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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


6 novembre 2011

TANTI AUGURI GILAD

Caro Gilad,
nessuno conosceva le tue condizioni di salute in quei quasi 2000 giorni nei quali sei rimasto rinchiuso in qualche cunicolo.
Quando ti abbiamo finalmente rivisto mentre scendevi a fatica i primi gradini, e poi ancora quando sei stato costretto a rispondere ai media prima di poter finalmente riabbracciare i tuoi cari, non è sfuggita a nessuno la tua condizione precaria.
I terroristi liberati sprizzavano salute da tutti i pori, apparivano ben pasciuti, curati e pieni di voglia di ricominciare.
Tu, Gilad, eri debole e magro; tu Gilad avevi bisogno di essere sorretto.
Ora sei anche finito in sala operatoria dove i medici hanno liberato il tuo corpo dalle tante schegge che sono rimaste per chissà quanto tempo nella tua carne, conficcate un po' dappertutto.
Il mondo non lo deve sapere; i media preferiscono raccogliere le parole dei terroristi assetati di sangue ebraico e nascondere le tue sofferenze interminabili.
Noi ti facciamo tanti auguri, caro Gilad, per una guarigione rapida e completa.
Anche tu hai il diritto di goderti gli anni della gioventù.

Emanuel Segre Amar

(Notizie su Israele, 4 novembre 2011)

Ho poi letto che gli ortodossi hanno criticato Gilad perché sabato, anziché in sinagoga, è andato al mare con suo padre; carissimi ortodossi, dal profondo del mio cuore e con tutto il mio sentimento: ANDATE AFFANCULO.
(Se poi qualcuno avesse voglia di fare un piccolo regalo a Gilad, qui troverà come fare. Chi non sapesse di che cosa si tratta vada a leggere qui).


barbara


3 marzo 2011

C’ERA UNA VOLTA L’IMPERO OTTOMANO

Molti giornalisti, sia inviati che opinionisti, scrivono in qualità di "esperti di Medio Oriente", e come tali stilano diagnosi e formulano prognosi. Ma come non dico un luminare della medicina, ma anche un'infermiera principiante neodiplomata sa perfettamente, nessuna diagnosi, né tanto meno prognosi sono possibili se prima non si è proceduto ad una accurata anamnesi del paziente. Nel caso specifico: studio della storia. Ed è proprio in questo campo che le lacune dei nostri "esperti" si manifestano in tutta la loro sconsolata e sconsolante dimensione. Ed è per tentare di riempire tali lacune che ci accingiamo a scrivere questo breve articolo, cominciando dal principio.

E dunque...

C'era una volta l'impero ottomano. Che non era il paradiso in terra, no, nessuno oserebbe sostenere una simile assurdità: era un regime autocratico, ampiamente corrotto, in cui i non musulmani vivevano come dhimmi, cittadini di serie B con notevoli limitazioni nei propri diritti e nelle proprie libertà. Ma che nel corso dei secoli aveva raggiunto un suo equilibrio, in cui le sue diverse componenti, le sue diverse etnie, le sue diverse culture, avevano raggiunto un modus vivendi più o meno accettabile.
Poi scoppiò la I guerra mondiale, e il mondo cambiò faccia. In particolare, cadde il millenario impero asburgico e cadde l'impero ottomano: si sbriciolarono, entrambi, dando vita a una miriade di nuove realtà. Dalla dissoluzione dell'impero asburgico nacquero vari stati nazionali, perlopiù sostanzialmente omogenei (con l'eccezione della Jugoslavia, accozzaglia di popoli appiccicati a forza e immediatamente tornati a separarsi, in alcuni casi in modo sanguinoso, non appena venne meno la morsa di ferro comunista, e della Cecoslovacchia, che si divise invece pacificamente), che conservano ancora oggi l'assetto di allora.
Non così andarono le cose per l'impero ottomano: sulle sue spoglie si gettarono immediatamente le mani fameliche di Francia e Gran Bretagna prima ancora che la guerra fosse conclusa (accordi Sykes-Picot, 1916), che si spartirono la torta facendo nascere dal nulla realtà nazionali senza alcuna base storica (Giordania, Iraq, Kuwait), dividendo etnie che stavano insieme dalla notte dei tempi, costringendone altre, dalla notte dei tempi diverse e ostili, alla convivenza forzata in uno stato tracciato sulla carta con matita e righello. Stati artificiali, regimi del tutto estranei alla storia e alla cultura delle popolazioni cui venivano imposti, a volte addirittura governanti stranieri, come nel caso dell'hashemita Abdallah detronizzato dall'Arabia, per il quale la Gran Bretagna ritagliò un pezzo di Palestina, ne fece uno stato nuovo di zecca, la Giordania - per la quale si dovette addirittura inventare un nome prendendolo dal fiume che ne segnava il confine, tanto era inesistente da ogni punto di vista - e glielo regalò (e, per inciso, tale stato divenne istantaneamente il primo stato completamente judenrein della storia moderna).
Le conseguenze? Le abbiamo sotto gli occhi. Difficile immaginare che qualcuno possa sentire come "patria" un'entità disegnata sulla carta. Difficile immaginare che qualcuno possa provare devozione per un governo imposto. Il grande califfato, certo, si è dissolto a causa della propria fragilità strutturale, è imploso perché era marcio fino al midollo, non per colpa dei nemici esterni, ma questo, i suoi orfani, non hanno avuto modo di comprenderlo: a causa dell'ingordigia dissennata di Francia e Inghilterra (si può essere ingordi assennati? Forse, o forse no; in ogni caso non lo sono state le due potenze in questione), gli orfani dell'impero ottomano non hanno avuto la possibilità di elaborare il lutto, e l'unico loro desiderio è di ridare vita a ciò che hanno perso: un impero potentissimo che godeva della considerazione e del rispetto del mondo intero.
Questa è la realtà che dovrebbero prendere in considerazione i tanti che cercano di capire dove sta andando il Medio Oriente: qui è dove vuole arrivare il progetto delle menti islamiche più "raffinate": un nuovo califfato, dove l'islam possa finalmente regnare sovrano, portando ovunque la "sua" pace (ed eliminando tutti i nemici dell'islam, quelli del sabato e quelli della domenica, oltre a quelli di un venerdì troppo tiepido - piccolo particolare da tenere sempre ben presente). Qualcuno lo dice chiaramente (Bin Laden, Hamas, Hezbollah e, anche se in modo apparentemente più sfumato, la dirigenza dei Fratelli Musulmani), altri non lo dicono, ma agiscono per arrivare allo stesso risultato (gli imam iraniani), altri ci pensano ma non lasciano trasparire il loro pensiero (Erdogan). Il disegno sembra essere oggi comune a tutti loro, e si intrecciano perfino accordi di vario genere per arrivare alla meta che comunque sarà, sì, comune, ma non poi sotto il controllo di tutti loro. Vogliono fare il cammino insieme per un momento, come il corano insegna loro, finché domineranno tutte le terre, finché avranno spazzato via quegli stati artificiali che la storia ha dimostrato non avere alcun senso logico, e poi si combatteranno tra di loro per essere LA potenza dominante. Prima o poi si dovrà decidere se sarà l'Iran sciita o Al Qaeda o il novello imperatore ottomano a dover dominare il mondo. E saranno nuove, spaventose guerre. Se vogliamo non arrivare a questo, dobbiamo capire, fin da oggi, che questo potrebbe essere il disegno di alcune potenze e, di conseguenza, preparare un piano che preveda un nuovo ordine che sostituisca quello che non ha più ragione di esistere, ma che possa essere a vantaggio di tutti i popoli.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


3 novembre 2010

E I DURI HANNO GIOCATO

E si sono abbondantemente rotti le corna contro il muro, perché era un muro di quelli proprio brutti, di cemento armato, con spuntoni di ferro piantati dappertutto e cocci di vetro sopra nel caso fosse loro venuto in mente di provare a superare l’ostacolo scavalcandolo. Ma si sono battuti bene, con determinazione, come è loro caratteristica e consuetudine, e qualche graffio sono riusciti a lasciarlo.

