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Diario


5 giugno 2009

OBAMA / PANELLA-NIRENSTEIN-NAFISI: BOTTA E RISPOSTA

Tutte le frasi a effetto di Barack Obama

NEW YORK (4 giugno) - Dall'«Assalaamu Alykum» iniziale, cioè la pace sia con voi in arabo, alle citazioni finali tratte dal «Sacro Corano», dal «Talmud» e dalla «Sacra Bibbia», il discorso pronunciato al Cairo dal presidente americano Barack Obama, è stato ricco di frasi a effetto.
Ecco una scelta di citazioni, nell'ordine in cui sono state pronunciate.

- «Le relazioni tra islam e occidente includono secoli di coesistenza e di cooperazione, ma anche conflitti e guerre religiose. Più recentemente le tensioni sono state alimentate dal colonialismo che ha negato diritti e opportunità a numerosi musulmani, e una guerra fredda durante la quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati troppo spesso ignorati».

- «Considero che sia parte della mia responsabilità di presidente degli Stati Uniti combattere contro gli stereotipi dell'Islam dovunque essi appaiano. Ma lo stesso principio deve applicarsi alla percezione musulmana dell'America. Esattamente come i musulmani non possono essere definiti con stereotipi crudi, l'America non è lo stereotipo crudo di un impero che cura soltanto i propri interessi. Gli Stati Uniti rappresentano una delle maggiori fonti di progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Siamo frutto di una rivoluzione contro un impero».

- In Afghanistan «non ci siamo andati per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che c'è ancora chi si pone domande o addirittura giustifica gli eventi dell'11 Settembre. Occorre la massima chiarezza: quel giorno al Qaida ha ucciso circa 3mila persone. Le vittime erano uomini, donne e bambini innocenti, dell'America e provenienti da numerosi altri paesi, che non hanno fatto nulla, non hanno attaccato nessuno».

- «I forti legami dell'America con Israele sono ben noti. Il legame non si spezzerà mai... Minacciare Israele di distruzione o ripetere vili stereotipi contro gli ebrei è profondamente sbagliato e serve soltanto ad evocare nelle menti degli israeliani i più dolorosi dei ricordi impedendo la pace che le popolazioni della regione meritano».

- «Che non ci siano dubbi: la situazione per il popolo palestinese è intollerabile... L'unica soluzione per le aspirazioni dei due popoli è attraverso due Stati, in cui israeliani e palestinesi vivano accanto in pace e in sicurezza. È nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo».

- «Tutte le nazioni, compreso l'Iran, dovrebbero avere il diritto di accedere all'energia nucleare pacifica se rispettano i propri impegni in seno al Trattato di non proliferazione nucleare. Questo impegno è il fulcro del Trattato: deve essere valido per tutti e rispettato appieno da tutti».

- «È più facile cominciare una guerra che finirla. È più facile incolpare gli altri che noi stessi. È più facile vedere cosa è differente piuttosto che cosa ci unisce. Ma dobbiamo scegliere la strada giusta, non quella più facile».

(Il Messaggero, 4 giugno 2009)

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Quando i nodi verranno al pettine Obama scoprirà il vero volto dell'Islam

