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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


11 dicembre 2010

INSALATA MISTA DI NOTIZIE E FATTI VARI

Leggo che un tale ha ammazzato una donna, l’ex convivente. Leggo che aveva già tentato di ammazzarla – e l’aveva ferita gravemente - cinque anni fa, e che quattro anni fa era stato e processato e condannato a otto anni e qualcosa. Sono contraria alla pena di morte, come sa chi mi frequenta. Anche per i più efferati assassini. Anche per i mafiosi. Anche per i terroristi. Però a quei giudici che si prodigano con tutte le loro forze perché potenziali assassini, stupratori, terroristi possano diventare assassini, stupratori, terroristi effettivi, un paio d’ore di sana tortura al giorno per un paio di dozzine d’anni le appiopperei volentieri.

Leggo poi sul Corriere di mercoledì 8 dicembre che 18 Paesi hanno deciso di boicottare la cerimonia del Nobel per solidarietà alla Cina, oltraggiata dal conferimento del premio a un delinquente che osa pensare, e forse anche dire, che in Cina non si vive la migliore vita possibile nel migliore dei mondi possibili. Tali Paesi sono:

1. Arabia Saudita
2. Iran
3. Kazakhstan
4. Pakistan
5. Venezuela
6. Russia
7. Sudan
8. Cuba
9. Vietnam
10. Afghanistan
11. Filippine
12. Colombia
13. Egitto
14. Iraq
15. Marocco
16. Serbia
17. Tunisia
18. Ucraina

Scrive Pierluigi Battista sul Corriere che i boicottatori sono evidentemente quelli che “condividono con Pechino una certa affinità ideologica o comportamentale nel trattamento repressivo nei confronti dei dissidenti, nell’umiliazione dei diritti umani, nella scarsa considerazione per le procedure e l’ossigeno di libertà di cui si nutrono le democrazie.” Mi permetto di aggiungere che la Cina, al pari di tutti o quasi gli stati della lista, ha anche una politica fortemente antiisraeliana (in lingua politically correct si dice filopalestinese, che suona meglio, esattamente come all’organizzazione fondata con l’obiettivo di distruggere Israele è stato dato il più accettabile nome di Organizzazione per la Liberazione per la Palestina – e nessuno vuole ricordarsi che all’epoca della sua fondazione i cosiddetti Territori Occupati non erano occupati affatto. Non da Israele, per lo meno), e con la “Palestina” condivide davvero il trattamento dei dissidenti.

Sul Corriere di giovedì 9 dicembre trovo il titolo: Rogo nel carcere a Santiago. Muoiono arsi vivi 83 detenuti. E se consideriamo che i titoli non sono mai del giornalista che firma l’articolo bensì del titolista, ossia di uno che fa di mestiere quello che scrive i titoli, siamo proprio nella sezione “Braccia rubate all’agricoltura”, sottotitolo “Giornalisti, andate a zappare”.