Si è tenuto a Francoforte, nella serata di sabato 30 e nella giornata di domenica 31 ottobre, il primo congresso in Germania di tutte le organizzazioni pro Israele. Le premesse le conoscete già. Adesso conoscerete lo spettacolo.
Nel corso del pre-congresso di sabato sera, riservato ai partecipanti che dovevano parlare, oltre a ribadire il divieto di parlare di islam, è stato anche fortemente affermato che non si doveva parlare contro i mass media, cosa bizzarra assai in un congresso che dovrebbe avere la funzione di offrire sostegno a Israele contro i programmi di annientamento da parte del mondo islamico e contro la campagna di disinformazione messa in atto dei mass media, ma non c’è stato modo di far intendere ragione a chi aveva deciso che così dovesse essere. D’altra parte anche l’ambasciatore israeliano la domenica mattina ci ha detto – a quattr’occhi, non nel discorso ufficiale, e quindi senza obblighi istituzionali – che i mass media in Germania sono assolutamente corretti, dicono le cose esattamente come stanno, non aggiungono commenti e opinioni personali eccetera eccetera, è solo l’opinione pubblica che è fortemente contraria a Israele. Al che uno potrebbe riflettere che se ci viene raccontato che i mass media dicono che Israele non fa altro che difendersi dagli attacchi di chi ne vuole l’annientamento e l’opinione pubblica è convinta che Israele sia il male assoluto, forse c’è qualche conto che non torna, ma a un ambasciatore che ha avuto la cortesia di accettare di parlare con dei perfetti sconosciuti non si può controbattere in questo modo, e quindi amen: il suo mestiere, dopotutto, non è quello di essere coerente.
Nel corso della giornata abbiamo sentito tante parole. Parole. Parole. Parole. Pa... Se ne è lamentato anche uno del pubblico in uno dei brevi spazi in cui sono stati consentiti alcuni interventi: state dicendo tante belle parole, ha protestato, ma poi concretamente cosa ne viene fuori? Voi, politici, parlamento, che cosa fate? Noi, comuni cittadini, cosa possiamo fare? In certi momenti la retorica delle parole vuote è persino quasi arrivata a sfiorare il livello di quella dei politici di Roma alla manifestazione per Gilad Shalit. Quasi, perché il nauseante becerume di quella gente quella sera a Roma è davvero impossibile da eguagliare, però si sono dati da fare anche loro. Parecchio.
Ci sono state anche cose positive, naturalmente, e ci sono stati alcuni momenti toccanti, come quando è intervenuto il rabbino capo, che con voce bellissima ha cantato una preghiera, poi ha recitato una preghiera per Gilad e infine ha suonato lo shofar concludendo con un intenso e sentito “am Israel chai” (il popolo di Israele vive). Un parlamentare ha denunciato l’assurdità della politica del parlamento europeo, che chiede a Israele il “gesto di buona volontà” di liberare prigionieri palestinesi allo scopo di “creare un clima favorevole” alla liberazione di Glilad, quando la sola cosa giusta da fare è di esigerne la liberazione incondizionata, e si è impegnato a combattere per indurre il parlamento tedesco a muoversi in questa direzione. Ha parlato Aviva Raz Schechter, del ministero degli esteri israeliano, che ha detto almeno la metà delle cose che a noi erano state vietate, ma a lei non si potevano vietare, per cui Sacha Stawski, Grande Capo di tutta la baracca, è stato costretto a starla a sentire, sudando copiosamente, agitandosi sulla sedia, con la faccia sofferente. Altri hanno parlato della questione dell’islam, e di quella dei mass media, e sempre le reazioni del Grande Capo erano uno spettacolo da contemplare, soprattutto quando uno ha concluso il suo intervento gridando con voce stentorea: “Svegliati, Europa!”. Un altro degli intervenuti, parlando di Ahmadinejad, ha detto che lo scandalo non è che quello neghi la Shoah: di negazionisti che ne sono tanti, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Lo scandalo è che il mondo intero, di fronte a tutto questo, taccia.
Nel frattempo il nostro intervento dalle tre e un quarto in cui era previsto è stato spostato alle cinque, poi alle sei. E in tutto questo tempo c’era un povero disgraziato che dalla mattina si aggirava fra il quasi migliaio di persone presenti con l’aria smarrita: era il tizio che aveva tradotto il nostro discorso in tedesco. Gli era stato detto di venire, per parlare con Emanuel, per vedere, confrontare, eventualmente rettificare, mettere a punto. Scusate, aveva obiettato, ma io come diavolo lo trovo questo qui? Non lo conosco, non l’ho mai visto, non so chi sia... Arrangiati, gli è stato risposto. Siamo arrivati a incontrarci, per l’incrociarsi di tutta una serie di casualità, a metà pomeriggio.
Arrivano dunque le sei del pomeriggio. Dalla mattina avevamo continuato a lavorare, Emanuel, io e Claudia, un’altra amica arrivata insieme a noi per questo congresso, per selezionare e inserire nella chiavetta le foto da mostrare, visto che non c’era tempo per far vedere tutto ciò che era stato programmato, e tirare fuori dal discorso i pochi estratti da presentare nel tempo ridotto che ci sarebbe stato concesso, e cercare di scoprire a chi rivolgersi per il computer, cercare il computer, rimettere a punto per l’ennesima volta le cose da dire...
Arrivano le sei e sale sul palco un tipo allegro e rubicondo. Emanuel va a chiedere spiegazioni, gli dicono che parlerà dopo quello. Sacha ha detto che il concerto che chiuderà la serata comincerà alle sette. Prima ci sarà ancora l’annuncio dei vincitori della lotteria organizzata per raccogliere fondi, ma sicuramente ci sarà tempo per il nostro intervento. Il tipo rubicondo racconta una barzelletta, vecchiotta assai, e nel frattempo dei tizi salgono a loro volta sul palco e iniziano a togliere addobbi, fiori, bandierine, festoni, microfoni e infine i tavoli a cui erano stati seduti i vari oratori. E fanno scivolare dentro un pianoforte a coda. Mentre dall’altra parte del palco c’è l’orchestrina klezmer che ha rallegrato alcuni intervalli. Il tipo rubicondo, si chiarisce, è il capo della delegazione dei cristiani per Israele, che invita a salire tutti quanti sul palco. Salgono: sono una ventina, o giù di lì. Parleranno tutti, ci viene detto. Un minuto-minuto e mezzo a testa. Emanuel e io ci guardiamo, perplessi. Claudia invece è dietro le quinte col computer, perché le hanno detto di prepararsi perché appena quello finisce tocca a noi. I tizi cominciano a parlare, qualcuno effettivamente si attiene al minuto-minuto e mezzo fissato, qualcuno deborda, ogni due o tre il tipo rubicondo racconta una barzelletta, tutte vecchiotte assai come la prima. Emanuel è molto più bravo di me a controllarsi, e ha un’aria quasi impassibile, ma sono sicura che se in quel momento gli si dovesse fare un’iniezione, per piantargli l’ago nella carne bisognerebbe usare il martello. Ad un certo momento comincia a parlare una tizia, e non finisce più. Dopo due tre minuti il contrabassista, dall’occhio di finto pesce lesso, allunga un mezzo occhio verso il clarinettista, il quale comincia a sfiorare i tasti del clarinetto, il finto pesce lesso sfiora le corde del contrabbasso, il batterista sfiora i piatti, il fisarmonicista comincia ad allargare impercettibilmente il mantice della fisarmonica, note lievi aleggiano nell’aria, si fanno più forti, il pubblico stanco che è lì dalla mattina accoglie entusiasta il suggerimento, e comincia a battere il tempo coi piedi. L’oratrice capisce, e chiude velocemente il suo intervento. Il rubicondo invita l’oratore successivo ad essere breve, e lui lo è. Non dello stesso parere è invece la bionda che arriva dopo di lui; i musicisti ci riprovano ma lei resiste strenuamente, resiste imperterrita anche a un secondo tentativo di indurla a chiudere e porta fieramente a termine il suo interminabile discorso. E poi finalmente hanno finito di parlare tutti e poi Sacha Stawski è salito sul palco a premiare i vincitori della lotteria e poi (a dire la verità sulla sequenza di queste ultime cose non sono del tutto sicura perché ero talmente tesa – oltre che stanchissima – da non essere più del tutto lucida) è salita sul palco la vicegrandecapa per annunciare che d’ora in poi niente più politica, niente più parole, niente più discorsi ma solo musica e divertimento e poi è salita sul palco una fascinosissima ed elegantissima signora dai bellissimi capelli di varie sfumature di grigio, anche lei dei cristiani per Israele, che ha detto che lei non sa raccontare barzellette ma per fortuna c’è sempre la musica per chiudere in bellezza e il gruppo klezmer ha attaccato Osè Shalom e Sacha aveva sempre più l’aria di un bambino che sta tentando di nascondere i cocci del vaso frantumato e poi non so, ho avuto l’impressione di un qualche movimento, di un qualcosa che non ho capito bene e insomma Sacha è andato al microfono e ha detto che doveva parlare ancora qualcuno, arrivato apposta dall’Italia, e nel frattempo del pubblico presente otto ore prima ne era rimasto sì e no un terzo, e Sacha poi non si ricordava più il nome e poi lo ha detto sbagliato e insomma Emanuel, con la compostezza del gentiluomo piemontese vecchio stampo che quasi sempre lo caratterizza, è salito sul palco e ha cominciato a parlare mentre Claudia da dietro le quinte faceva gesti disperati perché il computer era tedesco ed era tutto scritto in tedesco nonostante prima le fosse stato assicurato che non lo era e lei il tedesco non lo sa e non riusciva a venirne fuori e insomma poi finalmente sono arrivati i soccorsi e la cosa è partita. Poche cose, molto concrete: immagini a confronto per mostrare come vengono fabbricate le “notizie”, qualche citazione di falsificazioni “d’autore” (come le infami menzogne propagandate dal neo Nobel Mario Vargas Llosa). Il pubblico (chi, come Emanuel, è abituato a parlare in pubblico e chi, come me, insegna da una vita, queste cose è perfettamente in grado di percepirle e valutarle), nonostante la stanchezza era attento e concentrato, interamente catturato dal tema e dal modo di esposizione. Non so quanto tempo Emanuel abbia parlato – quando si è personalmente coinvolti in un evento è impossibile avere del tempo una percezione oggettiva – ma sicuramente non a lungo. Ma per Sacha Stawski, che gli stava appiccicato guardandolo in cagnesco facendogli, credo quasi materialmente, sentire “il fiato sul collo”, evidentemente anche quella manciatina di minuti era troppo, e ad un certo momento ha cominciato ad ammiccare verso i musicisti, per indurli a rifare lo stesso giochino che poco prima, di propria iniziativa, avevano messo in atto con gli oratori eccessivamente e inutilmente verbosi. I musicisti per un brevissimo istante si sono guardati, poi hanno rivolto gli sguardi nel vuoto, senza toccare gli strumenti. Una volta, due volte, tre volte, sempre sordi e ciechi agli ammiccamenti del Grande Capo, fino a quando Emanuel ha spontaneamente chiuso il suo-nostro castratissimo discorso (e io ti guardavo e ti ascoltavo ed ero fiera di te, Emanuel. Te l’ho già detto, me lo voglio ripetere anche coram populo: ero davvero straordinariamente fiera di te!). Erano rimasti in pochi, ad applaudire, non più di due o tre centinaia, ma si sono impegnati a far sentire che era un applauso di valore, sulla faccia scornata di Sacha Stawski.

barbara


27 ottobre 2010

AVETE PRESENTE LA PECORINA?

Leggete questo, attentamente; poi dopo vi spiego.

Signore e signori, grazie, innanzitutto, per avermi concesso l’opportunità di parlare qui, oggi, in questo importante congresso che chiude un mese di ottobre già ricco di notevoli eventi: il convegno di Roma, voluto e organizzato da Fiamma Nirenstein in nome della verità su Israele, che ha visto l’intervento di personalità sia di destra che di sinistra, e la manifestazione di Berlino, con lo storico discorso di Geert Wilders. Israele sta combattendo non una, ma due guerre, che non sono solo di Israele.
Oltre alla guerra che combatte con le armi e che la oppone al mondo islamico (e sottolineo al mondo islamico, e non ai palestinesi, perché questa è la realtà che troppi fingono di non vedere), vi è anche una implacabile guerra mediatica, per contrastare la quale ci troviamo oggi qui. Per molto tempo Israele è sembrato prestare scarsa attenzione a questa seconda guerra, lasciando che i suoi nemici prendessero un enorme vantaggio. Oggi, con molto ritardo, si sta tentando di correre ai ripari, ma lo svantaggio da colmare rimane immenso.
Da molti anni in Italia alcune persone combattono attivamente le menzogne diffuse dalla propaganda antiisraeliana, attraverso siti e blog che con documenti di prima mano cercano di far conoscere quella realtà dei fatti che noi qui oggi riuniti conosciamo, ma che viene sistematicamente tenuta nascosta o deformata al grande pubblico, inducendolo a sviluppare sentimenti di ostilità nei confronti di Israele e anche dell’Occidente tutto.
Israele viene dipinto come uno stato ricco, forte, lontano, e soprattutto non si manca di sottolineare che Israele è solo “lo stato degli ebrei”: perché ce ne dobbiamo occupare, pensano in molti, lasciando così libero spazio a chi invece di quel che succede in Medio Oriente si occupa attivamente per sue ragioni politiche preconcette, per fedeltà a ideologie sconfitte dalla storia ma ancora strenuamente coltivate da qualcuno, ed anche per quell’antisemitismo che non solo non è mai morto, ma sembra oggi più vivo che mai, lo si chiami antisemitismo o antisionismo. E questa ostilità a Israele, è bene ricordarlo, rimane inalterata qualunque sia la parte politica – di destra o di sinistra – dei vari governi in carica.
Anche in Italia, come ovunque nel mondo, si disinforma innanzitutto per mezzo delle immagini: inquadrature “strategiche”, dettagli aggiunti (scarpetta da bambino, ciuccio, bambola), scene appositamente costruite, con attori che l’occhio allenato riconosce essere sempre gli stessi, ma che riescono facilmente, visti in situazioni e momenti diversi, a ingannare lo spettatore comune. (fotografi - berretto verde).
In secondo luogo si disinforma con i titoli degli articoli, spesso estranei, almeno in parte, al contenuto degli articoli stessi ma di forte impatto emotivo.
Sappiamo inoltre che molti giornalisti non solo non fanno il minimo sforzo per ascoltare e riportare tutte le fonti disponibili – cosa che, a differenza che nelle dittature, nel democratico e aperto stato di Israele sarebbe tutt’altro che difficile – ma spesso ricevono e pubblicano le veline che ricevono direttamente dai loro contatti in loco, come si può verificare osservando, non di rado, articoli identici fin nei minimi dettagli nelle diverse testate.
Per questi motivi, o per pura ideologia, si finisce col leggere bugie colossali. (Sabahi – Varga Llosa)
Va infine tenuto presente che per potersi muovere nei territori palestinesi i giornalisti sono obbligati a impegnarsi a non pubblicare alcuna notizia che possa danneggiare l’immagine della Palestina e della sua dirigenza, e non sono molti coloro che possono – o vogliono – sottrarsi a questo pesante condizionamento. (Cristiano).
In Italia, nel sito Informazione Corretta che viene aggiornato ogni giorno dell’anno, abbiamo modo di verificare questa realtà grazie alla sezione “international” che offre una selezione di articoli pubblicati all’estero. Scopo di Informazione Corretta, oltre che di informare, mettendo a confronto le varie versioni delle notizie e segnalando per i lettori meno preparati le inesattezze contenute negli articoli, è quello di invitare i lettori a scrivere ai giornalisti o ai direttori delle varie testate per protestare contro la sistematica manipolazione delle notizie. Nel giro di alcuni anni questo sito è diventato essenziale per i suoi molti lettori, ma è anche seguito, e forse temuto, dai giornalisti tutti, amici o nemici che siano.
Di denaro parlavo prima. Certamente tanto è il denaro disponibile nel mondo islamico da quando il prezzo del petrolio, nei primi anni 70, è schizzato verso l’alto. Arafat, quando è morto, era diventato uno degli uomini più ricchi della terra, e miliardi di dollari continuano ad affluire nelle tasche dei dirigenti palestinesi; allora, vi chiedo, perché mai dovrebbero desiderare di cambiare una situazione tanto comoda per loro?
Ma, come accennavo all’inizio, non si tratta di un problema solo israeliano, bensì dell’Occidente tutto, per il quale la resa dei conti è solo leggermente procrastinata. Quando la basilica della Natività di Betlemme, nel 2002, venne liberata dai terroristi che l’avevano occupata per 39 giorni, si poteva leggere sui muri la scritta: “oggi quelli del sabato, domani quelli della domenica”: qualcuno lo ha letto nei nostri quotidiani? Eppure si tratta di un avvertimento che non dovrebbe essere preso alla leggera. I segnali dell’avvicinarsi della “domenica”, per chi li voglia vedere, sono numerosi e sono evidenti, e dovrebbero farci capire che l’Occidente e quell’Israele che per qualcuno è ricco, forte e soprattutto lontano, e “diverso” in quanto ebraico, devono in realtà fronteggiare lo stesso nemico e combattere la stessa battaglia.
Per fortuna oggi ci sono persone come Geert Wilders che ce lo dicono chiaramente; e noi dobbiamo ascoltarle. Ritengo opportuno soffermarmi un momento su Geert Wilders, abitualmente etichettato come xenofobo, razzista, campione dell'estrema destra, sotto processo in patria per questi suoi presunti crimini e dichiarato persona non grata dalla Gran Bretagna. L'unica sua colpa, in realtà, è quella di voler difendere quella civiltà, quella libertà, quella democrazia che noi abbiamo conquistato in secoli di lotte civili dall'aggressione della barbarie. A lui e alla sua coraggiosa battaglia dobbiamo tutta la nostra riconoscenza.
La madre del bimbo di Gaza che, intervistata nell’ospedale in cui i medici ebrei avevano appena salvato la vita della sua creatura ammalata di una gravissima malattia, dice che vuole per lui, un giorno, il martirio per il suo popolo uccidendo ebrei, è esattamente come quel padre e quel figlio pachistani che il mese scorso, in Italia, hanno massacrato la rispettiva moglie e madre, e quasi ucciso sua figlia, colpevoli quest’ultima di voler vivere come si vive a casa nostra, l’altra di difendere i diritti della figlia: sono, gli uni come l’altra, portatori di una cultura di morte che vorrebbero imporre a noi tutti.
Ed è da questa “cultura” e da questa imposizione che ci dobbiamo difendere. Difendiamoci, secondo i principi profondi della nostra civiltà. Difendiamoci prima che sia troppo tardi.
Difendiamoci insieme, quelli del sabato e quelli della domenica.

