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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


27 ottobre 2011

L’ISLAM E LA SHOAH

Un giorno, era il 1994 e vivevo ancora a Ede, piccola cittadina olandese, la mia sorellastra mi venne a trovare. Entrambe avevamo chiesto asilo politico nei Paesi Bassi.
A me fu concesso, a lei no. Così, io ho avuto la possibilità di studiare. Cosa che lei non ha potuto fare. Per frequentare l'Università che mi piaceva, c'era un esame di ammissione da superare: una prova di lingua, una di educazione civica e una di storia. Fu durante il corso di preparazione all'esame di storia che, per la prima volta, sentii parlare dell'Olocausto. Allora io avevo ventiquattro anni, e la mia sorellastra ventuno. Erano i giorni in cui, alla tv e sui giornali, non si parlava che del genocidio del Ruanda e della pulizia etnica nell'ex Jugoslavia. Il giorno in cui la mia sorellastra venne a farmi visita, ero fuori di me. La storia delle peripezie ai sei milioni di ebrei in Germania, Olanda, Francia e nell'Europa orientale mi aveva profondamente sconvolto.
Avevo appreso che uomini, donne e bambine innocenti erano stati strappati alle proprie famiglie. La stella di David appuntata al petto, venivano ammassati sui treni che li avrebbero portati ai campi di concentramento, per poi essere gassati, per la sola colpa di essere ebrei.
Avevo visto foto con ammassi di scheletri e cadaveri, anche di bambini. Sentito storie agghiaccianti da alcuni dei sopravvissuti all'inferno di Auschwitz e Sobibór. Raccontai tutto ciò alla mia sorellastra, e le mostrai le foto riportate dal mio libro di storia. La sua reazione, però, mi fece impallidire più delle istantanee del mio libro.
Con grande convinzione, prese a sbraitare: «È una menzogna, non farti abbindolare dagli ebrei! Non furono sterminati, né gassati, né trucidati. Ma io prego Allah che cancelli il popolo ebraico dalla faccia della terra».
La mia sorellastra ventunenne non diceva nulla di nuovo. Il mio impallidire era dovuto in parte alle agghiaccianti testimonianze che avevo appena visto e ascoltato, in parte ai genocidi di cui allora ci veniva data notizia.
La stigmatizzazione del popolo ebraico, bollato quale incarnazione del male e nemico giurato dell'Islam, di cui sarebbe intento a ordire la distruzione, è stato il topos della mia infanzia in Arabia Saudita. A indottrinarci, le nostre maestre, le nostre madri e i nostri vicini di casa. Nessuno ci ha mai parlato dell'Olocausto.
E ricordo come, durante l'adolescenza in Kenya, quando i filantropi dell'Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo arrivarono in Africa, le costruzione delle moschee e le donazioni agli ospedali e agli indigenti si accompagnassero alla maledizione del popolo ebraico. Gli ebrei erano i responsabili della morte di bambini, di epidemie come l'Aids e dei vari conflitti. La loro ostinata ambizione li avrebbe portati a fare qualunque cosa pur di annientare tutti i musulmani. Se volevamo la pace e la serenità, e tenevamo alla nostra sopravvivenza, occorreva distruggerli. E chi non era in grado di imbracciare le armi, avrebbe dovuto solamente unire le mani in preghiera e levare gli occhi al cielo supplicando Allah affinché distruggesse il popolo ebraico.
Oggi, i leader occidentali che si dicono scioccati dalla conferenza promossa questa settimana dal leader iraniano Ahmadinejad dovrebbero fare i conti con questo dato di fatto. Per la maggior parte dei musulmani nel mondo, l'Olocausto non è un fatto storico che loro ostinatamente negano. Semplicemente, non sappiamo cosa è successo perché nessuno ce lo ha raccontato. E, peggio ancora, la maggior parte dei musulmani, sin da bambini, sono incitati a sperare nello sterminio del popolo ebraico.
Ricordo bene, in Africa, filantropi occidentali, Ong e istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale presenti sul posto. I loro delegati portavano agli indigenti medicine, preservativi, vaccini e materiale edilizio. Mai una parola, però, sull'Olocausto. A differenza dei filantropi dediti alla causa dell'Islam, i volontari e le associazioni umanitarie cristiane e laiche non arrivavano sotto il vessillo dell'odio. Ma neppure loro si preoccuparono di parlare chiaro e forte contro quest'ultimo. Questa fu la grande occasione mancata per osteggiare il messaggio di incitazione all'odio diffuso dalle organizzazioni provenienti dai Paesi musulmani ricchi di petrolio.
Oggi, la popolazione mondiale ebraica è stimata in circa 15 milioni di persone. Certo non più di 20 milioni. In termini di tasso di crescita e invecchiamento della popolazione, la popolazione ebraica è paragonabile a quella degli altri Paesi sviluppati.
La popolazione mondiale musulmana, invece, è stimata tra 1,2 e 1,5 miliardi. E non solo cresce rapidamente, ma è anche molto giovane.
La cosa che più mi colpisce della conferenza di Ahmadinejad è la (tacita) acquiescenza dei musulmani moderati. E non riesco a smettere di chiedermi: perché nessuno promuove una controconferenza a Riad, Il Cairo, Lahore, Khartoum o Giakarta al fine di condannare Ahmadinejad?
La risposta potrebbe essere semplice quanto agghiacciante: per generazioni, i leader dei cosiddetti Paesi musulmani hanno indottrinato la popolazione a suon di una propaganda simile a quella propinata in passato ai tedeschi (e ai loro vicini europei). Quella secondo cui gli ebrei sono parassiti e dovrebbero essere trattati di conseguenza. In Europa, la conclusione logica di tutto ciò fu l'Olocausto. Se Ahmadinejad proseguirà su questa china, non avrà difficoltà a trovare Paesi musulmani disposti a mettersi ai suoi servigi.
Il mondo, invece, avrebbe bisogno di conferenze sull'amore, della promozione della comprensione reciproca comprensione tra culture e di campagne contro l'odio razziale. Ancora più pressante, però, è il bisogno di un'efficace e continua campagna di informazione sull'Olocausto. E questo non solo nell'interesse degli ebrei sopravvissuti allo sterminio e dei loro figli e nipoti, ma dell'umanità in generale.
Forse, la prima cosa da fare è contrastare il connubio tra filantropia islamica e odio contro il popolo ebraico. Le organizzazioni umanitarie cristiane e occidentali nel Terzo mondo dovrebbero farsi carico di tutto ciò raccontando, a musulmani e non, cosa è stato l'Olocausto.