di Carlo Panella

Un grande evento mediatico, un'eccellente prova retorica e… un pugno di mosche. Questa l'estrema sintesi dell'impatto che avrà nei mesi a venire lo "storico" discorso che Obama ha tenuto stamane al Cairo. Il miglior commento ai voli pindarici del presidente è venuto dalla Cisgiordania e ha toccato proprio il nervo scoperto, il tallone d'Achille di tutta la sua retorica: quattro palestinesi si sono massacrati fra loro in uno degli scontri tra Hamas ed Al Fatah, ennesimo incidente di queste settimane che costituisce il vero, ineliminabile, nodo gordiano della questione israelo-palestinese.
E' inutile e ipocrita che Obama parli di "due popoli e due Stati", è pericoloso e sbilanciante che Obama condanni solo gli insediamenti - effettivamente illegali - di Israele e che poi non spenda una parola, una parola sola, neanche alla lontana sulla guerra civile fratricida che da tre anni insanguina le fazioni palestinesi (e che in realtà cova da sempre sotto la cenere).
Chi governerà lo Stato palestinese a cui Obama lavora: Hamas? Abu Mazen? E chi li obbligherà a smettere di massacrarsi tra loro, visto che l'ultimo tentativo di pacificazione, durato sei mesi, è appena fallito al Cairo e già decine sono i morti (e gli impiccati dopo orrendi "processi" a Gaza) dall'una e dall'altra parte?
La realtà è che nel conflitto che contrappone Hamas ad al Fatah si trova il nodo vero della crisi dell'Islam di oggi e che è fuorviante, ipocrita e anche da ignoranti pretendere che esso veda solo contrapporsi un grande Islam moderato e i "terroristi" di Osama bin Laden.
La visione del mondo jihadista che caratterizza Hamas si basa su una concezione della famiglia e della donna che sono ispirate a violenza e ineguaglianza e sono però condivise da larga parte del mondo islamico "moderato". Con scelta opportunistica, Obama è andato a propugnare la libertà di religione proprio da al Azhar, la più importante università coranica del mondo sunnita. Senza sapere probabilmente - ennesimo segno della sua ciarliera superficialità - che proprio i teologi di al Azhar ancora recentemente hanno stabilito che il musulmano che abiuri la sua fede e che lo faccia dando "pubblico scandalo" deve essere messo a morte!
E' facile tendere ramoscelli d'ulivo "parlando d'altro", evitando i nodi reali di civiltà che separano oggi l'occidente democratico non dai regimi islamici - che sono caduchi - ma dalla cultura islamica maggioritaria, che è inquisitoriale, che relega la donna ad un ruolo di subalternità civile, che è impregnata di cultura della morte.
Infine: l'ipocrisia. Come fa, come fa Obama a esortare i musulmani a non gioire più per le donne e i bimbi e i civili ebrei uccisi da attentatori suicidi in Israele - e questo ha fatto - senza accennare al fatto che proprio dall'aula in cui ha parlato si sono sempre levate le fatwa, i verdetti che legittimavano in pieno quelle morti e davano ai "martiri" l'onore del paradiso?
Insomma, uno stupendo, barocco, ricamo politically correct basato sull'equivoco, sull'ignoranza, sulla poco elegante - ma trasparente - brama di separare il proprio destino da quello del suo predecessore. Uno sforzo peraltro vano perché di qui a poco Obama, in Afghanistan, Palestina, Sudan e soprattutto Iran, dovrà prendere atto del fallimento del suo dialogare e decidere cosa fare, non cosa dire. E sarà un dramma.

(l'Occidentale, 4 giugno 2009)

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Obama nel paese delle buone intenzioni

