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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


4 marzo 2011

PER NON DIMENTICARE IL DARFUR

Lettera aperta sul Darfur

Raccontando il Sudan, per non dimenticare e per continuare...


Cari amici,
il mio ultimo viaggio in Sudan, in occasione del referendum per l'indipendenza del Sud Sudan, è stato più duro e, in certi momenti, pericoloso rispetto ai precedenti. Ho passato dei giorni con un gruppo di ribelli che mi ha anche fornito delle foto (ne allego una per farvi capire di che parlo...) che testimoniano i crimini in Darfur.
Ho avuto la possibilità di parlare con i sopravvissuti degli ultimi attacchi delle forze militari del governo e ho capito, ancora una volta, che per quello che ha subito e continua a subire, questa gente - donne violentate e mutilate priMa di essere uccise, ragazzini bruciati vivi nelle scuole, interi villaggi distrutti - non sarà mai pronta alla pace se prima non verrà loro garantita giustizia.

Le sensazioni che mi ha lasciato questo viaggio sono contrastanti.

Come avevo scritto nel novembre del 2009, quando con l'intergruppo Italia Darfur andammo a Zam Zam camp, non ho trovato volti scavati dalla fame, - come nel 2005 e nel 2007 - persone disperate che non avevano neanche la forza di chiedere aiuto. Stavolta non sono state le migliaia di persone che pelle e ossa vagavano per i campi profughi con gli occhi sbarrati dal panico o le testimonianze delle ragazze violentate che mi hanno raccontato il terrore degli stupri subiti a segnarmi profondamente. Questa volta è bastato il ‘contesto’... Il degrado umano dilagante, l'assenza di ogni barlume di speranza negli sguardi, la delusione trasformata in rassegnazione di non poter cambiare uno ‘status’ incancrenito, che ti porta a perdere dignità e futuro.
La situazione alimentare è migliorata ma la distribuzione del cibo e l’assistenza umanitaria sono sempre a rischio. E la gente non ce la fa più. Questa esistenza ai limiti della sopravvivenza e del decoro, hanno ‘inciso’ un marchio indelebile sulla loro pelle.

Quando bambini di quattro – cinque anni si azzuffano e calpestano i fratellini di pochi mesi pur di strappare dalle mani di chi li porge quaderni e matite che probabilmente non useranno mai, comprendi che per loro il presente e il futuro sono segnati da abbandono, disinteresse e violenza.
E allora ti chiedi... ha senso andare avanti? Forse chi mi chiede che senso ha continuare a occuparsi del Darfur, un posto così lontano e senza speranza, e mi consiglia di usare meglio le mie energie - a cominciare dai miei colleghi giornalisti mai così numerosi in Sudan - ha ragione? Poi mi torna in mente una vecchia massima che dice: non interessa al mondo chi del mondo non si interessa... E allora ogni mio dubbio svanisce: fino a quando io continuerò a occuparmi di Darfur, qualcuno a cui interesserà quello che ho da dire ci sarà sempre. Se anche la mia voce si zittisse, allora sarebbe più 'facile' ignorare questa tragedia. E così smetto di pormi domande, la risposta è dentro di me ed è una convinzione ferma.

Ignorare quella gente per me non è possibile, perché il loro dramma è il mio dramma, la loro battaglia è la mia battaglia, la loro speranza e la mia speranza!

Spero sia anche la vostra...

Con affetto,

Antonella Napoli
Presidente di Italians for Darfur


scuola bombardata

Certo, sapendo in che mani sono l’Onu e le varie commissioni per i diritti umani e altre simili amenità, non c’è da essere granché ottimisti. Noi, comunque, come dice Antonella Napoli, non ci arrendiamo, e se l’unica cosa che possiamo fare è combattere il silenzio dei media e della politica con quel poco di informazione che è nelle nostre mani, quello faremo.


barbara


24 ottobre 2010

SGRANOCCHIANDO PISTACCHI

Il titolo di questo post, scritto circa cinque anni fa e pubblicato nell’altro blog, era ispirato da un articolo del Corriere della Sera. Sia il titolo che il tema mi sembrano ancora drammaticamente attuali, e per questo penso che possa valere la pena di riproporlo.

