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Diario


13 febbraio 2011

GLI ULTIMI 56

DALL’ISOLA MAURITIUS PER COMBATTERE I NAZI

L’odissea degli ultimi 56 soldati della Brigata Ebraica

Di Primo Fornaciari


Molte storie di combattenti ebrei contro il nazismo sono rimaste nascoste, a volte non raccontate perché ritenute marginali e, a torto, poco importanti. Quella che sto per raccontare è soprattutto la storia di un viaggio. Viaggio prima della disperazione e poi della vittoria. Comincia in Austria, passa per la Palestina britannica, si sposta nell’Oceano Indiano, torna indietro fino in Egitto, e da qui in Europa, precisamente in Belgio. Per farmi raccontare bene questa odissea ebraica degli anni Quaranta, ho contattato un reduce della Brigata Ebraica. Il suo nome è Henry (Heinrich) Wellisch, ha settantotto anni, e vive a Toronto, dove ha diretto la Società Genealogica ebraica del Canada. “Nel marzo del 1938 i Tedeschi occuparono l’Austria” – racconta Wellisch, che all’epoca aveva sedici anni – “e la vita normale di 180 mila ebrei viennesi fu stravolta”. Dopo aver fatto diversi piani di fuga, senza riuscire a raggiungere i parenti in Canada, la famiglia di Henry viene a conoscenza che organizzazioni sioniste stanno organizzando viaggi “illegali” verso la Palestina. Il tutto sotto il vigile occhio del regime nazista, che a quel tempo lasciava ancora partire gli ebrei. Sbrigate le pratiche necessarie, e pagate le somme dovute, la famiglia Wellisch raggiunge Pressburg (Bratislava), prima tappa dell’itinerario. Il programma prevedeva la discesa del Danubio fino alla Romania, e da lì l’imbarco verso la Palestina. Ma l’inverno tra il 1939 e il 1940 fece un freddo glaciale.

“Il Danubio gelò – ricorda Wellisch – e così restammo bloccati nei campi profughi, da dove riuscimmo a partire solo nel settembre del 1940”. Nel frattempo il lavoro delle organizzazioni ebraiche andò avanti, e in totale si riunirono 3500 ebrei dall’Europa centrale, pronti ad imbarcarsi su quattro battelli. Ci volle una settimana per arrivare alla foce del Danubio dove ad

attendere i viaggiatori c’erano tre navi greche: l’Atlantic, il Pacific e il Milos. “Trovammo posto sull’Atlantic, una vecchia carretta da 1400 tonnellate, che caricò 1800 persone. Le condizioni a bordo erano terribili, il sovraccarico era tale da farla spesso sbandare sui fianchi in modo pauroso. Poco cibo e condizioni igieniche pietose, fecero sì che in molti si ammalarono e ci furono anche dei decessi. I morti furono sepolti in mare aperto. Salpammo il 7 ottobre da Tulcea e il giorno dopo arrivammo a Istanbul, dove ci fu distribuito pane e acqua. Spesso si fecero di questi scali di rifornimento, passati i Dardanelli, nelle isole greche. Poi il 16 ottobre, giunti ad Heraklion nell’isola di Creta, esaurito il carbone fummo costretti a fermarci. Con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia, del 28 ottobre del ’40, ci furono allarmi quotidiani di incursioni aeree, ma per fortuna nessun attacco. Solo l’8 novembre, grazie all’aiuto delle

comunità ebraiche greche, riuscimmo ad ottenere il carbone per poter riprendere il viaggio”.

In vista di Cipro però la nave dei profughi fu abbordata da un rimorchiatore della Marina britannica, che la obbligò a fare scalo a Limassol.

“La polizia inglese salì a bordo. Furono molto efficienti: ci rifornirono di carbone, di un nuovo capitano (quello greco aveva già tentato prima di abbandonare il comando e restare sulle coste greche), di nuovo equipaggio e scorta militare. Così attrezzati ripartimmo alla volta della “terra promessa”. Noi sognavamo: il mattino dopo, al levar del sole, avremmo visto il Monte Carmelo, cantato l’Hatikvà, e soprattutto quel viaggio terribile sarebbe finito”.

