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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 marzo 2009

CON GLI OCCHI RIVOLTI AL CIELO

Cambiano i tempi, cambiano i luoghi, cambia anche il colore della pelle, ma non cambia il destino assegnato d’ufficio alle donne: servire il loro signore e padrone e tacere. E così avviene anche in questo piccolo capolavoro, scritto più di settant’anni fa e tuttavia ancora fresco come un bocciolo irrorato di rugiada. Ci racconta, questo libro breve ma intenso, di una ragazza costretta a sposare un uomo che non ama, non desidera, non stima. Ci racconta della sua vita infelice con lui. Ci racconta della sua decisione di abbandonarlo per un uomo che sembra migliore ma che, alla prova dei fatti, non lo è poi tanto. Ma ci racconta anche di una coraggiosa scelta di dare un calcio alle regole codificate e alle convenzioni, al perbenismo e alla morale comune, infischiandosene delle malelingue che tagliano e cuciono senza pietà; la scelta di andarsene e poi tornare, quando sarà giunto il momento di farlo, passando a testa alta davanti ai vicini indignati e scandalizzati, senza dare spiegazioni né tanto meno mostrare pentimento per avere scelto di costruire il proprio destino, per quanto scandaloso, anziché accettare passivamente quello assegnatole dalla sorte.
Un libro bellissimo, da leggere tutto d’un fiato.