barbara


11 ottobre 2010

E PARLIAMO DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA

C’era una volta la diccì, do you remember? Quella che nel segreto dell’urna Dio ti vede e Stalin no. A quel tempo la politica estera italiana era filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. È il tempo degli abbracci fra Andreotti e il terrorista Arafat, è il tempo del “lodo Moro” (quel Moro complice attivo di terrorismo, quel Moro complice attivo di assassinio e di strage che qualcuno ancora vorrebbe onorare come martire, come politico esemplare, come grande statista), in base al quale viene concesso ai terroristi palestinesi diritto incondizionato di caccia nei confronti degli ebrei italiani. In politica interna, intanto, è il tempo in cui viene assassinata Giorgiana Masi, mentre il signor KoSSiga – quel Cossiga che fino all’ultimo dei suoi giorni ha continuato a sputare nel piatto, senza peraltro rinunciare a mangiarvi, quel Cossiga che ha inaugurato il vezzo di andare all’estero per insultare gli avversari politici italiani, di fronte a giornalisti e politici esterrefatti che mai, in tutta la loro vita, avevano visto un simile scempio della politica – il signor KoSSiga, dicevo, ripete fino allo sfinimento che le forze dell’ordine non avevano armi da fuoco.
Finisce finalmente l’era diccì e vanno al governo i socialisti. A partire da quel momento la politica estera italiana diventa filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. La caccia all’ebreo è libera e incondizionata, all’unica condizione che si lascino in pace gli altri italiani, quelli per bene, quelli meritevoli di vivere. Si chiama selezione, questa cosa qui. Come ad Auschwitz. Ossia si prende una carrettata di ebrei e si fanno fuori, stando attenti a non fare fuori gli altri che non c’entrano. Succede a Entebbe, succede in Francia, succede in Argentina, succede un po’ dappertutto. Poi qualcuno se ne esce a dire ma guarda un po’ che disdetta, volevano ammazzare gli ebrei e invece sono morti dei cittadini innocenti. Più o meno come nell’attentato a Carlo Palermo, quando è capitato di sentir dire, fra i commenti alla notizia, che volevano uccidere il giudice e invece sono morti tre innocenti, una donna e i suoi due gemellini. Carlo Palermo, già. Impegnato a indagare su terrorismo e traffico d’armi. E un bel giorno tra le carte su cui riesce a mettere le mani sbuca fuori il nome di Craxi, e istantaneamente gli viene sottratta l’inchiesta, viene trasferito in Sicilia e lì, sicuramente molto meglio di quanto avrebbero potuto fare a Trento, gli organizzano un bell’attentato con autobomba. Ed è così che fra i crimini documentati del latitante Craxi, quello della complicità nel terrorismo internazionale non è riuscito ad approdare. Tutto come nell’era diccì, dunque? Non del tutto. Perché adesso, nell’era del sol dell’avvenir, si fa un passo avanti, e si mobilitano massicciamente le forze dell’ordine per impedire che i terroristi palestinesi, rei di massacri, vengano consegnati alla giustizia (uno e due).
E poi... E poi gli anni passano e i bimbi crescono e le mamme imbiancano e imbiancano anche i politici e le ere si succedono alle ere e arrivano al governo i comunisti che secondo loro bisognerebbe dire ex comunisti ma si sa che il comunista, come il maestro dell’immortale Paolo Conte, è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà (sì, certo, anche il fascista, ma occupiamoci di una perversione per volta, pliz). E che cosa succede quando agli esteri siede il comunista D’Alema? Eh, ne succedono di cose! Tanto per cominciare succede che la politica estera italiana diventa filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. Poi, per quanto riguarda personalmente il signor ministro, possiamo registrare che, oltre a farsi fotografare a braccetto, in corrispondenza d’amorosi sensi, coi capi del terrorismo antiisraeliano, si lancia in una serie di attacchi antiisraeliani senza precedenti nella pur antiisraelianissima storia della politica estera italiana. Volendo si potrebbe parlare anche dell’infinita serie di battute antisemite che, essendo nonostante tutto un politico e non un buffone, si premura di fare ben lontano dai microfoni e dalle telecamere, ma che non per questo riescono a passare inosservate. Ma non voglio rinunciare a parlare di quella che è forse l’apoteosi della sua politica estera. Mi riferisco all’episodio del medico palestinese e delle infermiere bulgare arrestati in Libia con l’accusa di avere infettato con il virus Hiv oltre quattrocento persone – documentatamente ammalatesi tre anni prima che medico e infermiere mettessero piede in Libia – tenuti in prigione per anni, torturati e infine condannati a morte. E che cosa fa l’Ineffabile? Invoca clemenza. Evidentemente non sa, l’Immarcescibile, che la clemenza si invoca per i colpevoli. Evidentemente ignora, l’Incommensurabile, che gli innocenti hanno DIRITTO alla GIUSTIZIA. O forse la questione è un’altra: il Nostro ama infinitamente i palestinesi, ai quali è molto più equivicino che agli israeliani, a patto che facciano i palestinesi. Ora, un palestinese che invece che andare a far massacri di ebrei, come è suo sacrosanto dovere, fa onestamente un onesto mestiere di medico, che razza di palestinese è? Perché mai il signor D’Alema dovrebbe occuparsi dei suoi diritti? Perché mai dovrebbe chiedere giustizia per lui?
E veniamo ai giorni nostri. Adesso al centrosinistra è succeduto il centrodestra, e al governo abbiamo il maggico Berlusconi, mentre degli esteri si occupa quel bel pupo del signor Frattini. Ebbene, immediatamente a ridosso dell’11 settembre Berlusconi afferma che la nostra civiltà è superiore a quella islamica, ma appena uno sceicco inarca un quarto di sopracciglio si precipita a dichiarare che è stato frainteso, che le sue parole e le sue intenzioni sono state travisate (maledetti giornalisti comunisti!) e che no, assolutamente no, mai mai mai neanche per un istante si è sognato di pensare una simile mostruosità! E poi gli anni passano e i bimbi crescono eccetera eccetera e l’Immaginifico li passa, gli anni, a raccontare barzellette antisemite, una più becera dell’altra, a fare battute antisemite, una più becera dell’altra, ad aumentare vertiginosamente il giro d’affari con l’Iran, a fare patti di ferro con Gheddafi, il capo di stato più antiisraeliano del pianeta. Esibendosi nel frattempo, nell’illusione di salvare le apparenze e rifarsi una verginità, con la faccina compunta e la kippah in testa, a Yad Vashem (dove, ricordiamolo, NON ci sono i morti, e quindi la kippah non è affatto d’obbligo). E il Fratino? Si spende, il Fratino, si spende tantissimo. A raccomandare a Israele di stare calmo. Di non reagire. Di non provocare. Di non rispondere. Vi ricordate quella vecchia battuta, “Non agitarti che fai il gioco del nemico”? È una battuta oscena, nel caso qualcuno non lo sapesse. Significa: mentre te lo mettono in culo stai fermo, che se no l’inculatore gode ancora di più. Ecco, questo è ciò che il fratino sta chiedendo a Israele: di stare fermo mentre il terrorismo glielo mette in culo. Detto così è volgare, lo so, ma è esattamente di questo che si tratta, ed è inutile girarci intorno. E al di fuori di Israele? Al di fuori di Israele succede che vince il Nobel per la pace un dissidente cinese in galera per reati di opinione, e il fratino non ci pensa neanche di striscio a chiederne la scarcerazione: gli affari sono affari, che diamine, e noi con la Cina ne abbiamo, di affari, oh se ne abbiamo! Ecco, adesso che la Farnesina è dominio del centrodestra e non più del centrosinistra, funziona così.
Vero che è bello vedere come le cose, nel corso degli anni e dei decenni, mutano e si evolvono?

barbara


19 settembre 2010

SCOMMETTO CHE QUESTA NON LA SAPEVATE

Non la sapevo neanche io, effettivamente, ma poiché la Bontà e il Bene esistono, ho avuto la sorte di incontrare Qualcuno che mi ha aperto gli occhi e rivelato la Verità: un giornalista e scrittore, se ho capito bene, testimone oculare e intelligente scrutatore. E poiché ora finalmente SO, voglio condividere la Verità con tutti voi.

Voi credete forse, come credevo io, che in Tibet sia in atto una repressione da parte del governo cinese? Vi sbagliate: non sta succedendo niente del genere. Credete che il Dalai Lama sia una persona pacifica, magari coi suoi difetti come ogni essere umano, ma insomma almeno un non violento? Tutte balle. Credete di sapere cosa succede e come funziona in Cina? In realtà non sapete niente, le vostre sono considerazioni anacronistiche e ingiustifcate, inconcepibilmente ferme al tempo della rivoluzione culturale. Pensate che ci sia della miseria in Cina? Tutte fandonie: i poveri in Cina sono la metà che in Italia. E credete magari che ci sia una repressione del dissenso? Ebbene, sappiatelo: questa è la madre di tutte le balle! Leggete un po’ qua:

In Cina non esiste un dissenso da reprimere, semplicemente perché non c'è. La gente pensa essenzialmente a lavorare e il governo cinese, come nessun altro governo al mondo, glie lo consente e la agevola in ogni modo. Gli oppositori politici ai quali ti riferisci sono sparuti, non coordinate, che non hanno presa sulla gente, marionette inconsapevoli in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali che li fomentano dal 1950, perseguendo il sogno dello smembramento della Cina ai fini della spartizione delle sue ricchezze. [evidenziazioni mie, ndb]

E lo sapete perché tutti noi crediamo a tutta quella montagna di fandonie? Ma è chiaro: per via della potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi. C’è bisogno che vi dica a chi sono in mano questi mezzi propagandistici di smisurata potenza? No, vero? Lo sappiamo tutti benissimo chi è che manovra i fili nell’ombra, no? E infatti è chiaro che il motivo per cui ce l’abbiamo con la Cina e ci beviamo come coca cola in un giorno d’estate tutta la vergognosa propaganda mistificatoria risiede nel fatto che Pechino supporta la causa palestinese... Ed è per questo che ci meritiamo una salutare lezione:

Ma fondamentalmente lasciami dire che se c'è una categoria di persone al mondo che dovrebbero costituzionalmente astenersi dal giudicare il prossimo in tema di territori occupati e di sopraffazione delle minoranze etniche, queste sono i Sionisti.

Perché lui, il Nostro, mica è uno che si beve la propaganda, mica è uno che si lascia infinocchiare dalle notizie drogate dalla potenza smisurata dei mezzi propagandistici, oh no! Lui lo sa in che modo infame vengono sopraffatte le “minoranze etniche” nei “territori occupati” da coloro che noi sionisti difendiamo! (Piccola domanda fra parentesi: ma questo signore lo saprà che cosa vuol dire sionismo?) Ma siccome lui, a differenza di noi sionisti, è un buono, mi lancia anche un benevolo augurio:

Ti auguro comunque tanta buona fortuna, ma soprattutto mi auguro che non nasca mai più un secondo Hitler perché stavolta, con la potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi, con il tipo di mentalità e di cultura che si ritrova certa gente, davvero non so come potrebbe andare a finire e mi viene la pelle d'oca solo a pensarci.

Perché è chiaro che se spuntasse un nuovo Hitler, i mezzi propagandistici di smisurata pontenza manovrati da chi sappiamo non esiterebbero un solo istante a mettersi al suo servizio. E infine, dopo una dotta disquisizione sul controllo del potere d’acquisto esercitato dalla dittatura del capitale – dittatura autentica, anche se si ammanta del nome di democrazia – un severo monito:

Dovresti ben saperlo, in quanto Sionista, che cosa significa il "sacchettino coi diamanti".

Ebbene sì, noi sionisti – anzi, decidiamoci una buona volta a chiamare le cose col loro nome – noi perfidi giudei dal naso ricurvo e dalle dita adunche, noi perfidi giudei col nostro culto del dio denaro, noi perfidi giudei infami e traditori, lo sappiamo bene, noi, che cosa significa il “sacchettino coi diamanti”. Abbiamo anche conoscenza personale, noi perfidi giudei, di qualcuno che grazie al “sacchettino coi diamanti” è riuscito a scampare alla Shoah. E chi non lo capirebbe, che un ebreo in più scampato alla Shoah è il male assoluto? Chi non lo capirebbe che un ebreo vivo in più sul pianeta è il male assoluto? (Ah, giusto a proposito di Shoah, stavo quasi per dimenticare: affermare che in Cina non vi sia libertà assoluta è esattamente la stesa cosa che negare la Shoah: sappiatelo e regolatevi).

Grazie, caro amico che così inopinatamente hai fatto irruzione nella mia vita per portarvi la luce del sol dell’avvenir, grazie e grazie ancora, la mia riconoscenza ti accompagnerà in eterno. Amen.
E sempre in tema di luce che illumina le tenebre, va assolutamente letta anche la cartolina di oggi.

barbara

AGGIORNAMENTO: Ho mandato il link a questo post alla mia mailing list. Mi è arrivata una risposta che dice quanto segue:

cavolo io sono in Cina e non riesco ad aprire il tuo blog
mandami la pagina come allegato
ciao
Paolo

Naturalmente abbiamo perfettamente capito che il buon Paolo non è altro che una marionetta, chissà se consapevole o inconsapevole, in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali, che tenta di depistarci facendoci credere che la Cina sia ancora quella del tempo della rivoluzione culturale. Vergogna Paolo, vergogna e ancora vergogna!


23 febbraio 2009

L’ULTIMO POST DI ZENGJINYAN

Zengjinyang è la blogger cinese che durante le olimpiadi di Pechino era stata fatta sparire insieme alla figlia di pochi mesi, mentre suo marito, blogger anche lui, era ed è tuttora in prigione a causa delle richieste di libertà e democrazia fatte nel suo blog. Finite le olimpiadi a Zengjiyan è stato consentito di tornare a casa. Ogni tanto faccio un salto da lei, per vedere se è ancora lì, se è ancora viva, se è ancora libera. Quello che segue è il suo post di oggi, nell’abominevole ma comunque comprensibile traduzione di google translate. Ve la metto qui così com’è, senza correzioni, tanto per darvi un’idea di come se la sta passando.

