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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


11 ottobre 2011

NON TACERÒ

 

“In favore di Sion non tacerò, in favore di Gerusalemme non resterò inerte, fino a che il suo diritto non apparisca come lo splendore degli astri e la sua salvezza come una fiaccola ardente” (Isaia, 62)

E per cominciare non tacerò ciò che non tacciono i palestinesi quando parlano in arabo, come questo alto dirigente di al-Fatah che annuncia apertamente l’obiettivo finale della politica palestinese: l’annientamento di Israele.
E non tacerò ciò che è da sempre il programma dichiarato di quella gente: dopo il sabato, la domenica. Ne stiamo vedendo la concreta attuazione in Egitto dove, finito di eliminare gli ebrei, ora sono intensamente occupati a sterminare i cristiani. E far finta di non vedere, far finta di non sapere, far finta di non capire non è una buona tattica. Sarebbe invece buona cosa rendersi conto che non impedire, se non addirittura incoraggiare e favorire, il macello degli ebrei non ci conviene tanto, perché prima finiscono con loro, e prima cominciano con gli altri, per cui se non per amore degli ebrei, se non per amore della giustizia, bisognerebbe darsi da fare almeno per amore della propria pelle.
E non tacerò l’orrore per l’infamia che Netanyahu, per ragioni elettorali immagino, sta perpetrando ai danni di tutti gli innocenti israeliani: liberare mille terroristi assassini che immediatamente provvederanno – non è un’ipotesi: lo hanno SEMPRE fatto – ad assassinare, a rapire, a torturare uomini e donne, vecchi e bambini, scolari sui banchi e neonati nella culla. Magari, perché no? lo stesso Gilad un’altra volta. Poiché la speranza è l’ultima a morire, spero con tutte le mie forze che ciò non accada e che l’infame proposito venga bloccato prima che sia troppo tardi, ma se dovesse accadere non tacerò, e con tutte le mie forze griderò che il sangue di tutti quegli innocenti ricadrà sulle mani di Netanyahu.

barbara


20 settembre 2011

ANTISEMITISMO OGGI, QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE

I motivi dell'odio

Nonostante anni di allenamento, è difficile non lasciarsi abbattere dall'intensità del sentimento antisemita/antisraeliano. Il senso di ferita personale è sempre fortissimo. La domanda sul perché dell'odio, dell'energia emotiva scaricata in questo sentimento distruttivo, va ben al di là dei suoi usi politici e della sua funzionalità sociale. Per esempio è chiaro che per i regimi arabi, prima e dopo questo ciclo di agitazioni (ma anche prima o dopo di quello precedente che quarant'anni fa portò al potere i regimi nazionalisti in Egitto, Siria, Iraq ecc) hanno usato l'antisemitismo, l'hanno trasformato in odio per Israele e hanno suscitato pogrom e violenze di ogni tipo, per distrarre le masse arabe dalla loro miseria, per unificare i loro paesi contro un nemico esterno, in sostanza per mantenere il loro potere. E' chiaro che la Turchia e l'Egitto oggi stanno facendo lo stesso gioco. Ma la questione logicamente precedente è perché, fra i mille obiettivi possibili di odio sia stato scelto quasi sempre l'ebreo, il che equivale a chiedersi perché le masse islamiche siano da decenni (da ben prima dell'"occupazione") particolarmente pronte a odiare piuttosto gli ebrei, nemici immaginari, ancor più che altri soggetti con cui la guerra era reale, i contrasti materiali. La Turchia che è in guerra coi curdi si mobilita in questo momento contro Israele; l'Egitto che viene da una rivolta tutta interna contro la corruzione e ha interessi strategici in conflitto con l'Iran e la Turchia, se la prende con gli unici ebrei che riesce a identificare sul suo territorio, i diplomatici israeliani.
La stessa domanda si può fare ovviamente per l'Europa, dove pure lo sfruttamento statale dell'antisemitismo è da qualche tempo assai meno di moda. Perché in piena crisi economica e sociale un teppista deve prendersi la briga di individuare un cimitero ebraico a Venezia su cui disegnare una svastica? Perché su due muri vicino alla mia università, a Torino, con lo scopo non di denigrare gli ebrei, ma la squadra di calcio del Torino e una nota bevanda gassata si poteva leggere fino a qualche tempo fa e forse ancora oggi "Toro ebreo" (ad uso degli italiani) e "Coca cola yahud" (per i lettori arabofoni)? Perché "ebreo" è un insulto usato da tutte le tifoserie del calcio e del basket? Perché, voglio dire, dovrebbe essere un insulto? Perché Israele continua a suscitare oggettivamente più odio di tutti i regimi più criminali del mondo? Perché in questi giorni di stragi continue in Siria e di prudentissime reazioni israeliane al terrorismo si sono mossi a Londra dei manifestanti a disturbare un concerto della certamente non troppo politicizzata orchestra filarmonica israeliana in quel tempio della cultura che è il Victoria and Alberta Hall, e nessuno in tutto il mondo davanti a un'ambasciata siriana? Certo, gli orchestrali erano ebrei... Perché la Turchia, che spara ai curdi in territorio iracheno e fa comunicati stampa per vantarsi dei numeri dei morti, che occupa uno Stato straniero e vi tiene in esercizio un muro, che nega il genocidio armeno, che è stata sconfessata da una commissione di inchiesta dell'Onu (quindi certo non filoisraeliana), si permette con Israele toni arroganti da politica delle cannoniere, sicura di ottenere la simpatia generale?
La spiegazione di tutti questi episodi, che sono di oggi, non degli anni Trenta, non si può ridurre nei puri dati politici, nel conflitto statale o territoriale che oppone Israele ai palestinesi, nel riflesso meccanico dei vecchi schieramenti per cui la sinistra ha ereditato senza rendersene conto le coordinate geopolitiche di Stalin e prosegue a giudicare buoni i vecchi alleati dell'Urss e cattivi gli alleati dell'America. Non è solo la commissione dei diritti umani dell'Onu, alla cui presidenza fino a un paio di mesi fa sedeva la Libia e che produceva praticamente solo risoluzioni antisraeliane; non sono solo gli ambigui legami nero-rosso-verdi fra neonazisti, neocomunisti, islamisti; ma l'opinione collettiva maggioritaria in Italia, in Europa (per non parlare dei paesi musulmani), che in maggioranza, e nella maggioranza più "illuminata", ha in Israele se non proprio esplicitamente negli ebrei il nemico che gli piace di più odiare.
Le spiegazioni date all'antisemitismo nella storia sono naturalmente moltissime, le abbiamo tutti studiate e molte volte sentite ripetere. Ma a me sembra che oggi ancora ci sia in questo sentimento condiviso un forte nucleo politico-teologico; che non ci troviamo di fronte a un odio laico, interessato, razionale, ma una proiezione ben più potente delle identità collettive, se non proprio delle religioni. E soprattutto credo che noi dobbiamo individuare nelle sue forme attuali una reazione all'emancipazione, alla pretesa intollerabile proprio perché politica, da parte di un popolo teologicamente "inferiore", di essere come gli altri, di vivere la sua identità, soprattutto di avere uno Stato. Nel diritto islamico tradizionale gli ebrei sono considerati dei semischiavi, "dhimmi", che possono sopravvivere in mezzo ai musulmani solo pagando una tassa speciale e accettando uno stato di umiliazione permanente (non portare armi o usare cavalli, non avere case più alte, non avere impiegati islamici, portare certi segni sulle vesti ecc.). Nel mondo cristiano gli ebrei "deicidi" erano stati condannati già da dai primi secoli (per esempio da Agostino di Ippona) a vivere sì, ma in uno stato analogo di umiliazione, per testimoniare insieme con la loro fede della verità dell'"Antico testamento" e con il loro infelice destino della "punizione" per loro "colpa" - ora queste posizioni restano sommerse nelle voci maggioritarie della Chiesa, ma riemergono a tratti, fra i tradizionalisti, i vescovi arabi, i cattolici di sinistra e influenzano in maniera poco consapevole le posizioni di molti.
Che i dhimmi, i deicidi, coloro che si ostinano insieme a non volersi convertire al cristianesimo e neppure all'islamismo, abbiano la pretesa di vivere liberi pacifici e produttivi e addirittura in un loro Stato, è un affronto intollerabile – ancor più dell' "occupazione" di una terra che anche la Chiesa e anche l'Islam rivendicano come sacra per loro. E' la libertà degli ebrei, il loro rifiuto di essere vittime, la loro capacità di realizzare una vita autonoma e uno Stato loro, il loro stesso successo, a infastidire e offendere gli islamici (che se la prendono anche coi cristiani, quando possono) e in Occidente certe parti del mondo cristiano e anche laico, ma di cultura, non solo i reazionari, ma anche molti "progressisti", che travestono nella loro coscienza il sentimento antisemita con l'amore per gli oppressi e la "giustizia" - naturalmente imitati da settori altrettanto "progressisti" del mondo ebraico. Con l'intreccio di questa teologia politica, oltre che con il cinismo di dittatori e altri politici noi ci troviamo a dover fare i conti oggi, in uno dei momenti più difficili e rischiosi della storia recente del popolo ebraico.