Zora Neale Hurston, Con gli occhi rivolti al cielo, Bompiani



barbara


19 agosto 2008

RACCONTI E STORIELLE DEGLI EBREI

Una causa intentata contro Dio

Questa storia accadde all'epoca in cui vivevamo sotto la benefica guida del grande zaddik, saggio e taumaturgo rebe Elimelekh. In ogni casa il suo nome veniva pronunciato con trepidazione e con amore, in ogni famiglia venivano raccontate su di lui decine di storie straordinarie. Ma la storia più straordinaria tra tutte quelle che la gente raccontava su di lui, trasmettendosele di bocca in bocca, fu quella di quando il Signore Iddio fu citato in giudizio e di come a giudicarlo fu niente di meno che lo stesso rebe Elimelekh.
Ma andiamo con ordine.
Accadde, un tetro giorno di sventura per tutta la nostra gente, che lo zar bandisse una gzeyra con cui ingiungeva di scacciare entro un mese oltre i confini dello stato tutti gli ebrei. L'ordinamento dello zar raggiunse con la velocità del fulmine i più sperduti borghi e villaggi precipitando nel lutto più nero tutte le comunità. Cos'è che han sempre fatto da tempo immemorabile in casi simili gli ebrei? Proclamato un digiuno. E così fecero anche quella volta. A esclusione dei bambini, delle donne incinte e dei malati, tutti si misero a digiunare e a rivolgere al Cielo ardenti preghiere.
Giorno e notte nelle sinagoghe rimanevano aperte le porte dell'Arca con i rotoli della Torah. Rabbini e zaddik, indossati tales e tfiln, senza più conoscere sonno o riposo, leggevano i salmi e le preghiere del lutto. Passavano i giorni, si avvicinava la fatale scadenza, ma nulla induceva a pensare che Dio si fosse lasciato commuovere e avesse revocato l'infausta gzeyra.
Vi era, tuttavia, una sola persona che non era sprofondata nel lutto, che non si affliggeva e non piangeva. Era questi il famoso capo della yeshive di Volozin, il saggio e pio reb Nokhemtze. Fin dal giorno in cui era stata emanata la gzeyra, reb Nokhemtze si era messo a sedere davanti ai libri. Consultato il Shulkhan Orekh e la Khoshen Mishpat, cercò insistentemente nell’Arba Turim, nello Yad Khazaka, nello Zohar e in altri libri risposte agli interrogativi che lo stavano tormentando. In quei terribili giorni sfogliò centinaia, migliaia di pagine ingiallite trovando ogni volta nuove e ulteriori conferme alla straordinaria idea cui il suo pensiero aveva dato forma. Passò così alcuni giorni in un'indefessa tensione di tutte le sue energie mentali. Alla fine reb Nokhemtze, portata a termine la propria fatica, richiuse l'ultimo volume, lasciò la sua casa e si avviò da rebe Elimelekh.
"Rebe!" esclamò reb Nokhemtze comparendo davanti al grande rebe. "Può un signore permettere a qualcuno, chiunque egli sia, di ingerirsi nel destino dei propri servi?"
"No!" rispose reb Elimelekh. "Può farlo solo qualora egli voglia recedere dal proprio diritto di possedere quei servi."
"È così, illustre rebe", continuò reb Nokhemtze. "Questo dice la sacra Torah e questo dicono i nostri saggi e quanti insegnano la legge. Io sono venuto qui da te in quanto latore di una querela contro questo signore e perché esigo che le sue azioni vengano giudicate. Come ha potuto consentire Iddio che uno zar di questo mondo abbia per proprio capriccio scacciato dalle consuete residenze un intero popolo, e lo abbia così condannato a subire calamità e sofferenze?"
"Ma cos'è che vorresti, figlio mio?" chiese rebe Elimelekh.
"Io voglio citare in giudizio il Signore Iddio! Che lo si convochi davanti al Tribunale delle Sue stesse Leggi! "
