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Diario


20 febbraio 2008

PERCHÉ IL TERRORISMO?

Riporto alcuni brani da un’analisi di Daniela Santus, tratta dalla sua risposta a una lettera del prof. Angelo D’Orsi che reclamava con forza un boicottaggio a 360° di Israele – e questa è nuova: vero che non l’avevate mai sentita?). Analisi basata sulla sua profonda conoscenza della storia e delle dinamiche che muovono le vicende israelo-palestinesi, che condivido e sottoscrivo in toto.

Lo stato palestinese avrebbe potuto nascere nel 1948, ma non è stato voluto dagli stati arabi; avrebbe potuto nascere all'indomani della prima guerra arabo-israeliana e fino al 1967, ma non è stato voluto da Egitto e Giordania (che occupavano quei territori); avrebbe potuto nascere nel 2000, ma non è stato voluto da Arafat che ha preferito spendere l'arma del terrorismo per ottenere di più...avrebbe persino potuto incominciare ad esistere a Gaza dopo lo sgombero di tutti i coloni nell'estate di un anno fa, ma non è stato voluto da chi ha continuato a credere che il terrorismo pagasse di più.

La maggior parte degli israeliani oggi è convinta, e giustamente, che senza spartizione del territorio l’esistenza futura d’Israele è a rischio. Hizbullah e Hamas hanno attaccato la capacità di Israele di districarsi dall’occupazione. E, almeno per il momento, ci sono riusciti.
Molti si sono scandalizzati quando il primo ministro israeliano Ehud Olmert, nel bel mezzo dei combattimenti in Libano, ha dichiarato che questa guerra doveva aprire la strada al suo piano di convergenza (concentrare gli insediamenti di Cisgiordania in pochi grandi blocchi a ridosso della Linea Verde). Forse non era pratico dirlo, ma il concetto era serio. Se Israele avesse ottenuto una netta vittoria, se fosse riuscito a eliminare la minaccia dei missili, avrebbe aperto la strada all’attuazione del piano di ritiro unilaterale dal primo Ministro definito, appunto, “convergenza”.
Gli israeliani non sono abituati a pensare ai loro nemici in questi termini, ma è un fatto che questa volta gli estremisti islamici non combattevano "contro" l’occupazione: combattevano piuttosto per perpetuare l’occupazione.
Basta ricapitolare la sequenza dei fatti: Israele firmò gli Accordi di Oslo nel settembre 1993 perché la maggior parte degli israeliani era giunta alla conclusione che l’occupazione metteva in pericolo il futuro del paese. Arafat, nel 2000, fece naufragare la spartizione del territorio. Gli israeliani ne dedussero che non c’era modo di porre fine all’occupazione attraverso un accordo e si mossero per porvi fine lo stesso, ma senza accordo. E’ così che è nato il concetto di "ritiro unilaterale".
Ora gli estremisti islamici hanno trovato il modo di impedire anche questa strada verso la spartizione. Su entrambi i fronti dove Israele si è ritirato unilateralmente (sud del Libano e striscia di Gaza), hanno iniziato a tormentarlo coi lanci di missili e razzi, costringendolo a invadere di nuovo proprio le aree da cui si era ritirato. Non appare strano?
Sia la sinistra che la destra israeliane, a quanto pare, non hanno compreso le intenzioni palestinesi e quest’ultimo round di violenze ne é l’amara conferma. La sinistra credeva che i palestinesi avessero optato per la pace e per la spartizione della terra e che fossero pronti a rinunciare al sogno di tutta la Palestina, una Palestina “liberata” da ogni presenza ebraica. Il che si è rivelato non vero.
La destra credeva che i palestinesi non avrebbero mai rinunciato al sogno di “liberare” tutta la Palestina, il che si è rivelato vero. Ma non ha capito la loro tattica. I falchi della destra, infatti, erano convinti che i palestinesi perseguissero una tattica “a fette di salame”: se gli si darà un piccolo stato in Cisgiordania e Gaza, lo useranno per continuare a combattere e ottenere tutto il resto. Questa valutazione si è rivelata errata.

Gli estremisti palestinesi sono invece convinti, come è convinta la sinistra israeliana già da parecchi anni, che l’occupazione metta a rischio l’esistenza stessa di Israele: perché lo isola a livello internazionale, lo lacera all’interno, lo espone al terrorismo, unisce gli arabi contro di esso e, infine, perché porterà al crollo dello stato ebraico in una maggioranza araba fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Sulla base di queste (esatte) valutazioni, gli estremisti palestinesi agiscono coerentemente per impedire la spartizione. La spartizione li priverebbe delle più efficaci armi a loro disposizione contro Israele.
Anche Arafat lo aveva capito bene, e per questo nel 2000 fece saltare l’accordo offertogli dall’allora primo ministro israeliano Ehud Barak a Camp David e a Taba. Hamas e Hizbullah lo capirono ancora prima di Arafat e si attivarono per bloccare il processo di pace e impedire la spartizione territoriale fin dai primi anni ’90. Ai loro occhi la Conferenza di Madrid del 1991 fu l’inizio di una china pericolosa e pertanto misero in campo tutti i mezzi che potevano per impedire qualunque progresso del processo di Oslo (“l’Accordo del Tradimento”, nel linguaggio di Hamas). Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah, non esitò a invocare l’assassinio di Arafat quando questi si avviò sulla strada della spartizione (allora nessuno sapeva che non sarebbe mai arrivato ad attuarla veramente).
A quanto pare, sia Hamas che Hizbullah sono attori politici assai realisti, quando si tratta di definire la tattica. I loro obiettivi millenaristici saranno anche illusori, ma i mezzi che usano contro Israele sono perfettamente razionali. Entrambi sapevano che attacchi missilistici dalle aree che Israele aveva sgomberato avrebbero bloccato ulteriori futuri ritiri. Entrambi capivano bene ciò che Ehud Olmert aveva spiegato in modo così eloquente agli israeliani prima delle elezioni: che la sopravvivenza di Israele dipende da confini stabili internazionalmente riconosciuti in un territorio dove gli ebrei siano una chiara maggioranza. Il che significa porre fine all’occupazione.
Sulla base di questa logica Hamas e Hizbullah hanno deliberatamente puntato a ostacolare il ritiro unilaterale, per impedire che finisse l’occupazione e per bloccare la strada di Israele verso confini stabili e internazionalmente riconosciuti. Sotto questo aspetto, la loro recente campagna missilistica è stato un successo. Se Israele avesse vinto questa guerra, ora la strada sarebbe aperta verso la fine dell’occupazione. Ma non è andata così. (Torino, settembre 2006; grazie a Liberali per Israele)

