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Diario


16 aprile 2009

CLAUDIO VARALLI, 16 APRILE 1975

Un ricordo di un ragazzo di 17 anni assassinato dai fascisti. Il testo è stato preso qui.

Claudio Varalli aveva 17 anni, abitava a Bollate in provincia di Milano, frequentava l’Istituto Tecnico per il Turismo che oggi è intitolato a suo nome ed era un militante del Movimento Lavoratori per il Socialismo.
Giannino Zibecchi aveva 27 anni, abitava a Milano, insegnava educazione fisica alla Uisp ed era un militante del Coordinamento dei Comitati Antifascisti.
Non erano figure eccezionali: erano due ragazzi, divisi da 10 anni d’età, uniti dalla passione politica, sostenuti dalla speranza di migliorare il mondo, protagonisti come migliaia di altri del lungo ’68 italiano. Claudio e Giannino hanno avuto la sfortuna di non riuscire a sopravvivere all’esperienza di quegli anni e noi - compagni ed amici di allora e di sempre - ci auguriamo che raccontando, anche se brevemente, la storia del loro sacrificio questo possa diventare memoria collettiva anche di tutti coloro che visiteranno la mostra delle opere di Andrea Salvino ispirate alla loro vicenda.
Il pomeriggio del 16 aprile 1975 Claudio Varalli, di ritorno da una manifestazione per il diritto alla casa, stava attraversando con altri compagni Piazza Cavour. Nella piazza c’era un gruppo di fascisti che distribuiva volantini: in realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza non era che un pretesto per conquistare una zona, imponendovi una sorta di coprifuoco per qualsiasi espressione di antifascismo e aggredendo chiunque fosse, anche solo per l’aspetto, definibile di sinistra.
Così accadde anche quel pomeriggio: gli squadristi si avventarono contro i giovani; questi reagirono; uno dei fascisti, Antonio Braggion, non esitò a estrarre una rivoltella e a sparare ripetutamente colpendo mortalmente alla nuca Claudio.
La notizia dell’assassinio di Varalli in poche ore si diffuse in tutto il Paese provocando un’ondata di sdegno e già nella stessa serata a Milano si svolsero le prime manifestazioni di protesta.
La mattina del 17 aprile numerose città italiane furono attraversate da cortei che chiedevano la chiusura delle sedi dei fascisti e la fine delle collusioni tra questi e gli apparati dello Stato.
A Milano la giornata cominciò con assemblee nelle scuole medie superiori, nelle università e nei luoghi di lavoro. Dalle assemblee, studenti e lavoratori uscirono in cortei che percorsero le vie della città e si concentrarono in Piazza Cavour. Da qui un imponente corteo si avviò in direzione di Via Mancini, sede della federazione provinciale del Movimento Sociale Italiano e principale covo dello squadrismo milanese.
Il governo del tempo, democristiano, rispose ordinando una nuova aggressione e, mentre all’imbocco di via Mancini la polizia già si scontrava con il corteo, in Corso XXII Marzo una colonna di automezzi dei carabinieri si lanciò a tutta velocità contro i manifestanti.
Due camion, gli ultimi della colonna, si incaricarono di “spazzare” i marciapiedi con una manovra a “coda di rondine”, come reciteranno poi i verbali di polizia. Davanti a loro centinaia di persone cercarono scampo ma la folle corsa non si arrestò. Pareva volessero una strage. Non l’ebbero, ma sul selciato rimase il corpo di Giannino Zibecchi. Travolto e ucciso dal camion guidato dal carabiniere Sergio Chiarieri.
L’ordine del Ministero degli Interni era stato perentorio: reprimere ogni protesta. E così quel giorno d’aprile altri due giovani, Rodolfo Boschi del Partito Comunista a Firenze e Tonino Miccichè di Lotta Continua a Torino, persero la vita.
Rabbia e indignazione divennero incontenibili: il 18 aprile l’Italia democratica si strinse attorno ai suoi morti e cortei antifascisti attraversarono le città della penisola da Cagliari a Milano, da Napoli a Torino; lo stesso giorno 15 milioni di lavoratori si unirono alla protesta incrociando le braccia e si interruppero persino i trasporti, treni e aeroplani inclusi.
Il 21 aprile per i funerali di Giannino Zibecchi, Milano si fermò nuovamente e anche il Provveditore agli Studi fu costretto a chiudere le scuole per lutto cittadino.
Durante il tragitto dalla camera ardente a Piazza del Duomo donne, uomini, lavoratori, pensionati, studenti, semplici cittadini, resero omaggio alla salma di Giannino e alla figura di Claudio Varalli, le cui esequie si erano svolte precedentemente in forma privata. Centinaia di migliaia di persone, duecentomila solo in Piazza del Duomo, che testimoniarono la forza e la profondità dei sentimenti democratici e antifascisti della coscienza collettiva dei milanesi.
Poco più di due anni e mezzo dopo, il 17 dicembre 1978 Antonio Braggion, l’assassino di Claudio Varalli, latitante fino al giorno della sentenza, fu condannato dal Tribunale di Milano a dieci anni di detenzione, di cui due condonati, per eccesso colposo di legittima difesa e porto d’arma da fuoco abusivo. Pena ridotta in appello a sei anni.
Il 26 ottobre 1982 la Corte di Cassazione dichiarò prescritto il reato principale e interamente condonata la pena per l’arma da fuoco. Braggion ha scontato solo otto mesi di carcere e oggi è avvocato a Milano. L’omicidio di Giannino Zibecchi, invece, non ha nemmeno un colpevole.
Il processo si aprì il 15 ottobre 1979 con tre carabinieri - Sergio Chiarieri, autista del camion, Alberto Gambardella, tenente capo macchina sullo stesso mezzo, Alberto Gonella, capitano responsabile dell’autocolonna - imputati di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Fu quasi subito sospeso e, dopo una complicata vicenda di rinvii, riprese il 12 novembre 1980 per concludersi due settimane dopo con l’assoluzione di tutti gli imputati: i due ufficiali per non aver commesso il fatto, l’autista per insufficienza di prove. Nessuno presentò appello, la parte civile perché non le era concesso, imputati e Pubblico Ministero perché soddisfatti dalla sentenza.





Me lo ricordo, il clima di quegli anni, me lo ricordo bene. Ricordo l’arroganza dei fascisti. Ricordo le violenze. Ricordo i picchiatori che giravano col pugno di ferro in tasca, e la polizia che chiudeva occhi e orecchie, quando si trattava di fascisti. C’erano già stati Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus, mancava poco all’assassinio di Giordana Masi da parte della polizia. Una dittatura militare fascista aveva preso il potere da due anni in Uruguay, da un anno in Cile, stava per prenderlo in Argentina, aveva dominato per sette anni la Grecia, che stava faticosamente tentando di riprendere la via della democrazia. Anni brutti, anni bui, che è doveroso ricordare. Sempre.

barbara

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