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Diario


25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


14 ottobre 2010

LA SPAGNOLA SA AMAR COSÌ

bocca a bocca la notte e il dì



stretti stretti nell’estasi d’amor

(e poi vai a leggerti questo, che un bel promemoria non è mai di troppo)

barbara


11 ottobre 2010

E PARLIAMO DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA

C’era una volta la diccì, do you remember? Quella che nel segreto dell’urna Dio ti vede e Stalin no. A quel tempo la politica estera italiana era filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. È il tempo degli abbracci fra Andreotti e il terrorista Arafat, è il tempo del “lodo Moro” (quel Moro complice attivo di terrorismo, quel Moro complice attivo di assassinio e di strage che qualcuno ancora vorrebbe onorare come martire, come politico esemplare, come grande statista), in base al quale viene concesso ai terroristi palestinesi diritto incondizionato di caccia nei confronti degli ebrei italiani. In politica interna, intanto, è il tempo in cui viene assassinata Giorgiana Masi, mentre il signor KoSSiga – quel Cossiga che fino all’ultimo dei suoi giorni ha continuato a sputare nel piatto, senza peraltro rinunciare a mangiarvi, quel Cossiga che ha inaugurato il vezzo di andare all’estero per insultare gli avversari politici italiani, di fronte a giornalisti e politici esterrefatti che mai, in tutta la loro vita, avevano visto un simile scempio della politica – il signor KoSSiga, dicevo, ripete fino allo sfinimento che le forze dell’ordine non avevano armi da fuoco.
Finisce finalmente l’era diccì e vanno al governo i socialisti. A partire da quel momento la politica estera italiana diventa filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. La caccia all’ebreo è libera e incondizionata, all’unica condizione che si lascino in pace gli altri italiani, quelli per bene, quelli meritevoli di vivere. Si chiama selezione, questa cosa qui. Come ad Auschwitz. Ossia si prende una carrettata di ebrei e si fanno fuori, stando attenti a non fare fuori gli altri che non c’entrano. Succede a Entebbe, succede in Francia, succede in Argentina, succede un po’ dappertutto. Poi qualcuno se ne esce a dire ma guarda un po’ che disdetta, volevano ammazzare gli ebrei e invece sono morti dei cittadini innocenti. Più o meno come nell’attentato a Carlo Palermo, quando è capitato di sentir dire, fra i commenti alla notizia, che volevano uccidere il giudice e invece sono morti tre innocenti, una donna e i suoi due gemellini. Carlo Palermo, già. Impegnato a indagare su terrorismo e traffico d’armi. E un bel giorno tra le carte su cui riesce a mettere le mani sbuca fuori il nome di Craxi, e istantaneamente gli viene sottratta l’inchiesta, viene trasferito in Sicilia e lì, sicuramente molto meglio di quanto avrebbero potuto fare a Trento, gli organizzano un bell’attentato con autobomba. Ed è così che fra i crimini documentati del latitante Craxi, quello della complicità nel terrorismo internazionale non è riuscito ad approdare. Tutto come nell’era diccì, dunque? Non del tutto. Perché adesso, nell’era del sol dell’avvenir, si fa un passo avanti, e si mobilitano massicciamente le forze dell’ordine per impedire che i terroristi palestinesi, rei di massacri, vengano consegnati alla giustizia (uno e due).
E poi... E poi gli anni passano e i bimbi crescono e le mamme imbiancano e imbiancano anche i politici e le ere si succedono alle ere e arrivano al governo i comunisti che secondo loro bisognerebbe dire ex comunisti ma si sa che il comunista, come il maestro dell’immortale Paolo Conte, è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà (sì, certo, anche il fascista, ma occupiamoci di una perversione per volta, pliz). E che cosa succede quando agli esteri siede il comunista D’Alema? Eh, ne succedono di cose! Tanto per cominciare succede che la politica estera italiana diventa filoaraba, filopalestinese e antiisraeliana. Poi, per quanto riguarda personalmente il signor ministro, possiamo registrare che, oltre a farsi fotografare a braccetto, in corrispondenza d’amorosi sensi, coi capi del terrorismo antiisraeliano, si lancia in una serie di attacchi antiisraeliani senza precedenti nella pur antiisraelianissima storia della politica estera italiana. Volendo si potrebbe parlare anche dell’infinita serie di battute antisemite che, essendo nonostante tutto un politico e non un buffone, si premura di fare ben lontano dai microfoni e dalle telecamere, ma che non per questo riescono a passare inosservate. Ma non voglio rinunciare a parlare di quella che è forse l’apoteosi della sua politica estera. Mi riferisco all’episodio del medico palestinese e delle infermiere bulgare arrestati in Libia con l’accusa di avere infettato con il virus Hiv oltre quattrocento persone – documentatamente ammalatesi tre anni prima che medico e infermiere mettessero piede in Libia – tenuti in prigione per anni, torturati e infine condannati a morte. E che cosa fa l’Ineffabile? Invoca clemenza. Evidentemente non sa, l’Immarcescibile, che la clemenza si invoca per i colpevoli. Evidentemente ignora, l’Incommensurabile, che gli innocenti hanno DIRITTO alla GIUSTIZIA. O forse la questione è un’altra: il Nostro ama infinitamente i palestinesi, ai quali è molto più equivicino che agli israeliani, a patto che facciano i palestinesi. Ora, un palestinese che invece che andare a far massacri di ebrei, come è suo sacrosanto dovere, fa onestamente un onesto mestiere di medico, che razza di palestinese è? Perché mai il signor D’Alema dovrebbe occuparsi dei suoi diritti? Perché mai dovrebbe chiedere giustizia per lui?
E veniamo ai giorni nostri. Adesso al centrosinistra è succeduto il centrodestra, e al governo abbiamo il maggico Berlusconi, mentre degli esteri si occupa quel bel pupo del signor Frattini. Ebbene, immediatamente a ridosso dell’11 settembre Berlusconi afferma che la nostra civiltà è superiore a quella islamica, ma appena uno sceicco inarca un quarto di sopracciglio si precipita a dichiarare che è stato frainteso, che le sue parole e le sue intenzioni sono state travisate (maledetti giornalisti comunisti!) e che no, assolutamente no, mai mai mai neanche per un istante si è sognato di pensare una simile mostruosità! E poi gli anni passano e i bimbi crescono eccetera eccetera e l’Immaginifico li passa, gli anni, a raccontare barzellette antisemite, una più becera dell’altra, a fare battute antisemite, una più becera dell’altra, ad aumentare vertiginosamente il giro d’affari con l’Iran, a fare patti di ferro con Gheddafi, il capo di stato più antiisraeliano del pianeta. Esibendosi nel frattempo, nell’illusione di salvare le apparenze e rifarsi una verginità, con la faccina compunta e la kippah in testa, a Yad Vashem (dove, ricordiamolo, NON ci sono i morti, e quindi la kippah non è affatto d’obbligo). E il Fratino? Si spende, il Fratino, si spende tantissimo. A raccomandare a Israele di stare calmo. Di non reagire. Di non provocare. Di non rispondere. Vi ricordate quella vecchia battuta, “Non agitarti che fai il gioco del nemico”? È una battuta oscena, nel caso qualcuno non lo sapesse. Significa: mentre te lo mettono in culo stai fermo, che se no l’inculatore gode ancora di più. Ecco, questo è ciò che il fratino sta chiedendo a Israele: di stare fermo mentre il terrorismo glielo mette in culo. Detto così è volgare, lo so, ma è esattamente di questo che si tratta, ed è inutile girarci intorno. E al di fuori di Israele? Al di fuori di Israele succede che vince il Nobel per la pace un dissidente cinese in galera per reati di opinione, e il fratino non ci pensa neanche di striscio a chiederne la scarcerazione: gli affari sono affari, che diamine, e noi con la Cina ne abbiamo, di affari, oh se ne abbiamo! Ecco, adesso che la Farnesina è dominio del centrodestra e non più del centrosinistra, funziona così.
Vero che è bello vedere come le cose, nel corso degli anni e dei decenni, mutano e si evolvono?

barbara


26 settembre 2010

VOGLIAMO RIPASSARE UN PO’ DI STORIA?

Abbiamo tutti tanti problemi, lo so, e non possiamo porre mente a tutto, avere presente tutto, ricordare tutto. Per questo vi voglio aiutare riproponendovi questo articolo di otto anni e mezzo fa che ci ricorda alcune cose che, pur essendo state scritte su tutti i giornali (vero che lo sono state?) avete forse dimenticato.

"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"


West Bank e Gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico. Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato del tracollo della Cisgiordania

di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader, tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.

Decisamente troppo ottimista il nostro Francesco Ruggeri, visto che al terrorista assassino, depredatore – oltre a tutto il resto – dei palestinesi (non dico del “suo” popolo, dal momento che Arafat era egiziano e non palestinese) vengono invece intestate vie e targhe commemorative. Ma noi, uomini e donne di buona volontà, non smetteremo di batterci, finché avremo fiato, infischiandocene di minacce e intimidazioni, contro ogni tentativo di mistificazione e depistaggio, per fare emergere la verità.