Il Giornale, 5 giugno 2009

Sarebbe bello vivere nel mondo disegnato ieri da Obama al Cairo, ma il senso di realtà suggerisce che non sarà possibile. Tralasciamo le ovvie parole di apprezzamento per la volontà di pace e per il coraggio politico del presidente americano: chi potrebbe negarli. Obama ha tentato al Cairo di creare con la forza della sua magia una svolta epocale, quella in cui non esiste il conflitto fra islam e Occidente. Ne è risultato il ritratto un po’ banale di un giovane presidente buono. Obama immagina il mondo a partire da Obama, dalla sua autobiografia: non a caso non ha nemmeno citato la parola terrorismo. Il presidente americano si è presentato come la prova vivente della negazione del conflitto di civiltà, un giovane uomo cresciuto senza conflitto fra islam e cristianesimo, il padre e il nonno musulmani, la madre cristiana e bianca, gli Stati Uniti il porto d’arrivo, dove anche l’islam è una componente indispensabile. Obama ha parlato un’ora intera, ma il mondo ha sentito bene solo alcune cose: la prima riguarda il tono apologetico, io ho fatto del male a te, tu ne hai fatto a me, tu hai dei pregi e dei difetti, io ne ho altrettanti, parliamone, capiamoci, in fondo abbiamo principi simili, quelli dei diritti umani. Ma non è andata così.
Prima di tutto la storia dei diritti umani è saldamente ancorata all’Europa e agli Usa, non giace anche in qualche anfratto delle satrapie mediorientali pronta a saltare fuori. In secondo luogo la storia delle due culture è sempre stata conflittuale, e mentre le nostre masse lo hanno dimenticato quelle islamiche invece ne fanno la bandiera di ogni giorno, a scuola, in piazza. Non si tratta di fenomeni marginali: lo testimoniano le enormi piazze di Hamas e degli Hezbollah, la determinazione dei talebani e di Al Qaida, la laboriosa strategia atomica e terrorista dell’Iran che dal 2005 minaccia prima di tutto gli arabi moderati (per poco Mubarak non veniva deposto da una recente sovversione). Il più grande problema musulmano è la guerra intraislamica, non quella con gli Usa. Gli Usa, come Israele, non sono in guerra con l’islam, ne sono attaccati. Dal ’79, attacco all’ambasciata americana a Teheran, poi Nairobi nel ’98, la Tanzania, giù fino all’11 settembre, l’islam radicale ha attaccato, mentre si creava intorno agli attacchi un consenso di massa.
Obama misura dentro di sé l’equilibrio delle sue componenti e le proietta in un universo pacificato. Fa così anche sul conflitto israelo-palestinese che ha citato prima della questione iraniana, lasciando Israele di stucco: ha ribadito la forza del rapporto con Israele, ma ha anche messo sullo stesso piano il comportamento di due popoli di cui in realtà uno ha offerto molte volte di sgomberare i territori occupati per fare spazio a uno Stato palestinese e l’altro ha fatto del rifiuto la sua bandiera. Ed è difficile immaginare che proprio a Hamas, che fa della distruzione di Israele la sua ragione sociale, la proposta di Obama di due Stati possa suonare realistica. Non lo è stata ieri quando Arafat ha rifiutato tutte le offerte, non lo è stata poco fa quando Abu Mazen ha detto no a Olmert. Oggi che c’è di nuovo?
Quanto all’Iran, troppe poche parole ha dedicato Obama a quello che è oggi il Paese più pericoloso del mondo, l’islam più aggressivo e feroce. Forse è proprio la sua inconciliabilità con l’islam obamocentrico che lo ha spinto a dire che il Paese degli ayatollah può farsi la sua energia atomica per usi domestici. Risibile ipotesi. Manca lo sfondo: Obama quando parla della tolleranza islamica percorre luoghi comuni. La sua citazione della Spagna era sbagliata: Cordoba, Granada furono testimoni di eccidi musulmani di ebrei, come anche il Marocco, l’Algeria, la Libia, l’Irak, la Siria, l’Iran, lo Yemen, l’Egitto.
Lo scontro con il cristianesimo, poi, è così lungo e profondo che non basterà il viso contrito e deciso di Obama a portare pace. Abbiamo già visto Shimon Peres proclamare ai tempi dell’accordo di Oslo che il Nuovo Medio Oriente era stato realizzato. Ma l’attrattiva dei vantaggi della stabilità non ferma l’aspirazione islamica a primeggiare. Obama ha sbagliato a non farne una promessa all’Egitto: forse solo l’aiuto concreto contro l’estremismo iraniano potrebbe confederare l’islam in un sogno di pace.
Fiamma Nirenstein

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«Dialogare va bene, ma facciamo luce sui diritti umani»
Intervista con Azar Nafisi