Ugo Volli

Alla lucida analisi di Ugo Volli c’è, come sempre, ben poco da aggiungere, quindi mi limito a invitarvi a leggere qualche altro utile dato, qui.


barbara


15 settembre 2011

E RITORNA IL TIZIO DELLA SERA

che troppo a lungo ho trascurato, ma adesso faccio ammenda, e colgo l’occasione per tornare a giurargli eterno amore: a lui, alla sua graffiante ironia, alla sua magistrale scrittura, al suo spirito sapientemente caustico, ai suoi capelli deliziosamente anarchici.

Davanzali

Con l’eloquio di una dirimpettaia che grida alla finestra, il premier turco Erdogan ha fatto sapere al vicinato mondiale che Israele è un bambino viziato. Non sappiamo se abbia detto anche che Bibi gli fa la pipì sui gerani e si seccano. Se intorno non ci fosse il Medio Oriente degli ultimi decenni, la politica senza cambi di marcia di Netanyahu susciterebbe perplessità. Ma a poche decine di anni dalla fondazione di Israele, la Storia racconta ancora come sia stata l’educazione ebraica. Anche dal davanzale mobile di Erdogan, che lunedì è andato a stendere  i panni turchi al Cairo, non sfuggirà che dal Golfo Persico al Nordafrica c’è un popolo di popoli che non vuole Israele. E’ vero: gli israeliani non sono propensi alla fiducia, sono testardi, sordi alle novità - ma ci sono novità? Lo Stato ebraico vuole essere riconosciuto dai paesi arabi e i paesi arabi non lo fanno. Per una nazione sovrana è troppo essere riconosciuta dalle altre mentre dovrebbe a sua volta riconoscerle? Speriamo che alla finestra si affacci Bibi in canottiera e urli a Erdogan che viziata sarà la zoticona di sua madre. Meglio tirarsi le mutande dei missili.

Il Tizio della Sera

Sì, lo so, la situazione è drammatica: attentati a raffica, assalto all’ambasciata al Cairo, evacuazione di quella ad Amman per timore che facciano il bis, palestinesi che come dieci anni fa cantano e ballano per strada per festeggiare la meravigliosa carneficina dell’11 settembre e adesso si apprestano a chiedere il riconoscimento di una specie di stato terrorista – quello stato, peraltro, che hanno con tutte le proprie forze rifiutato dal 1936 fino a un anno fa -, Fratelli Musulmani che in quell’inverno siberiano spacciato per primavera araba stanno ovunque prendendo il controllo della situazione... Nonostante tutto questo, o forse proprio a causa di tutto questo, il sorriso che il Tizio della Sera generosamente ci regala è quanto di meglio ci potesse capitare.

barbara


8 agosto 2011

NON I SUOI PECCATI CONDUCONO L’UOMO ALLA PERDIZIONE

ma le giustificazioni che se ne dà.
Sono convinta che questo vecchio detto sia pienamente valido, anche al di fuori dell’ambito religioso. Mi è tornato alla mente leggendo nell’ultimo numero di Shalom l’articolo che segue, in cui inserirò alcuni commenti.


A quattro mesi dalla caduta del Presidente egiziano, Hosni Mubarak, è arrivata la conferma che manifestanti arrestate durante le proteste sono state costrette a fare il test di verginità. L’agghiacciante accusa, lanciata alla fine di marzo da Amnesty International, era stata inizialmente respinta dalle autorità militari. Ora invece un generale, in condizione di anonimato, l’ha confermata all’emittente americana Cnn, che ha così motivato l’incredibile test. “Ci siamo voluti difendere da possibili successive accuse a posteriori di violenza da parte delle manifestanti fermate”.
A dire la verità, soprattutto alla luce di quanto segue, non è che sia molto chiaro in che modo il test difenda da “possibili accuse a posteriori di violenza”.
Per il generale si trattava “non di donne come mia figlia o la vostra”,
ah già, certo, le donne tutte puttane tranne la mamma la moglie la sorella la figlia. Non solo proprie ma, per gentile concessione, anche dell’interlocutore.
ma che hanno protestato “accampate in tende a Piazza Tahrir insieme a manifestanti uomini”.
Cioè, se ho capito bene, questo signore sta dicendo che gli uomini egiziani sono delle tali bestie che è escluso che una donna che si trovi nelle loro vicinanze ne possa uscire incolume (effettivamente, se pensiamo a Lara Logan, clic e clic ...)
 “Non volevamo – ha sottolineato l’alto ufficiale – che sostenessero di essere state aggredite sessualmente o violentate da noi, così volevamo provare che non erano già più vergini”
quindi se una donna non è vergine, magari non perché di vivaci costumi sessuali ma semplicemente perché è sposata e suo marito non è impotente, o perché era già stata violentata in precedenza, chiunque può farle quello che vuole e godere di assoluta impunità. Interessante concetto.
e ha concluso: “nessuna di loro lo era”.
Ci credete che me l’ero immaginata?
Secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione internazionale, il 9 marzo scorso 18 donne erano state fermate dalle forze di sicurezza egiziane e trasferite nel carcere militare di El Heikstep, a nordest della capitale. Le attiviste erano state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a denudarsi mentre i soldati le fotografavano e infine costrette a subire un ‘test di verginità’,
ecco, questa è la parola che aspettavo: “infine”. Prima hanno fatto loro tutto ciò che hanno voluto, poi, infine, le hanno sottoposte al test di verginità, ed è casualmente risultato che il 100% delle donne testate non erano vergini.
sotto la minaccia di essere incriminate per prostituzione.
E la dannazione del signore generale, a questo punto, è completa e irredimibile.

Comunque, per noi che siamo lontani, niente paura: se non provvediamo noi ad andare da Maometto, provvederà Maometto a venire da noi.

barbara


31 maggio 2011

VOLONTÀ DI PACE E DINTORNI

Le mammole e gli sputi

Cari amici, ogni tanto anche i migliori eurarabi parlano dei palestinesi senza troppo rispetto, come se fossero mammolette, pacifisti da sciopero della fame, comparse da film di buona volontà. E invece no, è gente tosta, con le idee precise. Prendete per esempio questa recente intervista di Yasser Qashlaq, un giornalista di origine palestinese che è anche membro del Movimento Free Palestine, che è stato il finanziatore della (fallita) flottiglia libanese per Gaza, naturalmente concessa ad Al-Manar TV, la bellissima e obiettivissima emittente di Hamas. Vi prego, leggete fino in fondo, perché da queste  dichiarazioni viene fuori tutta la nobiltà d'animo, l'eroismo e anche il non antisemitismo di questo grand'uomo. Ha dichiarato dunque:

"Il luogo naturale per [Ehud] Barak è la Polonia, e il luogo naturale per quell'idiota di Netanyahu, è Mosca, mentre il luogo naturale per me è Safed. Vorrei dire a Ben-Gurion: Tu,  deficiente: sappi che un giorno mio figlio piccolo sputerà sulla tua tomba. Faremo deportare i tuoi resti al tuo vero paese in Europa, e torneremo. [...] Come ha detto l'Imam Khomeini, a suo tempo, se ognuno di noi si mettesse a sputare, potremmo soffocare tutti e cinque milioni di loro: il numero di ebrei - quei pezzi di merda umana - nella mia terra è uguale a un terzo degli abitanti del quartiere Nasr City al Cairo. [...] Netanyahu, che dice che il diritto al ritorno deve essere risolto al di fuori di Israele, dovrebbe risolvere il suo problema con il ritorno in patria a Mosca. Si tratta di pezzi di merda umana. Anche Balfour, quando ha dato la mia terra a quei Giudei, disse che stava facendo in modo di sbarazzarsi di loro. Ci hanno portato quei pezzi di merda, e noi adesso dobbiamo gettarli indietro ai loro paesi ".

Non è la prima volta che Qashlaq fa delle dichiarazioni – diciamo - un po' forti. Nel giugno, 2010 diede un' altra intervista, anche questa su Al-Manar TV, dicendo gentilmente agli israeliani, "Salite sulla nave che vi abbiamo mandato, e ritornate ai vostri Paesi. Non fatevi trarre in inganno dai leader arabi del campo moderato. Non sarete mai in grado di fare la pace con noi. I nostri figli torneranno [in Palestina]. Non c'è ragione per la coesistenza. Anche se alcuni dei nostri leader firmassero [la pace] con voi – noi non firmeremo mai. Non lasciatevi ingannare da questi leader. Ritornate ai vostri paesi".