Villa di Abu Mazen

        
    Villa di Suha Arafat, vista da due diverse angolazioni

barbara


18 giugno 2010

UNA DOMANDA ALLA SIGNORA STEFANIA GABRIELLA ANASTASIA CRAXI

     

Non è vero, strilla indignata la signora Stefania Gabriella Anastasia, non è vero niente che stiamo boicottando Israele! Sì, è vero che Israele, unico Paese del Mediterraneo, non è stato invitato al Forum Mediterraneo, ma non perché lo si voglia boicottare, neanche per sogno! È semplicemente che i ministri arabi non vogliono sedersi con loro, tutto qui. E gli israeliani ne devono prendere atto, eccheccbip! E magari, aggiunge saggiamente la signora Stefania Gabriella Anastasia, dovrebbero anche meditarci sopra, e questa è una cosa sacrosanta, perché da sempre lo sappiamo che non dobbiamo chiedere agli antisemiti perché ce l’abbiano con gli ebrei bensì, molto più ragionevolmente, sono gli ebrei che ci devono spiegare perché mai tutti ce l’abbiano con loro, eccheccbip! Così come, da che mondo è mondo, si chiede ai derubati perché i ladri ce l’abbiano con loro, si chiede ai morti ammazzati perché gli assassini ce l’abbiano con loro, si chiede ai bambini perché i pedofili ce l’abbiano con loro: è così che si fa, eccheccbip! Anzi, dirò di più, cioè no, anzi la signora Stefania Gabriella Anastasia dice di più: gli israeliani devono solo ringraziare. Di che cosa non lo dice, ma forse è solo perché il motivo è talmente chiaro da rendere superflua qualunque spiegazione, e se non ci arrivo la colpa deve essere evidentemente mia. E vabbè. E poi arriva il clou, che è ciò che mi ha indotta a prendere schermo e tastiera e scrivere. Dice infatti la signora Stefania Gabriella Anastasia: “È Pierino che grida sempre al lupo. Attenti, perché poi quando il lupo arriva davvero…”. No, la domanda non è se quello del lupo che “arriva davvero” sia un wishful thinking, non sono così maliziosa, ci mancherebbe. La domanda è un’altra, e cioè: se il terrorismo non è il lupo, se bombe e razzi non sono il lupo, se migliaia di morti e decine di migliaia di feriti e mutilati e invalidi permanenti non sono il lupo, se donne, neonati, vecchi sopravvissuti alla Shoah assassinati a sangue freddo non sono il lupo, se boicottaggi a livello planetario in campo accademico, scientifico, sportivo, artistico, giornalistico, politico, economico eccetera eccetera non sono il lupo, se ebrei rapiti e assassinati e magari ritrovati poi in dieci pezzi* in giro per il mondo non sono il lupo, se una mezza dozzina (almeno) di stati tuttora formalmente in guerra con Israele non sono il lupo, se due organizzazioni internazionalmente riconosciute che hanno per statuto la distruzione di Israele e una delle due anche lo sterminio totale degli ebrei, e uno stato che dichiara apertamente di volere la bomba atomica per distruggere Israele non sono il lupo, la mia domanda è: che cosa potrebbe essere, per la signora Stefania Gabriella Anastasia, il “lupo davvero”? Forse qualcuna di quelle confortevoli stanze a tenuta stagna con un’apertura in alto per farvi scivolare dentro quei graziosi cristalli azzurrini che si dissolvono impalpabilmente nell’aria? Immagino che qualcuno potrebbe accusarmi di processo alle intenzioni, ma dopo aver visto la signora Stefania Gabriella Anastasia piangere disperatamente sulla tomba del nipotino di quel tale Haji Amin Al Husseini, in arte gran mufti, fraterno amico di tale Adolf Hitler, in arte Führer, che le stanze suddette è andato a studiarle da vicino per poterle poi adoperare con gli ebrei suoi vicini di casa, l’idea non sembra poi così peregrina.


*Le reazioni

Non ha suscitato reazioni che Aryeh Leib Misinzov, ebreo venticinquenne del movimento Chabad, sia stato rapito a Kiev il 20 aprile, giorno del compleanno di Hitler. Da giorni, non suscita reazioni la notizia del ritrovamento in dieci pezzi del suo corpo, e in una sempre più lunga catena di silenzio non sta suscitando reazioni che non vi siano reazioni. Un silenzio antico circonda la morte ebraica.

Il Tizio della Sera


barbara


11 giugno 2010

QUELLO CHE DAVVERO INTERESSA AGLI AMICI DEI PALESTINESI

La distruzione di Israele per gradi

di Marcello Cicchese

Dopo l'«assalto» di Israele alla flottiglia dei «pacifisti» e il successivo «massacro» compiuto dai militari israeliani (così hanno presentato le cose molti giornali), da diverse parti è stato sollevato il timore (o la speranza) di una terza intifada palestinese. Il semplice fatto di far balenare questa possibilità tende a far credere che la seconda intifada sia stata uno scoppio incontenibile di rabbia popolare prodotta dalla «disperazione» in cui sono stati fatti piombare i poveri palestinesi. E se la disperazione aumenta - si pensa - è chiaro che il fatto potrebbe ripetersi e aggravarsi.
Ma le cose non stanno così, per il semplice fatto che la disperazione non c'entra niente con tutto quello che è avvenuto e sta avvenendo nei territori palestinesi. L'interpretazione autentica di quello che avrebbe voluto essere l'intifada del 2001 fu fornita in prima persona dall'allora autorevolissimo ministro palestinese per le questioni su Gerusalemme, Faysal al-Husseini. In un suo discorso tenuto a Beirut nel marzo 2001 (ved. Notizie su Israele 1), questo raffinato esponente dell'aristocrazia palestinese aveva pazientemente esposto ai libanesi anti-israeliani - che forse erano un po' troppo precipitosi nella loro ira contro lo Stato ebraico - una lezione accademica il cui titolo avrebbe potuto essere «La distruzione di Israele per gradi». Il sistema da usare per ottenere lo scopo deve prevedere - secondo la lezione - una sapiente alternanza di atti di finta pace con atti di vera guerra. Con la finta pace degli accordi di Oslo, di cui era stato uno degli artefici, e sotto il governo di Ehud Barak, diversi "tabù" israeliani erano stati infranti e alcuni importanti risultati raggiunti: la legittimazione giuridica dell'OLP, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi del 1949, la messa in discussione di Gerusalemme come "unica e indivisibile capitale di Israele". L'elezione di Ariel Sharon a capo del governo minacciava di vanificare i risultati ottenuti con la finta pace e quindi era giunto il momento di passare ad atti di vera guerra. Ecco uno stralcio della sua lezione di strategia terroristica:

«Noi siamo convinti che gli scontri in Gerusalemme scuoteranno il mondo dall'Indonesia al Marocco. E questo sarà un segno per gli USA, che saranno costretti a capire che il loro appoggio a Israele distruggerà la stabilità in tutta la regione. Ci troviamo davanti a una battaglia, e a questa adesso ci stiamo preparando. Non dobbiamo permettere che Sharon abbia successo sulla questione della sicurezza, perché questo significherebbe la nostra sconfitta politica.»

Dunque nessuna incontenibile rabbia popolare era alla base della seconda intifada, ma un preciso calcolo politico mirante a ottenere il coinvolgimento internazionale contro Israele, a cominciare dagli Stati Uniti. A distanza di nove anni si può dire senza ombra di dubbio che quella intifada è fallita e che Israele ha vinto la sua battaglia.
Non ci sarà dunque una terza intifada simile alla seconda per il semplice fatto che gli organizzatori hanno capito che ormai la cosa non funziona. Ci sarà invece, anzi è già cominciata e continuerà a tempo indeterminato, una terza intifada diversa nella tattica dalla precedente, ma del tutto uguale nell'obiettivo finale: la distruzione di Israele attraverso il coinvolgimento della comunità internazionale. Gli attentati suicidi presentati come atti di disperazione popolare, oltre che essere sempre più difficili da eseguire per le fastidiose ed efficaci contromisure israeliane, non commuovono più molto il mondo, anche perché qualcuno ha cominciato a temere che possano essere esportati anche in casa propria. E anche il tema delle crudeli sofferenze imposte ai poveri palestinesi dal «muro dell’apartheid» è stato ormai ampiamente sfruttato senza ottenere risultati apprezzabili.
A qualche degno epigono del compianto (dai palestinesi) Faysal al-Husseini deve allora essere venuta in mente la brillante idea di valorizzare il tema dell'«assedio a Gaza», e la cosa sta ottenendo risultati davvero incoraggianti per gli ideatori. Il termine «occupazione» non può più essere applicato a una Gaza ormai «judenrein», cioè totalmente purificata da ogni contaminazione ebraica (ma guai a parlare di antisemitismo quando si nomina Hamas). Il termine «assedio» invece è ricco di suggestive risonanze. L'assedio classico tende a far capitolare il nemico per fame, e chi non si commuoverebbe al pensiero dei poveri palestinesi fatti morire d'inedia dagli spietati ebrei? Per la precisione si dovrebbe parlare di israeliani, e nelle dichiarazioni ufficiali questo si fa, ma nello stesso tempo si fa in modo che qualche arabo-israeliano alzi la sua voce di dissenso, come è avvenuto con la presenza di una deputata araba-israeliana tra i «liberatori» della flottiglia turca. Quindi è chiaro che se gli arabi-israeliani si dissociano, quelli che restano non possono che essere ebrei.
La plateale discesa in campo della Turchia, supportata dal plauso dell'Iran, rappresenta poi il vero capolavoro di questa nuova impresa. A farsi avanti non è più una delle nemiche storiche di Israele, cioè una di quelle nazioni che hanno già preso sonore sberle dal nemico che volevano distruggere, ma una nazione islamica «moderata», amica fino ad ora di Israele. Anche lei vuole portare aiuti umanitari a Gaza, e guai a dire che i palestinesi da quelle parti non stanno poi così male. I palestinesi DEVONO stare male, perché devono essere per il mondo la rappresentazione plastica della malvagità degli ebrei che occupano lembi della sacra terra islamica. E' questa la loro vocazione storica. Benessere dei palestinesi e Stato d'Israele non possono, non devono coesistere.
Chissà se un giorno i palestinesi capiranno che del loro benessere e dello Stato di Palestina a molti loro amici non interessa proprio niente. Quello che a loro interessa è la sparizione di Israele. Questo non avverrà, ma il tentativo di ottenerlo continuerà a produrre lutti e sofferenze. A cominciare dai palestinesi. (Notizie su Israele 487, 8 giugno 2010)

Desidero cogliere l’occasione per ringraziare Marcello Cicchese per il prezioso lavoro che da anni indefessamente svolge al servizio dell’informazione e della verità. Aggiungo poi due link, uno e due, per una migliore comprensione di ciò che è realmente accaduto nelle acque davanti a Gaza. Infine qui e qui qualche altra informazione relativa agli obiettivi palestinesi. 
Shabbat shalom a tutti.


barbara


2 giugno 2010

IL VALORE DELLA MEMORIA

Ho trovato interessante, bella e utile questa lettera pubblicata ieri su Informazione Corretta, che propongo per un valido spunto di riflessione.

