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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


21 agosto 2010

QUOUSQUE TANDEM...

Lettera aperta al segretario generale dell’Onu

Gentile Segretario Generale Ban Ki Moon,
mi permetto di disturbarla per una questione che ritengo di qualche importanza nei confronti di quella Pace che l'istituzione che lei rappresenta dovrebbe, credo, perseguire. Sappiamo che il suo collaboratore Goldstone - del quale non vogliamo ricordare in questa sede, in quanto fuori tema, il fosco passato di fedele servitore del regime sudafricano di apartheid, riccamente corredato di condanne a morte inflitte ad attivisti neri - ha costruito il suo notorio rapporto in modo scorretto, fazioso, parziale, finalizzato alla demonizzazione di Israele, ma che tuttavia non ha potuto completamente evitare di menzionare le migliaia di razzi sparati da Gaza su Israele, prendendo regolarmente di mira aree densamente popolate e del tutto prive di obiettivi militari, e di chiederne conto all'Autorità Palestinese.
Leggo, nelle risposte che lei ha ricevuto, che i gruppi della resistenza armata di Gaza non mirano intenzionalmente ai civili israeliani (did intentionally target Israeli civilians), e che si limitano a sporadici lanci di semplici razzi e mortai (sporadic “crude rocket” firing and mortar shelling), Se, eventualmente, dei civili sono rimasti colpiti, questo è avvenuto unicamente per la natura estremamente grossolana delle armi utilizzate e l’impossibilità di controllare dove finiscono i razzi sparati (If and when civilian targets or populations have been affected by such “crude rocket” firing, it was essentially because of the crude nature of the weapon and the inability to control where the fired projectile lands). Non essendovi quindi la chiara intenzione di colpire civili innocenti, il lancio di missili non può essere considerato una violazione delle leggi umanitarie internazionali (While this is in no way intended to justify any harm caused to innocent civilians, it cannot be considered a violation of international humanitarian law). Si dovrebbe poi investigare caso per caso sui pretesi incidenti che abbiano colpito dei civili o le loro proprietà, ed i gruppi della resistenza palestinese dovrebbero cooperare in simili verifiche con il governo di Israele (each alleged incident of harm to civilian persons or civilian property would have to be investigated on an individual basis, and the Palestinian Independent Commission is not in a position to do so without the cooperation of both the Government of Israel and the armed resistance groups in Gaza). Ma come sarebbe possibile se rifiutano comunque perfino di sedersi allo stesso tavolo?
Gentile Segretario Generale, le chiedo di dirmi fino a quando (le ho qui tradotto il titolo quousque tandem nel dubbio che lei non comprenda, a causa delle sue origini, il latino più elementare) il mondo civile dovrà far finta di credere a tutte le menzogne, a tutte le falsità, a tutte le prese in giro di certi personaggi che meriterebbero solo di essere sbattuti in galera per il resto dei loro giorni, e non certo di ricevere quantità enormi di denaro messo a disposizione dai paesi civili.
È mai possibile che l’esperienza del passato non serva a niente? L’ONU ha preso il posto della Società delle Nazioni, dimostratasi inadatta per lo scopo per il quale era stata creata, ma è caduta in errori, quando non veri e propri crimini, ancora peggiori. E lei certo sa, signor Segretario Generale, quale è stato il risultato di quegli errori.

Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

PS: le allego, per sua informazione, nel caso non ne abbia avuto già conoscenza, copia del video che dimostra il modo di passare la giornata di questi prigionieri di quel carcere a cielo aperto, vittime di apartheid, sterminio, genocidio, olocausto. Ma non è una presa in giro, tutto questo?
http://elderofziyon.blogspot.com/2010/08/new-video-of-gazan-suffering-starvation.html

Sì, certo che è una presa in giro, ma si direbbe che il mondo non desideri di meglio che di farsi prendere in giro, e quindi temo proprio che la fine di tutto questo non la vedremo mai. Anche perché molto prima finiremo noi.

