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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


22 maggio 2011

COME TI SMONTO DARWIN IN DIECI MOSSE

Da un po' di tempo circola una teoria a proposito dell'evoluzione della specie umana, che riscuote un certo successo fra gli atei, i libri di scuola, Marx ed Engels. È di un certo Darwin. Il cognome non me lo ricordo.
Per chi non legge i giornali, è forse il caso di fare un riassunto imparziale e il più possibile obiettivo di questa strampalata dottrina.
Tanto tempo fa la terra era popolata perlopiù da scimmie. Anche da qualche dinosauro e un paio di zanzare giganti, ma perlopiù da scimmie e, quello che è più importante, senza alcuna traccia di vita umana. Già questo è abbastanza fantasioso: come ci si può immaginare un mondo fatto tutto di scimmie? Impiegati scimmia, partite di calcio fra scimmie, cellulari a forma di scimmia... assurdo. Ma la sfrenata fantasia del signor Darwin non si ferma qui.
Ogni tanto, dice la sua teoria, nasce qualche scimmia disabile. Di solito si tratta di creature sfortunate, ridotte su una sedia a rotelle a sperare che qualcuno gli costruisca degli scivoli per salire e scendere dagli alberi. Naturalmente nessuno vuole riprodursi con loro e la cosa finisce lì.
Ma di tanto in tanto succede che una particolare malformazione renda la scimmia più brava a prendere le banane. Che ne so, un giorno una scimmia nasce col pollice opponibile, raccoglie due quintali di banane in mezza giornata e tutti fanno la fila per riprodursi con lei. Il giorno dopo tutte le scimmie hanno il pollice opponibile.
In questo modo, malformazione dopo malformazione, un giorno il pollice, un altro la posizione eretta, un altro ancora gli occhiali infrangibili, alla fine ti ritrovi con la terra piena di esseri umani.
Secondo Darwin, in definitiva, l'uomo non è altro che una scimmia handicappata. Questa in sintesi la teoria.
Mi rendo conto che non è difficile smontare una simile accozzaglia di panzane, ma siccome al giorno d'oggi la gente crede un po' a tutto, mi sembra giusto dedicare qualche riga alla sua confutazione.
1.
L'obiezione più ovvia. Se tutto questo è vero, perché oggi le scimmie non si trasformano più in uomini? Curioso vero? Quando non esisteva la televisione e tutto il resto, le scimmie facevano a gara a trasformarsi in qualcos'altro, ora che gli scienziati le tengono d'occhio giorno e notte se ne restano scimmie e basta. Troppo comodo.
2.
Perché non tutte le scimmie sono diventate esseri umani? Perché qualcuna sì e qualcun'altra no? È come dire che c'erano in giro delle scimmie che si sono dette: "Però! Essere uomini sembra una cosa eccezionale! Beh, sai che ti dico? Io quasi quasi resto scimmia".
3.
Se gli uomini sono solo delle scimmie disabili, come mai l'uomo è palesemente migliore della scimmia? Prendiamo il biliardino, per esempio. In un'ipotetica partita a biliardino chi pensate che vincerebbe? Si è mai visto un handicappato battere uno normale dieci a zero? Va bene che adesso si chiamano "diversamente abili" e forse un giorno si chiameranno "ulteriormente abili", "straordinariamente abili", "ammazza quanto so' abbili", però resta il fatto che a biliardino non vanno fortissimo.
4.
Dove sarebbero finiti tutti i peli?
5.
Ammettendo per assurdo che Darwin abbia ragione, resta un problema: da che cosa si sarebbero evolute le scimmie? Scommetto che ora Darwin avrebbe una risposta anche per questo, magari direbbe che si sono evolute dalle cozze o dai cappelli di paglia. Purtroppo doveva pensarci prima.
6.
Chiunque sia stato allo zoo può confermarlo: nessuna scimmia assomiglia neanche lontanamente a un essere umano. Al massimo lo scimmiottano, ma questo non va certamente a loro merito.
7.
Da questa teoria seguirebbe necessariamente che la Bibbia è un libro di fiction, cosa che farebbe sicuramente comodo a un sacco di gente (tipo quelli che si vogliono sposare con gli omosessuali o che pensano di poter fare quello che gli pare quando sono in bagno), ma che nessuna persona intelligente potrebbe prendere seriamente in considerazione. Nella Bibbia ci sono solo proposizioni vere, e se ogni tanto è un po' incoerente è solo colpa di Gödel.
Ero sicuro di avere altre tre prove. Appena mi vengono in mente le scrivo.