Dal Corriere della Sera di oggi: “Il presidente della Repubblica Jalal Talabani ieri ha redarguito i Paesi arabi che si dicono «fratelli» del nuovo Iraq ma poi non mandano a Bagdad un ambasciatore che sia uno. Il suo predecessore, il sunnita Ghazi Al Yawar, un anno fa accusò gli stessi vicini di star seduti «dondolando le gambe e sgranocchiando pistacchi», mentre gli iracheni «muoiono per mano dei terroristi»”. Sembra, in effetti, che sgranocchiare pistacchi sia una delle attività preferite da gran parte dell’umanità: un sacco di europei sgranocchiavano pistacchi mentre la più nefasta delle dittature si impossessava della Germania per estendere poi i suoi tentacoli su tutta l’Europa. E continuavano a sgranocchiare pistacchi mentre gli ebrei venivano sterminati nelle camere a gas. E tutto il mondo arabo ha sgranocchiato pistacchi mentre una parte del mondo arabo induceva i palestinesi a lasciare le proprie case e li rinchiudeva in squallidi campi profughi. E il mondo ha continuato a sgranocchiare pistacchi mentre agenti stranieri, perseguendo le proprie politiche personali, inventavano la “causa palestinese” e la prendevano in mano, usando sia come armi che come proiettili sempre i palestinesi. Il mondo intero ha sgranocchiato pistacchi mentre in Cambogia veniva eliminato un quarto dell’intera popolazione. E ha sgranocchiato pistacchi mentre in Ruanda si consumava un genocidio. E sgranocchiamo pistacchi sui massacri del Darfur, sulle donne musulmane private di ogni diritto e di ogni dignità, sulle bambine arabe prima stuprate e poi assassinate – o “legalmente” condannate a morte – perché portatrici di disonore, sugli omosessuali impiccati, sui giornali chiusi, su una “resistenza” che massacra i propri inermi concittadini, su un terrorismo che avanza e ci incalza, e non si trova di meglio che puntare il dito contro le vittime.

E se provassimo tutti, una volta al giorno, per cinque minuti, a smettere di sgranocchiare?

E se invece che cinque anni fa, lo avessi scritto cinque ore fa, la lista sarebbe ben più lunga. Non vi annoierò con l’elenco completo di tutti gli eventi, tutte le tragedie, tutti i crimini sui quali il mondo intero ha allegramente sgranocchiato pistacchi, ma uno almeno è doveroso ricordarlo: il sinodo dei vescovi sul medio oriente. Quel sinodo in cui Israele e l’ebraismo tutto sono stati attaccati con una violenza e con una perfidia mistificatrice che dovrebbero lasciare sgomenti; quel sinodo in cui questi sono stati definiti un “corpo estraneo” che “corrode” e che “non è assimilabile”: quella cosa che il nazismo chiamava esplicitamente cancro mentre il sinodo preferisce ricorrere a perifrasi, ma il concetto è quello, e si comprende perfettamente; quel sinodo che ha imboccato una strada identica a quella che, ottant’anni fa, ha avuto come capolinea le camere a gas. E con le uniche eccezioni di Ugo Volli (qui e qui) e Giulio Meotti, sembra proprio che nessuno abbia smesso di sgranocchiare pistacchi, dondolando pigramente le gambe.
Sarebbe già una consolazione poter sperare che alla fine vadano di traverso solo agli sgranocchiatori, ma la storia insegna che non sarà, purtroppo, così.


barbara


31 agosto 2008

E RIPARLIAMO DEL DARFUR

Questa è l’ultima newsletter arrivatami, e desidero condividerla con voi: non importa se ci siano notizie inedite, l’importante è che non dimentichiamo mai la tragedia che si sta consumando nell’indifferenza generale.