E invece era solo l’inizio…

“Proprio così. Arrivati al porto di Haifa le autorità di polizia inglesi ci dissero che, per motivi di sovraffollamento dei campi profughi, saremmo stati momentaneamente alloggiati a bordo di una grande nave di linea francese, il
Patria. I passeggeri del Pacific e del Milos, arrivati prima di noi, erano già a bordo. Erano da poco iniziate anche per noi le operazioni di imbarco quando

una esplosione terribile rovesciò la nave in mare. Annegarono oltre 250 persone. Come abbiamo saputo in seguito, le autorità britanniche avevano progettato di deportarci tutti, e la resistenza armata ebraica aveva cercato di impedire ciò, con risultati però disastrosi. Dopo questi eventi fummo trasferiti al campo di Alit, vicino ad Haifa, ma i britannici non avevano rinunciato al progetto di spedirci lontano dalla Palestina, l’avevano solo momentaneamente

rinviato”.

Eravate ormai a casa, stavate calpestando la terra di Israele. Deve essere stato molto frustrante.

“Lo fu eccome. Solo quelli che furono soccorsi e si salvarono dall’affondamento del
Patria riuscirono a restare. Tutti noi del campo di Alit, invece, eravamo destinati all’isola Mauritius”.

Attuaste forme di resistenza?

“Certo. Ci opponemmo in modo passivo. Tutti ci rifiutammo di fare i bagagli e lasciare le baracche. Restammo distesi, nudi, nelle nostre brande. Gli inglesi radunarono un gran numero di poliziotti e militari, e riuscirono a far sloggiare la gente dal campo con la forza. Ci caricarono su dei camion e ci rispedirono al porto di Haifa”.

Quegli stessi camion che tu di lì a qualche anno avresti guidato indossando una

divisa inglese… Ma torniamo al porto di Haifa.
“C’erano due navi olandesi ad aspettarci. Eravamo stanchi, delusi, e molto abbattuti. Dopo tutto quello che ci era già capitato, ora anche la deportazione in un’isola remota. Furono momenti molto tristi. Il viaggio per fortuna fu tranquillo. A Port Louis nell’isola Mauritius ci attendeva una vecchia prigione coloniale trasformata in campo maschile. Il campo femminile invece era fatto di baracche di lamiera ondulata. Appena arrivati scoppiò un’epidemia di febbre

tifoide, che in un mese si portò via circa 50 persone. Mia madre, molto provata, contrasse sia la febbre tifoide che la malaria, e in poco tempo morì.

Quale fu il trattamento nel campo?

Le condizioni furono dure, ma mai brutali. Non possiamo fare assolutamente un paragone con quello che stava capitando ai nostri connazionali in Europa. Eravamo in tutto 1600, la metà originari di Vienna, gli altri della Cecoslovacchia e di Danzica. La vita nel campo entrò presto in una sua routine. Ogni uomo aveva la sua cella, in uno dei due blocchi della prigione, ma le porte delle celle non erano chiuse a chiave. Dopo circa sei mesi alle donne sposate fu permesso di visitare il campo durante le ore diurne. Al pomeriggio tutti i detenuti potevano darsi convegno in un’area aperta vicino al campo. Un problema, certo, era il cibo insufficiente, ma soprattutto ci pesava la condizione psicologica di esser così lontani da tutto e l’insistenza, da parte delle autorità britanniche, nel ripetere che mai avremmo potuto mettere piede in Palestina. Comunque si formò una comunità piuttosto coesa. C’erano due sinagoghe, una scuola, un gruppo teatrale, una biblioteca, squadre di calcio e di pallavolo, e diversi laboratori artigianali. Si organizzavano letture, concerti, e spettacoli teatrali. Si potevano anche seguire corsi di lingua inglese e di lingua e storia ebraica.

E arriviamo così alla chiamata alle armi…
“Sì, durante tutti i quattro anni della nostra detenzione circa duecento uomini si arruolarono nelle varie armate alleate. Io mi unii alla Brigata Ebraica, e lasciai Mauritius all’inizio del 1945.


Mombasa, Kenia. I volontari da Mauritius in viaggio verso l’Egitto

Ma in quel periodo i battaglioni ebraici erano già in Italia…

“Non solo. Quando con i miei 55 compagni arrivai al centro di addestramento in Egitto, era già aprile, e la guerra stava finendo. Raggiungemmo la Brigata in Belgio, quando ormai si trovava alla fine del suo percorso attraverso l’Europa.


Camion della Brigata Ebraica ad Antwerp (Belgio)


Fui assegnato a una compagnia di trasporti, ed ebbi modo di collaborare al trasporto illegale dei profughi verso il sud del continente, agli imbarchi per la Palestina. A volte dei sopravvissuti all’Olocausto transitarono anche dal nostro

comando: fornivamo loro falsi documenti e, facendoli passare per soldati della Brigata in licenza, li mandavamo in Palestina.