Corriere della Sera, 5 giugno 2009

NEW YORK— «Il discorso di Obama al Cairo mi ha delu­sa». Parla Azar Nafisi, la 53en­ne scrittrice iraniana dal '97 residente negli Usa (dove in­segna letteratura inglese alla Johns Hopkins di Washin­gton), autrice del bestseller Leggere Lolita a Teheran, tra­dotto in ben 32 lingue che l'ha consacrata come una delle più capaci e promettenti scrittrici iraniane della sua generazione.
Che cosa non le è piaciu­to del discorso?
«La sua vaghezza. Obama dice di voler riavviare il dialo­go col mondo islamico, eppu­re non ha indicato alcuna strategia su come farlo. Nell’era Obama la politica estera Usa continua a essere tattica, e, come in passato, più focalizzata a capovolgere le scel­te dei predecessori che non ad affrontare i problemi del momento. Dialogare è sem­pre una buona idea, non mi fraintenda. Ma le parole resteranno solo parole, se non seguite da piani concreti su come implementarle».
La maggior parte dei me­dia americani l'hanno defi­nito un discorso «storico».
«Penso che tra 20 anni sa­rà ricordato più per le sue omissioni, che per i suoi traguardi. Un vero dialogo implica il diritto di criticare, anche se civilmente, l'interlo­cutore. Obama non l’ha fatto».
Cosa avrebbe dovuto criti­care?
«Avrebbe dovuto usare il linguaggio sfumato della di­plomazia per lanciare agli op­pressi l'inequivocabile mes­saggio che egli capisce e so­stiene le loro lotte. Doveva puntare i riflettori sulle gravi e continue violazioni dei di­ritti umani in Paesi quali Iran, Arabia Saudita ed Egit­to».
Però ha difeso il diritto all'eguaglianza delle donne.
«Le donne che nel mondo islamico si battono contro la sharia si sono sentite abban­
donate. Obama ha parlato del loro diritto ad indossa­re il velo, rispettando la tra­dizione. Ma tranne forse la Turchia, in quei Paesi nessu­no vuole togliere alle donne il diritto di indossare il velo, il problema è tutt'altro». Quale?
«Che una donna veramen­te libera deve avere il diritto di scegliere. Girando in mini­gonna se vuole. Questo Oba­ma non l'ha detto. E visto che il fulcro del suo discorso è stato il rispetto, come don­na mi sarei sentita rispettata se avesse preso atto che an­che io ho gli stessi identici diritti degli altri. Sarebbe sta­to bello, inoltre, se avesse ri­cordato nel suo discorso che le donne egiziane del secolo scorso erano tra le più eman­cipate e innovatici del pia­neta».
Perché non l'ha fatto?
«Come il suo segretario di Stato Hillary Clinton ha già dimostrato in Cina, questa amministrazione è pronta a sacrificare i diritti umani sull'altare della Realpolitik. Se non fosse stato per i me­dia, gli avvocati dei diritti umani e gli attivisti che ri­schiano la vita nelle dittatu­re, Roxana Saberi e Haleh Esfandiari sarebbero ancora in carcere».
È d'accordo con la propo­sta di dialogo Usa-Iran rilanciata da Obama anche ie­ri?
«Se chiedi scusa all'Iran per aver contribuito alla ca­duta del governo democrati­co di Mossadeq negli Anni 50, non puoi allo stesso tem­po sostenere il regime teo­cratico che oggi in Iran sta distruggendo il suo stesso po­polo. Se l'America si autocri­tica per Abu Ghraib, deve an­che poter criticare i Paesi che continuano ad infliggere le stesse torture ai propri cit­tadini».
Molti nei mondo arabo hanno apprezzato il nuovo tono, rispettoso dell'Islam, e le tante citazioni dal Cora­no.
«Obama si è dimenticato però di citare i diritti delle minoranze che esistono tra mille difficoltà all'interno dell'Islam. Non una parola su cristiani, ebrei, atei, bahai e agnostici che da secoli fan­no parte della storia di quei Paesi. In Iraq, ad esempio, il gruppo più antico è rappresentato dai cristiani
Deve ammettere, però, che il dialogo ora può ripar­tire...
«Certo, estremismo gene­ra estremismo e da oggi cer­ti leader non si potranno più nascondere dietro i toni bel­licosi di un Bush per giustifi­care il proprio odio. Resta il fatto che Obama si è rivolto soltanto a loro, snobbando la piazza islamica. Se io fossi un cittadino della Malaysia o della Turchia mi sentirei completamente escluso».
Come sarà recepito il di­scorso dall'opinione pubbli­ca di quei Paesi?
«Come tanti media e politi­ci occidentali, Obama si è ri­volto al "mondo arabo" come se fosse un'unica entità omo­genea. È un grossolano erro­re che ferirà molte sensibilità perché le realtà storiche, culturali e politiche di Paesi qua­li Egitto, Iran e Arabia Saudi­ta non potrebbero essere più diverse fra loro. Non dimenti­chiamoci poi che la maggio­ranza dei musulmani oggi non vive in Medio Oriente ma in Indonesia».
Alessandra Farkas


Tre commenti allo “storico discorso” di Obama. Tre risposte articolate e argomentate, alle quali non ho molto da aggiungere, tranne qualche dettaglio. Non so, tanto per cominciare, se si possa condividere l’ottimistica convinzione di Carlo Panella che Obama ignori “il vero volto dell’islam”, nel qual caso si potrebbe ancora nutrire qualche speranza di resipiscenza e conseguente cambio di rotta: io sono invece convinta che lo conosca benissimo e gli vada bene così o, nel migliore dei casi, che le sue priorità siano altre. E altre resteranno. Quello che invece Obama sembra davvero ignorare è che la tanto decantata e invocata soluzione “due popoli due stati” è esattamente quella che era stata proposta dall’Onu 62 anni fa, e che gli ebrei, futuri cittadini di uno dei due stati, quella soluzione l’avevano accettata senza riserve, nonostante lo stato loro assegnato non rappresentasse che un misero 10% della fatidica “Terra promessa”. Il motivo per cui tale progetto non si è realizzato è che gli arabi lo hanno rifiutato, perché ciò che loro vogliono è nessuno stato per un solo popolo, e l’altro popolo a mare - e da sessantadue anni lo stanno ininterrottamente dimostrando con le parole e con i fatti. E da questo rifiuto, solo da questo, è nato il conflitto arabo-israeliano che nel giugno del 1967 è stato trasformato a tavolino in conflitto israelo-palestinese.
Niente da aggiungere o rettificare invece alle splendide e lucidissime parole di Azar Nafisi.



    


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