Emanuel Segre Amar, Barbara Mella


Questo testo è stato pensato, scritto, corretto, rivisto, discusso, soppesato, calibrato, limato. Qualcuno ha generosamente dato una mano a tradurlo in inglese. Poi una prima e provvisoria bozza della traduzione è stata inviata là dove avremmo dovuto leggerlo. J., il nostro referente in loco, ha risposto, anche a nome di S. - che se ho ben capito dovrebbe essere il capo di tutta la baracca e organizzatore del congresso – traboccante di entusiasmo: bellissimo discorso, forte, incisivo, perfettamente adeguato alla circostanza. Un unico appunto, ci ha fatto: bisognerebbe spendere qualche parola in più per Wilders, ha detto, ingiustamente rappresentato come un razzista di estrema destra, mentre in realtà – come ben sa chiunque abbia avuto modo di ascoltarlo – lui è tutt’altro. Ci è sembrata una richiesta ragionevole, e abbiamo aggiunto le righe che trovate verso la fine. Tanto ci è stato concesso un quarto d’ora, tempo sufficiente per leggere tutto e per mostrare anche qualche foto e, tradotta, la lettera di Riccardo Cristiano.
Ieri sera è arrivata una mail, durissima, da S., per informarci che: a) il discorso è assolutamente inaccettabile; b) è il discorso sbagliato nel posto sbagliato nel momento sbagliato; c) non siamo qui per criticare l’islam; d) l’islam non deve essere nominato; e) non deve essere nominato neppure Wilders perché tutti i mass media lì da loro lo detestano e lo considerano un populista razzista fascista; f) avremo a disposizione da due a tre minuti per leggere velocemente la parte centrale del testo, quella che spiega come funziona Informazione Corretta.
Pecorina, dicevo nel titolo. Se si tratta di prendere in considerazione qualche variazione sul tema nei momenti di svago, ne possiamo discutere; se qualcuno che di fronte all’islam si caga addosso si immagina di mettere politicamente noi a pecorina, beh, ha sbagliato indirizzo. Abbiamo ancora due giorni: li impiegheremo, Emanuel e io, a mettere a punto le contromosse. Perché, come si suol dire, quando il gioco si fa duro...

barbara


20 settembre 2010

UN COMMENTO ALL’(ENNESIMO) ARTICOLO DI GIORGIO GOMEL

Uno dei pilastri della nostra cultura occidentale è l'accettazione delle posizioni e opinioni che differiscono dalle nostre: questa è una ricchezza che abbiamo conquistato in secoli di dure battaglie e che dobbiamo difendere sempre e comunque, soprattutto ora che nuove ideologie, molto lontane da questo modo di pensare, sembrano voler distruggere tutti i valori della nostra civiltà. Sarebbe tuttavia opportuno chiarire che cosa esattamente dobbiamo intendere per "opinioni personali", per non rischiare che qualcuno, sfruttando per fini poco nobili le nostre libertà, spacci per opinioni personali qualcosa che non è altro che un totale stravolgimento della realtà. Ed è esattamente questo che sembra fare Giorgio Gomel nell'articolo pubblicato sul sito dell'UCEI di domenica 19. Difficile davvero considerare "opinione personale" la sistematica disinformazione che Giorgio Gomel instancabilmente propina ai suoi lettori da quando è iniziata la guerra terroristica impropriamente nota come "seconda intifada", che già in passato ha suscitato aspre polemiche (non starà per caso, il Nostro, tentando di emulare un Chomsky o un Ilan Pappe?), e che ritroviamo anche nell'articolo in questione. E troppo gravi sono le sue affermazioni perché si possano far passare sotto silenzio, soprattutto nel mondo ebraico.
Gomel ricorda, dimostrando una profonda conoscenza dell'argomento, quasi tutti i punti del negoziato in corso tra israeliani e palestinesi, ed incita i primi ad accettare quanto hanno già spesso dichiarato - e anche dimostrato con i fatti (pace con l'Egitto, pace con la Giordania, ritiro dal Sinai, ritiro dal Libano, ritiro da Gaza) di voler accettare: la costituzione di uno stato palestinese che possa vivere in pace accanto ad Israele. Se un giorno si arrivasse a questo risultato, stia pur tranquillo il nostro commentatore, non sarà un problema l'eventuale cambio di maggioranza parlamentare; tante volte, nella storia dello Stato, è già successo, nel tentativo, sempre vanificato dalla controparte, di arrivare ad una pace; addirittura è nato recentemente, in quattro e quattr'otto, un nuovo grande partito con l'unico obiettivo di arrivare a porre fine all'annoso conflitto.
Il problema, e qui sta la grave pecca di questa analisi di Giorgio Gomel, risiede nel non volersi chiedere se entrambe le parti vogliono arrivare al risultato di una pace tra due stati che possano vivere in pace uno accanto all'altro. Tutti gli argomenti che via via si discutono sono complementari a questo punto focale. E Gomel questo fa finta di non vederlo. Ignora completamente la sempre dichiarata (almeno quando parlano in arabo) volontà di annientare lo stato di Israele che semplicemente deve sparire. L'alternativa, per la dirigenza palestinese, sta tra un califfato unico (posizione di Hamas, ad esempio, ma non solo di questa banda di terroristi, e ci si scusi la franchezza) e la nascita di uno stato di Palestina che, comunque, dovrà occupare tutte le terre dal Giordano al mare. La soluzione di due stati che vivano uno accanto all'altro non deve essere, al massimo, che un traguardo intermedio per arrivare, da parte araba, alla riconquista di tutte le terre dove già dominò in passato l'Islam (dichiarazioni di Arafat, dichiarazioni di Feisal Husseini, dichiarazioni di Mahmoud Abbas). Così vuole il Corano, e a questo comandamento non può sottrarsi, impunemente, nessun governante (la fine di Sadat insegna).
Da questa realtà si deve partire se si vuole affrontare con un minimo di serietà e di credibilità il problema del Medio Oriente. Se non lo si fa, non si favorisce la soluzione del problema. E se anche in ambito ebraico ci perdiamo dietro a questi argomenti che gli arabi sono maestri nell'inventare, giorno dopo giorno, con costanza degna di miglior causa, non facciamo altro che il gioco di coloro che la pace con Israele non la vogliono proprio; se Giorgio Gomel aspira a un posto d'onore nell'olimpo dei pacifinti insieme ai ben più noti nomi del mondo ebraico, sempre pronti ad accusare Israele di non volere la pace, e sempre pronti a considerare i palestinesi tutti vittime del "nazi-fascismo israeliano", sappia che è sulla buona strada. Ma sarebbe bene che tutti quanti, prima di contribuire a diffondere certe parole che poco o nulla hanno a che fare con la libertà di espressione e di pensiero, riflettessimo sulle loro nefaste conseguenze. Soprattutto per i "poveri palestinesi" che, così amorosamente compresi nella loro aspirazione a distruggere Israele, sempre più vedono allontanarsi ogni prospettiva di pace e di realizzazione di uno stato di Palestina.
Un accenno, per concludere, alle ultime frasi dell'articolo che richiamano, peraltro storpiandolo, il mantra di Rabin: condurre il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo e combattere il terrorismo come se non ci fosse il processo di pace. Noi ricordiamo bene come questo tragico mantra, insieme all'altro, altrettanto tragico, della "terra in cambio di pace", abbia regalato a Israele un'esplosione di terrorismo (e di antisemitismo in tutto il mondo) quale mai il Paese in tutta la sua storia aveva conosciuto. E il signor Gomel, lo ha invece dimenticato? O forse lo ricorda anche lui, e gli è talmente piaciuto che vorrebbe vederne la replica?

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


12 settembre 2010

E ADESSO MUSICA MAESTRO!

Eurabia, dici? No, ma quale Eurabia, Eurabia non esiste! È un’invenzione del perfido Occidente, sai, islamofobi assatanati, anzi, dirò di più, è un’invenzione dei sionisti, quelli, pur di gettare veleno, guarda, anzi, dirò di più, anche se non sta bene dirlo, ma io non ho mica paura di nessuno, sai: per me è un’invenzione dei perfidi giudei, ecco, l’ho detto.

Da molti anni “Settembre musica” riscuote un successo sempre maggiore tra gli appassionati di musica di Torino e Milano. Quale strada migliore per far penetrare anche tra questi appassionati musicofili il verbo dell'islam? In fondo il dittatore Gheddafi ha recentemente dichiarato che la Turchia sarà il cavallo di Troia [absit iniuria verbis, ndb] dell'islam in Europa.
Ecco che allora questi sono i frutti che possiamo cogliere in EURABIA, sotto casa nostra.

Dal programma di “Settembre musica” di Torino:

Tradizioni musicali di Turchia: l'Occidente dell'Oriente, l'Oriente dell'Occidente.
Retrospettiva Fatih Akin
La stagione delle turcherie
Presentazione del volume: Musiche di Turchia
Lo splendore della musica classica ottomana
La cerimonia dei dervisci rotanti
Mehter, le musiche marziali dei Giannizzeri
Idem, con grande parata della fanfara tradizionale
Istanbul 1710
Da Bisanzio a Istanbul; canti liturgici cristiano ortodossi e musulmani
Kirika
Orient expressions
Kilink Istanbul'da
Istanbul sessions



Grazie all’amico Emanuel Segre Amar per la segnalazione.

barbara


2 agosto 2010

LETTERA APERTA A MAHMOUD ABBAS

Gentile presidente Mahmoud Abbas, nom de guerre Abu Mazen, giusto per non rischiare di dimenticare che lei è un uomo di pace (anche se, mi permetta di dirlo, essendo abituato a trattare con persone più o meno "normali", l'avere a che fare con identità e personalità multiple mi mette un tantino a disagio), ho appreso con grande interesse (sì, lo confermo, davvero grande interesse) che lei, in qualità di Presidente dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato che, qualora venisse creato uno Stato palestinese nelle regioni di Giudea e Samaria, i cittadini israeliani “non vi potranno mettere piede”. Ha anche aggiunto che “nessun militare ebreo” potrà far parte di forze internazionali che eventualmente dovessero stazionare nelle terre dello stato palestinese. Ed infine, leggo ancora, lei ha dichiarato anche che nessun cittadino israeliano potrà vivere nello stato che lei si augura di presiedere in un prossimo futuro.
Uno stato Judenrein.
Ed ora le spiego le ragioni del grande interesse che queste Sue affermazioni mi hanno suscitato.
Ho sempre saputo ed affermato che le persone più vicine ai suoi ideali politici e culturali sono strettamente legate agli ideali nazisti di Hitler e del di lui amico Gran Muftì Haji Amin al Husseini; molti, tuttavia, non davano ascolto a questa mia opinione anche a causa del lungo tempo trascorso da quegli avvenimenti - ai quali Lei, peraltro, ha ritenuto di dover dedicare la Sua tesi di laurea allo scopo di sminuirne la portata e negarne la gravità.
Ora, e la ringrazio, lei mi dà la dimostrazione che quanto io ho sempre sostenuto è assolutamente vero ed attuale.
Grazie, signor Presidente
Emanuel Segre Amar

