazioni difficilmente accetterebbero di vivere insieme in armonia condividendo potere e interessi. Costringere i due contendenti a una convivenza così difficile porterebbe a nuovi conflitti – si guardi alla ex-Yugoslavia – specie se si pensa al secondo motivo: le grandi differenze socioeconomiche e culturali. Gli israeliani guardano a occidente, sono integrati nell'economia occidentale e nella globalizzazione; sono una società laica e moderna, dinamica ed economicamente avanzata; dove le donne sono emancipate e la libertà sessuale, la mobilità sociale e la meritocrazia hanno preso piede fermamente; i palestinesi per contro sono ancora una società religiosa e tradizionale che vive principalmente di agricoltura e di manifattura, dove la cultura e i valori sociali sono tradizionali e tradizionalisti, e difficilmente tollererebbero le influenze del settore ebraico; mentre le strutture familiari e tribali sono ancora dominanti rispetto al merito e alla mobilità fondata sulle risorse economiche del singolo. Insomma, difficilmente le due società andrebbero d'accordo, e queste differenze portano al terzo motivo per cui lo stato binazionale è una cattiva idea: l'orientamento politico e culturale palestinese spingerebbe un futuro Stato in comune verso alleanze con il mondo arabo, in pieno contrasto con gli interessi del settore ebraico che sarebbero orientati verso l'America, l'Europa, l'India e l'estremo oriente. Ma la ragione che più di ogni altra rende l'idea improbabile è che uno Stato binazionale sarebbe antidemocratico perché la stragrande maggioranza di israeliani e palestinesi vuole – com'era vero settant'anni fa – uno Stato nazionale. Imporre una soluzione diversa violerebbe il diritto d'autodeterminazione dei popoli.

(Liberal, 14 maggio 2008 - da Informazione Corretta)

Lo sappiamo: l’odio continuerà a stravolgere i fatti. L’odio continuerà a stravolgere la storia. L’odio continuerà a stravolgere la realtà. Ma noi non ci arrenderemo. Noi non ci stancheremo di lottare. Noi non smetteremo, finché avremo vita, di gridare la verità.


barbara


5 giugno 2010

ECCO, LUI PER ESEMPIO

L’amico Max



Che non è israeliano, e non è nemmeno ebreo, ma ha scelto di dedicare un pezzetto dei suoi vent’anni al Paese più meraviglioso del mondo.
E poi loro, per esempio, semplicemente geniali.
E poi c’è Emanuele Ottolenghi che ha anche lui da dire la sua su Gad Lerner.
E poi c’è chi ha le idee mooooolto chiare su che cosa dovrebbero, anzi, tassativamente DEVONO fare gli ebrei.
E poi c’è la CGIL che dopo 28 anni ci riprova: forse il loro slogan, il loro grido di battaglia potrebbe essere dieci cento mille Stefano Tachè.
E anche Torino prova a fare la sua parte, anche se, stando alle ultime notizie, alla sinagoga pare che poi non siano arrivati.
Poi, visto che il nome del momento è Rachel (Corrie) può essere opportuno ricordare anche le altre.
E per concludere un capolavoro assoluto, già postato in questo blog, ma che vale la pena, ogni tanto, di riascoltare.

barbara


23 marzo 2009

LA BOMBA IRANIANA

L’Iran è davvero in procinto di avere l’atomica o è solo propaganda? È utile dialogare? È pericoloso isolarlo? Che cosa è stato fatto finora? Con quali risultati? Un Iran nuclearizzato è un pericolo solo per Israele, direttamente minacciato dalla retorica iraniana fin dai tempi della rivoluzione khomeinista, o anche per tutti noi? Quali scenari si prospettano, nel caso in cui l’Iran dovesse raggiungere, nella sua corsa verso l’atomica, il punto di non ritorno? Che cosa succederà se gli faremo la guerra? Che cosa succederà se non gliela faremo? Che cosa fare, da parte della diplomazia internazionale, per evitare che si arrivi a questo punto?

