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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


1 febbraio 2012

E NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA È TOCCATO VEDERE ANCHE QUESTO

Egregi Signori,
con la presente desidero mettervi a conoscenza di quanto accaduto nel pomeriggio di domenica 29 Gennaio a Nova Milanese.

L'Anpi cittadina, con la collaborazione di diversi esponenti della sezione di Paderno Dugnano, ha organizzato una conferenza dal titolo "Per non dimenticare".
http://www.peacelink.it/pace/a/35413.html   
La conferenza è iniziata con la presentazione di un libro della Professoressa Laura Tussi, esponente Anpi di Paderno, che ha preso gran parte del tempo disponibile, proseguendo poi con un documentario molto ben fatto da Daniele Marzotta sul lager di Natzweiler-Struthof.
Ha poi parlato il coautore del libro presentato all'inizio, seguito dal figlio di un deportato politico.
È stata quindi la volta di Mario Petazzini, esponente di spicco dell'Anpi di Paderno Dugnano, nonché di Rifondazione Comunista.
Il suo discorso è stato quantomeno fuori dal contesto, visto che si è lanciato in elucubrazioni sull'attualità con non avevano attinenza con la conferenza. Probabilmente il signor Petazzini pensava di essere a un comizio politico pre elettorale.
Ma questo non è importante.
Ciò che conta è che al termine dell'intervento egli ha elencato le stragi efferate che ancora oggi si compiono, a suo dire simili a quelle naziste, enumerando nell'ordine la ex Jugoslavia, il Ruanda, la Cambogia, e... naturalmente la Palestina.
A questo paragone improprio e indegno tra Auschwitz e Gaza in sala si sono levate delle proteste con la richiesta di ritrattare la dichiarazione e alcune persone hanno lasciato la sala.
Petazzini ha però rincarato la dose, dicendo testualmente che "Gaza è un grande lager".
Alla richiesta di scuse ha aggiunto, "Io non mi scuso di niente, tutti noi (dell'Anpi) la pensiamo così."

Alla conferenza è stata invitata anche mia madre, Anika Schiffer, che ha parlato per ultima, dopo di lui.
Mia madre e i suoi fratelli hanno trascorso dopo l'emanazione delle leggi razziali, anni di miseria, terrore ed emarginazione, per poi fuggire in montagna con la banda partigiana di Giorgio Bocca, la 2a divisione, inseguiti e ricercati dai nazifascisti in quanto ebrei.
Il loro destino era Auschwitz.
Il padre di mia madre, mio nonno, non riuscì a fuggire e fu portato prima al centro di raccolta di Borgo San Dalmazzo, poi a Fossoli e infine ad Auschwitz.
Era nella stessa baracca di Primo Levi, da cui mia madre negli anni del dopoguerra ebbe le informazioni sulla sua fine.
Mori il 10 Gennaio 1945 ed uscì per il camino 17 giorni prima che l'Armata Rossa entrasse nel campo.

Le persone che hanno lasciato la sala sono rientrate per ascoltare mia madre.
Ha raccontato la sua storia, come fa quando la invitano a parlare in circostanze simili, a un uditorio particolarmente attento e interessato.
Verso il termine dell'intervento ha tentato di dire qualche parola su Israele, che da Petazzini era stato provocatoriamente descritto come "l'impero del male". È riuscita a dire solo qualche frase smozzicata, interrotta in continuazione da Petazzini e altri due esponenti dell'Anpi di Paderno, che non gradivano quello che stava tentando di dire.
All'ennesimo tentativo di ricominciare la frase su Israele, Mario Petazzini HA SPENTO IL MICROFONO ad Anika Schiffer, dichiarando frettolosamente chiusa la conferenza. Le ha proprio schiacciato il pulsante di funzionamento del microfono, togliendoglielo da davanti.
A quel punto il pubblico ha protestato vivacemente per il gesto antidemocratico e vergognoso di vietare la parola a una signora ottantenne, scampata ad Auschwitz, che cercava di spiegare che Israele non era quello che sosteneva Petazzini.
Lui, molto innervosito dal fatto che qualcuno potesse contestarlo, ha addotto puerili e ridicole scuse relative al tempo che sarebbe terminato.
Bugie. Sia perché la sala era prenotata fino alle 19.00 ed erano le 18e40, sia perché in quel caso sarebbe bastato sussurrare all'orecchio di mia madre una cosa del tipo: "Vada a chiudere".
È stata un'operazione di vergognosa censura, degna degli "antisemiti progressisti" e di come li descrive assai bene Fiamma Nirenstein nel suo omonimo libro.
Tutta la sala si eè accorta chiaramente della volontà del Petazzini di non fare dire cose che non gli piacevano, supportato dagli altri esponenti dell'Anpi di Paderno Dugnano. Il suo gesto è stato inqualificabile e chiarissimo.
Sono riuscito a raccogliere i nominativi e i recapiti di 11 dei presenti, che scandalizzati dal suo comportamento sono pronti a testimoniare quello a cui hanno assistito. Nel caso voleste ascoltarli non avete che da chiedermi la lista.
Inoltre sono in possesso del filmato della conferenza, dal quale potreste ben comprendere cosa è successo. Se lo volete non avete che da chiedermelo.
Ma anche gli organizzatori hanno filmato TUTTA la conferenza, senza interruzioni, perché mi hanno detto che desideravano inserirla su You Tube.
Chiedete a loro il filmato integrale. Sono certo che la loro telecamera, posizionata su un cavalletto fisso, ha funzionato ininterrottamente fino alla fine.
Se vi dicessero che qualcosa non è stato registrato, sappiate che mentirebbero.
Nel post conferenza sono continuate le discussioni, mentre mia madre, distrutta e profondamente amareggiata per l'ignobile trattamento ricevuto veniva portata via da mia sorella.
Tra altre perle degli esponenti dell'Anpi vi segnalo solo questa: "Ha ragione Ahmadinejad a volere la bomba atomica, d'altra parte Israele ce l'ha gia'"
Il resto preferisco risparmiarvelo, ma si trattava dei soliti luoghi comuni antisemiti a cui, purtroppo siamo abituati.
Solo che non ce li aspettavamo da voi.
Non voglio credere che anche per voi gli unici ebrei buoni siano quelli morti, su cui riversate la vostra pietà, destinando invece il vostro odio a quelli vivi e che magari (ma tu guarda che pretese!) non si vorrebbero fare ammazzare.
Nel comunicarvi che riceverete la mia tessera strappata a uno dei vostri indirizzi, vi chiedo:
La posizione ufficiale dell'Anpi è che è vietato parlare di Israele nelle conferenze da voi organizzate?
Anche a quelle in teoria organizzate per ricordare la Shoah?
Pensate che Gaza e Auschwitz siano la stessa cosa, come i peggiori negazionisti e gli esponenti dell'estrema destra neonazista?
Ritenete che Ahmadinejad faccia bene a procurasi armi nucleari?
La posizione del vostro esponente Mario Petazzini è anche la vostra?
Se cosi fosse ne prenderemmo atto, tirando le debite conclusioni.
Se invece così non fosse, intendete intervenire nei confronti dei responsabili di questi atteggiamenti?
Vi sarò grato per una vostra risposta che, sono certo, non potrà mancare, fosse anche solo per una questione di educazione.
Provvederò personalmente a girarla a tutte le persone e le Associazioni che ci leggono in copia.
Saluto distintamente,
Roberto Cavallo Schiffer (da Informazione Corretta)

Come sono solita dire in questi casi, in realtà è vero che Gaza è esattamente come Auschwitz:
Auschwitz era un'istituzione guidata da una cricca di criminali che aveva come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei, e Gaza è un'istituzione guidata da una cricca di criminali che ha come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei. Davvero, con tutta la buona volontà è difficile trovare differenze sostanziali.
Comunque per avere una qualche idea su questa tragica prigione a cielo aperto in cui le vittime diventate carnefici stanno lasciando agonizzare un milione e mezzo di persone, suggerisco di dare un’occhiata a uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto nove.