Non ci credete? Vi sembra una macchietta come la vecchia strega di Washington cara amica di Obama che ha detto cose analoghe un anno fa, nel bel mezzo dei luoghi sacri della politica americana? No, vi assicuro, è tutto vero. Guardate qui (http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/5310.htm) l'intervista filmata e anche la trascrizione del testo. Vi auguro buon divertimento. Spero solo che abbiate superato l'età in cui si crede a Babbo Natale (e alla befana) e che non mi rimproveriate di turbare la vostra fede innocente nella volontà di pace dei bravi palestinesi.

Ugo Volli

A coloro che continuano a ripetere che la pace si fa coi nemici, mi permetto di suggerire di andare loro a trattare con questi nemici (e non si illudano di cavarsela col fatto che per loro non sono affatto nemici bensì amici amatissimi: anche Juliano Mer-Khamis e Arrigoni gli avevano venduto il corpo e l’anima, e non gli è andata meglio che a qualsiasi sionista colono invasore occupante predatore estremista eccetera eccetera.
Per completare il quadro vi mando a leggere queste altre riflessioni, sempre di Ugo Volli, e a dare un’occhiata a come funzionano le scuole in Egitto.


barbara


24 maggio 2011

LA PRIMAVERA ARABA

Quella che adesso loro vogliono voltare pagina e noi gli dobbiamo dare fiducia.
Quella che loro stanno chiedendo democrazia.
Quella che loro combattono in nome della libertà.
Quella che finalmente sul pianeta si respira una nuova aria.
Quella che il passato è ormai è alle spalle e una nuova era sta sorgendo.
Quella che davvero non si capisce perché Israele si ostini nella sua ottusa diffidenza invece di partecipare al tripudio comune.
Quella.




qui

Mentre le donne protestano così:



E nel frattempo si fa a gara per coprire i criminali che hanno messo in atto il brutale stupro di massa di Lara Logan. E poiché io, a differenza dei mass media, non intendo rendermi complice di un branco di assassini, vi mando a leggere qui.

barbara


13 maggio 2011

O DIRLADA UNA MONTAGNA

Mi siedo sopra e ciò che vedo
Dico ch'è mio, e poi ci credo

Poi un giorno non ci ha creduto più e se n’è andata, in un caldo giorno di maggio di ventiquattro anni fa. Bella di bellezza vera, nata in un Egitto in cui ancora una donna poteva mostrare una bellezza vera. E ancora ci manca.



barbara


7 maggio 2011

AS TIME GOES BY


Alessandria d'Egitto 1931


Alessandria d'Egitto 1956


Alessandria d'Egitto 1959


Alessandria d'Egitto 1959


Alessandria d'Egitto 1959


Alessandria d'Egitto 1959 (qui)


Alessandria d'Egitto 2011 (rubata a lui)

AGGIORNAMENTO: qui.

barbara


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22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


20 febbraio 2011

LA MIGLIORE DELLA SETTIMANA (2)

Farian Sabahi, giornalista iraniana del Sole 24 ore, esperta di Medio Oriente, il 13 febbraio 2011: “Se El Baradei succedesse a Mubarak sarebbe una vittoria della società civile sui militari. E non dovrebbe dispiacere a Israele, che in Egitto teme una deriva islamista. In ogni caso il nuovo governo egiziano non avrà né il tempo né l’energia per minacciare lo stato ebraico”.


F. Sabahi con Nasrallah e Antonio Ferrari

Sceicco Yusuf Qaradawi, appena rientrato in Egitto dall’esilio, il 18 febbraio 2011, di fronte a due milioni di persone: “Ho un sogno: predicare nella moschea di Al Aqsa, preghiamo che tutti si possa andare a Gerusalemme e liberare la Palestina”. “...oh Allah, prendi questa banda di oppressori tiranni, prendi questa banda di oppressori ebrei sionisti ... non risparmiarne uno. Oh Allah, contali e uccidili dal primo all’ultimo”.



barbara


16 febbraio 2011

UNA DOMANDINA PICCOLA PICCOLA

Al signor Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Hussein Obama 

Egregio signor Presidente,
un po’ meno di due anni fa molti iraniani, soprattutto giovani, sono scesi nelle strade per protestare contro gli spudorati brogli elettorali messi in atto da Ahmadinejad, e per chiedere libertà, per chiedere democrazia, per chiedere la fine del regime islamico, ossia di uno dei regimi più oppressivi e più criminali della storia recente. Da lei, signor Presidente, non una sola parola è giunta a sostegno di quei giovani. E quando il regime ha messo in atto la sua spietata e sanguinosa repressione, molto blande sono state, signor Presidente, le sue critiche ad Ahmadinejad, a cui non ha fatto comunque mancare il suo sostegno e la sua solidarietà. Il perseguire la democrazia, evidentemente, non occupava il primo posto nella sua agenda, in quel momento. Né quella politica, né quella morale.
Qualche settimana fa, signor Presidente, molte persone, soprattutto giovani, sono scese nelle strade in Egitto e in Tunisia. Quell’Egitto in cui,
secondo un sondaggio Pew del giugno 2010, fatto quando la situazione era ancora tranquilla, il 59% degli Egiziani appoggia i fondamentalisti islamici e solo il 27% appoggia i modernizzatori. Il 50% appoggia Hamas. Il 30% appoggia Hizbollah. Il 20% appoggia Al Qaida. Oltre il 95% vorrebbe vedere aumentata l'influenza islamica nella vita politica fino a farla divenire predominante. L'82% degli Egiziani è in favore dell'esecuzione per lapidazione delle adultere, il 77% è favorevole alle fustigazioni di piazza e al taglio di mani e piedi per i ladri. L'84% è favorevole all'esecuzione della condanna a morte per chi abbandoni l'Islam. Appena iniziata la rivolta, signor Presidente, in Egitto sono apparse immagini come queste, vi è stato un assalto all’ambasciata israeliana al Cairo (notizia che tutti i nostri mass media hanno preferito tacere, forse per non rischiare di turbare i nostri sonni) mentre in Tunisia gli insorti hanno pensato bene di attaccare la sinagoga. E lei, signor Presidente, in quel preciso momento si è accorto che quello di Mubarak, fino al giorno prima fedele e solido alleato, era un regime illiberale e autoritario, e si è immediatamente, esplicitamente, ufficialmente schierato al fianco degli insorti, scaricando il suddetto fedele e solido alleato.
Ora, signor Presidente, sembra che anche i giovani iraniani stiano nuovamente cominciando a scendere per le strade e protestare. Lei, a quanto mi risulta, non si è ancora pronunciato in merito, ed è a questo punto che, considerati anche i suoi noti precedenti, vorrei rivolgerle la mia domandina piccola piccola, e che dovrebbe anche essere facile facile, dal momento che le è già stata rivolta: lei, signor Presidente, da che parte sta?

barbara


5 febbraio 2011

SE QUESTO È UN PRESIDENTE

“Il processo di transizione verso la democrazia deve iniziare adesso” dice il signor Obama. “E deve essere basato sul pieno rispetto dei diritti umani” aggiunge il signor Obama. Ora, io vorrei chiedere al signor Obama: e dieci giorni fa, quando il suo sostegno a Mubarak era totale, dieci giorni fa gli egiziani non avevano diritto al rispetto dei diritti umani? Un mese fa, un anno fa, due anni fa mentre garantiva la sua completa solidarietà al “dittatore”, al “faraone”, al “corrotto” e gli forniva due miliardi di dollari all’anno, in tutto questo tempo cosa se ne faceva il signor Obama dei diritti umani degli egiziani? Dove le la infilava, il signor Obama, la democrazia? E quanto alle pressanti, categoriche richieste rivolte a colui che ha trattato da amico finché è stato saldo in sella per poi, veloce come un siluro, voltargli le spalle non appena il trono ha cominciato a vacillare, se il signor Obama fosse un politico – non dico uno statista ma semplicemente un politico, anche solo di medio calibro – invece che un pericoloso cialtrone, saprebbe che le concessioni si fanno da posizioni di forza, non da posizioni di debolezza. E come grazie al pericoloso cialtrone Carter abbiamo avuto l’Iran di Khomeini, aspettiamoci ora, grazie al pericoloso cialtrone Obama, di avere presto l’Egitto dei Fratelli Musulmani. Con tutto ciò che ne conseguirà per l’equilibrio e la pace nell’intero pianeta.

barbara


1 febbraio 2011

IRAN IERI E OGGI

Frequentazioni
 

Donne in armi
  

Dare una mano
 

Educazione dell'infanzia
 

Regalità femminile
  


All'università


                                                                    

Posizione della donna




Al mare




Cosa succede se si ascolta musica e si balla?