Una lucida ed esauriente analisi condotta da Emanuele Ottolenghi, che tutti faremmo bene a leggere, ma soprattutto i protagonisti della scena politica internazionale: nessun dubbio che quella della guerra sia una prospettiva agghiacciante, ma altrettanto pochi dubbi sussistono su ciò che diventerebbe il mondo con un Iran detentore, oltre che del ricatto del petrolio, anche di quello dell’atomica. Siamo ancora in tempo per evitare sia l’una che l’altra prospettiva? Forse sì, ma non possiamo più permetterci di commettere errori, perché già troppi, e dagli effetti devastanti, ne abbiamo commessi finora.

Emanuele Ottolenghi, La bomba iraniana, Lindau



barbara


22 giugno 2007

ALTALENA, 22 GIUGNO 1948

A un mese dalla dichiarazione d’indipendenza e nel mezzo della prima fase della guerra del 1948 – un momento cruciale e disperato nella lotta per la sua sopravvivenza – il neonato Israele si trovò a fronteggiare una crisi drammatica, che portò lo Stato ebraico sull’orlo della guerra civile. L’episodio passò alla storia col nome di Altalena, il nom de guerre del fondatore del movimento sionista revisionista Vladimir Jabotinsky che fu dato a una nave dell’Irgun nel giugno 1948. L’arrivo della nave con un carico d’armi, d’immigrati e di combattenti dell’Irgun nel mezzo della prima tregua Onu imposta durante la guerra del ’48 rischiò di sfociare in guerra civile. Quell’evento offre oggi una lezione per i palestinesi. Anch’essi si trovano di fronte a un dilemma esistenziale nel mezzo della loro guerra d’indipendenza che può sfociare in un tragico ma forse inevitabile momento fratricida. I palestinesi possono ironicamente imparare da quella lontana esperienza israeliana non per evitarla, ma per ripeterla, e ripetendola trasformarsi, come fece Israele allora, da movimento rivoluzionario e di liberazione nazionale a Stato sovrano indipendente e responsabile, membro pieno della comunità delle nazioni.
Salpata da un porto francese l’11 giugno ’48, la nave Altalena – un vecchio mezzo da sbarco residuato della Seconda guerra mondiale – giunse a Nord di Tel Aviv il 20 giugno ’48 con un carico di armi francesi, acquistate in segreto dall’Irgun – l’organizzazione sionista revisionista di destra guidata da Menachem Begin – per sostenere lo sforzo bellico in corso in Israele contro l’invasione araba. L’episodio dell’Altalena avvenne durante la tregua Onu proclamata l’11 giugno, tregua che vietava l’introduzione di nuovi armamenti e combattenti da ambo le parti. Non che la tregua fungesse da ostacolo – entrambi i belligeranti cercarono di aggirarla – ma occorreva agire con discrezione. L’Irgun non voleva imbarazzare le autorità francesi che avevano fornito un carico del valore di 5 milioni di dollari di allora e il supporto logistico del porto da cui la nave poi salpò. Inoltre, l’Irgun aveva negoziato un accordo con l’Hagana – la forza di difesa ebraica prima dell’indipendenza che era ai diretti ordini del governo a maggioranza laburista – per l’integrazione delle sue forze paramilitari all’interno dell’esercito nascente. L’accordo prevedeva che qualsiasi invio di armi fosse effettuato sotto l’autorità del governo, le armi consegnate all’esercito e distribuite tra le forze regolari, non da organizzazioni politiche indipendenti dall’autorità politica dello Stato. L’accordo era però fragile, a causa della lunga storia di ostilità politica tra i due gruppi. Quell’ostilità era culminata alla fine del ’44 in un periodo di cinque mesi durante i quali l’Hagana aveva collaborato con gli inglesi contro l’Irgun, causando l’arresto di migliaia di attivisti e lo smantellamento pressoché totale dell’organizzazione di Begin. Con la guerra in Europa ormai vinta e la mancata abolizione del Libro Bianco del ’39 da parte del governo di Londra, l’Irgun aveva, a differenza dell’Hagana, deciso di riaprire le ostilità contro gli inglesi in Palestina. L’assassinio di un ministro inglese al Cairo il 6 novembre a opera di sicari ebrei del gruppo estremista Lehi – capeggiato tra gli altri da Shamir – era stata la proverbiale goccia. Per non alienare ulteriormente un governo inglese favorevole alla causa sionista l’Hagana non aveva esitato a cooperare col potere coloniale contro gli avversari dell’Irgun in nome del salvataggio di più alti scopi politici, cioè l’auspicata riaffermazione dell’impegno inglese nei confronti della Dichiarazione Balfour che il precedente governo Chamberlain aveva ripudiato nel ’39. Quei cinque mesi si conclusero quando divenne evidente che gli inglesi non avevano nessuna intenzione di fare quanto i sionisti speravano. Ma la “stagione”, così quel periodo passò alla storia, formò un precedente per lo Stato in fieri e per le due forze politiche che si confrontavano. Il capo dell’esecutivo sionista David Ben Gurion non lasciò spazio a dubbi di sorta sulla sua disponibilità a dare la caccia a coloro che avrebbero ostacolato gli scopi del movimento sionista, anche se ciò avrebbe forse comportato una guerra fratricida.