barbara


18 aprile 2011

HO VISTO COSE

“Un’estranea fra noi” è un bellissimo film. Ma non è per raccontarvelo che ho aperto questo file, bensì per parlare di un’unica, specifica, scena. Solo una breve premessa, per capire di che cosa si tratta. Nella comunità ebraica ortodossa di New York è stato assassinato un ragazzo, e una poliziotta viene inviata per indagare. La prima cosa che dice, appena arrivata, è che gli indizi portano a pensare che l’assassino venga dall’interno della comunità. Il rabbino obietta che non è possibile, che lui conosce tutti, che nessuno può avere fatto una cosa simile. E lei, disinvolta: “Eh, lei è buono e si immagina che tutti siano come lei, ma io, guardi, ho visto cose che lei neanche si immagina”.
Per meglio indagare, si stabilisce all’interno della comunità, vivendo insieme a una ragazza. Acquistata confidenza, un giorno le chiede: ma il rabbino, come mai non ha una moglie, dei figli? E la ragazza risponde: li aveva, ma li ha persi al campo. Quale campo? Auschwitz. E lei, ricordando quello che gli aveva detto al primo incontro, rimane impietrita.
Ecco, l’insegnamento da trarre è che prima di vantarci di quanto siamo scafati, magari sarebbe meglio informarci su chi abbiamo davanti.
Perché questo post? Perché sì.
Perché adesso? Perché sì. Perché mi è improvvisamente venuto in mente mentre coprivo di panna montata le fettine d’arancia. Perché è sempre il momento giusto per ricordare ciò che è stato fatto – e ancora di più lo è in un momento come questo, in cui perfino l’assassinio di uno straniero da parte di islamici palestinesi diventa motivo per scatenare isteriche reazioni contro Israele e contro gli ebrei tutti - e rifletterci su.



barbara


15 marzo 2011

FUORI POSTO

Cari amici,

un lettore (che non nomino, perché questa è una pagina perbene) mi ha scritto un paio di lettere che al centro avevano questo "ragionamento" cinico e aberrante: le "colonie" sono casa d'altri, dunque un posto ovviamente pericoloso, tanto più che i "coloni" "non hanno pagato l'affitto"; i bambini non si portano nei posti pericolosi. Dunque la colpa è di chi li ha portati "in prima linea", vale a dire i genitori, che anche loro peraltro han pagato con la vita la loro scarsa propensione a pagare l'affitto ai "padroni di casa".  Sarebbe meglio sciacquarsi la bocca dopo aver citato parole come queste, ma bisogna invece discuterle perché sono in parecchi, fra i nemici di Israele, a dire più o meno sottovoce cose del genere, e l'atteggiamento della stampa in parte ne deriva.

Cominciamo col dire che tutta Israele è "prima linea", almeno lo era prima della costruzione del "muro della vergogna" che impedisce ai padroni di casa di sgozzare troppo facilmente i loro "affittuari": i supermercati, gli autobus, i ristoranti, la yeshivah di Gerusalemme che fu teatro due anni fa della penultima grande strage, le strade, le campagne dove una donna è stata uccisa il mese scorso. La colpa è sempre loro: sono gli ebrei che si espongono. Ma non basta: quel ragazzo ebreo francese che è stato rapito da una banda di musulmani e torturato a morte perché ebreo... di chi è la colpa? Ma sua, naturalmente, che ci faceva nella banlieu parigina, non sapeva che era prima linea anche lì? E Stefano Gaj Taché di due anni, assassinato da terroristi palestinesi il 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga maggiore di Roma? Non si sapeva che anche le sinagoghe sono prima linea? Non avevano avvertito i sindacati comunisti qualche giorno prima, sfilando con una bara preventiva da quelle parti? E i morti di Auschwitz, di tutti i campi di sterminio? Che ci facevano in luoghi così insalubri? Perché avevano accettato un passaggio in treno dalla SS, per di più senza pagare il biglietto?

Non vado avanti a fare dei discorsi così strazianti che, senza l'ignobile lettera del lettore che non nomino, non avrei avuto proprio il dolore di farmi venire in mente. Dico solo che da millenni l'esperienza ebraica conosce da vicino a ogni generazione dolori e lutti paragonabili a quelli che hanno colpito la famiglia Fogel (che, sapete, stava lì dopo aver obbedito a un ordine di sgombero da Gaza cinque anni fa...). C'è della gente per cui gli ebrei sono sempre fuori posto, almeno da vivi (ma anche da morti, visto che durante l'occupazione giordana di Gerusalemme, quella che Obama, D'Alema e Prodi vorrebbero restaurare con le brigate Al Aqsa al posto della Legione Araba, le pietre delle tombe dei cimiteri ebraici furono usate per lastricare le strade). Sempre fuori posto, sempre puniti con la morte per questo, sempre incolpati per le sofferenze che gli altri ci infliggono.

Ugo Volli



Quando ho detto al mio medico di Ilan Halimi e del libro su di lui, ha commentato: "Eh, finché non si risolve questa cosa fra Israele e palestinesi..." Ho risposto: "Non c'erano territori occupati al tempo di Auschwitz", e lui è schizzato sulla sedia: "Ecco! Non si può fare la minima critica a Israele che subito parte l'accusa di essere antisemiti! È ora di finirla con questa storia!" Talmente sprofondato nella melma del suo antisemitismo da non accorgersi neppure che i collegamenti - privi di qualunque fondamento e qualunque logica - li aveva fatti tutti lui da solo.
Né a questo, né al sofferto pezzo di Ugo Volli serve aggiungere commenti. L’unica cosa da aggiungere è un kaddish per tutti i martiri innocenti.