scritto da Smeriglia, qui: http://comablog.splinder.com/post/11603754

Io, sia ben chiaro, non è che sposi in toto le posizioni del signor Smeriglia, ci sono cose che, diciamolo, mi convincono solo fino a un certo punto, ma poiché, come ha scritto recentemente qualcuno su questi schermi, fare informazione significa dare tutte le versioni, ecco, per essere corretti bisogna dire che secondo qualcuno l’11 settembre lo hanno fatto gli americani, oppure gli israeliani o perfidi giudei che dir si voglia, oppure le torri sono collassate perché precedentemente – forse, chissà, addirittura in fase di costruzione in attesa che a qualcuno venisse l’idea di atterrarci senza passare dall’aeroporto – minate all’interno. E che qualcuno ritiene che Arrigoni è morto per colpa degli ebrei, che se non lo hanno fatto fuori di persona sono sicuramente responsabili come mandanti – tanto lo sanno tutti che gli ebrei sono tutti ricchissimi e figurati se non potevano pagare qualcuno invece di mettersi in gioco direttamente. E che è opinione di qualche illustre storico che quelle che noi impropriamente chiamiamo “camere a gas” erano in realtà luoghi adibiti alla disinfezione. E, naturalmente, che un folle di nome Darwin – il cognome non me lo ricordo neanche io – si è messo in testa che noi discenderemmo dalle scimmie. Vabbè, io il mio dovere l’ho fatto, adesso vedete un po’ voi.
Se invece non siete in vena di dedicarvi al cazzeggio con le teorie alternative perché avete problemi molto più seri, tipo la mancanza di un lavoro, allora vi suggerisco di andare qui, dove troverete la più brillante delle soluzioni a tutti i vostri problemi.

barbara


11 novembre 2010

POICHÉ AMO SMISURATAMENTE IL TIZIO DELLA SERA,

e amo smisuratamente Roberto Saviano, e amo smisuratamente Ugo Volli, e amo la lingua italiana e il vederla usata con eleganza, e amo la verità e chi ha il coraggio di dirla, tanto per cominciare vi offro l’ultimo Tizio della Sera fresco di giornata:


Basta poco

Con una scelta coerente ai temi della prima puntata di "Vieni via con me", Saviano non ha parlato delle sue radici. Da par suo, ha riacceso le luci su Borsellino, poi, in un altro segmento, dopo essersi messo una bandiera tricolore in spalla, ha parlato del Risorgimento con una passione civile sconosciuta al mondo presente e ha pronunciato il giuramento della Giovane Italia. Lo ha fatto sia in modo ponderato che con slancio, cosa che che gli fa ulteriormente onore, e abbiamo amato Roberto Saviano anche per questo, senza fare come è accaduto per settimane la grottesca contabilità della sua appartenenza spirituale. Eppure quello che vedevamo in onda in un volto bruno approfondito dai due pozzi degli occhi, era anche un ebreo italiano - il Risorgimento, una famiglia di patrioti, un retaggio sefardita. E la bolla anti-ebraica che aveva giganteggiato intorno a lui per qualche settimana, si è afflosciata come se non fosse mai esistita - oblio allo stato puro, surrealtà: come nei sogni. La morale è antichissima e oltrepassa sia l'epoca che una trasmissione davvero eccezionale, e le oltrepassa dato che riguarda il tormento così antico della vita ebraica, e la morale è infatti la solita: che basta così poco perché non ci siano problemi ebraici - è sufficiente non porli.