Dopo la fine della “stagione”

Nonostante quindi la fine della “stagione” e il raggiunto accordo d’integrazione dell’Irgun nell’esercito regolare alla vigilia dell’indipendenza, le tensioni tra i due gruppi erano forti. Esistevano sfiducia e ostilità ideologica, mancava un patto sul cruciale teatro di operazioni di Gerusalemme, allora sotto assedio, in certi casi l’integrazione aveva significato semplicemente l’assorbimento d’interi battaglioni dell’Irgun, comandanti compresi, nell’esercito, e i combattenti dell’Irgun si trovavano in molti casi privi dell’equipaggiamento e degli armamenti necessari per partecipare attivamente e con efficacia ai combattimenti. La catena di comando era tenue, non solo per mancanze organizzative, ma anche per divisioni politiche. Tuttavia, la differenza tra la “stagione” e l’Altalena è sostanziale: nel ’44, privo di sovranità, l’esecutivo sionista aveva dovuto accettare i propri limiti e negoziare sia col potere coloniale sia con l’Irgun. Ma nel giugno ’48 la situazione era diversa. Il governo era ora sovrano, e la situazione offriva un’opportunità di sancire quella sovranità mandando un messaggio al paese anche per il futuro. Nessuno avrebbe potuto sfidare quella sovranità impunemente. Uscita dal porto all’insaputa di tutti – Begin compreso – l’Altalena impose al leader dell’Irgun e al governo un fatto compiuto. La notizia era trapelata ed era stata diffusa dalla Bbc fin dalla mattina del 12 giugno. Begin, per evitare lo violazione degli accordi d’integrazione e la tregua dell’Onu, negoziò un accordo con il governo: la nave doveva approdare su una spiaggia isolata a Nord di Tel Aviv per essere scaricata lontana da sguardi indiscreti. Tuttavia non esisteva consenso sulla destinazione degli armamenti. Ben Gurion insistette che fosse l’esercito a coordinare l’operazione e che le armi andassero ai depositi centrali dell’esercito. Begin invece voleva che l’Irgun avesse un ruolo attivo, ancorché simbolico, nel trasferimento del carico a terra, e che il 20 per cento delle armi fosse destinato ai campi dell’Irgun nella zona di Gerusalemme. Il 19 giugno i negoziati s’interruppero con un nulla di fatto.
La nave arrivò presso Kfar Vitkin il giorno successivo, il 20 giugno, cinquantacinque anni fa ieri. Lo sbarco degli immigranti avvenne senza problemi, quello delle armi invece scatenò quel che tutti ormai temevano: uno scontro armato tra Irgun ed esercito regolare, cui era stato ordinato dal governo di circondare la spiaggia per assumere il controllo delle operazioni di sbarco. La scaramuccia localizzata sulla spiaggia dilagò rapidamente. Interi battaglioni lasciarono le loro consegne per unirsi all’Irgun. Soldati dell’Irgun, ora integrati in reparti dell’esercito, disertarono. Conscio dei rischi della situazione, Begin decise d’imbarcarsi e dirigere la nave verso Tel Aviv. Una volta arrivata a Tel Aviv, la nave non avrebbe offerto un facile bersaglio. Di fronte a migliaia di testimoni, alla luce del giorno, il governo non avrebbe cercato lo scontro frontale ma avrebbe forse negoziato, questa la logica della decisione. Invece fu la tragedia: l’odissea dell’Altalena si concluse alle cinque di pomeriggio del 22 giugno, affondata da un colpo di cannone sparato dall’unica unità di artiglieria pesante del giovane esercito, e