barbara


3 dicembre 2010

UN RICORDO

Jacques Stroumsa, Il violinista di Auschwitz

Caro amico Jacques, caro amico lontano, figlio di quel popolo che viene da lontano, come i trovatori di altri tempi hai percorso le nostre città spostandoti da un luogo all’altro, invitato d’onore, testimone e depositario di tristi verità.
“Che vengano a dirmi che non è vero. Scelgano anche il luogo, a Parigi, a Londra o in qualsiasi altro posto, a me va bene. Che scelgano anche la data e l’ora ed io verrò. Ma non per dieci minuti, che mi si lasci parlare per almeno due ore. E che mi dicano che non è vero, che me lo dicano in faccia. Ma non osano”.
Coraggioso e sventurato trovatore dei tempi moderni non avevi da offrire versi d’amore per i cuori ardenti di passioni né tanto meno rime epiche per esaltare l’orgoglio di nobili condottieri in cerca di avventure. La nobiltà di duelli leali non rimava più con l’umanità.
La tua canzone e il violino, tuo fedele compagno, privati del soffio vitale della creatività, attingevano la propria ispirazione nel fondo delle tue viscere sigillate con la forza della violenza, visibile e leggibile sulla carne del tuo braccio rattrappito sui cui appariva il marchio dell’umiliazione e della vergogna. Un giorno, non così tanto remoto, privato del nome, ti avevano dichiarato un numero, il 124097. “Il numero lo dovevamo sapere in polacco, perché i Kapo parlavano polacco”.
E’ la storia di questo numero che ci hai dovuto svelare e rendere intellegibile. Latore di questo sciagurato sigillo ti sei presentato nei nostri auditorium, nelle aule magne delle nostre scuole, per raccontare un piccolo doloroso tassello di questa spaventosa storia di cui tu Jacques, figlio di questo popolo antico, dovevi figurare tra i protagonisti, quelle false comparse di un dramma dove, dietro le quinte, in sordina, dovevate, tu e il tuo popolo, a tutti i costi perire. Parlando di te, hai parlato per gli altri, per quelli che non potevano e per quelli ancora, come la tua amata sposa Laura, che non ci riuscivano, preferendo il silenzio.
Hai voluto e dovuto parlare, risucchiato per sempre, fino alla fine in un vortice infernale e implacabile. Sfortunatamente facevi parte di quel gruppo e sventurata generazione ma, per prima cosa, dettaglio non da poco, il tuo torto fu di essere un figlio di quel popolo odioso e maledetto a cui non era mai stato concesso il diritto di scegliere.
Ciò nonostante, e nei labili margini di manovra di cui hai potuto disporre, hai sempre scelto la vita. Amante della vita sei sempre stato sensibile alle sofferenze degli altri e non hai mai preteso di aver sofferto più di altri. “Appena finita la guerra l’umanità era ferita. Nessuno voleva ascoltarci. Ci chiedevano di tacere. Vi diamo tutto quello che volete, ma, per favore, state zitti”. Il destino, in quest’ultima tappa della tua vita ti ha voluto lasciare il tempo necessario per riprendere le fila della tua storia e concederti la possibilità di svelarci ciò che avevi creduto, saggiamente, per un certo periodo, di tacere.
“Nessuno può conoscere in anticipo il proprio destino, e io Jacques Stroumsa, nato nel 1913, a Salonicco, non avrei mai potuto immaginare che nel mio secolo e dal mio paese natale la Grecia, culla della civiltà europea, il mio destino m’avrebbe portato a conoscere la deportazione, l’umiliazione nei campi di concentramento.
Nessuno mi avrebbe potuto predire che sarei stato internato nel famigerato lager di Auschwitz, diventando il numero 124097.” La spietata legge della soluzione finale però non prevedeva eccezioni e tutti gli ebrei caduti nelle grinfie dei nazisti dovevano essere eliminati. Perfino a Rodi e nelle isole circostanti del Dodecaneso i nazisti allestirono delle navi per deportare ed uccidere le piccole comunità ebraiche locali.
Tribuno di questa orribile Memoria, la tua vita si è intrecciata lungo un sottilissimo filo che ti ha scaraventato, nei migliori anni della tua vita, nel mezzo di una delle peggiori catastrofi che l’essere umano abbia mai conosciuto: la deportazione, l’umiliazione, l’abbandono, la frustrazione e la schiavitù. Voi sopravvissuti ne siete usciti esangui e disorientati.
Figli sventurati avevate perso la bussola e quei riferimenti minimi che, sin dall’infanzia ci fanno temere e allo stesso tempo amare la vita, con le sue gioie e preoccupazioni quotidiane ma che, nonostante tutto, ci spinge ad accettare il gioco, a credere nelle nostre forze, anche fragili, confortati dal calore umano che emana dai nostri compagni di viaggio.
L’uomo, infatti, non è un’isola. All’uscita dei campi, soli ed abbandonati, non sapevate più se eravate ancora degli uomini. Ce l’avevate fatta, ma a che prezzo? A te Jacques, come agli altri sventurati, questo passato vi ha perseguitato e ossessionato gettando un’ombra e compromettendo, a posteriori, la vostra esistenza come uomini liberi.
Poco importa infatti, se l’esistenza da uomo libero sia stata, fortunatamente molto più lunga. L’uomo non è una semplice somma di anni vissuti. L’esperienza concentrazionaria ha annientato e roso come un tarlo i migliori dei vostri. Poco prima di porre fine ai suoi giorni, Primo Levi si chiedeva, con tormento e vergogna, se, sopravvivendo, non avesse usurpato il posto di qualcun altro più meritevole di lui.
“Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere…. Sopravvivevano i peggiori, e cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”. Un tarlo doloroso e fatale di cui gli assassini, i nazisti, erano perfettamente consci, così abili a usurare gli uomini, ricattandoli e mettendo a nudo la profonda fragilità dell’essere umano.
“Rimpiango di non averlo conosciuto. Di passaggio a Torino, dopo la sua scomparsa, mi sono recato sulla sua tomba per una piccola preghiera. Il cimitero era chiuso, a causa di una festività ebraica. Il custode non voleva assolutamente farmi entrare.
Per convincerlo gli ho allora mostrato il mio braccio su cui era inciso il mio numero. Impietositosi mi ha fatto entrare e così ho potuto chinarmi sulla sua tomba e fare una piccola preghiera. Nessuno di noi deve sentirsi in colpa per essere sopravvissuto. Non siamo noi i responsabili. Perché mai dovremmo sentirci in colpa?
Qualcuno di noi doveva sopravvivere per poter raccontare. Ce lo dicevamo, era un patto. Chi sarebbe sopravvissuto avrebbe poi dovuto testimoniare” Sopravvivere non è stata una vittoria, ma una sconfitta. La pesante eredità di Auschwitz l’avete dovuta portare fino alla fine. I nazisti il loro obiettivo l’hanno raggiunto, le loro prede non sono riuscite a fuggire. Siete tutti caduti nella loro trappola mortale, come topi.
Sei milioni dei vostri assassinati in così poco tempo. A chi importava la vostra morte? Per l’umanità si trattava di una misera manciata di ebrei e per un po’ l’umanità si è sentita sollevata.
Risorti dalla catastrofe la loro presenza è però diventata di nuovo ingombrante, e il cuore antisemita ha ripreso a vociferare, ritrovando le sue piazze. I carnefici di ieri sono invece tranquilli e fiduciosi del loro avvenire.
A parte qualche rimprovero qua e la sulla loro colpa e responsabilità collettiva, hanno ripreso velocemente il loro posto in seno alle nazioni, sfuggendo dal banco degli imputati.
Loro, non hanno commesso alcun peccato originale. Nessuno osa contestare il loro diritto ad esistere. Nessuno osa metterli pubblicamente alla gogna. Nessuno osa boicottare i loro prodotti o i loro atleti. Nessuno pianifica attentati o rapimenti per proporre obbrobriosi e mostruosi ricatti. Nessuno invoca la distruzione e l’annientamento della loro nazione.
Da parte tua Jacques mai però una parola di odio o di rancore nei confronti dei figli dei carnefici. Trovatore della Memoria non venivi alla ricerca di vendette postume. “Sono i nazisti colpevoli, non i tedeschi”, hai tenuto spesso a sottolineare, nel corso delle tue conferenze. Senza rancore hai visitato a più riprese il paese e le città dei tuoi carnefici, recandoti sempre in veste di sopravvissuto e testimone.
Non hai rifiutato alcun invito. Hai avuto la forza morale di affrontarli e ricordare loro senza ambiguità e false cautele, nella loro lingua, il tedesco, ciò che sapevano già, i crimini dei loro padri. Nonostante l’età avanzata e la tua piccola statura non ti sei fatto intimorire dagli sguardi loschi di piccoli simpatizzanti neonazisti.
Erano loro a dover aver paura di te. Sapevi, perché purtroppo l’avevi sperimentato sulla tua pelle, che i nazisti erano e sono dei vigliacchi. Di fronte ad un professore impaurito e un po’ ignavo che voleva metterti in guardia sulla presenza minacciosa di qualche suo alunno, il tuo braccio non tremava e spettava ancora a te insegnargli la forza della determinazione e del coraggio.
“Sbatteteli fuori. Che cosa aspetta? E’ lei l’insegnante. Se si permettono d’infastidirmi li prendo e li butto giù dalla finestra. Quando sono stato deportato nessuno mi ha chiesto se ero d’accordo. Io faccio quello che voglio. Quale tribunale tedesco oserebbe condannarmi?”
Sì Jacques, ci mancherai. Ci mancherà la tua presenza capace di mettere a nudo la nostra codardia ed ignavia. Sei venuto e tornato, anno dopo anno, per presentare il tuo libro “Violinista ad Auschwitz”, edito in numerose lingue, disponibile ad incontrare e a parlare davanti a qualsiasi pubblico: ragazzini delle medie, liceali, adulti e storici rinomati. In alcuni casi i tuoi viaggi sono stati delle vere e proprie tournées. Tenori e musicisti hanno avuto il piacere di accompagnare le tue esibizioni al violino.
“Sono stato fortunato. Ad Auschwitz si poteva morire da un momento all’altro. La morte era sempre in agguato. Se sono ancora vivo, qui con voi, è perché ho avuto molta fortuna: ero ingegnere, sapevo molte lingue e sapevo tocar il violino. Questa fortuna implica però un dovere, il dovere di testimoniare e di raccontare quello che ho vissuto. La mia vita ha un senso solo se utilizzata per continuare a testimoniare, in ricordo dei miei compagni scomparsi, assassinati, affinché essi non siano morti invano.”
Quando parlavi la tua voce vibrava forte e profonda, quasi arcana, come se provenisse da un tempo lontano e infinito, e il pubblico ti ascoltava in silenzio. E tu, nonostante l’aspetto un po’ buffo, dall’età indefinita, non sembravi per nulla affaticato e davi l’impressione che avresti continuato a lungo. Man mano che andavi avanti col racconto il tuo corpo si rinvigoriva, la tua mente lucida riscopriva ricordi e dettagli reconditi che a loro volta ne richiamavano tanti altri.
“Potremmo continuare a parlare tutta la notte e i giorni successivi senza mai riuscire ad esaurire il discorso”.
Con queste parole eri solito concludere le tue conferenze per poi accingerti ad eseguire un breve brano musicale con il tuo violino. Figlio del Mediterraneo, uomini cresciuti all’insegna dell’odio e nel culto della morte avrebbero voluto che “crepassi” nelle paludi dell’Europa orientale ridotto ad un pugno di cenere. Tu Jacques Stroumsa non ti rassegnasti e, aiutato dalla fortuna riuscisti a resistere ed aspettare con pazienza il momento della liberazione. Anni dopo il Mediterraneo ti richiamò offrendoti un’altra sponda, laggiù, nell’antica terra dei tuoi progenitori, per ricostruire quella famiglia che l’Europa ti aveva vigliaccamente sottratto e per contribuire alla rinascita della tua nazione, progettando e realizzando, tra le altre cose, l’impianto d’illuminazione della vostra capitale, Gerusalemme.
Fino all’ultimo hai continuato a testimoniare, debitore della lunga vita che il destino ti aveva voluto concedere: “Per parlare della Shoah potremmo continuare all’infinito senza riuscire mai a mettere la parola fine.” Ci riusciremo noi, un giorno? La Shoah per un verso e per l’altro continua a far parlare di sé. Tra negazionismo e perverse strumentalizzazioni, le tristi sequele continuano ad avvelenare il tormentato rapporto che il mondo intrattiene e vuole intrattenere con il popolo ebraico e d’Israele.
Nonostante la Shoah l’antisemitismo non è scomparso e l’odio e sentimento antiebraico sono sempre in agguato.
Nonostante la Shoah il popolo ebraico non è al riparo da una nuova e reiterata voglia di annientamento.
Domenica 14 novembre 2010 si è conclusa una piccola e grande pagina della storia. Alle ore 10:30, all’età di 97 anni, si è spento a Gerusalemme il dr. Jacques Stroumsa.