    

barbara


8 giugno 2010

PICCOLA RIFLESSIONE

Gli esploratori di cui parla la parashà letta ieri sono di fatto dei reporter. La loro relazione sulla terra di Israele è sapientemente costruita di fatti intrecciati indissolubilmente a opinioni. Creano così, con strategica retorica, consenso intorno alla loro interpretazione dei fatti. E distruggono la possibilità di un rapporto reale con la terra di Israele.

Benedetto Carucci Viterbi, rabbino

E distruggono anche, mi permetto di aggiungere la possibilità di conoscere la verità, che in teoria dovrebbe essere la ragione sociale del loro mestiere, se non della loro esistenza. E, a proposito di verità, visto che le anime belle non credono a “noi”, crederanno almeno all’Autorità Palestinese? Resta comunque vero che Gaza è decisamente troppo affollata, e qui ne abbiamo le prove. Qui invece abbiamo le prove – ma non è che ce ne fosse il bisogno – che Ugo Volli è davvero un grande.


(ma la protezione animali cosa fa, dorme?)

barbara


27 novembre 2009

27 NOVEMBRE 1951: IL COMPLOTTO DEI MEDICI EBREI

Il «complotto dei medici»: l'ultima vendetta di Stalin

Avvicinandosi alla fine della sua vita, l'antisemitismo di Stalin aveva assunto una forma ancora più virulenta e il dittatore viveva ormai ossessionato dall'idea di una cospirazione da parte degli ebrei. Sebbene fin dal 1949 si fossero verificati arresti di alcune im­portanti personalità ebraiche, il primo segno che la cosa poteva svi­lupparsi in un'epurazione a largo raggio si ebbe il 27 novembre del 1951 con l'arresto di Rudolf Slànsky, segretario generale del partito comunista cecoslovacco, e del suo vice Bedrich Geminder, entrambi ebrei e legati a Beria e all'MGB. Infatti, con l'approvazione di que­st'ultimo, avevano creato in Cecoslovacchia un centro per l'invio di aiuti e armi a Israele durante il conflitto con gli arabi scoppiato alla fine della guerra. Essendo ormai del tutto mutato l'atteggiamento, un tempo favorevole, di Stalin nei confronti di Israele, Slànsky e Ge­minder vennero accusati, tra l'altro, di «cosmopolitismo», «sioni­smo» e di perseguire una politica antiaraba.
Il procedimento di incriminazione era stato allestito da Abakumov che, nel 1949, aveva inviato due suoi funzionati dell'MGB, V.I. Kornarov e M.T. Lihacev, a Praga per sovrintendere a un'indagine relativa a un'accusa di cospirazione internazionale nell'ambito dei circoli governativi cecoslovacchi. Presto i funzionari vennero richia­mati e, dopo la destituzione di Abakumov, arrestati. Furono rim­piazzati da un altro dei consiglieri dell'MGB, VA. Bojarskij, ma nel­l'autunno del 1951 (subito dopo il cambio al vertice dell'MGB) anche a lui vennero mosse critiche per aver ostacolato un'indagine su Slànsky e fu richiamato in patria. Suo sostituto venne nominato Aleksej Bescastnov, un funzionario dell'MGB che durante la guerra aveva lavorato con il protetto di Kruscev, Leonid Breznev. Bescast­nov, che avrebbe fatto con Kruscev prima e Breznev poi una splen­dida carriera nell'organizzazione della polizia per la sicurezza dello stato, si occupò del procedimento contro Slànsky con grande ener­gia. Fu necessario più di un anno per la preparazione del processo, che ebbe luogo tra il 20 e il 27 novembre del 1952; vi comparvero quattordici imputati, undici dei quali ebrei. Slànsky, Geminder e nove altri, presentati come «praticanti del sionismo», furono con­dannati a morte con l'accusa di alto tradimento e spionaggio. Più tardi, alla caduta di Beria, si disse che Slànsky fosse stato un suo uo­mo e fu accusato di aver introdotto in Cecoslovacchia i metodi del suo mentore.
Il processo di Praga può essere considerato come un'anticipazio­ne del successivo dibattimento relativo al «complotto dei medici» che si sarebbe svolto a Mosca. Infatti, l'accusa formulata durante il processo praghese, di assassinio politico per opera di alcuni dottori, e quella di sionismo sarebbero divenute il tema centrale anche di quel procedimento. Esistono persino prove che in questo secondo processo venissero usate alcune deposizioni e vari testimoni del «caso Slànsky». Nel frattempo, in Unione Sovietica si era intensificata la campagna contro il sionismo e il «cosmopolitismo». Durante il maggio-giugno del 1952 il tribunale militare della corte suprema dell'URSS prese in esame il procedimento