Il villaggio era pieno di cadaveri.
In un cortile c’erano un gruppo di donne (armene) ancora vive.
I soldati (turchi) si divertivano a frustarle.
Poi uno ebbe l’idea di prendere un tamburo e farle danzare.
«Danzate, donne, danzate quando sentite il tamburo».
Urlavano i soldati mentre le fruste schioccavano sulle schiene di quelle poverette, lacerandole.
«Scoprite il seno e danzate. Danzate finché siete vive».
Urlavano i soldati.
Uno di loro è andato a prendere una tanica di cherosene e l’ha versato addosso alle ragazze.
«Danzate urlavano tutti, danzate fino a che siete vive e sentite questo aroma più dolce di ogni profumo.»
Poi hanno appiccato il fuoco. I poveri corpi si sono contorti fino alla morte.
E io, ora, io che sto raccontando questo, come potrò mai, ditemi, levarmi quei poveri corpi dagli occhi?
Racconto di una testimone tedesca, Isola di Hectamar, Turchia, 1915

Siamo venuti a finire il lavoro.
Ex ufficiali delle SS, istruttori dell’esercito Egiziano, 1967 (Guerra dei sei giorni)

Noi vi sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri.
Yassir Arafat ( Algeri 1985).

I palestinesi come i tedeschi sotto Hitler sono un popolo genocida e criminale. Ci sono due teorie: la prima è che i tedeschi sono un popolo genocida di successo mentre i palestinesi sono un popolo genocida sfigato e fantozziano. La seconda teoria è che i tedeschi siano un popolo genocida sfigato e fantozziano che per riuscire e eseguire un genocidio parziale si siano massacrati, hanno distrutto la loro nazione, l’hanno fatta seppellire sotto le bombe, si sono fatti 6 milioni di morti tra militari e civili, hanno perso una guerra mondiale, sono stati spaccati in due con la metà orientale occupata, oooops, pardon, fraternamente aiutata dai sovietici, che erano carini e simpatici e i loro amichetti si chiamavano Stasi.
Mentre i palestinesi sono un poplo genocida di grandissimo genio e successo, che con pochissima spesa, una manciata di morti, un miscuglio geniale di protervia e vittimismo ha portato la vigliaccheria del mondo a livelli di antisemitismo ben superiori a quelli dell’epoca hitleriana, la gente (immonda) ama i palestinesi che ufficialmente ballano per strada dopo aver assassinato scientemente dei bambini, si prepara l’olocausto nucleare del popolo israeliano da parte della simpatica nazione chiamata Iran, quella dove Khomeini ha fatto bruciare 80.000 libri, ammazzare un milione e qualcosa di persone.
Che gli è successo ai palestinesi? Gli hanno violentato le madri? E dopo avergiele violentate gliele hanno bruciate con il cherosene? No, quelli che hanno subito questo erano gli armeni, eppure non esiste un terrorismo armeno.
Gli hanno impiccato i bambini dopo averli usati per infettargli la tbc?
No quelli che hanno subito questo erano gli ebrei, eppure gli ebrei non hanno distrutto le metropolitane di Berlino e Roma per saldare i conti.
Che diavolo gli hanno fatto ai mostruosi palestinesi di così terribile da giustificare che questo popolo osceno e crudele balli per strada per festeggiare dei bambini bruciati vivi e insegni ai propri stessi bambini il sogno di morire come terrorista suicida?
Il popolo di Gaza esige il diritto di sterminate gli ebrei.
Nel frattempo gli tirano i missili quassam, poverini, sono poveri e questo giustifica tutto. Se i palestinesi portassero i loro smunti deretani fino a un tavolo della pace e si impegnassero a non fare la guerra, a non lanciare missili quassam il blocco verrebbe tolto immediatamente e questi infernali babbei sarebbero anche riempiti di quattrini, ma no, i palestinesi devono avere il diritto di tirare i missili qassam e non subire embarghi, perchè perdio, per questi crudeli criminali che hanno insanguinato il mondo, incluso il mio paese, e che lo stanno portando alla guerra nucleare, massacrare gli ebrei deve essere un diritto riconosciuto.
Allora questo è il riassunto di quello che è successo: un popolo bravo in genocidi, il migliore, quelli che hanno massacrato gli armeni, non si sono scusati non hanno chiesto perdono, anzi dicono che sono tutte balle sono andati a soccorrere un popolo di aspiranti genoci, fino ad ora non ci sono riusciti.
Erano armati fino ai denti i bravi pacifisti, che è sinonimo di filoterroristi e la marina israeliana li ha fermati limitandosi a venti morti perché gli israeliani sono dei grandi.
Viva Isarele. Che Israele viva, perchè se qualcosa succedesse ancora al popolo di Israele, allora vorrebbe veramente dire che il mondo ha perso la sua decenza.
Ma non succederà. Solo contro un miliardi di musulmani che lo vogliono distruggere, il popolo di Israele continua a vivere.

Hanno cercato di distruggere Israele
:

i filistei: scomparsi
gli assiri: scomparsi
i babilonesi: scomparsi
gli egizi: sconfitti
Impero romano di occidente: scomparso
impero romano d'oriente: scomparso
impero ottomano: scomparso
nazismo: sconfitto
unione sovietica: scomparsa

E se i prossimi della lista si mettessero a fare altro?
Occuparsi del benessere delle loro case? E se i palestinesi e al fatah facessero delle costituzioni che non abbiano l'assassinio di Israele come articolo 1? Delle costituzioni che dedichino qualche articolo, ora non ce ne è nemmeno uno, al benessere dei loro figli? E se il mondo libero facesse il tifo per questo, pretendendo dai palestinesi una cultura di pace?

sdm, sionista

Ecco, ve la lascio così, senza apporre commenti. Aggiungo solo l’invito a leggere le odierne riflessioni di Ugo Volli e a guardare questo straordinario video, segnalato da lui, per vedere come è fatto un eroe vero.
Concludo dicendo che ho appena sentito alla radio che gli “attivisti” italiani sono stati liberati: peccato.


barbara


10 ottobre 2009

NOI, POPOLO DI ISRAELE

Oggi, 10 ottobre 2009, 22 di tishrì secondo il calendario ebraico, è il giorno di Sheminì Atzeret. È il ventisettesimo anniversario religioso (quello civile è stato ieri) dell’attentato alla sinagoga di Roma, ferita ancora viva nella carne e nell’anima di ogni ebreo e di ogni essere umano degno di questo nome. Quello che segue è il testo del discorso pronunciato l’11 Ottobre 1982 in Campidoglio da Bruno Zevi, a nome della Comunità ebraica romana.