Lanfranco Di Genio (pubblicato in Informazione Corretta)

E mi viene da dire: meno male che se n’è andato in tempo, risparmiandosi di vedere ciò che stiamo vedendo in questi giorni nella sua e nostra amata terra. Ciao Jacques, riposa in pace: lo hai meritato.

      

barbara


14 giugno 2010

COMMENTO AL COMMENTO DI ALESSANDRO SCHWED

Come detto nel post precedente, a quel pezzo così intenso, così profondo, così sofferto, non era possibile aggiungere parole estranee, per questo lo faccio ora, qui. Per ricordare che non si sta verificando una rinascita dell’antisemitismo, che non siamo di fronte a un nuovo antisemitismo: l’antisemitismo che stiamo fronteggiando è sempre quello, sempre lui. Quello che ci fa odiare gli ebrei perché hanno ammazzato Gesù Cristo e perché hanno tentato di ammazzare il profeta Muhammad; perché hanno complottato contro i musulmani e perché complottano contro i cristiani; perché sono capitalisti; perché sono comunisti; perché stanno fra di loro e non si mescolano con nessun altro popolo; perché si mescolano agli altri popoli e tentano di assimilarsi e confondersi; perché non hanno uno stato; perché hanno uno stato; perché non si decidono ad andarsene in Palestina; perché sono andati in Palestina; perché sono vigliacchi imbelli che non sanno combattere; perché si sono dimenticati di quando erano simpaticamente imbelli e hanno imparato a combattere. Si tratta di ignoranza, dice qualcuno. Non è vero: si tratta di odio. Troviamo antisemiti fra gli operai, fra gli impiegati, fra i medici, fra gli insegnanti. Ci sono cattedre universitarie occupate da gente che spiega che le camere a gas non sono mai esistite, che le hanno inventate gli infami giudei per giustificare poi ogni loro nefandezza, ogni loro crimine. E troviamo, non sorprendentemente, l’intero mondo politico, l’intero mondo della cosiddetta informazione, l’intero mondo accademico, l’intera – o quasi – opinione pubblica mondiale ad applaudire questi campioni della pace che intimano “Go back to Auschwitz”. Certo, non tutti sono così rozzi: ci sono anche persone decisamente più raffinate, come la signora Helen Thomas, che preferisce il giro lungo, le triangolazioni: se ne vadano prima in Germania e in Polonia, che poi ci penseranno loro a rispedirli ad Auschwitz: perché mai sporcarsi le mani, se c’è chi può fare il lavoro sporco per noi? (E anche a questa signora è stata indirizzata una bellissima risposta, da Yoram Dori, che merita di essere letta, qui).
Ecco, queste sono le cose che avevo da dire in coda al gioiello di Alessandro Schwed. Niente di particolarmente originale, niente di straordinariamente profondo, ma forse a qualcuno chissà, daranno motivo di fermarsi due secondi a riflettere.

barbara


13 giugno 2010

QUANDO L’OBIETTIVO È LA PACE

Ho conservato questo bellissimo articolo scritto qualche giorno fa da Alessandro Schwed, che mi sembra il miglior commento all’imperativo categorico uscito dalla nave dei pacifisti, ossia coloro che operano per la pace.

"Tornatevene ad Auschwitz"