Nota aggiuntiva per i lettori: d’ora in poi le lettere aperte di Emanuel Segre Amar le potrete leggere solo qui, in quanto Sua Santità il Reggitore Supremo delle sorti di Informazione Corretta, dopo averle sfrattate dalla home page e relegate nello sgabuzzino delle lettere, ha definitivamente e irrevocabilmente licenziato l’autore delle suddette lettere. Mi auguro che qualcuno voglia, leggendole qui, raccoglierle e diffonderle ulteriormente per dare loro la visibilità che meritano. Colgo l’occasione, visto che di Palestina stiamo parlando, per invitarvi a dare un’occhiata a questa particolarmente ricca documentazione sulla spaventosa crisi umanitaria in atto a Gaza, determinata dal feroce assedio da parte del perfido giudeo.
(Rivado, ma stavolta torno presto, e per consolarvi della mia assenza vi offro un invito all’opera)


barbara


28 giugno 2010

LETTERA APERTA A BAN KI MOON

Gentile Signor Segretario Generale,
la situazione nel Medio Oriente si va deteriorando ogni giorno di più, sotto gli occhi del mondo intero.
Le Nazioni Unite e molti Stati cercano, in diversi modi, di portare un contributo al raggiungimento di una pace, forse oggi purtroppo impossibile, che, a detta di tanti, sarebbe stata già raggiunta se si fossero lasciati soli gli avversari costringendoli in tal modo ad affrontarsi direttamente.
Spero che non si offenderà se mi permetto di dire che alcune delle ragioni per cui i problemi di questa regione, anziché risolversi, sembrano aggravarsi sempre più, sono imputabili anche all'organismo da lei diretto.
Infatti Tony Blair, da anni l'uomo politico scelto per trovare delle soluzioni al conflitto, eccelle solo per la sua assenza dalla regione e per il suo silenzio rotto solo da parole vuote di significato (l'altro giorno ha detto che si devono raddoppiare gli sforzi per arrivare alla liberazione di Gilad Shalit, senza rendersi conto che il doppio di zero resta sempre zero), e per le spese faraoniche dovute al suo gruppo di lavoro (che ancora non abbiamo capito che cosa produca).
Ma oltre all'apparato politico-diplomatico, anche quello militare pone seri interrogativi, signor Segretario Generale. Mentre, infatti, il quartier generale della missione militare
Unifil, da New York, dice che i soldati Onu devono bloccare le navi dirette a Gaza perché violano la risoluzione 1.701, il comando locale a Naqoura smentisce: l’ordine non c’è. Ed allora Le chiedo: potrebbe per favore cercare, almeno, di fare un po' di chiarezza su tutte queste questioni? Se non lei, chi? E se non ora, quando?
Distinti saluti
Emanuel Segre Amar

D’altra parte se ricordiamo che l’Onu è stata insignita del premio Nobel per la pace, come Obama e come il terrorista dalle mani grondanti di sangue Arafat, che fino al suo ultimo giorno di vita ha invocato la distruzione di Israele, fino al suo ultimo giorno di vita ha organizzato e finanziato il massacro di civili innocenti israeliani, fino al suo ultimo giorno di vita ha mandato al macello i bambini palestinesi, che cosa ce ne possiamo aspettare? Per qualche informazione supplementare clicca qui, e per maggiori dettagli su uno di questi episodi, clicca qui.

barbara


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24 giugno 2010

IN QUESTO MOMENTO SI RIACCENDE LA MOLE

È terminata in questo momento la manifestazione di Torino che, nonostante abbia goduto di scarsissima pubblicità, ha avuto un ottimo successo. Alla fine, grazie all’indefesso impegno di Emanuel Segre Amar, il comune ha accondisceso a spegnere la Mole per un quarto d’ora; i manifestanti, dopo l’arrivo dei rinforzi di polizia perché quelli presenti all’inizio non erano sufficienti a proteggerli dai pallestini assatanati accorsi in massa, hanno avuto modo di parlare con la gente affluita per la festa del santo patrono e di distribuire oltre un migliaio di volantini. Adesso sono tornati tutti a casa a cambiarsi gli abiti imbrattati dalle uova lanciate in gran quantità dai suddetti pallestini; il primo uovo ha – casualmente? – preso in piena faccia rav Somekh. Naturalmente, sempre grazie alla mancanza di pubblicità di cui ha "goduto" la manifestazione organizzata da Emanuel Segre Amar, nessun giornalista era presente. Appena mi arriveranno le foto sarà mia cura condividerle con voi.
Nel frattempo vi invito a guardare quelle della manifestazione di Parigi, di cui i giornali si sono ben guardati dal parlare.

barbara


18 giugno 2010

PICCOLI CRETINETTI CRESCONO

Preciso subito, prima che qualcuno possa fraintendere e offendersi: i cretinetti siamo noi, io ed Emanuel Segre Amar. E adesso passo a spiegare. Succede dunque che qualcuno scrive a Informazione Corretta quanto segue:

Gentile Direttore,
Seguo con attenzione gli articoli di Deborah Fait sia sul vostro sito sia sul suo blog di Cannochiale. In data odierna osservo decurtato su IC un suo importante rilievo nei confronti del giornalista Gian Micalessin. Non trovando quest'azione (censura?) allineata con la linea editoriale di IC, chiedo spiegazioni in merito.
grazie


Risponde il Nostro:

Deborah Fait è stata tratta in inganno da una cattiva informazione, diffusa da persone a dir poco incompetenti, per questo ha scritto quella parte di articolo su Micalessin. IC sapeva che giravano insinuazioni su di lui e ha soltanto fatto il dovere che spetta a chi fa informazione: controllare le fonti e non diffondere ciò che non è vero. Avvertendo chi fosse stato tratto in inganno. Purtroppo il mondo è pieno di cretinetti che si credono delle aquile.
Deborah, da giornalista onesta, quando ha saputo di essere stata sorpresa nella sua buona fede, ha subito eliminato le accuse a Micalessin. Ecco quanto ci ha scritto:

Ho chiesto a un soldato che abita qui vicino a me:

Le regole d'ingaggio sono cambiate, ma dicono semplicemente che si può sparare ai nemici anche se nelle vicinanze si trova un compagno fatto prigioniero (rapito). Prima era vietato, ora
pur di tentare di salvarlo si accetta il rischio.
E' la scoperta dell'acqua calda e sono le regole d'ingaggio che si usano in tutto il mondo quando si fa irruzione in un covo dove è tenuta sequestrata una persona. Può essere che si inizi a sparare e il rapito si trovi nel mezzo.

Cordiali saluti,
IC redazione


Come dicevo, i cretinetti che si credono delle aquile – nonché “persone a dir poco incompetenti” – crescono. E magari si incazzano pure. E quando si incazzano cominciano a giocare sul serio. Dunque innanzitutto va ricordato, perché il signore che non è un cretinetti visto che i cretinetti siamo noi a quanto pare lo ha leggermente dimenticato, che Gian Micalessin non ha scritto che si può sparare ai nemici: lui ha scritto che si può sparare al compagno, e il signor IC redazione ha confermato che quanto affermato è corretto. In secondo luogo Gian Micalessin, come fonte delle sue affermazioni ha inviato ad Emanuel Segre Amar un testo in inglese che prima non avevo riportato ma che ora credo di dover proprio pubblicare, ed è questo.

Kidnappings to be thwarted at any cost'
JPostPMarch20,08The IDF has instructed its troops serving near the Gaza border to foil kidnapping attempts at any cost, even if it means harming the captive.
Israel Radio on Thursday morning quoted reservists as saying that during a briefing before a recent Gaza operation, their division commander told them that IDF directives to all soldiers serving in the Kerem Shalom area were to open fire on the kidnappers even if the captive will be hit in the process.
The commander, giving out instructions at the Tzehilim base some two weeks ago, reportedly emphasized that this procedure was not followed when Gilad Schalit was captured. He was quoted as saying that the tank unit that arrived on the scene during the cross-border raid did not properly understand what had happened and did not open fire as it was required to.
In response to the report, the IDF said that it would not disclose its procedures to the media and that it would certainly not go into details about military briefings given to troops.
However, an IDF source told Israel Radio that in the case of a kidnapping attempt, troops were instructed to "attack, reach their target and not be afraid."

Israeli soldiers get new firing rules to prevent hostage-taking
Thu Mar 20,2008 4:54 AM ET
Israeli troops stationed near the Gaza Strip have been told they must fire on any Palestinian seeking to capture a soldier, even if it puts the potential hostage at risk, public radio reported on Thursday.
The commander of a reservist unit deployed along the Gaza Strip recently gave the order to avoid "at all costs" situations where soldiers are taken hostage by armed groups that later seek to swap them for prisoners in Israeli jails.
The troops were told they must attack any Palestinian seeking to capture a soldier, even if this puts the potential hostage's life at risk, the radio station said.
An army spokesman declined to comment on the report.
When Palestinian militants captured Israeli corporal Gilad Shalit on the edge of the Gaza Strip in June 2006, troops did not open fire, amid confusion on the ground.
Shalit has been held up as a bargaining chip in negotiations over prisoner exchange.

Quindi direi che la sequenza è chiara come il sole: il testo dice che si può sparare sui rapitori, Micalessin ha scritto che si può sparare sull’ostaggio, il signor IC redazione conferma che ha ragione Micalessin ossia che è vero che si può sparare sull’ostaggio, e adesso risponde a un altro lettore affermando che ANCHE DEBORAH FAIT CONFERMA CHE SI PUÒ SPARARE AI NEMICI. Servono commenti? Come mi è capitato di dire in altro contesto, ma vale anche qui, anche rivoltare le frittate è un’arte; se non la si possiede, l’unico risultato è che la frittata si spiaccica per terra, e ci si imbrattano anche le scarpe. Girano insinuazioni su Micalessin? No, girano documenti: quelli che Micalessin stesso ha provveduto a mettere in circolazione. Ma E.S.A. non si è accontentato di questo documento, ha chiesto altre notizie, ha chiesto altre conferme, e sono arrivate, puntuali. Scrive infatti l'ambasciatore Zvi Mazel il giorno 11 alle 10.34:

Ce n'est pas vrai. Il n'y a pas de telles instructions

E scrive il Professor Della Pergola il giorno 16 alle 14.31:

Mi sembrano gravemente erronee le posizioni di Micalessin e di IC (in allegato il regolamento di Tsahal)

Quello che segue è il regolamento inviato in allegato:

The Ethical Code of the Israel Defense Forces

The IDF Spirit

The Israel Defense Forces are the state of Israel’s military force. The IDF is subordinate to the directions of the democratic civilian authorities and the laws of the state. The goal of the IDF is to protect the existence of the State of Israel and her independence, and to thwart all enemy efforts to disrupt the normal way of life in Israel. IDF soldiers are obligated to fight, to dedicate all their strength and even sacrifice their lives in order to protect the State of Israel, her citizens and residents. IDF soldiers will operate according to the IDF values and orders, while adhering to the laws of the state and norms of human dignity, and honoring the values of the State of Israel as a Jewish and democratic state

Spirit of the IDF-Definition and Origins

The Spirit of the IDF is the identity card of the IDF values, which should stand as the foundation of all of the activities of every IDF soldier, on regular or reserve duty. The Spirit of the IDF and the guidelines of operation resulting from it are the ethical code of the IDF. The Spirit of the IDF will be applied by the IDF, its soldiers, its officers, its units and corps to shape their mode of action. They will behave, educate and evaluate themselves and others according to the Spirit of the IDF.

The Spirit of the IDF draws on four sources:

The tradition of the IDF and its military heritage as the Israel Defense Forces.

The tradition of the State of Israel, its democratic principles, laws and institutions.

The tradition of the Jewish People throughout their history.

Universal moral values based on the value and dignity of human life.

Basic Values:

Defense of the State, its Citizens and its Residents - The IDF’s goal is to defend the existence of the State of Israel, its independence and the security of the citizens and residents of the state.
Love of the Homeland and Loyalty to the Country - At the core of service in the IDF stand the love of the homeland and the commitment and devotion to the State of Israel-a democratic state that serves as a national home for the Jewish People-its citizens and residents.
Human Dignity - The IDF and its soldiers are obligated to protect human dignity. Every human being is of value regardless of his or her origin, religion, nationality, gender, status or position.

The Values: - The IDF and its soldiers are obligated to protect human dignity. Every human being is of value regardless of his or her origin, religion, nationality, gender, status or position.

Tenacity of Purpose in Performing Missions and Drive to Victory - The IDF servicemen and women will fight and conduct themselves with courage in the face of all dangers and obstacles; They will persevere in their missions resolutely and thoughtfully even to the point of endangering their lives.

Responsibility - The IDF serviceman or woman will see themselves as active participants in the defense of the state, its citizens and residents. They will carry out their duties at all times with initiative, involvement and diligence with common sense and within the framework of their authority, while prepared to bear responsibility for their conduct.

Credibility - The IDF servicemen and women shall present things objectively, completely and precisely, in planning, performing and reporting. They will act in such a manner that their peers and commanders can rely upon them in performing their tasks.

Personal Example - The IDF servicemen and women will comport themselves as required of them, and will demand of themselves as they demand of others, out of recognition of their ability and responsibility within the military and without to serve as a deserving role model.

Human Life - The IDF servicemen and women will act in a judicious and safe manner in all they do, out of recognition of the supreme value of human life. During combat they will endanger themselves and their comrades only to the extent required to carry out their mission.

Purity of Arms - The IDF servicemen and women will use their weapons and force only for the purpose of their mission, only to the necessary extent and will maintain their humanity even during combat. IDF soldiers will not use their weapons and force to harm human beings who are not combatants or prisoners of war, and will do all in their power to avoid causing harm to their lives, bodies, dignity and property.

Professionalism - The IDF servicemen and women will acquire the professional knowledge and skills required to perform their tasks, and will implement them while striving continuously to perfect their personal and collective achievements.

Discipline - The IDF servicemen and women will strive to the best of their ability to fully and successfully complete all that is required of them according to orders and their spirit. IDF soldiers will be meticulous in giving only lawful orders, and shall refrain from obeying blatantly illegal orders.