(qui)

Dategli tempo, dicono le anime belle. Dategli il tempo di evolversi, dopotutto sono indietro di mezzo millennio, che questa poi qualcuno dovrà spiegarcela, prima o poi: cosa diavolo vuol dire sono indietro di mezzo millennio? Siccome Maometto è nato mezzo millennio dopo Gesù Cristo i suoi seguaci hanno il diritto di fare qualunque porcata? Se io oggi fondo una religione nuova posso ripartire dai sacrifici umani e voi portate pazienza per duemila anni perché dopotutto poverina sono indietro di due millenni? E, a parte questo, a qualcuno risulta che ci siano stati tempi in cui un cristiano esemplare ritenesse lecito trombarsi una bambina di quattro anni, e il padre della bambina fosse lieto di lasciargliela trombare? Ma torniamo al punto di partenza: evolversi. Basta lasciargli tempo e si evolveranno. Bene, l’Iran abbiamo visto come si è evoluto. E il resto del mondo islamico? Le mie studentesse in Somalia portavano abiti coloratissimi, tutte col viso scoperto, parecchie anche i capelli, molte anche il collo e qualcuna anche qualche centimetro in più. Braccia scoperte, almeno fino al gomito, erano la norma, le caviglie si vedevano quasi sempre, talvolta anche i polpacci. Oggi, nelle foto provenienti dalla Somalia, non vediamo altro che distese di niqab neri, e non di rado l’unica parte che ne rimane scoperta, gli occhi, è sbarrata da occhiali neri. Ci mostravano orgogliosi, a metà anni Ottanta la moschea nuova: la più grande di tutta l’Africa, ci tenevano a precisare. Fatta coi soldi dell’Arabia Saudita. E noi stupivamo: c’è gente che muore per un’infezione che si potrebbe curare con cento lire di antibiotico, ci sono sempre nuovi poliomielitici perché non ci sono vaccini, all’ospedale non si riceve da mangiare, i ragazzi escono dalle elementari e a volte anche dalle medie totalmente analfabeti perché gli insegnanti guadagnano talmente poco che per dar da mangiare ai figli devono andare a lavorare da qualche altra parte e a scuola neanche conoscono la loro faccia, e questi spendono milioni di dollari per il ghiribizzo di fare la moschea più grande di tutta l’Africa?! Stupivamo, noi, perché c’erano molte cose che non sapevamo. Adesso le sappiamo, ed è tutto chiaro, anche se tanti, anche se troppi continuano a fingere di non vederle, come i bambini che si mettono le mani davanti agli occhi e strillano felici: “Non mi vedi più!” Si mettono le mani davanti agli occhi e si illudono che lo tsunami che sta travolgendo il mondo intero gli girerà intorno senza sfiorarli. Di più: accusano chi tenta di lanciare l’allarme di inventarsi, per puro razzismo, pericoli inesistenti. Pazienza, lotteremo da soli, senza il loro aiuto.
Della Somalia ho raccontato, dell’Iran vi ho mostrato qualche immagine, la Turchia sappiamo. L’Egitto, state tranquilli, vedrete presto anche lui su questi schermi, se non succede un miracolo. Nel frattempo potete comunque ammirare lo splendido percorso evolutivo compiuto negli ultimi decenni. E adesso mettiamoci pure tranquilli e aspettiamo: dobbiamo solo dargli tempo, come dicono le anime belle.

barbara


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella


29 gennaio 2011

QUANDO I BUONI COLPISCONO

Quando sono i cattivi a colpire, qualche speranza di salvezza rimane, ma quando a colpire sono i buoni di professione, la catastrofe è davvero ineluttabile.

barbara


18 marzo 2010

DI GERUSALEMME E DI CASE E DI SINAGOGHE E DI ALTRO

"Tema: Chi sa dove si trova Gerusallemmest e a cosa serve?"

Cari amici,
ogni tanto ci chiediamo tutti che cosa vogliono davvero i palestinesi, quali sono i loro obiettivi. Sappiamo che sono buoni, che hanno ragione loro, che la buona buonissima amministrazione del presidente Osama (Nobel preventivo e santo subito) li appoggia senza esitazione. Dato ormai per scontato che le "colonie" sono cattive cattivissime, e vanno prima fermate e poi distrutte, perché "occupano", adesso è la volta di Gerusalemme. Anzi, per il momento di Gerusalemmest, una nuova entità storico/geografica: il problema a Gerusalemmovest si porrà in seguito, appena chiarita la questione a Est. Tanto sappiamo che i confini non contano. Gerusalemme (Est o Ovest, Nord o Sud che sia) non è mai stata assegnata ai Palestinesi dall'Onu, nei piani del '47 doveva essere un territorio a parte, ha una maggioranza ebraica documentata dai censimenti almeno da centocinquant'anni, e naturalmente una presenza ebraica altrettanto documentata che risale a un millennio e mezzo prima che nascesse due o tremila chilometri più a Est un tizio che oggi conosciamo come Maometto - ammesso che ci sia mai stato, cosa di cui gli studiosi blasfemi dubitano.
Ma non importa, Gerusalemmest è dei palestinesi, "perché essi aspirano a farvi la capitale del loro futuro stato". E' un ottimo principio. Anch'io aspirerei di fare della reggia di Versailles il mio futuro pied-à-terre in Francia, non l'ho costruito io, questo no... ma pensate che l'ho visitato da ragazzo, mi è sempre piaciuta moltissimo, così modesta e funzionale... non capisco perché lo Stato Francese continua a pretendere di possederla... forse farò un'intifada, che almeno mi diano Versaillest...
Ma non divaghiamo. I palestinesi vogliono gli insediamenti ebraici oltre la linea verde e vogliono anche Gerusalemme (Gerusallemmest, per ora). Per stabilire che è loro hanno trovato il mezzo del blocco delle costruzioni: sapete le costruzioni sono rumorose, fanno polvere, "mangiano la terra". E naturalmente chi decide in un territorio se si può costruire ne è il proprietario. Geniale, no? Dato che aspirano alla proprietà di Gerusalemme (Est), ogni cosa che venga costruita in quel luogo è colonia. Ma dov'è esattamente Gersualemmest? Somiglia un po' all'isola che non c'è, o a quelle città di Calvino o di Escher, la cui impossibilità è presupposta. Siamo concreti, sapete voi dov'è Gerusalemmest? Dove finiscono i suoi confini?
Be' i palestinesi hanno questo in comune con Ahamadinedjad, e anche con la buonanima di Adolf, che non nascondono le loro intenzioni. A modo loro, sono onesti. L'hanno sempre detto che intendevano cacciare in mare i giudei, e anche quando dicono pace non smentiscono. Dunque per capire la questione geografica di Gerusallemmest, basta leggerli. Per esempio qui, in un delizioso pastiche pseudogiuridico che sembra proprio uscito dalla penna di Raymond Queneau:
http://www.pchrgaza.org/portal/en/index.php?option=com_content&view=article&id=6297:pchr-strongly-condemns-inauguration-of-synagogue-in-occupied-east-jerusalem-&catid=36:pchrpressreleases&Itemid=194.
Quel che dicono i bravuomini è che "PCHR also confirms that East Jerusalem constitutes an integral part of the OPT" (il Centro Palestinese dei Diritti Umani (fortemente finanziato da Eurabia, questo è chiaro, perché anche Eurabia è buona) costituisce parte integrante di una cosa che loro chiamano Opt (Territori palestinesi occupati): certamente è un'"optima" idea.
Questo lo sappiamo: "aspirano" a Gerusalemmest. Il punto viene ora: "The inauguration of a Jewish synagogue in East Jerusalem is considered a form of settlement activity, and thus constitutes a war crime under international humanitarian law." L'inaugurazione di una sinagoga ebraica a Gerusalemmest è un'attività di colonizzazione e costituisce una crimine di guerra sulla base delle legge umanitaria internazionale."
Non voglio discutere qui e ora la geniale applicazione creativa della Quarta Convenzione di Ginevra da parte dei palestinesi e dei loro amici. Voglio solo sottolinearvi che Gerusalemmest per loro comprende non solo la città vecchia di Gerusalemme, ma anche il suo quartiere ebraico, al cui centro è stata inaugurata ieri la ricostruita sinagoga Hurva. Perché ricostruita? Perché stava lì da sempre e, anche senza andare troppo indietro gli arabi l'hanno distrutta due volte, la prima due secoli fa, la seconda sessant'anni fa, dopo che Gerusalemme fu occupata dalle truppe giordane (guidate dagli inglesi, guardate un po' com'è costante la tradizione di Eurabia). E i giordani stabilirono allora, da bravi difensori dei diritti umani e della libertà di religione che era proibito agli ebrei entrare a Gerusalemme e tanto per chiarire la questione, tirarono giù tutto il quartiere ebraico inclusa la sinagoga (che non a caso si chiama Hurva, cioè rovine) e pavimentarono le strade con le lastre tombali ebraiche del cimitero millenario del Monte degli ulivi.
Dunque, bisogna capirli: dove comandano loro abbattere sinagoghe va bene, non è un problema; è riscostruirle che è un crimine di guerra. Ecco, abbiamo finalmente capito dove sta e a cosa serve Gerusalemmest: a impedire che nel quartiere ebraico ci siano gli ebrei e anche le sinagoghe: l'esistenza degli uni e degli altri è un crimine di guerra! Siamo sicuri che zio Adolf, giù dal cielo da dove guarda benigno Eurabia e palestina, sorride e acconsente, anche in memoria del suo amico Gran Muftì di Gerusalemme. Il solo dubbio è se l' "americo Amleto" il buon presidente Hussein Obama abbia capito fino in fondo il gioco che sta giocando. E' vero che tutti dicono che è intelligentissimo, ma a me pare soprattutto buono: come dicono dalle mie parti, tre volte buono.