operata da un immigrante sudafricano che non parlava quasi l’ebraico. Il governo non cedette su nulla e si disse pronto ad accettare soltanto la resa incondizionata della nave. Lo scontro lasciò sul terreno diciannove morti e dozzine di feriti. Centinaia di soldati collegati all’Irgun furono arrestati. Tutti i centri culturali, gli uffici, persino la sede operativa dell’Irgun – oggi sede del Likud a Tel Aviv – furono presi d’assalto e chiusi dalle truppe fedeli al governo. Begin, sfuggito all’arresto sulla spiaggia, trasmise da una stazione radio segreta a Tel Aviv un appello di due ore, intercalato da singhiozzi e momenti di grande emozione: oltre a dare la sua versione dei fatti, lanciava un appello ai sostenitori e agli attivisti revisionisti: non ci dovrà essere una guerra civile, i fratelli non si uccideranno tra loro, Caino non si ergerà a sgozzare Abele. Ben Gurion aveva imposto l’autorità del governo, Begin aveva richiamato i suoi all’ordine, la guerra civile fu scongiurata, ma lo scontro ci fu, ed era stato in larga parte inevitabile.
Il 20 giugno 1948 Israele si trovò, solo un mese dopo la dichiarazione d’indipendenza e nel corso di una guerra di sopravvivenza contro i vicini arabi, sull’orlo di una guerra civile. Lo spettro di uno scontro fratricida fu scongiurato non dalla ricerca di un compromesso negoziato; non dalla rinuncia del neonato governo degli attributi di sovranità, quali il monopolio della forza e l’applicazione uniforme delle leggi; non dalla ricerca di una tregua tra i gruppi paramilitari e il governo; ma dall’imposizione, a prezzo di sangue, dell’autorità unica e insindacabile di un unico potere, lo Stato. Ben Gurion rifiutò la richiesta di Begin di distribuire parte delle armi alle unità dell’Irgun dislocate intorno a Gerusalemme. Rifiutò di negoziare un compromesso con Begin e di cedere su qualsiché elemento, simbolico o sostanziale, della contesa. Per Ben Gurion, era preferibile la guerra civile. Cedere avrebbe significato riconoscere che lo Stato non aveva autorità d’imporre la sua volontà, con la forza se necessario. Il tributo di sangue pagato e la perdita di un carico d’armi indispensabile per il paese nel momento drammatico in cui si trovava nel giugno 1948 – con l’esercito egiziano alle porte di Gerusalemme e in controllo di tutte le arterie del deserto del Negev nel Sud, con Tel Aviv sotto tiro dell’artiglieria pesante egiziana, con già più di 1.200 caduti nelle file del giovane esercito (su una popolazione di 600 mila persone) e un bisogno disperato di rinforzi e rifornimenti – furono nonostante tutto preferibili all’alternativa. La consegna del 20 per cento del carico all’Irgun, come richiesto da Begin, avrebbe permesso la creazione di una milizia indipendente con obiettivi militari diversi perché in disaccordo politico con il governo e dotata di armi a sufficienza da sfidare, se necessario, l’esecutivo e l’esercito del paese. La scelta di affondare l’Altalena dunque non fu tra la guerra civile e un modus vivendi tra governo e revisionisti, tra esercito e paramilitari, ma tra uno scontro ora e un inevitabile scontro successivo dove il costo umano, i rischi politici, e le potenziali conseguenze interne e per il paese nel suo conflitto con gli Stati arabi sarebbero stati molto più devastanti.