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. È la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? È in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale. E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un’altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che “gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando”, per poi aggiungere: “… Eccetera, eccetera…”. “Eccetera”: perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei – calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell’antico calunniatore, contraddittore, oppositore. È dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l’altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell’alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all’intero pianeta, “Go back to Auschwitz”, e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all’altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di “Go back to Auschwitz”. Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i “pacifisti” linciano i soldati. L’audio di “Go back to Auschwitz” è emerso pochi giorni dopo che l’universale condanna a Gerusalemme si era distesa sul mondo come un’immensa coperta mediatica, da polo a polo. Ma “Go back to Auschwitz” non è divenuto informazione per far sapere chi fossero in realtà i pacifisti della Marmara. “Go back to Auschwitz” è come un documento-audio senza volume, o meglio ha un volume che riescono a sentire gli ebrei e le persone di buona volontà: da una parte la frase “Go back to Auschwitz” non ha la forza di essere sentita nella sua mostruosa evidenza antiumana, e così risalire la china dello scoop di Israele stragista; dall’altra quella stessa frase pesca silenziosamente nella palude del mondo, dove si nasconde, voluttuoso, il desiderio della fine ebraica. “Go back to Auschwitz” è uno spot genocida sparato col silenziatore. Pubblicità nazista che si fa largo con tatto paradossale in mezzo a un consenso che non ne parla ma lo lascia diffondere, vendendo a Eurabia l’arrivo di una seconda possibile Shoah. “Stiamo tornando – recita in modo subliminale lo spot – e abbiamo la soluzione – finale”. Il punto non è che i media non hanno rivelato l’approccio nazi-islamico in puro stile Ahmadinejad, e neanche che dopo l’indiscriminata levata di scudi contro Israele a niente sono valse le foto e i video nella rete dove si vedono i soldati israeliani che si calano con una corda, linciati con sbarre e bastoni, chiusi in una cella, i denti rotti e buttati fuori bordo – e si capisce la violenza debordante della reazione militare. Il punto è che i media sono stati entusiasticamente favorevoli a gridare alla strage degli innocenti, che è così ebraica, e se tale effetto virtuale si vanificasse, sarebbe una delusione come un gol della vittoria bellissimo in moviola e poi annullato per fuorigioco. In ogni caso, impressiona come nel mondo dell’immagine la parola torni a essere potente ogni volta che accanto a “morte” si scrive “esercito israeliano”. La morte è scandalo indigeribile, e ancor meno digeribile è la morte di uomini raccontati come inermi pacifisti. Ma che ghiottoneria è la morte procurata da un esercito di ebrei – ha scritto il Tizio della Sera su Moked, portale delle Comunità ebraiche italiane. Nessun network si è sentito di sciupare lo scoop antiebraico, dando importanza al fatto che i “pacifisti” non fossero affatto inermi, ma tutta gente addestrata. Martiri che da tempo si preparavano; genieri della provocazione, all’opera per una gigantesca trappola da lanciare fra le gambe degli israeliani. I quali da anni perdono tutte le grandi battaglie mediatiche per l’oggettivo pregiudizio che opera nei loro confronti di ebrei vivi; ben altra cosa, rispetto ai sei milioni di ebrei morti, plasmabili facilmente dall’ipocrisia di chi a loro è interessato solamente come elemento tattico-ideologico, variante della guerra antifascista. E di fatti, c’è quel mondo “antifascista” che spende i 27 di gennaio non parlando della Shoah, ma della guerra partigiana di cui sarebbe logico e onorevole parlare il 25 aprile. E ora che vengono fuori le notizie su chi fossero gli eroi della nave turca che il mondo ha cantato per dodici ore, anche se adesso la canzone si è strozzata in gola; ora che circolano silenziosi dubbi su chi fossero davvero i pacifisti, se fossero pacifisti, e come si sono comportati i pacifisti – è ora che nessuno è interessato a diramare le notizie. Come se notizie autentiche sui pacifisti siano elementi antispettacolari che la tv si guarda dal diffondere perché deludenti e portatrici di depressione. Ad esempio, non ha avuto rilievo una piccola notizia del 3 giugno sul Corriere della Sera fiorentino: il 26 aprile, Mariano Mingarelli, presidente dell’associazione dell’amicizia filopalestinese, si è dimesso dall’agenzia di stampa Infopal (filo Palestina), per gli eccessi di antisemitismo di alcuni intellettuali al suo interno. In una sorta di bonaccia universale della democrazia, durante la quale tutto è inerte prima del maremoto, i media non gridano la vera e nuova identità sinistro-destra dei pacifisti italiani, tornati trionfalmente a Fiumicino come decine di Ulisse a Itaca. Invece di uno sciopero generale per lo scandalo della menzogna, c’è un silenzio generale per imbavagliare la verità: come se quanto è successo alla Coop fosse stato una mera sbadataggine. Si guardi alla semplicità disarmante, e come armata, con cui una dirigente della Cgil ha dichiarato in tv che la Cgil, il più grande sindacato italiano, è con la Palestina – dunque Hamas, il jihad, il mondo che nega la Shoah e vuole vaporizzare Israele. E a sostegno unilaterale dei pacifisti, troverete lo sdegno del Colle che aveva messo in guardia dai pericoli dell’antisionismo antisemita e poi è caduto sulla buccia di banana della disinformazia pacifista; così come è apparso sonnacchiosamente dalla parte del pacifismo turco, il Partito democratico, appisolato nella sua eterna controra. E se ciò non costituisce novità, quante volte la linea del Pd su Israele, dalla guerra in Libano alle passeggiate con Hezbollah sul corso di Beirut, è sprofondata con un oplà nel terzomondismo. Ma lo strafalcione è stato commesso, e va detto che è proprio qui e ora, nell’approccio acefalo con la flottiglia semiturca della pace, che si salda l’alleanza passiva tra sinistra e fondamentalismo, evocando i nove morti come una sorta di Fosse Ardeatine dove gli israeliani sono quelli della rappresaglia nazista. Dunque, passando davanti al ghetto: “Nazisti”. Addio Storia, patrimonio gramsciano, addio memoria di come il mondo arabo fu alleato al nazismo – asini! È in questa facilità di adesione allo hitlerismo, nell’antigiudaismo, nei pogrom arabi di sempre, nei lamenti di Maimonide per le piaghe del popolo ebraico sotto il tallone degli sceicchi, che si trova la continuità con Ahmadinejad, col negazionismo, con l’idea di un nuovo Olocausto, con il successo editoriale nel mondo arabo del libello sui sette savi di Sion. Il giorno dopo l’attacco israeliano, la sola novità possibile era che l’attacco israeliano fosse una reazione scomposta e politicamente sciagurata a una trappola preparata da un gruppo islamista con simpatie hitleriane. Ma la verità di un giorno dopo è lenta per il Pubblico all’ascolto: il Pubblico vuole le emozioni, non la verità storica. E poi, il vecchio continente soffre di un’antica incontinenza antigiudaica. Solidarizza con il nazi-islamismo: uno, ha paura dei missili di Teheran e del prezzo del petrolio; due, la scena davanti a Gaza illuminava in modo fantastico gli ebrei proprio mentre erano colpevoli. Se gli israeliani sono finiti in trappola, non sarà l’Europa a dirlo. Non succederà certo in Europa, quanto in questi giorni propongono gli studenti israeliani, che qualcuno organizzi una flottiglia di pace per Shalit; come non c’è mai stato un corteo bipartisan contro gli insediamenti e i razzi di Hezbollah sull’alta Galilea; una campagna di sinistra contro i pogrom nei paesi arabi; nessun titolo di giornale dopo il linciaggio dei due soldati israeliani, le cui interiora furono esibite dagli abitanti di un villaggio palestinese, danzando gioiosi davanti alle telecamere. Nessuna piazza della sinistra europea è stata piena per i morti di kamikaze di Haifa e Gerusalemme; nessun lenzuolo è stato steso alla finestra per le quotidiane aggressioni subite dagli ebrei francesi, in fuga da quella nazione nel più esteso disinteresse europeo; nessuna fiaccolata bertinottiana ha mai sfilato contro le liste di proscrizione antiebraica stilate nelle università d’Europa; nessuna guerriglia si è mai accesa sotto l’ambasciata di Teheran, per il negazionismo della Shoah e la volontà di cancellare Israele dalla geografia; nessun grido è stato sentito contro le limitazioni delle libertà religiose in medio oriente – perché la religione è l’oppio dei popoli; nessun dibattito è stato lanciato contro il revisionismo della storia israeliana, ridotta a cartone animato per analfabeti. Per tutto questo, mai sdegno. L’improvvido plauso della folla dei marciatori di Assisi con quelli che dicono “Go back to Auschwitz” è un maggio parigino alla rovescia, un cupo inverno perenne; è rivelare che allora la Resistenza fu antifascista e non amorosamente filoebraica; che tutti furono intorno a Primo Levi ma non con Primo Levi; che la pace è una bandiera egualitaria dove tutti, ma tutti, possono insultare gli ebrei e auspicare che tornino ad Auschwitz. La novità autentica di questo capovolgimento della realtà è che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz, quando gli esterrefatti soldati sovietici si trovarono davanti al più grande mattatoio della Storia, gli eredi politici dell’Ottobre, che proprio contro il nazismo ha speso decine di milioni di morti, ora stanno licenziosamente con chi dice la cinica battuta da western di second’ordine “Go back to Auschwitz”. Tornate ad Auschwitz – per il comunismo e la libertà. Sotto la sfacciata luce del Male, da Londra a Roma una sinistra pacifista si fa comandare come un povero ciuco. Domani, potrebbe gridare di ricondurre il popolo ebraico ad Auschwitz e che ognuno di noi rechi al collo il cartello “Nazista”, con la esse della svastica. Il punto è come sia potuto avvenire tale allucinato capovolgimento della realtà. Di sicuro, sappiamo che la sinistra adesso è destra razzista, e che in greco capovolgimento si dice katastrophè.

Avevo in mente un paio di cose da aggiungere, ma dopo averlo riletto mi sono resa conto che non posso: anche una sola parola aggiunta rischierebbe di sporcare questo purissimo cristallo.

barbara


7 giugno 2010

PERCHÉ NOI SIAMO ANTISIONISTI, NON ANTISEMITI!

