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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


6 maggio 2011

FILOSOFIA

Credo che questo sia il momento più appropriato per rispolverare questo vecchio post:



barbara


7 novembre 2008

QUELLI CHE LA BANDIERA USA LA BRUCIAVANO NEI CORTEI

di Mario Giordano

C’era una volta l’Amerika. Adesso c’è l’Eden. Miracolo di una notte di mezzo autunno: avete presente il Paese brutto sporco e cattivo, quello che bombardava i bambini e rubava nelle banche, quello con gli stivaloni da cowboy e fior di intelligenza bovara, quello un po’ devoto e perciò retrivo, di più: praticamente troglodita, con la pistola facile e l’aborto difficile, quel Paese lì insomma, di guerrafondai beghini, torturatori e ultimamente anche un po’ bancarottieri? Ebbene: ha fatto puff. Non c’è più, è svanito, si è dissolto fra gli urletti di giubilo e i festeggiamenti della notte nera. Ha vinto Obama: l’impero del male è già diventato l’impero del miele.
Non sentite questo vago sapore dolciastro? Sfogliate i giornali, accendete la Tv, aprite i siti Internet. Vi verrà addosso un’ondata di melassa stelle e strisce, una cascata di nutella&hot dog, un concitismo degregorio radical yankee con una tale quantità di zuccheri che, se soffrite di diabete, conviene che vi chiudiate in isolamento per qualche giorno. Con i tappi nelle orecchie. Dov’è finito quel Paese di malandrini e truffatori, bombardieri e massacratori? Dov’è finita la centrale mondiale del capitalismo malato, la levatrice degli hedge fund, la diabolica fucina di disuguaglianze sociali? Tutto seppellito sotto il nuovo regno del sogno, il ritrovato santuario della democrazia, il vicino west dove ogni desiderio si può realizzare. Sono bastate poche ore: fino a ieri sera vedevano solo l’orrore, ora vedono solo la speranza. Che cosa ci volete fare? Cristoforo Colombo sarebbe fiero di loro: hanno scoperto l’America. E senza nemmeno bisogno della Nina e della Santa Maria. Al massimo, della Pinta.
«L’America cambia pelle», titola il sito internet di Repubblica, con un gioco di parole che al tutt’al più potrebbe funzionare per Michael Jackson. L’Unità si commuove con una copertina strappalacrime: nelle prime pagine viene usata la parola «sogno» più che su un lettino di Freud. Che è successo? «L’America estingue il suo peccato originale», ci spiega Liberazione. Ecco, dev’essere questo: il passaggio nel lavacro obamiano ha effetti miracolistici: Wall Street, dimenticati gli squali, diventa nelle pagine di Repubblica, luogo di purezza angelica, ad Atlanta si concentrano i buoni sentimenti, per non dire di Chicago dove persino l’inverno «non si presenta» (nonostante fossero pronte ampie dosi di cioccolata calda), perché si sa, con Barack, anche il freddo è un po’ meno freddo. I mutui subprime? Dimenticati. Le ingiustizie? Pure. La violenza? Sparita. E dappertutto, da Harlem al Texas, «le violenze razziali contano sempre meno». A questo punto ci resta solo un dubbio: quando si accorgeranno che i grattacieli di Manhattan sono di marzapane e nel Mississippi scorre latte e miele?