contro quindici persone collegate al comitato ebraico antifascista. Il 3 aprile Ignat'ev aveva inviato a Stalin le prove scoperte dal procuratore con una lettera di accompagnamento in cui si suggeriva che venissero condannati a morte tutti gli imputati eccetto uno, L. Stern. Il principale elemento di colpevolezza consisteva in una proposta fatta dalla leadership del comitato a Stalin, nel febbraio del 1944, perché venisse istituita in Crimea una Repubblica ebrea. Il tribunale militare condannò a mor­te, nel luglio del 1952, tredici imputati. Alla fine di novembre la stampa ucraina dava l'annuncio che a Kiev molti ebrei erano stati a loro volta condannati a morte da un tribunale militare per «ostruzio­nismo controrivoluzionario». A questo seguì, ai primi di gennaio del 1953, un minaccioso articolo apparso sull'autorevole organo del partito «Kommunist», scritto dal secondo segretario del comitato di partito di Leningrado, Frol Kozlov. Kozlov ricordava i capi di par­tito dell'Europa orientale, tra cui Slànsky, che erano stati smaschera­ti come cospiratori. Sollecitava che si attivasse la massima vigilanza contro simili nemici dell'Unione Sovietica, e allo stesso tempo face­va un mirato riferimento a un ebreo comunista che era stato denun­ciato anni prima come «provocatore».
Il 13 gennaio del 1953 sulla stampa sovietica apparve l'annuncio ufficiale dell'esistenza di un «complotto dei medici», che più tardi si scoprì essere stato architettato in realtà da Ignat'ev e dal suo vice, Rjumin. Vi si sosteneva che un gruppo terroristico composto da medici, «che avevano il fine di troncare la vita di personaggi pubbli­ci attivi sulla scena dell'Unione Sovietica sabotando le terapie a cui erano sottoposti», era stato scoperto «qualche tempo prima». Secon­do questo proclama, tra le vittime del complotto andavano enume­rati i capi partito Zdanov e Scerbakov, ai quali si diceva fossero state prescritte droghe controindicate per i gravi malanni da cui erano af­flitti. Si riteneva che i medici avessero anche cercato di minare la sa­lute di molti tra i più importanti ufficiali dell'esercito, ma che l'arre­sto aveva mandato a monte i loro piani. Sebbene non si specificasse che sei dei nove dottori accusati erano ebrei, la presenza di questi ul­timi veniva messa in particolare risalto sottolineando che avevano collegamenti di carattere cospiratorio con il comitato antifascista ebraico, bollato come organizzazione nazionalista borghese ebraica impiantata dai servizi di spionaggio americani. Questo annuncio, che fu seguito da ulteriori arresti di medici ebrei, scatenò un parossi­smo di antisemitismo in tutta l'Unione Sovietica. A quanto pare, lar­ghi strati della popolazione sovietica erano disposti a credere alla favola dei medici assassini e di una cospirazione capeggiata dagli ebrei. (Amy Knight, Beria, Mondadori, pp. 202-205)

Il 24 marzo [1953, Beria] sottopose al presidium un documento nel quale avan­zava una richiesta di amnistia per un ampio numero di prigionieri: secondo questo documento, dei circa 2.526.402 internati nei campi di lavoro solo 221.435 erano effettivamente «criminali di stato di parti­colare pericolosità», confinati nei campi speciali dell'MVD; la mag­gior parte degli altri non rappresentava un serio pericolo né per lo stato né per la società. Il 27 marzo il presidium approvò con un decreto la liberazione di quanti erano stati condannati a pene inferiori ai cinque anni, delle madri con figli al di sotto dei dieci anni, delle donne incinte e dei giovani con meno dì diciotto anni: in totale circa un milione di prigionieri. Anche prima dell'amnistia, nei campi si era verificato un certo rilassamento delle misure restrittive; secondo un giovane austriaco internato in Siberia, subito dopo la morte di Stalin i regolamenti di prigionia vennero notevolmente allentati an­che per i detenuti politici. All'improvviso venne concesso ai prigio­nieri di avere il necessario per scrivere, ricevere pacchi da casa e vi­site dei parenti.
Ma la novità più sensazionale, resa pubblica dalla «Pravda» il 4 aprile, fu il formale ripudio dell'esistenza di un «complotto dei me­dici» e la riabilitazione degli imputati arrestati. È significativo che l'annuncio apparisse sotto forma di un comunicato dell'MVD, ren­dendo così palese che era opera di Beria. Vi si legge:

È stato stabilito che le testimonianze degli arrestati, che in apparenza con­fermavano le accuse contro di loro, siano state ottenute da funzionari del di­partimento di investigazione dell'allora ministero per la Sicurezza dello stato con metodi di indagine del tutto illegali, assolutamente vietati dalla legge sovietica [...]. Le persone accusate di aver tenuto un comportamento scorretto nello svolgimento delle indagini sono state arrestate e incriminate. (ivi, pp. 222-223)

Come già detto in altra occasione su questi schermi, quella particolare psicopatia che va sotto il nome di antisemitismo provoca terrificanti deliri. E come l’affetto da delirium tremens vede arrampicarsi sul suo corpo orride e schifosissime bestiacce che in realtà esistono solo nella sua mente malata, così accade all’antisemita.
E poi, naturalmente, tanto per non perdere le buone abitudini, altro giro altro antisemitismo, qui.


barbara


10 novembre 2009

FUOCO

“Chi sei?”
“Io sono il fuoco. Il fuoco che scalda il tuo corpo e scalda la tua anima e lenisce le ferite del tuo corpo e della tua anima. Io sono il cuore del sole e della terra e degli astri tutti. Per secoli e millenni e migliaia di millenni gli uomini hanno tentato di imprigionarmi. Alla fine hanno creduto di esserci riusciti, e per un po’ io glielo lascio credere, ma prima o poi fuggo e mi dirigo dove meno se lo aspettano. Per secoli e millenni e migliaia di millenni hanno tentato di domarmi, e alla fine anche questo hanno creduto di essere riusciti a farlo. E anche questo per un po’ glielo lascio credere, ma prima o poi mi ribello, poiché non sopporto catene. Io tengo lontani da te gli animali pericolosi e i fantasmi che turbano la tua mente. Da me nascono scintille che illuminano i tuoi occhi e il tuo spirito. Io scaldo il tuo sonno nelle gelide notti invernali e accompagno i tuoi sogni. Io rischiaro la tua via affinché tu non ti perda per selve oscure e rendo sacri i giorni di festa. Tale è la mia potenza che i popoli delle foreste mi credono un dio e mi adorano e mi pregano. Gli uomini delle macchine non mi credono un dio, ma hanno bisogno di me quanto quelli che essi chiamano “primitivi”. Io sono ovunque e sono il motore di ogni cosa, senza il mio calore nessuna cosa funzionerebbe sulla terra, e la vita stessa scomparirebbe. Io sono dunque il tuo calore e la tua fonte di vita. Forse potrei dire che io sono la tua vita stessa. E tu chi sei?”
“Ecco io, vedi, io sono un uomo dimezzato. Il mio spirito ti ama e ti cerca e ti desidera, ma il mio corpo ti teme, ha paura di restarne bruciato, e così il mio corpo e il mio spirito sono sempre lontani l’uno dall’altro”.
“Allora lascia che il tuo spirito sia completamente compenetrato da me. Quando ciò sarà avvenuto, il tuo corpo e il tuo spirito si riuniranno”.
“Ma non è facile”.
“No, non lo è. Ma nessuna cosa è facile su questa terra. E se tu vuoi vivere, e non solo sopravvivere, non hai altra scelta”.
“Ma tu sei pericoloso”.
“Sì, lo sono. Ma chi ha paura del pericolo non possiederà la vita”.