"Go back to Auschwitz"

Piccola riflessione ad uso di quanti si interrogano ancora sul perché gli ebrei italiani, tradizionalmente progressisti, si siano spostati a destra.
Vi è stata nei giorni scorsi una correlazione quasi matematica fra la collocazione politica dei giornali e dei politici e il loro atteggiamento rispetto all'azione dei teppisti che si sono organizzati militarmente sulla nave turca Marmara per provocare il massimo dei tumulti al momento del preventivato blocco israeliano. Tanto più a sinistra era schierato un giornale o un politico dichiarante, tanto più facilmente si è bevuto la propaganda islamista, tanto più si è rifiutato di riconoscere i fatti anche di fronte ai video più eloquenti, tanto più si è indignato, ha condannato Israele, ne ha profetizzato la vicina scomparsa allineandosi ad Ahmadinejad, tanto più ha infine accostato la condanna a Israele a quella degli ebrei, trovando del tutto naturale andare a manifestare al ghetto di Roma e alle sinagoghe nel resto d'Italia.
Ma anche le parti più istituzionali e "riformiste" dello schieramento di sinistra hanno pensato bene di manifestare davanti all'ambasciata israeliana. Gira in rete un video in cui una dirigente sindacale si riferisce a Israele dicendo "quei bastardi" e poi dice "magari mi prenderanno per razzista".
Eh già... Solo le destre più estreme e semiclandestine, le schegge neonaziste vere e proprie, hanno avuto riflessi condizionati anti-israeliana pari a quelli della sinistra.
Con le opportune differenze questa stessa proporzione vale anche nel mondo ebraico, con gli ebrei di estrema sinistra del tutto allineati alla propaganda anti-israeliana dei loro compagni, quelli di sinistra un po' meno estrema dolenti e scandalizzati, spesso profetizzanti la fine di Israele per mano della sua improvvida classe dirigente.
Ammettiamo pure che in questo gioco di opinioni e dichiarazioni tutti siano stati sinceri e abbiano semplicemente reagito per come capivano quel che fosse successo, cioè per come interpretavano le informazioni disponibili a tutti, evitiamo cioè di pensare a calcoli politici o malafede. Come si spiega questo fatto? E' forse necessario applicare qui un vecchio principio dell'ermeneutica: ogni giudizio viene formulato applicando a ciò che si conosce, quel che già si crede, si vuole, si sa (o si crede di sapere). L'orizzonte delle aspettative e delle credenze dell'interprete contribuisce insieme ai fatti a determinare la sua interpretazione. Anzi, i fatti stessi vengono percepiti a seconda del proprio orizzonte interpretativo.
Dunque, se tutta la sinistra ha visto nella faticosa e rischiosa azione del commando israeliani per prendere il controllo di una spedizione mirante a dar mano libera ad Hamas nient'altro che "un'aggressione", "un arrembaggio", "una strage", "un crimine", "un assassinio" eccetera eccetera, e se non ha visto invece la dimensione aggressiva non solo dei teppisti che accoglievano a sprangate i soldati israeliani scesi sulla nave quasi disarmati per evitare incidenti, ma del sostegno ad Hamas - questo mostra che il suo orizzonte di attesa nei confronti di Israele è del tutto negativo, che essa pensa davvero che si tratti di "uno stato canaglia", come ha scritto "Liberazione" (sempre con le diverse nuances fra destra e sinistra, fra sinistra ebraica e sinistra politica generale).
Solo un'antipatia e una sfiducia radicata per Israele e in prospettiva per tutto l'ebraismo possono spiegare queste reazioni. Chiamatele se volete "solo" antisionismo o prendete atto che si tratta di un sia pur tendenziale antisemitismo. Resta il fatto che la sinistra, quasi tutta la sinistra, con solo qualche differenza di accento, ce l'ha se non proprio con gli ebrei, con qualcosa cui gli ebrei tengono moltissimo e con cui si identificano. Che essa considera con antipatia il nostro sogno secolare di realizzare il carattere di popolo attraverso uno stato, dunque un territorio legato da sempre alla nostra identità. Che pensa che la nostra terra sia "rubata", come si esprime anche qualche ebreo (di estrema sinistra). Che ritiene "un errore", "una provocazione al mondo arabo", l'esistenza dello Stato di Israele.
Gli ebrei di sinistra, almeno quelli moderati, cercano nei limiti del possibile di suggerire faticosi distinguo e complesse forme di mediazione. Preferiscono pensare che col ritorno ai confini del '49, intorno a cui sono nate tante guerre e terrorismo, la situazione miracolosamente si acquieterà. Ma la loro parte politica, con tutta evidenza, non li ascolta, dalla base al vertice ha interiorizzato il proprio pregiudizio su Israele, la sua classe dirigente, la sua cultura e in definitiva sull'ebraismo, salvo un minimo velo di ritegno verbale su quest'ultimo punto - forse per via di un "credito" accumulato ad Auschwitz, che come ha scritto una lettera incredibilmente pubblicata sull'Unità "è in via di esaurimento". All'azzeramento del conto, immagino, saremo tutti invitati a "tornare ad Auschwitz", come si è espresso gentilmente un radiotrasmittente della flottiglia.
Nessuna meraviglia, dunque, se sono cordialmente ricambiati.

Ugo Volli

Ugo Volli, come sempre, non ha bisogno di commenti, e quindi non ne aggiungerò. Di mio metto solo l’invito ad andare a vedere qui e qui che cosa succede, anche in acque internazionali e anche senza che ci sia un blocco navale, a chi non si ferma all’alt, quando a dare l’alt non è Israele.

barbara


19 dicembre 2009

PERCHÉ IL MALE TORNA SEMPRE (2)



Era il titolo di un post che avevo fatto circa due anni fa. Mi è tornato in mente questa mattina, quando ho letto: “C’erano i cani ieri ad Auschwitz”. Il male torna sempre, perché noi non facciamo niente – o, nel migliore dei casi, non facciamo abbastanza – per impedire che ritorni. Il male torna sempre perché che palle, e basta con sto olocausto. Il male torna sempre perché che palle sti ebrei come se avessero sofferto solo loro. Il male torna sempre perché io non sono antisemita, è solo che. Il male torna sempre perché io comunque cosa c’entro? Il male torna sempre perché la potentissima lobby ebraica. Il male torna sempre perché le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi. Il male torna sempre perché gli ebrei che hanno in mano la finanza e l’informazione. Il male torna sempre perché ...
C’erano i cani ieri ad Auschwitz, e brividi corrono lungo la schiena, perché il male torna sempre, lo sappiamo benissimo che torna sempre. E continuerà a tornare, fino a quando non ci decideremo a far sì che il fatidico mai più smetta di essere un progetto di vita solo per gli ebrei, e per tutti gli altri nient’altro che due parole di cui riempirsi la bocca e farsi belli nel giorno della memoria.


La selezione, disegno di Simon Wiesenthal


Il bagno, disegno di Simon Wiesenthal


Il crematorio, disegno di Simon Wiesenthal

E per dare il nostro piccolo contributo a conoscere il male per far sì che non ritorni, recuperiamo gli arretrati uno, due, tre e quattro.

barbara


16 ottobre 2009

ROMA 16 OTTOBRE 1943

Quel 16 ottobre era un sabato, giorno di festa e di riposo per gli ebrei osservanti. E in Ghetto i più lo erano. Lavori e affari interrotti, negozi e botte­ghe artigiane chiusi. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia insomma.

La tranquillità nelle vecchie e anguste case dove­va essere tornata assoluta dopo la fine della spara­toria se nessuno o quasi si accorse che verso le 4 del mattino truppe delle SS — secondo alcune testimo­nianze - avevano cominciato a disporsi in vari punti della zona per bloccarne gli accessi. Sull'ora precisa in verità c'è discordanza.
Il primo che si accorse di qualcosa fu in quell'al­ba fredda e piovigginosa il proprietario di un mode­sto bar di piazza Giudìa, non ebreo, che alle 5,30 come ogni mattina era arrivato a piedi al suo locale dal quartiere di Testaccio dove abitava. Proprio mentre metteva sotto pressione la macchina del caffè espresso, vide due file di tedeschi - a suo avviso erano forse un centinaio - che si disponeva­no lungo i marciapiedi. Ma di quel che poteva essere avvenuto alle 4 del mattino, cioè il silenzioso blocco delle vie di accesso, il caffettiere non era stato testimone.