Noi, popolo di Israele, protestiamo e accusiamo

L’antisemitismo ha una storia millenaria, ma quello culminato nella strage di sabato scorso alla nostra sinagoga ne ha anche una specifica, le cui componenti furono denunciate qui in Campidoglio nell’ottobre 1976, esattamente sei anni fa. Qualcuno di voi forse ricorda quell’avvenimento.
Giulio Carlo Argan era stato eletto da poche settimane sindaco di Roma. Si avvicinava il 16 ottobre, trentatreesimo anniversario del giorno in cui i nazisti accerchiarono il ghetto e 1.259 ebrei furono deportati. Argan volle che la ricorrenza fosse celebrata in Campidoglio, e questo costituì l’occasione per esaminare le cause di un nascente antisemitismo, manifestatosi poco tempo prima con il lancio di bottiglie incendiarie contro la sinagoga, in strumentale concomitanza con un comizio di sinistra.
Furono spregiudicatamente individuate tre cause, dirette e indirette, di questo nuovo antisemitismo.
La prima riguardava lo Stato d’Israele, la campagna antisionista, già allora estesasi in maniera abnorme e velenosa. Avvertimmo che l’antisionismo non era altro che una mascheratura dell’antisemitismo, com’era e come è divenuto sempre più evidente dai paesi arabi all’Unione Sovietica.
La seconda causa poggiava sul secolare antisemitismo cattolico, che il Concilio Vaticano non era riuscito a debellare, pur sollevando finalmente gli ebrei dalla turpe condanna di popolo deicida. Rilevammo allora come fosse urgente, per l’indipendenza e il carattere laico della repubblica italiana, procedere ad una profonda revisione del Concordato firmato dal fascismo e dei relativi Patti Lateranensi.
Terza causa la posizione marxista sulla questione ebraica, posizione inquinata dall’«odio ebraico di sé» di Carlo Marx, dall’ostilità di Lenin nei confronti del bund ebraico, e dall’atteggiamento illuministicamente antisemita di molti leaders che si richiamavano al marxismo. Chiedemmo allora che, alla luce del pensiero di Gramsci, si pervenisse ad una svolta decisiva del pensiero marxista ufficiale sulla questione ebraica.
Sono trascorsi sei anni, e queste tre cause dell’antisemitismo, già allora evidenti, non sono state rimosse. Anzi si sono aggravate a tutti i livelli, dalle scuole elementari all’università. Dalle fabbriche ai palazzi del potere economico condizionati dai petrodollari.
Se gli ebrei romani, l’altro giorno e ieri, hanno scelto di vivere il loro lutto da soli, rifiutando lo spettacolo di una passerella di uomini politici, di giornalisti e di intellettuali, che si offrivano di venire in ghetto per esprimere il loro sdegno e la loro solidarietà, è perché ritengono che non sia oltre accettabile una solidarietà che si concreta soltanto quando ci sono ebrei morti, bambini di due anni assassinati.
E’ gravissimo dirlo, e per me liberal-socialista particolarmente angoscioso, ma quanto è accaduto l’altro giorno nella tragica realtà era stato prefigurato, quasi simulato qualche mese fa, durante una manifestazione sindacale. Tra ignobili urla «gli ebrei al rogo!» e «morte agli ebrei!», dal corteo sindacale era stata scaraventata una bara contro la lapide della sinagoga che riporta i nomi dei martiri del campi di sterminio e delle Fosse Ardeatine. Alle proteste contro tale aberrante, preordinato, inconcepibile episodio di delirio antisemita fu risposto in maniera sofisticata ed equivoca, naturalmente deplorandolo ma capziosamente spiegandone i moventi con la politica dello Stato d’Israele. Ennesima conferma che dall’antisionismo si passa automaticamente all’antisemitismo.
Quella bara simbolica oggi è diventata reale. Contiene un bambino crivellato di colpi, caduto insieme ad oltre trenta persone all’uscita della sinagoga.

Non può quindi meravigliare che, dopo un’indiscriminata campagna contro lo Stato e il popolo di Israele e le comunità della diaspore, dopo gli attacchi feroci ed isterici contro i cosiddetti «olocausti», stermini ed eccidi che gli israeliani avrebbero compiuto, gli ebrei di Roma si siano chiusi per due giorni in un silenzio peraltro politicamente significativo.
In questi mesi, hanno avuto pochissimi veri amici, tra i partiti minori dello schieramento democratico. I partiti di massa, la stampa con rarissime eccezioni, la radio e la televisione di Stato in tutti i suoi canali hanno invelenito l’atmosfera e creato un terreno fertile per l’antisemitismo. Di fronte ai fatti, le lacrime esibite oggi sembrano davvero tardive.
E’ inutile affermare che In Italia, che a Roma non c’è antisemitismo. Al massimo, si può dire che non c’era mai in questa forma virulenta, perché neppure durante il fascismo, neppure durante l’occupazione nazista, furono attaccate le sinagoghe come è accaduto a Milano e a Roma. Ma chi di voi ha ascoltato le radio e le televisioni private nelle scorse settimane è rabbrividito di fronte alla incredibile quantità di testimonianze d’odio antisemita. Ancor più inquietante il fatto che, a parte la radio e la televisione dei radicali, ben poche trasmittenti private ribattevano e combattevano questo livore.
Dopo la tragedia dell’altro ieri, i giornali, le radio — e teletrasmissioni — le dichiarazioni di uomini politici sono unanimemente solidali con gli ebrei, ma non c’è giornale, né radio, né televisione, né uomo politico che abbia detto: «Una parte, sia pur minima e indiretta, della responsabilità di quanto è accaduto ce l’ho anch’io!».
Perciò noi accusiamo:
1) II Ministero degli Interni e i dirigenti delle forze dell’ordine per non aver apprestato dispositivi difensivi nel ghetto e intorno alla sinagoga, malgrado fossero stati insistentemente richiesti, a seguito delle continue minacce dirette agli ebrei. (Durante una cerimonia in sinagoga) è stato osservato che l’Italia manda i suoi bersaglieri in Libano per proteggere i palestinesi, ma non protegge i cittadini ebrei italiani;
2) il mondo cattolico per il modo pomposo in cui ha ricevuto Arafat in Vaticano e per aver quasi ignorato che il massacro nei campi palestinesi è stato compiuto da cristiani, mentre all’esercito di Israele può essere ascritta, se provata la sola colpa di una corresponsabilità morale,
3) la classe politica e sindacale, con ben poche eccezioni, da alcune delle massime autorità dello Stato ai leaders di molti partiti e a numerosi amministratori locali, per il comportamento tenuto durante la visita di Arafat a Roma, per la gara di strette di mano, di abbracci, di baci, di relative accoglienze fraterne verso il capo di un’organizzazione che, se oggi si presenta con un ramoscello d’ulivo, nel passato ha perpetrato innumeri stragi terroristiche contro Israele e contro gli ebrei, e non ha ancora riconosciuto il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, anzi anche ultimamente ha confermato di volere non la pace, ma una «guerra santa»;
4) la stampa e la radiotelevisione che, salvo rare eccezioni, hanno distorto fatti e opinioni, confondendo volutamente lo Stato di Israele con la politica del suo attuale governo, con il popolo e le comunità ebraiche, determinando un clima incandescente, entro il quale si è inserita la strage dell’altro giorno;
5) i molti, moltissimi intellettuali, giornalisti o meno, che in questi mesi si sono divertiti ad esaminare i risvolti psicologici, le «malattie» di Israele, i moventi segreti della politica di Begin e di quella dei suoi oppositori, facendo sfoggio di elucubrazioni e sofismi tutti adducenti, magari contro il loro proposito, all’antisemitismo.
Noi accusiamo. In un mondo sconvolto dalla violenza, con 30.000 persone al giorno che muoiono per fame, i nostri mezzi di informazione di massa hanno dato il massimo rilievo solo alle azioni dell’esercito israeliano. I morti in Afganistan, i morti in Iran, i morti in Siria, le decine di migliaia di morti in Libano dopo l’arrivo dei palestinesi, i bambini della Galilea bombardati, questi morti non valgono, e anche i terroristi palestinesi sono considerati mansueti, pacifici: avevano immensi arsenali di armi in Libano, ma solo per giocare. Signori consiglieri regionali, provinciali e comunali; noi siamo sinceramente commossi dalle manifestazioni di solidarietà emerse in quest’aula. Lo siamo come ebrei romani, e lo siamo ancor più in quanto cittadini italiani che sanno come l’antisemitismo sia un preciso sismografo della civiltà di un paese.
Nessuno ci chieda di distinguerci dal popolo di Israele, di accettare una differenziazione manichea tra ebrei e israeliani. Noi apparteniamo al popolo di Israele che comprende le comunità disperse in ogni parte del mondo, a cominciare dalla più antica, quella di Roma, e la comunità di coloro che hanno fatto ritorno alla terra degli avi. Inoltre, lo Stato di Israele, indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sul suo governo, vale per un’altra ragione: perché è uno Stato democratico esemplare.
In quale altro Stato sarebbe ammesso che militari, anche di alto grado, rifiutassero di combattere una guerra di cui non condividono le finalità e, invece di essere processati e fucilati per tradimento, sono tranquillamente mandati a casa?
In quale democrazia in stato di guerra si istituirebbe una commissione d’inchiesta sul comportamento dell’esercito?
In quale democrazia in stato di guerra si potrebbe svolgere una manifestazione di 400.000 persone che protestano contro la guerra, senza alcun atto repressivo da parte del potere?
E concludo. L’antisemitismo è esistito per duemila anni, non dal 1948, dalla proclamazione dello Stato di Israele. Non crediamo all’antisionismo filosemita: è una contraddizione in termini.
Abbiamo espresso con franchezza la nostre accuse. Siamo preoccupati, allarmati come ebrei, come antifascisti, come democratici, come uomini della sinistra. L’antisemitismo, come tutti avete affermato, è un segnale inequivocabile di corrosione democratica. Ebbene, in Italia, a Roma l’antisemitismo emerge in forme inedite nella storia del nostro paese. Era un segnale già chiaro sei anni fa, ma oggi esplosivo. Insieme, teniamone conto e corriamo ai ripari. (Fonte: Il Tempo, 11 Ottobre 1982, grazie a lui)

Invito a rileggere anche questo mio vecchio post e soprattutto a vedere questo, con la riproposizione di un bellissimo articolo di Ariela Piattelli e del toccante video dei notiziari di allora. E invito, soprattutto, a ricordare che l’odio è sempre vivo, con o senza motivazioni, con o senza pretesti, con o senza alibi. E che l’odio antiebraico non è un problema degli ebrei: è un problema di ogni essere umano.



barbara


6 ottobre 2009

6 ottobre 1981

Ricordo il leader dell’OLP, Yasser Arafat, in una fotografia, con la mano alzata in segno di vittoria; mi dissero che Gheddafi aveva rivendicato la sua partecipazione all’assassinio di mio padre. Pensai all’assurdità di quegli arabi in festa per la morte di Sadat mentre il leader israeliano Menachem Begin, l’avversario di sempre, era quasi in lacrime. Mai nella mia vita avevo pensato di uccidere qualcuno, ma quella sera avrei potuto ammazzare gli assassini di mio padre. (Camelia Sadat in Gheddafi di Angelo del Boca, p. 85)



