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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


18 settembre 2010

LA BASTARDA DI ISTANBUL

Perché il corpo sa sempre, molto meglio della mente, che cosa è giusto fare. Ed è per questo che, contro tutto e contro tutti, la “bastarda” riesce a venire al mondo, dando così il via a questo coraggioso romanzo. Perché se è vero che, come diceva quel tale, il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare, è altrettanto vero che se uno ce l’ha nessuno lo può fermare e come un fiume in piena travolge e spazza via ogni ostacolo sul proprio cammino. Ed è coraggio vero quello della giovane autrice di questo splendido romanzo, che non ha esitato ad affrontare un processo pur di non rinunciare a gridare forte la verità: quella verità - una sola, sempre lei – che la Turchia oggi come ieri non vuole sentire: il genocidio armeno. E strane storie si svolgono e si intrecciano intorno alla “bastarda”, in un girotondo sempre più stretto, sempre più rapido, come nelle danze dei dervisci, che ti attira e alla fine ti risucchia e la vertigine che ti coglie quando, al riapparire della spilla con la melagrana, di colpo ti balena la verità – non meno sconvolgente di quell’altra verità, più recente e più antica, la prima rivelata dall’acqua d’argento nella ciotola d’argento – quella vertigine che ti costringe a posare il libro e ritrarti, e riprendere respiro, per non precipitare nel baratro che, improvviso e fatale, si spalanca ai tuoi piedi. E tra ceci e pistacchi e pinoli e cannella e zucchero e riso e finestre sul Bosforo e dinastie di gatti e cianuro di potassio e un incredibile, inaspettato “Se non ora quando?” che d’improvviso ti balza fuori dalla pagina, precipiti verso l’inevitabile conclusione, in cui tutti i conti finalmente tornano e tutti i debiti vengono saldati... per poi pentirti di avere corso tanto quando ti rendi conto che il libro è inesorabilmente finito, e con esso l’incommensurabile piacere di leggere questo autentico capolavoro.

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul, BUR



barbara


14 agosto 2010

IL LIBRAIO DI KABUL

Potete bruciare i miei libri, potete rendermi la vita difficile, potete anche uccidermi, ma non riuscirete mai a cancellare la storia dell’Afghanistan.

abababab

È un uomo colto, il libraio di Kabul, che per quasi un anno accoglie nella propria casa, insieme alla numerosa famiglia, la giovane giornalista norvegese Åsne Seierstad, offrendole così un’esauriente visione dall’interno dell’Afghanistan post-talebano. È colto, intelligente, aperto, liberale, ha viaggiato, visto, imparato... e tuttavia è davvero difficile provare simpatia per questo despota intransigente, per questo tiranno spietato, per questo padrone assoluto della vita delle sue mogli (una delle quali appena adolescente, e lui potrebbe esserle nonno), dei suoi figli, fratelli, nipoti, e persino della vecchia madre. E se la figlia di un uomo come questo, scolarizzata, così padrona della lingua inglese – al pari di altri familiari, del resto – da poter comunicare direttamente con la giornalista ospite senza bisogno di intermediari, non è neppure in grado di chiedersi se ami o no un certo ragazzo, tanto è assuefatta all’idea di non avere diritto a una propria opinione, quali saranno, viene da chiedersi, le condizioni di vita delle figlie di genitori analfabeti nei villaggi lontano dalle città? Se persone istruite, religiose ma non fanatiche, trovano giusto che una ragazza venga selvaggiamente frustata per essersi fermata a parlare con un ragazzo per strada, quale sarà il comportamento dei fanatici “veri”? Se il figlio di un uomo istruito, a dodici anni deve sgobbare dodici ore al giorno per fare soldi per il padre e non gli è consentito di andare a scuola, come vivranno gli altri?
Ogni volta che si legge un nuovo libro sull’Afghanistan si resta terribilmente sconvolti dalla realtà che si va scoprendo, e ogni volta, di fronte all’orrore infinito che si apre davanti ai nostri occhi (approfittare della fame di una mendicante bambina, per esempio, per scoparsela di santa ragione. E poi offrirla generosamente agli amici) viene da pensare: “Adesso ho visto proprio tutto”. Salvo essere smentiti al libro successivo.