Ugo Volli


La sinagoga Hurva prima del 1948


La sinagoga Hurva in mano alla Legione giordana, nel 1948


La sinagoga Hurva sotto la dominazione giordana, fra il 1948 e il 1967


La sinagoga Hurva restaurata da Israele (foto trovate qui)

Anche dalle mie parti, benché distino un buon paio di centinaia di chilometri da quelle di Ugo Volli, si dice tre volte buono, ma in questo caso davvero non so se sia più la tontaggine o il freddo cinismo. Verrebbe da dire “ai posteri …” ma nel frattempo, fino a quando arriverà una risposta, quanti morti avranno causato le sue scelte sciagurate?
E sempre in tema di sinagoghe, andate a leggere anche questo, che è davvero un gran bell’articolo.


barbara


17 marzo 2010

DA CHE PULPITO ...

L’Egitto ci chiama razzisti, ma stermina i cristiani. Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura.

di Fausto Biloslavo

Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura

Il
governo egiziano accusa l'Italia di violenze, razzismo e discriminazione nei confronti degli immigrati, ma a casa sua non ci pensa due volte a prendere a fucilate i clandestini. Oppure bastonarli a morte. Lo scorso anno ne hanno fatti fuori 17, in fuga da Etiopia, Sudan ed Eritrea, mentre cercavano di arrivare in Israele, la nuova terra promessa per migliaia di disperati. Decine sono rimasti feriti. L'anno prima le guardie di frontiera egiziane, dal grilletto facile, avevano ammazzato 28 clandestini. Per non parlare delle deportazioni di massa di chi fugge dalla tirannia. Nel 2008 ben 1200 eritrei sono stati rispediti in patria senza usare i guanti bianchi come da noi. Li aspettavano la tortura e la rieducazione in campi militari.
Il fustigatore dell'Italia è il ministro degli Esteri Aboul Gheit, che dovrebbe conoscere bene il nostro paese. Ex ambasciatore a Roma ha retto anche la sede diplomatica di San Marino. Il capo della diplomazia egiziana «condanna» le violenze di Rosarno e chiede al governo italiano di intervenire contro episodi di razzismo e discriminazione, come se da noi ci fosse la schiavitù. Secondo una nota del ministero degli Esteri de Il Cairo «gli episodi di violenza» sono solo «un'immagine delle numerose violazioni subite dai migranti e dalle minoranze in Italia, tra cui quella araba e quella musulmana».
Da che pulpito arriva la predica
.
Vai a dirlo alla famiglia del clandestino ventenne, che dal Sahara meridionale, sperava di raggiungere Israele agli inizi di dicembre. Le guardie di frontiera egiziane gli hanno sparato come i Vopos del Muro di Berlino, senza neppure fornire il suo nome e la nazionalità.
Nel 2009 la stessa tragica sorte è capitata ad altri 16 disgraziati in fuga verso un mondo migliore, che hanno pensato male di passare per l'Egitto. Amnesty International, nel rapporto annuale sul 2008, ha enunciato che «28 persone (migranti) sono state uccise a colpi d'arma da fuoco e decine sono rimaste ferite». Lo scorso settembre ne hanno fatto fuori quattro in un colpo solo, nonostante fossero inermi e disarmati. Secondo Amnesty centinaia di migranti sono stati processati davanti a un tribunale militare per «tentata fuoriuscita illegale dal confine egiziano orientale».
Le telecamere sulla frontiera israeliana talvolta hanno ripreso la caccia al clandestino da parte egiziana. In alcuni casi i poveretti vengono picchiati finché non esalano l'ultimo respiro. Lo scorso novembre un altro immigrato è stato freddato, mentre i suoi compagni, due etiopi e un eritreo, venivano arrestati. Da quando la Libia ha cominciato a fermare i flussi di migrazione verso l'Italia, la terra delle Piramidi è una via sempre più battuta. Non solo: gli egiziani, come tutti gli arabi del nord, hanno sempre guardato dall'alto in basso gli africani con la pelle nera, come gli immigrati di Rosarno. Gli etiopi e i sudanesi del sud, che per di più sono cristiani, vengono trattati come bestie se li pizzicano in Egitto.
Negli ultimi anni gli eritrei fuggono a ondate dal governo tirannico di Isaias Afewerki. La prima tappa è l'Egitto che concede l'asilo politico con il misurino. «A giugno (2008), circa 1.200 richiedenti asilo eritrei sono stati rimpatriati forzatamente dove erano a rischio di tortura. La maggior parte di essi sono stati immediatamente detenuti dalle autorità eritree in campi di addestramento militare» ha denunciato Amnesty International. Eritrei e sudanesi rimandati indietro sono «esposti al rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani» denuncia Amnesty.
Il ministro degli Esteri Gheit ha cercato la classica pagliuzza nell'occhio degli altri per non vedere la trave nel suo.
La strage del 7 gennaio di sei cristiani copti a sud de Il Cairo ha riaperto la piaga dell’intolleranza religiosa. Negli ultimi trent'anni si calcola che sono stati circa 4mila i cristiani uccisi, feriti o assaliti in Egitto. Dopo l'ultimo episodio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è unito al coro di condanna. In un'intervista all'Avvenire ha sostenuto che «l'Unione europea è troppo timida» e che il vecchio continente «dovrebbe invece gridare con voce alta e chiara che la protezione dei cristiani nel mondo è interesse dell’Europa intera».
Al collega egiziano dev'essere saltata la mosca al naso tenendo conto che Frattini sarà in visita a Il Cairo il 16 gennaio. Gheit non è nuovo nei panni di strenuo difensore dell'Islam. Quando Papa Ratzinger pronunciò il famoso e contestato discorso di Ratisbona, il diplomatico egiziano sentenziò: «È un discorso veramente inappropriato (...), che speriamo venga abbandonato per non alimentare tensioni e incomprensioni fra i musulmani e l'occidente».

© Copyright Il Giornale, 13 gennaio 2010

L’articolo, come vedete, è di circa due mesi fa, ma vale la pena di leggerlo perché fornisce un ulteriore tassello al quadro che troppi si ostinano a rifiutarsi di vedere, e che sta ormai rovinosamente crollando sulle teste di tutti noi. Compresi quelli che danno a noi dei catastrofisti visionari.