Chiunque abbia seriamente voluto la pace con Israele ha SEMPRE pagato con la vita, dai membri dell’OLP ai palestinesi di altre fazioni agli altri arabi non palestinesi. Unica eccezione, re Hussein di Giordania, sfuggito perché è arrivato prima il cancro. Rendiamo dunque onore a questo grandissimo uomo che, sapendo che il prezzo sarebbe stata la sua vita, ha ugualmente voluto perseguire la pace.
Sempre sulla sublime superiorità dell’etica arabo/islamica va poi come al solito letto lui, e poi

MEMENTO: +36.

barbara


1 luglio 2007

EURABIA

                                              

(Nota: post lungo. Ma tanto adesso vado in vacanza, quindi potete anche leggerlo a rate)

Gli accordi economici tra la CEE e il mondo arabo, di fatto, andavano ben oltre i trattati commerciali: conducevano l'Europa a una progressiva soggezione agli obiettivi politici arabi, spesso accolti con interesse ed entusiasmo. I membri del DEA (dialogo euro-arabo, ndb) - in particolare la Francia - richiedevano la presenza di una diplomazia congiunta euroaraba nei forum internazionali in cui la CEE si allineava alle posizioni antisioniste della Lega araba. Nel 1968 l’OLP aveva riunito vari gruppi terroristici sotto la leadership del movimento al-Fatah di Yasser Arafat, il quale nel febbraio 1969, fu eletto presidente del suo comitato esecutivo e comandante in capo dell'OLP. Il Dialogo divenne il principale veicolo della sua legittimazione e preparò la strada al suo riconoscimento ufficiale e diplomatico. Per la prima volta l’OLP ottenne il rispetto e la stima internazionale che occultarono la sua reputazione di gruppo terroristico, conquistata fin dal ‘65 con azioni di sabotaggio, omicidi, rapimenti di ostaggi e gesti terroristici.
Gli sforzi del DEA per legittimare l’OLP produssero effetti immediati ed elevarono Arafat al rango di statista. Il vertice arabo di Rabat (1974), che riconosceva l’OLP come unico rappresentante legittimo dei palestinesi, gli spianò la strada del successo: il 14 ottobre 1974 Arafat parlò all'assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. In Europa, intanto, i gruppi neonazisti e fascisti gli garantivano il loro appoggio, mentre i paesi comunisti dell’area sovietica offrivano campi di addestramento alle sue milizie.
Sul piano diplomatico la Francia, che sosteneva la causa palestinese, espresse per bocca del suo rappresentante permanente al Consiglio di Sicurezza Louis de Guiringaud, gli argomenti che avrebbero costituito l’ossatura ideologica del DEA. Nel suo discorso, Guiringaud citò il presidente francese Giscard d’Estaing, che ormai attribuiva le cause del conflitto non al rifiuto arabo di riconoscere Israele, ma alla questione palestinese:
«Il nocciolo del problema è riconoscere che non può esservi una pace durevole in Medio Oriente fino a che non si troverà una soluzione equa alla questione palestinese. Ora, dal momento che la comunità internazionale ha riconosciuto l’esistenza di un popolo palestinese, qual è la naturale aspirazione di un popolo? Quella di avere una patria».
L’espressione soluzione equa, che per molti implicava la scomparsa di Israele o il suo relegamento all’interno di confini indifendibili, unita a «diritti legittimi dei palestinesi», costituiva ormai la piattaforma politica della CEE. Nella sua dichiarazione, Guiringaud riprendeva formule abituali nei testi arabi, quali la necessità per i palestinesi, che ormai avevano fatto capire al mondo di essere un popolo, di esprimersi senza intermediari. Egli teorizzava il ruolo chiave della realtà palestinese, questo «elemento nuovo» che, da solo, avrebbe deciso della pace, e celebrava le qualità di statista di Yasser Arafat. Chiedeva, infine, una soluzione complessiva anziché una pace separata e, con uno straordinario cortocircuito storico, collocava Israele e i palestinesi in una fantomatica simmetria: «Ciò che colpisce nella storia di questi due popoli è la comunanza nella sventura. Entrambi hanno conosciuto la sofferenza e l’esilio. Nati in una delle culle della civiltà occidentale, hanno sperimentato entrambi le peggiori vicissitudini. Nulla è stato loro risparmiato».
In questo discorso non c’era niente di vero. Gli arabi di Palestina, discendenti di diverse tribù di immigrati coloniali musulmani, imposero agli ebrei nativi della Terra Santa uno dei peggiori sistemi di oppressione ed espropriazione, la dhimmitudine, che li obbligò a sopravvivere per 13 secoli in esilio. Inoltre, la patria dell’islam e degli arabi è l'Arabia, che non è affatto una delle culle della civiltà occidentale. Nonostante l’incredibile falsità di questo discorso, nei tre decenni successivi la politica europea in Medio Oriente si sarebbe sviluppata alla luce del quadro politico e ideologico da esso delineato.
L'influsso degli arabi sulle ambizioni economiche europee si fece ben presto sentire, imponendo al Consiglio Europeo dei ministri le loro direttive riguardo a Israele. L'incontro del DEA sulla cooperazione euroaraba, tenutosi ad Amsterdam nel 1975, vide riunito un gran numero di ambasciatori, diplomatici, universitari ed esponenti del mondo dei media europei e arabi. Nel corso del dibattito Ibrahim ’Al-’Ubaid, direttore generale del ministero delle risorse petrolifere e Minerarie dell'Arabia Saudita, espresse perfettamente lo spirito del Dialogo: «Insieme e su un piano di parità, europei e arabi possono, mediante “una strategia di interdipendenza”, pianificare in primo luogo l’eliminazione della spina nel loro fianco - il problema israeliano – e dedicarsi all’erculea fatica che li attende». (pp. 88-90)

Capita, a volte, che anche persone che come me hanno letto decine di libri e migliaia di documenti su un determinato argomento e pensano perciò di sapere più o meno tutto, scoprano improvvisamente che in realtà le proprie lacune in materia sono a dir poco abissali. A me è capitato con Eurabia: nessun teorema, nessuna interpretazione, ma unicamente dati e fatti, nudi e rigorosamente documentati. E la scoperta, tanto per cominciare, che il termine Eurabia non è stato inventato né da Bat Ye’or, né da Oriana Fallaci, bensì – sorpresa sorpresa! – dagli arabi che ne hanno fabbricato il concetto e imposto l’attuazione, molto prima che queste due donne cominciassero a denunciarlo, come possiamo vedere qui:

A poco a poco, però, la CEE/UE ha uniformato e rafforzato i suoi legami con i paesi arabi grazie all'aumento della popolazione musulmana immigrata in Europa, alle sinergie culturali e alle reti istituzionali che diffondevano la propaganda europalestinese. La CEE si è allineata alle direttive della Conferenza dell'XI vertice arabo (Amman, 25-27 novembre 1980), che aveva conferito legittimità e rispettabilità ad Arafat, padrino del terrorismo internazionale ed eroe del jihad arabo contro gli infedeli.
La CEE ha fatto propria la patologica ossessione araba, che attribuisce a Israele una centralità malefica, in grado di eclissare tutti gli eventi del pianeta, e l'ha trasformata in una chiave di interpretazione e di politica internazionale, facendo del conflitto arabo-israeliano la sua priorità assoluta, senza accorgersi dei pericoli che minacciavano la sua sicurezza e il suo avvenire. Grazie al suo implicito coinvolgimento nel jihad arabo-musulmano contro Israele, sotto lo slogan «pace e giustizia per i palestinesi», ha rinnegato tutti i suoi valori e i fondamenti stessi della sua, civiltà. È così che ha abbandonato i cristiani del Libano ai massacri palestinesi (1975-1983), quelli sudanesi al genocidio del jihad e alla schiavitù, e i cristiani del mondo islamico alle persecuzioni della dhimmitudine.
L’APCEA costituisce il veicolo che trasmette le richieste del blocco arabo all'UE. Questo gruppo di parlamentari rappresenta tutti i principali partiti europei, è sostenuto dalla Commissione Europea e mantiene i contatti con la Presidenza dell'UE. Tutti i vertici parlamentari euroarabi si svolgono secondo un identico schema. I parlamentari europei hanno il compito, sul piano internazionale, di promuovere in Europa la politica araba all'insegna dello slogan «pace e giustizia», e sul piano interno, di rafforzare l'influenza islamica nell’UE, attuando le politiche sull'immigrazione previste dal Partenariato.
Nel 1996 (29 novembre-1 dicembre) si è svolta, all'Assemblea nazionale di Amman, la conferenza annuale del Dialogo Parlamentare Euroarabo, organizzata congiuntamente dall'UIPA e dall'APCEA. Essa ha visto riuniti membri di 12 Parlamenti nazionali arabi, di 14 Parlamenti nazionali europei e del Parlamento europeo, più il rappresentante della Lega Araba e quello dell'UNRWA in veste di osservatori. L'Unione Inter-Parlamentare Araba (UIPA) è un'organizzazione ufficiale in cui siedono parlamentari arabi designati dalle rispettive Assemblee. Istituita nel 1974, all’indomani della guerra dell'ottobre 1973 e qualche mese dopo la fondazione dell’Associazione Parlamentare per la Cooperazione Euro-Araba, essa permette ai rappresentanti dei vari Parlamenti membri di riunirsi e coordinare le loro attività. Si tratta di un organismo ufficiale, a differenza dell' APCEA, che comprende parlamentari scelti su base volontaria e individuale. La presidenza dell’UIPA è esercitata a turno dai vari paesi, e include 21 sezioni nazionali: Algeria, Arabia Saudita, Bahrein, Comore, Gibuti, Egitto, Giordania, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Qatar, Mauritania, Marocco, Palestina, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Il segretariato generale ha sede a Damasco. (pp. 152-153)