Comradeship - The IDF servicemen and women will act out of fraternity and devotion to their comrades, and will always go to their assistance when they need their help or depend on them, despite any danger or difficulty, even to the point of risking their lives.

Sense of Mission - The IDF soldiers view their service in the IDF as a mission; They will be ready to give their all in order to defend the state, its citizens and residents. This is due to the fact that they are representatives of the IDF who act on the basis and in the framework of the authority given to them in accordance with IDF orders.

Source: http://dover.idf.il/IDF/English/about/doctrine/ethics.htm

Aggiungo ancora una cosa: nell’esercito israeliano, forse unico al mondo, un soldato che riceva un ordine ingiusto o inumano è ufficialmente autorizzato a rifiutarsi di obbedire. A nessun soldato israeliano – Norimberga docet – sarà mai consentito di ripararsi dietro la foglia di fico del “obbedivo agli ordini”: il soldato israeliano è sempre pienamente responsabile delle proprie azioni. Se il signor IC redazione si illude di poter coprire di fango l’esercito israeliano unicamente per coprire i propri errori, la propria impreparazione, la propria incompetenza, il proprio ego smisurato che non ammette critiche e non ammette di poter riconoscere un errore, posso dire una sola cosa: quel signore è la persona sbagliata al posto sbagliato.

barbara


5 giugno 2010

LETTERA APERTA A GAD LERNER

Questa lettera aperta avreste dovuto leggerla nella home page di Informazione Corretta, ma per decisione unanime dell’Unico Signore e Padrone di Informazione Corretta, è stata prima censurata, poi, dopo robusta presa di posizione dell’autore, pubblicata nel ripostiglio, ben nascosta in mezzo a un’ammucchiata di altre lettere con tutt’altro destinatario, scompaginata e priva di link. Quindi l’unica versione integrale e fedele all’originale attualmente reperibile è quella che avete davanti agli occhi.

Signor Gad Lerner,
ho letto il suo articolo "L'Exodus rovesciato" - con grande patimento a causa del suo contenuto. Sono riuscito comunque ad arrivare alla fine, e vorrei commentare alcune (solo le più gravi, perché altrimenti questa lettera non finirebbe più) sue affermazioni.
Cominciando dal titolo: "Exodus rovesciato", che mi induce a rivolgerle una domanda: lei sa che cos'era l'Exodus, signor Lerner? Ne conosce la storia? Perché se la conoscesse saprebbe che Exodus rovesciato sarebbe stato se Israele avesse impedito agli abitanti di Gaza di andarsene da quel paese martoriato dai terroristi di Hamas. Ma sulle navi, ed in particolare su quella ricoperta da una grande bandiera turca, vi erano dei terroristi armati, e non dei profughi in fuga. Sull'Exodus c'erano ebrei sopravvissuti dai campi di sterminio, sulla Mavi Marmara vi erano terroristi intenzionati a fare sterminio di ebrei: capisce la differenza?
Passiamo ora all'incipit: "proviamo un senso di vergogna". No, signor Lerner: nessuno le ha dato mandato di parlare a nome degli ebrei, quindi, per favore, se ha opinioni da esprimere o posizioni da prendere, lo faccia in prima persona. Prima persona singolare, intendo dire.
E proseguiamo. "Arrembaggio dilettantesco... una delle pagine più oscure nella storia di Tzahal", scrive subito dopo, tentando di spacciare un'opinione di parte per un dato di fatto. Ma le cose non stanno affatto così. Questa azione condotta da Tzahal, al contrario, resterà nelle pagine della moralità dello Stato di Israele che, coerentemente con gli altissimi valori etici che da sempre guidano le sue azioni e le sue scelte, ha ordinato ai primi uomini di scendere disarmati, pur conoscendo i gravissimi pericoli cui li esponeva. Se colpe si devono imputare a chi ha organizzato l'operazione, sono caso mai queste, non certo quelle per le quali lei sembra avere già deciso la sentenza, senza neppure avere la decenza di ascoltare, prima, tutte le parti in causa.
"Sconfitta morale"? "Senso di colpa"? Ero in Israele, in questi giorni, e tra la gente non ho trovato traccia di questi sentimenti: lei dove è andato a scovarli?
Andiamo avanti. Lei scrive che questa azione "spezza l'equilibrio strategico mediorientale in cui la Turchia rivestiva una funzione di stabilità". No, signor Lerner: la Turchia ha smesso di avere quel ruolo e quella funzione da quando al governo è arrivato il partito islamico, e ha scelto di avere, al contrario, una funzione destabilizzante da quando il presidente Obama ha iniziato a fare di tutto per spingerla in quella direzione. Dica, signor Lerner, non le viene il dubbio che la scelta turca di appoggiare questo attacco militare in piena regola contro Israele non sia propriamente una dimostrazione di equilibrio strategico? E non è sfiorato dal sospetto che sull'attuale situazione di squilibrio e di crisi possa avere giocato un qualche ruolo l'Iran?
E poi mi spieghi, per favore: perché, per criticare il ministro Ayalon, incaricato di dare spiegazioni, non trova di meglio che rievocare un episodio di cinque mesi fa? Forse perché non ha argomenti migliori? Io, per esempio, l'ho incontrato proprio martedì scorso, e le impressioni che ne ho ricavato sono totalmente opposte alle sue.
E poi: "la Freedom Flottilla dei pacifisti" e "l'iniziativa umanitaria"; ma lei li ha visti, signor Lerner? Ha visto le foto delle armi? Ha visto i filmati del selvaggio attacco ai soldati israeliani, disarmati o quasi, con bastoni, spranghe di ferro, biglie d’acciaio, bottiglie rotte, coltelli? Ha visto i lanci di granate? Ha visto il soldato scaraventato giù dal ponte? Li ha visti intonare, il giorno prima, il grido di battaglia con l'incitazione ad ammazzare gli ebrei? E li chiama pacifisti? Ma lei ha un'idea, signor Lerner, di che cosa significhi la parola pace? Ed è al corrente della proposta del padre di Gilad Shalit di appoggiare la loro azione in cambio di una loro richiesta di far visitare Gilad dalla Croce Rossa? Non ha chiesto loro di liberarlo, signor Lerner, non ha chiesto che pretendessero di incontrarlo, non ha preteso, in cambio del proprio appoggio, che ottenessero di farlo visitare dalla Croce Rossa: ha proposto che lo chiedessero. Hanno risposto di no. Le ripropongo la domanda: lei ha un'idea di che cosa significhi la parola pace? E, mi permetto di aggiungere: ha un'idea di che cosa sia la decenza? Dovrebbe vergognarsi, signor Lerner, altro che dare lezioni di moralità a Israele!
Ancora: la "fragile" leadership di Netanyahu, l'"angoscioso senso d'accerchiamento vissuto dagli israeliani"... Ma con chi diavolo si incontra, lei? È sicuro di essere stato in Israele? È sicuro di avere parlato con degli israeliani?
E mi dica, signor Lerner, lei che è grande stratega, lei che ha la soluzione in pronta consegna chiavi in mano, lei che a differenza dello "sprovveduto" Ehud Barak sa perfettamente che bastava "limitarsi a bloccare fuori dalle acque territoriali il convoglio ostile", perché non è andato a dirglielo, magari spiegandogli anche come si fa a mettere in atto questa soluzione così semplice - perché lei lo sa, vero, come si fa a bloccare fuori dalle acque territoriali un "convoglio ostile" pieno di gente armata fino ai denti e pronta a battersi all'ultimo sangue...?
Ma ancora, dopo tutte queste perle, ancora tuona Gad Lerner, ancora non è contento (in fondo a questa lettera troverà il link alla fonte di questa citazione), vuole salire ancora più in alto, vuole toccare l'empireo e allora eccolo parlare dei "troppi simboli dolorosi nel paese che coltiva la memoria dei sopravvissuti alla Shoah quasi alla stregua di una religione civile", e a questo punto le dico, con tutta tranquillità: lasci perdere questo argomento che dimostra di non aver compreso. Mi limito a ricordarle che in Israele solo il suo amico Barenboim ha osato suonare Wagner che avrebbe dovuto restare tabù, nonostante la sua grandezza artistica, almeno fino alla morte dell'ultimo sopravvissuto. Lei, come Barenboim, dimostra di non comprendere questo dramma collettivo. Capisco, signor Lerner, che la sensibilità, se uno non ce l'ha, non se la può dare, ma il rispetto, almeno il rispetto, credo si possa chiedere a chiunque. E rispetto, in certe circostanze, significa una cosa sola: SILENZIO. Se ancora non lo ha imparato, sarebbe ora che cominciasse a provvedere.

Quasi tutta l'ultima parte è dedicata al suo incontro con gli "ebrei d'origine italiana" scrivendo, con evidente autocompiacimento, di non essere stato attaccato da loro. Non sospetta quale possa esserne il motivo? Glielo rivelerò io, signor Lerner: gli ebrei che più amano Israele non vengono ad ascoltarla perché sanno già, parola per parola, quello che lei dirà, e quelle parole non hanno alcuna voglia di ascoltarle, perché hanno già infinite occasioni di sentirle, identiche, da tutti i branchi di odiatori di Israele e di antisemiti che popolano l'intero pianeta: non muoiono dalla voglia di scomodarsi a uscire di casa per sentirne delle altre. Quindi, per favore, non spacci il comportamento di chi è venuto a sentirla per la posizione tipica degli ebrei italiani che vivono in Israele: non lo è, e noi sappiamo perfettamente che non lo è. La verità è piuttosto che lei, come coloro che hanno creato J call e J street, è uno di quegli ebrei, che sempre, purtroppo, ci sono stati, che alzano la voce per portare divisioni, alla lunga sempre funeste. Ma non siete moderati, non siete sionisti, se, pur di fare mucchio, accettate le firme di personaggi inqualificabili per qualsiasi persona di buon senso (vuole dei nomi? Non credo che sia necessario...).
E tutti insieme non avete capito nulla di quanto succede in Medio Oriente, non avete capito che gli arabi non vogliono uno stato di Palestina accanto alla stato di Israele (Arafat 1988 le dice qualcosa? Se non le dice nulla, cerchi di capire il significato di tutte quelle carte che mostrano una Palestina dal Giordano al mare. Cerchi di capire il significato delle trasmissioni "culturali", di quelle per bambini e ragazzi, che la moderata televisione del pacifista Abu Mazen trasmette regolarmente. E se le rimane qualche minuto libero, cerchi di dare un'occhiata alla costituzione di al Fatah, in cui sono tuttora presenti tutti gli articoli che dichiarano la distruzione di Israele obiettivo primario e irrinunciabile). Le assicuro che, se non capisce, sono pronto a venire da lei a spiegarglielo personalmente. A quel punto capirà che non è stato commesso da Israele nessun "crimine marittimo", e forse capirà anche che parlare di Intifada come "rivolta interna degli arabi col passaporto israeliano" è un non senso storico. Anzi, se preferisce, glielo faccio spiegare da qualche suo collega arabo israeliano, come Khaled Abu Toameh, che certamente avrà l'onestà di spiegare ai suoi ascoltatori quella verità del Medio Oriente che da decenni lei e i suoi compagni continuate pervicacemente a negare. E a quel punto spero che avrà la correttezza di ammettere che Israele non "degrada nel disonore", e che "l'epopea dell'Exodus” non sta “facendo naufragio".
E per concludere, un'ultima domanda, al "democratico" Lerner: gli USA "auspicano un ricambio di maggioranza politica" in Israele? È questo, secondo lei, il modo corretto di gestire i rapporti tra stati amici ed indipendenti? Non pensa che, se davvero così stanno le cose, il popolo israeliano e tutti coloro che hanno a cuore la sua sorte avrebbero tutti i motivi per essere indignati e arrabbiati? Che cos'è Israele, uno stato sotto tutela? È questo il suo concetto di democrazia, signor Lerner?
Emanuel Segre Amar

http://www.youtube.com/watch?v=IyVG9cPLCP4

Incorreggibile recidivo, Gad Lerner, nella sua pretesa di parlare a nome degli ebrei tutti. Lo aveva già fatto – ricordate? – nella lettera aperta a Magdi Allam che, nel suo “Viva Israele” celebrava, tra l’altro, l’ebreo finalmente, grazie allo stato di Israele, capace di difendersi e di sfuggire al destino che altri vorrebbero cucirgli addosso. In quell’occasione il Nostro rivendicava orgogliosamente, a nome degli ebrei, il diritto di continuare a farsi portare come pecore al macello. E ora, investendosi di un mandato che nessuno gli ha dato, continua, a nome degli ebrei, a sputare veleno su Israele con lo stesso rabbioso livore con cui sputa veleno su suo padre. Ma stia attento, signor Lerner: a sputare controvento - contro il proprio vento – c’è il rischio di ritrovarsi spiacevolmente imbrattati.

barbara


17 maggio 2010

INTERVISTA AD EMANUEL SEGRE AMAR

Proseguo la mia serie di interviste a personaggi che hanno qualcosa da dire. Chi frequenta Informazione Corretta e alcuni altri ambienti di “addetti ai lavori” conosce già Emanuel Segre Amar, gli altri ne faranno la conoscenza adesso.