"Ravvediti, figlio mio!" replicò tristemente rebe Elimelekh. "Come possiamo noi, creature di questa terra, costringere a una risposta il Creatore del Mondo?"
"Eccome se lo possiamo, se Egli provoca ingiustizia!"
"Ma non sarebbe allora più ragionevole giudicare lo zar di questo mondo?" osservò rebe Elimelekh.
"Lo zar di questo mondo? Perché mai giudicarlo se egli altro non è se non uno strumento nelle mani di Dio, uno strumento della Sua volontà? " si ostinò reb Nokhemtze.
Al che rebe Elimelekh sprofondò in dolorosi pensieri. A lungo durarono queste sue elucubrazioni, mentre il pio reb Nokhemtze se ne stava accanto a lui in sottomessa attesa della sua decisione. Alla fine rebe Elimelekh alzò la testa e disse:
"La tua intenzione di citare davanti al Din Toyre il Signore Iddio in persona è audace, se non arrogante, ma in considerazione del fatto che tale atto è stato sollecitato non da egoismo o da ambizione, bensì da grande amore per il popolo e da compassione per le sue sofferenze e per le calamità cui è fatto oggetto, tenendo conto del tuo altruismo e del tuo disprezzo per il pericolo cui stai sottomettendo la tua vita e la tua anima, io, umile servo di Dio, posso anche dichiararmi pronto ad azzardarmi a citare Dio in giudizio ma solo se, in qualità di giudice, io sia affiancato da un collegio formato da giudici che non consentiranno alla decisione del tribunale di deviare dalla verità."
A questo punto, in attesa degli eventi futuri, il querelante se ne ritornò a casa. Quella stessa notte arrivarono casualmente (oppure tutt'altro che casualmente) da rebe Elimelekh il famoso zaddik di Ljady rebe Shneur-Zalman, che era considerato il massimo talmudista del suo tempo, e il grande Dov-Ber di Mezhrich, sopranno¬minato il Magid di Mezhrich.
Rebe Elimelekh raccontò loro dell'audace azione legale intentata da reb Nokhemtze e propose loro di unirsi a lui per ascoltare le controparti: reb Nokhemtze in qualità di querelante e Dio in qualità di querelato, e di pervenire alla decisione se siano, o meno, improntate a giustizia le azioni di Dio.
I due grandi uomini diventarono bianchi come due sudari. Furono sconvolti dall'idea sacrilega di citare Dio in giudizio.
"Chi siamo e cosa siamo noi per giudicare se siano improntate, o meno, a giustizia le azioni del Creatore?" proferì tremante rebe Shneur-Zalman.
"La Torah non è forse opera Sua? Egli è quindi la personificazione della giustizia", aggiunse il Magid di Mezhrich.
Ma il sommo rebe Elimelekh si dichiarò in disaccordo con loro:
"Fin da quando il Signore ci ha dato la Sua Torah essa appartiene a noi e non a Dio, e noi non solo abbiamo il diritto, bensì il dovere, di commisurare sulle sue leggi tutto ciò che viene compiuto nel mondo, abbiamo il dovere di smascherare tutti coloro che agiscono contro la Torah, senza guardare in faccia nessuno. Mi avete sentito?" ripeté rebe Elimelekh, e la sua voce risuonò come rame. "Senza guardare in faccia nessuno! "
Gli illustri uomini udendo le parole di rebe Elimelekh si riscossero, quindi rialzato orgogliosamente il capo, dissero:
"Noi siamo pronti. In nome della giustizia imposta a noi uomini, noi siamo pronti a esprimere un giudizio circa la giustizia delle azioni dell'Altissimo."
Il giorno seguente il sommo tribunale cominciò a riunirsi. Il tavolo per il collegio giudicante fu ricoperto da un parokhes, vi furono collocate sopra delle candele accese e decine di volumi grossi. Attorno al tavolo presero poto i tre grandi uomini. Ognuno di essi aveva indossato tales e tfiln.