Il Tizio della Sera


E poi, essendo rimasta un po’ in arretrato, vi regalo Ugo Volli 1, Ugo Volli 2, Ugo Volli 3, Ugo Volli 4 e Ugo Volli 5. Buona lettura.


barbara


4 novembre 2010

PASSATO E PRESENTE

Quattrocento sicli di argento - una cifra considerevole per l'epoca - è il prezzo che Abramo paga senza battere ciglio per acquistare la grotta per seppellire Sarà e i suoi discendenti. E' l'esordio del brano (Genesi 23:16) che, con caparbia ostinazione giudaica teologico-biblica, leggeremo questo Shabbat. Bisogna capire come mai la Torah si dilunghi tanto sui dettagli dell'acquisto. Una possibile risposta la dette R. Yudan figlio di R. Simon, un Maestro vissuto in terra d'Israele nel terzo secolo: "Questo è uno dei tre luoghi per i quali le nazioni del mondo non possono tormentare Israele accusandoli di averli rubati" (Bereshit Rabba 79:7). Perché sull'acquisto di questi luoghi c'è una precisa informazione biblica. Oltre alla grotta acquistata da Abramo, l'area del Santuario (1 Cron. 21:25) e la tomba di Giuseppe (Genesi 33:19). Almeno su questi tre luoghi, dice R. Yudan, ci dovrebbero lasciare in pace. Eppure, sentendo le dichiarazioni dei reverendi Padri Sinodali (che, almeno per l'abito che indossano, nella Bibbia ci dovrebbero credere), R. Yudan sembra un incorreggibile ottimista.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

Già, uno si immagina che un atto di compravendita sia sufficiente a legittimare una proprietà ma poi ti arriva qualcuno che nega tale legittimità. Nel frattempo abbiamo avuto modo di vedere che il messaggio del sinodo – cari terroristi ammazzate pure tutti i cristiani che volete che noi vi assolviamo a priori perché sappiamo che state solo resistendo ai perfidi giudei – è stato perfettamente recepito dai destinatari, che hanno immediatamente provveduto a far fuori un altro po’ di cristiani, e come sempre c’è qualcuno che non si lascia scappare l’occasione per gridare al complotto e incolpare della strage i soliti suddetti perfidi giudei. I quali perfidi giudei, nel loro indefesso complottare, arrivano persino a spacciarsi per storici (pseudo-storici, infatti, devono essere correttamente chiamati), ma c’è chi per fortuna li rimette al loro posto.

barbara


2 ottobre 2010

UNA RIFLESSIONE SULL’IRAN

Ci è giunta nei giorni scorsi la lieta novella che Sakineh non sarà lapidata per adulterio: sarà impiccata per omicidio. Mi è allora tornato alla mente questo commento di rav Di Segni di qualche mese fa, che mi sembra interessante riproporre.

Il misterioso messaggio della Meghillà di Ester

A meno di un mese da Purim dovremmo cominciare a entrare nell'atmosfera di questa festa, in particolare con lo studio. La Meghillà di Ester è il documento fondante di questa festa, ed è, tra i libri della Bibbia, uno dei più intriganti, allusivi e misteriosi, se la si riesce a leggere bene. Ovviamente non manca chi dice che sia tutta un'invenzione, la storia, le descrizioni di ambiente e tutto il resto. Ma basta un istante di attenzione per capire che non è proprio così. Si pensi al motivo ripetuto delle impiccagioni. Haman chiede per Mordekhai una forca alta 50 braccia. Su quella forca, poi, ci finirà lui e dopo i suoi figli. Se qualcuno dubita del gusto malefico del potere persiano antico per le impiccaggioni ostentate, si legga le cronache quotidiane dall'Iran e mediti sulle lugubri immagini di pali meccanici altissimi usati per impiccarci dissidenti e "criminali". Stessi luoghi, stesso rito macabro, speriamo anche stesso esito di Purim, magari un po' meno truculento, ma comunque risolutorio.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

Sì, in effetti, se su una di quelle forche ci finissero, invece di Sakineh, Ahmadinejad e i suoi accoliti – e magari anche quelcuno dei loro accesi sostenitori nostrani – non sono molto sicura che impazzirei dalla disperazione.