E qual è lo scopo di tutto questo? Bat Ye’or lo spiega e poi, nelle pagine successive lo dimostra e lo documenta:

Si potrebbe pensare che questo jihad non miri solo alla distruzione di Israele. E invece è stata proprio la questione palestinese lo strumento utilizzato dal jihad per disgregare l'Europa: essa ha costituito infatti il fondamento e l’impianto organico su cui è sorta Eurabia, il cuore dell'alleanza e della fusione euroarabe, germogliate sul terreno dell'antisionismo. Ora, i rapporti tra Europa e Israele, cristianesimo ed ebraismo, non investono soltanto l'ambito geostrategico, ma rappresentano il vincolo ontologico e la linfa vitale di tutta la spiritualità dell'Europa cristiana. Sono questo collante, questa spiritualità che oggi si disfano e si disintegrano in Eurabia, dove il culto della fine di Israele, alimentato dalla «palestinità», assicura il trionfo dell'ideologia dell'odio propria del jihad. Il palestinismo, nuovo culto europeo che ha preso il posto della Bibbia, sta dando forma, all'interno di Eurabia, ai miti fondanti del jihad: la supremazia morale e politica dell'islam.
Il binomio Israele-Palestina rappresenta quindi il nucleo fondante della genesi e della costruzione di Eurabia: un progetto - come vedremo in queste pagine – imposto dalle pressioni terroristiche del blocco arabo a un’Europa i cui leader politici non chiedevano altro che farsi convincere. Perciò il mio lavoro, sebbene concepito in origine come uno studio sull'avanzata della «dhimmitudine» in Europa, non può prescindere da Israele, elemento chiave dell’identità e della spiritualità eurocristiana, come la Palestina lo è di Eurabia. Israele infatti si è costruito sulla liberazione dell'uomo, mentre la dhimmitudine lo imprigiona nella schiavitù. Il processo di rovesciamento e stravolgimento dei valori insito in Eurabia dà luogo a opzioni ideologiche e scelte di vita conseguenti. (p. 8)

Fin dagli anni '70, una sorta di tabù aveva circondato l'argomento in Europa, anzi, lo aveva addirittura estromesso dalla storia. È stato necessario attendere l’attacco jihadista agli USA
dell'11 settembre 2001 perché il muro di silenzio si rompesse. Infatti la guerra dichiarata dal presidente Bush al terrorismo islamico ha sconvolto i leader politici europei, mentre al tempo stesso le inchieste giudiziarie rivelavano che la maggior parte degli attentati terroristici contro gli Stati Uniti e gli altri paesi era stata istigata da cellule islamiche sparse per l'Europa.
Così, le onde d'urto dell'11 settembre hanno raggiunto l'Europa: nelle sue periferie, tra gli immigrati, si sono rivelate chiaramente la popolarità di Bin Laden e la fierezza per gli attacchi terroristici sferrati all'America, simbolo di un Occidente odiato. Stupefatti e costretti a uscire dal loro torpore, gli europei hanno iniziato allora a scoprire il nuovo volto di Eurabia: un continente in balia della paura, del silenzio, della dissimulazione e della diffamazione, che non aveva ormai più niente a che vedere con l'Europa. Fin dal VII secolo e per oltre un millennio, l'Europa aveva resistito alle armate jihadiste che, dai territori islamici, muovevano all'assalto delle sue isole e delle sue coste. Ma a partire dal 1968, sotto la pressione del terrorismo palestinese, dell'attrattiva esercitata dall'oro nero e di uno strisciante antisemitismo, la CEE ha inaugurato una linea del tutto diversa, optando deliberatamente per una politica di integrazione con il mondo arabo, secondo una dottrina che prevedeva l'unificazione delle due sponde del Mediterraneo. L'Europa doveva riconciliarsi con un mondo che avrebbe poi incorporato, e che l'avrebbe portata a espandersi in Africa e in Asia. I tre sintomi più evidenti di questa politica? L’antiamericanismo, l'antisemitismo/antisionismo e il culto per la causa palestinese, tre orientamenti imposti e diffusi dai vertici dell’Unione Europea in ogni stato membro, dagli strati più alti a quelli più bassi della scala sociale, tramite un potente apparato e una fitta rete organizzativa.
Nella confusione generata dall’improvvisa comparsa del terrorismo islamico sul suolo americano, dalla guerra contro i talebani in Afghanistan e dalla politica del caos e delle bombe umane inaugurata da Arafat in Israele, i governi europei, legati a doppio filo ai paesi arabi, hanno adottato la politica dello struzzo, facendo a gara a dichiarare che il terrorismo islamico non esisteva. Quello che impropriamente veniva definito «terrorismo», altro non era che l'esito della follia, la stupidità, e l'arroganza della la politica americana, della sua «ingiustizia» nei confronti dei palestinesi, della sua strategia dei «due pesi e due misure». La vera fonte del terrorismo, la causa principale della guerra era Israele, genericamente designato come «l'ingiustizia» e responsabile, con la sua sola esistenza, della frustrazione e umiliazione dell’intero mondo islamico, della miseria, della disperazione e di tutti gli altri innumerevoli mali che affliggono 22 paesi arabi, nonché delle guerre che insanguinano il pianeta. Bastava eliminare «l’ingiustizia» per portare a compimento l'armoniosa intesa euroaraba, la purificazione del mondo e la pace. (pp. 16-17)

Vi sembra esagerato? Vi capisco: anche a me è sembrato esagerato. E continuerei a trovarlo esagerato se non fosse che ogni parola è puntualmente documentata.

Durante tutto il periodo del mandato inglese, e fino all’inizio degli anni '70, gli arabi di Palestina non si erano mai considerati un’entità separata e differenziata dagli altri arabi. Il termine «palestinese» allora designava gli ebrei. Prima del 1967, quando, l'Egitto occupava Gaza e la Transgiordania controllava tutta la riva occidentale del Giordano, nessun popolo palestinese ne aveva mai rivendicato l’indipendenza. Anche all’inizio degli anni 70, l'idea di un popolo palestinese distinto dalla «nazione araba», era inconcepibile. Infatti l'articolo 1 della Carta Nazionale Palestinese, nella versione emendata del 1968, afferma: «La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese; è una parte indivisibile della patria araba, e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba». Analogamente la dichiarazione della Conferenza di Algeri del 1973 – come peraltro le dichiarazioni seguenti - parla di una «nazione araba» determinata a recuperare le sue terre. Il territorio israeliano era ritenuto appartenere non a un'entità arabo-palestinese a se stante, ma a una nazione araba globale, i cui membri sostenevano i loro fratelli in Palestina. Questa concezione corrisponde peraltro alla visione islamica del mondo.
Era quindi consuetudine riferirsi non – come fece per la prima volta la Dichiarazione di Bruxelles – a un «popolo palestinese», ma semplicemente agli arabi di Palestina. Essi non erano affatto diversi dai loro fratelli giordani che vivevano sul 78% del territorio palestinese, smembrato dai colonizzatori britannici nel 1922 per costituire, nella stessa Palestina, l’emirato ashemita di Transgiordania, divenuto Regno di Giordania nel 1949. Il sorgere ex nihilo di un popolo palestinese, dopo l’embargo arabo sul petrolio del 1973, si accompagnò a una politica europea tesa a consolidare la legittimità e la superiorità dei diritti palestinesi rispetto a quelli israeliani. Questa politica non era altro che una ripresa della teologia cristiana della sostituzione, la quale giustificava, tramite una propaganda basata su calunnie, la distruzione di Israele. Essa coinvolgeva la CEE in una collusione attiva con il mondo arabo volta a smantellare lo stato ebraico, secondo il programma inserito nella XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese, svoltasi a Il Cairo il 9 giugno 1974. (pp. 58-59)

Queste cose qui invece le sapete benissimo perché le avete lette nel mio blog alcuni miliardi di volte, SEMPRE accompagnate da inoppugnabile documentazione.

Dopo aver passato in rassegna le diverse sfere del mondo islamico - pensiero, cultura, economia, finanze, investimenti, centri e università islamiche a livello mondiale, il settore della predicazione e l’agenzia islamica di informazione internazionale – ‘Al-Tuhami fece una sintesi del suo intervento, di cui proponiamo qui i seguenti punti:

1. Creazione e attivazione di un’agenzia internazionale di informazione islamica.
5. Convocazione urgente di esperti per diffondere l’islam a livello mondiale, e creazione di un fondo per il jihad come tappa preliminare per definire i compiti da affidare a tale fondo in conformità alle precedenti risoluzioni, e metterli in atto ovunque sia possibile. L’adesione a questo fondo è aperta a tutti, senza alcuna restrizione, e va coordinata con i progressi del piano d'azione del jihad in tutti i settori, secondo quanto già menzionato.
7. Incoraggiare le attività dei centri culturali e delle organizzazioni in Europa, e creare due centri culturali nel continente […] Inoltre, occorre sostenere i centri già esistenti e promuovere le loro iniziative anche in America e in Africa.

Mi permetto di attirare l’attenzione sul fatto che le frasi sopra riportate non sono deliri di Bat Ye’or, bensì dichiarazioni del signor Muhammad Hasan ’al-Tuhami, segretario generale della Conferenza Islamica, nel corso della II Conferenza Islamica a Lahore.