barbara


10 gennaio 2010

OGGI ANDIAMO PER CARTOLINE

La strage dei copti testimonia il modo con cui l'islam affronta la dhimmitudine

Cari amici, vorrei organizzare un viaggio a Nag Hamadi. Sapete che cos'è? No? Eppure è un posto a soli 450 kilometri dal Cairo, molto importante per la cristianità, per due ragioni molto diverse. Wikipedia spiega che è "è una cittadina situata nel Governatorato di Qina (Egitto centrorientale), con una popolazione di circa 30.000 abitanti. È importante centro agricolo per la produzione di zucchero, a cui si affianca l'industria dell'alluminio e del cemento", la quale "fu nota anticamente con il nome di Chenoboskion, "recinto per oche". Ma le ragioni importanti sono altre. Una risale a sessantacinque anni fa, quando in una giara di terracotta, accanto a un monastero copto, vi furono trovati tredici papiri risalenti al III o al IV secolo, i cosiddetti "vangeli gnostici": testi di straordinario interesse su cui archeologi e teologi non si sono stancati di discutere.
La seconda ragione risale a un paio di giorni fa, alla vigilia di quella che in Europa è l'Epifania e nel calendario giuliano che i copti adottano ancora (come gli Armeni ecc.) è Natale. Come certamente avete letto, all'uscita della messa di Natale di quel paesone, c'è stato un assalto a sangue freddo da parte di un terzetto di persone su una macchina che hanno sparato sulla folla dei fedeli con armi automatiche, facendo sette morti e almeno nove feriti (http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_07/egitto-massacro-copti_45292ad8-fb7b-11de-a955-00144f02aabe.shtml). È un evento importante, così importante che io vorrei aprire una sottoscrizione per mandare in gita a Nag Hamadi quei preti dei presepi con le moschee di cui vi ho scritto l'altro giorno, i loro vescovi, l'intera Caritas, i religiosi della Consolata, insomma tutta quella brava gente cattolica che pensa di avere la missione di convincerci ad accogliere con gioia l'invasione, pardon, l'immigrazione islamica (e anche la loro controparte laica, protestante, valdese ecc., naturalmente). Una gita di massa, per una volta utile, invece delle vacanze a Gaza e in Cisgiordania. Utile come potrebbe essere spedire i gruppettari in Iran, perché si rendano conto di cos'è la repressione.
Perché è importante l'"incidente" di Nag Hamadi (dove la polizia naturalmente si è messa subito a imbrogliare le carte, parlando di faida, della vendetta per uno stupro e altre bizzarre giustificazioni)? Forse perché è un caso unico, eccezionale, uno straordinario "martirio" da testimoniare coi propri occhi? No, tutto il contrario, utile perché è la regola, quel che accade sempre, il modo standard con cui l'Islam affronta la diversità religiosa. Per dirne una sola, pochi giorni fa, a un centinaio di chilometri da lì, hanno bruciato un edificio, perché volevano aprirci una chiesa. E per soprammercato se la sono presa con le case della comunità copta (che, vi ricordo, sono i Cristiani convertiti nei primi secoli, eredi dell'Egitto antico ed ellenistico, conquistati dall'Islam con la forza nell'ottavo secolo).
Il fatto è che le cose vanno avanti così da dodici secoli, dalla conquista islamica dell'Egitto: violenze, intimidazioni, minacce, omicidi, pogrom, dissacrazioni... e di conseguenza conversioni di quelli che non ne possono più. E non è che questo accada specialmente contro i copti: contro gli ebrei, i cristiani di altre confessioni, contro tutti i non musulmani. Il modo standard di trattare le religioni "protette" (per i politeisti il Corano prescrive la morte immediata). E non solo in Egitto: in Arabia, nei territori palestinesi, nella "democratica" Turchia, dappertutto, in tutto quel delizioso "territorio della pace" che gli islamisti considerano loro per sempre e di cui non sono disposti a cedere neanche un millimetro, come in Israele. Quelli che ci invitano ad accogliere con favore i fratelli musulmani, preparano esattamente questo avvenire per i nostri nipoti. Speriamo che ci ripensino, per questo vorrei offrire loro un bel viaggio a Nag Hammadi, perché capiscano e meditino.
Non siete convinti? Guardate, ci sono classifiche per tutto. E per caso proprio ieri è uscita in rete la classifica dei paesi che opprimono di più i cristiani, aggiornata a tutto il 2009. La compila un'organizzazione che si chiama "Open doors"; il suo sito è questo: http://members.opendoorsusa.org/site/DocServer/WWL2010_test.pdf?docID=5801. Ma per risparmiarvi la fatica vi ho ricopiato nell'ordine l'elenco, anzi la classifica dei peggiori, cioè dei primi 50. Eccola: Korea North; Iran; Saudi Arabia; Somalia; Maldives; Afghanistan; Yemen; Mauritania; Laos; Uzbekistan; Eritrea; Bhutan; China; Pakistan; Turkmenistan; Comoros; Iraq; Qatar; Chechnya; Egypt; Vietnam; Libya; Burma/Myanmar; Azerbaijan; Algeria; India; Nigeria; Oman; Brunei; Sudan; Kuwait; Tajkistan; United Arab Emirates; Zanzibar Islands; Turkey; Djibouti; Morocco; Cuba; Jordan; Sri Lanka; Syria; Belarus; Tunisia; Ethiopia; Bangladesh; Palestinian Territory; Bahrain; Indonesia; Kyrgyzstan; Kenya (North East). Dei primi cinquanta, 39 sono paesi islamici, membri dell'OCI (organizzazione della conferenza islamica, il nuovo califfato, come la chiama Bat Ye'or. Altri sette sono paesi comunisti o ex da poco, gli altri sono dittature militari o fanatici induisti. Paesi occidentali non ce n'è, Israele naturalmente non figura, anzi praticamente nessuno fra i paesi citati ne riconosce l'esistenza; fra tutti solo l'India si può ragionevolmente definire una democrazia.
Insomma, chi perseguita i cristiani sono essenzialmente dittatori, islamisti e comunisti. Soprattutto, di gran lunga soprattutto gli islamisti. Quand'è che i bravi cattolici democratici capiranno che il nemico mortale non è l'Occidente, il consumismo, il laicismo, l'indifferenza religiosa, ma la violenza organizzata del fanatismo politico e religioso anti-occidentale? Quando si renderanno conto che eventi come Nag hammadi non sono occasionali, ma conseguenze di un metodo millenario? Quando smetteranno di pensare che il dialogo e l'accoglienza risolvono ogni cosa? Chiedeteglielo. E aiutatemi, anzi aiutateli, mandate un po' di questi preti e cattolici "di base" a parlare con i copti (o con chi condivide lo stesso destino in Siria o in Turchia). Forse capiranno che non si può servire la Croce e la Mezzaluna (o la Falce e Martello) allo stesso tempo.

Ugo Volli

In effetti lo ha detto anche Gesù che non si può servire Dio e Mammona, e bene fa Ugo Volli a condividere, parafrasandolo, il pensiero del suo antico correligionario. E dopo questa cartolina dell’altro ieri che non potevo, per il suo contenuto e per la carica di indignazione che contiene, relegare a un link, vi invito a leggere anche quella di ieri. Riporto invece interamente – e poi capirete perché – quella di oggi.

Voglio i danni per l'incendio di Gerusalemme nel '70 e.v.

La sapete l'ultima? Eccola, l'Iraq chiede a Israele i danni per aver distrutto nel 1981 il reattore nucleare di Osirak dove Saddam cercava di produrre le armi atomiche. Sembra una barzelletta, no? Ma è vero, lo ha detto un parlamentare iracheno, Muhammad Naji Muhammad, al giornale altrettanto iracheno al-Sabah. E sapete da chi sta cercano aiuto il governo iracheno per ricevere la giusta compensazione per non essere lasciato in pace a completare il compito lasciato interrotto dalla buonanima dello zio Adolf? Ma dall'Onu, naturalmente. Sembra una barzelletta, lo stato che ha gasato i curdi, che ha invaso il Kuwait, che ha attaccato l'Iran eccetera eccetera, che durante la prima guerra del golfo ha spedito i suoi missili con gas velenosi sulle città di Israele che in quella guerra non combatteva, be' quel paese vuole i danni per non aver potuto fare la Bomba.
Ma è qualcosa di più di una barzelletta, è una moda. La guerra legale contro Israele ("lawfare") si è estesa dai tribunali penali a quelli civili. Senza parlarne coi giornali, ma evidentemente con metodi efficaci, l'Onu ha raggiunto un accordo con Israele per farsi compensare con qualche milione di dollari i danni subiti dalle sue istallazioni durante l'Operazione piombo fuso. Di lì sparavano i cecchini di hamas, ma evidentemente questo non conta.
Il ministro degli esteri israeliano ha inoltre avvertito che oltre ai soliti mandati di arresto inglesi contro ufficiali e governanti israeliani, sono da mettere in conto cause civili nei tribunali americani contro i comandanti militari israeliani per i danni prodotti alle proprietà private nella stessa guerra.
Ultimo, come sempre, ma più fracassone di tutti è venuto fuori Ahamadinedjad, che ha dichiarato alla televisione di volere dall'America e dalla Russia i danni per l'invasione subita dalla Persia durante la seconda guerra mondiale. "Altro che sanzioni, ha detto in sostanza il presidentucolo, quelli ci devono dei soldi."
Insomma, la politica internazionale si fa sempre di più con l'arma della legge. Che questa mescolanza rovini la politica e anche la legge (e pure la storia, dati i tempi di cui si parla) non importa niente a nessuno (in particolare non agli avvocati, figuratevi le parcelle). Del resto gli stati del Terzo mondo non vogliono compensazioni per i crimini dell'imperialismo e dello schiavismo, avvenuti per lo più un paio di secoli fa? Io spero solo che il sindaco di Roma Alemanno faccia una bella causa alla Spagna per il sacco di Roma, deciso da Carlo V. Col ricavato, potrebbe forse pagare i danni dell'incendio di Gerusalemme del 70 dC, ad opera dell’imperatore Tito. Sperando che l'Egitto non cerchi di rivalersi per le 10 piaghe (ma forse per loro il Destinatario è sconosciuto...)