I ottimisticamente pensare, Hillary è andata, non posso essere libero di uscire di casa aveva. Al di questa mattina e ha trovato che posso uscire di casa, ma non può uscire da una gabbia in movimento. FB8233 moderne vetture bianco e nero a Pechino Pechino MI3591 moderne autovetture e gli uomini in nero: Perché stretto monitoraggio di me? Guarda me. Non capisco, a partire dal 2006 ad oggi, mi è stato detto fuori traccia e monitorare lo stress, non vorrei cedere, basta permettetemi ancora più rabbia e disgusto?
In molti casi, sono la mia debolezza e paura, soprattutto quando il mio bambino
??o assistere a piangere per le chiamate "Ah - Ma - Ah - Ma -" Quando è il mio????perdita esitazione, mi chiedo se l'anticipo e ritiro. Tuttavia, i miei diritti civili e le violazioni dei diritti umani di sicurezza dello Stato di polizia hanno più tempo, la mia libertà è limitata più tempo, la mia rabbia su l'accumulo di un po' di più. Questa rabbia è ingiusto crociata contro l'ingiustizia e disprezzo, come una valanga valanga, annegati le mie paure, mi permetta di parlare la mia mente mente, mi permetta di lottare per resistere.
Ma più mi ha lottato per il mio corpo di sorveglianza illegale, più restrizioni ancora più forte irragionevolezza. Sono triste di vedere che io e pochi anni fa, Hu Jia, come nel passo per passo verso la prigione. Tuttavia a causa della repressione, arresti illegali, pestaggi, le sparizioni, Hu Jia è ancora disposta a rinunciare a dire la verità, si rifiuta di rinunciare al loro diritto alla libertà di espressione, ma la rabbia di fare un sacco di casi, forte critica. Adesso, nonostante le forti pressioni, anche se spesso deboli e la paura, può essere più arrabbiato o dire quelli che controllano
????, illegali le restrizioni sulla mia libertà, la violazione dei miei diritti civili. Consapevole del fatto che di tanto in tanto, mi hanno davvero un giorno per essere bloccato in carcere, il mio bambino come fare????a??
cuori (qui)

E nel frattempo la brava Hillary, così come a suo tempo la nostra Bonino, si dedica all’hobby di leccare il culo ai macellai.



barbara


17 novembre 2008

PANCHEN LAMA OSTAGGIO DI PECHINO

                                                             

L
a pubblicazione di quest'opera molto documentata viene op­portunamente a ricordare, a quanti l'avessero già dimenticata, la sorte iniqua toccata a un bambino di soli otto anni.
Infatti, al di là del suo interesse storico, questo libro, che nar­ra l'evoluzione dei due più importanti lignaggi di maestri spiri­tuali del Tibet, quello dei Dalai Lama e quello dei Panchen La­ma, vuole giustamente stigmatizzare l'intollerabile situazione in cui versa un fanciullo, attualmente tenuto prigioniero per moti­vi politici il cui fine è l'annientamento della civiltà e della cul­tura tibetane.
La vicenda di questo bambino rivela un gran numero di pa­radossi.
Innanzi tutto si scopre che uno Stato ateo, la Cina comuni­sta, si proclama unico competente nella scelta e nella nomina dei «Buddha viventi». Sia chiaro, non si tratta di una brusca con­versione dei signori di Pechino ai valori dello spirito. L'intento è al contrario quello di sradicare dal Tibet il buddhismo, consi­derato inscindibile dal «separatismo», o almeno di controllar­lo. Per questo motivo, Pechino, con una terminologia da Rivo­luzione Culturale, proclama di voler «schiacciare la testa del ser­pente», vale a dire quella del supremo capo spirituale e tempo­rale tibetano, il Dalai Lama.
Riassumiamo i fatti così come sono elencati in quest'opera, che punto per punto smentisce la versione cinese opponendovi la verità dei tibetani.
Nel 1989, il decimo Panchen Lama, seconda autorità del buddhismo tibetano, muore. Immediatamente inizia la ricerca del suo successore (il bambino in cui si sarebbe reincarnato secondo la credenza propria del buddhismo)... con la «benedizio­ne» di Pechino. La posta è alta: è in gioco l'avvenire stesso del Tibet, perché il Panchen Lama dovrà a sua volta designare e poi educare il successore dell'attuale Dalai Lama.
Il 14 maggio 1995, quest'ultimo, conformemente ai suoi do­veri e seguendo rituali plurisecolari, riconosce come undicesi­mo Panchen Lama un ragazzino di sei anni originario di una povera famiglia nomade, Gedhun Choekyi Nyima. La Cina, non potendo accettare l'intervento di una persona cui nega ormai ogni competenza spirituale, rapisce il bambino con i suoi famigliari e, dopo una finta estrazione a sorte in un'urna d'oro, insedia in sua vece un altro bambino della stessa età e dello stesso villag­gio. Da quel giorno nessuno ha più visto né sentito il piccolo Gedhun.
Parallelamente, una dura campagna di persecuzione religio­sa (ipocritamente chiamata «rieducazione») si abbatte ancora una volta sul Tibet e sui monasteri. Le foto del Dalai Lama vengo­no proibite, e i monaci sono obbligati ad accettare come Panchen Lama il bambino scelto da Pechino e a rinnegare definitivamente l'autorità spirituale del Dalai Lama. Arresti, chiusure di mona­steri, morti, fughe, esili... Le conseguenze, purtroppo, sono no­te. Sono le stesse da molto tempo.
Secondo paradosso, il silenzio dell'Occidente. Il paese più po­poloso della Terra, membro permanente del Consiglio di sicu­rezza delle Nazioni Unite, firmatario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e della Convenzione internaziona­le dei diritti del fanciullo, fa sparire sotto gli occhi del mondo un piccolo di sei anni senza che alcuna protesta ufficiale si levi. Ci rifiutiamo di credere che la paura della Cina o gli interessi commerciali si siano interamente sostituiti ai più elementari doveri umani, alle più semplici virtù e al rispetto che si deve al­la persona umana. Sarà allora che questa vicenda è troppo com­plessa, troppo estranea alla nostra sensibilità?
Se anche così fosse, oltre al fatto che ogni cultura e ogni au­tentica spiritualità sono degne di rispetto, oltre al fatto che me­ritano tanto più la nostra attenzione in quanto vittime di un ter­ribile genocidio, un aspetto fondamentale dovrebbe imporsi su tutti gli altri. Protagonista di questa storia è un bambino la cui sola colpa è essere nato; un bambino che ha già vissuto più di due anni della sua breve esistenza sequestrato dai cinesi; un bam­bino privato della sua infanzia che, a causa di una pretesa ra­gion di Stato, è diventato «il più giovane prigioniero politico del mondo». Questa sola definizione dovrebbe essere sufficien­te a suscitare l'indignazione generale.
Tanto più che questo bambino, il cui silenzio ci soffoca, ha qualcosa di importantissimo da dirci.
Ci dice che attraverso lui è possibile leggere la storia di tutti i bambini oppressi della Terra.
Come pretendere, infatti, di far rispettare il diritto interna­zionale, come sperare di far progredire i valori fondamentali del­la morale riguardo a questi milioni di bambini che, ovunque, so­no sfruttati, percossi, violentati, uccisi, se non si è capaci di occuparsi subito del più conosciuto tra loro, vittima di un evi­dente e grossolano terrorismo di Stato? Questo non è solo un dramma individuale, è un caso esemplare, una questione di cre­dibilità in cui viene sollecitata la nostra responsabilità di «te­stimoni». (dalla prefazione)