Segre Amar: un cognome noto fin dagli anni Trenta. Vorresti ricordarci come e perché è salito alla ribalta?
In realtà la domanda non è precisa, se mi permetti.
Io credo che tu ti riferisca al momento dell’arresto di mio Padre, nel 1934, allorquando venne arrestato alla frontiera di Ponte Tresa mentre rientrava in Italia, con un amico, Mario Levi, con dei volantini nascosti nel bagagliaio dell’automobile nei quali si invitavano gli italiani a votare no nelle elezioni del 25 marzo.
Ebbene, in quel momento mio Padre si chiamava ancora Sion Segre, e solo successivamente aggiunse un secondo cognome, appunto Amar, per ricordare la famiglia di sua Madre, da poco deceduta. Sua Madre, Margherita Amar vedova Segre, era l’ultima di una antica famiglia che si sarebbe pertanto estinta, almeno nel suo ramo. E mia nonna Margherita deve essere ricordata, tra l’altro, per essere stata la fondatrice di un importante salotto sionista, sorto negli anni 20, molto frequentato nella vecchia Torino del periodo tra le due guerre.
Quando dunque mio Padre venne arrestato, venne processato e giudicato nel primo processo fatto dal Tribunale Speciale voluto dal fascismo per combattere gli antifascisti, in gran parte torinesi, ed in gran parte ebrei. Va detto che mio Padre subì una condanna a tre anni, della quale scontò un anno soltanto grazie alla riduzione della pena accordatagli alla nascita della principessa Maria Pia di Savoia. In carcere, a Regina Coeli, in una cella insieme a Leone Ginzburg, visse quello che amava definire il momento più importante e arricchente della sua vita. Tra l’altro, mancandogli la possibilità di leggere se non pochi libri, mandò a memoria l’intera Divina Commedia. La convivenza con Leone doveva influenzare il resto della sua vita per la enorme personalità dell’amico, e compagno di scuola, Leone.

Figura davvero straordinaria, quella di Sion Segre Amar, non solo per il suo impegno nella lotta antifascista. Vogliamo ricordarne qualche altro aspetto?
Ben difficile questa domanda, per un figlio.
Innanzitutto devo dire che è stato un padre ed un nonno eccezionale, e fino all'ultimo giorno della sua vita, pur ormai malato, non è venuto meno a questo compito che si era sempre imposto. Non è facile essere genitore, ma egli lo ha saputo essere lungo tutto l’arco della sua vita, nei momenti belli come in quelli tristi, quando ero bambino come quando ero studente o quando ormai lavoravo anch’io, inizialmente insieme a lui, e poi per conto mio. E, nello stesso modo, seppe essere guida per i miei figli. Io nacqui in tempo di guerra, in condizioni difficili per tutta la famiglia, eppure le rare immagini di quei tempi lo mostrano come fu poi sempre, per tutta la vita.
Ebbe numerosi interessi, fece tanti lavori diversi, soprattutto negli anni della guerra ed in quelli immediatamente successivi, ma credo che si debbano ricordare, in particolare, i suoi libri ed i suoi articoli che iniziò a scrivere quando si ritirò dal lavoro. Fu per lui il modo migliore per mantenere la testa in esercizio. Iniziò quasi per divertimento, scrivendo un libro di memorie, Sette storie del numero 1 (il numero 1 era la linea del tram che passava davanti a casa nostra). Ma poi continuò, e collaborò anche con diversi quotidiani italiani scrivendo sulla attualità di Israele; aveva conosciuto a fondo il paese, e manteneva stretti legami di amicizia con italiani che avevano fatto la aliyah.
Ma non si può parlare di mio Padre senza ricordare anche la sua passione per i libri miniati; nacque quasi per caso, un giorno che era di passaggio a Londra, e segnò profondamente la sua vita di uomo sempre alla ricerca di interessi colti ed intelligenti. Divenne non solo collezionista di antichi codici e miniature, ma fine intenditore, e due libri da lui scritti furono l’occasione per raccontare una storia romanzata dei miniatori che vissero nell’Italia del medio evo.
Fu anche presidente della Comunità ebraica torinese dove portò cambiamenti ed innovazioni che furono rottura col passato; trovò sul momento molti avversari, mossi soprattutto da motivi politici, ma molte sue azioni influenzarono gli anni successivi non solo dell'ebraismo torinese, ma anche di quello italiano. Alcuni avversari di allora, mi fa piacere ricordarlo, gliene resero atto quando mancò, nel 2003.
Ecco, queste poche parole servono forse per descrivere, a chi non lo conobbe, quello che fu mio Padre al di là della lotta antifascista; di questa mi preme dire che non amava parlare se non con gli amici di allora, o forse meglio con i pochi che non abbracciarono poi altre ideologie assolutiste che egli sempre combatté, vedendone i pericoli che portavano ad Israele, agli ebrei ed all’uomo in generale. Si illuse quando sembrò che palestinesi ed israeliani potessero finalmente raggiungere un’intesa, ma fu un’illusione nella quale in cuor suo forse non credeva del tutto, vista la sua conoscenza del mondo e della mentalità araba (e qui non vorrei che proprio lui fosse considerato razzista per questa mia affermazione; non si deve parlare di razzismo se si studia attentamente la mentalità di un popolo).

Che cosa ha significato per te essere figlio di questo uomo eccezionale?
Non è davvero facile rispondere a questa domanda, che richiede per me una attenta riflessione.
Certamente, avendo io delle attitudini diverse dalle sue (io mi sono dedicato a studi scientifici, essendomi laureato al Politecnico), ho faticato, nei primi anni, a cogliere il significato profondo degli insegnamenti che, giorno dopo giorno, mi arrivavano. Ma quegli insegnamenti restavano lì, nella mia testa, ed arrivato all'età matura me li sono ritrovati tutti a disposizione, per la vita.
È così che ho imparato a non dare mai nulla per scontato, a cercare di non essere mai banale, e, soprattutto, a non far mai nulla di cui un giorno potrei pentirmi. Insegnamento di vita così raro e così importante anche oggi, ma che non credo che ancora molti genitori trasmettano ai propri figli.
In parte sono insegnamenti che so che egli aveva ricevuto da sua madre (suo padre morì quando egli era bambino), e li ha trasmessi poi anche ai miei figli.
Ecco, anche se non sono sicuro di aver risposto davvero alla domanda, credo di poter affermare che questi valori sono il principale insegnamento che ho ricevuto, per tutto il lungo cammino della vita fatto insieme.

Bene, e ora che abbiamo parlato di tuo padre, anche se certamente non in modo esauriente rispetto al calibro del personaggio, parliamo di te: chi è Emanuel Segre Amar?
Mia cara, possibile che le tue domande siano sempre più difficili?
Da dove si deve cominciare, visto che ho già 65 anni?
Bene, da bambino ero sempre sorridente, amico di tutti. Poi ho continuato ad aprirmi, ma solo con gli amici, e anche questi erano via via sempre più selezionati.
Il fatto è che ho incominciato un severo lavoro di attenta valutazione, ho incominciato a soppesare attentamente chi mi stava di fronte. Le sventure della vita, che capitano a tutti noi, insegnano a difendersi per cercare di evitare di cadere due volte negli stessi errori.
Nella mia vita lavorativa ho avuto la fortuna di fare sempre dei lavori che mi piacevano, e quando i due figli (entrambi maschi) sono diventati adulti, ho avuto ancora la fortuna che uno dei due volesse lavorare con me.
E così ora ho molto tempo libero, perché gran parte del lavoro lo fa questo figlio. Io ne approfitto per approfondire la conoscenza della cultura che è stata alla base della vita della mia famiglia per almeno un secolo. Già mia nonna, Margherita Amar vedova Segre (da qui il mio cognome, come ho già spiegato) aveva fondato a Torino un salotto dove si riunivano i sionisti
dell'epoca. Di mio Padre ho già spiegato, ed io ho trovato uno spazio tutto mio (anche se certo in valida compagnia) nel quale puntualizzo, correggo e critico tutto quello e tutti coloro che, volutamente, falsificano i fatti, di ieri e di oggi. Non capiscono, queste persone, che se non si guarda con onestà in faccia alla realtà, il conto lo si pagherà, alla fine, tutti insieme. Per questo non mi stanco di dire e di spiegare quello che riportano i documenti ufficiali.
Guardiamo, ad esempio, i nostri quotidiani: perché solo pochi giornalisti, e pochissimi direttori (forse soltanto De Bortoli, direttore del Corriere, tra questi ultimi) accettano il dialogo (che deve essere sempre corretto e concreto, ovviamente)? È una grave mancanza di correttezza professionale quella di tanti professionisti della stampa e della televisione che non accettano il dialogo. Preferiscono stare chiusi nel loro ufficio a pontificare. Da un dialogo preciso, puntuale e corretto, non possono invece venire che arricchimenti per tutti. Il rifiuto è, per me, indice di codardia e di servilismo (verso altri, ovviamente).
Ecco, oggi, compresso da questi problemi, sono sempre più chiuso in me stesso, frequento meno persone, sono meno loquace, sorrido sempre meno. Ma penso che ne valga la pena, e che sia utile e necessario per tutti noi (anche se non ho la pretesa di cambiare il mondo; ci mancherebbe altro). Come ho sempre sostenuto, coloro ad esempio che fondarono Giustizia e
Libertà non cambiarono il corso della storia. E tuttavia furono utili, tanti anni dopo. E loro, almeno loro, furono in pace con la loro coscienza. Non dovettero far finta di dimenticare i loro trascorsi di collaborazionisti, come tante figure altamente "democratiche" della nostra Repubblica, del mondo politico e culturale e della società civile.
Io credo in quello che faccio, in quello che scrivo, e penso che sia utile per tutta la nostra società occidentale, a rischio oggi come mai nel passato recente.

Parliamo allora di Israele: Israele ed Emanuel Segre Amar, Israele e il mondo, Israele e Israele...
Israele, cosa è per me?
Ma io sono nato in Israele; non ne ho merito, evidentemente, ma nascere a Gerusalemme è una cosa che non può essere ordinaria. Quando ero bambino mi dicevano tutti erroneamente: ah, come Gesù bambino. Ed io mi seccavo.
Poi, per tanti anni non sono più tornato, in quella terra che lasciai quando avevo un anno.
Ci tornai, per la prima volta, subito dopo il servizio militare, e feci un grandissimo giro, pieno di avventure, insieme ad un carissimo compagno di scuola. Ma era un paese del tutto diverso da quello che è poi diventato. Ricordo che quando mio cugino mi accompagnò a vedere la casa in cui ero nato, ebbene, io la riconobbi prima che lui me la indicasse. Impossibile? Non so, ma è così.
Poi tornai dopo poco, in una circostanza che non voglio divulgare; lavoravo in un pollaio, con amici italiani, la famiglia Eckert; altra esperienza che mi ha segnato moltissimo.
E appena i miei bambini furono in grado di capire, tornai con loro e con mio Padre.
E poi tornai tante altre volte ancora.
Adesso ci vado una volta all'anno (ma quest'anno ho programmato due viaggi consecutivi), non solo per visitare il paese, ma per incontrare tante persone come si trovano solo là e in pochi altri posti al mondo. E per capire, per comprendere sempre di più come, ahimé, in questa situazione non si può davvero sperare che la pace sia vicina.
Se il mondo volesse capire la mentalità dei popoli e della gente, se i governanti non preferissero stare in pace con la propria coscienza mandando tanti soldi (dei cittadini, non certo loro), forse si potrebbe aprire uno spiraglio di luce. Ma visto come vanno le cose, no, non è possibile vedere una luce in fondo al tunnel. I governanti palestinesi non hanno nessun
interesse personale a cambiare lo status quo; loro stanno troppo bene così. Ed a quale governante islamico è mai interessata la condizione in cui vivevano i suoi concittadini?
Ed Israele, così, pur con il desiderio di pace che hanno tutti i suoi cittadini, è destinato a non conoscerla tanto presto. La situazione è pericolosa; ma è così da sempre. Israele ha sempre trovato (quasi unica tra le nazioni) governanti in grado di risolvere i suoi enormi problemi. Durerà? C'è da augurarselo, almeno guardando alla realtà del paese. Un paese in cui, grazie al livello scolastico, il numero di brevetti e di innovazioni, e il livello culturale è da primato. Anche la politica non può che trarre dei giovamenti da questa situazione. Auguriamoci che così continui, senza catastrofi cioè, fino al giorno in cui i suoi nemici (ed i suoi amici poco
sinceri) comprenderanno quello che è nell'interesse di tutti.

Vorrei parlare ora dell'ebraismo. Che cos'è per te l'ebraismo? Che cosa significa per te essere ebreo? Quale ruolo e quale peso ha l'ebraismo nella tua vita?
Vorrei rispondere con parole tratte da: "POURQUOI JE SUIS JUIF" di
Edmond Fleg [qui il testo originale, ndb].