Ugo Volli



Carina la battuta sull’Egitto, vero? Solo che, ecco, Ugo Volli non lo sapeva, ma non è affatto una battuta … Leggete un po’ qua:

Un processo contro il popolo ebraico 25-08-03

Non sappiamo come dare ai nostri lettori questa notizia. È talmente assurda da sembrare falsa, ma una volta accertata la sua autenticità rimane da chiedersi come reagire, se scuotendo con disappunto la testa, se prendendosela con la eterna e sempre sorprendente stupidità umana, o se semplicemente sorridendo amaramente.
Nel numero del 9 agosto scorso il settimanale egiziano Al-Ahram Al-Arabi ha dato spazio ad una intervista con il dott. Nabil Hilmi, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Al-Zaqaziq.
L'illustre ed illuminato docente, coadiuvato da altri suoi colleghi, sta preparando una causa civile contro il popolo ebraico nella sua totalità. Ecco quanto egli afferma:
"Poiché gli ebrei fanno svariate richieste agli arabi ed al mondo, e pretendono il riconoscimento di diritti basati su fonti storiche e religiose, un gruppo di egiziani che vivono in Svizzera ha aperto il caso del cosiddetto "grande esodo degli ebrei dall'Egitto dei Faraoni". A quel tempo, essi rubarono all'Egitto dei Faraoni oro, gioielli, utensili di cucina, ornamenti d'argento, abiti ed altro, lasciando il paese a notte fonda con questo oggi inestimabile patrimonio".
Il capo degli egiziani emigrati in Svizzera, Gamil Yaken, ha fatto ricerche storiche ed ha nominato una squadra di giuristi per ottenere dal tribunale la restituzione di quanto gli ebrei rubarono allora. Questo furto non può essere vanificato appellandosi al tempo trascorso, ed è comprovato dai testi sacri degli ebrei.
Il Faraone era rimasto esterrefatto, continua Hilmi, al vedere le donne egiziane che piangevano per quanto era stato loro rubato nel corso della più colossale rapina che la storia ricordi.
Questo furto, secondo Hilmi, è in perfetta armonia con "la moralità ed il carattere degli ebrei", ed egli cita alla lettera dialoghi fra il Faraone e le donne del tempo, che descrivevano nei dettagli al loro sovrano gli oggetti rubati.
Una indagine di polizia ordinata dal Faraone svelò che Mosè ed Aronne, a causa "della natura perversa degli ebrei", avevano ordito questo crimine con la complicità dei rabbini, e malgrado il desiderio del popolo egiziano di essere loro amico.
Secondo il calcolo molto minuzioso di Hilmi e dei suoi esperti, considerando anche gli interessi maturati e la svalutazione, sulla base del peso dei preziosi rubati, egli valuta che si debbano moltiplicare 300 tonnellate d'oro per 5.758 anni, con il risultato di 1.125 trilioni di tonnellate d'oro al valore attuale. Per non parlare del valore degli altri beni.
Ma, bontà sua, egli proporrà al tribunale un compromesso onorevole: che agli ebrei, cioè, sia concesso di restituire questi beni frazionandoli in mille anni.

Federico Steinhaus



Sì, lo so che è banale dire che la realtà supera la fantasia, ma che altro dire di fronte a questa cosa? Caro Ugo Volli, rassegnati: gli arabi, in fatto di fantasia – soprattutto quando si tratta di estorcere e rapinare prendendo per i fondelli l’intero pianeta - ti mangiano la pappa in testa!

barbara


9 ottobre 2009

ANCORA SU SADAT E DINTORNI

Vi voglio regalare questa piccola chicca:



In Israele per celebrare l’avvento della pace, sia pure fredda – molto fredda – con uno stato che le aveva dichiarato guerra al momento della sua nascita e in guerra era rimasto per oltre trent’anni, è stato fatto questo. Spero che qualcuno dei miei cortesi visitatori sia in grado di aiutarmi a trovare le equivalenti iniziative dell’Egitto, perché io, evidentemente incapace e sprovveduta, sono riuscita a trovare solo un premio governativo conferito a quel giornalista che ha ringraziato Hitler per avere preventivamente vendicato i palestinesi – che io tra l’altro a questo punto davvero non capisco più niente: questo benedetto olocausto c’è stato o non c’è stato? Se lo sono fatto gli ebrei da soli o glielo ha fatto qualcun altro? Boh – e altre cosettine analoghe.
Poi naturalmente, sempre più o meno in tema c’è da leggere lui e poi, come ogni giorno fino a revoca, come dicono in banca per gli ordini permanenti,
MEMENTO: +39.

barbara


27 maggio 2008

SUCCEDE IN EGITTO

Viaggio di ebrei in Egitto annullato causa "motivi sicurezza"

A quasi trent'anni dalla firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, l'istituzione di rapporti "normali e amichevoli" tra i due Paesi, come previsto dal paragrafo 3 di tali accordi, continua a sembrare un miraggio.
Quarantacinque ebrei di origine egiziana, provenienti da Israele e altri paesi, si accingevano ieri notte (domenica) a imbarcarsi sul volo Elal diretto al Cairo, per trascorrere cinque giorni all'insegna del "ritorno alle origini": la maggior parte di essi, dopo essere stati espulsi o aver abbandonato l'Egitto per lo più tra il 1948 e il 1956, vi faceva ritorno per la prima volta. La presidentessa dell'Associazione israeliana amici Israele-Egitto, organizzatrice del viaggio, aveva programmato tutto seguendo le direttive degli ufficiali di sicurezza egiziani, ai quali erano stati trasmessi tabella di marcia e lista dei relatori e che avevano garantito una sorveglianza continua da parte dei servizi di sicurezza egiziani.
Mia mamma, espulsa da Alessandria nel 1949, dopo che suo padre era stato internato per 10 mesi nel campo di Abou Qir per aver pubblicato un libro in cui, tra le altre cose, esprimeva simpatia per gli ideali sionisti, era emozionata all'idea di potersi ricollegare agli scritti di suo padre. L'anno scorso, in un mio viaggio in quella che sono entrata nell'ottica di considerare la mia terra d'origine, ho ritrovato nel cimitero ebraico delle tombe di familiari nonché la sua casa ad Alessandria. Un tempo era in Rue Fouad, oggi si chiama inevitabilmente Sharia' Nasser.
Tra le tappe previste dal viaggio, oltre alle mete prettamente turistiche, vi erano le poche sinagoghe rimaste a testimoniare una presenza ebraica millenaria, che nel 1937 contava 63000 anime, e il Centro Accademico Israeliano del Cairo, un'istituzione stabilita secondo lo spirito degli Accordi Culturali siglati nel 1980 tra i due Paesi. Il Centro, che non ha un corrispettivo egiziano in suolo israeliano, è attivo dal 1982 e si occupa di scambi culturali e accademici che chiaramente rasentano l'unilateralità. L'unico intellettuale egiziano che abbia mai varcato questo confine è stato lo scrittore satirico Ali Salem, che per questo motivo è stato per anni vittima di un boicottaggio nel suo Paese (e pensare che in Israele Ilan Pappe, lo storico israeliano famoso per la sua adesione ai boicottaggi britannici dell'accademia israeliana, ha continuato ad insegnare all'Università di Haifa, fino a quando non ha capito che avrebbe fatto decisamente più soldi in Inghilterra).
Ma giovedì scorso, un noto presentatore televisivo egiziano ha dedicato la sua trasmissione alla presunta "delegazione di ebrei e israeliani" che si accingeva a calcare il suolo egiziano per esigere indietro i beni confiscati dall'Egitto dopo la loro espulsione o fuga. Il presentatore non ha risparmiato i dettagli e ha specificato anche l'albergo nel quale avrebbe dovuto alloggiare il gruppo. La mattina seguente, l'albergo in questione aveva annullato la prenotazione e non si è fatta attendere una comunicazione da parte dell'agenzia viaggi, che non si poteva più fare carico della sicurezza del gruppo. Insomma, saltato tutto, con grande rammarico dei partecipanti. "Avevo rimosso dalla mia mente l'Egitto", mi ha detto mia mamma. "Memore di quanto aveva scritto il nonno e dell'amore e riconoscenza per quella Terra che esprimeva nei suoi scritti, avevo deciso di tornarci. Ma non ho intenzione di rinunciare alla mia identità ebraica né a quella israeliana per poter visitare questo Paese. Belle le Piramidi, ma ci sono tanti altri Paesi che non ho visitato e finché non mi accetteranno per quello che sono, possono aspettare".
E' vero che esistono gruppi che – legittimamente – si occupano della questione del patrimonio perduto degli ebrei che furono costretti ad abbandonare tutto, o quasi, da un giorno all'altro. "Come ladri nella notte", recita il titolo del libro testimonianza di Carolina Delburgo, che lasciò l'Egitto con la famiglia nel 1956, a seguito della crisi di Suez. Lo scopo principale di quest'attività è quello di porre all'attenzione pubblica la questione dimenticata dei profughi ebrei del 1948. Ma, oltre a rappresentare un tentativo limitato e perlopiù sconosciuto, quest'operato non gode nemmeno di alcun appoggio istituzionale, non da parte d'Israele, né della comunità internazionale nella figura dell'ONU, la stessa che invece creò, nel 1949, l'UNRWA, l'"Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente", che singolarmente si distingue dalla UNHCR, ovvero l'Alto Commissariato dello stesso ONU per i rifugiati (ossia tutti gli altri rifugiati del globo, eccetto quelli Palestinesi).
Nonostante ciò, l'esiguo gruppo in questione non era intenzionato minimamente a "battere cassa" alla frontiera egiziana, ma forse, piuttosto, a chiudere i conti con quella che hanno considerato, loro stessi o i loro genitori, la Patria. Visitare per l'ultima volta, per togliersi l'amaro di bocca, per pensare a come ridimensionare i loro sentimenti nel contesto delle relazioni attuali tra Israele e Egitto, per guardare al futuro perché ormai le loro vite se le sono ricostruite al di fuori dell'Egitto, rimboccandosi le maniche, in silenzio, privi di aiuti internazionali e senza bisogno di recitare il ruolo delle vittime perenni.
E invece si trovano a disfare le valigie con un senso d'impotenza e molta rabbia. Ma, d'altro canto, cosa ci si poteva aspettare da uno Stato che vende, quantomeno in una libreria nei pressi della piazza centrale Midan al-Tahrir, i "Protocolli dei Savi di Sion" come se fosse un best seller uscito ieri?
L'afflusso turistico e il tentativo di approccio accademico culturale dimostrano che Israele si aspetta di aprire una nuova pagina, mentre in Egitto per ora aspettano che anche i 120 ebrei che rimangono tra Alessandria e il Cairo schiattino.
Sharon Nizza