Ayaan Hirsi Ali, Corriere, 17.12.06

Una testimonianza pressoché identica l’ho trovata molti anni fa nel libro autobiografico della marocchina Malika Oufkir, talmente priva di pregiudizi da non avere problemi a collaborare, per la stesura del suo libro, con una scrittrice ebrea, e che tuttavia della Shoah sente per la prima volta quando, dopo una lunghissima prigionia (vent’anni di prigione e cinque di libertà vigilata) dovuta al fatto di essere figlia di un oppositore di re Hassan II, fugge in Francia. E anche lei lo stesso sgomento nel rendersi conto di questa immensa lacuna, di questo incredibile buco nero nella sua conoscenza delle cose del mondo. Ed è un buco nero, questo che attraversa l’intero mondo islamico, che dice più di qualunque altra cosa.

           

   

barbara


5 febbraio 2008

INFEDELE

Soggezione, discriminazione, umiliazioni, violenze, lavaggio del cervello, mutilazioni genitali ... Le conosciamo tutte, queste cose, certo, ma raccontate in prima persona sono un’altra cosa. Leggere, da parte di chi l’ha subito, la descrizione del taglio con un paio di forbici – ovviamente in carne viva – del proprio clitoride, delle proprie labbra della vagina, non è la stessa cosa, no davvero, che leggere un trattato scientifico, un articolo di giornale, uno studio antropologico. E lo sprofondare nell’abisso, la sottomissione, la cancellazione del proprio corpo, del proprio cervello, della propria identità. E la presa di coscienza, i dubbi, le domande; lo sbattere in faccia all’amica europea la propria superiorità in quanto infibulata: “Noi siamo pure!”; la sconcertata reazione dell’amica: “Pure da cosa?”; il rendersi conto di non avere una risposta, il sospetto che la risposta, in effetti, forse non c’è. L’estenuante battaglia, contro tutto e contro tutti, per riappropriarsi della propria carne e della propria anima, del proprio corpo e del proprio cervello, della propria identità, della propria vita. E infine le vicende note: l’incontro con Theo Van Gogh, la scelta di denunciare le violenze sulle donne, l’assassinio di lui e la condanna a morte di lei, la decisione di andare avanti, nonostante tutto: decisione di cui anche questo libro è frutto. Non è un libro “facile”, ma è un libro che va letto, affinché non ci si possa nascondere dietro l’alibi dell’”io non sapevo”, o “non immaginavo fino a che punto”, o “ma quella è la loro cultura” o “forse a loro dopotutto va bene così”. NO: a loro, così, non va bene affatto, e noi non abbiamo alcuna scusa per fingere di non saperlo, perché a dircelo è chi lo ha pagato sulla propria pelle.
(pubblicato su LibMag)