Undici anni sono passati da quando è stato scritto questo libro e tredici da quando il piccolo Panchen Lama è stato rapito; fra cinque mesi Gedhun compirà vent’anni, e nessuno ancora sa dove sia.
Assolutamente da leggere questa mirabile ricostruzione della storia del Tibet e della tragedia che lo attanaglia – anche perché almeno tre quarti delle informazioni che vi si trovano sono del tutto sconosciute anche ai più informati tra di noi.

Gilles van Gradsdorff – Edgar Tag, Panchen Lama ostaggio di Pechino, Sperling & Kupfer



barbara


10 novembre 2008

LA METÀ DIMENTICATA

Il 3 novembre 1999, alle nove di sera, stavo ritornando a casa dopo avere tenuto una lezione alla School of Oriental and African Studies dell'Università di Londra quando, uscendo dalla stazione della metropolitana di Stamford Brook nella buia notte autunnale, sentii che qualcuno mi seguiva. Prima ancora che avessi il tempo di reagire, fui colpita alla testa. Istintivamente strinsi più forte la borsa, che conteneva l'unica copia di un manoscritto che avevo appena terminato, ma il mio assalitore non si scoraggiò.
«Dammi la borsa!» urlava.
Lottai con una forza che non credevo di possedere. Al buio, senza riuscire a scorgere anima viva, sapevo soltanto che mi stavo confrontando con due mani robuste, per quan­to invisibili. Cercavo di proteggermi e, nello stesso tempo, di tirare calci nel punto dove presumevo fosse il suo ingui­ne, ma mentre lui continuava a colpirmi sentivo dolori lan­cinanti alla schiena e alle gambe, e il sapore salato del san­gue in bocca.
Finalmente alcuni passanti accorsero gridando, e presto l'aggressore fu circondato da una folla indignata. Quando mi rialzai in piedi barcollando, vidi che l'uomo superava il metro e ottanta.
Più tardi la polizia mi chiese perché avessi rischiato la vita per una borsa.
Indolenzita e tremante, spiegai che conteneva il mio li­bro. «Un libro?» esclamò un agente. «Forse un libro conta più della sua vita?»
Naturalmente non è così, ma per certi versi quel libro era la mia vita, la testimonianza dell'esistenza condotta dalle donne cinesi e, nello stesso tempo, il frutto di molti anni di lavoro come giornalista. Sapevo di essere stata sciocca per­ché, se il manoscritto mi fosse stato sottratto, avrei potuto cercare di riscriverlo; tuttavia, non ero del tutto sicura di riuscire a sottopormi ancora una volta all'intensità delle emozioni che la nuova stesura avrebbe generato. Era stato doloroso rivivere quelle storie femminili, e ancora più duro riordinare i miei ricordi e cercare il linguaggio adatto a esprimerli. Lottando per la borsa, avevo difeso sia i miei sentimenti, sia quelli delle donne cinesi. Il libro raccoglie­va troppi elementi che non sarebbe più stato possibile recupera­re: attraversando i ricordi, infatti, si apre una porta sul passato, ma il cammino interiore ha così tanti bivi che ogni volta l'itinerario è diverso.

Vi è mai capitato di incontrare una ragazza che alleva un cucciolo di mosca per poter finalmente godere, per la prima volta nella vita, di una compagnia gentile? In Cina potrebbe capitarvi di incontrarla. La “metà dimenticata” di cui parla il titolo sono le donne. Donne neglette e ignorate, oppresse e represse – in ogni parte del mondo, certo, ma in alcune di più. La Cina fa parte di quelle di più. In una delle più antiche e nobili civiltà del mondo la donna – se riesce a vincere la lotteria degli aborti selettivi nelle città e degli infanticidi nelle campagne - è ancora quella cosa che deve sbrigare le faccende di casa, mettere al mondo un figlio, possibilmente maschio, lavorare e tacere. Sempre. Comunque. Anche se tuo marito ti batte. Anche se tuo padre ti violenta e tua madre ti proibisce di ribellarti. Anche se ti viene imposto un marito che non vorresti. Anche se scopri che le donne ti attraggono più degli uomini – soprattutto dopo averli conosciuti, gli uomini - e per questo vieni sbattuta in galera. Anche se ti stuprano da bambina in nome della Rivoluzione per poi buttarti via come una scarpa vecchia quando resti incinta. Sempre, perché sei donna e come tale il diritto di parola non ti compete.
A squarciare il velo è Xinran, giornalista radiofonica, che attraverso il suo programma raccoglie le più drammatiche e sconvolgenti testimonianze da parte delle donne che lo seguono e decide alla fine di metterle per iscritto – non prima di essersi prudentemente trasferita in Inghilterra. Racconti di sofferenze inimmaginabili, racconti che pian piano trovano il coraggio di farsi largo dopo anni o decenni di silenzio, di dolore muto, al quale nessuno mai aveva aperto il minimo spiraglio. Storie di sorelle molto meno fortunate di noi, alle quali è doveroso dedicare almeno – visto che altro non possiamo fare – la nostra partecipe attenzione.