Il cerchio si chiuse: da profugo ad aiuto per i profughi. Però, se da combattenti in Europa non riusciste a sparare neanche un colpo, di lì a poco, tornati in patria…

“Sì, nel 1947 la situazione in Israele precipitò. Fummo chiamati a difendere subito la giovane patria. Fui assegnato a un reparto del Genio addetto allo sminamento. Ero nella Brigata Alexandroni, e la nostra unità partecipò a molte azioni nella parte centrale del fronte; poi nel nord del Neghev, nel combattimento vicino al cosiddetto “Faluja pocket”, nella zona di Beersheba. Nel 1949 fui congedato dall’esercito e ripresi il mio lavoro. Era un periodo molto duro e la mia famiglia in difficoltà decise di raggiungere il resto dei parenti in Canada.

Quale fu il destino dei profughi di Mauritius?

“Il campo fu smantellato nell’agosto del 1945, e i 1300 detenuti rimasti raggiunsero, nella maggior parte, la Palestina. Nel cimitero ebraico di Mauritius restarono in 128”.

E i 56 volontari della Brigata?
“Molti miei compagni caddero nella guerra di Indipendenza del ‘48”.

Ma la decisione di unirvi all’esercito inglese, a chi, cioè, aveva infranto il vostro sogno di libertà e da quattro anni vi teneva prigionieri, fu difficile da prendere? Cosa vi spinse a farlo?

“Che cosa?– risponde senza esitare Henry Wellish – Semplice, volevamo “fight the nazis!”: combattere i nazisti”.

Articolo apparso su “Le Ragioni dell’Occidente” del dicembre 2010 (qui)


Aprile 1945, Ismailia (Egitto), cinque volontari da Mauritius. Il secondo da sinistra, con gli occhiali, è Henry Wellisch

Non solo pecore al macello. Non sempre pecore al macello. Ma soprattutto, MAI PI
Ù pecore al macello. (Anche se, con tutti i lupi che si aggirano fra noi, qualche innocente agnello finisce sempre per essere sbranato. Oggi, 13 febbraio, ricordiamo il quinto anniversario del martirio di Ilan Halimi. O meglio, della conclusione del suo martirio durato 24 giorni, durante i quali un intero condominio ha ascoltato le urla strazianti di un essere umano bestialmente torturato senza che a nessuno venisse in mente di prendere in mano un telefono).



barbara


26 aprile 2010

IERI 25 APRILE, COMMEMORAZIONE DELLA LIBERAZIONE

E poiché un ruolo imprescindibile nella nostra liberazione ha avuto la Brigata Ebraica, ne voglio ricordare qui l’istituzione.

I moderni Maccabei della Brigata Ebraica

Sessant’anni fa gli inglesi decisero, a malincuore, di istituire una forza armata ebraica che avrebbe preso parte alla parte finale del secondo conflitto mondiale a fianco degli Alleati contro la Germania nazista. Salutati come la moderna incarnazione dei Maccabei, i soldati della Brigata Ebraica lottarono per la sopravvivenza di Israele, sia dentro che fuori del campo di battaglia.
L’idea di un esercito ebraico moderno era ben presente nel pensiero di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, leader del movimento sionista revisionista (precursore del moderno Likud). Per lui la rinascita della forza militare ebraica era il necessario preludio della rinascita dello Stato ebraico, e nei suoi scritti, il giornalista scrittore e politico di Odessa, cita proprio i
Maccabei come modello ispiratore per i giovani della sua generazione.

Durante la prima guerra mondiale, Jabotinsky e altri dirigenti sionisti esercitarono pressioni su Londra per creare una forza militare ebraica in grado di contribuire allo sforzo bellico degli Alleati. Un volantino per il reclutamento nella Legione ebraica, dichiarava: "La stella di Davide che ha guidato l'esercito dei Maccabei, di gloriosa memoria, nelle battaglie per la liberazione di Israele più di 2.000 anni fa, può sventolare ora di nuovo per condurre gli uomini ebrei verso una libera terra di Israele, per un nuovo popolo libero. " E ciò avvenne - la Legione ebraica svolse un ruolo importante nella liberazione britannica della Palestina dai Turchi.
Dopo l'invasione tedesca della Polonia nel 1939 Jabotinsky chiese agli inglesi di creare una nuova forza armata ebraica, in grado di partecipare alla guerra contro Hitler. Londra inizialmente respinse la proposta, considerandola un avvio al processo di costituzione di uno Stato ebraico, paventando la reazione rabbiosa degli arabi. "Un esercito ebraico non può essere dissociato dal nazionalismo ebraico," disse funzionario dell'Ufficio Esteri ad un collega. "Una nazione ebraica, sostenuta da un esercito ebraico sotto una propria bandiera è solo il primo passo verso la piena realizzazione del sionismo
politico".
Jabotinsky quindi rivolse la sua attenzione verso Washington, compiendo un viaggio verso gli Stati Uniti, all'inizio del 1940, per cercare sostegno per l'idea di un esercito degli ebrei. Dopo la morte di Jabotinsky, la campagna ebraica per un esercito nazionale fu guidata da due dei suoi seguaci, Hillel Kook (meglio conosciuto come Peter Bergson) e Benzion Netanyahu (storico e padre dell’attuale Primo ministro di Israele).
Il loro "Comitato per un esercito degli ebrei palestinesi", utilizzò tattiche forse non ortodosse, ma sicuramente efficaci, come ad esempio annunci a tutta pagina sui giornali, e azione di lobbying verso membri del Congresso. La campagna per l’impegno militare ebraico attirò l'appoggio di numerosi esponenti politici, dirigenti sindacali e intellettuali di spicco. Ottenne con successo l’appoggio di molte stelle di Hollywood e Broadway, grazie agli sforzi del drammaturgo Ben Hecht e dell’attrice Stella Adler.


