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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 novembre 2008

BRUTTA!

«Gesù santissimo, ma come ho fatto a partorirla?» esclamò mia madre. Guardò la foto e poi me. «Signore benedetto, come fa a essere così brutta? Brutta, brutta. Se non l’avessi fatta io giurerei che è una fregatura. Cristo santo, perché mi hai fatto nascere una scrofa? Guarda che naso, da dove l’ha preso? Non da me», dichiarò mia madre rispondendosi da sola. «Se avessi un naso del genere me ne taglierei metà.»

Una madre che odia la propria figlia e, perseguitandola col suo odio implacabile, ne trasforma la vita fin dalla più tenera infanzia in un incubo senza fine: umiliazioni senza fine; abusi senza fine; torture – fisiche e psicologiche – senza fine; sevizie, anche sessuali, senza fine. Le fa patire la fame, la deruba e naturalmente è cieca – ma sarà veramente solo cieca? – quando il suo uomo, o qualche altro uomo, infila le mani nelle mutande della bambina. Non è un romanzo dell’orrore bensì una storia vera, simile a molte – a troppe – altre storie vere (e ci si potrebbe chiedere per quale ragione una donna che, se pure dedica il proprio odio solo a Constance, non ama però neanche gli altri figli, scelga di metterne al mondo undici, ma questa è un’altra storia – o forse no).
Un avviso a chi si accinge a leggerlo: la lettura di questo libro è una raffica ininterrotta di calci allo stomaco. Di quelli – avete presente? – che tagliano il respiro e provocano il bisogno di vomitare. Però dovete leggerlo lo stesso: che si sappia, almeno, che cosa succede in giro per il mondo.

Constance Briscoe, Brutta!, Corbaccio



barbara


27 maggio 2008

I REDENTI

Ovvero come inneggiare al duce, come primeggiare fra i suoi entusiastici sostenitori, come aderire a tutte le iniziative del fascismo, come sgomitare per ottenere l’onore di scrivere nei giornali di partito, come implorare – non sempre con eccessiva dignità - la grazia di farsi pubblicare un articolo … e poi rifarsi una verginità. Perché è un fatto: le folle oceaniche che riempivano le piazze in occasione dei discorsi di Mussolini non erano, come quelle che applaudivano Ceausescu, fatte di gente prelevata dalle fabbriche e portata lì a forza con i camion, e tuttavia il giorno successivo al fatidico 25 luglio l’Italia era popolata da decine di milioni di antifascisti, a partire dagli “intellettuali”. Qualcuno ammettendo, sommessamente, di averci creduto e di essersi finalmente accorto di avere sbagliato; molti proclamandosi fieramente antifascisti della prima ora, e spiegando di avere sempre fatto il doppio gioco, di avere intensamente contribuito a erodere il fascismo dall’interno e rivendicando, dunque, il diritto di sedersi dalla parte dei giusti. Menzogne che I redenti svela con abbondanza di documenti dai quali emerge, tra l’altro, un elemento comune a tutti i protagonisti di questa vicenda: un incontenibile, profondo, viscerale antisemitismo. Un libro davvero prezioso per la quantità di informazioni che offre e dunque consigliato a tutti, ma per affrontare il quale è necessario non avere paura di veder crollare un discreto numero di miti, di veder affondare nel fango dell’adulazione, del servilismo, del più becero pregiudizio coloro che per una vita avevamo considerato i cavalieri senza macchia e senza paura della lotta antifascista, gli eroi delle battaglie per la libertà e la democrazia, i rappresentanti duri e puri, senza cedimenti e senza compromessi, del glorioso partito comunista. Se non avete paura di tutto questo, leggetelo.

Mirella Serri, I redenti, Corbaccio



barbara


13 febbraio 2008

SULLE PUNTE

È possibile fare strada quando si è figli di un padre che fra la coscienza e il partito ha scelto la coscienza? È possibile fare strada con un corpo che si rifiuta ostinatamente di crescere e si è talmente piccole che non esistono vestiti adatti e tocca sentir dire «Di più piccolo non abbiamo niente, bisognerà trovare un’altra bambina»? È possibile fare strada quando si ha il bruttissimo vizio di dire tutto ciò che si pensa, in una Praga in cui i carri armati sovietici hanno fatto della libertà di parola il più assoluto dei tabù? Ci si può provare, perlomeno; ci si può provare, e magari si può anche avere qualche chance se si ha il coraggio, a quattro anni, di spiegare alla maestra di danza che si ha bisogno di cominciare subito perché si vuole arrivare in tempo a ballare Il lago dei cigni con l’affascinante primo ballerino di Cecoslovacchia prima che lui sia troppo vecchio. E questa sfida titanica è sicuramente un buon motivo per leggere questo libro. Un altro motivo è l’affresco, in presa diretta, del mondo “oltre cortina”, dei giochi – più o meno sporchi – grandi e piccoli giocati dal potere sulla pelle della gente comune nel paradiso comunista, che hanno davvero molto poco da invidiare ai giochi di potere del mondo capitalista, e di una delle città più belle del mondo. Ma il motivo fondamentale per cui si deve leggere, è che è un gran bel libro, e un bel libro non si deve lasciarselo sfuggire. Mai.
(Pubblicato in LibMag)

Dominika Dery, Sulle punte, Corbaccio


(e guardate che amore di bambina!)

barbara


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12 settembre 2007

LEI PARLA

Da alcune settimane sto lavorando parecchie ore al giorno a preparare materiale per a scuola. Il lavoro è consistito, nella sua prima fase, nello sfogliare centinaia di riviste, conservate a questo scopo, e ritagliarne tutte le immagini che possono essere utili. È stato così che mi è capitato tra le mani, in un Espresso di metà giugno, questo articolo di Sabina Minardi che a suo tempo mi era sfuggito. Io ho pianto come una fontana, e adesso piangete anche voi.