Xinran, La metà dimenticata, Sperling & Kupfer



barbara


6 ottobre 2008

LA VOCE CHE RICORDA

                                 

Prefazione del XIV Dalai Lama
Questo libro è una commovente testimonianza della sof­ferenza e dell'eroismo del popolo tibetano. In particolare, è la storia di Ama Adhe, che passò ventisette anni della sua vita nelle prigioni cinesi. Lei e i membri della sua fa­miglia furono imprigionati per aver partecipato al movi­mento di resistenza tibetano sorto nei primi anni Cinquan­ta. Sono persone come loro che hanno conferito alla lotta tibetana la forza e la durata che la contraddistinguono.
Sono felice che la vicenda di Ama Adhe possa essere co­nosciuta e che lei sia sopravvissuta per raccontarla. La sua è la storia di tutti i tibetani che hanno sofferto sotto l'oc­cupazione comunista cinese. È anche la storia delle donne tibetane che si sono sacrificate e hanno partecipato quan­to gli uomini alla lotta per la giustizia e la libertà. Come sostiene lei stessa, la sua è «la voce che ricorda i molti che non sono sopravvissuti».
Sono convinto che i lettori di questo libro si renderan­no conto della reale dimensione delle sofferenze del popo­lo tibetano e dei tentativi che sono stati fatti per cancella­re la sua cultura e la sua identità. Spero dunque che tale consapevolezza possa far nascere, almeno in qualcuno, il desiderio di sostenere la giusta causa del popolo tibetano.

TENZIN GYATSO
Sua Santità il XIV Dalai Lama

                                                       ……………………………………………..

[…] Nella primavera del 1990, quando tornai a Dharamsala, il funzionario per i diritti umani del governo tibetano in esilio, Ngawang Drakmargyapon, mi presentò a una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto: Adhe Tapontsang.
Sin dal primo incontro, ci sentimmo unite da un grande affetto e da un inesplicabile legame che si approfondì con il passare degli anni. Adhe ora mi considera la sua figlia adottiva. Da parte mia, io mi rivolgo a lei con il termine affettuoso e rispettoso di «Ama», madre, come lei viene chiamata in tutta la comunità tibetana. In quel primo in­contro mi chiese di scrivere la sua storia senza fretta, con particolare attenzione ai dettagli che mi avrebbe riferito. Non si trattava solo di descrivere le ferite della sua terra assediata, ma anche di salvare dall'oblio i preziosi ricordi di quella antica cultura che aveva avuto modo di conosce­re prima dell'arresto. Commossa dalla forza e dall'integri­tà che emanavano dalla sua persona e dalla terribile storia, mi sono impegnata a farne un resoconto scritto, che partisse dalla sua infanzia idilliaca, attraversasse la lunga prigionia e le torture fino al momento del rilascio.
Durante le prime interviste, Ama Adhe e io sedevamo su due letti in un'austera stanza nel centro di accoglienza dei rifugiati di Dharamsala, insieme con il funzionario per i diritti umani Ngawang, che ci faceva da interprete. A mano a mano che la storia procedeva, ascoltavo attonita. Quando parlava della sua giovinezza, Ama Adhe chiudeva gli occhi e il suo volto si trasformava in quello di una bambina ridente e spensierata. Quando invece ricordava le sue incredibili sofferenze, il volto non tradiva alcuna emozione. Io facevo fatica a mantenere lo stesso distacco quando, per esempio, mi mostrava un dito straziato dall'inserimento di bastoncini di bambù sotto le unghie.
Nel corso delle interviste, le uniche volte in cui Ama Adhe pianse furono quelle in cui tornava con la memoria alla sofferenza degli altri, i numerosi membri della sua famiglia, gli amici e gli estranei delle cui torture e orribili morti era stata testimone.
Il tono neutro con cui Ama Adhe racconta le sue terrificanti esperienze è a tratti quasi sconcertante. Tuttavia il lettore deve capire che questo atteggiamento riflette la lingua e la cultura tibetana. È stato spesso notato dagli stranieri che i tibetani non amano parlare della loro vita con accenti drammatici o tragici. Questo forse dipende dal fatto che soffermarsi sulle proprie sventure personali significa essere concentrati su se stessi, cosa poco apprezzata nella prospettiva buddista di cui è permeata l'intera società tibetana. Può darsi che proprio questo atteggiamento impersonale, che riscontriamo nel tono straordinariamente pacato e fermo di Ama Adhe, sia quello che le ha permesso di sopravvivere agli eventi terribili riferiti in questo libro.

Al di là di ciò che sappiamo. Al di là di ciò che pensiamo. Al di là di ogni nostra più sfrenata fantasia. Il Tibet raccontato dal di dentro, da chi l’occupazione l’ha vissuta sulla propria pelle e nella propria carne, oltre che nella propria anima. Vicende inimmaginabili anche per chi si ritiene informato, raccontate senza retorica, senza enfasi, senza odio e senza rabbia, neppure quando rievoca episodi come l’esecuzione del cognato di fronte a lei, a pochi centimetri di distanza, coi brandelli di cervello che le schizzano addosso. E con questa sua narrazione pacata sciorina davanti a noi il sistematico annientamento di una cultura, di una civiltà, di una lingua, di un popolo, condotto con spietata determinazione giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, in un crescendo che dà le vertigini. «Ho fede che non esista sulla Terra nulla di più potente della verità. E presto o tardi la verità deve essere conosciuta». Sono le ultime parole di Ama Adhe, e le condivido totalmente: per questo sono qui a scriverne. E dunque tu adesso vai a comprarti il libro e te lo leggi. Subito. E non voglio sentire storie. (E qui puoi sentire la sua voce)

Ama Adhe, La voce che ricorda, Sperling&Kupfer Editori



barbara


3 ottobre 2008

E NON DIMENTICHIAMO IL TIBET

                                                    

dove si soffre e si muore.



barbara


31 agosto 2008

E RIPARLIAMO DEL DARFUR

Questa è l’ultima newsletter arrivatami, e desidero condividerla con voi: non importa se ci siano notizie inedite, l’importante è che non dimentichiamo mai la tragedia che si sta consumando nell’indifferenza generale.