Cari amici,
a vederla nel suo complesso, la nostra è una società stanca, persa nei rimorsi della coscienza, assuefatta al consumo sterile della mondanità, orfana di ideologie e tradizioni. In questo non si risparmiano i due organi di riferimento degli ultimi 50 anni: le Nazioni Unite e l'Unione Europea. Nella rincorsa del miraggio di un mercato comune e senza dogane, per la cui tutela si è rinunciato alla costruzione di un comune denominatore politico e identitario, la svendita del sogno di una Europa unita politicamente e democraticamente, si palesa, proprio con il dramma del Darfur, insieme all'inutile sopravvivenza delle Nazioni Unite. Con i veti di Cina e Russia, e la complicità di altri Paesi non democratici, ogni seduta al Palazzo di vetro risulta solo un grosso dispendio di risorse ed un inno selvaggio alla burocrazia. Per il Darfur accade quanto sta succedendo per la crisi in Georgia, per la quale si consuma il paradosso beffardo del veto ad ogni inferenza della comunità internazionale da parte della Russia, che invade uno stato sovrano e democratico e ostenta tendenze genocidarie in Cecenia. I caschi blu appaiono ormai immobili figure cartonate, come lo sono state dinanzi al massacro in Bosnia, al genocidio in Rwanda, al riarmamento degli Hezbollah in Libano. Ci si domanda quale possa essere il ruolo dell'ONU in un complesso scenario come quello del Darfur, appunto: a più di un anno dall'approvazione, la missione UNAMID esiste per ora solo sulla carta.
Si sono concluse le Olimpiadi in Cina, senza gesti clamorosi, se si eccettua la scelta dei portabandiera statunitensi, ricaduta su due atleti di origini sudanese e georgiana, unica Nazione a voler testimoniare la propria solidarietà a due popoli affranti dalla guerra. Giochi macchiati dalla soppressione delle manifestazioni in Tibet, Nepal e Birmania, ma anche delle proteste dei cinesi cacciati dalle proprie dimore per fare posto ai fastosi edifici olimpici. Una scelta, quella del Comitato Olimpico, dettata più dalle enormi risorse finanziare del colosso cinese che da ideali e principi. La Cina, dice Padre Albanese, comboniano da sempre impegnato in Africa, ha chiuso le Olimpiadi e ha ripreso a sostenere la guerra in Darfur, armando l'esercito sudanese e finanziandolo con i proventi della vendita del petrolio. Dinanzi a fiumi in piena di parole che sgorgano impetuose e impietose dalle istituzioni, rimangono per i Darfuriani solo la speranza e l'aiuto delle ONG e dei missionari, come i comboniani, da sempre in Sudan, e i salesiani della scuola tecnica per orfani del Darfur a El-Obeid, di Padre Vincenzo Donati. A difendere la vita dei propri cari, però, solo la cruda violenza delle armi dei ribelli, figli indomiti del Darfur, ma assassini a loro volta.
Il 23 agosto i rifugiati del Darfur in Italia si sono riuniti a Torino, a Piazza Castello, per chiedere giustizia in Darfur, in particolare il perseguimento dei temibili criminali di guerra, accusati di gravi crimini contro l'umanità, Ahmad Harun e Ali Kushayb.
"Sono molto soddisfatto, - ci racconta Suliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia - abbiamo visto una buona partecipazione e solidarietà della gente. Ma oltre alle parole, sebbene sincere e solidali, ci aspettiamo che si prendano presto misure concrete per arrestare la ferocia dei criminali in Darfur".
Negli ultimi giorni il Governo sudanese ha sferrato un pesante attacco ai ribelli, nel Nord Darfur, roccaforte del Sudan Liberation Movement e nel campo profughi di Kalma, vicino a Nyala. Il bilancio è per ora di circa 60 morti e più di 100 feriti tra i civili. Esortazioni a fermare il massacro in Darfur erano giunte pochi giorni fa dal Presidente turco Abdullah Gul, in occasione della presenza del leader sudanese al vertice economico UA-Turchia. Il Presidente sudanese Al-BAshir continua a negare, mentre l'economia del Paese cresce, anche grazie alla vendita di grandi quantità di materie prime alimentari, come grano e sorgo. In Darfur, invece, continua a crescere il numero di morti per malnutrizione.
Continua il fortunato rapporto di Italians for Darfur con il mondo della musica, con la speranza che attraverso di essa molti giovani possano venire a conoscenza del dramma che si sta consumando da ormai cinque anni in Sudan. Dopo il video spot per la giustizia in Darfur dei Negramaro e l'impegno delle Cinema 2, è il famoso cantante Caparezza (Michele Salvemini), ad aver indossato la t-shirt "Fermiamo il genocidio in Darfur" durante il suo concerto in una delle principali tappe estive. La maglietta di Italians for Darfur, il cui logo è un contributo creativo dei bloggers di Italian Blogs for Darfur, è diventato il più forte simbolo di denuncia del movimento italiano per i diritti umani in Darfur.