                    

          

barbara


19 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM 2

Perché mai questi brani coranici ci dovrebbero turbare più di certi brani biblici come Esodo 21:7–11, che precisa le regole per poter vendere la propria figlia come schiava? Perché nell’islàm non esiste l’equivalente della Regola Aurea, come specificata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” (Matt. 7:12). La tradizione islamica più vicina a questo detto, può essere considerato un adith in cui Maometto dice “Nessuno di voi avrà fede finché non desidererà per il suo fratello (musulmano) quello che desidera per se stesso”. Il “musulmano” tra parentesi nella frase precedente è stato aggiunto dal traduttore Saudita e non appare nell’originale Arabo; tuttavia, nella tradizione islamica, “fratello” è un termine che non viene usato per indicare chiunque, ma solo i “credenti”, membri della comunità musulmana. Inoltre contraria all’interpretazione universale di questa massima è la netta distinzione tra credenti e non credenti che permea tutto l’islàm. Il Corano dice che i seguaci di Maometto sono “spietati con i miscredenti, ma misericordiosi tra di loro” (48:29), e che i miscredenti “di tutta la creazione sono i più abbietti” (98:6). Si può esercitare la Regola Aurea con i correligionari musulmani, ma questa cortesia, secondo la concezione espressa dai precedenti versetti e molti altri simili, non può essere propriamente estesa ai miscredenti.
Questa è una delle ragioni principali per cui la prima fonte di schiavi nel mondo musulmano sono stati i non musulmani, sia Ebrei, Cristiani, Indù o pagani. Nell’islàm molti schiavi erano non musulmani, catturati durante le guerre di jihad. La studiosa Bat Ye’or, antesignana degli studi sul trattamento dei non musulmani nelle società islamiche, spiega il sistema che si sviluppò a seguito delle conquiste della jihad.
L’organizzazione della schiavitù del jihad, includeva contingenti di schiavi, sia maschi che femmine, consegnati annualmente in accordo coi trattati di sottomissione sottoscritti dai sovrani che erano tributari del Califfo. Quando Amr conquistò Tripoli (Libia) nel 643, costrinse i Berberi, sia Cristiani che Ebrei, a consegnare mogli e figli come schiavi all’esercito Arabo come parte della loro jizya [tassa sui non musulmani]. Dal 652 fino alla sua definitiva conquista nel 1276, la Nubia fu obbligata ad inviare annualmente un contingente di schiavi al Cairo. Trattati conclusi con le città della Transoxiana, Sijistan, Armenia e Fezzan (Marocco) durante il califfato Omayyade e quello Abbasside prevedevano un invio annuale di schiavi di entrambi i sessi. Tuttavia, le fonti principali dell’approvvigionamento di schiavi rimasero le regolari razzie nei villaggi del dar-al-harb [la Casa della Guerra, cioè le regioni non islamiche] e le spedizioni militari che rastrellavano molto più profondamente le terre degli infedeli, svuotando città e campagne dei loro abitanti.
Lo storico Speros Vryonis osserva che “fin dall’inizio delle razzie Arabe nella terra di Rum [l’Impero Bizantino] il bottino umano era diventato la parte più consistente delle spoglie di guerra”. I Turchi, che continuavano a conquistare parti sempre più cospicue di Anatolia, ridussero in schiavitù le comunità residenti, Greche o comunque non musulmane: “Fecero schiavi uomini, donne e bambini di tutti i maggiori centri urbani e della campagna dove le popolazioni erano senza difesa”. Lo storico Indiano K. S. Lal afferma che ovunque i jihadisti conquistarono un territorio “si sviluppò un sistema di schiavitù tipico del clima, del terreno e della popolazione del posto”. Quando le armate musulmane invasero l’India, i suoi abitanti furono fatti schiavi in massa per essere venduti all’estero o utilizzati in varie funzioni per lavori sia servili che non così servili nel loro stesso paese”.