Åsne Seierstad, Il libraio di Kabul, BUR



barbara


3 novembre 2008

PRIMA LE DONNE E I BAMBINI

Il silenzio del sesso

È nel rapporto sessuale che si produce, tra uomo e donna, il più tragico silenzio della parola e del corpo. È lì che la disparità di potere e di condizione, la subordinazione della donna, i diritti dell'uomo e i doveri di lei, la sopraffazione e l’accettazione passiva, le richieste e le resistenze, si manifestano con maggiore evidenza e provocano acuta sofferenza.
La pesante repressione che gravava sulla sessualità e che imponeva il silenzio, ha impedito di scorgerne gli aspetti drammatici: se il sesso era nascosto e taciuto, si poteva favoleggiare sulle sue gioie finché si voleva. Ora il sesso ha il permesso di esprimersi e si scopre quello che è sempre stato lì e non veniva detto, e cioè che usare gli appositi organi non è sufficiente per essere felici. La felicità è il risultato di una autentica, ben riuscita comunicazione tra persone anche, ma non solo, a livello sessuale.
Il rapporto sessuale è rigorosamente diviso in tre parti: i preliminari, il rapporto vero e proprio con penetrazione e successivo immancabile orgasmo e il "dopo". La parte più importante viene ritenuta quella che va dalla penetrazione all'acme dell'orgasmo: dura da uno a due minuti, tralasciando di considerare il fenomeno diffusissimo e deludente per l'uomo e per la donna, chiamato "eiaculazione precoce", nel qual caso si parla di secondi. Che stupidaggine attribuire la massima importanza a un avvenimento che dura tanto poco, a un fenomeno meccanico di sfregamento che si potrebbe produrre in mille altri modi e che, proprio per l'intensità con cui ognuno dei due tenta di perseguirlo per conto proprio, esclude ogni comunicazione tra i due, riducendosi a un meccanismo solitario che conduce inevitabilmente a un risveglio carico di delusione.
È tanto vero che la parte importante del rapporto è considerata il cosiddetto coito, che quella antecedente viene battezzata col nome di preliminari: agli eccelsi, estatici due minuti successivi. Di cui di regola non si ricorda molto, se non una specie di corsa solitaria a un piacere tenuto come sommo, al di là e al di sopra non è possibile andare e figuriamoci allora quale fallimento rappresenta il fatto che non si riesce neppure sempre a raggiungerlo. Nei preliminari c'è l'incontro, o almeno dovrebbe esserci, tra due esseri che dovrebbero avere qualcosa da comunicare l'uno all'altro. O, nella peggiore delle ipotesi, tra due corpi rivestiti di un involucro chiamato pelle, sensibilissimo alle stimolazioni più varie, nel quale si affacciano orifizi importantissimi, organi disparati con funzioni multiple, cavità, protuberanze, sporgenze, pieghe recondite, e un organo chiamato bocca che, tra le tante funzioni alle quali adempie, ha anche quella di parlare e parlare significa, o dovrebbe significare, comunicare.
Ma se un rapporto sessuale medio dura dieci minuti, come pare, che si riducono a otto se si tolgono i due minuti, che vanno dal momento della penetrazione a quello della eiaculazione, e se se ne tolgono altri tre che vanno dalla eiaculazione alla estrazione del pene dalla vagina, ai preliminari, per bene che vada, ne rimangono cinque. Cinque minuti per qualcosa che dovrebbe differenziare una solitaria masturbazione da una comunicazione tra due esseri umani. Boh. Senza voler considerare che i preliminari sono strettamente strumentali all'eccitazione dell'altro perché divenga atto al penetrare e all'essere penetrato, con passaggi obbligati che vanno dal bacio sulla bocca alla contemporanea manipolazione del seno, dei capezzoli, del pene, della vulva, una specie di percorso coatto verso un piacere sempre uguale, che esclude l'invenzione, il gioco, il riso, le pause, il fare altro, lo smettere e il riprendere, il divagare, il raccontare. Preliminari finalizzati, non vissuti e goduti per se stessi, ma galoppati, accelerati, scavalcati per i due minuti che verranno dopo. La regia dei preliminari, come quella di tutto il rapporto, è nelle mani dell'uomo: sua l'iniziativa, i modi, i tempi, secondo le sue esigenze. Deve essere invece della donna la capacità e l'abilità di adeguarvisi, cioè di costringere se stessa, dopo un tirocinio più o meno lungo e più o meno riuscito, a misurare i propri desideri su quelli dell'uomo, restringendoli o dilatandoli secondo quelli di lui. Poi c'è il "dopo". Per molti uomini consiste ancora nel girarsi dall'altra parte e addormentarsi repentinamente, oppure nello stare svegli, ma nel mutismo più assoluto, in atteggiamento inerte ed escludente, senza manifestazioni di desiderio di ulteriore contatto, o nel parlare del più e del meno. Non si sa che cosa sia peggio. Ci sono quelli che si alzano a precipizio per andare a lavarsi e in questa urgenza insultante di cancellare dal proprio corpo i segni dell'intimità tradiscono le proprie difficoltà nei confronti del corpo della donna, vissuto come sporco, impuro, diverso dal proprio. Rivela anche quanto il rapporto sessuale nel profondo venga vissuto come il "peccato" e l'acqua il mezzo simbolico per lavarlo. Insomma, il disgusto per il corpo della donna, cancellato dal momento del desiderio sessuale, riaffiora non appena il desiderio è stato soddisfatto. In via di estinzione invece l'uomo che dopo il rapporto sessuale si accende una sigaretta.