Nelle ultime ore abbiamo visto di tutto. Veltroni che esulta per la vittoria di Obama come se fosse sua, D’Alema che individua nel risultato americano la crisi di Berlusconi e schiere di democratici che non riuscendo a prendere voti in Italia si consolano con quelli dell’Ohio e della Pennsylvania. L’importante è accontentarsi. Ieri sera grande festa democratica: a Washington? No, a Roma. Evviva. Saltimbocca alla Biden, cacio, pepe e Indiana, Wisconsin all’amatriciana. Scene di ordinario provincialismo. Niente di cui preoccuparsi. Finché non vedremo una delegazione del Pd salire sul Colle a chiedere elezioni anticipate in Italia causa vittoria di Obama in America, stiamo tranquilli. Anzi, c’è da essere felici che finalmente la sinistra, dopo tante sofferenze, trovi qualcosa per cui rallegrarsi.
Quello che è inaccettabile, però, è che ora si trasformino in paladini degli Stati Uniti i medesimi che fino a ieri gli Stati Uniti li prendevano nella migliore delle ipotesi a pesci in faccia. Gli Stati Uniti sono sempre gli stessi. Non cambiano in una notte. Hanno mille problemi, mille difetti, mille storture e ingiustizie: ma sono la garanzia delle libertà e della democrazia nel mondo, sono quelli che ci hanno liberato dalle dittature e ci hanno assicurato felicità e Harley Davidson, Coca Cola e telefilm, prosperità e Beverly Hills. Si possono e si devono criticare, naturalmente. Ma non si possono trasformare in una notte da impero del male a paese del sogno. Ed è insopportabile che nelle ultime ore tutti quelli che per anni hanno demonizzato l’America addirittura salgano sul pulpito e vengano a darci lezione di americanismo. Persino Franco Giordano di Rifondazione Comunista dice che si è emozionato per l’elezione di quello che considera «il suo presidente». Ne siamo felici. Ma chissà se gli hanno detto che il «suo presidente» giurerà su una bandiera stelle e strisce. E chissà se ricorderà i cortei in cui quella bandiera veniva bruciata. (qui)

Dedicato a tutti quelli – e ne ho visti tantissimi in giro per i blog - che hanno dichiarato: “Mi sono riconciliato/a con l’America”. Ossia dedicato a tutti quelli che fanno finta di sapere di che cosa parlano e invece non ne hanno la minima idea. Non perché ci si illuda che la luce li raggiunga, ma semplicemente per poter dire, con la coscienza tranquilla, come
Randle Patrick McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo: io però ci ho provato.

barbara


6 novembre 2008

PENSIERINO DELLA SERA

Piccola premessa: non ho fatto il tifo per lui. Neanche per il suo avversario, se è per quello: semplicemente, non sono riuscita ad appassionarmene. Detto questo, il pensierino della sera è che un notevole vantaggio dei credenti rispetto ad agnostici, atei, o anche semplici dubbiosi, o credenti in maniera non del tutto ortodossa, è che quelli possono pensare che lei, e lei, e lui ci sono ancora, da qualche parte, e stanno vedendo quello che succede, e stanno brindando e ballando di gioia. E una cosa, comunque, mi sento di poter dire: si preferisca la politica dei democratici o dei repubblicani, si sia fatto il tifo per lui o contro di lui, si sia combattuto per diffondere o per smentire le voci sul suo essere musulmano, sui suoi legami con terroristi islamici o con fondamentalisti cristiani, insomma, comunque la si pensi e da qualunque parte si stia, oggi è un grande giorno, non per l’America, ma per il mondo intero.