Come
vedremo nei prossimi capitoli, nei decenni successivi il DEA sarebbe diventato lo strumento decisivo del successo di questo progetto. Infatti i programmi, educativi e culturali dei centri islamici europei, introdotti dal DEA nelle scuole del continente, rispecchiano le idee dei sottoscrittori del fondo per il jihad enunciate da ’Al-Tuhami. Questi programmi sono stati entusiasticamente accolti, applicati e recepiti da leader, intellettuali e attivisti europei.
A partire da quegli anni, in tutta Europa, con la benedizione dei suoi governi, si sono sviluppati centri culturali islamici. Sotto l’egida spirituale dei Fratelli Musulmani, tali centri hanno creato reti e organizzazioni che educano e addestrano militanti contrari all’integrazione degli immigrati nella società degli infedeli, preparando l’avvento del futuro islam europeo, radicalmente ostile alla civiltà in cui vive. Il DEA ha permesso ai Fratelli Musulmani, sostenuti da cospicui finanziamenti, di tessere le loro ramificazioni in tutta l'Europa occidentale. Da Ginevra, Sa’id Ramadan (1926-1995), genero di Hasan ’al-Bannah, fondatore dei Fratelli Musulmani, creò centri islamici in Svizzera, a Monaco, in Gran Bretagna e Austria. I Fratelli istituirono banche islamiche in Lussemburgo (1977), Danimarca (Copenhagen), a Londra e negli USA, per finanziare le attività della
da’wah.
A livello internazionale, la diplomazia congiunta auspicata da DEA impegnava la CEE a difendere le cause musulmane, in particolare quella palestinese, in ogni circostanza. Le cospicue somme di denaro elargite ai paesi arabi, soprattutto ai palestinesi, garantivano alla CEE la precaria sicurezza del dar al-suhl, la terra del trattato, che dura finché nessun ostacolo si frappone alla da'wah. L’Europa ha tentato di sventare la minaccia del jihad che incombe su dar al-harb optando per una politica di conciliazione/collusione con il terrorismo internazionale e incolpando Israele e gli Stati Uniti delle tensioni jihadiste. Questa situazione le ha permesso di conservare il suo statuto di dar al-suhl, vale a dire terra della collaborazione sottomessa, se non della resa agli islamici radicali. (pp. 74-75)

Dunque la mancata integrazione degli immigrati islamici non è una disgrazia che ci è capitata sulle spalle, bensì il frutto di una scelta politica ben precisa, che stiamo pesantemente pagando – attentati di Madrid e di Londra, più gli altri sventati, stato di insicurezza per tutti noi – e che molto più ancora pagheremo in futuro. Forse come singoli non possiamo fare molto per allontanare il temporale che sempre più si sta addensando sulle nostre teste, ma possiamo, se non altro, non farci cogliere impreparati. Per esempio leggendo quell’autentica miniera di notizie che è “Eurabia”.

Bat Ye’or, Eurabia, Lindau



barbara


30 giugno 2007

CHI HA UCCISO LA PALESTINA?

Un fallimento dai mille padri

Di Bret Stephens, membro del comitato editoriale del The Wall Street Journal.
La sua rubrica appare su The Wall Street Journal il martedì.

26 giugno 2007 – Opinion Journal

Bill Clinton è colpevole. Arafat è colpevole. Anche George W. Bush, Yitzhak Rabin, Hosni Mubarak, Ariel Sharon, Al-Jazeera e la BBC sono colpevoli.
La lista di colpevoli nel giallo "Chi ha ucciso la Palestina?" non è né breve né mutualmente esclusiva.
Ma siccome gli storici del futuro avranno a che fare con questa domanda, giochiamo d'anticipo suggerendo già alcune risposte.
Per cominciare, bando agli equivoci: non importa quanto ossigeno, sotto forma di supporto diplomatico, aiuti miliari o economici, verrà fornito all'Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, perché è come tentare di fare respirare un cadavere. La nozione di uno Stato nazionale è sempre stato un concetto altamente idealizzato, un sogno che apparteneva solo a coloro che sapevano come mantenerlo in vita. Gli israeliani sono riusciti a realizzare il loro Stato perché sono stati in grado di sviluppare le istituzioni politiche, militari ed economiche necessarie affinché un'entità nazionale sopravviva, a partire dal monopolio sull'uso legittimo della forza. Ormai vicina al compimento dei 14 anni come entità autonoma, l'Autorità Palestinese non è riuscita a fare niente di tutto ciò, sebbene sia stata il destinatario di uno sforzo finanziario e diplomatico senza precedenti.
La presa della Striscia di Gaza da parte di Hamas il mese scorso - e la conseguente scissione dell'Autorità Palestinese in due campi ostili e separati geograficamente - è solo l'ultimo di una serie di eventi iniziati nel settembre 1993, quando Israele accettò di considerare Arafat e l'OLP come i soli legittimi rappresentanti del popolo palestinese.
Un primo indicatore di quello che sarebbe successo si ebbe il primo luglio del 1994, quando Arafat fece il suo ingresso trionfale a Gaza trasportando, nella sua Mercedes, quattro fra i più violenti sostenitori della causa palestinese. Fra di loro c'erano gli organizzatori del massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e del massacro avvenuto nel 1974 alla scuola di Ma'alot. Non si potrebbe trovare miglior metafora, se mai se ne volesse una, per illustrare che cosa avrebbe portato il regime di Arafat.
Arafat era determinato ad usare Gaza e la Cisgiordania come base per lanciare attacchi contro Israele, e lo dichiarò pubblicamente più volte: "O Haifa, o Gerusalemme, state per tornare, state per tornare" (1995); "Renderemo la vita impossibile agli ebrei, impiegando la guerra psicologica e la bomba demografica" (1996); "Con il sangue e con la volontà ti redimeremo, o Palestina" (1997). Con altrettanta determinazione, l'amministrazione Clinton e i governi israeliani di Rabin, Shimon Peres ed Ehud Barak continuarono a considerare le dichiarazioni di Arafat come un semplice eccesso retorico. Clinton voleva disperatamente un Nobel per la Pace, mentre gli israeliani volevano liberarsi dal fardello dell'occupazione quasi ad ogni costo. Ambedue questi obiettivi erano molto rispettabili, ma nessuno di questi aveva come intento principale la creazione di uno stato palestinese rispettabile.
Più tardi, quando la seconda intifada scoppiò in tutta la sua follia suicida, l'ex negoziatore americano Dennis Ross ammise che l'amministrazione Clinton era diventata troppo ossessionata dal processo di pace, perdendone di vista la sostanza. Forse non avrebbe dovuto essere così severo con sé stesso. La decisione di legittimare Arafat fu di Israele, non degli Stati Uniti; una volta che fu ammesso nella proverbiale tenda, era inevitabile che le avrebbe dato fuoco. Nonostante tutto ciò, l'amministrazione Clinton continuò a dare credito ad Arafat durante gli anni 90, come mai aveva fatto con altri leader. Se il rais arrivò a definirsi il secondo Saladino, l'adulazione di cui era oggetto durante i ricevimenti alla Casa Bianca senz'altro vi giocò un ruolo.
Anche i media internazionali fecero la loro parte nell'esaltare Arafat. Uno dopo l'altro, i media svilupparono una comoda e semplice storia che aveva il merito di apparire obiettiva, una storia che dipingeva i moderati di ciascuna parte in lotta con gli estremisti di ciascuna parte - una storia nella quale Arafat era il "moderato" e Ariel Sharon "l'estremista". Quando Sharon fece la famosa passeggiata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme nel settembre 2000, fu molto facile quindi metterlo nel ruolo del cattivo mentre coloro che giustamente si sentivano offesi erano i manifestanti palestinesi (prima) e gli attentatori suicidi palestinesi (poi). A fare il tifo per i palestinesi c'erano i media arabi e i loro padroni, i governi arabi, ben felici di indirizzare il malcontento domestico su di un dramma internazionale.
Come avviene per le singole persone, le nazioni in genere traggono beneficio da una certa dose di auto-critica, e a volte anche dalla critica di altri. Nessun popolo nella storia moderna è stato così immune da entrambe le forme di critica come i palestinesi. Nel 1999, Abdel Sattar Kassem, un professore di Scienze Politiche nella città palestinese di Nablus, firmò la "petizione dei 20" scritta per "opporsi alla tirannia e alla corruzione di Arafat". Arafat lo mise in prigione; il resto del mondo guardò dall'altra parte. La popolarità di Arafat raggiunse il suo apogeo nella primavera del 2002, esattamente nello stesso momento in cui le vittime civili del terrorismo palestinese raggiunsero il picco massimo.


