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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


20 dicembre 2011

QUANDO UNA DONNA NON HA DIRITTO NEPPURE ALLE PROPRIE MANI

Bangladesh: uomo mutila la moglie per impedirle di studiare

«Mia moglie si è messa in testa di studiare, ma io proprio non ci sto! Le donne devono stare in casa e badare solo ai figli e alle faccende domestiche. Lei però insiste, insiste… non mi resta che darle una bella lezione!». Chissà, saranno questi i pensieri che hanno affollato la mente annebbiata di Rafiqul Islam, un 25enne bengalese che ha mozzato con un machete le dita della moglie perche’ voleva studiare? Rafiqul era sposato da 3 anni con la bella 21enne Hawa Akhter Jui. Dopo il matrimonio il giovane aveva abbandonato gli studi per andare a lavorare a Dubai, mentre la moglie aveva deciso d’iscriversi all’Università. Decisione mai accettata da Rafiqul che, di fronte alla determinazione della consorte nel proseguire gli studi, ha pensato di prendere in mano la situazione e di “darci un taglio”.
E il taglio lo ha dato realmente Rafqul, mozzando le dita della mano destra della povera Hawa. Teatro della vicenda Narsingdi,  un piccolo villaggio a circa 50 chilometri a nord-est di Dacca. Qui vive la cognata della “sposa ribelle” dove, quest’ultima, era stata invitata durante una delle lunghe assenze del marito per lavoro. Dopo pochi giorni Rafqul ha raggiunto la moglie a casa della parente e l’ha attirata in una stanza con il presto di darle un regalo. Qui la giovane, dopo essere stata legata ad una sedia ed imbavagliata,  ha sentito un dolore lancinante alla mano destra. Suo marito aveva impugnato un macete e le aveva appena tagliato tutte le dita della mano destra.
Le urla di Hawa hanno attirato nella stanza la cognata che ha bloccato Rafiqul, intenzionato a “intervenire” anche sull’altra mano. Solo dopo tre ore però, la giovane moglie è stata portata in ospedale dove, in un primo momento, ha detto di essere stata vittima di un incidente domestico. I medici hanno insistito allora, per sapere dove fossero i resti della mano e, a quel punto, il folle marito ha confessato di averli buttati nell’immondizia. Inutile la corsa alla “ricerca delle dita perdute”. Quando sono state ritrovate era, ormai, troppo tardi per riattaccarle con un ‘operazione chirurgica. Hawa però, non si arrende, ora vive a casa dei genitori, sta imparando a scrivere con la mano sinistra e non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Università, il suo diritto allo studio, il suo diritto alla vita.
Giovanna Fraccalvieri (qui

È di qualche conforto apprendere che il marito è in prigione. È di qualche conforto apprendere che la notizia ha fatto scalpore ed è finita sui giornali locali. È di qualche conforto apprendere che la cognata è coraggiosamente intervenuta in suo aiuto e che i genitori l’hanno accolta. Ma è di immenso sconforto dover verificare ancora una volta la persistenza di una cultura in cui un marito si ritiene padrone assoluto non solo del corpo, ma anche della mente della moglie. Io comunque, più che con l’ergastolo, preferirei punire questo campione di virilità con una mutilazione che colpisca il suo orgoglio virile quanto la mutilazione della mano ha colpito la sete di sapere della moglie.