Da quando le donne hanno cominciato a parlare della propria sessualità, i giovani maschi che hanno letto, discusso e capito che le cose sono cambiate e che rischiano insulti e contestazioni anche in posizione orizzontale, sorvegliano maggiormente sia il rapporto stesso per rendere partecipe la compagna, sia la fase finale di separazione dei corpi per renderla graduale e accettabile e riempiono il vuoto minaccioso con una ripresa di contatto, con carezze leggere e ripetute, rassicuranti, cioè con le manifestazioni gestuali della tenerezza che suppliscono all'incapacità di mettere in moto la tenerezza autentica. Hanno imparato e ripetono la lezione con diligenza non tanto perché questo sia fonte di piacere per loro, ma perché sanno che lo è per la compagna. Il corpo però tradisce la non spontaneità dell'operazione: da un'inchiesta non vasta ma sufficiente per delineare un atteggiamento tipo, l'uomo, nella fase del "dopo" sta a occhi chiusi e a pancia all'aria, la faccia rivolta al soffitto e non alla compagna, un braccio passato intorno alle spalle di lei e una mano che accarezza. La donna invece sta stesa su un fianco e adatta il suo corpo a quello dell'uomo, la faccia rivolta verso il profilo di lui, una mano che l'accarezza, in atteggiamento esplicito di ricerca di contatto. Due corpi in posizione così diversa evidentemente fanno richieste diverse: l'uomo elude la comunicazione, che prevede il "faccia a faccia", evitando la posizione frontale, perché il suo copione di rapporto sessuale non lo contempla. La donna continua a provare un gran bisogno di comunicazione e di contatto, tanto più intenso quanto più è stato deluso dallo svolgersi del rapporto in tempi e modi diversi dai suoi: inappagata dalla pura soddisfazione genitale, quand'anche si sia prodotta, ricerca una comunicazione più profonda che passa per la pelle e il corpo, ma non esclude le parole. Questo bisogno così vivo nella donna si manifesta solo a rapporto concluso non perché non fosse presente prima, ma perché si è impedita di manifestarlo per non correre il rischio di far miseramente naufragare e spegnere il desiderio sessuale dell'uomo, cosciente della fragilità del suo meccanismo. La richiesta di cambiamento dello schema di rapporto può provocare la temuta impotenza, vissuta dall'uomo in maniera drammatica perché condizionato a esibire e dimostrare la propria efficienza sempre e comunque e la donna, di riflesso, teme l'umiliazione del rifiuto sessuale, altrettanto dura a digerirsi. La consapevolezza della fragilità maschile induce le donne a tacere sui propri desideri, accettando quelli dell'uomo che reputano irrinunciabili e a rimandare le richieste emotive alla fine del rapporto. Scomparso nell'uomo il violento e immediato bisogno sessuale e sperando che non ricompaia subito, nella fase di tranquillità in cui tutto sembra possibile, la donna tenta di recuperare la comunicazione intima e profonda, corporea e verbale che le è mancata. Ma se i bisogni dell'uno e dell'altra sono così differenziati, se l'uomo sembra aver bisogno di uno sfogo genitale intenso e rapido e la donna di sensazioni tattili prolungate e di tenerezza, i due sono destinati, nonostante la reciproca buona volontà, a non incontrarsi mai veramente.
Molte donne confessano che per loro è meno importante il rapporto sessuale vero e proprio che quello che viene prima e dopo, che ritengono più significativo perché le coinvolge di più. È più forte il desiderio dell'abbraccio e della tenerezza che quello sessuale. Avviene però che questi bisogni, se espressi da una persona adulta, vengano accettati e soddisfatti, sia pure malamente, solo se manifestati come una componente del rapporto sessuale, mentre vengono giudicati infantili e imbarazzanti al di fuori di esso. Molte donne quindi sono costrette a convertire il bisogno di tenerezza in richieste di tipo sessuale, mentre quello che desidererebbero sarebbe solo di essere tenute tra le braccia. Molte inducono addirittura l'uomo al rapporto perché è l'unico modo per ottenere l'abbraccio.