Numero di israeliani uccisi in attacchi terroristici


Numero di israeliani feriti in attacchi terroristici


Numero di attentati terroristici suicidi


Numero di israeliani uccisi in attentati terroristici suicidi (qui)

Eppure, quello che era utile per gli interessi di Arafat non lo era per i palestinesi. Arafat imparò dalla sua esperienza con Clinton che si poteva menare per il naso un presidente americano e non pagarne le conseguenze. George W. Bush adottò un punto di vista diverso, e a tutti gli effetti pratici escluse la questione palestinese dal suo programma di governo. Arafat imparò dalla "comunità internazionale" che nessuno sarebbe andato a verificare come gli aiuti internazionali venivano spesi. Ma la reputazione di corruzione è stata la causa del declino di Fatah. Arafat pensò di poter imbrigliare per i suoi scopi il potere religioso del "martirio". Ma al centro di ogni attentato suicida c'è un atto di auto-distruzione, e osannare uno vuol dire inevitabilmente tirarsi dietro anche l'altro.
Soprattutto, Arafat identificò territorio con potere. Ma quello che una Striscia di Gaza non occupata ha dimostrato al mondo intero è stata l'incapacità palestinese di gestirsi una sovranità politica. Non ci sono più coloni ebrei da incolpare, non ci sono più soldati israeliani da filmare mentre demoliscono case palestinesi. La destra israeliana, che arrivò a detestare Sharon proprio per il ritiro da Gaza, dovrebbe riconsiderare il suo giudizio sull'uomo e sul ritiro. Niente ha contribuito di più ad alienare il mondo dall'idea di uno stato palestinese quanto la sua realizzazione a Gaza.
Cosa ci si può aspettare dal futuro? Nell'incontro di ieri in Egitto, il primo ministro israeliano Ehud Olmert, il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re giordano Abdullah hanno steso un tappeto di petali di rose ai piedi di Abbas. Ma i potentati del medio oriente non si presteranno a fare da balia ad uno stato il cui principale movimento politico si dichiara da una parte democratico e dall'altra islamico. Gli Stati Uniti ed Israele non daranno mai il loro beneplacito all'Hamastan di Gaza (anche se l'Unione Europea o l'ONU dovessero farlo), e possono fare ben poco per Abbas. La "Palestina", così come la conosciamo oggi, tornerà ad essere quella di sempre - un terreno d'ombra tra Israele e i suoi vicini - e i palestinesi, così come li conosciamo oggi, torneranno ad essere quello che sono sempre stati: arabi.
Se questo sia un esito positivo o negativo, è troppo presto per dirlo. Ma il sogno che fu la Palestina è definitivamente morto.

Ho deciso di postare questo articolo, anche se non rivela alcun fatto nuovo, perché fa alcune considerazioni che mi sembrano interessanti e penso possa fornire buoni spunti di riflessione (e grazie al solito Paolo T per la traduzione).

barbara


23 giugno 2007

NIPOTINI DI ARAFAT

Da un editoriale del Wall Street Journal

Decine e decine di palestinesi sono stati uccisi la scorsa settimana a Gaza nel quadro degli scontri armati intestini fra lealisti del presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), di Fatah, e lealisti del primo ministro palestinese Ismail Haniyeh, di Hamas. Come per un riflesso condizionato, ci sono volute solo 24 ore perché gli esperti di mezzo mondo decidessero di addossare tutta la colpa di queste violenze a Israele e al presidente Bush.
Stiamo parlando di quell'Israele che ha smantellato tutti i suoi insediamenti dalla striscia di Gaza nell'agosto 2005: una concessione unilaterale per la quale non ha chiesto, né avuto, nulla in cambio. E stiamo parlando di quel presidente americano che, in un discorso storico tenuto esattamente cinque anni fa, chiedeva ai palestinesi di "eleggere nuovi leader che non siano compromessi col terrorismo". Se i palestinesi l'avessero fatto, oggi potrebbero vivere in un loro stato pacifico e indipendente. Invece, con le elezioni parlamentari del gennaio 2006, hanno liberamente consegnato le redini del governo a Hamas. Quello che accade oggi è la conseguenza di quella scelta: una loro scelta.
Quel risultato elettorale, tuttavia, non veniva fuori dal niente. Era la conseguenza del culto della violenza che ha caratterizzato il movimento palestinese per grandissima parte della sua storia e che è stato tollerato e spesso celebrato dalla stessa comunità internazionale. Se oggi i palestinesi sono convinti di poter perseguire i loro interessi interni con la violenza, nessuno dovrebbe sorprendersi. È da quarant'anni che ottengono risultati ricorrendo al fucile.
Nel 1972, terroristi palestinesi massacrarono gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Eppure, solo due anni dopo Yasser Arafat veniva invitato a parlare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite: il primo leader non governativo insignito di tale onore.
Nel 1970 lo stesso Arafat aveva tentato di rovesciare re Hussein di Giordania e pochi anni dopo tentò di fare la stessa cosa in Libano. Eppure, nel 1980, con la Dichiarazione di Venezia la Comunità Europea riconosceva l'Olp di Arafat come legittimo interlocutore negoziale (mentre abbandonava al suo destino, senza una parola di solidarietà, il presidente egiziano Sadat che aveva fatto la pace con Israele ottenendo la restituzione del Sinai).
Nel 1973 la National Security Agency americana aveva intercettato la telefonata con cui Arafat ordinava ai terroristi dell'Olp di assassinare Cleo Noel, ambasciatore Usa in Sudan, e il suo vice George Curtis Moore, presi in ostaggio. Eppure, nel 1993, Arafat venne ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca per la firma degli Accordi di Oslo con Israele.
Quello stesso anno, il National Criminal Intelligence Service britannico riferiva che l'Olp si era arricchita con "estorsioni, ricatti, traffico illegale d'armi e droga, frodi e riciclaggio di denaro sporco". Eppure, negli anni immediatamente successivi, l'Autorità Palestinese divenne il maggior beneficiario al mondo pro capite di aiuti finanziari internazionali.
Nel 1996, dopo che aveva formalmente rinunciato al terrorismo con gli Accordi di Oslo, durante un comizio a Gaza Arafat dichiarò: "Noi ci sentiamo obbligati verso tutti i martiri che sono morti per la causa di Gerusalemme, a partire da Ahmed Musa fino all'ultimo martire, Yihye Ayyash". Per la cronaca, Ahmed Musa è considerato il primo terrorista Olp caduto nel 1965; Yihye Ayyash, di Hamas, è stato la mente di una serie di attentati suicidi che hanno mietuto decine di vittime fra i civili israeliani nei primi anni '90. Eppure l'amministrazione Clinton continuò a fingere che Arafat fosse un alleato nella lotta contro Hamas. Poi, nel 2000, Arafat respinse l'offerta israeliana di uno stato indipendente patrocinata dal presidente Clinton, scatenando invece una sanguinosa intifada che provocò 1.000 morti israeliani e 3.000 palestinesi.
Nel 2005, pochi mesi dopo la morte di Arafat, Israele sgomberò tutti i suoi insediamenti e ritirò tutte le sue forze armate dalla striscia di Gaza. I palestinesi hanno sfruttato questa opportunità per intensificare i lanci di razzi su bersagli civili all'interno di Israele.
Il mese scorso, i servizi di sicurezza israeliani hanno arrestato due donne di Gaza, una delle quali incinta, che avevano progettato di entrare in Israele col pretesto di cure mediche per farsi esplodere nelle città israeliane. Eppure, quello stesso mese, la Banca Mondiale diffondeva un rapporto in cui accusa Israele di limitare troppo la libertà di movimento dei palestinesi.
Oggi, a quanto pare, Hamas ha preso con la forza il pieno controllo della striscia di Gaza e del confine con l'Egitto. E, secondo i testimoni, si abbandona a violente vendette contro il personale della Sicurezza Preventiva palestinese. (…) Noi non pretendiamo di sapere come tutto questo andrà finire. Giovedì scorso Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha sciolto il governo palestinese e dichiarato lo stato d'emergenza, anche se non sembra che sia in grado di modificare il corso degli eventi a Gaza. Israele in teoria potrebbe intervenire, così come l'Egitto, ed entrambi avrebbero forti ragioni per impedire l'emergere ai loro confini di un Hamastan strettamente legato all'Iran. Ma nessuno dei due desidera restare invischiato nei fanatismi e nelle lotte fra clan della striscia di Gaza.
Nello stesso tempo, aumenteranno le pressioni su Israele e sugli Stati Uniti perché accettino il dominio di Hamas e avviino negoziati con i suoi leader. Secondo questo modo di ragionare, l'amministrazione Bush non può invocare la democrazia per i palestinesi e poi rifiutarsi di riconoscere i risultati di elezioni democratiche. A parte il fatto che Bush non aveva semplicemente chiesto elezioni (aveva chiesto ai palestinesi di eleggere leader non compromessi col terrorismo), ma poi: ha senso negoziare con un gruppo che si dà all'assassinio dei suoi stessi fratelli palestinesi quasi con la stessa facilità con cui si dà all'assassinio di civili israeliani? E che cosa si dovrebbe negoziare? Lo scenario migliore – una sospensione delle ostilità in cambio della ripresa dei finanziamenti internazionali – non farebbe altro che dare a Hamas tempo e denaro per consolidare il suo controllo e ricostituire i suoi arsenali in vista di futuri attacchi terroristici.
Ma soprattutto, l'ultima cosa di cui hanno bisogno i palestinesi è un'ulteriore conferma da parte del resto del mondo che la violenza, che essi oggi usano in modo così indiscriminato, funziona.
La lezione più importante, qui, è che una società che ha passato gli ultimi dieci anni a glorificare gli attentati suicidi non può che diventare vittima dei propri stessi impulsi di morte. Questo non è frutto dell'appello di Bush per una responsabilità democratica. È piuttosto l'amaro frutto dei decenni di dittatura e di terrorismo intesi come arte di governo che Yasser Arafat ha inculcato nella società palestinese.
(Wall Street Journal, 16 giugno 2007 - da israele.net)

Riusciranno questi dati di fatto ad aprire gli occhi a qualcuno dei ciechi sostenitori della Grande E Nobile Causa Palestinese? Di coloro che da quarant’anni stanno dalla parte di chi massacra i palestinesi? Dalla parte di chi li deruba? Dalla parte di chi li tiene nell’ignoranza e nella miseria? Dalla parte di chi li ha stipati nei campi profughi per farne carne da cannone? Ne dubito, ma poiché la speranza è l’ultima a morire …
A chi se la cava con l’inglese suggerisco di leggere anche questo e di guardare questo e questo.


barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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