"È qui presente il querelante che ha intentato un'azione legale contro l'Altissimo?" chiese il presidente del tribunale rebe Elimelekh. "Sì!" si alzò dal proprio posto reb Nokhemtze. "È qui presente il querelato ed è Egli pronto a rispondere davanti a un tribunale composto di uomini, ed è Egli disposto a impegnarsi ad adempiere a quanto sarà deciso da questo tribunale?" chiese ancora il moderatore.
Per un minuto si fece silenzio, un silenzio di tomba. Si poteva addirittura udire il battito cardiaco di quegli uomini che avevano avuto l'ardire di sollecitare Dio a dare loro una risposta.
Infine, proveniente da chissà dove, si udì la voce flebile della Shkhine pronunciare in maniera assai percettibile:
"Sì, sono qui."
Il processo ebbe inizio.
"Querelante! Su cosa si basa la querela contro Dio, e cos'è che vuoi?" Reb Nokhemtze così cominciò:
"Io accuso Dio di ingiustizia. Servendosi di uno zar di questo mondo Egli ha condannato a sofferenze inenarrabili un intero popolo, tra cui centinaia di migliaia di persone di nulla colpevoli: donne e bambini. Egli ha fatto cadere la propria vendetta non solo su chi ha delle colpe, non solo sui peccatori, ma anche sui giusti, in evidente infrazione alle leggi della Torah. Io accuso quindi Dio di spergiuro: Egli ha assicurato la propria benevolenza al popolo eletto, ma in realtà lo ha scelto per imporgli una calamità che ci coinvolge singolarmente tutti. Io accuso Dio di istigazione degli uomini al male: pur ingiungendo loro di amare il prossimo, Egli costringe gli uomini a nutrire odio per il nostro popolo, giacché l'ingiunzione dello zar semina odio nei cuori di tutti i suoi sudditi. "Perciò io, a nome di tutto il popolo, definisco le azioni di Dio una evidente ingiustizia, in contrasto con le leggi consolidate, e fondo la mia accusa in considerazione di quanto esposto nei libri sacri seguenti... ai capitoli seguenti... nonché alle pagine seguenti... Traendo fondamento da tutto ciò, io esigo che la funesta gzeyra sia revocata!"
Reb Nokhemtze tacque. I giudici si consultarono tra loro, quindi rebe Elimelekh disse:
"Querelato! La legge ci impone di ascoltare anche l'altra parte. A te, dunque, la parola. Parla."
Allora una voce proveniente dall'alto pronunciò in maniera chiara e distinta:
"La maggior parte del mio popolo si è impantanata nei peccati. Io sono il Dio della vendetta, e quindi io esercito questa vendetta. Non è dato a un mortale abrogare una Mia volontà."
Ancora una volta si fece silenzio, un pesante, plumbeo silenzio rotto da rebe Elimelekh:
"II tribunale si ritira per pensare e per formulare una decisione."
Tre giorni passarono i giudici a elucubrare, a formulare giudizi, a cercare soluzioni: in base a citazioni, a riferimenti e ad analogie, ad ardenti discussioni e dimostrazioni, pervennero finalmente a un'unica conclusione:
"Si conviene che questa funesta gzeyra, emessa con il consenso di Dio, condanna tutto un popolo, ivi incluse centinaia di migliaia di persone di nulla colpevoli, a sofferenze inaudite; si conviene che questa gzeyra è una feroce violazione della suprema legge dell'amore.
"In considerazione, dunque, di tutte queste cose e accusando Dio di ingiustizia noi, tribunale di uomini, basandoci su leggi divine e umane, esigiamo che questa funestissima gzeyra sia da Dio revocata."
Questa fu il verdetto, lo psak-din del tribunale rabbinico, trascritto dal soyfer su pergamena e autenticata dalle firme dei tre illustri membri del santo tribunale, i rebe Elimelekh, Shneur-Zalman e Dov-Ber, dopodiché il rotolo di pergamena controfirmato fu trionfalmente collocato all'interno dell'Orn koydesh, tra i rotoli della Torah.
Trentasei ore dopo la gzeyra era stata revocata.