Cari amici,
a vederla nel suo complesso, la nostra è una società stanca, persa nei rimorsi della coscienza, assuefatta al consumo sterile della mondanità, orfana di ideologie e tradizioni. In questo non si risparmiano i due organi di riferimento degli ultimi 50 anni: le Nazioni Unite e l'Unione Europea. Nella rincorsa del miraggio di un mercato comune e senza dogane, per la cui tutela si è rinunciato alla costruzione di un comune denominatore politico e identitario, la svendita del sogno di una Europa unita politicamente e democraticamente, si palesa, proprio con il dramma del Darfur, insieme all'inutile sopravvivenza delle Nazioni Unite. Con i veti di Cina e Russia, e la complicità di altri Paesi non democratici, ogni seduta al Palazzo di vetro risulta solo un grosso dispendio di risorse ed un inno selvaggio alla burocrazia. Per il Darfur accade quanto sta succedendo per la crisi in Georgia, per la quale si consuma il paradosso beffardo del veto ad ogni inferenza della comunità internazionale da parte della Russia, che invade uno stato sovrano e democratico e ostenta tendenze genocidarie in Cecenia. I caschi blu appaiono ormai immobili figure cartonate, come lo sono state dinanzi al massacro in Bosnia, al genocidio in Rwanda, al riarmamento degli Hezbollah in Libano. Ci si domanda quale possa essere il ruolo dell'ONU in un complesso scenario come quello del Darfur, appunto: a più di un anno dall'approvazione, la missione UNAMID esiste per ora solo sulla carta.
Si sono concluse le Olimpiadi in Cina, senza gesti clamorosi, se si eccettua la scelta dei portabandiera statunitensi, ricaduta su due atleti di origini sudanese e georgiana, unica Nazione a voler testimoniare la propria solidarietà a due popoli affranti dalla guerra. Giochi macchiati dalla soppressione delle manifestazioni in Tibet, Nepal e Birmania, ma anche delle proteste dei cinesi cacciati dalle proprie dimore per fare posto ai fastosi edifici olimpici. Una scelta, quella del Comitato Olimpico, dettata più dalle enormi risorse finanziare del colosso cinese che da ideali e principi. La Cina, dice Padre Albanese, comboniano da sempre impegnato in Africa, ha chiuso le Olimpiadi e ha ripreso a sostenere la guerra in Darfur, armando l'esercito sudanese e finanziandolo con i proventi della vendita del petrolio. Dinanzi a fiumi in piena di parole che sgorgano impetuose e impietose dalle istituzioni, rimangono per i Darfuriani solo la speranza e l'aiuto delle ONG e dei missionari, come i comboniani, da sempre in Sudan, e i salesiani della scuola tecnica per orfani del Darfur a El-Obeid, di Padre Vincenzo Donati. A difendere la vita dei propri cari, però, solo la cruda violenza delle armi dei ribelli, figli indomiti del Darfur, ma assassini a loro volta.
Il 23 agosto i rifugiati del Darfur in Italia si sono riuniti a Torino, a Piazza Castello, per chiedere giustizia in Darfur, in particolare il perseguimento dei temibili criminali di guerra, accusati di gravi crimini contro l'umanità, Ahmad Harun e Ali Kushayb.
"Sono molto soddisfatto, - ci racconta Suliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia - abbiamo visto una buona partecipazione e solidarietà della gente. Ma oltre alle parole, sebbene sincere e solidali, ci aspettiamo che si prendano presto misure concrete per arrestare la ferocia dei criminali in Darfur".
Negli ultimi giorni il Governo sudanese ha sferrato un pesante attacco ai ribelli, nel Nord Darfur, roccaforte del Sudan Liberation Movement e nel campo profughi di Kalma, vicino a Nyala. Il bilancio è per ora di circa 60 morti e più di 100 feriti tra i civili. Esortazioni a fermare il massacro in Darfur erano giunte pochi giorni fa dal Presidente turco Abdullah Gul, in occasione della presenza del leader sudanese al vertice economico UA-Turchia. Il Presidente sudanese Al-BAshir continua a negare, mentre l'economia del Paese cresce, anche grazie alla vendita di grandi quantità di materie prime alimentari, come grano e sorgo. In Darfur, invece, continua a crescere il numero di morti per malnutrizione.
Continua il fortunato rapporto di Italians for Darfur con il mondo della musica, con la speranza che attraverso di essa molti giovani possano venire a conoscenza del dramma che si sta consumando da ormai cinque anni in Sudan. Dopo il video spot per la giustizia in Darfur dei Negramaro e l'impegno delle Cinema 2, è il famoso cantante Caparezza (Michele Salvemini), ad aver indossato la t-shirt "Fermiamo il genocidio in Darfur" durante il suo concerto in una delle principali tappe estive. La maglietta di Italians for Darfur, il cui logo è un contributo creativo dei bloggers di Italian Blogs for Darfur, è diventato il più forte simbolo di denuncia del movimento italiano per i diritti umani in Darfur.

Dal blog:
"La guerra armata è l'unica arma per liberare il Darfur e tutte le altre regioni dall'oppressione della dittatura."
di Giorgio Trombatore (leggi il "blog-dossier")

La sentinella solitamente si appostava dietro ai ruderi di un mercato totalmente distrutto nell'area di Kidingir nel massiccio centrale del Jebel Marra in Sud Darfur.
Era un giovane Fur, uno di quegli uomini senza età.
Vestito di stracci con i capelli stile Rasta e con tutto il corpo ricoperto di Jujou, una sorta di amuleto locale , stava per ore a scrutare la savana contro possibili attacchi nemici.
A tracollo portava un vecchio Kalashnikov modello cecoslovacco.
Non appena il rumore di una jeep rompeva il silenzio della savana, la sentinella sparava un colpo nel cielo .
Era l'avvertimento, la sirena dei guerriglieri. [...]


Il mondo diviso tra giustizia e realpolitik
Accontentare tutti, si sa, è sempre difficile. Ancora di più quando si tratta dei membri della Comunità internazionale. Questa regola generale trova nuova conferma in relazione alle recenti notizie riguardanti il Presidente sudanese Omar al-Bashir.
Chi sperava che grida di gioia si levassero in ogni parte del mondo a seguito della sua incriminazione per genocidio in Darfur, richiesta dal Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Moreno-Ocampo, è restato profondamente deluso. Gli unici che si sono proclamati all'unanimità soddisfatti del mandato di arresto – che comunque dovrà essere confermato nei prossimi mesi da un panel di giudici della CPI – sono i ribelli darfuriani. [...]