Dal blog:
"La guerra armata è l'unica arma per liberare il Darfur e tutte le altre regioni dall'oppressione della dittatura."
di Giorgio Trombatore (leggi il "blog-dossier")

La sentinella solitamente si appostava dietro ai ruderi di un mercato totalmente distrutto nell'area di Kidingir nel massiccio centrale del Jebel Marra in Sud Darfur.
Era un giovane Fur, uno di quegli uomini senza età.
Vestito di stracci con i capelli stile Rasta e con tutto il corpo ricoperto di Jujou, una sorta di amuleto locale , stava per ore a scrutare la savana contro possibili attacchi nemici.
A tracollo portava un vecchio Kalashnikov modello cecoslovacco.
Non appena il rumore di una jeep rompeva il silenzio della savana, la sentinella sparava un colpo nel cielo .
Era l'avvertimento, la sirena dei guerriglieri. [...]


Il mondo diviso tra giustizia e realpolitik
Accontentare tutti, si sa, è sempre difficile. Ancora di più quando si tratta dei membri della Comunità internazionale. Questa regola generale trova nuova conferma in relazione alle recenti notizie riguardanti il Presidente sudanese Omar al-Bashir.
Chi sperava che grida di gioia si levassero in ogni parte del mondo a seguito della sua incriminazione per genocidio in Darfur, richiesta dal Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Moreno-Ocampo, è restato profondamente deluso. Gli unici che si sono proclamati all'unanimità soddisfatti del mandato di arresto – che comunque dovrà essere confermato nei prossimi mesi da un panel di giudici della CPI – sono i ribelli darfuriani. [...]


YouTube censurato in Sudan
I bloggers sudanesi stanno lanciando l'allarme: la Sudanese National Telecommunication Corporation (NTC) ha oscurato YOUTUBE da alcuni giorni.
Sembra esserci proprio l'organo governativo di controllo dei media dietro il blocco di Youtube, conosciuto in tutto il mondo quale strumento al servizio della libertà di espressione e di parola


Dossier UNAMID: "un tradimento da parte della comunità internazionale"
Si è svolta, alla Sala stampa di Montecitorio, la conferenza stampa di presentazione del dossier sul bilancio di un anno di missione UNAMID in Darfur.
Nonostante le votazioni in aula in quello stesso momento, ci hanno raggiunto gli Onorevoli Beppe Giulietti (Ivd) ed Enrico Pianetta (Pdl), che sono intervenuti insieme ad Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur, a Gianfranco Dell'Alba, Segretario di Non c'è Pace senza Giustizia e a Stefano Cera, docente universitario e membro della nostra associazione. Era presente anche Enzo Nucci, corrispondente per la RAI in Africa, più volte inviato dal Darfur, che ci ha omaggiati con un suo intervento in conferenza stampa.
La conferenza ha visto una buona presenza di giornalisti, con un conseguente discreto richiamo da parte delle agenzie stampa. Si è affrontato sia il tema della carenza di infrastrutture e personale che caratterizza la missione UNAMID (un "tradimento da parte della comunità internazionale", come titola appunto il dossier che abbiamo presentato insieme ad altre 36 ONG internazionali membri nella Globe for Darfur Coalition), sia quello della richiesta di incriminazione del Presidente sudanese Omar Al-Bashir da parte del procuratore Moreno-Ocampo della Corte Penale Internazionale (CPI). Ascolta la conferenza


Ai media arabi non piacciono gli "Arabi cattivi": silenzio sul Darfur
C'è un paradossale disinteresse del mondo arabo al conflitto in Darfur: il 40 per cento della popolazione sudanese è Araba, così come Arabi sono parte delle popolazioni interessate dal conflitto.
Nonostante il numero di civili coinvolti sia simile a quello stimato in Iraq, secondo Lawrence Pintak, giornalista esperto di media arabi, il conflitto in Darfur non ha la copertura mediatica che ci si aspetterebbe perché in Darfur viene definitivamente rotto lo schema degli Arabi vittime degli altri. In Darfur, gli "altri" sono gli Arabi. L'attacco più importante al silenzio dei media arabi è arrivato tre anni fa da Nabil Kassem, di Al Arabiya, produttore del censurato documentario "jihad on horseback" [...].

“Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”.
Non sono molto sicura di potermi annoverare tra i buoni, sono però assolutamente sicura che a fare ciò che posso non rinuncerò mai.



barbara


28 agosto 2008

DARFUR LA POLITICA DEI PASSI INDIETRO

Capitolo primo. Da quasi cinque anni il Darfur, regione del Sudan, vive quello che il Dipartimento di Stato Usa ha definito "un genocidio". Nella crociata dei governativi (arabi del nord) contro le popolazioni africane e nomadi, i morti sono stati tra i 250 e i 300mila. Centinaia di villaggi sono stati distrutti. La violenza sulle donne è stata adottata come tattica di guerra. Due milioni e mezzo di persone sono fuggite nel confinante Ciad, dove vivono in campi assai poco sicuri.
Capitolo secondo. Dopo anni di passività l’Onu entra in campo. L'inefficace forza di pace dell'Unione africana lascia il posto, il 31 dicembre 2007, a una nuova missione chiamata Minaud composta da 20mila soldati e da seimila poliziotti. Il governo di Khartoum mette i bastoni tra le ruote ma alla fine concede il suo assenso.
Capitolo terzo. Dei 26mila previsti, la Minaud può contare oggi su ottomila uomini. Quasi tutti africani (come prima della "storica" decisione dell'Onu) perché i paesi occidentali si sono bellamente tirati indietro. Solo gli europei hanno mandato qualcosa, ma in Ciad e non in Darfur. Mancano anche i mezzi, in particolare gli elicotteri, senza i quali i movimenti sul terreno sono ardui. Gli attacchi e i massacri continuano come se nulla fosse stato deciso. E vengono colpiti anche i militari della Minaud, più impotenti che mai.
Capitolo quarto. L'argentino Luis Moreno-Ocampo, procuratore del Tribunale penale internazionale istituito a Roma nel 1998, chiede l'incriminazione del presidente sudanese Ornar al-Bashir per genocidio e crimini contro l'umanità. Molti criticano il magistrato, perché, dicono, l'arresto è materialmente impossibile e si rischia di aggravare ancora la situazione in Darfur.
Capitolo quinto. Incredibilmente la Minaud comincia a
evacuare il "personale non essenziale" temendo tempi peggiori. La Cina, che acquista gran parte del petrolio sudanese e nel contempo vuole proteggere le sue Olimpiadi, continua a fare il pesce in barile.
Capitolo sesto. Il governo sudanese avverte di non poter garantire la sicurezza dei cittadini stranieri in Darfur. Grazie, lo sospettavamo, E l'Onu, cosa può garantire? (Franco Venturini, Io donna, 23 agosto 2008)

E vai a leggere anche questo.
(Poi, volendo, ci si potrebbe anche chiedere come mai a quelle anime sensibili che vanno in barca a portare generi di conforto, oltre che solidarietà morale, a gente decisamente ben pasciuta e ben vestita, nonché abbondantemente fornita di tecnologia, non viene l’idea di fare un giro anche da queste parti).



barbara


20 agosto 2008

E MENTRE A ROMA SI DISCUTE

Sagunto viene espugnata



(e leggi anche qui)

barbara


12 giugno 2008

ULTIME DAL DARFUR

Ricevo da “Italian blogs for Darfur, Movimento on-line per i diritti umani in Darfur”, e pubblico.