Il sostegno all’idea di un esercito ebraico attraversò l’opinione pubblica americana abbattendo le barriere razziali. I suoi sostenitori inclusero rappresentanti afro-americani come il leader laburista A. Philip Randolph, lo scrittore Langston Hughes e l'intellettuale W.E.B. DuBois.
Il Dipartimento di Stato si mostrò contrario alla proposta dell'esercito ebraico per il fatto che tale mobilitazione stava avendo un effetto "allarmante", suscitando il sentimento anti-americano nel mondo arabo. Ma Bergson raggiunse notevoli progressi nel conquistare simpatie presso il ministero della Guerra, ottenendo il sostegno del ministro della Guerra Henry Stimson, del Capo della Marina Frank Knox e del suo vice Adlai Stevenson.

Intanto i dirigenti sionisti proseguirono nel loro lavoro di convincimento verso i funzionari britannici. Grazie ai loro sforzi, alla fine Londra si convinse che la creazione di una forza combattente ebraica era necessaria per impressionare l'opinione pubblica americana. Winston Churchill spiegò la sua decisione del 1944, che portò alla creazione della Brigata Ebraica, in questi termini: "Mi piace l'idea degli ebrei vogliano combattere contro gli assassini dei loro connazionali in Europa, e penso che ciò, se si realizzasse, darebbe una grande soddisfazione agli Stati Uniti ".
I 5.500 soldati della Brigata Ebraica entrarono finalmente in azione nei primi mesi del 1945. Si distinsero nella lotta contro i tedeschi in diverse battaglie importanti. Nell’estate del 1945 presidiarono il confine austro-italiano, facilitando da questa posizione strategica il transito dei sopravvissuti dell'Olocausto verso la Palestina. Molti veterani della Brigata divennero membri attivi nel "Bricha" il movimento clandestino che permise l’immigrazione di migliaia di profughi ebrei in Terra Santa.
Più tardi, i veterani della Brigata hanno messo a disposizione la loro esperienza militare, guadagnata sui campi di battaglia d’Europa, per aiutare la sopravvivenza di Israele nella Guerra d'Indipendenza del 1948 contro gli eserciti arabi invasori.
Come i Maccabei dell’antichità, i soldati della Brigata Ebraica contribuirono alla libertà del loro popolo. Il loro straordinario coraggio e la devozione superarono ostacoli incredibili, e, ancora una volta, si può dire che i pochi prevalsero sui molti.

Kislev 26, 5765 / 09 December 04
Dr. Rafael Medof
Direttore del David S. Wyman Institute for Holocaust Studies (fonte)

E abbiamo visto, negli ultimi anni, presi a insulti e sputi questi gloriosi combattenti per la nostra libertà, abbiamo visto bruciare le loro bandiere, abbiamo visto prendere a insulti e sputi perfino i superstiti dei campi di sterminio, ma noi non ci arrendiamo, e la nostra bandiera continua e continuerà a sventolare alta nel cielo.


foto cortesemente fornita da Fuori dal Ghetto

E mentre gli uomini combattono con armi leali, i vermi che di putridume si nutrono e putridume producono, preferiscono combattere così.


barbara


29 aprile 2009

JEWISH BRIGADE

A pochi giorni dalla ricorrenza del 25 aprile, e nel giorno di quella di Yom ha-Atzmaut, ricordiamo la gloriosa brigata ebraica che ha contribuito alla nostra liberazione e i cui soldati hanno poi contribuito, pochi anni più tardi, alla difesa del neonato stato di Israele.



barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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