Sogniamo un viaggio dall'altra parte del mondo. Una casa sul mare. Una vincita milionaria. Mai un bicchiere d'acqua fresca.
In casi neppure troppo rari, il desiderio più forte di Laetitia Bohn-Derrien è stato poter bere un bicchiere d'acqua. Il corpo ardeva. La testa urlava. Ma non riusciva a dirlo. Vedeva gli sguardi degli altri, dolci e comprensivi, poggiati su di lei. Ma quelle attenzioni non servivano a idratarla. Allora, nel suo cervello cominciava la battaglia: tra insistere con gli occhi nella supplica: «Aiuto, datemi un filo d'acqua". O lasciarsi morire.
Laetitia Bohn-Derrien, colpita a 33 anni dalla sindrome locked-in, vissuta per mesi "chiusa dentro", cosciente ma intrappolata in un corpo immobile, natura morta esposta ai camici bianchi, ha deciso di combattere per riprendersi la vita. E la sua storia, che in Francia l'ha fatta battezzare "la miraculée", negli Stati Uniti l'ha trasformata in "the Case", e ovunque ha destato stupore per un recupero inspiegabile in termini solo medici, arriva in Italia, edita da Corbaccio, con il titolo delle prime parole pronunciate dopo il buio: "lo parlo". Fino al 9 novembre del 1999 era una trafelata donna in carriera: un marito, una casa a Reims, due bambini piccoli e soldi a sufficienza per viziarli, otto anni di lavoro a fianco di monsieur Yves Saint-Laurent, un incarico nelle relazioni pubbliche dell'azienda Boehringer-Ingelheirn. Sportiva, né alcol ne anomalie cardiache, né sovrappeso né colesterolo, giusto qualche sigaretta per replicare allo stress: sveglia alle 7, a letto a mezzanotte, in giro continuamente per il mondo. Ultimo volo: Atlanta, congresso dell'American Heart Association. È lì che Laetitia è colpita da un'emicrania, da uno strambo dolore che dalla testa si irradia al viso, le assale le mandibole, le immobilizza gli zigomi: un ictus. Così violento da provocarle una lesione del tronco cerebrale. «È come se un'estetista mi avesse coperto di una maschera che indurisce. Sono la sorella di Robocop. Sto morendo?». Sopravvive, invece. Ma i muscoli non rispondono più al cervello. «Fui presa da terrore isterico. Mandavo grida che udivo solo io. Ero diventata muta, paralizzata. Senza una spiegazione». Perché della locked-in si sa quasi niente: neppure quanti ne siano colpiti. In Francia sarebbero 400-500, nel mondo circa 4000, ma si sospetta che molti siano derubricati tra i pazienti in stato vegetativo. Il precedente più noto è quello del caporedattore della rivista francese "Elle", Jean-Dominique Bauby, colpito da locked-in nel 1995 e morto nel 1997, a 44 anni. La sua vicenda è raccontata nel libro "Lo scafandro e la farfalla" (caso editoriale pubblicato in Italia da Tea), dettato, lettera per lettera con la palpebra sinistra (Julian Schnabel ne ha appena fatto un film, premiato a Cannes per la regia). «Solo gli occhi permettono di cogliere disperazione, allegria, comprensione», scrive Bohn-Derrien. Sui suoi si concentra una tribù: medici ultraspecializzati, madri che delle parole non sanno che farsene comunque, padri che le fanno preparare il primo pasto semiliquido da uno chef famoso. E l'esperienza trasforma tutti: dalla collega che molla le responsabilità e va a vivere in campagna alla zia ecologista che manda finalmente al diavolo la centrale nucleare per cui lavora. Certo, la fatica è tanta: battaglie amministrative, costi proibitivi. Il dolore che si riaffaccia. Lo sconforto dei figli per una madre che non tornerà più come prima. Ma che intanto può riabbracciarli. E sta affrontando la sua ricostruzione. «Ho vissuto feste, flirt, viaggi, il pianto di un neonato, la carriera professionale, le maratone dei saldi. Non sono una handicappata che dispera di conoscere
un
bacio, l'amore, l’orgasmo». Sa di cosa sta parlando. E cosa vuole riprendersi. Ha creato la Handiconsulting, che si occupa del collocamento di persone invalide. E non solo oggi parla: ma canta pure. Ultima passione pervenuta: "Les amants d'un jour” di Edith Piaf.

E adesso che io ho fatto il lavoro di tirarvelo giù, voi fate almeno quello di leggervi il libro.



barbara

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