Gli schiavi subivano pressioni per convertirsi all’islàm. Patricia Crone, in un’analisi delle teorie politiche dell’islàm, nota che, dopo la conclusione di una battaglia della jihad, “i prigionieri maschi potevano essere uccisi o fatti schiavi … Dispersi in famiglie musulmane, gli schiavi quasi sempre si convertivano, incoraggiati o spinti dai loro padroni, indotti dalla necessità di unirsi ad altri, superando l’isolamento, o abituandosi lentamente a vedere le cose attraverso gli occhi dei musulmani, anche se cercavano di resistere”. Thomas Pellow, un Inglese, schiavo in Marocco per ventitré anni, dopo essere stato catturato nel 1716 mentre era imbarcato come mozzo su di un piccolo vascello Inglese, fu torturato fino a quando si convertì all’islàm. Per settimane fu picchiato e privato del cibo e alla fine si arrese quando il suo aguzzino ricorse a “staccare la mia carne dall’osso col fuoco, cosa che fece più volte, in modo estremamente crudele”.
La schiavitù era data per scontata durante tutta la storia dell’islàm, così come pure in Occidente fino a tempi relativamente recenti. Eppure, mentre la tratta degli schiavi praticata da Europei e Americani ottiene una fin troppo abbondante attenzione da parte degli storici (come pure da parte dei minacciosi sostenitori del risarcimento e i loro contemporanei politici, sprovveduti e pieni di sensi di colpa), il commercio degli schiavi dell’islàm in realtà durò più a lungo e causò sofferenze a un maggior numero di persone.
È veramente ironico che l’islàm sia stato presentato agli Afro-Americani come l’alternativa egalitaria alla “religione schiavista dell’uomo bianco”, il Cristianesimo, poiché lo schiavismo islamico operò su una scala molto maggiore di quello Occidentale e durò più a lungo. Mentre gli storici stimano che il commercio transatlantico di schiavi, che operò tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, coinvolse circa 10,5 milioni di persone, il commercio di schiavi islamico nelle aree del Sahara, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano iniziò nel settimo secolo e durò fino al diciannovesimo, coinvolgendo oltre 17 milioni di persone.
Inoltre, la pressione per far cessare la schiavitù passò dalla Cristianità all’islàm, e non viceversa. Non ci furono né un Clarkson, né un Wilberforce o un Garrison musulmani. Infatti, quando nel diciannovesimo secolo il governo Britannico accolse come proprie le idee di Wilberforce e degli altri abolizionisti e quindi iniziò a premere sui regimi favorevoli allo schiavismo, il Sultano del Marocco fu stupefatto proprio per l’audacia dell’innovazione proposta dagli Inglesi: “Il traffico di schiavi – rilevò – è un argomento su cui tutte le sette e le nazioni sono state d’accordo dal tempo dei figli di Adamo … fino ad oggi” . E aggiunse che “non sapeva se fosse mai stata proibita da qualche legge o da qualche setta” e che la sola idea che qualcuno volesse mettere in dubbio la sua moralità era assurda: “nessuno ha necessità di fare questa domanda, perché il fatto è chiaro sia al grande che all’umile e non richiede più dimostrazione da quella richiesta dalla luce del giorno”.
Tuttavia, non fu l’unanimità dell’umanità riguardo alla schiavitù a soffocare decisamente i movimenti abolizionisti nell’islàm, ma le chiare parole del Corano e di Maometto. La schiavitù fu abolita per la pressione Occidentale; il commercio di schiavi Arabo musulmano in Africa finì per la potenza delle armi Britanniche nel diciannovesimo secolo.
Ci sono anche prove che la schiavitù continua ad essere ancora praticata in modo sommerso in qualche paese a maggioranza musulmana – in particolare l’Arabia Saudita che abolì la schiavitù nel 1962, nello Yemen e nell’Oman, che dichiararono la schiavitù illegale nel 1970 e il Niger che la abolì solo nel 2004. Nel Niger il divieto è largamente trasgredito e circa un milione di persone è ancora schiavo. Gli schiavi vengono allevati, spesso stuprati e, in generale, trattati come animali.