barbara


29 ottobre 2008

NON SCHIFIZZIAMO LA RIVOLTA

Protagonista di questa storia è quella che, fino al giorno in cui mi sono decisa a sbatterla fuori da casa mia, ho chiamato la mia amica comunista. Non per il fatto in sé di essere comunista – lo ero anch’io quando ci siamo conosciute – ma perché appartiene a quella categoria di individui che si sono tranquillamente digeriti le purghe staliniane, i manicomi di Breznev, i massacri di Budapest, i carri armati a Praga, l’invasione e la distruzione dell’Afghanistan, le repressioni con annesso massacro di Lettonia, Estonia, Lituania, Uzbekistan, Tagikistan, Azerbaigian, Georgia … Poi un bel giorno il signor Gorbaciov ha proclamato urbi et orbi che il comunismo è una brutta cosa e quel giorno lei ha scoperto che il comunismo è una brutta cosa. Continuando comunque a leggere l’Unità per sapere che cosa doveva pensare di questo e di quello, e così quando Occhetto è andato in America e l’Unità ha ammorbidito i toni del suo antiamericanismo, anche lei è diventata un po’ meno antiamericana, salvo ridiventarlo poi a tutto tondo quando, all’inizio della guerra per liberare il Kuwait, l’Unità ha dato il contro-contrordine compagni. Va da sé che per una personaggia di tal sorta i giovani hanno sempre ragione e i vecchi hanno sempre torto, a prescindere, e gli studenti hanno sempre ragione e i professori sempre torto, gli operai hanno sempre ragione e i padroni sempre torto, gli inquilini hanno sempre ragione e i padroni di casa sempre torto. Anche gli ebrei hanno sempre ragione. Ed è così accaduto una volta che mi sono sentita dare della razzista antisemita perché parlando di un certo tale avevo detto che era un emerito coglione. Si dava il caso che il coglione in questione fosse ebreo, e questo mi toglieva automaticamente il diritto di chiamarlo coglione, perché se uno oltre ad essere coglione si trova casualmente ad essere anche ebreo, non si può più dire che è coglione, o yes.
L’episodio di cui vado a narrare si riferisce a una delle tante mobilitazioni studentesche autunnali. Perché in autunno ci si mobilita, è così che funziona: con o senza riforme, con o senza decreti, con o senza nuovi ministri, con o senza tagli, con o senza proposte di cambiamenti, quando arriva l’autunno ci si mobilita, si sciopera e si okkupa. Insieme alla caduta delle foglie e alle passerelle con la presentazione della moda primavera-estate. Da tempo immemorabile. Mi ricordo un anno che di pretesti per una mobilitazione proprio non se ne riuscivano a trovare neanche col lanternino; però in compenso c’erano delle mobilitazioni in Francia, e allora si sono mobilitati inalberando cartelli e striscioni che proclamavano: “Parigi chiama, Roma risponde”. Poi quando arrivano le vacanze di Natale Gesù Bambino fa il miracolo di rimettere tutto a posto e le mobilitazioni rientrano. Chissà come mai proprio in quel periodo lì. Vabbè. Era dunque in corso questa mobilitazione, forse la Pantera, forse chissà, col solito armamentario di scioperi e occupazioni e autogestioni e studenti in piazza e cortei eccetera eccetera. Sento alla radio gli aggiornamenti sulle manifestazioni e viene intervistata una studentessa.
D. Voi perché protestate?
R. Epperché sce stanno i programmi che nun vanno bbèèène.
D. Cioè?
R. Eccioè sce stanno i programmi che nun vanno bbèèène.
D. Per esempio?
R. Epperesèèèmpio ciabbiamo i labbboratori che nun ce stanno i microscopi, cose così …
L’ho raccontato alla mia amica comunista, e lei mi ha risposto: “Ben ben ben, dai, non sta’ far la qualunquista come al tuo solito”. C’era stato un tempo in cui quando non si era d’accordo con l’interlocutore, immediatamente si veniva bollati come fascisti, qualunque fosse il motivo del disaccordo. Poi è venuto di moda qualunquista, e quello era appunto il tempo del qualunquista. E per dimostrarmi che facevo malissimo a non credere alla serietà e consapevolezza degli studenti, mi ha detto con orgoglio: “Da noi in facoltà per esempio hanno messo un bellissimo cartello con su scritto «Non schifizziamo la rivolta»! Le ho chiesto: e tu quando l’hai visto non hai vomitato? Non ha capito di che cosa stessi parlando.
Attualmente è impegnata a tempo pieno – ancora più pieno da quando è andata in pensione - a compiangere quei poveri kamikaze palestinesi talmente ridotti alla disperazione dai nazisti con la stella di David da non avere più altro desiderio che di morire – e badate bene che non sto interpretando le sue esternazioni: la sto citando alla lettera.

barbara

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