YouTube censurato in Sudan
I bloggers sudanesi stanno lanciando l'allarme: la Sudanese National Telecommunication Corporation (NTC) ha oscurato YOUTUBE da alcuni giorni.
Sembra esserci proprio l'organo governativo di controllo dei media dietro il blocco di Youtube, conosciuto in tutto il mondo quale strumento al servizio della libertà di espressione e di parola


Dossier UNAMID: "un tradimento da parte della comunità internazionale"
Si è svolta, alla Sala stampa di Montecitorio, la conferenza stampa di presentazione del dossier sul bilancio di un anno di missione UNAMID in Darfur.
Nonostante le votazioni in aula in quello stesso momento, ci hanno raggiunto gli Onorevoli Beppe Giulietti (Ivd) ed Enrico Pianetta (Pdl), che sono intervenuti insieme ad Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur, a Gianfranco Dell'Alba, Segretario di Non c'è Pace senza Giustizia e a Stefano Cera, docente universitario e membro della nostra associazione. Era presente anche Enzo Nucci, corrispondente per la RAI in Africa, più volte inviato dal Darfur, che ci ha omaggiati con un suo intervento in conferenza stampa.
La conferenza ha visto una buona presenza di giornalisti, con un conseguente discreto richiamo da parte delle agenzie stampa. Si è affrontato sia il tema della carenza di infrastrutture e personale che caratterizza la missione UNAMID (un "tradimento da parte della comunità internazionale", come titola appunto il dossier che abbiamo presentato insieme ad altre 36 ONG internazionali membri nella Globe for Darfur Coalition), sia quello della richiesta di incriminazione del Presidente sudanese Omar Al-Bashir da parte del procuratore Moreno-Ocampo della Corte Penale Internazionale (CPI). Ascolta la conferenza


Ai media arabi non piacciono gli "Arabi cattivi": silenzio sul Darfur
C'è un paradossale disinteresse del mondo arabo al conflitto in Darfur: il 40 per cento della popolazione sudanese è Araba, così come Arabi sono parte delle popolazioni interessate dal conflitto.
Nonostante il numero di civili coinvolti sia simile a quello stimato in Iraq, secondo Lawrence Pintak, giornalista esperto di media arabi, il conflitto in Darfur non ha la copertura mediatica che ci si aspetterebbe perché in Darfur viene definitivamente rotto lo schema degli Arabi vittime degli altri. In Darfur, gli "altri" sono gli Arabi. L'attacco più importante al silenzio dei media arabi è arrivato tre anni fa da Nabil Kassem, di Al Arabiya, produttore del censurato documentario "jihad on horseback" [...].

“Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”.
Non sono molto sicura di potermi annoverare tra i buoni, sono però assolutamente sicura che a fare ciò che posso non rinuncerò mai.



barbara


29 agosto 2008

AGGIORNAMENTO SU ZENG JINYAN

Tradotto dal danese con google translate.

Zeng Jinyan e della coppia bambino scomparso dal loro appartamento a 7. agosto. Il giorno prima arrivati i leader mondiali per la cerimonia di apertura delle e-politiche Giochi Olimpici di Pechino.
Ma con la coppia's Baby, è ora ritornare nel suo appartamento, dove i due possano continuare la loro arresti domiciliari. Debitamente monitorata da civilkædte ufficiali.
La polizia ha preso il suo a Dalian, dove si è svolta in 16 giorni. Ma prima di essere rapito, lei è stato permesso di vedere il marito in carcere. Qui ha scoperto che Hu Jia non aveva ricevuto le lettere che aveva spedito a lui. Sono stati confiscati.
In conseguenza Zeng Jinayan Hu Jia eseguire duro lavoro in carcere. In sette ore al giorno egli deve spazzare le foglie insieme. Ciò che è difficile per lui durante la sua permanenza in prigione, è stato male e ha avuto problemi al fegato.

Vabbè, più o meno si capisce, no?

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 29/8/2008 alle 12:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


8 agosto 2008

SPORT E POLITICA

Dice, non bisogna politicizzare le olimpiadi. E dice anche, non bisogna mischiare sport e politica. Chissà se si sono mai accorte le anime belle – ossia quelle che non dico al di là del proprio naso, ma neanche il proprio naso allo specchio sono capaci di vedere – che la richiesta della Cina di ospitare le Olimpiadi è stata dettata UNICAMENTE da ragioni politiche. Chissà se si sono mai accorte che la scelta del CIO di accogliere la richiesta è stata dettata UNICAMENTE da considerazioni politiche. Chissà se si sono accorti che tutto ciò che sta avvenendo in Cina, da mesi e mesi a questa parte, intorno alle Olimpiadi, è UNICAMENTE politico. Chissà se si sono accorti che tutto ciò che andranno a fare lì gli atleti di tutto il mondo è UNICAMENTE in funzione politica. È il sogno di una vita, dicono gli atleti. E io mi chiedo: si ha davvero il diritto di sognare sulla pelle di milioni di innocenti? E mi chiedo: ha davvero il diritto di chiamarsi col nome di sogno una cosa intrisa di sangue, del sangue di milioni di innocenti?
E adesso vai a leggere qui e qui – e non azzardarti a tirare fuori scuse tipo che non hai tempo o altre puttanate simili.







Oppositori sopravvissuti ai lager cinesi




Repressione in Tibet


Bambini in fabbrica 15 ore al giorno


Esecuzioni di massa

barbara


6 marzo 2008

TIBET, TIBET, RAISE YOUR FLAG!



A dirlo siamo capaci tutti, ma dirlo in Cina, chi di noi ne avrebbe il coraggio? Beh, lei lo ha fatto: che splendida lezione per tutti i politici dell’intero pianeta!



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





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