Cari amici,

Un'ombra nera si muove, lenta, curvandosi a seguire le dune di sabbia solcate da impronte di uomini e animali in fuga. Avanza, lenta, come se non esistesse tempo da perdere, giorni e mesi da spendere. Se la vita in Darfur fosse una moneta, non ne basterebbe di certo una a comprare del pane al mercato.
Kalima lo sa. Ha lavorato nei campi anche quando desiderava solo giocare con la sua bambola multicolore, sin da quando, bambina, era stata data in moglie a un uomo che avrebbe garantito a lei e alla sua famiglia un futuro. Le hanno insegnato a pregare all'alba e a ringraziare per ogni giorno avuto in dono. Non ha più la forza di farlo anche oggi, che il giorno ormai si incammina stanco verso la notte, e con esso la sua ombra che si fa più lunga ad ogni passo.
Non sa dove va, Kalima. Dietro di lei tutto è bruciato. Non le sono rimasti nemmeno i ricordi, persi nel labirinto della sua mente, ferita dall'odio di uomini in armi che hanno fatto sfregio del suo essere donna. Le resterà però il silenzio addosso a coprirla con vergogna agli occhi della stessa gente del suo villaggio, che ora, fuggitiva anch'essa, finge di non vederla.
Non pensa, Kalima. I suoi piedi nudi sulla sabbia arroventata procedono da soli, come fossero spaventati, come se un ancestrale istinto avesse donato loro la forza per prendersi carico di un intero corpo inerme. Gira la voce che ad andar sempre dritti si giunga a un campo, dove diano da bere e da mangiare. Gira la voce, ma gira anche il mondo intorno a lei. E per Kalima giunge infine la notte.
Ogni anno, in Darfur, muoiono quasi 100.000 persone, per fame, sete e per gli attacchi delle milizie janjaweed sostenute dal governo sudanese, come denuncia l'ultimo rapporto della Corte Penale Internazionale, che ha conferito il 5 giugno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a New York, sulla situazione dei diritti umani in Darfur.
Il Tribunale Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per i due principali sospettati di gravi crimini contro l’umanità da oltre un anno, dal 27 Aprile 2007. Ahmad Harun e Ali Kushayb, rispettivamente Ministro agli Affari Umanitari e capo della milizia janjaweed, hanno a loro carico ben 51 capi di accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, incluse esecuzioni sommarie, persecuzioni, torture e stupro, ma non sono stati ancora consegnati dal governo sudanese all’autorità internazionale.
Italians for Darfur e le associazioni della Save Darfur Coalition chiedono che le Nazioni Unite adottino una nuova risoluzione affinché il Sudan cooperi completamente con la Corte Penale Internazionale.
Proprio il 5 giugno, anche in Italia, ha preso il via la campagna internazionale per la giustizia in Darfur, grazie alla collaborazione nata tra Italians for Darfur, associazione per i diritti umani in Darfur e membro della Save Darfur Coalition, e i Negramaro, una delle più importanti e note band italiane.
“Giù le mani dagli occhi – Via le mani dal Darfur” è il messaggio del video, presentato in anteprima al concerto del 31 Maggio a San Siro, attraverso il quale i NEGRAMARO rilanciano l’appello di Italians for Darfur al Governo Italiano affinché esprima profonda preoccupazione, presso le Nazioni Unite, per la volontà del governo sudanese di non consegnare alla Corte Penale Internazionale i due principali sospettati di crimini contro l’umanità, Ahmad Harun and Ali Kushayb.
Il video vuole essere anche una denuncia del silenzio dei media sulla crisi umanitaria in corso da oltre cinque anni in Darfur, che ha provocato oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati: i sei componenti della band salentina, che hanno gli occhi coperti da mani non proprie, sono seduti a semicerchio davanti a un televisore non sintonizzato.
E da Myspace riparte questo mese la campagna on-line di Italians for Darfur, con uno spazio dedicato agli artisti emergenti che vogliono proporre un brano per il Darfur: www.myspace.com/musiciansfordarfur. Proseguono la raccolta firme per l'appello a RAI, LA7 e Mediaset, che ha superato le 5000 sottoscrizioni, e le iniziative on-line "Io bloggo per il Darfur" e "Una vignetta per il Darfur".

Dal blog:

Sale la tensione anche in Sud Sudan: 50.000 in fuga da Abyei

L'ONU esprime preoccupazione per gli scontri tra l'Esercito di liberazione del Sud Sudan (SPLA) e le Forze Armate Sudanesi (SAF), iniziati il 14 maggio, nella città di Abyei, South Kordofan, centro di un'area di confine contesa dal 2005 per la ricchezza di petrolio nel sottosuolo. La città, secondo quanto stabilito dai protocolli di Abyei, parte del Comprensive Peace Agreement del 2005, è considerata storicamente il ponte tra Nord e Sud Sudan, ma continua ad essere contesa tra le due parti a causa del grande giacimento di petrolio della regione, nonostante i termini del protocollo siano ufficialmente condivisi. Anche dopo il nuovo accordo di cessate-il-fuoco del 16 maggio, che stabiliva l'allontanamento delle forze regolari dal centro alla periferia, gli scontri sono continuati, causando la fuga di 50.000 civili. Secondo le forze ribelli dello SPLA Khartoum avrebbe disatteso i termini dell'accordo.