E anche lui, per non stonare nell’accostamento, ha provveduto a creare una cartolina di fuoco, da leggere dalla prima all’ultima parola.

barbara


4 ottobre 2008

IL GENIO E IL MALE

di Yashiko Sagamori, consulente informatica a New York (qui)

Yashiko Sagamori

Nel concludere i preparativi per l’attacco all’Irak, i leader della coalizione hanno promesso al mondo due cose: di preservare l’integrità territoriale dell’Irak e di giungere alla pace in Medio Oriente. Il primo obiettivo implicava che i Curdi, ancora una volta, si vedranno negare il diritto all’autodeterminazione. Il secondo implicava la concessione del diritto all’autodeterminazione agli arabi che occupano Gaza, la Giudea e la Samaria.
Qui una domanda è inevitabile. Secondo quale logica l’antico popolo curdo si vede rifiutare definitivamente il diritto di avere il suo proprio paese, mentre gli sforzi concentrati di tanti paesi e organismi internazionali sono consacrati, anno dopo anno, decennio dopo decennio, a promuovere l’organizzazione terrorista di Arafat per farne una nazione, a spese di Israele? Se qualcuno mi può proporre una risposta che non sia, esplicitamente o implicitamente, tinta di antisemitismo, sarei veramente felice di sentirla.
E in attesa, certamente vana, di ricevere una tale risposta, porrò un’altra domanda, ancora più inquietante: perché tutti questi massicci sforzi non hanno portato assolutamente a niente? Perché i cosiddetti palestinesi, malgrado tutti i tentativi dei nemici d’Israele di farne una nazione, restano ciò che sono sempre stati dal momento della loro invenzione nel 1964, vale a dire un’organizzazione terrorista?
Fino alla guerra dei Sei Giorni, nel 1967, la parola “Palestinese” designava un ebreo residente in un qualunque punto situato “tra il fiume (Giordano) e il mare (Mediterraneo)”. I fruttuosi sforzi della propaganda araba hanno prodotto un’inversione di questa definizione degna di Orwell. I “Palestinesi” di oggi sono semplicemente degli arabi arrivati da qualunque parte e insediatisi sulla terra che appartiene a Israele. Un po’ poco per fare di loro un popolo. Tuttavia la mancanza di un’identità etnica comune non costituisce di per sé una ragione sufficiente per rifiutare loro il diritto ad avere un proprio paese. E neppure spiega il totale fallimento di tutti i tentativi di creare una tale nazione. Dopotutto, il popolo americano costituisce una comunità etnica ancor meno degli arabi autonominatisi “Palestinesi”, ciononostante neppure il più stupido dei nemici degli Stati Uniti negherebbe che gli americani siano a tutti gli effetti un popolo. Evidentemente esiste un potente fattore che unisce i fieri discendenti di coloro che attraversarono l’oceano sul Mayflower quindici generazioni fa a coloro che arrivano oggi negli Stati Uniti da Città del Messico, da Minsk o da Madras, sperando di ottenere alla fine una Green Card. Questo fattore è ciò che viene chiamato l’American Dream: un’espressione vaga che si applica a un vasto insieme di benefici non troppo comuni al di fuori degli Stati Uniti, che vanno dalla libertà di parola e di religione alla reale possibilità per ciascuno di guadagnarsi decentemente da vivere da solo e un futuro limpido per i propri figli.
Israele, anch’esso un paese di immigranti, anche se in modo molto differente dagli Stati Uniti, ha una sua idea unificatrice. Il “sogno israeliano” si chiama sionismo. Mi asterrò prudentemente dal tentare di darne una definizione. Basti dire che il sionismo riesce a unire persino quegli ebrei che sono incapaci di mettersi d’accordo sul vero significato di questa parola.
Ciò significa che la “Palestina” è impossibile per la mancanza di un “sogno palestinese”? Niente affatto. Se il “sogno palestinese” non esistesse, si potrebbe inventarlo. Il problema è molto più grave. Il “sogno palestinese” è ben esistente, e gli arabi non ne fanno minimamente mistero: il loro sogno è la distruzione di Israele.