Che le cose stiano esattamente così, è chiaro come il sole. Basta solo non chiudere gli occhi per evitare di vederlo.


barbara


18 dicembre 2007

PALESTINA E DINTORNI

Bassam Eid, un uomo coraggioso. Ne avevo già parlato qui, e ora torno a parlarne.

Questa mattina, alle 12.00, il dott. Bassam Eid - direttore del Centro per il Monitoraggio dei Diritti Umani di Ramallah - ha tenuto una lezione ai miei studenti, e a quanti hanno voluto assistervi, presso l'Università di Torino.
L'aula era affollatissima: 200 persone sedute e una cinquantina in piedi.
Il dott. Bassam Eid può essere considerato un pacifista, nel vero senso della parola (non nel senso italiano del termine), o un dissidente, nel senso che non teme di opporsi agli errori/orrori dell'Autorità Palestinese e di Hamas. Per me è semplicemente un uomo coraggioso e forse è per questo che - a parte un giornalista de Il Manifesto (nonostante Bassam Eid veda con estremo sospetto persone come la Morgantini, che peraltro conosce bene) - non c'era nessun giornalista in aula. La censura dell'informazione scomoda in Italia è praticata con perseveranza dalla carta stampata come anche dalle televisioni.
Ascoltare Bassam Eid è un piacere, ridona la speranza in un futuro di pace.
Il dott. Eid non teme di accusare gli Stati arabi per la situazione dei profughi palestinesi, mantenuti nello stato di profughi per gli interessi dei diversi Paesi arabi come anche dell'ONU. Non ha paura di dichiarare gli sperperi dei finanziamenti, la corruzione palestinese, le torture praticate dai palestinesi sui palestinesi, l'incoraggiamento al terrorismo a suon di migliaia di dollari versati alle famiglie palestinesi da Iraq e Iran.
Non teme di risultare politicamente scorretto nel dire che dal 1948 al 1967 i Territori Palestinesi sono stati occupati da Giordania ed Egitto che non hanno mai avuto intenzione alcuna di far nascere uno Stato Palestinese indipendente, né ha timore nel ricordare che - con l'elezione di Hamas - la situazione nei Territori è drammaticamente peggiorata rispetto a quando questi erano amministrati dagli israeliani.
E alla classica domanda sul "muro" risponde che uno Stato [lo Stato d'Israele in questo caso] ha tutti i diritti di difendere i propri cittadini. Allo studente che chiede se la guerra dipende dal problema dell'acqua risponde che l'unico vero problema, in Israele/Palestina, è che l'acqua proprio non c'è: "Non c'è per gli israeliani e non c'è per i palestinesi".
A chi gli chiede cosa pensa del diritto al ritorno dice che quello del diritto al ritorno non può essere motivo del contendere: "Non avverrà mai: i palestinesi profughi non sono interessati, preferirebbero ottenere la cittadinanza dei Paesi in cui ormai vivono da anni. Soltanto i leaders politici insistono sul diritto al ritorno allo scopo di non concludere mai un accordo di pace con Israele. La situazione dei profughi alimenta un mercato entro cui gira troppo denaro: ecco perchè viene mantenuta in vita."
Una studentessa gli chiede quali siano le priorità del popolo palestinese e lui risponde: "Avere un lavoro sicuro, una casa, opportunità d'istruzione per i propri figli e cure sanitarie, come qualsiasi altra persona al mondo. Chi dice 'il muro', 'il ritorno', 'uno Stato' mente: queste sono cose che vogliono i politici, non le persone comuni. Ma tra i politici palestinesi e la gente comune c'è un divario insormontabile".
In chiusura dell'incontro uno studente chiede se l'Europa sarebbe un miglior interlocutore di pace rispetto agli Stati Uniti e Bassam Eid risponde che moltissimi Paesi Europei e i loro Ministri degli Esteri hanno interesse a mantenere in vita il conflitto. D'altra parte i Territori Palestinesi attualmente sono divisi: Gaza con Hamas (che non permetterà mai più libere elezioni) e la Cisgiordania con Fatah. Quale potrebbe essere l'interlocutore degli israeliani? Si può fare una pace a metà?
Dovrà nascere una nuova generazione, capace di liberarsi dei vari "Abu" come dei vari "Ayatollah", e allora la pace si potrà fare non ad Annapolis, non a Camp David, ma in Israele, senza mediatori: solo tra israeliani e palestinesi.
Bassam Eid non è soltanto un uomo coraggioso, ma un uomo capace di sognare. Chissà che il suo sogno non contagi coloro i quali gli stanno intorno. (Daniela Santus)

Ma fino a quando i politici europei – e non solo – preferiranno andare ad abbracciare e baciare terroristi assassini e a stringere mani grondanti di sangue, i sogni di quest’uomo coraggioso – e di tanti altri come lui – non saranno mai altro che sogni.


barbara

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