Alcune delle prove che la schiavitù islamica continua, consistono nel profluvio di casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti. Un Saudita, Homaidan Al-Turki, fu condannato a 27 anni di reclusione nel Settembre 2006, per aver tenuto nella sua casa in Colorado una donna come schiava. Da parte sua, Al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio anti-islamico. Disse infatti al giudice: “Vostro Onore, non sono qui per scusarmi di cose che non ho fatto e di crimini che non ho commesso. È lo Stato che ha criminalizzato questi normali comportamenti musulmani. Aggredire i comportamenti musulmani tradizionali era il punto centrale dell’accusa”. Il mese successivo, una coppia Egiziana residente nel Sud della California ricevette una multa e fu condannata a una pena detentiva, seguita poi dall’espulsione, dopo essersi dichiarata colpevole di aver tenuto come schiava una ragazzina di dieci anni. E in Gennaio 2007, a Washington, un attaché dell’Ambasciata del Kuwait e sua moglie furono inquisiti per aver tenuto come schiave, nella loro casa in Virginia, tre domestiche Cristiane, cittadine Indiane. Una delle donne dichiarò: “Credevo di non avere scelta e di dover continuare a lavorare per loro, anche se mi picchiavano e mi trattavano peggio di una schiava”.
A tutt’oggi la schiavitù è praticata apertamente in due Stati islamici, il Sudan e la Mauritania. In accordo con la tradizione islamica, i trafficanti di schiavi musulmani in Sudan catturano principalmente non-musulmani, in particolare i Cristiani. Secondo la Coalition Against Slavery in Mauritania and Sudan (CASMAS; Coalizione Contro la Schiavitù in Mauritania e Sudan), un movimento abolizionista e per i diritti civili, fondato nel 1995, “l’attuale Governo di Khartoum vuole imporre al Sud Nero e non-musulmano la Shariah, come scritta e interpretata dal clero musulmano più conservatore. Il Sud nero, animista e Cristiano, ricorda molti anni di incursioni schiaviste di Arabi da Nord e da Est e si oppone al dominio della religione musulmana e alla sua prevedibile conseguente espansione economica, culturale e religiosa”.
Uno schiavo Cristiano Sudanese di oggi, James Pareng Alier, fu rapito e fatto schiavo quando aveva dodici anni. La religione fu uno degli elementi principali del suo dramma: “Fui costretto a imparare il Corano e fui ribattezzato Ahmed. Mi dissero che il Cristianesimo era una pessima religione. Dopo un po’ di tempo ricevemmo un addestramento militare e ci fu detto che saremmo andati a combattere”. Alier non aveva idea di dove fosse la sua famiglia. La BBC nel Marzo 2007 comunicò che le incursioni per catturare schiavi “erano una comune caratteristica della guerra di 21 anni tra Nord e Sud del Sudan che terminò nel 2005 … Secondo uno studio dell’Istituto Keniano “Rift Valley”, circa 11.000 giovani, tra ragazzi e ragazze, furono catturati e spostati oltre il confine interno – molti verso gli stati del Darfur meridionale e del Kordofan occidentale … Molti di loro furono costretti a convertirsi all’islàm, gli furono dati nomi islamici e gli fu intimato di non parlare la loro lingua nativa”. Eppure, anche oggi, quando i non-musulmani sono stati fatti schiavi e spesso costretti a convertirsi all’islàm, la loro conversione non gli procura la libertà. L’attivista Mauritano contro la schiavitù, Boubacar Messaoud, spiega che “è come avere pecore o capre. Se una donna è schiava, anche i suoi figli saranno schiavi”.
Gli attivisti anti-schiavitù, come Messaoud, incontrano una grande difficoltà a contrastare questo atteggiamento, poiché è radicato nel Corano e nell’esempio di Maometto. In particolare, quando gli schiavi non sono musulmani, non esiste un solo versetto del Corano che corrisponda al versetto della Bibbia tanto caro a Lincoln, Genesi 3:19, che i musulmani contrari alla schiavitù possano invocare contro coloro che continuano ad approvare e a praticare la schiavitù.
Molti Occidentali non si sono presi il disturbo di imparare questa storia, e nessuno gliela viene a raccontare. Se qualcuno lo facesse, tutto l’apparato dei fabbricanti di colpevolezza per la schiavitù crollerebbe. E noi adesso non possiamo permettere che succeda … o possiamo? (Qui)