Pubblico questo testo perché mi sembra interessante in quanto documenta aspetti della “questione mediorientale” che difficilmente possiamo aspettarci di trovare nei nostri giornali.

barbara


26 giugno 2007

ALTRI PROFUGHI DIMENTICATI

di Silvia Golfera

"...Donne, bambini, anziani. Gli uomini non c'erano. Stipati nei pullman, ci diedero coperte, perché faceva freddo. Ci avvolgemmo tutti tremanti, fra i pianti dei bambini piccoli e il vociare confuso dei profughi. Dopo l'appello, i pullman partirono tutti in fila, per Alessandria, e di lì saremmo salpati...Alcuni poliziotti egiziani salirono armati sui pullman...e con aria spavalda confiscarono...oggetti d'oro che le profughe avevano addosso...Un poliziotto pretese anche la fede di una profuga".

Così Carolina Delburgo, signora bolognese di origine egiziana, racconta la cacciata della sua famiglia e di molti altri correligionari, dall'Egitto, dopo la crisi internazionale del 1956, quando Nasser, nazionalizzato il canale di Suez, ne impediva il transito alle navi israeliane. Fu il primo di una serie di conflitti con Israele. Il più grave quello del 1967, con la guerra dei Sei giorni. Gli ebrei egiziani ne pagarono un prezzo altissimo.
Da Radio Cairo, il 25 maggio 1967, la voce di Nasser tuonò non solo nelle case egiziane, ma in tutta l'Africa mediterranea: "Il mondo arabo è fermamente deciso a cancellare Israele dalla carta del mondo". Dei 100.000 ebrei egiziani del 1948, ne resistevano nel 1976 circa 200.
Una vicenda questa di cui si parla poco, ignorata dai media e dagli storici. Una vicenda troppo calda, forse, perché la si possa affrontare in un momento tanto gravido di tensioni. L'ha raccontata Magdi Allam, sulle colonne del Corriere della sera, in un articolo del novembre 2004, dove scrive che "perdendo i loro ebrei, gli arabi hanno perso le loro radici e hanno finito per perdere se stessi".
Rinnegare se stessi, o parte di sé, comporta sempre un prezzo alto, in termini di identità e di equilibrio. 'Rinnegare l'anima' è parente stretta del 'venderla al diavolo', ricorda Allam. Purtroppo le tragedie che percorrono il mondo mussulmano sono una conseguenza pure di quelle scelte.
Alcuni anni fa un breve documentario di Pierre Rehov, "L'esodo silenzioso", fu presentato a Milano, prima di sparire dalla circolazione. Eppure l'esodo degli ebrei dai paesi mussulmani ha segnato una ulteriore pagina nera di quel nerissimo secolo ventesimo da cui non riusciamo a liberarci.
Il libro di Carolina Delburgo, delicata storia familiare, ha il merito di resuscitare la memoria di un evento che, con i suoi pogrom sanguinosi, la sobillazione dei furori popolari, la demonizzazione del nemico, gli espropri e le prepotenze, ha rivaleggiato nei metodi, se non nei risultati, con la politica antisemita di Hitler.
"Quella sera gli ufficiali perquisirono la casa, e non trovando nulla per incolparci, invitarono mio padre e la zia Sara...a seguirli per "delle formalità" da fornire al commissariato. Da quel momento mio padre e mia zia sparirono nel nulla", racconta l'autrice.
Ha termine così quella convivenza, non sempre pacifica, ma comunque proficua e stimolante fra gente di varie culture e religioni, che facevano dei paesi arabi affacciati sul Mediterraneo società sostanzialmente multietniche
Nel 1956 dall'Egitto furono cacciati circa 30.000 ebrei. Pian piano la Cairo cosmopolita dove circolavano lingue e culture diverse, raccontata con nostalgia dallo scrittore Naghib Mafuz, si svuota delle sue molteplici identità per conformarsi ai dettami del nuovo nazionalismo arabo
La famiglia Delburgo, di nazionalità italiana, approda nel porto di Brindisi. L'unica cosa che ha portato con sé è la propria abilità professionale, la volontà di riconquistare una vita dignitosa, la tenacia nel fronteggiare le difficoltà, quegli 'scherzi della sorte' che la storia ha spesso riservato al popolo ebraico. Fortunatamente questa vicenda amara e sconfortante ha un lieto fine. Carolina Delburgo racconta come "fummo davvero commossi e molto grati per la grande umanità con cui fummo accolti, non appena sbarcammo in Italia", alimentando in qualche modo quel mito di "italiani brava gente", così consolatorio per noi, ma purtroppo spesso smentito dalla storia e dalla cronaca. Non in questo caso, però, poiché la famiglia Delburgo riesce a integrarsi felicemente nella società italiana. Senza perdere la propria memoria e nella consapevolezza che niente è mai garantito per sempre: "Ricordatevi che siamo ebrei e...non esiste generazione che non venga colpita da circostanze e fatti incresciosi. È capitato a vostro padre che è vissuto in Europa, ma è capitato anche a me che sono vissuta in Africa...Quando scoppia un conflitto le autorità portano via tutto quello che possono: casa, auto...prosciugano i conti bancari...ma di una sola cosa non potranno mai impossessarsi né mai toccare: la vostra cultura, quello che avete studiato e quello che gli studi vi avranno insegnato a capire!" rammenta Carolina alla figlia adolescente.
Ebbene, la memoria storica serve anche a difendersi dagli errori e dagli orrori del passato. Per questo teniamo vivo il ricordo della Shoah. Per lo stesso motivo trovo ugualmente urgente ricordare le persecuzioni che gli ebrei hanno patito nei paesi mussulmani, tanto più che proprio da lì vengono oggi le più feroci minacce di una nuova apocalittica distruzione verso Israele e tutto il suo popolo. È la convenienza politica che ci spinge a tacere? O ci illudiamo forse che sia un affare fra "altri", in cui non intrometterci, come un tempo fra Hitler e gli ebrei, e che solo chiudendoci gli occhi ne resteremo fuori?

Carolina Delburgo "Come ladri nella notte" ed. Rotas Barletta 2006
Richiedibile gratuitamente a
info@cauterium.org

Anche questi fanno parte delle decine di milioni di profughi che il mondo ignora, perché ordini superiori gli hanno imposto altre priorità.

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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