La grande razzia cominciò attorno alle 5,30. Vi presero parte un centinaio circa di quei 365 uomini (di cui 9 ufficiali e 30 sottufficiali) che erano il totale delle forze impiegate per la «Judenoperation».
Oltre duecento SS contemporaneamente si irra­diarono» come vedremo, nelle 26 zone in cui la città era stata divisa da Dannecker per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori dal vecchio Ghet­to.

L'antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l'operazione, non solo per l'alto numero delle per­sone catturate simultaneamente ma anche per la spettacolarità dell'azione e per la sua alta dramma­ticità.

Le SS entrarono di casa in casa arrestando le intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno. Quando le porte non vennero subito aperte le abbatterono col calcio dei fucili o le forzarono con leve di ferro. Tutte le persone prelevate venne­ro raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco al di là dello storico Portico d'Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bimbi al seno. Per nessuno.
I giovani validi erano invece meno di quanti avrebbero potuto essere. Il Comando tedesco alcu­ni giorni prima aveva affisso in tutta Roma un ordine di mobilitazione per il servizio di lavoro obbligatorio per tutti i romani validi. Una parte di quelli di Portico d'Ottavia si erano nascosti. Alla data del 10 ottobre Piero Modigliani annotava nel suo diario: «Tutti pensano che il rischio sia più per gli uomini validi che per le donne, i vecchi e i bambini...».
I più, colti nel sonno all'arrivo dei tedeschi, cre­dettero che i militari fossero venuti per prendere i giovani che nonostante il bando non si erano ancora presentati. Lo sgomento fu grande quando fu chiaro che non erano solo i giovani ma tutti indistintamente gli ebrei l'obbiettivo di quella operazione.

Molti romani quella mattina, trattenuti a distan­za dalle transenne e dalle SS, furono muti testimoni del rastrellamento. Videro uomini vestiti somma­riamente, spesso protetti da una coperta sulle spalle strappata dal letto prima di scendere in fretta le scale tallonati dai militari; bambini infagottati al freddo pungente di quell'alba piovigginosa d'otto­bre; donne col cappotto frettolosamente e mala­mente infilato sopra la camicia da notte; giovani madri che cercavano di quietare il pianto di un bimbo lattante al seno. E udirono grida, richiami, raccomandazioni e singhiozzi.
I tedeschi tentarono di dare alla brutale opera­zione il carattere di un «trasferimento». Volevano un gregge inconsapevole e cercavano di evitare pos­sibili gesti inconsulti, atteggiamenti ostili, disordi­ni. Cercavano di evitare intoppi e contrattempi che potevano rallentare l'operazione. Volevano soprat­tutto fare presto.

A questo fine avevano consegnato a ciascuno un ordine bilingue:

1) Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.
2) Bisogna portare con sé viveri per almeno 8 giorni, tessere annonarie, carta d'identità e bicchieri.
3) Si può portare via una valigetta con effetti e bian­cheria personali, coperte, eccet., danaro e gioielli.
4) Chiudere a chiave l'appartamento e prendere la chiave con sé.
5) Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo.
6) Venti minuti dopo la presentazione di questo bi­glietto, la famiglia deve essere pronta per la partenza.

Si voleva far credere alle vittime ad una destina­zione non definitiva. «Chiudere a chiave l'apparta­mento e prendere la chiave con sé» faceva supporre un possibile ritorno. «Tessere annonarie e di identi­tà» implicavano una destinazione nella quale questi documenti avrebbero potuto servire. Ma perché allora «... ammalati anche gravissimi non possono restare indietro...»? (Fausto Coen, 16 ottobre 1943, Giuntina)

Qui e qui altre rievocazioni. E non aggiungo altro.



barbara


10 agosto 2009

AUSCHWITZ? QUALE AUSCHWITZ?

                                

No, scusate, ma la storiella di Auschwitz e delle camere a gas non era una bufala colossale montata dai sionisti per fregarsi la Palestina? E allora, fatemi capire, che cos’è che si dovrebbe RI-aprire adesso?

barbara


16 agosto 2008

SUITE FRANCESE

Un’idea grandiosa: una sequenza di cinque libri, un immenso affresco di un evento storico ancora in divenire, ossia la seconda guerra mondiale, l’invasione e l’occupazione tedesca, la miseria morale di parte non piccola della nazione francese – senza troppe differenze fra popolo, borghesia e aristocrazia – e la piaga del più abietto collaborazionismo. Un quadro vivo e spietato, a tratti addirittura epico – ma la storia incalza, il destino incombe, Auschwitz è alle porte, e di libri ha il tempo di scriverne solo due.
Singolare destino, quello di questa donna, intrisa dei peggiori pregiudizi antisemiti (capelli crespi, naso adunco, mano molle, dita e unghie a uncino, colorito scuro, giallo o olivastro, occhi neri, ravvicinati e melliflui, corporatura gracile, guance livide, denti irregolari, narici mobili, sete di guadagno, isteria, atavica abilità nel vendere e comprare paccottiglia, fare traffico di valuta, improvvisarsi commessi viaggiatori, rappresentanti di finti merletti o munizioni di contrabbando, gentaglia ebrea, bisogno quasi selvaggio di ottenere le cose desiderate, disprezzo cieco per ciò che possono pensare gli altri, insolenza ebraica) e che tuttavia, consapevole che ciò le potrà costare la deportazione e la vita, non esita a qualificarsi come persona “di razza ebraica”. E come tale conclude la sua breve vita in una camera a gas.
Singolare anche la sua scrittura, in un francese così ricco, brillante, cristallino – nonostante sia da pochi anni immigrata dalla Bielorussia, in fuga dalla rivoluzione – da indurre i suoi primi editori a sospettare che si tratti di un prestanome per qualche scrittore famoso desideroso di pubblicare qualcosa in incognito. Ed è una scrittura veramente magistrale che, unita a una sublime perfidia, rende la sua opera assolutamente meritevole di essere letta.

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi



barbara


26 aprile 2008

A PROPOSITO DI 25 APRILE

Il signore anziano con occhiali e berrettino blu che si vede in primo piano è Piero Terracina, ebreo, sopravvissuto ad Auschwitz, dove ha perso tutta la famiglia. È stato fischiato e contestato e insultato, in quanto “invasore della Palestina”. Non aggiungo commenti: mi auguro che non ne servano. PER NESSUNO.



barbara


13 dicembre 2007

AD AUSCHWITZ C’ERA LA NEVE

e il fumo saliva lento



Così, perché è sempre il momento giusto per ricordare.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui, grazie a lei.

AGGIORNAMENTO 2: se poi considerate che dai commenti a un post come questo ho dovuto cancellare ben sedici escrementi ...


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7 ottobre 2007

RICERCA DI IDENTITÀ

Provate a chiudere gli occhi e a pensare: non so chi sono. Non so sa dove vengo. Non so chi era mio padre e chi era mia madre. C’è gente così.