Io sono ebreo
perché sono nato
non solo nel popolo di Israele, ma in
Israele, (che poi ho lasciato subito, quando ero ancora piccolissimo);
ma voglio che viva dopo di me,
più vivo ancora di quanto non sia dentro di me.
Sono ebreo
perché la fede per il popolo di Israele non richiede nessuna abdicazione.
Sono ebreo
perché per il popolo di Israele sono pronto a tutto.
Sono ebreo
perché in ogni luogo dove vi sono sofferenze,
vi è un ebreo che piange.
Sono ebreo
perché sempre quando vi sia la disperazione, l'ebreo spera.
Sono ebreo
perché la parola di Israele è la più antica e la più nuova.
Sono ebreo
perchè, per il popolo di Israele, il mondo non è compiuto, ma sono gli uomini che lo fanno.
Sono ebreo
perché, al di sopra delle nazioni e di Israele,
il popolo di Israele mette l'Uomo e la sua unità.

E vorrei aggiungere che sono ebreo, come tanti, pur in un totale agnosticismo, senza seguire i 613 precetti, senza pregare in sinagoga. Ma non mangio cibi proibiti: è forse un controsenso? Certo che lo è, ma per me non lo è. È il mio modo di essere ebreo, come ho imparato ad esserlo da mio Padre che a sua volta lo aveva imparato dai suoi genitori. Sono ebreo perché credo nei valori della famiglia che stanno alla base del mio mondo.

A partire dall'inizio del 1994 (immeditamente dopo la firma degli accordi di Oslo: sarà un caso?) si è scatenata in tutto il mondo un'ondata di antisemitismo come non si era più visto dalla fine della guerra, con aggressioni fisiche ad ebrei, devastazioni di sinagoghe e cimiteri e violentissime campagne di stampa. Alcuni parlano di "nuovo antisemitismo". Qual è la tua opinione in proposito: è sempre lo stesso antisemitismo che, dopo un periodo di latenza è tornato ad alzare la testa o è un fenomeno nuovo con caratteristiche proprie, diverse dal precedente?
L’antisemitismo dura da almeno 2000 anni e si è sempre rinnovato nelle sue forme pur restando sempre identico a se stesso, nella sua malvagità.
Nel 1993, vorrei ricordare, non si firmano solo gli accordi di Oslo, ma si aprono anche i rapporti diplomatici tra Israele e il Vaticano.
Questi due episodi sono strettamente legati; non a caso il papa si incontra con Arafat prima di compiere il grande passo, sempre rifiutato, fino ad allora, dal GOVERNO DELLA CHIESA.
Ed ecco che ora si capisce lo stretto collegamento che vi è tra fatti apparentemente slegati, e le conseguenze che ne derivarono.
Arafat era un grande maestro nell’arte di far finta di accettare l’idea dei due stati, salvo poi trovare il modo di scatenare i suoi uomini contro gli ebrei per bloccare tutto; nella sua azione, e nella reazione israeliana trovava il successo che cercava: la non accettazione di Israele, e quindi l’uccisione degli ebrei (non dimentichiamo che suo zio, il Gran Muftì di Gerusalemme, fu grande alleato di Hitler fino alla fine del regime nazista, e ne continuò gli ideali nell’Egitto del dopo guerra; e l’OLP non ha mai modificato il suo statuto originale, nonostante gli impegni firmati). [Qui il testo integrale della Costituzione di al-Fatah, ndb]
Arafat scatena poco per volta i suoi alleati contro Israele; tra questi vi sono certamente i classici nemici degli ebrei, quei movimenti cioè di estrema destra mai scomparsi nel vecchio continente. Ma vi sono anche i simpatizzanti di una sinistra più o meno estrema che, pur orfani del comunismo, sono rimasti fedeli a certi principi che durano fin dall’epoca di Stalin. E vi sono, ovviamente, le masse di fedeli dell’islam non necessariamente fondamentalista, ma certo facile preda di predicatori senza scrupoli.
Parallelamente nella Chiesa, che oramai ha riconosciuto lo Stato di Israele, rimangono forti presenze di uomini che mantengono intatti gli ideali più violentemente antigiudaici. Proprio nei giorni scorsi ne abbiamo avuto la riprova con le dichiarazioni di “autorevoli” rappresentanti della Chiesa.
E così diventa semplice, per chi continua a rifiutare l’ebreo come cittadino uguale a tutti gli altri, trovare persone pronte a scatenarsi con atti che non sono spariti né con l’illuminismo, né con l’apertura dei ghetti, né con la fine della seconda guerra mondiale. Il male è sempre presente, anche quando la malattia sembra essere debellata, ed alla prima occasione si scatena in forme nuove, ma che ricalcano quelle vecchie.
Il Presidente Napolitano lo ha detto benissimo; l’antisemitismo e l’antisionismo sono sintomi di una stessa malattia; ieri gli ebrei, come oggi gli israeliani (e, di conseguenza, anche gli ebrei) sono accusati di rubare il sangue o gli organi dei goim, di controllare le finanze del mondo intero, di voler dominare il mondo. Che cosa vi è di nuovo negli ultimi tempi?

Ti è accaduto di viverlo, l'antisemitismo, sulla tua pelle?
Devo riconoscere che non ho dovuto soffrire troppo sovente per atti o parole antisemite. Tuttavia...
Quando ero bambino avevo un grande amico, Gianni, che giocava a pallacanestro dai salesiani, proprio dietro casa mia. Un giorno mi presentai al cancello per vedere una partita che mi era stata annunciata di grande interesse. Ma un sacerdote mi ha bloccato sulla porta dicendomi testualmente: tu sei ebreo, non puoi entrare.
Mi ha colpito molto, quella frase, e mai osai riferirla a mio Padre, forse temendo chissà quale sua reazione. Oggi mi chiedo anche come facesse a sapere che ero ebreo, visto che non ho neanche il naso adunco, e la stella gialla non era più di moda.
Detta a un bambino una frase di quel genere rimane impressa nella mente per tutta la vita, e questo mi fa pensare a come dovevano vivere i giovani che subirono nella loro vita situazioni ben più tragiche, e ripetute in drammatiche sequenze.
Non mi ritrovai in seguito in simili condizioni per lungo tempo, fino al momento del servizio militare, quando un mio compagno uscì con un'altra frase tipica dell'antisemitismo; ma oramai sapevo come difendermi.
Oggi è diverso: non sono attaccato come ebreo, ma come filo-israeliano; spesso capisco che alla base è la stessa cosa (spesso, non sempre); ma credo di sapere argomentare contro qualsiasi attacco.

Io le domande le avrei terminate, quindi, come si fa a scuola, per la conclusione ti assegno un "tema libero": c'è qualcosa che avresti sempre voluto dire - in qualunque campo e su qualunque argomento - e non ne hai mai avuto l'occasione perché nessuno te lo ha mai chiesto?
Ma perché dobbiamo sempre fare attenzione a quello che è politicamente corretto? Ma perché dobbiamo sempre fare attenzione a che cosa succede se... Ma non ci renderemo mai conto che è sempre meglio dire le cose che vanno dette, perché altrimenti i problemi non si risolvono da soli? E poi, quando impareremo a sceglierci i compagni di strada? Quello sbagliato, prima o poi, ci porta alla rovina, sempre. Io sono fatto così, e sarà anche per questa ragione che pochi mi sopportano. Ma non me ne importa niente. Ora anche voi sapete un poco come sono fatto. Se vi va, bene, altrimenti, alla mia età, non cambio più.

Un sentito grazie ad Emanuel, che ha voluto dedicare a me e al mio blog tanto del suo scarso e preziosissimo tempo, e un grosso augurio per tutte le sue attività in favore della pace, in favore della verità, in favore di Israele.

barbara


18 marzo 2010

DI GERUSALEMME E DI CASE E DI SINAGOGHE E DI ALTRO

"Tema: Chi sa dove si trova Gerusallemmest e a cosa serve?"

Cari amici,
ogni tanto ci chiediamo tutti che cosa vogliono davvero i palestinesi, quali sono i loro obiettivi. Sappiamo che sono buoni, che hanno ragione loro, che la buona buonissima amministrazione del presidente Osama (Nobel preventivo e santo subito) li appoggia senza esitazione. Dato ormai per scontato che le "colonie" sono cattive cattivissime, e vanno prima fermate e poi distrutte, perché "occupano", adesso è la volta di Gerusalemme. Anzi, per il momento di Gerusalemmest, una nuova entità storico/geografica: il problema a Gerusalemmovest si porrà in seguito, appena chiarita la questione a Est. Tanto sappiamo che i confini non contano. Gerusalemme (Est o Ovest, Nord o Sud che sia) non è mai stata assegnata ai Palestinesi dall'Onu, nei piani del '47 doveva essere un territorio a parte, ha una maggioranza ebraica documentata dai censimenti almeno da centocinquant'anni, e naturalmente una presenza ebraica altrettanto documentata che risale a un millennio e mezzo prima che nascesse due o tremila chilometri più a Est un tizio che oggi conosciamo come Maometto - ammesso che ci sia mai stato, cosa di cui gli studiosi blasfemi dubitano.
Ma non importa, Gerusalemmest è dei palestinesi, "perché essi aspirano a farvi la capitale del loro futuro stato". E' un ottimo principio. Anch'io aspirerei di fare della reggia di Versailles il mio futuro pied-à-terre in Francia, non l'ho costruito io, questo no... ma pensate che l'ho visitato da ragazzo, mi è sempre piaciuta moltissimo, così modesta e funzionale... non capisco perché lo Stato Francese continua a pretendere di possederla... forse farò un'intifada, che almeno mi diano Versaillest...
Ma non divaghiamo. I palestinesi vogliono gli insediamenti ebraici oltre la linea verde e vogliono anche Gerusalemme (Gerusallemmest, per ora). Per stabilire che è loro hanno trovato il mezzo del blocco delle costruzioni: sapete le costruzioni sono rumorose, fanno polvere, "mangiano la terra". E naturalmente chi decide in un territorio se si può costruire ne è il proprietario. Geniale, no? Dato che aspirano alla proprietà di Gerusalemme (Est), ogni cosa che venga costruita in quel luogo è colonia. Ma dov'è esattamente Gersualemmest? Somiglia un po' all'isola che non c'è, o a quelle città di Calvino o di Escher, la cui impossibilità è presupposta. Siamo concreti, sapete voi dov'è Gerusalemmest? Dove finiscono i suoi confini?
Be' i palestinesi hanno questo in comune con Ahamadinedjad, e anche con la buonanima di Adolf, che non nascondono le loro intenzioni. A modo loro, sono onesti. L'hanno sempre detto che intendevano cacciare in mare i giudei, e anche quando dicono pace non smentiscono. Dunque per capire la questione geografica di Gerusallemmest, basta leggerli. Per esempio qui, in un delizioso pastiche pseudogiuridico che sembra proprio uscito dalla penna di Raymond Queneau:
http://www.pchrgaza.org/portal/en/index.php?option=com_content&view=article&id=6297:pchr-strongly-condemns-inauguration-of-synagogue-in-occupied-east-jerusalem-&catid=36:pchrpressreleases&Itemid=194.
Quel che dicono i bravuomini è che "PCHR also confirms that East Jerusalem constitutes an integral part of the OPT" (il Centro Palestinese dei Diritti Umani (fortemente finanziato da Eurabia, questo è chiaro, perché anche Eurabia è buona) costituisce parte integrante di una cosa che loro chiamano Opt (Territori palestinesi occupati): certamente è un'"optima" idea.
Questo lo sappiamo: "aspirano" a Gerusalemmest. Il punto viene ora: "The inauguration of a Jewish synagogue in East Jerusalem is considered a form of settlement activity, and thus constitutes a war crime under international humanitarian law." L'inaugurazione di una sinagoga ebraica a Gerusalemmest è un'attività di colonizzazione e costituisce una crimine di guerra sulla base delle legge umanitaria internazionale."
Non voglio discutere qui e ora la geniale applicazione creativa della Quarta Convenzione di Ginevra da parte dei palestinesi e dei loro amici. Voglio solo sottolinearvi che Gerusalemmest per loro comprende non solo la città vecchia di Gerusalemme, ma anche il suo quartiere ebraico, al cui centro è stata inaugurata ieri la ricostruita sinagoga Hurva. Perché ricostruita? Perché stava lì da sempre e, anche senza andare troppo indietro gli arabi l'hanno distrutta due volte, la prima due secoli fa, la seconda sessant'anni fa, dopo che Gerusalemme fu occupata dalle truppe giordane (guidate dagli inglesi, guardate un po' com'è costante la tradizione di Eurabia). E i giordani stabilirono allora, da bravi difensori dei diritti umani e della libertà di religione che era proibito agli ebrei entrare a Gerusalemme e tanto per chiarire la questione, tirarono giù tutto il quartiere ebraico inclusa la sinagoga (che non a caso si chiama Hurva, cioè rovine) e pavimentarono le strade con le lastre tombali ebraiche del cimitero millenario del Monte degli ulivi.
Dunque, bisogna capirli: dove comandano loro abbattere sinagoghe va bene, non è un problema; è riscostruirle che è un crimine di guerra. Ecco, abbiamo finalmente capito dove sta e a cosa serve Gerusalemmest: a impedire che nel quartiere ebraico ci siano gli ebrei e anche le sinagoghe: l'esistenza degli uni e degli altri è un crimine di guerra! Siamo sicuri che zio Adolf, giù dal cielo da dove guarda benigno Eurabia e palestina, sorride e acconsente, anche in memoria del suo amico Gran Muftì di Gerusalemme. Il solo dubbio è se l' "americo Amleto" il buon presidente Hussein Obama abbia capito fino in fondo il gioco che sta giocando. E' vero che tutti dicono che è intelligentissimo, ma a me pare soprattutto buono: come dicono dalle mie parti, tre volte buono.