Ebraismo è anche questo: rivendicare orgogliosamente il diritto di discutere da pari a pari col padreterno in persona. E poi saper ridere di tutto e di tutti, se stessi compresi, ça va sans dire. Senza però dimenticare una cosa fondamentale: “Che noi ebrei si sappia ridere di noi stessi, non la autorizza a far scadere ogni nostra risata in barzelletta”.
In questo volume sono raccolti centinaia di racconti, leggende, storielle, figli dell’ebraismo orientale: quello che oggi non esiste più, interamente annientato nelle camere a gas e negli eccidi di massa perpetrati nel corso della seconda guerra mondiale. E anche per questo dunque, oltre che per il loro valore intrinseco, abbiamo il dovere di dedicare la nostra attenzione a questa letteratura: per strapparla all’oblio, per impedire che la vittoria del nazismo sul mondo della yiddishkeit sia ancora più totale, per riaccendere quelle voci che sono state spente con un barattolo di Cyclon B.

Racconti e storielle degli ebrei, raccolti da E. S. Rajze, Bompiani



barbara


14 marzo 2008

LE NONNE DI PLAZA DE MAYO

                        

Le Abuelas - le nonne di bambini dati alla luce da donne se­
questrate e assassinate dopo il parto, adottati da militari o da persone della loro cerchia - hanno dato vita a molti procedi­menti legali, individuando più di trecento casi di ragazzi e ra­gazze che oggi hanno tra i venticinque e i trent'anni. Con l'a­dozione dei bambini, il progetto di sopprimere definitiva­mente l'opposizione si estendeva al neutralizzarne la proge­nie, assimilandola al regime. I figli diventarono dunque un bottino di guerra di cui - con la stessa volontà di occulta­mento usata con le prove dei sequestri - la burocrazia milita­re cancellò nomi, date di nascita e origini. Quei neonati era­no destinati a diventare uomini e donne del tutto ignari del­la propria identità e della propria storia e ad essere cresciuti secondo i sani principi dell'autorità costituita ai quali si rifa­ceva il 'Processo di riorganizzazione nazionale'.
Un ex prigioniero della Scuola di meccanica della Mari­na testimoniò che questa "si trasformò in una sorta di luogo di concentramento di donne incinte. Quando prendevano una donna sul punto di partorire, la portavano nel sotterra­neo dell'Esma, in un luogo accanto alla sala di tortura che fungeva da infermeria. Se aveva bisogno di un taglio cesa­reo, la portavano invece all'ospedale della Marina, dove ve­niva operata e poi subito riportata all'Esma. In quel caso intervenivano i ginecologi e i medici tanto dell'Esma che del­l'ospedale della Marina. [...] In quell'ospedale, avevano un elenco di familiari di gente della Marina che, non potendo avere figli, si metteva in lista di attesa per prendere i figli delle prigioniere incinte."
Il 5 agosto 1978, el dia del nino, il giorno dedicato all'infan­
zia, due quotidiani pubblicarono a pagamento l'appello in cui le Abuelas rivolgevano una supplica "alle coscienze e ai cuori delle persone che detengono i nostri nipotini scomparsi, o li hanno adottati, o sanno dove si trovano. [...] Restituiteli alle fa­miglie. Che il Signore illumini coloro ai quali le creature ruba­te sorridono ignare". I militari risposero minacciando chiun­que si intromettesse in quella faccenda, e i tribunali per i mino­ri dissero che i genitori di quei bambini erano terroristi, assas­sini, e che, avendo cresciuto simili figli le nonne non sarebbero state in grado di allevare neanche i nipoti, che invece sarebbe­ro cresciuti sani in famiglie capaci di educarli correttamente.
Una nonna di La Plata in cerca della nipotina di tre mesi - rapita dai militari dopo che ne avevano ucciso la madre nel corso dell'assalto a una tipografia clandestina - venne rice­vuta da monsignor Montes, l'ausiliario del cappellano della polizia monsignor Plaza. "Signora, lasci le cose come stanno" la ammonì il prelato. "Eviti di irritare le brave persone che allevano sua nipote, e preghi, preghi molto."
Nel 1982, due nonne, Estela Carlotto e Chicha Mariani, conobbero a Berkeley una genetista che intuì che una ricer­ca sul Dna, la molecola ereditaria trasmessa dai genitori ai fi­gli, avrebbe potuto stabilire se tra nonna e nipote 'reaparecido' vi fosse davvero un legame di sangue. L'Istituto di im­munologia di Buenos Aires, in seguito a un decreto dell'allora presidente Alfonsín, fondò una Banca nazionale di dati genetici, alla quale i tribunali avrebbero potuto ricorrere per dirimere i casi controversi.
Nel 1987, un giudice decise per la restituzione alla nonna di una bambina sottratta dieci anni prima alla madre desaparecida e affidata a una poliziotta. "Si è disposto a volontà del­la vita di una neonata come parte del saccheggio cui si ab­bandonavano i sequestratori" recitava la sentenza.
Le Abuelas si unirono e cominciarono a pedinare chiunque apparisse loro sospetto, e qualcuna riuscì perfino a intrufolarsi nelle case dei nuovi genitori, fingendo di chiedere lavoro come domestica; in alcuni casi, fotografarono i bambini da lontano, con il teleobiettivo. "I nostri sospetti si consolidano" spiega una delle nonne che si occupa della parte investigativa dell'as­sociazione, "quando emerge che la madre, benché di famiglia benestante, non partorì in clinica ma in casa, assistita per di più da un medico militare coinvolto nella repressione."
Fino a oggi, le Nonne di Plaza de Mayo hanno recuperato settantacinque bambini dei cinquecento che ritengono siano stati rapiti, e sostengono che sia giusto continuare a cercarli fino all'ultimo: per smascherare i responsabili della menzogna imposta come un marchio alle loro esistenze, dicono, per dare ai nipoti la possibilità di conoscere la loro ve­ra famiglia e la loro storia, e per far condannare gli assassini dei padri e delle madri. (Le pazze, pp.303-305. Suggerisco di seguire tutti i link)

Fra pochi giorni ricorrerà l’anniversario, il trentaduesimo, del golpe militare che ha portato al potere, in Argentina, una delle più spietate dittature fasciste del dopoguerra. Ed è bello che a trentadue anni di distanza stia finalmente succedendo una cosa, legata a quell’inferno in terra, che forse riuscirà a portare una briciola, almeno una, di giustizia. Io ci spero. Io ci conto.


María Eugenia Barragán Sampallo con la nonna e il fratello ritrovati

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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