Nata da madre ignota


a cura di Claude Bensoussan

L'unico legame che mi ricollega alla mia identità occupa un posto enorme nella mia memoria, ma in realtà è ben riposto.
Mia nonna mi accarezza il viso e i capelli con le sue mani, cercando così di fare conoscenza con me, la figlia di Fleurette. È cieca, e i suoi diti inquisitori, fini e leggeri, mi procurano una deliziosa sensazione di benessere. Parla una lingua arcana, a me sconosciuta: l'yiddish. Lunghe cantilene e bisbigli talvolta appena udibili in cui vorrei discernere dei nomi: quelli dei miei, mio padre e mia madre.
Ero orfana, e mia nonna era l'unica che avrebbe potuto dirli. Ma ormai nulla di comprensibile usciva più da quelle labbra esangui, dal suo viso incavato dalla vecchiaia e dalla mancanza di speranza, se non quelle parole di yiddish, che oggi mi sono così familiari per avervi cercato il nome di mia madre. Enigmatica, quella vecchia donna silenziosa cercava una traccia vivente dei suoi figli morti in deportazione nel toccare, accarezzare una bambina di tre anni, la cui testa poggiava docilmente sulle sue ginocchia. Complicità intensa di due esseri femminili, ciascuna ad un estremo della scala della vita, con in mezzo quel gran buco nero spalancato dei pogrom e della Shoah, quei morti, quella mancanza di un linguaggio comune. Non eravamo in grado di rievocare, e quella cecità impediva di verificare che, sì, ero proprio la figlia di Fleurette. Ma sapeva almeno chi era mio padre?
Ha portato il segreto nella tomba...
Alla mia nascita, Fleurette mi aveva messo un nome al di sopra di ogni sospetto di ebraicità: Cristiane. E quanto al padre era ricorsa a un falso, aveva pagato per denunciarmi al Comune come segue: "Christiane Delaporte, nata da madre ignota. Padre: Gaston Delaporte." Solo la scienza ai nostri giorni può riuscire a rendere plausibile una simile assurdità. Ma è grazie a questa enorme menzogna, che faceva marameo al regime di Vichy, che sono sopravvissuta. Mia madre ha avuto appena il tempo di affidarmi alla mia grande nutrice, Maguite, prima di essere deportata, e poi gasata, ad Auschwitz.
Fu dunque sua sorella, Louise, che venne a prendermi dopo la liberazione (dopo tre anni!) per consegnarmi all'esplorazione delle mani di una nonna.
Ma la deliziosa parentesi di questa parentela ritrovata si chiuse subito sui miei sogni di bambina. Né Louise, estenuata da anni di campo di concentramento, né Gaston, di cui non si trovò mai la traccia, né gli altri fratelli e sorelle di mia madre che erano probabilmente occupati a cercare di sopravvivere e a contare i loro morti, poterono o vollero prendersi cura di me. La piccola Delaporte visse i primi anni della sua vita in campagna, ad aiutare la sua nutrice Maguite ad occuparsi dei bambini che aveva in custodia. Punto. Andava alla scuola del paese con la vettura del lattaio. Punto. È tutto quello che rimane di quella parte della mia identità: francese, cattolica, orfana di guerra.
Ma la mia vita si capovolse di nuovo quando mia zia Louise mi presentò agli Z. Avevo sei anni.
Arrivarono una domenica, come se sbarcassero da un altro pianeta. Io non vedevo che lei: Maroussia. Non avevo mai visto una donna così bella e così elegante.
Indossava una lunga veste blu a pois bianchi, largamente scollata, che le conferiva una silhouette di fata, e un cappello col velo che donava al suo viso sconosciuto un soprappiù di mistero.
La mia prima domanda fu: "Perché porta una tendina davanti al viso?" Il che li fece ridere.
Ci mettemmo un anno a fare conoscenza. Erano subentrati finanziariamente alla mia povera zia per sostenere le mie spese, fino al giorno che, stanchi di tergiversare sul mio avvenire, mi inclusero nella loro vita. Mi installarono nel loro salotto su un letto improvvisato fatto da due poltrone messe l'una davanti all'altra. E nella buona e nella cattiva sorte iniziammo la nostra vita comune.
Erano ebrei russi, parlavano russo tra di loro e con i loro amici, ed ebbi immediatamente l'impressione di essere l'oggetto di una cospirazione, di essere caduta in mano a degli stranieri, ma non di quelli buoni. Vi chiedo: che cosa ha il russo in comune con l'yiddish?
Mio padre era fiero di me perché i miei risultati scolastici erano promettenti. Maroussia, al contrario, disperava di fare della piccola paesana che io ero una bambina borghese della buona società. Continuavo a gettare via le scarpette di vernice che si ostinava a farmi infilare, con una rabbia che possono capire soltanto quelli che non hanno portato altro che zoccoli e galosce. E urlavo al vedere la testa ridicola che mi facevano i parrucchieri, a cui insistevano a mandarmi per farmi tagliare i capelli, o, peggio, per arricciarli, per migliorare il mio aspetto. Mi sentivo male davanti a questa trasformazione del mio essere e, con l'aiuto anche della meningite, divenni un incubo vivente.
La rottura con la mia precedente vita di orfana a casa di Maguite fu dolorosa perché improvvisa e totale. Di nascosto quindi le scrissi delle lettere che restarono tutte senza risposta. Molto più tardi seppi che aveva cercato di rivedermi, ma forse non riuscì a superare il muro che separa le classi paesane da quelle della borghesia.
Quanto a mia nonna, ero risoluta ad andarla a vedere di nascosto. Una vera spedizione attraverso i dedali di un metrò pieno di insidie per una bambina in fuga. Non volevo la sostituzione di mia madre con una falsa madre. Volevo preservare la magia dell'evocazione di Fleurette, scomparsa ma ben viva ancora nel fondo del mio cuore.
Ho cambiato cognome. Christiane, sono rimasta. Bastarda, perché di famiglia ebraica russa, agghindata con un nome da cristiani. Saprò un giorno chi era mio padre?
In questo la mia immaginazione era feconda:
Christian von Braun, un pilota tedesco, caduto sul fronte russo poco prima della mia nascita, che avrebbe avuto amori tormentati con Fleurette. Voci, dicerie, ma era verosimile. O magari un povero ebreo polacco del Marais, anche lui deportato, e che Fleurette non aveva avuto il tempo di sposare.
A che pro? Mi avevano tagliato, senza che me ne rendessi conto, da tutta una famiglia (mia nonna era fuggita davanti ai pogrom di Russia e di Ucraina con tutti i suoi marmocchi) per appiccicarmi un'altra identità falsa, quella lì, con un passato di borghesia russa in cui non mi riconoscevo.
Ho finito per sottomettermi. Ma ho perduto la mia ebraicità, se il ricordo di una carezza di nonna al suono dell'yiddish e la memoria di Fleurette possono da soli qualificare questa faccia della mia identità.

Assimilata
Dalla scuola al liceo, dal liceo all'università, ho corso il rischio di dimenticare tutto. La laicità faceva il suo cammino. Poi, arrivò il momento in cui volli conoscere Israele. Gerusalemme risvegliò tutta la mia mistica ebraica. È là che avrebbe dovuto formarsi l'unica strada con avvenire per "il figlio dell'olocausto". Ma il tempo aveva tessuto dei legami che papà Pouchkine delimitava autoritariamente nello spazio parigino. Rinunciai. Ero figlia unica.
I miei genitori adottivi, di cui avevo imparato ad ascoltare le ultime parole, morirono di vecchiaia. Liberata soltanto allora dal peso di quella filiazione, a questo punto tardivo della mia vita mi sono decisa a fare delle ricerche sul mio lato materno. Tutti quelli che ho incontrato non avevano saputo niente dei miei e del mio album di famiglia fantasma.
Serge Klarsfeld mi ha permesso, grazie al suo schedario, di aggiungere date e cifre alla breve vita di Fleurette. La sua foto, ritrovata tra le poche carte che la zia Louise mi ha lasciato, uno o due braccialetti che le appartenevano, fanno ormai parte dei miei oggetti familiari.
Ho vissuto una doppia dissimulazione: una prima volta sotto una falsa identità, perché il mio diritto a vivere come bambina ebrea era quasi zero. E una seconda volta, ma in forma anche più sottile, una dissimulazione voluta dai miei genitori adottivi, che di proposito ruppero tutti i miei legami con un passato che giudicavano indesiderabile.
È un problema questo per l'affermazione di sé? Sì, è qualcosa che destabilizza. Il senso di appartenenza è fondamentale per il riconoscimento di sé. Credo che il mio vissuto di paesana m'ha dato un forte attaccamento alla natura e un'inclinazione all'ecologia, il mio vissuto di ebrea russa una passione per il folclore, l'arte, la storia e il divenire geopolitico della Russia, il mio vissuto di bambina deportata una ribellione contro tutti gli attentati al diritto d'esistere dei bambini di tutte le razze e di tutte le religioni, e un'accresciuta avversione contro gli effetti devastanti dell'antisemitismo e del razzismo in tutti gli uomini.

Iana Zbar

(Guysen Israël News, 23 febbraio 2005 - trad. www.ilvangelo.org)

Non solo morte, non solo camere a gas, non solo fucilazioni di massa: anche cose così si è lasciata dietro la Shoah: ricordiamolo. (Perché oggi? Perché oggi è il giorno della Memoria. Ogni giorno è un giorno della Memoria)



barbara


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