Robert Spencer è il Direttore di Jihad Watch. È autore di nove libri sulla jihad e il terrorismo islamico, tra cui i bestsellers del New York Times: “The Politically Incorrect Guide to Islam (and the Crusades)” [Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle crociate, Editrice Lindau, 2008] e “The Truth About Muhammad”.

La “Guida politicamente scorretta all’Islam” è stata recensita in questo blog e si trova qui, per chi se la fosse persa. E poi, naturalmente, c’è sempre lui che ci spiega perché le cose islamiche sono di molto ma di molto più migliori assai delle nostre.


barbara


18 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM (1)

Ancora un contributo alla conoscenza e alla comprensione di fatti e situazioni spesso mistificati da una non disinteressata propaganda, oggi disponibile anche in italiano grazie al prezioso lavoro di Paolo Mantellini. Trattandosi di un testo piuttosto lungo, lo dividerò in due parti, e la seconda la leggerete domani.

Schiavitù, Cristianesimo e Islàm

di Robert Spencer

Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5). Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver apparentemente accettato lo "status quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo). Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi, il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze, individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark Steyn, “lo insegna così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro che era arrivato come “servo a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni, in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù. La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù. Tipica di queste concezioni fu la dissertazione, presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson. Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica, morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Libertà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
Lo stesso Abramo Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e poi predicare, invece di questo, “Con il sudore del volto di un altro mangerai il pane”, a me sembra che non possa essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno, rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa; ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione, ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale, dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:

Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici

Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.

La schiavitù islamica
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per se stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).

Dite che Spencer e Mantellini che pensano e parlano male dell’islam sono cattivi? Avete ragione. Anzi, dirò di più: sono cattivissimi. Per fortuna nella nostra variegata società abbiamo anche persone come Urso, Fini e il cardinale Renato Raffaele Martino che hanno capito che l’islam è la cosa migliore che ci potesse capitare, come opportunamente ci segnala lui (solo – chiedo scusa se nella mia abissale inconsistenza oso permettermi – una piccolissima perplessità: in prima ho una bimba indiana di religione induista, in seconda ho un testimone di Geova e nella classe Montessori c’è un avventista del settimo giorno: cosa diavolo ne facciamo? Dove li sbattiamo? E, soprattutto: hanno il diritto di esistere?)
E poi, già che ci siete, andate a leggervi anche questo splendido articolo.


barbara


24 giugno 2008

GLI SCOMPARSI

Tutto ciò che si sa dello zio Shmiel, fratello del nonno, si può condensare in tre parole: ucciso dai nazisti. Nient’altro, perché il nonno, inspiegabilmente, si rifiuta di parlarne. È un nonno facondo, quello di Daniel Mendelsohn, prodigo di racconti e di ricordi. Tranne che sul fratello scomparso, ucciso dai nazisti insieme alle sue quattro bellissime figlie. Toccherà al nipote, dunque, una volta diventato adulto, mettersi alla ricerca di questi parenti scomparsi, alla ricerca di notizie, di indizi, alla ricerca di qualcuno che li abbia conosciuti e li ricordi. E inizia dunque questo straordinario, emozionante viaggio, prima in internet, poi materialmente in Ucraina, Australia, Svezia, Israele, Danimarca, all’inseguimento di una traccia, di un nome, di un indirizzo, di un volto; incontri con i sopravvissuti, testimonianze sofferte, ricordi che riemergono, faticosamente, dolorosamente, dopo sessant’anni – e non sempre si vorrebbe. E mette i brividi questa tenace e quasi disperata caccia ad ogni dettaglio che possa aiutare a mettere a fuoco una persona, una personalità, una VITA: l’espressione di uno sguardo, un particolare dell’abbigliamento, un colore, un sapore – aveva gli occhi chiari, le piacevano i ragazzi, era un uomo elegante, era una casalinga perfetta – e poi ciò che non si vorrebbe sentire ma che è doveroso sentire – hanno costretto il rabbino a ballare nudo sopra le ragazze, novecento colpi ho contato, per molti giorni la terra ha continuato a muoversi perché tanti non erano morti subito, prendevano i bambini per i piedi e gli sfracellavano la testa sul marciapiede. E i ricordi contraddittori, il tentativo di capire quale sia più “vero”, la convinzione di essere giunti alla fine del viaggio e invece no, c’è sempre un altro viaggio ancora da intraprendere, e ogni volta un nuovo tassello, ogni volta una nuova tessera da aggiungere al mosaico, ogni volta una nuova sfumatura – la casa era quella, erano due insegnanti, è successo nel cortile, li ho visti portare via, dentro quella botola – e il quadro prende forma e la vita e la morte tornano ad essere reali. Settecentoventi pagine di riflessioni, di pensieri, di ricerca, di ricordi, di vertiginosi balzi della mente, di sapori e di odori, di spazi e di tempi, di interpretazioni bibliche, di deserti e di oceani, di speranze e disperazioni, di gioie e di rimorsi, di incontri, di rimozioni, di ritrovamenti, di emozioni. Settecentoventi pagine di cui non una riga, non una parola non una sillaba è superflua. Settecentoventi pagine da leggere in un soffio – se le emozioni forti non vi spaventano.

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi, Neri Pozza



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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