EUFOR: la Russia fornirà 4 elicotteri alla missione europea in Ciad e RCA
La Russia ha fatto sapere che fornirà quattro elicotteri alla missione europea in Ciad e Repubblica CentroAfricana, (EUFOR) con 120 uomini di supporto. Attualmente sono dispiegati ai confini con il Darfur 1770 militari e altri 2000 si aggiungeranno entro giugno. La missione europea, prevista da una risoluzione delle Nazioni Unite del 2007 e fortemente caldeggiata dalla Francia che conserva notevoli interessi in Ciad e RCA, oltre a permettere l'assistenza degli oltre 450.000 profughi del Darfur presenti nei due Paesi adiacenti è di supporto alla missione MINURCAT dell'ONU (approfondisci).
È attivo in Ciad, ad Abeché, anche un ospedale militare italiano, per ora adibito alla sola assistenza del contingente EUFOR.
Il 30 Aprile è scaduto invece il mandato della missione ONU in Sudan (UNMIS), ulteriormente esteso dal Consiglio di Sicurezza al 30 aprile 2009.

Gli aerei di Karthoum bombardano i villaggi al Nord, l'UNAMID evacua i feriti
I peacekeepers dell'UNAMID, la missione congiunta ONU-UA in Darfur, possono fare ben poco, allo stato attuale, per placare la falce che continua ad abbattersi dall'alto sulla popolazione indifesa del Darfur: le incursioni dell'aviazione sudanese (SAF), infatti, spesso accompagnate ad attacchi al suolo delle forze regolari e delle milizie janjaweed, continuano a provocare decine di morti e feriti. Dei 26.000 caschi blu promessi, ne sono stati dispiegati solo 9000.
I caschi blu hanno evacuato i feriti provocati dall'ultimo bombardamento aereo ai villaggi di Umm Sidir, El Hashim e Heles nel Nord Darfur, giovedì scorso, dopo aver prestato i primi soccorsi con un team medico. L'intervento è stato condotto in coordinamento con le stesse autorità sudanesi.
L'esercito sudanese è uno dei più grandi in Africa: conta almeno 150.000 uomini, ma diverse sono le forze paramilitari al soldo del governo. Nel 2007, le spese militari sono salite a oltre 3 miliardi di dollari, che sottraggono al Paese oltre il 50% del profitto ottenuto dalla vendita del petrolio.

Arè Rock Festival: 27 maggio Live! in UK radio!
Anche l’ultima serata delle qualificazioni live dell’Arè Rock Festival ha riservato al pubblico di Barletta grande atmosfera e musica di qualità, tra lirismo e melodia, danza e distorsioni. La finale 2008 è prevista per il prossimo 27 giugno. Le canzoni delle 6 band finaliste, inoltre, saranno presentate il 27 maggio e il 10 giugno alle ore 16 (ora italiana) in UK sulle frequenze di Radio Reverb, neo-mediapartner dell'Arè Rock Festival, nel programma "Radio Sofia", prodotto e presentato da Emilia Telese e dedicato alla cultura alternativa italiana. La trasmissione va in onda a Brighton sui 97,2 FM e in live web streaming su www.radioreverb.com ogni due martedì. Il programma è bilingue e rappresenta la voce della diaspora italiana in Uk e nel mondo. In ognuna delle due puntate saranno trasmessi tre brani, per dare spazio con un pezzo a testa ai sei finalisti, mentre in seguito dovrebbero essere trasmesse anche le canzoni di altri partecipanti dell'edizione targata 2008 dell'Arè.
Durante ogni serata della manifestazione, è stato possibile firmare un appello rivolto alle televisioni nazionali per dare maggior spazio all'informazione sulla tormentata regione sudanese del Darfur, dove da oltre quattro anni si combatte una sanguinosa guerra che ha provocato oltre 300.000 morti e 2.500.000 di sfollati. Il movimento “Italians for Darfur” sta infatti proponendo tale opportuna campagna di sensibilizzazione, dato che nel 2006, nonostante la gravità della situazione della regione sahariana, all'argomento sarebbe stata dedicata complessivamente solo un'ora in tv. Novità di quest'edizione dell'Arè Rock Festival è stata d'altronde anche la Sezione speciale "Una canzone per il Darfur", a cui hanno partecipato Garnet e Chendisei[***].