Che cosa dice oggi l’artigliere sudafricano

Ben Gurion fece una scelta nel 1948 e la seguì fino in fondo, senza preoccuparsi del rischio d’immagine o dei possibili contraccolpi politici. Gli storici sono concordi nell’esprimere un giudizio duro su di lui per i dettagli della gestione dell’intera crisi, inclusa la presentazione della crisi stessa ai suoi ministri come un possibile colpo di Stato dell’Irgun, cosa che diede il via libera all’azione armata comandata dal governo. Ma il giudizio d’insieme rimane positivo. Ben Gurion diede un messaggio di forza nel momento di più grande debolezza e vulnerabilità del neonato Stato ebraico: Israele sarebbe stato guidato da un governo, difeso da un esercito, governato da una legge o non ci sarebbe stato Israele.
Fast Forward di cinquantacinque anni, e oggi tocca ai palestinesi. Da quando Yasser Arafat si è insediato a Gaza nel luglio del 1994, l’Autorità palestinese ha rimandato lo scontro con Hamas. Invece che smantellarne la rete di strutture sociali che ne garantiscono il sostegno politico, la raccolta di fondi e l’indottrinamento ideologico, Arafat ha sempre preferito trattare con Hamas. All’inizio dell’Intifada nell’ottobre 2000, invece che imporre con le cattive l’Autorità palestinese come unica autorità e unico governo dello Stato in fieri, Arafat ha fatto il contrario: ha permesso, per commissione od omissione non ha importanza, la formazione di gruppi paramilitari largamente indipendenti. Ha tollerato che essi si armassero, si organizzassero, e conducessero una politica indipendente e contraria agli impegni internazionali presi dall’Anp, oltre che agli scopi politici dichiarati del movimento di liberazione palestinese. Li ha incoraggiati a operare, ammiccando o semplicemente tacendo, e non intervenendo. La rinuncia del monopolio alla forza – attributo principe della sovranità statale e strumento chiave di ogni governo che desideri affermare la sua autorità – ha finora evitato ai palestinesi l’appuntamento con la loro Altalena. Ma la decisione di decentrare, invece che accentrare, la forza e l’autorità che ne legittima l’uso ha fatto scendere la Palestina nell’anarchia. Invece che scontrarsi tra loro, i gruppi palestinesi hanno per tre anni fatto a gara a chi massacra più israeliani per soppiantare i rivali nella corsa alla legittimità interna. Hamas sta vincendo questa macabra competizione. Ora dovrebbe essere giunto il momento della verità. Dovrebbe essere giunto il momento di scegliere tra gli obiettivi di Hamas – uno Stato islamico nella Grande Palestina che segua la distruzione politica e fisica di Israele – o la realtà: uno staterello palestinese demilitarizzato e laico, accanto a Israele. Questa scelta non può avvenire attraverso una tregua. Solo uno scontro risolverà le sorti del futuro movimento di liberazione nazionale palestinese e dello Stato che eventualmente andrà a creare.
Se i palestinesi avessero fatto come Israele e avessero subito avuto la loro Altalena, il tributo di sangue, sempre troppo alto in uno scontro tra fratelli, sarebbe stato simile a quello pagato da Israele. Oggi, dopo quasi dieci anni di ritardi e pericolosi ammiccamenti con il nemico, ai palestinesi tocca accettare la realtà e affrontarla prima che la lotta intestina distrugga anche l’ultima speranza per i palestinesi di avere un futuro indipendente. L’artigliere sudafricano che centrò l’Altalena, oggi professore a Gerusalemme, è stato recentemente intervistato per un documentario sugli avvenimenti di quei giorni. Con le lacrime agli occhi ha affermato che se gli venisse dato di cambiare qualcosa nella sua vita, cambierebbe quel giorno. Sparare sui propri fratelli fu un momento straziante per tutti, compreso lui. Eppure lo fece, e facendolo garantì il futuro del paese. (Emanuele Ottolenghi, Il foglio, 21 giugno 2003, qui)