È di qualche conforto ritrovare nero su bianco, e scritto da persona competente, che allo studio dei rapporti tra uomini e donne ha dedicato una vita intera, ciò che si è sempre percepito e saputo e sempre più lucidamente - col passare degli anni – pensato. È un vecchio libro, ma non, purtroppo, un libro vecchio, questo di Elena Gianini Belotti, e vale la pena di leggerlo o rileggerlo. Per tutti, uomini e donne. E se qualcuno è convinto di sapere, in questo campo, tutto ciò che c’è da sapere, lo legga lo stesso: ne varrà comunque la pena, per la bellezza della scrittura e per lo strepitoso senso dell’umorismo di questa meravigliosa giovane vecchia signora.

Elena Gianini Belotti, Prima le donne e i bambini, BUR



barbara


22 gennaio 2008

PREMIATA MACELLERIA DELLE INDIE

Le Madri di Plaza de Mayo le conosciamo tutti, ma chi ha sentito parlare delle madri di Ratna Park? Quanto sappiamo sul traffico di organi? E su quello degli “orfani”? Chi sa che cosa sono i naxaliti? Chi ha sentito parlare della pulizia etnica in Bhutan? E dei campi di concentramento in Nepal? I giornali di solito non ne parlano, Alessandro Gilioli sì.
Alessandro Gilioli è un giornalista onesto. Onesto non è chi ostenta una improbabile equidistanza – o equivicinanza, che dir si voglia. Onesto è chi dichiara da che parte sta, e poi dà spazio a tutte le voci: lui lo fa. In più scrive anche bene il che, diciamolo, non è di tutti quelli che praticano il suo mestiere, e quindi questo libro è proprio da leggere. Ogni tanto fa un po’ strizzare le budella, sì, ma questa non è mica una buona ragione per restare nell’ignoranza, no?

Alessandro Gilioli, Premiata macelleria delle Indie, BUR



barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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