Ugo Volli


La sinagoga Hurva prima del 1948


La sinagoga Hurva in mano alla Legione giordana, nel 1948


La sinagoga Hurva sotto la dominazione giordana, fra il 1948 e il 1967


La sinagoga Hurva restaurata da Israele (foto trovate qui)

Anche dalle mie parti, benché distino un buon paio di centinaia di chilometri da quelle di Ugo Volli, si dice tre volte buono, ma in questo caso davvero non so se sia più la tontaggine o il freddo cinismo. Verrebbe da dire “ai posteri …” ma nel frattempo, fino a quando arriverà una risposta, quanti morti avranno causato le sue scelte sciagurate?
E sempre in tema di sinagoghe, andate a leggere anche questo, che è davvero un gran bell’articolo.


barbara


30 gennaio 2010

LETTERA APERTA AL SINDACO DI MALMÖ

Gentile signor Reepalu,
lei ha appena dichiarato al quotidiano Skanska Dagbladet, nella giornata della Memoria (pura coincidenza?), che, con l'aiuto della polizia municipale, lei è impegnato nella lotta contro il razzismo in qualunque forma si presenti. Sembrerebbe un modo corretto per celebrare il 27 gennaio. Ma ha poi aggiunto, a spiegazione del suo pensiero, "di non accettare né il sionismo, né l'antisemitismo ... in quanto estremismi che si vanno a situare sopra le altre forme di pensiero, che vengono pertanto considerate come inferiori".
Egregio signor Reepalu, è vero, dopo Durban 1 alcuni sciagurati hanno cominciato a ripetere che il sionismo è una forma di razzismo, ma è altrettanto vero che tanti altri, e particolarmente nella nostra Europa che, più di qualsiasi altra regione, ha conosciuto sulla propria carne il razzismo antisemita, si sono ribellati a simile affermazione.
Mi permetta di ricordarle, da italiano, quanto ha solennemente dichiarato il nostro Presidente Napolitano: “no all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.
Mi rendo conto che lei, essendo il sindaco di una città dalla storia antica, e con una popolazione islamica sempre più numerosa e anche, mi permetta di aggiungere, sempre più prepotente (pensi, per esempio, a quanto è successo quando, proprio nella sua Malmö, si incontrarono le squadre di tennis di Svezia e di Israele), cerchi di venire incontro alle richieste dei suoi cittadini. Ma non pensa di dover selezionare, in quanto primo cittadino, queste loro richieste? Non ritiene che sia insensato accettarle indiscriminatamente tutte?
Inoltre lei ha anche chiesto ai suoi concittadini di religione ebraica di "prendere le distanze" pubblicamente dalla politica israeliana. Egregio signor Reepalu, nella civile Svezia esiste ancora la libertà di pensiero? Lei che cosa ne pensa? O forse lei vuole, in tal modo, anticipare i programmi dei suoi concittadini islamici che, come dichiarano apertamente, quando avranno raggiunto la maggioranza (e quel giorno è sempre più vicino; molti dicono entro il 2049) sostituiranno le leggi della democrazia con quelle della sharia? In realtà già considerano la Svezia “il migliore stato islamico”, come ha recentemente dichiarato l’imam svedese Adly Abu Hajar. Vede, egregio signor Reepalu, quando verrà quel giorno anche lei sarà messo di fronte alla scelta tra abbandonare la sua attuale fede (non ricordo bene se lei è protestante o ateo; mi scusi, ma di persone come lei ne incontro sempre troppe in giro per l'Europa) per abbracciare l'Islam, o diventare un cittadino "inferiore" (oh, che combinazione: proprio la stessa parola che lei usa a proposito delle "forme di pensiero", come le ricordavo più sopra). Mi dica: ci ha già pensato? È pronto a questo passo?
Comunque, mi permetta un piccolo consiglio, signor Reepalu: in Spagna, tanti anni fa, alcuni ebrei, di fronte ad un dilemma analogo, scelsero di convertirsi mantenendo l'antica fede di nascosto. Erano i marrani. Ne ho conosciuto uno, tuttora marrano a distanza di 5 secoli. Se desidera glielo presento. Potrà farsi spiegare come si vivono simili situazioni e ricevere utili suggerimenti su come sopravvivere da minoranza dominata da una maggioranza ostile e malvagia.
Infine, non si stupisca, come fa lei, se i suoi concittadini ebrei si sentono così minacciati da non poter più vivere a Malmö. Prenda un bel libro di storia del 900; vi troverà la spiegazione di tutto.
Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

P.S. Mi permetta una domanda: che effetto le fanno quei saluti nazisti che si vedono durante i disordini nelle vie di Malmö, provocati sempre più frequentemente dagli islamici svedesi? Sa, a me, sinceramente provocano qualche crampo allo stomaco.



Del tutto casualmente è accaduto che anche la cartolina odierna abbia trattato lo stesso tema e, in gran parte, con gli stessi argomenti, ma poiché è anch’essa il solito piccolo capolavoro, vale la pena di leggerla. E poi andate anche a guardare questo. Se poi qualcuno ha voglia di dirci che siamo fissati, islamofobi, razzisti, si accomodi pure: è da tanto di quel tempo che siamo abituati ad essere circondati da branchi di cretini, che ormai ce ne siamo fatti una ragione.

barbara


12 dicembre 2009

A PROPOSITO DI PACE E DI COMPROMESSI E DI PASSI AVANTI E DI PASSI INDIETRO ECC. ECC.

"Speriamo che San Klausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia!"

Riassunto delle ultime puntate della trattativa fra israeliani e palestinesi (ma proprio delle ultimissime, perché se no vi scrivo un romanzo, altro che cartolina).
Un anno fa Olmert propone a Abu Mazen i confini del '67 con solo qualche scambio alla pari di pochi territori, per comprendere in Israele i blocchi più importantI degli insediamenti. Abu Mazen dice di no, arriva Obama, c'è la guerra a Gaza, cambia il governo israeliano.
Abu Mazen rifiuta di ricominciare le trattative con un governo "estremista", che ha la colpa di non sostenere i "due stati". Netanyahu dopo un po', col discorso di Bar Ilan, conferma l'accettazione israeliana della soluzione del conflitto basata sui due stati.
Allora i Palestinesi, sull'onda di una stupidissima imbeccata di Obama, si inventano una precondizione alle trattative che non avevano mai sollevato prima: il blocco totale dell'edilizia negli insediamenti (attenzione, non della costruzione autorizzata di nuovi villaggi, che non avviene da cinque anni, ma di quella di case appartamenti o servizi dentro gli insediamenti che ci sono, senza impegnare nuovo territorio, insomma la vita normale di questi posti).
Dopo qualche tempo, il governo israeliano proclama una moratoria di dieci mesi nelle costruzioni nei Territori, pagando un prezzo pesante di scontentezza nel paese.
Ma già subito i palestinesi dicono: non basta, ci vuole anche Gerusalemme, contando sul fatto che sia difficile bloccare del tutto una grande città. Insomma, fuori dai denti, hanno voglia di tutto fuorché trattare. Aspettano che qualcuno (Obama?) gli porti su un vassoio la resa di Israele.
I governanti di Eurabia, gli sceicchi del continente, naturalmente, fanno eco. Abu Mazen diceva "due stati" e loro subito si sono messi a ripetere "due stati, due stati! non si fa niente senza i due stati!".
Abu Mazen esige il "blocco delle costruzioni". E loro "blocco, blocco, neanche un pollaio nuovo!".
Adesso il problema dell' AP sembra Gerusalemme e loro dicono, obbedienti, in una dichiarazione dell'altro ieri, di cui vi ho già parlato "Gerusalemme: Gerusalemme capitale di due stati, non pregiudicare lo status quo, non costruite neanche una panchina nuova!".
Vedremo se Netanyahu cercherà di dare soddisfazione alle pressioni internazionali anche su questo punto.
Nel frattempo avete visto voi qualche passo dalla parte araba? Non dico i palestinesi, che con tutta evidenza si occupano ormai solo di farsi pubblicità e hanno perso ogni volontà o capacità di muoversi per la pace, avvolti nella loro spirale propagandistica.
Ma l'Egitto? L'Arabia saudita? La Giordania? I "moderati"? Dove sono? Cosa fanno? Voglio dire che cosa fanno di costruttivo, oltre a rilanciare la propaganda palestinese?
Ecco. Per esempio il reuccio di Giordania, che un mese fa era così spaventato perché gli israeliani stavano per dare l'assalto alla moschea di Al Aqsa, adesso che non è successo, cosa fa?
E gli egiziani, dopo 30 anni di "pace", al di là di proibire ogni "normalizzazione" nei contatti fra giornalisti e medici delle due parti, hanno forse qualcosa da dire?
E l'Arabia saudita, si è decisa a fare la grande concessione di non proibire agli aerei civili israeliani il loro spazio aereo, costringendoli a un giro di migliaia di kilometri nelle rotte verso l'est? Naturalmente no.
Non che siano grandi cose, ma neanche un gesto di buona volontà, che gli americani implorano da mesi... poi si parla delle liti di Netanyahu con Obama, ma questi arabi "buoni" che hanno fatto per dargli una mano?
Ma la colpa della pace che non si fa è naturalmente dell'"intransigenza" israeliana, almeno secondo i megafoni di Eurabia.
Un passo in più, un altro passo in più, predicano gli iman degli esteri europei. E poi?
Ma si rendono conto che appoggiando in questo modo l'impotenza araba allontanano e non avvicinano la pace?
Chissà, magari prima o poi a qualche genio strategico verrà in mente che se si vuole davvero arrivare a un accordo di pace bisogna costringere a trattare chi non vuole, non fare sempre nuove richieste a chi si è detto disponibile, perché in questo modo si rende conveniente l'astensione, non la partecipazione al negoziato...
Speriamo che san Clausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia e faccia il miracolo di chiarir loro le menti.

Ugo Volli

E non aggiungo niente perché, come sempre, ha già detto tutto lui come meglio non si potrebbe.
E poi vatti a leggere questo splendido articolo, gentilmente tradotto da Emanuel Segre Amar: non che si conti troppo sulla possibilità che qualcuno si decida ad aprire gli occhi, ma insomma, la speranza è sempre l’ultima a morire, come si suol dire.
E poi felice hanukkà a tutti con questo delizioso disegno del grande Lele Luzzati (e poi basta, torno a letto che mi sono ribeccata un’altra volta l’influenza).



barbara


21 novembre 2009

FETORE GIUDAICO

Così si è giustificato il Duce del Fascismo, Capo del Governo, Sua Eccellenza il Cav. Benito Mussolini. Aveva fatto cilecca, e ha spiegato che Non potevo per l'odore terribile che hanno addosso. Gli ebrei, beninteso, dato che l’amante di turno era Margherita Sarfatti, ebrea per l’appunto. E dunque ci si chiede:
a) Quanti ebrei aveva avuto l’occasione di annusare da vicino, Sua Eccellenza – in una popolazione in cui gli ebrei erano meno di uno su mille – da poterne riconoscere di primo acchito e a colpo sicuro l’odore, al punto da avere la certezza che quello che tanto lo turbava nella sua amante, capace addirittura di ammosciare la sua prorompente nonché infaticabile virilità, era, per l’appunto, quello che hanno addosso?
b) Come mai, trattandosi di uno specifico odore caratteristico della razza giudaica, le altre volte la signora Sarfatti non lo aveva addosso? O dobbiamo forse pensare che abbia fatto cilecca anche tutte le altre volte?
c) Essendo universalmente noto che una cilecca può capitare a chiunque, a sessant’anni come a quaranta come a venti, perché per qualcuno è così maledettamente difficile accettare l’idea di essere, semplicemente, un uomo normale?
d) E infine, perché diavolo certi uomini ogni volta che hanno un problema, di qualunque genere sia, devono sempre scaricarne la colpa sulle donne?

E di quello speciale odore che qualcuno sembra sentire addosso agli ebrei e a tutto ciò che con gli ebrei ha a che fare, si parla, anche se in modi e in campi diversi, anche qui e qui.

barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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