Per rievocare la vicenda dell’Altalena ho scelto, tra tutti gli articoli presenti in rete, questo di Ottolenghi, per l’accuratezza della ricostruzione. Mi trovo tuttavia in parziale disaccordo sulla “morale della favola”, in quanto non ritengo del tutto sovrapponibili le due situazioni, quella israeliana nel ’48 e quella palestinese al momento dell’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il movimento sionista, infatti, aveva diverse componenti, fra le quali trovavano posto un gruppo combattente non troppo disposto alla disciplina e all’obbedienza, diciamo così, ossia l’Irgun, e un gruppuscolo apertamente terrorista, ossia la banda Stern. Al momento della nascita dello stato di Israele, l’autorità centrale, avendo un preciso progetto politico, ha deciso di fare piazza pulita di tutto questo, e così ha fatto. L’Autorità Nazionale Palestinese invece, come è chiaramente visibile nel suo sito ufficiale, come risulta dalla Costituzione di al-Fatah, come appare evidente dalle dichiarazioni di Arafat e di altri prima e dopo la firma degli accordi di Oslo, non ha mai avuto come obiettivo la costituzione di un proprio stato, ma unicamente la distruzione di Israele. Quindi, proprio per ragioni di principio, non aveva alcuna ragione per voler fermare Hamas. Resta invece tragicamente valida la (fin troppo facile) profezia di Ottolenghi sulla sanguinosa resa dei conti a cui Olp e Hamas dovevano inevitabilmente arrivare, e sono infatti arrivati. Ancora più luminosa appare dunque questa pur tragica pagina della storia di Israele con la coraggiosa scelta che, come scrive Ottolenghi, “garantì il futuro del paese”.

barbara


21 giugno 2007

AGGIORNAMENTO OTTOLENGHI

Il parlamento europeo ha riconosciuto l’errore e ora procederà alla distribuzione del libro. Forse l’esserci mobilitati in migliaia è servito a qualcosa.

barbara


18 giugno 2007

APPELLO DI EMANUELE OTTOLENGHI

Desidero portare alla vostra conoscenza questo appello di Emanuele Ottolenghi con la preghiera a chi ne ha la possibilità di diffonderlo a sua volta.

Cari amici,
un mese fa ho mandato il libro "La Congiura" a tutti i Membri del Parlamento Europeo e ai loro staff. "La Congiura" è un eccellente libro che rivela i Protocolli per quello che sono. Potete trovare informazioni su "La Congiura" qui:
http://www.amazon.com/Plot-Secret-Story-Protocols-Elders/dp/0393060454
e qui
http://www.nytimes.com/2004/02/23/books/23EISN.html?ex=1392958800&en=b5a706c
265ef77b8&ei=5007
Ieri ho ricevuto una lettera dal Parlamento Europeo che dice che non distribuiranno il libro data "la natura dei suoi contenuti".
Ho fatto ricorso: dopo tutto, i Protocolli sono stati pubblicati in francese 3 mesi fa in Belgio e per breve tempo sono stati anche messi in vendita all'interno del Parlamento Europeo. Perchè i Protocolli dovrebbero essere facilmente reperibili, ma non si vuole che la loro confutazione raggiunga i parlamentari europei?
Senza contare che, se conoscevano il contenuto del libro, questo vuol dire che censurano la posta in arrivo.

Ho chiesto una spiegazione all'impiegato che mi ha scritto la lettera, e ho ricevuto solo delle scuse incoerenti fra loro: non permettono l'invio di pubblicità, il libro aveva contenuti religiosi, non vi era alcuna relazione con i lavori del Parlamento, ecc. Alla fin fine era chiaro che lui si stava barricando dietro una serie di pretesti, ma che a qualcuno veramente davano fastidio proprio i contenuti del libro.
Ho mobilitato delle persone all'interno del Parlamento, ma ho anche fatto ricorso contro questa decisione appellandomi al Questore in carica, MEP Astrid Lulling del Lussemburgo (
astrid.lulling@europarl.europa.eu). Non ha ancora dato risposta alla mia richiesta dopo più di 24 ore.
Il deputato europeo Jana Hybaskova si è gentilmente impegnata, tramite il suo staff, a raccogliere metà delle buste e a distribuirle direttamente ai parlamentari europei (non ai loro assistenti), in modo da sollevare l'impiegato da ogni responsabilità al riguardo. Le sono grato per l'offerta di aiuto, ma trovo questa soluzione inaccettabile.
Dei legali stanno verificando fino a che punto gli organi interni al parlamento possono fare quello che hanno fatto, ma nel frattempo un pochino di attenzione dei media sul funzionario in questione non sarebbe una cattiva idea, date le circostanze. Mi chiedevo se qualcuno di voi potesse aiutare. Fatemi sapere se è così.
Grazie mille,
Emanuele.

Chi può faccia qualcosa, grazie.

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

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Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
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Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








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Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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