Un caro saluto.

Poiché i mass media ne parlano troppo poco, cerchiamo di parlarne almeno noi, cerchiamo di fare quel minimo di informazione che è nelle nostre possibilità; invito pertanto tutti gli amici blogger a riprendere le notizie contenute in questa newsletter per diffonderle il più possibile. Colgo l’occasione per ricordare, en passant, che uno dei tanti mantra in uso è quello che “del Darfur non frega a nessuno perché lì non c’è il petrolio”. Falso: il petrolio c’è, e anche un bel po’. Quindi mi sa che toccherà cercare qualche altra spiegazione. Magari un po’ meno - come dire … vabbè, ditelo voi.



barbara

AGGIORNAMENTO: leggere anche qui.


26 maggio 2008

PROMEMORIA

E intanto nel Darfur si continua a morire.



barbara


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12 febbraio 2008

ADESSO DO I NUMERI

La notizia che Fiorello era stato a suo tempo scartato da Pippo Baudo merita un articolo di 79 righe. La candidatura del fighettino biondo figlio di Sarkozy 154. L’ennesimo attacco dei Janjaweed nel Darfur con tre città bombardate, duecento morti e dodicimila nuovi profughi, ne vale 31. Ecco, anche questo è un buon motivo per proclamare ad alta voce che siamo un Paese di merda con una stampa di merda.



    







barbara


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14 ottobre 2007

IN SALVO


profughi del Darfur che hanno raggiunto la frontiera di Israele ricevono i primi soccorsi

Perché mentre a Roma si discute, e mentre Sagunto cade, c’è qualcuno che si dà da fare per impedire almeno che tutti i saguntini vengano annientati.
E già che siete qui, guardatevi anche questo e questo.

barbara


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13 settembre 2007

IV GLOBAL DAY FOR DARFUR

Ricevo e pubblico

Saremo a Roma (Portico d'Ottavia e Piazza Farnese), questa domenica, 16 Settembre, per dire "fermiamo il sangue in Darfur"!

- ore 10:45: Marcia dei rifugiati con partenza da via del Portico d'Ottavia. Presenti Monica Guerritore, Toni Capuozzo, Tiziana Ferrario
- ore 11, Piazza Farnese: mostra fotografica, interventi di associazioni, ospite Presidente Commissione Esteri del Parlamento U. Ranieri
- ore 13: concerto dei Marcosbanda (jazz funk rock), vincitori premio "Voci per la Libertà" 2007

All'iniziativa, promossa da Italians for Darfur, hanno aderito il Comune di Roma, l'UGEI (Unione Giovani Ebrei d'Italia), l'associazione Articolo21, Nessuno Tocchi Caino, la Comunità Ebraica di Roma, la sezione italiana di Amnesty International, l'associazione "Voci per la libertà".

Immagina. Anche se non sarà mai come averlo vissuto.


Immagina.
Nel deserto, la notte, ti svegliano: attaccano il tuo villaggio. Lì hai lasciato i tuoi figli, tua moglie, la tua storia. Bruciano la tua casa. Stuprano tua moglie. Armano tuo figlio. Cancellano la tua storia.

Sparano.
Non bastano le urla terrorizzate dei bambini, l'odore acre di feci e urine liberate dalla paura e del sangue che impasta la terra, il rumore – tanto rumore- di passi, spari, crolli, legna e carne che brucia, niente ferma la mano dei boia.

Corri.
Ti rendi subito conto – forse è solo istinto – che le parole hanno un senso solo se ascoltate.
Allora imbracci il bastone, come fosse un fucile. Corri, con la speranza di poter ancora salvare tua moglie, tuo figlio, non importa la storia. E preghi.
Ma sei lontano, stringi il tuo bastone.
I janjaweed corrono già verso un altro villaggio.

Italian Blogs for Darfur
sito: www.italianblogsfordarfur.it
blog: http://itablogs4darfur.blogspot.com
email: info@italianblogsfordarfur.it
telefono: +39 3937540531

Al tempo di Auschwitz c’era la scusa del “non sapevamo”. Oggi questo alibi non lo abbiamo e un giorno qualcuno – fosse anche solo la nostra coscienza - potrebbe chiederci: e tu che sapevi, che cosa hai fatto?

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 13/9/2007 alle 16:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
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