Ayaan Hirsi Ali, Infedele, Rizzoli



barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 5/2/2008 alle 11:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


14 giugno 2007

AH, L’INFORMAZIONE!

Esattamente 24 giorni fa, in questo blog, ho parlato della condanna a morte richiesta dalla signora Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nonché figura eminente di Nessuno tocchi Caino. Ebbene – preparatevi a fare un bell’applauso – oggi, con appena 24 giorni di ritardo, anche il Corriere ha dato la notizia della sconcertante richiesta. E pensare che una volta “io leggo i giornali” era sinonimo di essere sempre aggiornati su tutto! (Per inciso, avendo bisogno di cercare quel post perché non ne ricordavo la data esatta, ho scoperto che nella nuova meravigliosa piattaforma del cannocchiale, oltre a tutto il resto, non funziona neanche la ricerca).
E visto che sto parlando dell’ajatollessa – come la chiamano, sicuramente con piena cognizione di causa, i dissidenti iraniani (quelli veri) – riprendo, in ritardo anch’io ma solo di una settimana, la notizia del suo duro attacco contro Ayaan Hirsi Ali. L’articolo di Alessandra Farkas sul Corriere la descrive come una “
signora dai capelli corti indossa una giacca grigia di taglio maschile, mentre passeggia con aria sbarazzina nella hall di uno degli alberghi più kitsch di Manhattan, masticando con gran gusto una chewing-gum” (che schifo. Secondo me la gomma da masticare dovrebbe essere bandita ovunque come le sigarette. Anzi, più delle sigarette, perché mentre chi fuma disturba solo se presente di persona, i masticatori fanno rivoltare lo stomaco anche per telefono. Ma lasciamo perdere). Difende appassionatamente l’islam, la signora, e ci racconta che “Duemila anni fa il mio Paese era governato da due regine: Boran e Azarmidokht”. E una si chiede: glielo diciamo che duemila anni fa nel suo Paese l’islam non aveva ancora fatto irruzione? Sarà una buona cosa o rischiamo di provocarle uno di quei traumi dai quali poi uno non si riprende più? Lei, comunque, è contenta di essere fuori dall’Iran, perché “In Iran la Ebadi continua a sentirsi «censurata al 100 per cento». «Per questo viaggio tanto. Voglio che il mio messaggio esca e si diffonda»”. E come approfitta di questa sconfinata libertà di cui può godere quando è in trasferta? Qual è il messaggio che ci tiene tanto a far conoscere al mondo? Il messaggio è questo: Ayaan Hirsi Ali - una dissidente vera, una che rischia la pelle – è pericolosa: “«Le sue tesi - spiega la Ebadi - sono pericolose, reazionarie e identiche a quelle delle dittature islamiche che dice di aborrire»”. Ecco, l’ayatollessa ha sentenziato: poiché lei non è d’accordo con Ayaan, Ayaan diventa la quintessenza di ogni male. Mentre l’islam, al contrario di Ayaan, è tanto buono, o yes. E poi sapete che cos’altro ci racconta ancora l’ajatollessa? Provate un po’ a indovinare … ebbene sì: ha un sacco di amici ebrei! E non è mica vero che gli ebrei in Iran siano poi così oppressi come qualcuno vorrebbe raccontarci, no no no, i veri perseguitati sono quelli come lei. Che dire? Buona masticata, signora ajatollessa. E mi raccomando, non si stanchi troppo la bocca: non sia mai che se la ritrovi troppo stanca per sputare un altro po’ di fango su chi è perseguitato davvero, o per chiedere un’altra condanna a morte.

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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