barbara


19 ottobre 2007

L’INFERNO? PRIMA STRADA A DESTRA

Rehena B. ne ha viste di giovani come lei, uccise dal mestiere e scaraventate nelle acque nere del Buriganga, perché non meritano un funerale, o nelle discariche dove la gente di Dhaka abbandona i corpi degli animali randagi. Viene dal distretto orientale di Norsingdi e a occhi bassi ammette di essere sieropositiva. Alza le spalle e stringe le labbra, tirando la pelle del viso da diciottenne, impastata dall'eroina, che riesce ancora a nascondere i segni della sifilide. La metà dei suoi clienti non sa che cos'è l'Aids e non usa il preservativo. Orfana a otto anni, Rehena ne aveva nove quando una sera nel suo villaggio è stata fermata per strada da un gruppo di poliziotti che l'hanno sequestrata abusando di lei per giorni. Da allora è passata di orrore in orrore, venduta a questo e quel bordello ogni volta per l'equivalente di una manciata di euro.
Alla fine è riuscita a fuggire, ma non ha cambiato vita. Lavora per strada: intorno alle stazioni dei treni o nei parchi di Ramna e Suhrawardi. Davanti al fotografo si schermisce ma a Yaesmin Kohinoor, attivista per i diritti umani, confessa che «tornare a una vita normale è impossibile». Ora che è maggiorenne, poi, può operare con tanto di "licenza". Per la Costituzione di ispirazione islamica la prostituzione è illegale in Bangladesh. Ma le potita (donna perduta) o nati (danzatrice), che la gente chiama ksaka (puttana), vivono in uno «stato di eccezione legale», spiega Raffaele Salinari, presidente dell'organizzazione umanitaria Terres des Hommes. E possono svolgere la professione alla luce del sole dopo aver sottoscritto, davanti a un magistrato, un affidavit in cui dichiarano di non avere altro modo di sopravvivere. Pur sapendo che perderanno così in pratica ogni diritto, persino quello di calzare scarpe in pubblico, e che ai loro figli tutto sarà negato. Per iscriversi a scuola o accedere ai servizi pubblici in Bangladesh serve un certificato di nascita, che viene però rilasciato solo a chi è riconosciuto dal padre.
Presto anche Hara V. avrà la sua licenza. Ma è una professionista da tempo: dopo essere stata violentata quattro anni fa dagli operai del cantiere in cui lavorava, «non mi rimaneva altro da fare, la mia vita era segnata» dichiara ai volontari del gruppo per i diritti umani Human Rights Watch.
Alla luce della cultura sessuofoba nazionale, la vittima di uno stupro porta sempre su di sé almeno parte della colpa. Ha conosciuto il sesso in regime di peccato ed è perciò ormai comunque “perduta”. Non è più degna di marito. Insulti e molestie le toccano. Per questo le violenze di solito non vengono denunciate. Nel 2002, stando agli ultimi dati ufficiali, solo nove su 1.363 processi sono terminati con la condanna dello stupratore.
La licenza permette alle donne di lavorare per strada o a casa, formalmente "in proprio" anche se tutti sanno che dietro c'è sempre qualche pappone. Oppure nei bordelli: diciotto quelli ufficialmente registrati nel paese, alcuni vere istituzioni nazionali come il Goaland di Dhaka o il Gangina. A questi si aggiungono decine e decine di postriboli clandestini e hotel che offrono lo stesso servizio con la protezione di poliziotti prezzolati. I più noti a Dhaka sono nel Magh Bazar o nella zona industriale di Shanti Nagar. Negli ultimi anni, sul montare di proteste di benpensanti e studenti islamici, alcuni sono stati chiusi, con l'unico risultato di un aumento delle prostitute di strada. Sebbene in stato di schiavitù - senza paga e sotto il tallone di tenutarie circondate da una corte di malavitosi, vecchi clienti e sbirri corrotti - molte donne finiscono per preferire il lavoro organizzato alla strada, dove i rischi sono maggiori. Compreso quello di finire in mano a chi le venderà a qualche bordello in India, Pakistan o negli emirati del Golfo.
L'anomalia legale dell'affidavit non offre dopotutto vere garanzie, mentre sancisce uno stigma sociale e ratifica un fenomeno in crescita. L'impulso verso lo sviluppo imposto dalla globalizzazione, rileva Salinari, ha creato «un divario crescente... e una conseguente concentrazione di ricchezza in città», a danno di chi vive in campagna. Oltre la metà dei circa 120 milioni di abitanti del Bangladesh, economia sostanzialmente agricola, vive sotto la soglia della povertà. Il reddito mensile pro capite non arriva a 300 dollari. Non è un caso se oltre il 25 per cento delle prostitute sono giovani delle campagne, vendute o affidate a conoscenti senza scrupoli da famiglie che non possono permettersi la dote indispensabile per farle sposare. Per il resto sono figlie di mestiere o giovani rapite. Oppure ragazze giunte in città per trovare lavoro, che non sanno leggere e spesso parlano solo un dialetto tribale. Le più fortunate finiscono in fabbrica, ma tante si devono accontentare delle mansioni più umili in condizioni di virtuale schiavitù, trovandosi così "estremamente vulnerabili" a ricatti e violenze che non lasciano poi scelte.
Più sono giovani e più sono a rischio. Uno studio della Banca Mondiale sulla diffusione dell'Aids conta nel paese circa 105mila prostitute, per il 44 per cento tossicodipendenti. Ma le organizzazioni umanitarie parlano di 150mila. Di queste una metà è sieropositiva e/o affetta da malattie veneree, mentre «15-20mila sono minori che si vendono per strada» fa notare Fawzia Karim Firoz, dell'Associazione nazionale delle donne avvocato (Bnwla). Anche le altre sono giovani: le potita raramente superano i 40 anni e comunque «per la maggior parte, hanno cominciato prima dei 12».
(Franco Venturini, Io donna)


Rotina, 15 anni, nella casa in cui vive e lavora a Dhaka. La ragazza ha l’aids, ma non sa che cosa sia. Come i suoi clienti.

Ricordiamoci, ogni tanto, di queste nostre sorelle più sfortunate, per le quali nessuno organizza marce di protesta, nessuno chiede leggi in parlamento, nessuno invoca giustizia. Ricordiamoci, almeno, che esistono. E soffrono.

barbara

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