                                                       

Oggi, come al tempo di Golda Meir, gli arabi odiano gli ebrei più di quanto amino i loro figli. Purtroppo non si tratta di una pittoresca metafora. È l’esatta descrizione dell’orribile realtà del Medio Oriente. L’intensità dell’odio arabo contro gli ebrei supera i limiti dell’immaginazione umana. Madri arabe mandano orgogliosamente alla morte i propri figli in cambio della speranza di assassinare qualche ebreo: per la strada, su un autobus, in un ristorante …
Non posso dimenticare un breve documentario mostrato l’anno scorso in un notiziario: si vede una madre dire addio a suo figlio, in modo laconico e privo di emozione. Sa che suo figlio non tornerà : così è stato programmato. Comunica ai giornalisti che la circondano i suoi sogni più cari: lei ha altri nove figli, e spera che tutti seguiranno la strada del fratello maggiore. Il futuro shahid porta un’uniforme militare ed è armato di un M16. È allampanato e un po’ goffo, come un adolescente cresciuto troppo in fretta, e che non ha ancora avuto il tempo di familiarizzarsi con il suo nuovo aspetto. Sembra intimidito dalla macchina da presa, e il bacio che alla fine posa sulla guancia della madre appare un po’ imbarazzato. Il suo sorriso è teso e timido e, devo ammetterlo, non privo di fascino. In altro contesto, lo si sarebbe potuto prendere per un adolescente ebreo. È sul punto di uscire dal campo della telecamera per recarsi alla più vicina yeshiva. Lì aprirà il fuoco e ucciderà cinque studenti, prima che qualcuno lo abbatta.
Non si dovrebbe mai sottovalutare il “sogno palestinese”. Ispirati da esso, dei «martiri» musulmani andranno a versare molto sangue ebraico. Ma non conviene neppure sopravvalutarlo, perché non ha in sé niente di positivo, niente di costruttivo. Non si dedica che a morte e distruzione. Non sa creare altro che un’organizzazione terroristica. Per dirlo chiaro, i palestinesi non vogliono l’indipendenza. Non vogliono un paese per sé. Ciò che vogliono è di compiere la missione affidata loro dal mondo arabo: distruggere Israele. Questo è il motivo per il quale non si sono mai battuti per la loro indipendenza prima della sconfitta araba del 1967. È la ragione per la quale nel 2000, quando a sorpresa è stato loro regalato uno stato a Camp David, hanno risposto rilanciando la guerra. È la ragione per la quale oggi, nel contesto kafkiano della “roadmap”, sostituiscono la pace con la hudna e rifiutano recisamente di combattere le organizzazioni terroristiche sul “loro” territorio: tali organizzazioni sono inseparabili dall’Autorità “Palestinese” quanto la marionetta rasata di fresco lo è dal suo perennemente mal lavato istruttore Arafat.
Costruire una nazione richiede del genio. In una delle opere meno note di Pushkin, Mozart e Salieri, Salieri riconosce amaramente che Mozart era un genio e lui no, perché “il genio e il male sono due cose incompatibili”. Questa incompatibilità intrinseca spiega perché oggi non esiste una “Palestina” e perché non esisterà in un futuro prevedibile.
Gli sforzi della comunità internazionale per creare uno stato “palestinese” possono nuocere e nuoceranno a Israele in molti modi ben concreti. Ma la “Palestina” resterà per sempre il sogno disonesto e pertanto irrealizzato degli antisemiti.


Nota di www.nuitdorient.com

A questo aggiungete che Israele accoglie sul suo territorio tra il 15 e il 20% di palestinesi, una consistente minoranza dei quali si identifica col nemico, e che il Fatah non accetta alcun ebreo in un eventuale futuro stato, per non parlare di Hamas, che rifiuta qualunque presenza ebraica nella regione.
Fino a quando gli arabi del Medio Oriente e la cricca dei mullah iraniani non cesseranno le loro invettive antisioniste e i loro insegnamenti di odio antisemita, il Medio Oriente non conoscerà tregua e resterà sottosviluppato, con l’eccezione di Israele e di qualche piccolo emirato che, del resto, intrattiene buone relazioni con Israele. (traduzione mia)

Si può essere d’accordo o magari, se si è MOLTO disonesti, si può anche non esserlo. Però direi che vale comunque la pena di pensarci un po’ su.


barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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